Genova, 28 Giugno 2017 10.24





 

 

14
APRILE
2007
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Questa intervista con una delle personalità che più sono state vicine al Cardinale, costituisce un insostituibile documento spirituale e storico. E' corredata da un'introduzione di Maria Antonietta Novara e, in appendice, da una scelta di omelie del grande Arcivescovo.

INTRODUZIONE
Quest’anno, esattamente il 20 maggio, ricorre il centenario della nascita di Sua Eminenza il Cardinale Giuseppe Siri, indimenticato e indimenticabile Arcivescovo di Genova per quarantun’anni, nato appunto a Genova nel 1906.
Egli fu un autentico genovese. Amò la sua città, il suo popolo e il suo clero, dimostrando quest’amore negli anni terribili della guerra. Trattando personalmente la resa dei tedeschi, evitò che questi distruggessero il porto, arrecando danni ancor più gravi alle infrastrutture e all’economia della città. Intervenne spesso a dirimere le controversie fra i diversi gruppi della società, cercando di mediare sempre per il benessere e la pace sociale del gregge a Lui affidato.
Quando nel 1987 dovette dare le dimissioni da Arcivescovo, per “raggiunti limiti di età” (secondo quanto prescrive il nuovo Codex Juris Canonicis postconciliare), nessuno in città era più conosciuto di Lui. Aveva impartito la Cresima a migliaia di ragazzi e ragazze, tra cui la sottoscritta, aveva visitato tutte le Parrocchie, recandosi, durante le visite pastorali, presso le famiglie bisognose, mai dimenticando gli anziani ed i malati. Durante la visita pastorale alla nostra Parrocchia venne tra l’altro presso la nostra famiglia ad impartire la sua Benedizione a mia nonna, allora novantanovenne. Quasi tutti i sacerdoti della città erano stati da Lui ordinati. Ricordo che, nel 1987, nel periodo di agosto e settembre, partecipai ai funerali di Mons. Michele Gaggero, presidente del Tribunale Ecclesiastico e di Don Vincenzo Barbera, già curato di Castelletto, divenuto poi parroco di Geo di Ceranesi. Il Cardinale celebrò personalmente la Messa delle esequie, pur non essendo in perfette condizioni di salute, ed esclamò piangendo: “Mi si spezza il cuore a dover celebrare, io già così anziano, i funerali di tanti miei sacerdoti”.
In un’altra città, l’aver avuto un simile Cardinale, grande per umanità, grande per rigore dottrinale, grande per cultura, grande per virtù personali, sarebbe stato motivo di orgoglio. Purtroppo Genova non ama i suoi figli migliori, e quando non li costringe ad andare altrove a raccogliere i frutti dei loro meriti e delle loro capacità, li guarda con sufficienza. Ed ecco che, soprattutto da parte della classe cosiddetta intellettuale e politica, cominciò una campagna, dapprima sottile, poi sempre più grossolana e volgare, di calunnie d’ogni genere, che richiama i metodi così ben descritti da Orwell nel suo magistrale romanzo “1984”.
Questa subdola e vile campagna nei confronti del Cardinale ebbe inizio negli anni Sessanta. Quelle che erano le sue virtù vennero additate come difetti. La sua riservatezza e il suo carattere schivo, tipico poi dei vecchi genovesi, venne considerato orgoglio, il suo amore per Dio, che lo portava a rendergli gloria con la bellezza e lo sfarzo dei riti e dei paramenti venne considerato vanagloria e prodigalità che offendeva i poveri — poveri che fra l’altro furono i suoi più affezionati sostenitori, perché ben sapevano quanto egli nel silenzio facesse per loro.
Lo stesso trattamento calunnioso fu del resto riservato anche a Sua Santità Pio XII, che era un grande estimatore di S.Em. Giuseppe Siri, da Lui personalmente nominato vescovo, senza passare per la Congregazione dei Vescovi, e poi creato Cardinale. Il Santo Padre, durante la seconda guerra mondiale, diede asilo e salvò decine di migliaia di ebrei, ricevendo, subito dopo la guerra, quando ben viva era la memoria dei fatti, numerosi attestati di stima anche dallo Stato d’Israele. Dopo la pubblicazione dell’infame pièce “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, Pio XII fu accusato di antisemitismo, ed ancor oggi, perfino da parte di religiosi, si sente dire che non si sarebbe prodigato a sufficienza per la salvezza degli ebrei.
Tornando al nostro grande e santo Cardinale, non va dimenticato che egli fu persino accusato di essere “nemico delle innovazioni” introdotte dal Concilio Vaticano II, e proprio da coloro che, stravolgendone lo spirito, piegavano la dottrina alle loro malsane deviazioni, causa della grave crisi della Chiesa e delle vocazioni, come di recente riconosciuto da Sua Santità Benedetto XVI, che ha ripreso le osservazioni di S.Em. il Cardinale Siri in merito allo stretto legame fra degrado della liturgia e crisi della Fede.
Con queste povere pagine, insieme a Padre Candido Capponi, che fu Suo confessore negli ultimi anni della Sua vita, e lo assistette nella lunga malattia prima della rinascita al Cielo, vogliamo ricordarLo a quanti gli vollero bene e speriamo che coloro che Lo avversarono, sopiti gli interessi e le invidie con cui Lo afflissero, si pentano del dolore che gli provocarono e invochino il Suo perdono e la Sua benedizione.
MARIA ANTONIETTA NOVARA
Genova, 2 maggio 2006

RECENSIONE DI GIUSEPPE VIRGILIO
 “Vede, padre — mi disse un giorno — non mi ci vorrebbe molto per diventare uno dei vescovi più acclamati. Basterebbe che cambiassi alcune cose e mi lasciassi attrarre dalle mode correnti. Quando la Santa Sede lascia a me decidere qualche innovazione, modalità, etc., mi metto davanti a Dio pensando di dovermi presentare al Suo giudizio. Come in tale situazione avrei voluto agire, così faccio. È il giudizio di Dio che mi interessa, non quello degli uomini” (p. 14).
Questa citazione ampia tratta dal libro che vado a presentare “Magna cum parvis componere”, scritto da Padre Candido Capponi, per lunghi anni confessore del cardinale Siri, ci rivela due aspetti fondamentali che caratterizzerano questa breve relazione:
1) presentare il Cardinal Siri, l’uomo, il teologo e il pastore, con un’attenzione particolare a quegli aspetti inediti che ci rivelano una vita spirituale intensa e sovrabbondante;
2) fare un’opera di riparazione verso un uomo, un ecclesiastico vituperato, verso il quale una certa intellighentia clericale ha decretato la damnatio memoriae o, peggio ancora, una abolitio memoriae.
Vi sarebbe, carissimi, anche un terzo elemento che non posso non esprimere, soprattutto davanti a voi, ossia la genovesità. Siri è figlio di Genova fino al midollo e penso che se ci fosse un simbolo di Genova col quale egli volentieri avrebbe voluto identificarsi, questo sarebbe la Lanterna, il faro del porto che soprannaturalmente potrebbe rappresentare la ben nota lampada posta sul moggio, di cui ci parla il Vangelo, ma anche la condizione dell’uomo “pellegrino su questa terra”.
Il libro di Padre Candido Capponi assolve egregiamente a questo triplice compito. Piccolo di mole ma ricco di contenuto, rivela già nel titolo il Leitmotiv, l’ouverture sul quale si snoda l’opera: Magna cum parvis componere: comporre, tenere insieme le cose grandi e quelle piccole. È il segreto della santità, della vita cristiana. Il santo infatti è colui che unifica in Dio le cose grandi e le cose piccole, entrambe intrise di infinito e vibranti di eternità. Il cardinal Siri ha vissuto questa tensione vitale perché, come si dice a p. 15: “Era un uomo veramente di Fede. Agiva sempre sub specie aeternitatis”.
L’uomo
Dire “uomo” ci aiuta a dire meglio “cristiano”. Non che i concetti si equivalgano. Il cristiano, per l’adozione a figlio di Dio, è qualcosa di più di un uomo. Ma è pur vero che non si dà cristiano senza uomo e che il cristianesimo non aliena l’uomo ma — mi si passi l’espressione — lo rende più pienamente Uomo.
“Quando mi chiese di diventare suo direttore spirituale — così scrive Padre Capponi — si gettò in ginocchio e non volle sapere di alzarsi, piangendo dirottamente, mi disse: ‘Padre, la prego, la scongiuro ……. se può non mi dica di no ……. Prenda la direzione della mia anima. Mi interroghi su quello che crede. Le obbedirò come un bambino. Mi aiuti a prepararmi alla morte. Sono un vescovo e devo dare il buon esempio’ (p. 21).
Ecco l’uomo Siri: lui che appariva rigido, tetragono, monolitico: è umanissimo, conscio della sua umanità, dei suoi bisogni, dei suoi limiti. Potremmo, volendo, con la lettera agli Ebrei, commentare questo episodio con quelle frasi riservate dalla Tradizione e dalla Teologia al sacerdozio cattolico: “Ex hominibus assumptus”, ossia scelto fra gli uomini e dunque uomo egli stesso, con tutto il mistero di bellezza e di limite della sua umanità (lo tenessimo presente quando parliamo di un sacerdote!) …….. e ancora la lettera agli Ebrei prosegue: “qui condolere possit quia ipse enim circumdatus est infirmitate”.
“Egli stesso circondato da infermità”: come non ritrovare in questa fase scritturistica il contenuto e la pregnanza di quelle testé ricordate del cardinale Siri? In esse infatti abbiamo constatato la viva coscienza della sua debolezza, della infirmitas, cioè di non essere firmus, di avere dunque bisogno di una guida, di un sostegno. Abbiamo detto, di fronte a questo episodio, ecco l’uomo Siri, ma ecco anche il cristiano Siri. Diceva don Giussani che “il sacrificio più grande è dare la vita per l’opera di un Altro”. Questo, in nuce, è l’essenza della vita cristiana, e questa sembra essere la consapevolezza del cristiano Siri. Nella sua insistente richiesta di direzione spirituale, nella promessa di obbedienza filiale al padre spirituale cosa c’è se non la consapevolezza di “dare la vita per l’opera di un Altro”?
Il teologo
Il libro in questione è un volumetto agile e divulgativo, non ha pretese di presentare sistematicamente il pensiero articolato e profondo del teologo Siri. Apro una parentesi: ho letto alcune opere di carattere strettamente teologico di Siri ed ho potuto verificare la robustezza e l’originalità del suo pensiero. Ancora recentemente ho preso visione di alcuni volumi degli Atti del Concilio Vaticano Secondo ed ho potuto vedere l’incisività degli interventi di Siri, specialmente nella sottocommissione sugli emendamenti, dinanzi ai quali gli altri rimenevano spiazzati, balbettanti e incapaci di muovere obiezioni sostanziali.

Nel nostro libro però c’è una frase che ci fa capire il teologo Siri (p. 15):
“Quando negli ultimi tempi della sua vita soffriva molto alle gambe, tanto da essergli difficile la deambulazione, monsignor Grone, suo segretario, gli suggerì di non fare le genuflessioni prescritte dalla liturgia, rispose: ‘Mai e poi mai! Non mi inginocchierò mai abbastanza davanti al mio Dio’”.
Innanzitutto dunque il riconoscimento che Gesù è Dio. Dominus Jesus! Questo è il dato essenziale e primario del Cristianesimo e questa è l’anima della dottrina teologica del cardinal Siri. Gesù è Dio! Affermazione banale, mi si dirà, ma provate a dirla — magari dialogando, come va di moda oggi — ad un musulmano e poi mi direte ……. E non è che in casa cattolica le cose vadano meglio, che cioè questa affermazione sia scontata, se recentemente il Magistero — pensate alla dichiarazione Dominus Jesus — ha dovuto ribadire e difendere questa verità.
Ancora da questo fatto possiamo dedurre un’altra verità: il Cristianesimo — nel suo nucleo essenziale — è, sì, l’affermazione che Gesù è Dio, ma anche un Dio presente: “Et Verbun caro factum est et habitavit in nobis”. Il Cristianesimo è riconoscere dunque una presenza. Pensate dunque cosa si cela dietro una genuflessione e che intensità di pensiero potrà mai esserci in una teologia che ha questi presupposti. Ecco la teologia di Siri: traetene le conseguenze — non tutti a teologi oggi sono credenti — e amava ripetere: “Non bisogna tanto vivere alla presenza di Dio, ma vivere la Presenza di Dio”.
Il pastore
Si potrebbero dire molte cose al riguardo, ma invito alla lettura del florilegio delle omelie, da cui emerge il cuore del pastore. La semplicità qui si unisce alla profondità della dottrina e chi ascolta con animo retto si lascia edificare.
La genovesità
Qui non ho molto da dirvi, né il libro mi offre qualche spunto originale se non la persona stessa del cardinal Siri che era un genovese. Egli, da contemplatore quale era — ne son sicuro — sapeva talvolta scendere dall’altezza dell’espressione scolastica e dirvi qualcosa del genere: “Chi pensa a Genova da profano pensa al basilico, simbolo dell’arte culinaria della città. Il basilico è una pianta semplice e profumata, come dovrebbe essere un cristiano. Si nutre della luce del sole come il cristiano della luce della verità, emana un odore gradevole, come il cristiano il “bonus odor Christi”. Ancora, messo a morte nel mortaio (e qui siamo al pesto) rinuncia alla sua esistenza, come il cristiano muore in Cristo, per dare consistenza, sapore e gusto ad altri elementi.
Questo era ed è il vero cardinal Siri: un uomo che vedeva tutto in Dio e Dio in ogni cosa.
GIUSEPPE VIRGILIO

 

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