Genova, 20 Novembre 2017 07.20





 
RIDICULARIA

 

Ridicularia

05
GIUGNO
2017
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04
GIUGNO
2017
Articolo letto 264 volte

LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO QUINTO

CHIACCHIERE DELIRANTI SU PASSIONE E RISURREZIONE

Terza puntata

 

Con spossante monotonia suscitatrice di profonda nausea perfino ai demoni, il PAG riversa poi (pp. 191-192) il suo delirante sarcasmo e la sua inesauribile sacca di bile sull’elezione dell’apostolo Mattia, sulla Pentecoste (lo disturba fin nelle più intime budella quella fiamma dello Spirito Santo che forma una corona sul capo benedetto della Vergine Santissima), sulla Via Crucis ripercorsa dagli Apostoli che avevano abbandonato Gesù, e così via.

Il PAG afferma tra l’altro che, nelle “invenzioni” create dalla Valtorta in modo “infantile”, il Calvario improvvisamente diventa “un’alta montagna”. Questa “alta montagna” è una miserabile fabulazione gramagliesca. Un rapido consulto con l’amico geografo attualmente in vacanza sul Kangchenjunga, ci permette di accertare che la Valtorta non si è mai sognata di scrivere niente di simile. Si è limitata a dire (Cap. 608.5): “ho letto che il Calvario era alto pochi metri. Sarà. Non è certo un monte. Ma un colle lo è, e non certo più basso di quello che è, rispetto ai Lungarni, il monte alle Croci, là dove è la basilica di S. Miniato, a Firenze.”

Oltre a travisare platealmente il testo, il velenoso PAG, con tutta la sua prosopopea di uno che zufola in aramaico-greco-ebraico-tokariano-atlantoideo, ha pure qualche lieve lacuna nella sua erudizione cultural-scientifica-umanistica-oceanica-termonucleare. Infatti dovrebbe conoscere le trasformazioni subite dalla collina del Calvario, che rappresentano un capitolo classico della geomorfologia antropica. Come mi informa l’amico geografo, recatosi per disintossicarsi sulla vetta del Kangchenjunga – e infatti è di là che sta telefonando – la geomorfologia si suddivide in varie specialità, una delle quali è appunto lo studio delle trasformazioni portate dall’uomo alla superficie terrestre. Lo so che questo non è proprio essenziale, ma tutto è di sollievo a chi deve sorbirsi le oscenità gramaglìesche. A proposito, l’amico geografo mi prega di comunicare al Gramaglia e ai suoi (eventuali) ammiratori questo importante messaggio dell’Uomo delle Nevi:

– Urg urg sgramagliak, stronzing, deficiuk. –

Certo che il PAG, con la sua sapienza esegetica-linguistica-cultural-scientifica-oceanica-termonucleare non avrà alcuna difficoltà a comprendere la cogente esternazione dello yeti, nonché a farne l’esegesi, proseguiamo, sulla base di appunti lasciati dall’amico geografo, a parlare della sullodata collina.

Scavi nella zona del Muristan, compiuti da archeologi inglesi e tedeschi, attestano concordemente che il luogo dove sorge oggi la basilica del Santo Sepolcro si trovava allora fuori delle mura della città, cioè fuori del “secondo muro” e ne era separato da una valle, e che questa venne in seguito riempita da detriti provenienti in massima parte da macerie della distruzione di Gerusalemme sotto Tito, mescolati a qualche detrito di epoca adrianea. Solo qualche detrito, perché di Gerusalemme rimaneva ben poco all’epoca di Adriano e della rivolta del falso messia Simon Bar Kobhka. Costui era stato ufficialmente riconosciuto dal gran rabbino come Messia, giusto quanto si legge in Giovanni (5, 43): “Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, voi lo riceverete”.

La massa delle macerie giunse complessivamente all’altezza di 13 metri sopra l’originario fondovalle. La morfologia del luogo subì profonde alterazioni anche per la costruzione di Aelia Capitolina nel 135 d.C. sotto Adriano, che riutilizzò l’enorme massa di macerie giacenti ovunque dopo la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito nel 70 d.C. Seguirono le inevitabili operazioni di livellamento del colle per la costruzione del tempio di Venere su ordine di Adriano, che dovettero abbassare non poco il ristretto cocuzzolo per far posto al grande tempio. Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, alla ricerca della Vera Croce, fece demolire il tempio ed effettuare scavi, che dovettero abbassare ulteriormente quanto rimaneva del colle. Infine, sotto il dominio islamico, come racconta lo storico Yahia ibn Sa’id, per ordine del sesto califfo fatimide d’Egitto al-Hakim bi-Amr Allah detto “il pazzo”, un estremo fanatico, nell’anno 1009, non solo vennero distrutte le chiese della Palestina, Egitto e Siria, e soprattutto il Santo Sepolcro, ma si tentò pure di spianare quanto restava del Calvario. Non stupisce quindi che la discreta collinetta dell’epoca di Gesù, vista dalla Valtorta, sia oggi ridotta ad un’eminenza insignificante.

Mentre la grande veggente descrive con esattezza la collina del Calvario com’era al tempo di Gesù, il PAG si rifugia nel suo arido e acido sarcasmo e negli insulti, sbavando di “perle storiche” e di “tutta una serie di racconti imbecilli e inverosimili”.

L’ossessione ipermodernista si traduce in una caccia ossessiva a presunti “errori” della Valtorta (pp. 191-192): “Non meno sconcertanti sono gli anacronismi e i clericalismi (sic!) messi in bocca a Gesù risorto durante le istruzioni agli apostoli.” E qui l’erudito valtortofobo (e, bisognerebbe aggiungere, cristianofobo) snocciola quelli che a lui sembrano “anacronismi” e “clericalismi”, ossia tutti i temi classici e consolidati della dottrina cattolica che, secondo lui, il Cristo non doveva conoscere, preso “in contropiede” dalla riforma postconciliare, della quale il PAG sembra invece essere un ammiratore.

L’elenco è noioso e tale da far crescere a chiunque una barba da frate cappuccino ma, forti dell’incoraggiamento dell’amico geografo, ormai in salvo sul Kangchenjunga, e soprattutto dell’appoggio morale dello yeti, cerchiamo di sopportare. Dunque, ecco il primo “anacronismo” e “clericalismo”: Gesù spiega che il battesimo è un sacramento (Ma guarda! Credevo che fosse un carretto!), riprende le teorie postagostiniane sul peccato originale (Che assurdità! Che poteva saperne quel povero trapezista, quel povero pagliaccio, isterico, paranoico e morboso? E che si credeva, d’essere “dio”? Le sue pretese, grazie all’ermeneutica ecc. ecc. sono state ormai smascherate. Meno male che ci pensa il PAG, “perché la fede cristiana non è il risultato apodittico della semplice esegesi”, come già rilevato), istituisce la Cresima (Come si permette?), parla della transustanziazione eucaristica (E chi l’ha autorizzato?), identifica il perdono con la Confessione (Per carità, tutti sanno che il perdono si identifica col cetriolo!), dichiara che il matrimonio è indissolubile (Orrore!), rivela la sacralità dell’Estrema Unzione (Ma che dice? Per un po’ d’olio…), afferma la triplicità della Chiesa docente, trionfante e militante, una parte della quale deve scontare l’espiazione soddisfattoria (Invece anche lo yeti sa che la Chiesa si divide in dormiente, conciliante e spernacchiante), prescrive di scegliere Roma come sede del Papato (Dove potrebbe star bene? Nel Bronx?) e lo fa con la terminologia del più retrivo clericalismo dell’era fascista”. Peccato inespiabile! Anche lo yeti è d’accordo.

Insomma, il fatto che l’Uomo-Dio, nella Sua onniscienza istituisca e istruisca fin dall’inizio la futura Chiesa nella sua perfetta Fede, nei suoi vivificanti Sacramenti e nelle sue benefiche leggi, appare una serie di assurdità clericali, a detta dell’erudito PAG. Cristo, dunque, non si sarebbe mai sognato di istituire la Chiesa. Tutto ciò che la Chiesa è, tutto ciò che essa insegna e compie, sarebbe il risultato di che cosa? Ma evidentemente solo di aggiunte clericali accumulatesi nel corso dei secoli. Si tratterebbe dunque di una costruzione puramente umana, non ancorata affatto agli insegnamenti divini, conservati dalla Tradizione. Tutta questa sconcertante prospettiva, per quanto possa sembrare insolita, non scaturisce dal cervello dell’Abominevole Uomo delle Nevi ma di un prete cattolico che, per giunta, insegna pure al Seminario.

Ed ecco spuntare, nel delirio gramagliesco, la Messa come buffonata (pp. 192-193): “una delle buffonate più vistose” pare infatti sia la santa Messa celebrata a Gerusalemme in presenza della Santa Vergine Maria.

Parliamo di chiodi (p. 193): “Il Gesù della Valtorta ha tuttavia un chiodo fisso [sic, veramente era stato trafitto da ben altri chiodi, ma il PAG neppure si accorge di quanto volgari e blasfeme siano le sue espressioni], per difendere la sua eletta visionaria diventa spesso arrogante e volgare (sic!). Descrive con angoscia i tempi in cui ‘sarà insegnato il Vangelo scientificamente bene, spiritualmente male’. La Valtorta infatti nell’aprile 1947 aveva già acquistato una strabiliante coscienza di sé; dopo aver manipolato, inventato, romanzato, rovinato e deturpato tutti e quattro gli evangelisti, si permette il lusso di insultare i sacerdoti, diffidenti nei confronti delle sue rivelazioni, accusandoli di essere ‘gonfi pagliai, superbi pagliai, impettiti nel loro orgoglio d’essere tanto gonfi’; lei, dichiarava tranquillamente e con rara sfacciataggine, sì sapeva predicare l’anima del Vangelo, senza orpelli storici e geografici (eppure nel suo romanzo vi sono centinaia di pagine di stupida geografia [sic!]), perché lei era la ‘voce’ di Gesù destinata al Cristianesimo per superare le burrasche dei nuovi tempi; i sacerdoti invece lo annegavano sotto valanghe di scienza umana.” Il livido sfogo continua, ma questo basta a dimostrare quanto l’arida paglia di cui l’erudito PAG è gonfio si senta toccata dagli ammonimenti di Gesù.

Per quanto riguarda la “stupida geografia”, passo la parola all’amico geografo e allo yeti:

– Pronto Kangchenjunga, qui campo base. –

– Qui Kangchenjunga, parlate campo base. –

– Chiediamo assistenza tecnica. Cosa dobbiamo rispondere a un individuo che insulta la geografia? –

– Cosa! Ma chi è questo sferoclastico essere? –

– Grafomaniak merdunz gramaglisk graminkrok grrr grrr grrr grrr – (commento estemporaneo dello yeti).

– E chi vuoi che sia? –

– Immagino che sia inutile dirgli che la geografia valtortiana è perfettamente conforme alle condizioni palestinesi di due millenni fa. –

– Già fatto. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. –

Il resto della conversazione è stato molto disturbato da scariche elettrostatiche e dai grugniti irati dello yeti, per cui non è stato possibile captare che qualche parola frammentaria e indistinta, forse “…entecatt…” e “pall… …fiat…”, non si sa a chi riferita. Forse si parlava della Valtorta, in conformità con l’autorevole parere del PAG, il quale con autorevole autorevolezza afferma (pp. 193-194): “Di sé la Valtorta ha sempre avuto un ottimo concetto: si riteneva (naturalmente se lo faceva dire direttamente da Gesù) uno di quei sacerdoti ignoti al mondo, apostoli sconosciuti che solo Dio vede”. Si sentiva chiamare “piccolo Giovanni” o anche “violetta della Croce”, perché lei, benché fosse un niente, aveva ottenuto grandi grazie; lei “portavoce”, asseriva di conoscere tutto di Gesù e di Maria: vita, sorrisi, canzoni e miracoli nonché lacrime, baci, pene, amore e fantasia.”

A parte la vomitevole ambiguità di questa ennesima sparata nevrotica del PAG, non va dimenticato quanto Gesù disse, nel commiato all’Opera (Evangelo, Cap. 652 corsivo nel testo): “Alcuni obbietteranno, leggendo quest’Opera: ‘Non risulta dal Vangelo che Gesù abbia avuto contatti coi romani o greci, e perciò noi rigettiamo queste pagine’. Quante cose non risultano dal Vangelo, o traspaiono appena da dietro spesse cortine di silenzio, lasciate cadere dagli Evangelisti su episodi che, per la loro infrangibile mentalità di ebrei, essi non approvavano! Credete voi di conoscere tutto quello che ho fatto? In verità vi dico che neppure dopo aver letta e accettata questa illustrazione della mia vita pubblica voi conoscete tutto di Me. Avrei ucciso, nella fatica di essere il cronista di tutti i giorni del mio ministero e di tutte le azioni compiute in quei singoli giorni, il mio piccolo Giovanni, se gli avessi fatto conoscere tutto perché tutto vi trasmettesse! ‘Ci sono poi altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere’, dice Giovanni. A parte l’iperbole, in verità vi dico che se si fossero dovute scrivere tutte le mie singole azioni, tutte le mie lezioni particolari, le mie penitenze e orazioni per salvare un’anima, sarebbero occorse le sale di una delle vostre biblioteche, e una delle maggiori, per contenere i libri parlanti di Me. E anche in verità vi dico che sarebbe molto più utile per voi dare al rogo tanta inutile scienza polverosa e velenosa per far posto ai miei libri, che sapere così poco di Me e adorare così tanto quella stampa quasi sempre sporca di libidine o di eresia.”

 (continua)


02
GIUGNO
2017
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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

 

CAPITOLO QUINTO

CHIACCHIERE DELIRANTI SU PASSIONE E RISURREZIONE

Seconda puntata

 

E siamo al solito nodo linguistico, che all’erudito PAG, canticchiante in greco biblico e zufolante in ebraico, non poteva certo sfuggire (p. 186): “Nelle visioni Gesù segue anche una traduzione errata di Gv 20, 17, allorché scosta la Maddalena, toccandola appena col sommo delle dita presso la fronte e dicendole: “Non mi toccare.” Meno male che c’è il PAG a insegnare a Cristo come deve parlare.

E deve pure insegnargli cosa deve fare. Infatti (ibid.): “La trovata più clamorosa è contenuta in un dettato di Gesù del 21 febbraio 1944, il quale asserisce che avrebbe dovuto risorgere 72 ore dopo la sua morte, cioè dopo tre giorni interi; rimase invece solo 38 ore nel sepolcro (…)”. Il motivo di ciò furono le preghiere della Vergine Santissima (e, in molto minor misura, quelle di Lazzaro), cosa che naturalmente eccita il sarcasmo malato del PAG, che continua (ibid.): “Le scene melense e sdolcinate dei rapporti fra Gesù e la Madonna si ripetono subito dopo l’uscita trionfante dal sepolcro. La prima parola che pronuncia Gesù risorto è manco a farlo apposta: Mamma! Ed ecco la grande scena hollywoodiana (…). E prima di partire per il Paradiso Gesù esclama ancora: “Mamma. Il tuo bacio di benedizione’.” Il sacrosanto amore di Gesù per Sua Madre è solo una pagliacciata per il PAG, il quale naturalmente non si accorge che l’unica grandiosa pagliacciata è questo suo miserabile libercolo.

Poi la pagliacciata si sposta su un’altra delle grandi ossessioni gramagliesche: il sesso inespresso, represso, compresso, cipresso. Eccolo (p. 187): “Continuano a manifestarsi con evidenza dei desideri erotici che vengono poi proiettati su personaggi biblici al di sopra di ogni apparente sospetto, proprio per essere legittimati di fronte ad un evidente senso di colpa. Non è certo un caso che per la Valtorta l’annuncio pasquale proclamato ovviamente dalla Madonna [che disgusto per il madonnofobo PAG!], abbia un tono erotico-affettivo (…). Quando poi Gesù appare ai discepoli si attira sul cuore Giovanni che scoppia in lacrime, si lascia baciare la mano da Pietro che chiede perdono.”

Tutto questo sbrodolare di chiacchiere insulse tradisce quanto il PAG stesso sia assolutamente ossessionato dall’erotismo lui stesso. Il detto “omnia munda mundis” evidentemente non significa nulla per il Gramaglia. Così come sarebbe vano spiegargli che esiste un dono divino detto “il dono delle lacrime”: la capacità di commuoversi di fronte al divino.

“Il dono delle lacrime è uno dei doni principali dello Spirito nel cammino dell'orazione. Conferisce all'anima la capacità di percepire chiaramente e intimamente la maestà e la bellezza di Dio e la propria piccolezza. Come un fiume rigoglioso non può essere tenuto da nessun argine, come un terremoto scuote qualunque fondamenta, così la presenza limpida di Dio nel cuore dell'orante fa sgorgare lacrime di incontenibile stupore, gioia e dolore assieme.” (www.cristianocattolico.it). Ma va a farlo capire a chi è pieno della propria scientifica paglia e abituato a dialogare coi demoni nelle malsane pratiche dello spiritismo.

Altrettanto vomitevole e la lunga nota in cui il PAG sbava su Gesù e Maria espressioni di questo genere (p. 187 nota): “Neppure da risorto Gesù riesce a superare e risolvere le sue carenze affettive (…). Con le donne rimangono le solite riserve (…). Non dobbiamo comunque perderci il saluto alla cara mammina (sic!) prima dell’ascensione (…).” Ma in che razza di Dio crede il PAG? Il “dio” gramagliesco dovrebbe forse essere un monumento di ghiaccio che pronuncia solo le parole riportate dai Vangeli, in antico aramaico per la gioia degli esegeti che possono così esibirsi in dotte diatribe di alta dottrina linguistica-cultural-scientifica-umanistica-oceanica-termonucleare?

E le apparizioni dopo la Risurrezione? Neanche quelle vanno a genio al PAG (pp. 188-189): “Il carosello delle apparizioni del Risorto, quasi tutte inventate e presentate poi come storiche, segue un criterio affettivo molto rigido. Gesù si manifesta prima alle persone che l’hanno amato di più (anche da glorioso continuava a patire di compensazioni affettive (sic!) e poi via via ai discepoli che non gli sono rimasti fedeli (…) le infinite scene di apparizioni inventate dalla Valtorta altro non sono che un tentativo piuttosto squallido per rendere credibili le sue continue e quotidiane ‘rivelazioni, che vanno dette a chi e quando è giusto farlo’ (…) la prima apparizione erotica (sic!) Gesù la fece alla Valtorta, perché lei in quanto visionaria carismatica era proprio lì accanto al sepolcro vuoto al momento della risurrezione (…) la fenomenologia dell’apparizione ricalca le materializzazioni di fluido luminoso nelle sedute spiritiche (sic!)”.

Nello spiritismo il PAG ci crede, nell’infinita carità dell’Uomo-Dio verso Sua Madre e verso tutta l’umanità, evidentemente no: infatti non fa che eccitare il suo osceno sarcasmo e le sue malate ossessioni erotiche.

Non basta ancora (pp. 189-190): “Tutti questi racconti di risurrezione [notare, come sempre, la minuscola] sono inventati (…) per puro divertimento apologetico. Gesù infatti voleva dimostrare ai farisei e agli stessi apostoli di poter ‘apparire a fanciulli e ad adulti, nello stesso giorno, in punti così distanti fra loro che occorrerebbero molti giorni di cammino a raggiungerli.’ La Valtorta sentiva così forte la sua pulsione verso l’evangelizzazione che riuscì a regalarci un Gesù saltimbanco (sic!), liberato dalla schiavitù delle distanze, capace di apparire simultaneamente in luoghi lontani come folgore che solca il cielo.”

Nella sua monotona, blasfema frenesia il PAG dimentica la natura del corpo glorioso: sarebbe veramente assurdo se l’Uomo-Dio risorto fosse ancora vincolato dallo spazio e dal tempo. Del resto anche prima della Risurrezione appariva in bilocazione a Giovanni di Endor. Anche Padre Pio (un santo particolarmente odiato e vilipeso dal PAG) apparve molte volte in bilocazione.

E il PAG continua a macinare le sue ossessive farneticazioni, questa volta contro la Pasqua supplementare (p. 190): “Non meno romanzata è la grande scena della Pasqua supplementare (…). Gesù appare e costringe Pietro riluttante a presiedere la prima eucaristia [sic, notare la minuscola] ecclesiastica; però la comunione [minuscola] alla Madonna, sua cara mammina (sic!), la porta sempre Lui.” Chissà in quale “torre” luterana (vulgo, cesso) il PAG avrà concepito questo vomitevole disprezzo per la Santissima Vergine?

Parimenti vomitevole il commento all’Ascensione (ibid.): “L’episodio dell’ascensione [notare minuscola]: i baci non si contano (…) dopo di che il Salvatore, con gesti da trapezista (sic!), sale al cielo.” Per forza, un Dio incarnato che non sarebbe stato neppure capace di apparire in località lontane (Gramaglia docet) non poteva ascendere se non come trapezista da circo. Le continue ripetizioni di belati da caprone del PAG rendono inevitabili ripetizioni anche nei commenti, per cui, con Totò, non resta che ripetere: “Ma mi facci il piacere!”

Eccoci poi al bambino salvato da Gesù e adottato da Pietro, Margziam, che suscita l’ennesimo travaso di bile gramagliesca (p. 191): “L’incrocio assai ibrido tra romanzo e fantasia ci offre ancora un raro esempio di ingenuità nella figura del giovane Margziam, bambino adottato da Pietro e chiamato Marziale da Gesù pochi istanti prima dell’ascensione [cos’è, un’ascensione in pallone? Perché non mette la maiuscola?]; il giovane diventa così il Marziale delle leggende [leggende!?], inviato poi da Pietro in Aquitania, e morto nel 74 d.C. come primo vescovo di Limoges!”

Un altro livido schizzo di bile del PAG, questa volta contro il primo apostolo delle Gallie, che sarebbe una semplice leggenda. Per distruggere quella “leggenda”, quei carini fratellini giacobini dell’ipermodernista Gramaglia, hanno demolito la venerabile abbazia intitolata al santo “leggendario”: uno dei tanti delitti contro la vita e la civiltà, compiuti in nome di quell’odio alla verità che anima tutti i nemici del Cristianesimo, sia esterni sia – e sono i peggiori – interni, annidati nello stesso clero e imbottiti di alta scienza patristica e biblistica.

(continua)


31
MAGGIO
2017
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LA GRAMAGLIADE

ovvero

EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

Cap. 5 

Diabolus minas iactans

 

CAPITOLO QUINTO

CHIACCHIERE DELIRANTI SU PASSIONE E RISURREZIONE

Prima puntata

 

Lasciandosi dietro una nuvoletta di polvere, l’amico geografo è fuggito. È stato avvistato per l’ultima volta mentre, in solitaria e a mani nude, saliva sul Kangchenjunga dopo aver dichiarato che il prolungato contatto con la prosa gramagliesca rendeva indispensabile per lui un distensivo incontro con l’Abominevole Uomo delle Nevi.

Per commentare il successivo capitolo si è fortunatamente offerto un anziano missionario che aveva trascorso trent’anni fra i cacciatori di teste del Borneo e pensava perciò di poter tener testa alle fabulazioni gramagliesche. Dopo essersi fortificato con un cordiale per il cuore, l’anziano missionario ha esordito notando come le invenzioni deliranti e blasfeme di questo singolare prete raggiungono l’acme (mal)trattando la Passione e la Risurrezione, In questo solo capitolo, che definire isterico sarebbe fare un grave torto ai poveri isterici normali, in 24 pagine ricorre 5 volte la parola “idiota” (o “idiozia”), 4 “stupido” (o “stupidità”), 3 imbecille (o “imbecillità”), 2 “beota” e una volta “citrullaggine”.

I discorsi malati del PAG si commentano da soli (p. 181): “Nei racconti romanzati sulla passione [notare la minuscola] alcuni episodi rivelano un gusto malsano e sadico della malvagità umana e l’equivoco piacere mistico nel veder soffrire il Salvatore.” In realtà le scene della Passione sono talmente atroci che Gesù le rivelò alla veggente a poco per volta perché ne fosse colpita meno duramente. Non è certo la Valtorta a soffrire di “gusto malsano e sadico”.

Se ogni ripetizione abbassasse la temperatura di un grado, questo libro avrebbe già provocato un’altra era glaciale. Toh, guarda chi si vede, il “desiderio di maternità” (p. 182, corsivo aggiunto): “Molto spesso le sofferenze di Gesù sono un semplice pretesto per sfogare il desiderio di maternità. Per poterne godere più intensamente la Valtorta incrudelisce sulla figura di Cristo (…) Anche la scena di Gesù deposto dalla croce nel seno di Maria si svolge in perfetto accordo con le solite variazioni psichiche: la Valtorta può così godere e sostituirsi alla Madonna che bacia le membra piagate del suo Gesù (…). Oltre a questo giocare morboso con le piache (sic) del suo Gesù, troviamo anche altre soddisfazioni molto macabre (…)”.

Ma le “piache” ce l’ha dentro la testa l’autore di questa brodaglia, che continua a provare tale repulsione per Gesù da trovarlo macabro ad ogni pie’ sospinto. E continua (ibid.): “la Madonna mette la sua mano nella piaga del costato aperto e vede così il cuore di Gesù. C’era da aspettarsi che per l’emozione sarebbe svenuta; chi mai non vorrebbe vedere [sic, forse voleva dire “sverrebbe vedendo”] il cuore del suo amato?” Del tutto degna di un modernismo delirante e men che bestiale questa caricatura blasfema del dolore della Vergine, che dovrebbe destare un minimo di rispetto anche in chi, sia cocciutamente persuaso, contro ogni evidenza, che si tratti di un semplice romanzo.

Il delirio maniacale continua con la solita originalità, evocando per l’ennesima volta il fantasma del “desiderio di maternità” (pp. 182-183): “Che la Valtorta abbia fatto della figura di Maria Addolorata un semplice sfogo inconscio del suo ossessivo desiderio di maternità è detto esplicitamente.” Ma di ossessivo qui c’è solo la ripetizione fino alla nausea delle fabulazioni pseudopsicologiche vomitate dalla mente surriscaldata del povero PAG. Non basta ancora (p. 183): “La Valtorta crea altre scene melense per poter piangere anche lei: Maria prende il cadavere di Gesù, nudo, in braccio e ‘lo ninna con la stessa mossa della grotta della Natività’.” Ci vuole un coraggio belluino e l’insensibilità di un ippopotamo per bollare come “melensa” una scena straziante del genere, ma squallido coraggio e ripugnante insensibilità al PAG non mancano certo.

Tanto per non lasciare dubbi, il PAG continua imperterrito (p. 183 nota) ad arpeggiare sul “lamento funebre che si trasforma con estrema morbosità nella descrizione del momento del parto” e, dopo molte altre sciocchezze che è meglio tacere per decenza, conclude: “Queste scene deliranti sono la dimostrazione più limpida dei processi psichici inconsci tramite i quali la Valtorta camuffava il suo erotismo malsano e male integrato con il sadismo delle torture inflitte a Gesù, onde avere motivazioni plausibili per rovesciare sulla persona del suo Amato desideri e affetti che diversamente le erano assolutamente preclusi.”

Sempre oscillante tra sesso compresso, sadismo divertente e macabro rampante, il PAG cade veramente nel sadismo (p. 184): “Il 29 dicembre 1943 Gesù rivela come gli furono piantati i chiodi nelle mani, conciliando l’immagine della Sindone con la fantasia morbosa della Valtorta (…). Seguono invenzioni e divertimenti sadici nella descrizione degli spasimi, di tendini che si strappano, di lacerazioni della mano sinistra il cui foro si allarga verso il pollice costringendo quindi i nervi a serrarsi a pugno. Infine per esaurimento letterario di dolori da descrivere e di sangue spruzzato un po’ ovunque, Gesù, con il permesso della Valtorta, tutta infiammata d’amore, è lasciato morire in pace.” Mancano veramente le parole per definire questo diabolico sarcasmo con cui l’illuminato tuttologo crede di ridicolizzare la Valtorta. Peccato comunque che fior di medici abbiano attestato la perfetta aderenza alla realtà della descrizione valtortiana della terribile agonia del Redentore, fra i quali l’autorevole Nicola Pende.

Col solito pedante ghigno sarcastico (p. 184 nota), il PAG si scaglia contro la Sindone, alla quale ha dedicato due (si fa per dire) “studi”, il primo del 1978, in un libro pubblicato con ammirevole tempestività in occasione del Secondo Congresso Internazionale Sindonologico di Torino, e l’altro del 1981. Si vede che nella Provincia Granda hanno carta da sprecare.

In tali sbrodolate ipermoderniste, il PAG si affanna a demolire la più venerata reliquia della Cristianità, e la cui autenticità è più che certa, a dispetto dei faziosi studi al radiocarbonio. La recente ricerca, condotta con grande rigore da Marinelli e Fasol, intitolata Luce dal sepolcro, dovrebbe fugare ogni dubbio sull’autenticità del sacro Telo. Ma si sa che, in una testa piena di sé, luce non ne entra.

Con grottesco accanimento, il rinomato valtortofobo dà sfogo al veleno di cui ha una provvista inesauribile: “per piccarsi di essere di coltura [sic, veramente la “coltura” è quello delle patate e dei fagioli; il termine appropriato sarebbe “cultura”, ammesso che nel delirante guazzabuglio gramagliesco possa entrare qualcosa di “appropriato”], la Valtorta mette in bocca a Gesù i ricordi delle sue letture, secondo il solito procedimento assai squallido, e sforna come divina rivelazione una tra le tante ipotesi in voga ai suoi tempi: in Gesù si sarebbe verificato un blocco renale, causa della intossicazione uremica: l’urea, sparsa per il corpo, trasudando dal cadavere e mescolandosi agli aromi, avrebbe dato origine all’impronta sulla tela.”

A parte il fatto che l’azione dell’urea è assodata e non è una semplice ipotesi in voga ai tempi della Valtorta, non risulta che la veggente avesse alcuna competenza sindonologica, né che avesse compiuto letture al riguardo, senza contare che era del tutto negata per le scienze e non si sarebbe mai sognata di parlare di biochimica o di medicina, così che non poteva che limitarsi ad annotare quanto il Divino Maestro le rivelava.

Il girotondo delle fregnacce gramagliesche continua (p. 185): “Nel periodo postpasquale ritroviamo gli stessi ritornelli, più o meno squallidi, delle precedenti puntate sulla vita di Gesù. L’evento della risurrezione [notare la minuscola] è descritto secondo canoni tradizionali della letteratura apocrifa, aggiornata dalla energia elettrica” [come se la Valtorta avesse mai letto gli apocrifi!] (…) A dire il vero le dita rimangono un po’ piegate, perché i nervi vennero lesi e si contrassero; inoltre Gesù risorto può ancora piangere e lo fa, oltre che con la Valtorta, anche con la madre di Giuda Iscariota. L’unica novità fisiologica è costituita da un fenomeno elettrico: una luce sfolgorante scaturisce a fiotti da ogni poro dell’epidermide; più luminoso è il fulgore che esce dal costato.”

A parte il fatto che a contrarsi non possono essere i nervi ma i muscoli in seguito alla lesione dei tendini, la luce emanata dal Risorto proviene soprattutto dalle piaghe, in perfetto accordo con le visioni della grande santa Faustina Kowalska, che ha originato la preziosa devozione della Divina Misericordia, cosa di cui il PAG avrà estremo bisogno quando arriverà per lui il redde rationem.

E ti pare che mancava il concordismo? Poteva mancare la bestia nera dei modernisti? Perché mai la Rivelazione dovrebbe “concordare” con la realtà? Sono cose da Medioevo, perbacco! Cose per i cretini che ci credono. Per voi, chierici modernisti, la Rivelazione è comoda solo perché vi ci siete fatti una posizione, unici autorizzati a interpretarla, in modo razionale, naturalmente, senza tante storie di miracoli e di Novissimi. Ma realtà e verità sono tutt’altro. Vero, PAG?

Ed eccolo il deprecato concordismo (pp. 185-186): “Vi sono inoltre preoccupazioni e soluzioni concordiste di rara ingenuità, per riuscire ad ammucchiare nel giro di poche ore i vari racconti sinottici, le donne vengono prima divise in vari gruppi e poi sparpagliate per le strade della città in modo che possano arrivare al sepolcro a scaglioni separati e all’insaputa le une dalle altre; naturalmente anche gli angeli si alternano velocemente, prima uno poi due, onde non mettere in difficoltà i poveri evangelisti.”

Difficoltà che evidentemente devono piacere molto al PAG per inventarsi “errori” che permettano una critica distruttiva della Scrittura. In realtà il racconto valtortiano permette di conciliare egregiamente le varie versioni degli Evangelisti, in questa come in tutte le altre occasioni, come ben dimostra la più volte citata, rigorosa ricostruzione cronologico-astronomica del De Caro.

(continua)


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • FACENDO FORZA ALLA NOSTRA NATURALE MODESTIA,

    ANDIAMO A PRESENTARE AI NOSTRI 23 LETTORI E MEZZO:

    I BIAGINI:

    UN CASO LETTERARIO

     

    Non è certo frequente trovare una coppia di sposi tutti e due scrittori ed entrambi impegnati sul fronte della letteratura cattolica, non senza una mordente vena satirica.

    Eccoci:

     

    Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Prima di approdare alla cattedra universitaria e per ingannare il tempo, mentre scaldava i banchi all’università di Genova, ha preso tre lauree (Scienze naturali, Scienze biologiche e Geografia), imparato cinque lingue straniere (inglese, tedesco, nederlandese, afrikaans, russo e, senza sua colpa, francese) e vinto sei borse di studio all’estero, fra cui la Fulbright-Hays negli USA. Ma la sua principale vocazione non è mai stata quella del professore universitario. Ciò che gli interessa davvero è fare lo scrittore. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo insieme alla moglie Maria Antonietta), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013) e quattro volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, Verona, 2009; Satire clericali, Verona, 2014, Gaia: il pianeta sull’orlo di un crisi di nervi, Chieti, 2016) questi due ultimi insieme alla moglie Maria Antonietta). Insieme alla moglie, ha pubblicato il provocatorio testo di storia per ragazzi Le brutte storie, Verona, 2017, che racconta le vicende moderne come si sono davvero svolte non come le raccontano i vincitori e i loro lacché politicamente corretti. Ha ricevuto, nel 2012, il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa cattolica, e nel 2016 (insieme alla moglie Maria Antonietta) il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “Lo scudiero”.

    Maria Antonietta Novara Biagini è nata a Genova. Ha frequentato fino alla maturità classica l’Istituto delle Suore dell’Assunzione. Si è poi iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Genova, senza però impegnarvisi al punto da giungere al conseguimento della laurea, preferendo occuparsi della sua famiglia invece di abbandonarla in mano a truppe mercenarie. Nello stesso tempo ha potuto sviluppare i propri interessi culturali e le proprie curiosità, anche attraverso viaggi in quasi tutte le parti del mondo, approfondendo e fortificando una formazione cattolica e controcorrente. Ha pubblicato il volume di racconti L’albero secco (Verona, 2010) e un romanzo storico dal titolo Nonna non raccontava le favole (Verona 2016), che tratteggia ambientato a Genova dall’Ottocento in poi. Insieme al marito Emilio ha pubblicato il romanzo La pioggia di fuoco (Verona, 2012) e le Satire clericali (Verona, 2014). Nel 2015 ha ricevuto a sua volta il premio letterario  “Fede e Cultura” per la narrativa e, insieme al marito Emilio, nel 2016, il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “I due cecchini”.

     

    Ed ecco alcuni dei più recenti libri sfornati dalla dinamica coppia:

     

    Il seme sepolto 

    Quattro commedie giudiziarie, ambientate in una terra fantastica che simboleggia lo spirito umano. Valenti avvocati si battono per portare alla luce il seme sepolto della verità. È questo il quadro narrativo che viene precisandosi da un episodio all’altro, finché il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra Immortale, la Santa Madre, personificazione della Santa Madre Chiesa, si converte e crede. Anche lui è il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la Fede e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

     

    Lalbero secco 

    Quarantasei testi, uno al giorno per un mese e mezzo. Per ridere delle miserie del potere ottuso, che pretende tutto decidere, giudicare e governare; per farsi beffe del darwinismo, che pretende l’uomo “discendente” da “antenati” comuni alle scimmie e non si rende conto che alle scimmie sta tornando. In questo volume si possono trovare spassosi esempi di satire della sgangherata poesia moderna e delle molte idiosincrasie che rendono ridicola l’umanità; ma non solo, la lettura di quest’opera serve anche a far sorridere e commuovere pensando alla figura di Padre Pio e ai ricordi delle proprie radici.

     

     La nuova terra

    La nuova terra, dove cessino le sofferenze e sia possibile trovare la serenità, è raggiungibile? Quello che appare essere un male può rivelarsi un bene? Esiste una prospettiva superiore che dà senso alla vita? Questo romanzo, ambientato nel Sudafrica dell’apartheid e poi nella multietnica Londra, offre una risposta positiva a tutte queste domande.

     

    La pioggia di fuoco

    L’avvento dell’anticristo e la fine del mondo: che temi allegri! Roba dell’altro mondo, proprio. Roba da fare scongiuri o da sbellicarsi dal ridere? La sindrome millenaristica, che di quando in quando attanaglia molta gente, è giustamente motivo di ilarità, specie quando deriva da fisime neopagane, come i calcoli basati sui calendari Maya, le elucubrazioni New Age ed altre ciarlatanerie. Ma spaventare la gente rende, ed ecco perché tanti ne scrivono. Bisogna allora dire due cose. Primo: non ci sono dubbi, succederà; tutte le religioni monoteistiche dicono chiaramente che il mondo è destinato a finire; lo stesso, con linguaggio diverso, dice la scienza. Secondo: non sappiamo quando avverrà, ma non è affatto imminente; non vedranno niente di simile né i nostri bisnipoti né i bisnipoti dei nostri bisnipoti, e via di generazione in generazione. Perciò riponete i cornetti e i ferri di cavallo e godetevi questo racconto.

     

    Montallegro-copertina

    Il primo di questi racconti, che dà il titolo alla serie, è una storia d’amore: quella fra la Santissima Vergine Maria e la città di Rapallo.

    Anche gli altri racconti, in gran parte ambientati in Liguria (Genova e Savona, oltre che, occasionalmente, a Milano, in Germania e in Inghilterra), sono svergognatamente cattolici e offensivi per il sacro laicismo e per la rampante tirannia relativista.

     

    I chierici sono stati spesso bersaglio di satira, a volte immeritatamente, da parte dei nemici, ma il sale insipido è purtroppo una distesa enorme come il Sahara e una minaccia gravissima di morte per le anime. Vi sono i tiepidi, i vigliacchi, quelli che contraddicono il Vicario di Cristo e lavorano sotto la chiglia della navicella di Pietro come teredini per sovvertire la verità. Contro costoro i cattolici hanno non il diritto, ma il dovere di prendere posizione. E poi vi sono quelli che credono di difendere la Tradizione combattendo e minimizzando le rivelazioni private, imponendo silenzio allo stesso Dio: che diamine, ha parlato una volta per tutte e loro sono gli unici custodi autorizzati della Parola. Atteggiamento pericolosissimo, perché facendo di ogni erba un fascio si toglie credibilità ai messaggi autentici e non si colpiscono abbastanza quelli falsi.

     

     

     Nonna non raccontava le favole

    Una signora che non racconta favole, ma custodisce il tesoro della memoria. Una famiglia unita. Il contrasto fra la vita familiare improntata ai valori cristiani e vissuta nella Grazia divina, e tutto intorno il grigiore di un regime di politicanti sabaudo-massonici, emerso dagli intrighi del cosiddetto “risorgimento”, oppressore della Chiesa e delle identità locali, regionali e nazionale.

    Un regime dedito all’avventura sanguinosa della guerra, incapace di contenere il giustificato malcontento popolare (che trova sfogo in tragiche rivolte soffocate nel sangue, e in una disperata emigrazione), sostituito poi da un altro regime altrettanto bellicista e votato alla rovina, che si lascia dietro un tragico strascico di odi e violenze, e a sua volta viene sostituito da un regime repubblicano-massonico, portatore di una prosperità ingannevole e di una fallimentare gestione condita di vigliaccheria e di retorica, sotto il tallone dei grandi usurai mondiali.

    Una storia che si dipana lungo un secolo di vita di Genova, segnato dalla caducità di tutte le cose umane, da momenti irripetibili di gioia che passano per non tornare mai più, dal dolore di vite spezzate da insensate guerre scatenate dai malgovernanti. Ma tutto ciò senza mai scendere a compromessi col male, e senza perdere la speranza — sostenuta da una Fede senza incertezze — in un mondo nel quale sarà asciugata ogni lacrima.

     

     Gaia copertina copia

    Bacilli del colera di tutto il mondo, unitevi. Rallegratevi ed esultate, zanzare, le vostre sofferenze sono alla fine: prima c’erano le bonifiche, adesso arrivano le malifiche. La serietà scientifica degli ambientalisti è pari al loro senso del ridicolo. Per non parlare della serietà dei teologi che, poverini, si addentrano nell’ecologia. Senza gli ambientalisti (teologi e non) il mondo sarebbe senz’altro più povero (di occasioni per la satira). Non c’è niente che metta in fuga il diavolo meglio di una presa in giro (parola di C.S. Lewis). Che serva anche contro gli ambientalisti (e i loro seguaci teologi)?

     

    Le storie pi brutte-Copertina

    Un agile libretto, destinato ai bambini ma adatto anche agli adulti, capovolge le menzogne incancrenite imposte dai vincitori e gabellate come indisscutibile scienza storica nei libri delle scuole statali: la "benefiche" rivoluzioni, il "radioso" risorgimento, la "gloriosa" resistenza. I signori della disinformazione sappiano che la Verità  non può essere soppressa per sempre.

     

    ACHTUNG! ACHTUNG!

    LA DINAMICA COPPIA STA PER DARE ALLE STAMPE IL PRATO ALTO, UNA GRANDE STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA, DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI, CHE HA NATURALMENTE MOLTO DA DIRE ANCHE SULLA STORIA ITALIANA.

     

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