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POESIA »

 

12
DICEMBRE
2008
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Questa è la stagione più alta della poesia tedesca, quando musica e poesia erano ancora strettamente congiunte. Nell’infelice Novecento, secolo bestiale di ideologie omicide e di guerre, il legame vitale tra poesia e musica si è perduto: la poesia ha perso l’armonia e la musica è diventata rumore.



Christian Friedrich Daniel Schubart
(Obersontheim, Württemberg 1739 - Stoccarda 1791)

Die Forelle

In einem Bächlein helle,
da schoß in froher Eil’
die launige Forelle
vorüber wie ein Pfeil.
Ich saß an dem Gestade
und saß in süßer Ruh’
des muntern Fisches Bade
im klaren Bächlein zu.
Ein Fischer mit der Rute
wohl an dem Ufer stand
und sah’s mit kaltem Blute,
wie sich das Fischlein wand.
Solang dem Wasser Helle
so dacht’ ich, nicht gebricht,
so fängt er die Forelle
mit seiner Angel nicht.
Doch plötzlich war dem Diebe
die Zeit zu lang. Er macht
das Bächlein tückisch trübe,
und eh’ ich es gedacht,
so zuckte seine Rute,
das Fischlein zappelt’ dran,
und ich mit regem Blute
sah die Betrogne an.
Die ihr am goldnen Quelle
der sichern Jugend weilt,
denkt noch an die Forelle!
Seht ihr Gefahr, so eilt!
Meist fehlt ihr nur aus Mangel
der Klugheit. Mädchen seht
Verführer mit der Angel!
Sonst blütet ihr zu spät.


La trota
In un chiaro ruscello, in allegra fretta guizzava come una freccia la capricciosa trota. Io sedevo sulla riva e in dolce quiete guardavo il vispo pesce immerso nel limpido ruscello.
Un pescatore con la canna stava sulla riva e cercava con sangue freddo di catturare il pesce. Finché l’acqua resterà limpida, pensai, costui non prenderà la trota col suo amo.
Ma d’improvviso al ladro parve di star perdendo tempo. Astutamente intorbidò il ruscello, e prima che io pensassi la sua canna estrasse il pesciolino che si dimenava, e io col sangue in ebollizione non potei che guardare l’ingannata.
Voi che soggiornate alla dorata sorgente della sicura gioventù, pensate alla trota! Se percepite pericolo, fuggite! È per mancanza di giudizio che di solito cadete. Fanciulle, guardatevi dagli ami dei seduttori! Altrimenti vi accorgerete troppo tardi di sanguinare.

Questa poesia si colloca nella tradizione moralistico-didascalica, ed è stata musicata dal quasi omonimo Franz Schubert. Da un semplice racconto di un’avventura di pesca, scaturisce il parallelismo con i pericoli che la gioventù (specialmente femminile) distratta può trovarsi a correre. La poesia di Schubart trovò ampio consenso presso i ceti inferiori. Spirito ribelle con inclinazioni illuministiche secondo la moda del tempo, Schubart fu acerrimo nemico dei Gesuiti.



Matthias Claudius
(Reinfeld, Holstein 1740 - Amburgo 1815)

Abendlied

Der Mond ist aufgegangen,
die goldnen Sterne prangen
am Himmel hell und klar;
der Wald steht schwarz und schweiget,
und aus den Wiesen steiget
der weißen Nebel wunderbar.
Wie ist die Welt so stille
und in der Dämmrung Hülle
so traulich and so hold!
Als eine stille Kammer,
wo ihr des Tages Jammer
verschlafen und vergessen sollt.
Seht ihr den Mond dort stehen?—
Er ist nur halb zu sehen
und ist doch rund und schön!
So sind wohl manche Sachen,
die wir getrost belachen,
weil unsre Augen sie nicht sehn.
Wir stolze Menschenkinder
sind eitel arme Sünder
und wissen gar nicht viel;
wir spinnen Luftgespinste
und suchen viele Künste
und kommen weiter von dem Ziel.
Gott, laß uns dein Heil schauen,
auf nichts Vergänglichs trauen
nicht Eitelkeit uns freun!
Laß uns einfältig werden
und vor dir hier auf Erden
wie Kinder fromm und fröhlich sein!
Wollst endlich sonder Grämen
aus dieser Welt uns nehmen
durch einen sanften Tod!
Und wenn du uns genommen,
laß uns in Himmel kommen,
Du, unser Herr und Gott!
So legt euch denn, ihr Brüder,
in Gottes Namen nieder;
kalt ist der Abendhauch.
Verschon uns, Gott, mit Strafen
und laß uns ruhig schlafen,
und unsern kranken Nachbarn auch!


Canto della sera
La luna è sorta, le stelle d’oro splendono nel cielo luminoso e limpido; il bosco è nero e silente e dai prati sale la bianca meravigliosa nebbia.
Com’è tranquillo il mondo e nel velo del crepuscolo così intimo e così gentile! Come una silenziosa stanza, dove si addormenta e si dimentica il male del mondo.
Vedete la luna laggiù? — Solo metà se ne vede eppure è rotonda e bella! Così sono molte cose che noi confidenti deridiamo, perché i nostri occhi non le vedono.
Noi orgogliosi figli degli uomini non siamo che poveri peccatori e non sappiamo gran che; tessiamo tele di ragno e ci diamo da fare con molti artifici e restiamo ben lontani dallo scopo.
Dio, mostraci la Tua salvezza, fa che non ci rallegriamo di ciò che è vano! Fa che diventiamo semplici e che siamo di fronte a te qui sulla terra come bambini pii e lieti.
Infine senza affanni degnati di portarci via da questo mondo con una soave morte! E dopo averci preso, fa che saliamo al cielo, Tu nostro Signore e Dio!
Così nel nome di Dio coricatevi, fratelli, fredda è la sera. Risparmiaci, Signore, i castighi, e permetti che dormiano in pace, e così pure il nostro vicino malato.

Figlio di un pastore luterano, Matthias Claudius iniziò studi teologici a Jena, ma non li completò, preferendo dedicarsi alla letteratura e al giornalismo. Nel 1774 entrò nella loggia massonica Zu den drei Rosen di Amburgo, ma poco dopo il 1780 abbandonò la setta. L’impronta religiosa appare molto forte nella sua poesia, come in questo caso, che rappresenta un richiamo alla Fede che nasce dall’umiltà e dalla semplicità. Notare sonder (senza), preposizione plattdeutsch identica al nederlandese, al posto della forma tedesca standard ohne.




Johann Wolfgang Goethe
(Frankfurt am Main 1749 - Weimar 1832)

Wanderers Nachtlied

Über allen Gipfeln
ist Ruh,
in allen Wipfeln
spürest du
kaum einen Hauch.
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur: balde
ruhest du auch.


Canto del vagabondo
Sopra ogni vetta è quiete, in ogni cima d’albero non si avverte un alito. Gli uccellini tacciono nel bosco. Aspetta: presto riposerai anche tu.

Il vagabondo simboleggia l’umanità, votata all’impermanenza: un fatto che in questa poesia viene accettato quasi senza emozione né alcuna ricerca della speranza cristiana. Goethe, infatti, seguace di dottrine iniziatiche neopagane di stampo massonico (fra cui quella dell’“eterno femminino”, da lui invocato nella chiusa del Faust), non era credente.




Clemens Maria Brentano
(Ehrenbreitenstein, Coblenza 1778 - Aschaffenburg, Baviera 1842)

Der Spinnerin Lied

Es sang vor langen Jahren
wohl auch die Nachtigall,
das war wohl süßer Schall,
da wir zusammen waren.
Ich sing und kann nicht weinen
und spinne so allein
den Faden klar und rein,
so lang der Mond wird scheinen.
Da wir zusammen waren,
da sang die Nachtigall,
nun mahnet mich ihr Schall,
daß du von mir gefahren.
So oft der Mond mag scheinen,
gedenk’ ich dein allein;
mein Herz ist klar und rein,
Gott wolle uns vereinen.
Seit du von mir gefahren,
singt stets die Nachtigall,
ich denk’ bei ihrem Schall,
wie wir zusammen waren.
Gott volle uns vereinen,
hier spinn’ ich so allein,
der Mond scheint klar und rein,
ich sing’ und möchte weinen.


Il canto della filatrice
Lunghi anni cantò l’usignolo, era un dolcissimo suono, quando eravamo insieme.
Io canto e non posso piangere e tesso così, da sola, i fili limpidi e immacolati, finché splenderà la luna.
Quando eravamo insieme, cantava l’usignolo, ora mi ammonisce il suo canto che tu lontano da me sei andato.
Ogni volta che risplende la luna, solo a te io penso; il mio cuore è limpido e immacolato, voglia Dio riunirci.
Da quando mi hai lasciata, canta sempre l’usignolo, io ripenso, nell’ascoltare quel canto, a come eravamo insieme.
Voglia Dio riunirci, io tesso qui così sola, la luna risplende limpida e immacolata, io canto e vorrei piangere.

Maggior rappresentante, insieme ad Achim von Arnim, della scuola romantica di Heidelberg, pubblicò insieme ad Arnim la celebre collezione di canzoni popolari intitolata Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo), che uscì in tre volumi tra il 1805 e il 1808, fissando in modo definitivo la posizione del Volkslied (canto popolare) nella letteratura tedesca, esercitando un potente influsso sulla poesia lirica non solo in Germania. Ad esempio, il poeta statunitense Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) affermò che tale raccolta aveva esercitato “the most wild and magic influence” sulla sua immaginazione.
Dopo una serie di delusioni di vario genere, nel 1818 Brentano “riscoprì” la Fede cattolica nella quale era stato allevato. Si ritirò nella cittadina di Dulmen, nella Vestfalia, attratto dalla fama della monaca stigmatizzata Katharina Emmerich, della quale per sei anni registrò le sue rivelazioni. Dopo la morte delle suora, nel 1824, si occupò soprattutto di curare la pubblicazione di tali rivelazioni, che fornirono, fra l’altro, la base per il film The Passion di Mel Gibson. Nel 1833 si stabilì a Monaco, dove fu al centro di un circolo di importanti studiosi e letterati cattolici.
L’esempio qui presentato è una poesia romantica di ingannevole semplicità, dalla Chronik eines fahrenden Schülers (Cronaca di un chierico vagante), in realtà tessuta di sapienti echi melodici, giocati sulla ripetizione a refrain, che ne fanno un Lied particolarmente popolare, musicato da numerosi compositori (A. Diepenbrock, F. Krause, E. Hartenfels, J. Lang, F. Mendelssohn, L. Reichardt).



Joseph Karl Benedikt Freiherr von Eichendorff
(Castello di Lubowitz 1788 - Neisse 1857)

Lorelei

Es ist schon spät, es wird schon kalt,
was reitst du einsam durch den Wald?
Der Wald ist lang, du bist allein,
du schöne Braut! Ich führ dich heim!
“Groß ist der Männer Trug und List,
vor Schmerz mein Herz gebrochen ist,
wohl irrt das Waldhorn her und hin,
O flieh!Du weißt nicht wer ich bin.
So reich geschmückt ist Roß und Weib,
so wunderschön der junge Leib,
jetzt kenn ich dich — Gott steh mir bei!
Du bist die Hexe Lorelei.
“Du kennst mich wohl — von hohem Stein,
schaut stil mein Schloß tief in den Rhein.
Es ist schon spät, es wird schon kalt,
kommst nimmermehr aus diesem Wald.


Lorelei
È già tardi, il freddo avanza, perché cavalchi sola nel bosco? Il bosco è vasto, tu sei sola, bella sposa! Ti porterò a casa!
“Grande è la falsità e la malizia degli uomini, il mio cuore è infranto dalla sofferenza. Ingannatore qua e là chiama il corno dei cacciatori. Fuggi! Non sai chi sono.
Così riccamente adorni sono il cavallo e la donna, così meravigliosamente bello il giovane corpo. Ora ti riconosco — Dio mi protegga! Tu sei la strega Lorelei.
“Ben mi conosci — dall’alta rupe, il mio castello si specchia nel Reno. È già tardi, il freddo avanza, da questo bosco mai più uscirai.”

Joseph Karl Benedikt Freiherr von Eichendorff apparteneva alla piccola aristocrazia terriera dell’Alta Slesia. Compiuti studi giuridici a Halle e a Heidelberg, entrò in contatto con i due principali rappresentanti del romanticismo di Heidelberg: Clemens Brentano e Achim von Arnim. Ne venne stimolato il suo intenso sentimento della natura, l’idea di una segreta magìa delle cose che la parola del poeta ha il potere di risvegliare, e che trova spesso espressione nelle favole popolari di esseri leggendari come ondine e sirene.
La leggenda di Lorelei, una delle più celebri della mitologia germanica, è stata più volte cantata dai poeti. Questa versione di von Eichendorff, che era anche romanziere, oltre che poeta, è giocata sostanzialmente sul dialogo, mentre quella di Heine (pure presente in questa raccolta), che era solo poeta, si sviluppa per immagini visive. Inoltre, mentre l’agnostico Heine è più distaccato (si limita a registrare oggettivamente la sorte del barcaiolo che naufraga e annega), il cattolico von Eichendorff partecipa vivamente alla sorte della vittima, e in qualche modo cerca una spiegazione del comportamento di Lorelei, vittima di precedenti inganni da parte degli uomini.




Joseph Karl Benedikt Freiherr von Eichendorff
(Castello di Lubowitz 1788 - Neisse 1857)

Weltlauf

Was du gestern frisch gesungen,
ist docht heute schon verklungen,
und bei letzten Klange schreit
alle Welt nach Neuigkeit.
Was ein Held, der legt’ verwegen,
einstmals seinen blutgen Degen
als wie Gottes schwere Hand
über das erschrockne Land.
Mußt’s doch blühn und rauschen lassen,
und den toten Löwen fassen
Knaben nun nach Jungenart
ungestraft an Mähn und Bart.
So wie Gipfel als da funkeln
sahn wir abendlich verdunkeln,
und es hat die alte Nacht
alles wieder gleichgemacht.
Wie im Turm der Uhr Gewichte
rucket fort die Weltgeschichte,
und der Zeiger schweigend kreist;
keiner rät, wohin er weist.
Aber wenn die ehrnen Zungen
nun zum letztenmal erklungen,
auf den Turm der Herr sich stellt,
um zu richten diese Welt.
Und der Herr hat nichts vergessen,
was geschehen wird messen
nach dem Maß der Ewigkeit —
o wie klein ist doch die Zeit!


Così va il mondo
Ciò che ieri appena hai cantato, oggi è già dimenticato, e nell’ultimo canto il mondo intero cerca la novità.
Un eroe vi era che, temerario, impose la sua sanguinosa daga, come la pesante mano di Dio, sulla terra terrorizzata.
Ma sulla sua tomba fiorirono e stormirono le piante, ed ora i fanciulli, senza timore di castigo, tirano la criniera e la barba del morto leone.
Tante cime come quelle che là scintillano abbiamo visto oscurarsi la sera; e l’antica notte le ha di nuovo rese tutte uguali.
Come i pesi dell’orologio nella torre, allo stesso modo scorre avanti la storia del mondo, e la lancetta in silenzio gira, e nessuno sa dove vada.
Ma quando le ultime parole saranno state dette, il Signore si porrà sulla torre per giudicare questo mondo.
E il Signore non dimentica nulla, tutto ciò che è passato egli misurerà secondo il metro dell’eternità — oh, com’è piccolo il tempo.

Alla triste caducità delle cose terrene — destino comune di tutta l’umanità e diffusissimo tema nella poesia di tutti i popoli — il poeta contrappone l’eternità di Dio. Ogni cosa si trasforma ed infine si perde nell’immenso scorrere del tempo. Ma l’Eterno, Creatore onnipotente dello spazio e del tempo, conserva tutto. Di fronte a Lui, il tempo stesso, anzi lo spazio-tempo. non è che una piccola cosa. Da qui deriva una parte del consolante messaggio cristiano: nulla si perde; ognuno ritroverà le ore felici, le persone amate, le proprie opere. Poiché tutto nasce da Dio e tutto a Lui ritorna.




Joseph Karl Benedikt Freiherr von Eichendorff
(Castello di Lubowitz 1788 - Neisse 1857)

Das zerbrochene Ringlein

In einem kühler Grunde
da geht ein Mühlenrad,
mein’ Liebste ist verschwunden,
die dort gewohnet hat.
Sie hat mir Treu’ versprochen,
gab mir ein’n Ring dabei,
sie hat die Treu’ gebrochen,
das Ringlein sprang entzwei.
Ich möcht als Spielmann reisen
weit in die Welt hinaus
und singen meine Weisen
und gehn von Haus zu Haus.
Ich möcht als Reiter fliegen
wohl in die blut’ge Schlacht,
um stille Feuer liegen
im Feld bei dunkler Nacht.
Hör ich das Mühlrad gehen,
ich weiß nicht was ich will —
ich möcht am liebsten sterben,
da wär’s auf einmal still.


L’anellino infranto
In una fresca valle gira la ruota di un mulino, più non vive laggiù la mia amata che un tempo vi abitava.
Mi aveva giurato fedeltà, un anellino mi aveva dato, poi mancò di parola, e l’anellino s’infranse.
Come mi piacerebbe viaggiare per il mondo suonando e cantando le mie ballate, andando di casa in casa.
Come mi piacerebbe avventarmi a cavallo nella sanguinosa battaglia, bivaccare intorno al fuoco sul campo nell’oscura notte.
Ma come sento il cigolìo di quella ruota non so più cosa voglio — soprattutto mi piacerebbe morire, allora vi sarebbe pace.

Fervente cattolico, Eichendorff propone, in diverse liriche e nel racconto Aus dem Leben eines Taugenichts (Dalla vita di un fannullone), l’ideale di una vita raminga e spensierata, libera da ogni pensiero egoistico, quale può essere condotta da un menestrello vagabondo, in contrapposizione agli ideali utilitaristici che andavano affermandosi nella Germania del tempo. In questa composizione, che fa parte del romanzo Ahnung und Gegenwart (Presentimento e presente), tuttavia, all’immagine del vagabondo se ne sovrappongono altre, assai meno spensierate, dettate da una (reale o letteraria?) delusione amorosa.




Friedrich Rückert
(Schweinfurt, Baviera 1788 - Neusess, Coburgo 1866)

Aus den Kindertotenliedern

Du bist ein Schatten am Tage
und in der Nacht ein Licht;
du lebst in meiner Klage
und stirbst im Herzen nicht.
Wo ich mein Zeit aufschlage,
da wohnst du bei mir dicht;
du bist mein Schatten am Tage
und in der Nacht mein Licht.
Wo ich auch nach dir frage,
find’ ich von dir Bericht,
du lebst in meiner Klage
und stirbst im Herzen nicht.
Du bist ein Schatten am Tage
und in der Nacht ein Licht;
du lebst in meiner Klage
und stirbst im Herzen nicht.


Dai Canti dei bambini morti
Tu sei un’ombra di giorno e di notte una luce; tu vivi nel mio lamento e nel mio cuore non muori.
Comunque impieghi il mio tempo, tu vivi vicino a me; tu sei la mia ombra di giorno e di notte la mia luce.
Dovunque di te richieda, trovo tracce di te, tu vivi nel mio lamento e nel mio cuore non muori.
Tu sei un’ombra di giorno e di notte una luce; tu vivi nel mio lamento e nel mio cuore non muori.

Rückert, dopo studi giuridici e filologici alle università di Würzburg e di Heidelberg, divenne, nel 1826, professore di lingue orientali ad Erlangen e a Berlino. Le martellanti ripetizioni rispecchiano la dolorosa ossessione dei genitori orbati del figlio, ma al tempo stesso presuppongono una consolazione ancora nascosta agli occhi di questo mondo: l’immagine del figlio, così viva nel cuore dei genitori, fa balenare la realtà ontologica dell’immortalità dell’anima. I Kindertotenlieder sono stati musicati da Gustav Mahler.



Wilhelm Müller
(Dessau 1794 - 1827)

Der Lindenbaum

Am Brunnen vor dem Tore,
da steht ein Lindenbaum;
ich träumt in seinem Schatten
so manchen süßen Traum.
Ich schnitt in seine Rinde
so manches liebe Wort;
es zog in Freud und Leide
zu ihm mich immer fort.
Ich mußt auch heute wandern
vorbei in tiefer Nacht,
da hab ich noch in Dunkel
die Augen zugemacht.
Und seine Zweige rauschten,
als riefen sie mir zu:
“Komm her zu mir, Geselle,
hier findst du deine Ruh!”
Die kalte Winde bliesen
mir grad ins Angesicht,
der Hut flog mir vom Kopfe,
ich wendete mich nicht.
Nun bin ich manche Stunde
entfernt von jenem Ort,
und immer hör ich’s rauschen:
Du fändest Ruhe dort.


L’albero di tiglio
Alla fonte fuori porta si erge un tiglio; quanti dolci sogni sognai alla sua ombra.
Quante parole d’amore incisi nella sua corteccia; nella gioia e nel dolore sempre a sé mi attrasse.
Anche oggi devo correre via nel cuore della notte, e pur nell’oscurità ho chiuso gli occhi.
E i suoi rami stormivano, come se mi chiamassero: “Vieni a me, amico, qui troverai la tua pace”.
I freddi venti soffiavano dritti sul mio volto, il cappello mi volò via dal capo, ma non mi voltai.
Adesso di parecchie ore sono lontano da quel luogo, e sempre odo stormire: troveresti la pace laggiù.

Figlio di un sarto, Wilhelm Müller ebbe un’infanzia e un’adolescenza travagliate da lutti in seguito alla morte dei fratelli e della madre. Arruolatosi nell’esercito prussiano, prese parte all’ultima fase delle guerre napoleoniche. Fu insegnante ginnasiale a Dessau, poi bibliotecario del duca di Dessau e consigliere ducale, nonché curatore e redattore della casa editrice Brockhaus. Ostile all’ordine ricostituito con la Restaurazione, nel luglio 1820 entrò nella massoneria, alla Loggia Minerva zu den drei Palmen (Minerva alle tre palme) di Lipsia. Per il carattere spesso critico delle sue poesie, viene considerato un anticipatore della rivoluzione del 1848. I suoi più importanti cicli di Lieder sono Winterreise (Viaggio d’inverno) e Die schöne Müllerin (La bella mugnaia), musicati da Schubert. In questo Lied del ciclo Winterreise, il poeta ci presenta una perfetta miniatura dell’incerta condizione umana, come percepita in particolare dal romanticismo, attratta e al tempo stesso respinta dalla quiete finale. Il tiglio veniva spesso utilizzato, nella letteratura romantica, come simbolo della patria e della sicurezza. La chiusura degli occhi e il rifiuto di voltarsi indietro indicano la volontà del poeta di sottrarsi alla seduzione del tiglio che contiene un distinto presagio di morte.




Heinrich Christian Johann Heine
(Düsseldorf 1797 - Parigi 1856)

Lorelei

Ich weiß nicht, was soll es bedeuten,
daß ich so traurig bin;
ein Märchen aus alten Zeiten,
das kommt mir nicht aus dem Sinn.
Die Luft is kühl und es dunkelt,
und ruhig fließt der Rhein;
der Gipfel des Berges funkelt
im Abendsonnenschein.
Die schönste Jungfrau sitzet
dort oben wunderbar,
ihr goldnes Geschmeide blitzet,
sie kämmt ihr goldenes Haar.
Sie kämmt es mit goldenem Kamme
und singt ein Lied dabei;
das hat eine wundersame,
gewaltige Melodei.
Den Schiffer im kleinen Schiffe
ergreift es mit wildem Weh;
er schaut nicht die Felsenriffe,
er schaut nur hinauf in die Höh.
Ich glaube, die Wellen verschlingen
am Ende Schiffer und Kahn;
und das hat mit ihrem Singen
die Lorelei getan.


Lorelei
Non so che voglia dire che io mi sento così triste; una favola dei tempi antichi non mi dà pace.
Fredda è l’aria e si fa scura, e tranquillo scorre il Reno; la cima del monte scintilla nel crepuscolo.
La bellissima fanciulla siede lassù, meravigliosa, i suoi gioielli d’oro brillano, ella pettina i suoi capelli d’oro.
Li pettina con pettine d’oro, mentre canta una canzone che ha una meravigliosa, potente melodia.
Il barcaiolo nella piccola barca è colto da una selvaggia malinconia, non guarda la rupe, guarda solo verso l’alto.
Credo che alla fine le onde inghiottano barcaiolo e barca; e questo ha fatto col suo canto la Lorelei.

Di origine ebrea (il suo nome originario era Harry), Heine germanizzò il proprio nome onde per essere meglio accetto come poeta, ma le sue posizioni politiche radicali gli resero ugualmente difficile la vita in Germania, finché si recò in esilio in Francia e le sue poesie vennero proibite in Germania. Viene considerato “l’ultimo poeta romantico”. Importanti le sue satire sulla società tedesca, fra cui Deutschland, ein Wintermärchen (Germania, una favola invernale).
Questa versione di Heine della leggenda di Lorelei è intimista e soggettiva (“Ich weiß nicht was soll es bedeuten”) essenzialmente giocata sulle immagini visive, a differenza della versione di von Eichendorff (pure presente in questa raccolta), basata sul dialogo. Diverso è pure l’atteggiamento di fondo dei due poeti nei confronti delle vittime della sirena fluviale (vedi nota alla poesia di von Eichendorff).




Heinrich Heine
(Düsseldorf 1797 - Parigi 1856)

Mein Kind

Mein Kind, wir waren Kinder,
zwei Kinder klein und froh;
wir krochen ins Hühnerhäuschen,
versteckten uns unter das Stroh.
Wir krähten wie die Hähne,
und kamen Leute vorbei—
“Kikereküh!” sie glaubten
es wäre Hahnengeschrei.
Die Kisten auf unserem Hofe
die tapezierten wir aus
und wohnten drin beisammen,
und machten ein vornehmes Haus.
Des Nachbars alte Katze
kam öfters zum Besuch,
wie machten ihr Bückling und Knixe
und Komplimente genug.
Wir haben nach ihren Befinden
besorglich und freundlich gefragt,
wir haben seitdem dasselbe
mancher alten Katze gesagt.
Wir saßen auch oft uns sprachen
vernünftig, wir alte Leut,
und klagten, wie alles besser
gewesen zu unserer Zeit,
wie Lieb und Treu und Glauben
verschwunden aus der Welt,
und wie so teuer der Kaffee
und wie so rar das Geld!—
Vorbei sind die Kinderspiele,
und alles rollt vorbei,—
das Geld und die Welt und die Zeiten
und Glauben und Liebe und Treu.


Bambina mia
Bambina mia, eravamo fanciulli, due bambini piccoli e allegri; strisciavamo nel pollaio, ci nacondevamo sotto la paglia.
Cantavamo come i galli, e se passava gente “Chicchirichì” credevano fosse il canto del gallo.
Le casse della nostra fattoria le rivestivamo di carta e ci vivevamo dentro e ne facevamo una magnifica casa.
Il vecchio gatto del vicino veniva spesso in visita, inchini e riverenze e molti complimenti.
Con sollecitudine e cortesia gli domandavamo della sua salute, da allora le medesime cose abbiamo detto a più di un vecchio gatto.
Spesso ci sedevamo a discorrere, come gente adulta, e ci lamentavamo di come tutto andasse meglio ai nostri tempi,
di come l’amore, la fedeltà e la Fede siano scomparse dal mondo, come costoso sia il caffè e come raro il denaro!
Finiti sono i giochi fanciulleschi, e tutto rotola via: il denaro e il mondo e i tempi e la Fede e l’amore e la fedeltà.

Uno dei capolavori assoluti della poesia tedesca, che unisce la nostalgia per l’infanzia perduta e il senso di vanità di tutte le cose. Il gioco infantile e la realtà adulta diventano tutt’uno, annichiliti entrambi dall’inesorabile “rotolare via” del tempo.




Nicolaus Lenau
(pseudonimo di Nikolaus Franz Niembsch Edler von Strehlenau)
(Csatád, Ungheria 1802 - Oberdöbling 1850)

Stimme des Regens

Die Lüfte rasten auf der weiten Heide,
die Disteln sind regungslos zu schauen,
so starr, als wären sie aus Stein gehauen.
bis sie der Wandrer streift mit seinem Kleide.
Und Erd’ und Himmel haben keine Scheide,
in eins gefallen sind die nebelgrauen,
zwei Freunde gleich, die sich ihr Leid vertrauen
und Mein und Dein vergessen traurig beide.
Nun plötzlich wankt die Distel hin und wieder,
und heftig rauschend bricht der Regen nieder,
wie laute Antwort auf ein stummes Fragen.
Der Wandrer hört den Regen niederbrausen,
er hört die windgepeitsche Distel sausen,
und eine Wehmut fühlt er, nicht zu sagen.


La voce della pioggia
L’aria è tranquilla sull’ampia brughiera, i cardi stanno immoti a vedersi, così rigidi come se fosseo intagliati nella pietra, finché il viandante li urta con i suoi vestiti.
E fra terra e cielo non vi è separazione, ridotti ad una cosa sola, sono grigi di nebbia, come due amici, che si confidano a vicenda il proprio dolore, e nella loro tristezza dimenticano entrambi la distinzione fra mio e tuo.
Ora d’improvviso il cardo si agita e con violento scroscio la pioggia si scatena, come una rumorosa risposta ed una silente domanda.
Il vagabondo sente l’infuriare della pioggia e i cardi che stormiscono flagellati dal vento, ed avverte una malinconia che non sa dire.

Nikolaus Lenau (come il famoso musicista Franz Liszt) era originariamente un “ungherese” di lingua tedesca, ossia un discendente di quei coloni tedeschi mandati dall’impero asburgico a ripopolare la Transilvania dopo la cacciata dei turchi, e che furono a loro volta brutalmente cacciati, quando non massacrati, dall’avanzante Armata Rossa nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. La regione è attualmente  sotto la sovranità rumena, e le sue tormentate vicende sono testimoniate dai cambiamenti di nome. Il villaggio nativo di Lenau (situato presso la città detta Temesvar in ungherese e Timisoara in rumeno) si chiamava in tedesco Schadat, in ungherese Csatád, ed ora Lenauheim in onore del poeta. Studiò diritto alla celebre università di Presburgo (oggi Bratislava, capitale della Slovacchia) e tentò pure di qualificarsi come medico. Incapace di seguire in modo stabile una qualsiasi professione, si dedicò interamente alla poesia, grazie al sostegno finanziario offertogli da un vitalizio della nonna. Il suo spirito inquieto lo portò a trasferirsi nel 1832 negli Stati Uniti, dapprima in Ohio, poi nell’Indiana, ma non vi si trovò bene e l’anno successivo fece ritorno in Germania. Cominciò ad avere notevole successo, ma ben presto cominciò a dar segni di squilibrio mentale, finché, nel 1844, dovette venire rinchiuso nel manicomio di Oberdöbling, presso Vienna, dove morì. Lenau è il tipico rappresentante del Weltschmerz (dolore cosmico) dell’Ottocento europeo, che raggiunge la sua più compiuta espressione, in Italia, nella poesia di Giacomo Leopardi. Abbiamo qui un sonetto intimista, permeato da un delicato sentimento della natura, ma soprattutto che, nell’impossibilità ad esprimere la propria malinconia, termina con un senso di incomunicabilità.




Eduard Mörike
(Ludwigsburg, Stoccarda 1804 - Stoccarda 1875)

Denk es, o Seele

Ein Tännlein grünet wo?
Wer weiß, im Walde,
ein Rosenstrauch, wer sagt,
in welchem Garten?
Sie sind erlesen schon,
denk es, o Seele,
auf deinem Grab zu wurzeln
und zu wachsen.
Zwei schwarze Rößlein weiden
auf der Wiese,
sie kehren heim zur Stadt
in muntern Sprüngen,
sie werden schrittweis gehn
mit deiner Leiche,
vielleicht, vielleicht noch eh’
an ihren Hufen
das Eisen los wird,
das ich blitzen sehe.


Pensa, o anima
Un piccolo abete verdeggia, dove? Chissà, nel bosco. Un cespuglio di rose, chi può dire in quale giardino? Essi sono destinati, pensaci, o anima, a radicarsi e crescere sulla tua tomba.
Due neri cavallini pascolano nel prato, con vispi salti tornano verso la città, essi passo passo andranno trasportando il tuo cadavere, forse ancor prima che si stacchi dai loro zoccoli il ferro che vedo brillare.

Mörike, pastore luterano, divenne nel 1834 parroco a Cleversulzbach, ma dopo soli nove anni ottenne, per motivi di salute, la pensione, dopo di che poté dedicarsi alla letteratura e nel 1852 ottenne dall’Università di Tubinga la laurea honoris causa. In questa poesia, solo apparentemente pessimista, il poeta ci offre una sana meditazione sulla caducità della vita, che implica gioiosa speranza nella vera vita futura: un tema comune nella poesia di tutti i tempi, eccetto che dove regna (segnata da suicidi, aborti ed eutanasia) un’autentica cultura della morte, come nello sciagurato Novecento.




Ferdinand Freiligrath
(Detmold 1810 - Cannstadt 1876)

Der Liebe Dauer

O lieb, solang su lieben kannst,
o lieb, solang du lieben magst!
Die Stunde kommt, die Stunde kommt,
wo du an Gräbern stehst und klagst.
Und sorge, daß dein Herze glüht
und Liebe hegt und Liebe trägt,
solang ihm noch ein ander Herz
in Liebe warm entgegenschlägt.
Und wer dir seine Brust erschließt,
o tu ihm, was du kannst zulieb!
Und mach ihm jede Stunde froh,
und mach ihm keine Stunde trüb.
Und hüte deine Zunge wohl!
bald ist ein böses Wort gesagt;
O Gott, es war nicht Bös gemeint —
der andre aber geht und klagt.
O lieb, solang su lieben kannst,
o lieb, solang du lieben magst!
Die Stunde kommt, die Stunde kommt,
wo du an Gräbern stehst und klagst.
Dann kniest du nieder an der Gruft
und birgst die Augen trüb und naß,
— sie sehn die andern nimmermehr —
in lange, feuchte Kirchhofgras.
Und sprichst: O schau auf mich herab,
der hier an deinem Grabe weint;
vergib, daß ich gekränkt dich hab,
o Gott, es war nicht bös gemeint!
Er aber sieht und hört dich nicht,
kommt nicht, daß du ihn froh umfängst,
der Mund, der oft dich küßte, spricht
nie wieder: Ich vergab dich längst.
Er tat’s, vergab dich lange schon,
doch manche heiße Träne fiel
um dich und um dein herbes Wort —
doch still! — er ruht, er ist am Ziel.
O lieb, solang su lieben kannst,
o lieb, solang du lieben magst!
Die Stunde kommt, die Stunde kommt,
wo du an Gräbern stehst und klagst.


La durata dell’amore
Ama finché puoi amare, ama finché ti è permesso! Viene l’ora, viene l’ora in cui starai dinanzi a delle tombe, piangendo.
E fa che il tuo cuore sia fervido, e custodisca l’amore e lo conduca con sè, finché c’è un altro cuore caldo che batte per lui.
E a chi ti schiude il suo cuore, ricambialo per quanto puoi! E rendi felici le sue ore, e non rattristare alcuna sua ora.
E sorveglia bene la tua lingua, fa presto a sfuggire una parola cattiva: O Dio, non intendevo niente di male — ma intanto l’altro se ne va con lamenti.
Ama finché puoi amare, ama finché ti è permesso! Viene l’ora, viene l’ora in cui starai dinanzi a delle tombe, piangendo.
Allora ti inginocchierai alla cripta e nasconderai gli occhi turbati e umidi — l’altro non lo vedranno mai più — nella lunga, bagnata erba del cimitero.
E dirai: Oh, guardami, sono qui e piango sulla tua tomba; perdonami per averti fatto soffrire, o Dio, non l’ho fatto apposta!
Ma egli non ti vede e non ti sente, non viene a farsi lietamente abbracciare da te, la bocca che spesso ti ha baciato non può più dire: “Da tempo ti ho perdonato”.
Lo ha fatto, ti ha davvero perdonato da tempo, ma tante roventi lacrime sono cadute su di te e le tue amare parole — ma taci! — egli riposa, ha raggiunto la sua meta.
Ama finché puoi amare, ama finché ti è permesso! Viene l’ora, viene l’ora in cui starai dinanzi a delle tombe, piangendo.

Scrittore di idee radicali, inneggiò alla rivoluzione del 1848 e per un breve tempo fu coeditore del giornale Neue Rheinische Zeitung di Karl Marx e Friedrich Engels. Ciò non gli impedì, tuttavia, di scrivere toccanti poesie come questa: un richiamo assolutamente calzante alla caducità della condizione umana, alla morte che porta via le persone amate, e al rimorso di non averle amate abbastanza.




Friederich Hebbel
(Wesselburen, Holstein 1813 - Vienna 1863)

Requiem

Seele, vergiß sie nicht,
Seele, vergiß nicht die Toten!
Sieh, sie umschweben dich,
schauernd, verlassen,
und in den heiligen Gluten,
die den Armen die Liebe schürt,
atmen sie auf und erwarmen
und genießen zum letzten Mal
ihr verglimmendes Leben.
Seele, vergiß sie nicht,
Seele, vergiß nicht die Toten!
Sieh, sie umscheweben dich
schauernd, verlassen,
und wenn du dich erkaltend
ihnen verschließest, erstarren sie
bis hinein in das Tiefste.
Dann ergreift sie der Sturm der Nacht,
dem sie, zusammengekrampft in sich,
trotzten im Schosse der Liebe,
und er jagt sie mit Ungestüm
durch die unendliche Wüste hin,
wo nicht Leben mehr ist, nur Kampf
losgelassener Kräfte
und erneuertes Sein!
Seele, vergiß sie nicht,
Seele, vergiß nicht die Toten!


Requiem
Anima, non dimenticarli, anima, non dimenticare i morti!
Vedi, ti stanno tutt’intorno, rabbrividendo, abbandonati, e nei santi ardori accesi dall’amore, respirano e si scaldano e godono un’ultima volta la propria vita che lentamente si spegne.
Anima, non dimenticarli, anima, non dimenticare i morti!
Vedi, ti stanno tutt’intorno, rabbrividendo, abbandonati, e quando tu con freddezza li escludi, si irrigidiscono fin nel più profondo. Allora li afferra la tempesta della notte, mentre, in sé rattrappiti, si rifugiano in seno all’amore, e li caccia con violenza per il deserto infinito, dove non c’è più vita, soltanto lotta di forze scatenate e rinnovato Essere!
Anima, non dimenticarli, anima, non dimenticare i morti!

Friedrich Hebbel era suddito danese, poiché la sua regione fu liberata dalla Germania solo poco dopo la morte del poeta. La sua famiglia si trovò in serie difficoltà economiche e solo nel 1846, quando sposò l’attrice Christine Enghausen a Vienna, raggiunse finalmente una discreta prosperità, oltre a riscuotere i primi successi letterari. Per tutta la vita fu schierato su posizioni sociali e politische radicali, così che si schierò a favore della rivoluzione del 1848.
Qui ci mostra una concezione dell’aldilà incompatibile con la Rivelazione cristiana (niente immortalità dell’anima, niente giudizio, niente giustizia divina), e più in linea con confuse credenze teosofiche. L’“anima” del vivo dovrebbe “riscaldare” le anime dei morti, facendole in qualche modo “partecipare” alla propria vita; altrimenti queste finiscono in una specie di caos, dove, in modo niente affatto chiaro, l’esistenza si “rinnoverebbe”. Prova lampante del fatto che non è vero che chi non crede in Dio non creda a nulla, al contrario, crede a tutto, specie alle più incredibili assurdità.




Hans Theodor Storm
(Husum, Schleswig-Holstein 1817 - Hadermaschen, Holstein 1888)

Elisabeth

Meine Mutter hat’s gewollt,
den andern ich nehmen sollt;
was ich zuvor besessen,
mein Herz sollt es vergessen;
das hat es nicht gewollt.
Meine Mutter klag ich an,
sie hat nicht wohl getan;
was sonst in Ehren stünde,
nun ist es worden Sünde.
Was fang ich an!
Für all mein Stolz und Freud
gewonnen hab ich Leid.
Ach, wär das nicht geschehen,
ach, könnt ich betteln gehen
über die braune Heid!


Elizabeth
Mia madre lo ha voluto, che dovessi sposare l’altro: ciò che prima era la mia ossessione, il mio cuore dovrebbe dimenticarlo; ma non ha voluto.
Mia madre io accuso, non ha agito bene; ciò che altrimenti sarebbe stato in onore, è divenuto peccato. Che mi resta da fare!
Per tutto il mio orgoglio e la mia gioia non ho ottenuto che dolore. Ah, non fosse mai accaduto, ah, potessi andare mendicando per l’oscura brughiera!

Giurista, narratore e poeta, Theoder Storm, pubblicò nel 1853 il suo racconto Immensee, scritto quattro anni prima, che si conta fra i suoi capolavori. Inserita in tale opera, questa poesia esprime il dolore della protagonista femminile, la cui vita viene rovinata da una madre egoista ed autoritaria, che la costringe a rinunciare all’uomo che ama per sposarne un altro, in obbedienza a meschini calcoli utilitaristici. L’inserzione di poesie in un racconto in prosa è una tecnica frequentemente usata nella letteratura tedesca. Essa è utile e particolarmente efficace per rivelare gli stati d’animo dei personaggi. Ne fecero uso anche Goethe, von Arnim, von Eichendorff e altri (e, in ambiente totalmente diverso, la scrittrice giapponese medioevale Murasaki Shikibu nel romanzo “Genji Monogatari”). Naturalmente è possibile usarla solo quando il racconto si svolge nello scenario di una società di alto livello sociale e culturale.

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