Genova, 19 Agosto 2017 01.46





 
RIDICULARIA

 

Caeli Enarrant Gloriam Dei

13
AGOSTO
2013
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MATRIGNA NATURA

 

Il piagnisteo ambientalista politicamente corretto cerca di persuaderci che “madre Natura” è fragile, che siamo troppi, che ne siamo gli ingrati e scriteriati padroni, che la stiamo distruggendo, e via piagnucolando e accusando, sempre col dito puntato. La realtà è ben diversa. La natura potrebbe spazzarci via come un nonnulla, e di certo prima o poi lo farà, se prima non ci massacreremo fra noi da soli. Gli ambientalisti la presentano col mite volto un po’ assonnato del povero panda minacciato di estinzione, dimenticando che la natura spietata ha distrutto milioni di specie. La natura inquina (basti pensare alle gigantesche emissioni di gas velenosi dai vulcani), la natura è pericolosa, la natura minaccia l’uomo molto più di quanto l’uomo minacci la natura. Forse, più che “madre”, sarebbe il caso di chiamarla “matrigna”. Tanto per farla finita con le chiacchiere e ragionare con un po’ di realismo, vogliamo passare in rassegna alcuni dei possibili rischi che la matrigna ci prepara? Sono rischi che scaturiscono dall’autodistruttività della natura stessa.


 

ASTEROIDI E COMETE

Il 30 giugno 1908 un corpo celeste non identificato, forse una testa di cometa, si abbattè in Siberia, nella regione del fiume Podkamennaja Tunguska (Tunguska Pietrosa), esplodendo in aria con una potenza stimata da 2 a 5 megatoni, devastando un’area di oltre 2000 km2 e distruggendo 60 milioni di alberi. Se ciò fosse accaduto su una grande città avrebbe causato milioni di vittime.

Apophis, un asteroide del diametro di 250 m passerà il 13 aprile 2029 a breve distanza dalla Terra. Potrebbe avvicinarsi in modo che la sua orbita venga modificata dal campo gravitazionale terrestre, così da colpire la Terra al suo prossimo appuntamento nel 2036. Un suo impatto sulla terraferma devasterebbe una buona metà di un continente come l’Europa, mentre se cadesse in mare provocherebbe uno tsunami di immani dimensioni e, sfondando la crosta basaltica oceanica, scatenerebbe eruzioni vulcaniche tali da acidificare un oceano.

Moltissimi asteroidi hanno colpito la Terra nel passato geologico e si sospetta che siano responsabili delle catastrofiche estinzioni di massa che hanno causato la scomparsa di innumerevoli specie animali. Non è facile trovare tracce di asteroidi se caduti sulla crosta oceanica; quest’ultima è basaltica e non può essere più antica di circa 190 milioni di anni, a causa dei processi di subduzione sotto la crosta continentale, la quale è invece formata da placche granititiche meno dense rispetto al basalto dei fondi oceanici, per cui resta alla superficie e può, in certe zone, sfiorare un’età di 4 miliardi di anni. Solo sulla crosta continentale, quindi, le tracce dei crateri da asteroidi hanno probabilità di non essere cancellate.

Uno di questi è quello di Chicxulub, nello Yucatan, il cui anello interno ha un diametro di circa 180 km, e fu provocato da un asteroide del diametro di 10-12 km, che causò un’esplosione di potenza pari a 190 gigatoni, con totale devastazione del pianeta. L’impatto ebbe luogo 65-66 milioni di anni fa e provocò uno tsunami gigantesco che si sparse a cerchi concentrici in tutte le direzioni, colpendo specialmente l'isola di Cuba. L'emissione di polvere e particelle provocò sconvolgimenti climatici simili all'inverno nucleare, lasciando la superficie della Terra totalmente coperta da una nube di polvere per molti anni. Sono pure state trovate tracce di impatti minori, circa della stessa età di Chicxulub, tutti tra le latitudini di 20°N e 70°N. Alcuni esempi includono il cratere Silverpit nel http://it.wikipedia.org/wiki/Mare_del_">Mare del Nord, ed il Cratere Boltysh in Ucraina, entrambi molto più piccoli rispetto a Chicxulub; più probabilmente sembrano essere stati causati da oggetti con diametro dell’ordine del centinaio di metri. Sembra quindi che l’asteroide di Chicxulub fosse il centro di un suo sistema di piccole lune. L’evento provocò, fra l’altro, l’estinzione dei dinosauri, delle ammoniti e delle belemniti e segnò il limite fra l’era mesozoica (l’età dei grandi rettili) e quella cenozoica (l’età dei mammiferi). Non occorre sottolineare che se un impatto del genere si verificasse oggi — e niente garantisce che non si ripeta — l’umanità, o piuttosto la sua esistenza materiale, sarebbe spazzata via.

Un cratere di dimensioni leggermente maggiori è stato scoperto da rilevamenti satellitari nella piattaforma continentale a nord-ovest dell’Australia: quello di Bedout, causato da un impatto forse leggermente più grande di quello di Chicxulub, e risalente a 251 milioni di anni fa, e cioè all’epoca di un’estinzione di massa che segna il confine tra l’era paleozoica e la mesozoica e che spazzò via la maggior parte delle specie, soprattutto quelle di maggiori dimensioni (anfibi giganti, rettili pelicosauri e pareiasauri, ecc.) esistenti prima dell’impatto.

Tre altre simili estinzioni di massa sono conosciute, ma non sono stati scoperti crateri di età corrispondente, ciò che tuttavia potrebbe spiegarsi con impatti avvenuti su crosta basaltica oceanica successivamente distrutta dal suaccennato fenomeno di subduzione. Una si è verificata alla fine dell’Ordoviciano (ca. 440 milioni d’anni fa), un’altra nel tardo Devoniano (375 milioni d’anni fa), e un’altra ancora alla fine del Triassico (201 milioni d’anni fa). Tuttavia è notevole il fatto che le prime due di queste estinzioni sono collegate ad un intenso raffreddamento globale che è proprio la situazione di “inverno nucleare” quale ci si aspetterebbe di trovare in seguito all’impatto di un grande asteroide. L’episodio della fine del Triassico viene solitamente collegato al riscaldamento e all’enorme inquinamento acido dell’atmosfera causati dalle gigantesche eruzioni vulcaniche connesse alla frantumazione della Pangea; tuttavia il colpo di grazia sarebbe stato un impatto di asteroide.

Anche asteroidi molto più piccoli di quelli di Chicxulub e di Bedout possono causare gravissimi danni. Circa 14,4 milioni di anni fa un asteroide del diametro pressappoco di un chilometro, accompagnato da un piccolo satellite di circa un centinaio di metri, colpì la Paleo-Europa. Non era abbastanza grande da causare un’estinzione di massa, ma sconvolse il continente sterminando intere flore e faune e cambiando il reticolo idrografico: il Paleo-Meno, già affluente del Paleo-Danubio, finì per defluire in direzione opposta e divenne affluente del Paleo-Reno.

Pur senza causare devastazioni così gravi, anche molti asteroidi più piccoli potrebbero essere estremamente dannosi, solo per il fatto di contenere grandi quantità di cloro e di bromo che potrebbero evaporare nell’atmosfera, distruggendo l’ozono ed esponendo così gli organismi a pericolose dosi di raggi ultravioletti del Sole.

Per inciso, notiamo che questi dati oggettivi ridicolizzano il dogma laicista dell’attualismo, secondo il quale i fenomeni geologici del passato sarebbero identici a quelli attuali, e le grandi trasformazioni della crosta terrestre sarebbero dovute all’azione cumulativa di piccole trasformazioni avvenute in periodi lunghissimi, escludendo qualsiasi improvvisa catastrofe. L’attualismo sorse nell’illuminista e massonica Edimburgo, “l’Atene del Nord”, come veniva orgogliosamente chiamata, ad opera di James Hutton (1726-1797) e Charles Lyell (1797-1875). Sia Hutton che Lyell erano massoni, atei e violentemente ostili al Cristianesimo: i loro studi furono costantemente impostati in diretta polemica contro la Bibbia, dove si parla di catastrofi come il diluvio universale e l’improvvisa distruzione di intere città (Sodoma e Gomorra) e si profetizza la fine del mondo per quando i peccati dell’umanità avranno raggiunto il colmo. Agli atei faceva comodo credere e far credere che tutto scorresse invece in modo sempre uguale, possibilmente per l’“eternità”, in un mondo senza Creatore e senza fine (e senza finale Giudizio). Come tutte le fantasie atee, trovò prontamente ammirazione e sostegno nei salotti buoni laicisti-massonici politicamente corretti del tempo.

Ancor oggi molti paleontologi hanno difficoltà ad accettare che le estinzioni di massa possano essere causate da impatti di asteroidi o teste di comete. Le radici attualistiche delle scienze geologiche li trattengono ancora fortemente. Ad alimentare tale opposizione contribuisce naturalmente anche la differenza di formazione fra i naturalisti, addestrati all’osservazione e all’analisi dettagliata, e i fisici, che tendono invece alla sintesi sostenuta da metodi quantitativi. Gli impatti, comunque, sono innegabili e le loro conseguenze (terremoti e maremoti, incendi, acidificazione nell’atmosfera e nell’idrosfera, inverno nucleare, crollo delle catene alimentari, estinzioni di specie) sono ormai ben note.

La minaccia di un impatto da asteroide viene oggi presa molto sul serio e sono stati formulati diversi progetti per farvi fronte: si pensa di deviare un simile corpo celeste che si avvicini troppo alla Terra facendovi esplodere cariche nucleari nelle vicinanze, o prendendolo “a rimorchio” impiantandovi razzi o inserendovi “vele” di fibra di carbonio per “catturare” il vento solare (sic). Ma le probabilità di successo appaiono praticamente nulle, anche perché la maggior parte degli asteroidi sono multipli, certuni addirittura “a mucchi di macerie”, e il più potente bombardamento nucleare sarebbe assolutamente inefficace, così come qualunque tentativo di “prenderli a rimorchio”. Ammesso che si potesse organizzare in tempo una missione spaziale per andare incontro allo sgradito visitatore, gli astronauti non troverebbero un’unica roccia a cui ancorare un propulsore a razzo o una “vela”, ma un cumulo di innumerevoli sassi, tetragoni anche ad un’esplosione nucleare, la quale non potrebbe che allontanarli un poco l’uno dall’altro, dopodiché le rocce spaziali si riunirebbero di nuovo in seguito alla forza di gravità, e anche se restassero separate si sarebbe riusciti soltanto a trasformare un singolo impatto in una grandinata micidiale su tutta la Terra. Per quanto difficile sia difendersi contro gli asteroidi, essi almeno gravitano sull’eclittica (in maggioranza fra le orbite di Marte e di Giove, con qualche pericoloso avvicinamento alla Terra), per cui sono in qualche modo prevedibili.

Ma le comete, la cui testa, se colpisse la Terra, potrebbe avrebbe il medesimo effetto di un asteroide, provengono dalla nube di Oort, una nube di forma sferica ben al di là dell’orbita di Plutone, e possono apparire in qualunque momento da qualsiasi direzione. Lo spazio nel quale il nostro pianeta si muove non è un ambiente molto sicuro, tranquillo e “materno”. E c’è dell’altro.

 

ERUZIONI SOLARI

La parte più esterna dell'atmosfera del Sole è la corona, che si estende per milioni di chilometri, è formata da gas (soprattutto http://it.wikipedia.org/wik">idrogeno) e vapori provenienti dagli strati sottostanti dell'atmosfera solare, ed è estremamente calda (fino a milioni di gradi Celsius), così che la materia in essa contenuta è sotto forma di plasma. L’energia e il flusso di particelle tende a sfuggire alla gravitazione solare, ma in parte si dirige anche verso l’interno del Sole, ciò che provoca alla superficie giganteschi movimenti sismici. Le correnti caldissime di plasma che emergono dalla superficie solare, si orientano secondo la struttura curvilinea delle linee magnetiche, tendono a lacerarsi e a distendersi nuovamente: riunendosi liberano energia, ciò che provoca nuove lacerazioni nelle linee magnetiche, finché si scatena un’eruzione coronale. L’altissima temperatura della corona impedisce alla forza gravitazionale del Sole di trattenere il vento solare, composto da elettroni e protoni, con un contributo minore di particelle alfa (nuclei di elio, circa il 4%) ed altri elementi. Fino a cento miliardi di tonnellate di materia possono essere scaraventate nello spazio da una singola eruzione. Si tratta di un plasma ad una temperatura, in prossimità della Terra, di 100.000 gradi, con una velocità media di 1,7 milioni di km/h, una minima 720.000 km/h e una massima di 3,2 milioni di km/h. In corrispondenza delle zone polari solari vi sono buchi coronali permanenti che emettono forte vento solare, mentre dal resto della superficie solare le eruzioni coronali si verificano con maggior frequenza nei periodi di massima attività delle macchie solari, che hanno un ciclo di attività undecennale.

In direzione della Terra il vento solare devia all’altezza di un fronte d’urto a circa un diametro terrestre di distanza dal nostro pianeta, scontrandosi col campo magnetico del pianeta, schiacciandolo e distorcendolo. Nelle cuspidi della magnetosfera terrestre vi sono varchi attraverso i quali entra il vento solare che viene deviato verso le regioni polari, dove ionizza gli atomi di azoto e di ossigeno, i quali disperdono l’energia in eccesso in forma di luce, causando le aurore polari, per la maggior parte fluttuanti a circa 100 km dalla superficie terrestre, di colore bluverdastro dovuto all’ossigeno e rosso dovuto all’azoto.

Un’eruzione coronale provoca pure un’intensa emissione di raggi ultravioletti. Dopo l’immane eruzione del 1859 si verificò negli Stati Uniti un piccolo ma significativo aumento di malattie della pelle (Plait 2010), ma l’effetto maggiore è lo scatenarsi di tempeste magnetiche nell’atmosfera, da cui l’attivarsi della classica induzione magnetica di Faraday, che colpisce la crosta terrestre, specie i buoni conduttori di elettricità come binari ferroviari, condutture elettriche e oleodotti, causandone la corrosione e abbreviandone la vita.

La tempesta magnetica del marzo 1940 causò gravi danni al sistema elettrico del Québec, dell’Ontario e del Nord-Est degli USA. Con l’aumento del consumo di elettricità e la crescente diffusione delle comunicazioni elettroniche, la Terra, specie alle alte latitudini, diventa sempre più vulnerabile. L’intero sistema elettrico e le comunicazioni elettroniche, tutti elementi essenziali della civiltà moderna, sono esposti a tempeste energetiche capaci di danneggiarli gravemente.

La mattina del 24 aprile 1984, un improvviso blackout di oltre un’ora colpì l’emisfero settentrionale e venne avvertito anche sull’Air Force One che stava portando il presidente Donald Reagan diretto a Guam e in Cina, mentre il presidente stava parlando con i suoi collaboratori a Washington, D.C. Il fenomeno era dovuto a una scia di macchie solari estendentesi sulla superficie del sole per 280.000 km. Venne chiamata Regione Attiva 4474. L’area era satura di energia elettrostatica e magnetica e aveva prodotto enormi brillamenti, con immani esplosioni di radiazioni e un rarissimo brillamento di luce bianca, nonché la più forte emissione di raggi X mai registrata. La regione 4474 generò un’esplosione equivalente a miliardi di bombe H, che riscaldarono l’atmosfera solare portandola a una temperatura di decine di milioni di gradi e proiettandone miliardi di tonnellate nello spazio. Le onde d’urto dello scoppio si ripercossero tra i pianeti. L’energia compressa nella nube di gas espulsa raggiunse la Terra, scatenando una delle peggiori tempeste magnetiche mai registrate: il suo campo magnetico sconvolse quello terrestre, causando un blackout delle comunicazioni radio.

Nella primavera del 1989 una serie di tempeste magnetiche di eccezionale violenza causò la penetrazione di una nube di plasma solare fino al suolo, causando un vastissimo blackout nel Québec e nell’Est degli USA fino alla Virginia. La porte automatiche dei garages in California cominciarono ad aprirsi e chiudersi senza apparente motivo. Alcuni satelliti in orbite polari andarono fuori controllo per diverse ore.

Gravissimo è il rischio per le missioni spaziali con equipaggi. Se una navetta si trovasse nello spazio fuori della protezione offerta dalla magnetosfera terrestre, gli astronauti rischierebbero leucemia, cancro, cateratta, cecità, danni genetici, sterilità, perdita di conoscenza, e perfino, nel caso di brillamenti di particolare intensità, una morte piuttosto rapida. Gli astronauti riferirono di aver visto, durante le missioni lunari, bagliori nei loro occhi; un esame dei loro caschi dopo il rientro rivelò microscopici fori causati da protoni e nuclei di elio che avevano evidentemente attraversato le loro teste.

Nell’autunno del 2003 una serie di tempeste solari di inaudita violenza si fece sentire in tutto il Sistema Solare. L’onda d’urto investì Marte, deformando e strappando una parte della sua atmosfera, poi infranse il campo magnetico di Giove e poi quello di Saturno. Sulla Terra i suoi effetti furono limitati solo perché le eruzioni di plasma non erano dirette verso il nostro pianeta. Se un simile evento ci colpisse, gli effetti in termini di blackout energetici ed elettronici sarebbero probabilmente ancor più gravi di quelli registrati nel 1989 (Whitehouse 2004).

 

STELLE A NEUTRONI

Le stelle a neutroni sono “cadaveri stellari”, che si formano quando le parti centrali di una stella massiccia hanno esaurito il combustibile nucleare, e si trovano quindi incapaci di resistere all’attrazione gravitazionale. Una tipica stella a neutroni ha un diametro di 20 km, ha una massa minima di 1,4 volte quella del Sole (altrimenti sarebbe rimasta una nana bianca) e una massima di 3 volte quella del Sole (altrimenti sarebbe collassata in un buco nero). La sua rotazione è spesso molto rapida, per la citata legge di conservazione del momento angolare. La maggior parte delle stelle a neutroni ruota con periodi da 1 a 30 secondi, ma ne esistono alcune che arrivano a pochi millesimi di secondo.

Le parti centrali della stella collassano velocemente e il collasso è tanto più rapido quanto più densi sono gli strati, andando a formare una protostella a neutroni, mentre le parti più esterne della stella, che collassano più lentamente, vanno a scontrarsi con gli strati superficiali dell’astro, che ne arrestano la caduta, e ne invertono la direzione di moto. Questo genera un’onda d’urto che si muove verso l’esterno, con violenta emissione di particelle.

La materia alla superficie di una stella a neutroni è composta da nuclei ordinari ionizzati. Più in profondità si incontrano nuclei con quantità sempre più elevate di neutroni: questi nuclei decadrebbero rapidamente in condizioni normali, ma sono mantenuti stabili dall'enorme pressione. Ancora più in profondità si trova una soglia sotto la quale i neutroni liberi si separano dai nuclei e hanno un’esistenza indipendente. Andando verso il centro i nuclei diventano sempre meno, mentre la percentuale di neutroni aumenta. La natura esatta della materia superdensa che si trova al centro non è ancora stata chiarita, forse una mistura superfluida di neutroni con tracce di protoni ed elettroni, particelle ad alta energia come pioni (mesoni composti di quark di prima generazione) e kaoni (mesoni con numero quantico della stranezza). Le curve di raffreddamento di alcune stelle a neutroni confermerebbero l’ipotesi di stati superfluidi (e anche superconduttivi), almeno in alcune zone degli strati interni di tali astri.

Le manifestazioni di una stella a neutroni sono tre: pulsar (termine generico indicante una stella di neutroni che emette impulsi direzionali di radiazione rilevabili sulla Terra), eruzioni a raggi X (risultato di una stella a neutroni con una compagna binaria di piccola massa, dalla quale estrae materia che va a cadere sulla sua superficie; la materia che cade acquista un'enorme energia, produce raggi X ed è irregolarmente visibile), magnetar (un ripetitore gamma soft con un campo magnetico molto potente).

Le magnetar non sono facili da scoprire e piuttosto rare, ma rappresentano forse gli oggetti più pericolosi della galassia (Plait 2010). I loro campi magnetici sono molti milioni di miliardi di volte più forti del campo magnetico terrestre, nascono all’interno della stella ed escono attraverso la superficie. Terremoti stellari, che superano il grado 30 della scala Richter, possono sconvolgere il campo magnetico della stella, causando una super-eruzione che libera enormi quantità di energia. Nel dicembre 2004 una di tali super-eruzioni di una magnetar lontana 50.000 anni luce raggiunse la Terra ed ebbe effetti misurabili sull’atmosfera terrestre.

 

SUPERNOVE

Una supernova emette l’intera gamma dello spettro elettromagnetico: onde radio, raggi infrarossi, luce visibile, raggi ultravioletti, raggi X e raggi gamma ad alta energia, e può essere più luminosa di un’intera galassia. Si forma quando l’idrogeno nel nucleo di una stella massiccia si esaurisce, finchè il nucleo interno della stella è interamente costituito da nuclei di elio, che richiedono temperature ancora più alte ed una pressione più elevata per fondersi. La massa del nucleo aumenta, mentre cresce la pressione dell’energia gravitativa, finché le condizioni fisiche permettono la fusione dell’elio a formare carbonio e ossigeno. Questo processo di fusione nucleare libera maggior energia di quella alimentata dall’idrogeno, così che la stella diventa più luminosa. L’energia in eccesso liberata dal nucleo stellare raggiunge l’involucro esterno ancora costituito da idrogeno, dove la temperatura non è ancora abbastanza elevata per alimentare la fusione. Questo distrugge l’equilibrio tra la pressione e la gravitazione, per cui la stella reagisce come qualsiasi gas riscaldato: si espande. Nel frattempo gli strati esterni si raffreddano e la stella diventa rossa: una gigante rossa.

Stelle molto massicce, con masse molte volte superiori al Sole attraversano numerosi altri stadi ad intensità energetica sempre maggiore: il carbonio viene trasformato in neon, ciò che libera ancor più energia; poi il neon viene trasformato in magnesio e ossigeno, e l’ossigeno in silicio, poi il silicio in ferro; quest’ultimo stadio viene raggiunto solo dalle stelle di massa almeno venti volte superiore a quella solare. Verso la fine del ciclo vitale, una stella massiccia ha una struttura stratificata: lo strato esterno è formata dall’idrogeno superstite, al di sotto vi è uno strato di elio, che ne racchiude uno di carbonio; ulteriori strati, di neon, ossigeno, silicio, si susseguono fino all’interno della stella, il cui nucleo è formato di ferro al calor bianco. Il ferro, tuttavia, non è suscettibile di fusione nucleare, e quando se ne è formato a sufficienza, la stella massiccia giunge a morte, perché il suo nucleo non è più in grado di produrre energia e l’enorme quantità di elettroni nel nucleo viene a trovarsi in condizioni talmente estreme per altissima temperatura e fortissima pressione da trasformarsi in materia degenerata, che tuttavia riesce a resistere alla forza di gravità solo fino ad un certo punto.

Dato il sempre crescente accumulo di ferro nel nucleo, la massa di quest’ultimo aumenta costantemente, così come la sua forza gravitazionale. Se la massa del nucleo di ferro supera 1,4 volte la massa solare, la materia degenerata non è più in grado di fare da contrappeso alla gravitazione. Il nucleo collassa in un millesimo di secondo, alla velocità di 70.000 chilometri al secondo (circa un quarto della velocità della luce), da un diametro di molte migliaia di chilometri ad una sfera di pochi chilometri. Questo collasso riscalda il nucleo fino ad un miliardo di gradi, causando fotodissociazione in conseguenza dei raggi gamma ad alta energia, che possono distruggere perfino nuclei atomici: il collasso forma un improvviso, nel quale la materia viene risucchiata a velocità prossime a quelle della luce.

Da ciò si scatena un potente contraccolpo che inverte il movimento delle masse gassose scaraventandole nuovamente verso l’esterno ad altissima velocità. Tuttavia questo contraccolpo non basta a far esplodere la stella, e le masse gassose degli strati esterni tornano ad essere sottoposte a pressioni e temperature estreme, così che da protoni ed elettroni si formano non solo neutroni ma anche particelle subatomiche dette neutrini, di massa estremamente piccola, tanto da muoversi a velocità prossime a quella della luce e poter attraversare enormi quantità di materia senza esserne assorbite. Nel lasciare il nucleo, i neutrini gli sottraggono l’energia liberata dal collasso. La quantità di energia trasportata dai neutrini in un’unica emissione può essere pari all’energia emessa dal Sole nell’intera sua esistenza. In dieci secondi può venire emessa la vertiginosa quantità di neutrini pari a circa 1058 (1 seguìto da 58 zeri).

Contemporaneamente le masse di gas degli strati esterni ricadono nuovamente verso il nucleo, scontrandosi con i neutrini in uscita. Sebbene i neutrini possano attraversare senza problemi la materia normale, incontrano un guscio gassoso di densità così elevata che molti neutrini vengono frenati e deviati, e una certa quantità di essi (forse l’1%) viene assorbita, e questa minuscola frazione è sufficiente a caricare il guscio stesso di una quantità di energia pari a quella di cento miliardi di soli, che esce come un immenso lampo dalle masse gassose dello strato esterno della stella, le sconvolge e le fa esplodere. Molti quadriliardi (un quadriliardo è pari a 1027, o 1 seguìto da 27 zeri) di tonnellate di materia stellare esplodono verso l’esterno ad una velocità di parecchie migliaia di chilometri al secondo. Per ottenere almeno una vaga idea del significato di queste cifre, si tenga presente che 1020 (1 seguìto da 20 zeri) è già superiore al numero di secondi di esistenza dell’universo stesso.

L’evento è tanto gigantesco che perfino la piccola percentuale di energia trasformata in luce è chiaramente visibile in tutto l’universo. Inoltre la supernova emette enormi quantità di radiazioni elettromagnetiche (raggi X, gamma e ultravioletti). L’onda di pressione scatenata dall’esplosione si ripercuote negli strati esterni della stella, così che pressione e temperatura salgono al punto da rendere possibile la fusione nucleare. In questo modo si formano elementi più pesanti del ferro, poiché le condizioni generate dall’onda di pressione sono di gran lunga ancor più estreme di quelle nel nucleo della stella. Molte particelle dotate di massa vengono più fortemente accelerate di altre e le inevitabili collisioni che ne derivano provocano ondate di pressione ancor più gigantesche. I raggi X e gamma di una stella gigante giunta al parossisismo potrebbero danneggiare l’ozonosfera terrestre (Plait 2010), ma solo se la stella si trovasse a 25 anni luce o meno.

Invece, il più vicino a noi di questo tipo di astri è la supergigante rossa Betelgeuse, nella costellazione di Orione, a 642 anni luce dalla Terra, una distanza di quasi certa sicurezza che ridicolizza le “profezie” neopagane sulla fine del mondo basate sul calendario Maya, le quali insistevano appunto su una possibile esplosione di Betelgeuse. Di certo, anche se in questo caso non sembra esservi rischio per la Terra, si resta sbalorditi di fronte alla violenza estrema dell’universo, che ci mostra un cielo stellato in apparenza così sereno e tranquillo.

 

ESPLOSIONI DI RAGGI GAMMA

Nel caso di un collasso del nucleo di una stella estremamente massiccia, la materia e l’energia vengono concentrate in due fasci di radiazioni. Questi getti possono durare solo un paio di secondi, ma contengono più energia del Sole nella sua intera esistenza.

Eta Carinae è una stella gigantesca nel cielo australe, nella costellazione della Carena, e si trova a circa 7500 anni luce di distanza. Sembra si tratti di una stella doppia, e che la massa di una delle due stelle sia pari a un centinaio di volte la massa del sole. Nel 1843 su Eta Carinae vennero osservate gigantesche convulsioni, di intensità di poco inferiori a quelle di una supernova, con intensa espulsione di materia. Quando questa stella esploderà, potrebbe dar luogo a una supernova gigante (ipernova) o ad un’esplosione di raggi gamma. Che succederebbe se i getti di Eta Carinae esplodesse come ipernova proprio nella nostra direzione? La sua luminosità diverrebbe decupla di quella della luna piena. Riceveremmo dosi enormi di raggi ultravioletti, sia pure per un breve periodo. Chi si trovasse all’aperto potrebbe riportarne una lieve scottatura. I raggi gamma e X assorbiti dall’atmosfera avrebbero effetti assai più gravi di quelli provocati dalla più vicina supernova.

La conseguenza immediata sarebbe un potente impulso elettromagnetico, molto più forte di quello che si verificò nel 1962, quando, con l’esercitazione militare denominata “Starfish Prime”, le forze armate statunitensi fecero esplodere sulle isole Hawaii, annesse agli Usa da soli tre anni, un ordigno nulceare di 1,4 megatoni a una quota di 400 chilometri: l’impulso elettromagnetico generò un sovraccarico che spense l’illuminazione stradale e fece fondere le linee ad alta tensione, lasciando al buio case e ospedali e guastando irreparabilmente radio e televisori.

Un’esplosione di Beta Carinae rivolta verso la terra avrebbe conseguenze devastanti per l’atmosfera terrestre, anzitutto per l’ozono, massicciamente dissociato dai raggi gamma: ne verrebbe distrutto dal 35 al 50% o più. Le conseguenze si continuerebbero a risentire per anni; perfino dopo un quinquennio mancherebbe ancora un 10% dell’ozono, con notevoli pericoli per la salute umana e le catene alimentari. I raggi gamma causerebbero una massiccia sintesi di biossido di azoto, che assorbirebbe la luce solare facendo sensibilmente raffreddare la superficie terrestre. Si aggiunga a questo una cospicua acidificazione dell’atmosfera e dell’idrosfera, con devastanti piogge acide.

Gravissimi danni causerebbero i raggi cosmici, non più frenati a causa dei danni subiti dall’atmosfera: una vera pioggia di mioni (particelle a carica negativa di massa intermedia fra quelle dell’elettrone e del protone). La superficie terrestre sarebbe colpita da non meno di 50 miliardi di mioni per centimetro quadrato, ciò che per un corpo umano non protetto corrisponde al decuplo della dose mortale. La maggior parte degli animali e della piante sarebbero quindi morti da tempo prima che potessero farsi sentire i danni causati dall’assottigliamento dell’ozono (Plait 2010).

Vi è un’altra stella, contrassegnata come WR104, nella costellazione del Sagittario, che potrebbe regalarci un’eplosione di raggi gamma: si tratta di un sistema binario, in cui l’astro maggiore della coppia è una stella massiccia il cui ciclo di esistenza si avvicina alla fine. WR 104 si trova all’incirca alla stessa distanza di Beta Carinae, circa 8000 anni luce dalla Terra. I http://it.wikip">venti stellari dei due astri generano una spettacolare quanto rarissima nube a spirale di estensione pari forse a 20 volte il nostro Sistema Solare. L’asse di rotazione di WR 104 è allineato proprio nella nostra direzione e il lampo gamma potrebbe colpirci in pieno, spazzando via circa il 25 % dell'http://it.wikipedia.org/wiki/Atmosfera_terrestr">atmosfera terrestre, con effetti devastanti per il nostro pianeta. Poiché i raggi gamma viaggiano alla velocità della luce non vi sarebbe alcun preavviso.

 

MORTE DEL SOLE

Anche il Sole morirà. La cosa non ci tocca molto da vicino, perché prima che ciò avvenga dovranno passare miliardi di anni. Comunque non è privo di interesse, spirituale oltre che scientifico, prenderne atto, come segno del tramonto inevitabile della materia e quindi del pietoso fallimento del materialismo.

Poiché il Sole non è abbastanza grande da attivare la fusione nucleare dell’elio, sta formando un nucleo di elio incandescente, riscaldando sempre più l’interno del Sole, e questo calore si diffonde anche alla superficie, e in seguito a questo riscaldamento il Sole diviene più luminoso. Oggi è circa del 40% più luminoso rispetto all’inizio del processo di fusione nucleare e lo diverrà sempre più, man mano che al suo interno si accumulano sempre maggiori quantità di elio.

Oltre a diventare più luminoso, il Sole si espanderà. Il vento solare diventerà sempre più forte ed espellerà gli strati più esterni dell’atmosfera. Dopo 7 miliardi di anni non vi sarà più idrogeno. Metà della massa solare si appoggerà direttamente sul nucleo di elio, comprimendolo. L’aumento di pressione farà aumentare la temperatura, finché l’idrogeno che forma un sottile strato intorno al nucleo comincerà a fondersi.

Questo processo di fusione libererà energia, ciò che aumenterà ancor più il calore all’interno del Sole, per cui gli strati esterni reagiranno espandendosi. Per circa 700 milioni di anni il Sole sarà in condizione di “sub-gigante”. La superficie si raffredderà e il Sole apparirà di color arancio. All’età di 11,6 miliardi di anni, l’elio nel nucleo degenererà: aumenterà la temperatura ma non la pressione. Gli strati esterni si espanderanno ancora, fino a 100- o 150 volte l’attuale dimensione, mentre la luminosità aumenterà di 2400 volte e il colore diverrà completamente rosso: sarà così nata una gigante rossa. In proporzione all’espansione della stella, rallenterà anche la sua rotazione, in accordo con la solita legge di conservazione del momento angolare. Attualmente una rotazione del Sole dura un mese, come gigante rossa occorreranno più di otto anni.

La forza gravitazionale alla superficie si ridurrà a meno di 1% rispetto a quella della Terra. Pochissimo trattenute dalla debolissima gravità, le particelle della superficie verranno spazzate via e il Sole perderà una cospicua parte della sua massa, e ciò ne indebolirà ancor più la forza gravitativa, per cui i pianeti se ne allontaneranno sempre più: solo Mercurio e forse Venere potrebbero essere inghiottiti. La Terra sfuggirà, e dopo 8 miliardi di anni seguirà un’orbita molto più lontana. Naturalmente, sul pianeta non vi sarà più vita, gli oceani saranno evaporati, la superficie sarà completamente fusa.

Divenuto gigante rossa, il Sole avrà un diamentro di 240 milioni di chilometri. A circa 7,7 miliardi di anni da oggi, il nucleo del Sole raggiungerà la temperatura di 55 milioni di gradi, tanto da permettere la fusione di elio a formare carbonio: un processo particolarmente sensibile alle oscillazioni di temperatura: un lieve riscaldamento farà accelerare moltissimo la fusione e ciò farà salire ancor più la temperatura, da cui un ulteriore aumento della velocità di fusione.

In pochi secondi il processo andrà fuori controllo e il nucleo di elio del Sole esploderà come una bomba, liberando la medesima quantità di energia come tutte le altre stelle della galassia messe insieme: si tratta del cosiddetto “lampo dell’elio”. Non si tratterà di una supernova: la materia degenerata assorbirà l’energia liberata, e ciò renderà nuovamente normale la materia degenerata. La pressione resterà elevata, senza tuttavia ritornare alle strane condizioni quantiche precedenti, mentre l’incontrollata fusione di elio verrà indebolita e un minor calore raggiungerà lo strato esterno.

In breve tempo (circa un milione di anni), appena la gigante rossa avrà raggiunto la massima espansione, comincerà a contrarsi, fino a 14 milioni di chilometri, con lo strato esterno alla temperatura di circa 4500 gradi Celsius. La luminosità diminuirà, come pure il vento solare. Nel nucleo del Sole si formeranno carbonio e ossigeno, ma entrambi gli elementi resteranno inerti, poiché la temperatura nel nucleo è troppo bassa per poter avviare il processo di fusione. Il nucleo si contrarrà e il Sole comincerà di nuovo a riscaldarsi.

Nei successivi 20 milioni di anni il Sole diverrà sempre più luminoso e si espanderà fino a 30 milioni di chilometri, mentre l’elio nel nucleo si esaurirà. Il carbonio e l’ossigeno nel nucleo cominceranno a contrarsi e il Sole diverrà nuovamente una gigante rossa, raggiungendo un diametro molto maggiore di prima, e questa volta con rapidità molto maggiore, poiché carbonio e ossigeno hanno caratteri fisici diversi dall’elio. La seconda espansione non richiederà, come la prima, 600 milioni di anni, ma soltanto 20 milioni.

Il Sole emetterà 3000 volte più energia rispetto ad oggi, e il vento solare riprenderà forza. Circa 7,76 miliardi di anni da oggi, il nucleo di carbonio e ossigeno subirà una tale compressione da degenerare. In un sottile strato, leggermente degenerato, che circonda il nucleo, continua la fusione dell’elio, mentre la fusione dell’idrogeno nello strato soprastante è ancor più dipendente di prima dalla temperatura. Ogni minimo aumento di temperatura condurrà ad un fulmineo quanto enorme aumento della velocità di fusione che si scaricherà in un enorme lampo di energia. Questa volta, tuttavia, gli strati esterni del Sole non avranno tempo di espandersi captando l’energia addizionale. In pochi anni il Sole espellerà enormi quantità di materia.

Dopo che l’energia si sarà scaricata in un lampo, il guscio di elio impiegherà circa 100.000 anni per raffreddarsi, e poi il processo si ripeterà, giungendo ad un secondo lampo di energia e di espulsione di materia. Dopo altri 100.000 anni seguiranno un terzo e poi un quarto lampo ed espulsione di materia. Durante queste periodiche eruzioni il Sole si espanderà nuovamente, raggiungendo un diametro di 320 milioni di chilometri, che basta a raggiungere l’attuale orbita terrestre. Ma la Terra a quell’epoca si sarà molto allontanata, ma sarà spaventosamente riscaldata, fino ad oltre 1000 gradi Celsius, e sarà investita, alla velocità di molti chilometri al secondo, da mille miliardi (1015) di tonnellate di materia.

Dopo la quarta esplosione di questo genere, anche l’ultimo resto del guscio di elio sarà stato espulso. Una buona metà della massa solare sarà ormai dispersa nello spazio: resterà solo il nucleo di carbonio e ossigeno, avvolto da un sottile strato di elio estremamente caldo. Il nucleo avrà all’incirca le dimensioni della Terra e sarà formato dalla metà residua della massa, per cui avrà una densità elevatissima. Irraggerà calore, avendo una temperatura di circa 110.000 gradi Celsius e una luminosità molte migliaia di volte più forte del Sole odierno.

Ma senza fusione manca una fonte di energia. Circondato da una nube planetaria che finirà per mescolarsi col gas galattico e diventare indistinguibile da esso, il Sole sarà ridotto a una nana bianca. Sarà ancora abbastanza caldo da emettere raggi ultravioletti, ma irraggerà sempre meno luce man mano che si raffredderà: il suo colore passerà dal bianco al blu, poi al giallo, all’arancione, al rosso. Infine irraggerà nell’infrarosso, finché in un paio di milioni di anni si ridurrà ad essere invisibile (Plait 2010).

Dopo oltre 12 miliardi di anni e una movimentata vicenda di espansione, contrazione ed eruzioni, il Sole sarà morto per sempre.

 

BIBLIOGRAFIA

PLAIT P. (2010) Tod aus dem All. Wie die Welt einmal untergeht, Hamburg, Rowohlt

VIETRI M. (2006) Astrofisica delle alte energie, Torino, Bollati Boringhieri

WHITEHOUSE D. (2004) The Sun. A biography, London, Wiley

 


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LUGLIO
2012
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A CHI GIOVA IL DARWINISMO?

Perfino gli evoluzionisti dubitano della darwiniana “lotta per la vita”

Studiando la presunta evoluzione umana, “Wallace notò che lo sviluppo del cervello è avvenuto con largo anticipo rispetto all’impiego della sua facoltà, ma in base alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale non è possibile che una struttura, per di più complessa, venga prodotta migliaia di anni prima dell’impiego che avvantaggerà l’organismo in cui si è manifestata.” (Pennetta 2011, p. 62). Vedi The limits of natural selection as applied to man (I limiti della selezione naturale nella sua applicazione all’uomo), uno scritto di Wallace del 1870. I digrignanti guardiani dell’ortodossia darwiniana hanno fatto in modo che questo scritto avesse meno diffusione possibile. Ma l’obiezione di Wallace è tuttora pienamente valida.

Altra grave difficoltà è stata rilevata da Theodor Eimer (1843-1898), che nel 1888 pubblicò “Origine delle specie in base all’ereditarietà dei caratteri acquisiti secondo le leggi dell’accrescimento organico”. Eimer ipotizzava un effetto diretto dell’ambiente, in senso lamarckiano, perché la selezione naturale non spiega l’origine delle nuove caratteristiche; prima che qualcosa venga selezionato bisogna anzitutto che esista.

Anche l’idea che una selezione naturale, del tipo di quella artificiale messa in atto dagli allevatori, potesse condurre a un progressivo e continuo cambiamento di caratteri era stata smentita dagli studi di Wilhelm Ludwig Johansen (1857-1927). I primi passi in questo senso erano stati in realtà compiuti da Galton, che aveva stabilito il “principio di regressione” secondo il quale un carattere tende ad allontanarsi dalla media dei genitori per spostarsi verso quella della popolazione. Se ad esempio si prendessero due coppie all’interno di una popolazione di cui una costituita dai due genitori più alti e l’altra dai due più bassi, secondo il principio di regressione i figli della coppia più alta non sarebbero ancora più alti dei genitori (come voleva la teoria darwiniana), ma tenderebbero ad esserne più bassi spostandosi verso la media della popolazione. Parimenti, i figli della coppia più bassa tenderebbero ad essere più alti dei genitori, avvicinandosi alla media della popolazione. Questa legge porterebbe, nel caso delle giraffe, a non ottenere giraffe dal collo sempre più lungo incrociando tra loro quelle portatrici di tale carattere più sviluppato.

Johansen verificò questo fenomeno effettuando degli esperimenti con delle piante di fagiolo, nel corso dei quali incrociava tra loro quelli che producevano piante dalle caratteristiche poste all’estremità della curva di popolazione. Questo significava che i fattori ambientali non avevano alcuna influenza sulle caratteristiche delle generazioni successive. Il risultato fu conforme a quanto atteso in base al principio di regressione: non era possibile spingersi oltre i limiti estremi della popolazione di partenza. Questo principio invalidava, come prova dei meccanismi evolutivi, il già citato esempio della farfalla Biston betularia. Infatti la colorazione non può spingersi oltre quelle presenti nella popolazione di partenza. (Pennetta cit., pp. 101-102).

Secondo Wells, Huxley & Wells (1931) il gradualismo sarebbe dimostrato da “innumerevoli fatti”. In realtà è proprio il gradualismo uno dei punti più negativi, che il darwinismo non riesce a risolvere. Darwin aveva invocato la lacunosità della documentazione paleontologica, ma la mancata formazione di fossili di un dato periodo può spiegare l’apparente salto fra una specie e l’altra, mentre “la persistenza di una stessa specie in strati diversi (anche intermittenti) testimonia con certezza che in quell’intervallo di tempo l’evoluzione non si è verificata e, se si ammette il gradualismo, un tale fenomeno di ‘stasi’ non dovrebbe verificarsi. In un’ottica darwiniana la stasi sarebbe spiegabile solo con il verificarsi di una ‘selezione stabilizzante’, quella situazione in cui ogni cambiamento peggiorerebbe l’adattamento e la specie è mantenuta stabile. Ma questa spiegazione vale se le condizioni ambientali non variano. Infatti, come potrebbe una specie restare perfettamente adattata al drastico variare delle condizioni che determinano la sopravvivenza stessa? L’argomento è stato affrontato da Stephen Jay Gould, facendo riferimento a studi che confermano la stabilità delle specie anche in condizioni di forte cambiamento, come le ere glaciali.” (Pennetta cit., p. 118).

A cavallo fra gli anni Trenta e Quaranta del sec. XX, “il paleontologo George Gaylord Simpson, curatore dell’American Museum of Natural History, espose il forte convincimento che la storia evolutiva sia una storia di tipo discontinuo. Simpson era un darwiniano e non aveva quindi pregiudizi nei confronti del meccanismo gradualista, ma con i dati che emergevano dai reperti paleontologici non poteva ‘incolpare’ i fossili per le lacune nella storia evolutiva. In particolare Simpson era colpito dalla mancanza di stadi intermedi tra i progenitori dei pipistrelli e questi ultimi, così come lo era del fatto che non esistono stadi intermedi tra i progenitori delle balene e queste ultime, giungendo così alla conclusione che la loro evoluzione dovesse essere avvenuta in modo discontinuo. Oltretutto questi due gruppi sono rimasti stabili negli ultimi 55 milioni di anni evidenziando un tasso di mutazione estremamente lento e rendendo assurdi i tempi stimati per la loro evoluzione. Simpson, esaminando i fossili di pipistrelli e balene lungo un periodo che copriva gli ultimi 55 milioni di anni e analizzandoli come un film a ritroso (qualcosa di analogo a ciò che si fa con il movimento delle galassie per determinare il momento dell’inizio dell’universo), poteva indicare il momento in cui era iniziato il distacco dai mammiferi terricoli. Ma i risultati di questo calcolo portavano a collocare tale momento in un periodo in cui gli animali placentati, che sono datati circa 100 milioni di anni fa, non si erano ancora formati. Per Simpson l’unica spiegazione possibile era una discontinuità nella velocità dell’evoluzione: ipotesi che inevitabilmente non sarebbe stata compatibile con il gradualismo.” (Pennetta 2011, p. 119). Simpson proponeva quindi un’evoluzione a balzi, di tipo quantistico.

Ma la macchina organizzativa di sostegno all’ortodossia gradita ai poteri forti era in moto per la costruzione del consenso. La Royal Society premiò e accolse tra i suoi “fellows” e “foreign members” tutti i protagonisti della rinascita del neodarwinismo, basato sull’immarcescibile gradualismo e quindi sulla competizione: Thomas Hunt Morgan (1919), sir Ronald Aymler Fisher (1929), John Burdon Sanderson Haldane (1932), Theodosius Nemirov Dobzhansky (1965). Perseguitato dai poteri forti come “eretico”, Simpson (1953b) dovette arrendersi e abiurare le sue idee di evoluzione non graduale.

Nel 1949 John Nash, riprendendo la teoria dei giochi di John Von Neumann e Oskar Morgenstern (1944), pubblicò un breve articolo sui giochi “non cooperativi”, in cui dimostrava praticamente che la scelta competitiva non era quella migliore in assoluto, ma al contrario il massimo vantaggio per tutti si ottiene scegliendo di cooperare. In questo modo veniva ribaltata la teoria di Adam Smith, secondo cui il risultato migliore si ottiene dall’egoismo e dalla competizione. In questo modo veniva scalzata un’importante implicazione dal punto di vista evoluzionistico, tanto che nel 1965 la biologa Lynn Margoulis propose l’idea che il motore principale dell’evoluzione fosse appunto la cooperazione, di cui abbondano esempi tra gli esseri viventi di specie diverse. (Pennetta cit., pp. 176-178).

Nello stesso anno l’economista Ester Boserup (1965) confutò la già ampiamente screditata teoria malthusiana delle progressioni geometriche per la popolazione e di quelle aritmetiche per le risorse. Infatti, se l’andamento ipotizzato da Malthus era indicato da una linea retta che rappresentava l’incremento aritmetico delle risorse e da una linea curva di tipo esponenziale che rappresentava quello della popolazione, nello studio della Boserup, pur restando esponenziale l’andamento della curva di popolazione, le risorse si sviluppavano secondo un andamento per brusche variazioni che consentivano alle due figure di svilupparsi n modo compatibile. (Pennetta cit., p. 176). Veniva così compromessa la credibilità della teoria malthusiana che aveva ispirato a Darwin l’idea della “lotta per la vita”.

Le ricerche di Nash, della Margoulis e della Boserup rappresentarono una sconfitta di prima grandezza per il piatto evoluzionismo per competizione e selezione, e questo ridiede spazio all’evoluzione quantistica, per salti, che riemerse nel 1972, col libro Punctuated equilibria: an alternative to phyletic gradualism (Equilibri punteggiati: un’alternativa al gradualismo filogenetico), dei già citati Niles Eldredge e Stephen Jay Gould. I loro “equilibri punteggiati” interferivano con la legittimazione delle politiche di asservimento e sfruttamento dei paesi poveri: l’evoluzione non era più sinonimo di “progresso”, essendovi cambiamenti improvvisi e imprevedibili. Nel mondo vivente regnava la collaborazione piuttosto che la competizione, le iniziative eugenetiche erano inutili, la selezione naturale non bastava a spiegare l’evoluzione, e veniva incrinata la certezza dogmatica che i neodarwinisti avevano imposto.

Le reazioni dei darwinisti politicamente corretti furono isteriche: scalzare il darwinismo più tradizionale aveva, per l’imperialismo dei poteri forti anglosassoni, conseguenze devastanti: niente più competizione, niente più legittima preminenza di un gruppo su un altro, niente più eugenetica, niente più forzato controllo delle nascite. I poteri forti (Commissione Trilaterale, gruppo Bilderberg, loggia Rockefeller 666, et similia) non potevano sopportare idee del genere.

Della controffensiva restauratrice e retrograda si incaricò il furiosamente ateo Richard Dawkins con il libro The selfish gene (Il gene egoista), del 1976, nel quale fantasticò una sorta di mito della “creazione”, di religione onnicomprensiva che non ammette altra spiegazione fuori di se stessa. Darwin avrebbe segnato un’epoca, con una visione altrettanto rivoluzionaria quanto quella copernicana. Darwin avrebbe spiegato tutto, l’origine della vita, l’evoluzione della vita, il (non) significato della vita. L’uomo? solo un animale, che si esaurisce nelle funzioni puramente biologiche. Non esisterebbero altri livelli di realtà. Nient’altro da capire e da spiegare. Naturalmente Dawkins impiega molte più parole per presentare le sue amenità e prendersi gioco dell’intelligenza dei lettori, ma il succo è questo. Chiacchiere indimostrate? Ripetizione di vecchie sciocchezze? Valore scientifico sottozero? Certamente. Solo che Dawkins è dalla parte “giusta” della barricata, dalla parte che dispone di tutti i giornali, di tutti i microfoni, di tutte le televisioni, di tutte le case editrici. Dalla parte che ha eletto Darwin a nume tutelare del dominio mondiale anglosassone. Dalla parte che ha elevato a scienza la sistematica manipolazione del consenso e l’imposizione del bavaglio ai dissidenti.

Impeccabilmente allineato sulle esigenze propagandistiche e mistificatorie dei poteri forti anglosassoni, Richard Dawkins ripropone, oltre al neodarwinismo, il neomalthusianesimo, questa chiave di volta della politica americana mirante ad arginare la vitalità degli altri popoli, che potrebbero far concorrenza agli USA. Per far penetrare a livello popolare il verbo malthusiano antinatalista, Dawkins ha introdotto il concetto di “meme”, che sarebbe il “replicatore” della trasmissione culturale, o replicatore delle idee. In questo modo la cultura diventa campo di applicazione dell’evoluzionismo. Il meme sarebbe assimilabile a un parassita della mente, come un virus capace di replicarsi infettando altre menti. Prove? Non facciamo ridere. Si tratta di un’affermazione apodittica, gratuita e pretestuosa, non sostenuta che dalle affermazioni di Dawkins.

Ma l’idea balzana del meme serve. A cosa? a distruggere la religione. E perché distruggere la religione? perché si oppone al controllo delle nascite, ledendo i poteri forti anglosassoni e il loro delirio di onnipotenza. Se alcune idee sono “virus” del cervello, non opinioni e convinzioni, ma malattie che richiedono di essere curate, siamo di fronte ad uno spaventoso potenziale di propaganda distruttiva, orientata all’annientamento delle idee contrarie, presentate come aberrazioni e non come alternative legittime, come prescritto dal Leviathan di Thomas Hobbes (1909, pubbl. la prima volta 1651). Non può sfuggire, naturalmente, lo stretto parallelismo con l’uso sovietico dei manicomi per la repressione del dissenso, dissenso che spesso si manifestava come credenza religiosa ostile all’ateismo di stato.

Dawkins fornisce dunque lo strumento per rendere “scientifica” la lotta alle opinioni non in sintonia con quelle ufficiali. Se i memi parassiti sono quelli che si oppongono alla verità di Stato, una delle maggiori fonti di verità alternative, e quindi indesiderabili, nel XX secolo come nel Rinascimento, era la Chiesa cattolica dalla quale l’Inghilterra dell’età elisabettiana si era resa autonoma. Ma per l’Inghilterra elisabettiana era stato sufficiente liberarsi dell’autorità religiosa, per il mondo del XX secolo questo non basta più; il bersaglio principale nella lotta ai memi parassiti si manifesta immediatamente: “Consideriamo l’idea di Dio. Non sappiamo in che modo si sia originata nel pool memico”. (Pennetta cit., p. 186).

L’attacco ateo si fa più brutale nello scritto Viruses of the mind (Virus della mente) (Dawkins 1991), nel quale lo sconsiderato paragona una suora cattolica a un agente infettivo e la mente di bambini esposti al suo influsso a organismi immunodeficienti da proteggere contro le infezioni.

Dawkins, senza mezzi termini, indicava la Chiesa cattolica come la maggior fonte di “infezioni” mentali di tale malattie, indicandone i “sintomi”: “1) la fede; 2) la mancanza di prove per la propria fede [sic]; 3) la convinzione che il “mistero” sia qualcosa di buono (con particolare riferimento alla Transustanziazione del pane e del vino nella Messa e alla Trinità, dogmi entrambi presenti nella Chiesa cattolica); 4) intolleranza verso le fedi antagoniste; 5) capacità di avvertire, da parte del paziente, che le proprie convinzioni fanno parte di una realtà epidemiologica. Il luogo di nascita determina la religione, non le prove; 6) nel raro caso che il paziente segua una religione differente da quella dei genitori, la spiegazione sarebbe comunque epidemiologica; 7) le sensazioni intime del paziente potrebbero essere reminiscenze associate alla sessualità.” (cit. in Pennetta cit., p. 187).

Qui siamo perfino al di sotto della malascienza, che in qualche modo assomiglia alla scienza, o almeno la scimmiotta. Siamo di fronte al gracchiare insensato di una mente malata di cristofobia. Ma il fatto più grave è che il gracchiare insensato è voce ufficiale dell’imperialismo razzista anglo-americano che, già ricco e potente, cospira per diventare il padrone del mondo. Il carattere razzista del malthusianesimo, e in particolare della sua espressione di punta, l’aborto, è palese: la gente di colore rappresenta il 15% della popolazione statunitense totale, ma il 40% degli aborti riguardano madri di colore; in Cina l’aborto fa strage specialmente di esseri umani di sesso femminile, ai quali è negato il diritto di nascere.

Nella conferenza Beijing +5 del 2000, la politica neomaltusiana fu accusata di “colonialismo sessuale”. Il 25 gennaio 2009, tre giorni dopo, la decisione di Barack Obama di ripristinare i fondi delle organizzazioni non governative che promuovono l’aborto è stata definita da Steve W. Mosher, presidente del Population Research Institute della Virginia (un’organizzazione per la difesa della vita), “un esempio dell’imperialismo americano”. Mosher ha inquadrato perfettamente la situazione rilevando che “la maggior parte dei Paesi del mondo vieta l’aborto; così facendo, Obama viola anche i principi di tutte le religioni.” (cit. in Pennetta cit., p. 197).

 

Perché proprio quel particolare tipo di evoluzionismo?

Ai poteri forti anglosassoni non interessa dunque neppure il trionfo dell’evoluzionismo in sé, non si battono per presunti “diritti” della scienza, anche se di quei “diritti” non fanno che riempirsi la bocca. Al contrario, essi sostengono un particolare tipo di evoluzionismo, solo quello, perché fa loro comodo politicamente. L’evoluzionismo ha da essere ateo, neodarwinista, graduale, basato sulla “lotta per la vita”, sulla “competizione per l’esistenza”: si tratta della versione meno sostenibile, meno aderente ai dati paleontologici, i quali, come abbiamo visto, non offrono “anelli di congiunzione”. Perché accanirsi proprio per quel tipo di evoluzionismo, combattendo tutti gli altri? Perché rifiutare qualsiasi conciliazione con la Fede in Dio, tutt’altro che impossibile, visto che la Chiesa non ha mai condannato Darwin e si è sempre mostrata (fin troppo) conciliante e possibilista?

Il motivo è che in passato la frode evoluzionistica serviva alla congrega di atei senza scrupoli per sostenere l’imperialismo razzista inglese, e oggi viene impiegata da un’altra congrega senza scrupoli (la Commissione Trilaterale, il gruppo Bilderberg, la loggia Rockefeller 666, e i loro lacché, come università, stazioni radio e televisive, accademie varie, National Geographical Society e simili) a sostegno dell’imperialismo americano, e del “naturale” trionfatore della “lotta per la vita”, l’uomo “superiore”: il bianco protestante anglosassone.

Ciao,Darwin, grazie Darwin. La tua teoria sta devastando il mondo, giustificando, fra l'altro, i rapaci artigli dei poteri forti che attingono alle nostre tasche. Come mai tanta frenesia di darwinismo negli ambienti dell'alta finanzia speculativa e di rapina, che ha imposto il darwinismo all'ONU, all'Unione Europea, a tutti i maggiori organismi internazionali dominati dai poteri forti? Che gliene frega di una teoria biologica ai grandi banchieri?

Gliene frega, gliene frega moltissimo. Perché il darwinismo, imposto brutalmente dai poteri forti, non è una semplice teoria scientifica aperta alla discussione. Si tratta invece di una visione globale del mondo, tale da imporre modi di pensare e comportamenti che servono a lorsignori che tirano le fila del loro smisurato arricchimento e dello sfruttamento altrui.

Infatti, se Darwin ha ragione, allora si giustificano tutte le ineguaglianze. I superbanchieri non hanno nessuna colpa se sono al vertice e governano il mondo imponendo ai loro burattini politici di fare quel che a loro comoda: poverini, è la selezione naturale che ha dato loro poteri superiori. I fantozzini non possono lamentarsi, se la selezione naturale li ha fatti così, che stiano al loro posto. Questa è l'ideologia che regna nel mondo, e la crisi che ci è piovuta addosso è solo una delle sue conseguenze.

E io pago.


BIBLIOGRAFIA

BOSERUP E. (1965) The conditions of agricultural growth: the economics of agrarian change under population pressure, Chicago, Aldine; London, Allen & Unwin

DAWKINS R. (1976) The selfish gene, Oxford, Oxford University Press

HOBBES T. (1909) The Leviathan, or the matter, form and power of a commonwealth, Oxford, Clarendon Press (pubbl. la prima volta 1651)

VON NEUMANN J. & MORGENSTERN O. (1944) Theory of games and economic behavior, Princeton, N.J., Princeton University Press

PENNETTA E. (2011) Inchiesta sul darwinismo. Come si costruisce una teoria. Scienza e potere dall’imperialismo britannico alle politiche ONU, Siena, Cantagalli

SIMPSON G.G. (1953) Major features of evolution, New York, Columbia University Press

WELLS H.G., HUXLEY J. & WELLS G.P. (1931) The science of life, London, Waverley Book Company


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LUGLIO
2012
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POVERA EUROPA

Che aria tira nelle auliche stanze dell’euroburocrazia?

Nelle stanze euroburocratiche, insieme ai lauti stipendi e all’aria condizionata, circolano i miasmi cimiteriali dell’inno europeo, il prestigioso quarto movimento della Nona Sinfonia in re minore op. 125, “Corale”, di Ludwig van Beethoven, su testo dell’“Ode alla gioia” di Friedrich Schiller. La “gioia” cantata dal poeta è naturalmente quella massonica, radicata nella cimiteriale filosofia della gnosi, in diretta opposizione alla presunta “tristezza” della Fede cattolica. È un folle “salto in avanti”, quello che Schiller propone in quell’ode: una tabula rasa che, ignorando la realtà, dipinge un mondo “magico” di inesistente e impossibile bontà, da ottenersi abbracciando questa generica e impalpabile “gioia”.

L’Europa unita era cominciata, nel dopoguerra, con quello che sembrava un indirizzo cristiano impresso da Adenauer, Schumann e De Gasperi. Il massone Richard Nikolaus, conte di Coudenhove-Kalergi, e il Paneuropa-Bewegung (Movimento Paneuropa), da lui fondato, si incaricarono di imprimere al processo di unione europea un’impronta decisamente laicista e cristianofobica, di pretto stile massonico, ottenendo davvero un brillante successo. Fin dal 1955, il Coudenhove-Kalergi cominciò ad agitarsi perché l’ode di Schiller, modificata e musicata da Beethoven, divenisse il nuovo inno europeo. Dal 1972 venne adottata dal Consiglio d’Europa, e nel 1985 divenne inno ufficiale dell’Unione Europea.

Un esame del testo schilleriano rivela agghiaccianti caratteristiche di poesia satanica e un’assoluta incompatibilità col Cristianesimo: la “gioia” massonica farebbe diffondere una mitica “simpatia” che “eleva alle stelle”, dove “in trono siede l’ignoto” (Zu den Sternen leitet sie, wo der Unbekannte thronet). Tutti gli esseri “bevono gioia ai seni della natura, tutti i buoni, tutti i cattivi seguono la sua traccia rosata” (Freude trinken alle Wesen an den Brüsten der Natur; alle Gute, alle Bösen folgen ihrer Rosenspur). Non è chiaro come la “simpatia” possa far ascendere alle stelle, non è chiaro come questa mescolanza di buoni e cattivi possa conciliarsi con la giustizia, ma soprattutto disturba quella parola “l’ignoto” (il Dio infinitamente misericordioso, che si è fatto crocifiggere per salvarci, sarebbe “ignoto”?), come pure il fatto che si parli alternativamente di “dei” (Götter) e di “un Dio più grande” (großer Gott): confusione gnostica e superficiale politeismo sono qui mescolati in modo grottesco.

Peggio, vi è l’autoassoluzione dell’umanità (unser Schuldbuch sei vernichtet / ausgesöhnt die ganze Welt!, “il libro del giudizio sia annientato, riconciliato sia il mondo intero”), come se toccasse all’uomo giudicare se stesso e autoassolversi. Evidente l’inganno insito nell’intero discorso: delinea un’umanità redenta di forza propria, non bacata dal peccato originale e da tutti i peccati successivi, affogata in un mare di buonismo che è asfissiante utopia, del tutto irraggiungibile e priva di senso. Il massone Schiller propone il perdono universale, anche a chi non si pente: è appunto il perdono diabolico, che assicura la stabilizzazione del disordine e dell’ingiustizia. Subdolamente, tale perdono diabolico viene mascherato da una superficiale somiglianza alla dottrina cristiana del perdono: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” diventa richtet Gott, wie wir gerichtet, “Dio giudica come noi giudichiamo”, in altre parole saremmo noi ad “insegnare” a Dio cosa fare.

Scopertamente satanici, poi, sono i riferimenti al Wurm, il “drago” (da sempre simbolo diabolico) che “gode voluttà” (Wollust ward dem Wurm gegeben), e al “cherubino” (Lucifero) che, in atto di ribellione, sta in piedi davanti a Dio, invece di inginocchiarsi. Altri traducono Wurm con “verme”, invece che “drago”, ma questa parola era usatissima, ancora nell’Ottocento avanzato, per indicare appunto il drago (vedi Wagner nella Tetralogia, dove Fafner, che custodisce il tesoro dei Nibelunghi, è chiamato “Wurm”), e il drago si accorda meglio con il concetto, che immediatamente segue, del cherubino ribelle che pretende di non inginocchiarsi di fronte a Dio (und der Cherub steht vor Gott).

Sotto lo strato superficiale di melassa buonista e pacifista dell’Ode alla gioia, magnificata da tutti i critici che “contano” e resa celebre dall’enfatica e sovraccarica musica di Beethoven, si nasconde un mare di assoluta confusione intellettuale e di veleno morale quale difficilmente è dato incontrare in poesia. Sull’onda dell’entusiasmo per il crollo del comunismo, si è tentato di sostituire, nell’inno europeo, alla “gioia” la “libertà”, così che An die Freude sarebbe diventato An die Freiheit: certo un’espressione più sana, ma i boss della massoneria hanno preteso che il testo restasse invariato.

Così, questa è l’aria che tira nelle auliche stanze euroburocratiche: l’aria della decrepita filosofia gnostica, del ripiegamento verso i lidi avvelenati del primitivismo neopagano e del puro e semplice satanismo, imposti con tutti i mezzi, tappando la bocca a qualsiasi voce cristiana. La costituzione dell’Ungheria, approvata nel 2011, ha preteso di indicare le radici cristiane come fondamento della nazione magiara. I soliti laicisti sono immediatamente insorti: orrore! una costituzione “iperconservatrice” che ignora le meraviglie della “gioia” massonica. Un eurodeputato magiaro si è permesso di segnalare in rete ai colleghi eurodeputati che in una vicina chiesa sarebbe stata celebrata una Messa: orrore! la segreteria del europarlamento ha dovuto chiedere che i cari eurodeputati smettessero di commentare quella semplice e innocua segnalazione perché i loro insulti avevano intasato la rete; il commento più benevolo era “che razza di spazzatura è questa?”

Questa è l’euroburocrazia che rinnega le radici cristiane, che adotta come inno un’ode satanica, che reagisce istericamente, da ossessa posseduta, all’idea di una Messa, che pontifica di scienza di cui non capisce nulla, che blatera di tutela dell’insegnamento scolastico “minacciato” (orrore!) dall’intervento divino nel mondo. Un’euroburocrazia cui forse gioverebbe una seduta dall’esorcista.


21
LUGLIO
2012
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ORATIONES

I

 

O sancte Joseph, terror demonum, adjuva nos.

O sancte Joseph, terror demonum, noli derelinquere nos.

O sancte Joseph, terror demonum, ora pro nobis.

 

O san Giuseppe, terrore dei demoni, vieni in nostro aiuto.

O san Giuseppe, terrore dei demoni, non ci abbandonare.

O san Giuseppe, terrore dei demoni, prega per noi.

 

L’invocazione a san Giuseppe è preghiera di esorcismo contro i demoni. Il santo sposo della Beata Vergine è divenuto terrore dei demoni per la granitica fede che gli ha permesso di portare a buon fine la missione affidatagli da Dio di protettore della Sacra Famiglia. Abbiamo estremo bisogno della protezione di tutti i santi capaci di terrorizzare e scacciare i demoni. Insieme alla Madonna e all’Arcangelo san Michele, san Giuseppe è uno dei protettori più potenti.

 

 

II

 

Regina flos Carmeli, ora pro nobis.

Regina decor Carmeli, ora pro nobis.

Mater flos Carmeli, ora pro nobis.

Mater decor Carmeli, ora pro nobis.

Virgo flos Carmeli, ora pro nobis.

Virgo decor Carmeli, ora pro nobis.

Sancta Deipara Virgo, decor et flos Carmeli, ora pro nobis.

 

Regina fiore del Carmelo, prega per noi.

Regina ornamento del Carmelo, prega per noi.

Madre fiore del Carmelo, prega per noi.

Madre ornamento del Carmelo, prega per noi.

Vergine fiore del Carmelo, prega per noi.

Vergine ornamento del Carmelo, prega per noi.

Sancta Vergine Madre di Dio, ornamento e fiore del Carmelo, prega per noi.

 

Il Carmelo rappresenta un prezioso ponte tra la santità dell’Antico e quella del Nuovo Testamento, il cui cardine è la Santissima Vergine. Personaggi esemplari sono il profeta Elia, san Simone Stok, santa Teresa d’Avila e santa Teresa del Bambin Gesù. Il Carmelo è pegno e profezia della futura conversione di Israele a Cristo e del trionfo finale della giustizia divina.

 

 

III

 

Miserere mei Deus, quia ego sum pulvis pulveris, cinis cineris et putredo putredinis.

Sancta Virgo ora pro me, quia ego sum pulvis pulveris, cinis cineris et putredo putredinis.

Beatissima Lux Aeternitatis miserere mei, quia ego sum pulvis pulveris, cinis cineris et putredo putredinis.

 

Abbi pietà di me Dio, poiché io sono polvere di polvere, cenere di cenere e putredine di putredine.

Santa Vergine prega per me, poiché io sono polvere di polvere, cenere di cenere e putredine di putredine.

Beatissima Luce dell’Eternità abbi pietà di me, poiché io sono polvere di polvere, cenere di cenere e putredine di putredine.

 

La via della perdizione passa per la superbia. Contro il peccato mortale di tale vizio è indispensabile esercitare l’umiltà. Non si tratta di umiliazione e abbassamento ma di semplice realismo. Si tratta di saper giustamente valutare la propria personalità di fronte a quella divina, che sovrasta l’uomo come il cielo sovrasta la terra.


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