Genova, 20 Novembre 2017 07.19





 

 

31
AGOSTO
2017
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Al posto dell’immagine divina, egli aveva innalzato nel suo cuore l’immagine paterna, l’idolo infallibile.

Ora tutto era crollato. Il tempio del falso dio era in rovina, la statua in briciole, gli scorpioni facevano il nido fra le pietre.

Lucia non c’era più. Anche da viva aveva turbato il fratello. Nessuna tragedia esplode all’improvviso. I ricordi emergevano adesso nella memoria di Alberto in tutta la loro sinistra luce, lampi premonitori che egli non aveva saputo comprendere in tempo. Certi macabri disegni di lei, tante domande sull’al di là, l’espressione disperata del suo volto in alcuni momenti. Voleva sapere se c’è qualche speranza di consolazione, se c’è un’altra vita. Già, perché da questa vita cosa poteva sperare?

Alberto le aveva risposto che Dio non è che la fantastica idealizzazione delle qualità umane. È un’idea che giova solo alla borghesia (e loro, i Viviani, cos’erano?), giova ai reazionari per addormentare, con l’oppio della religione, il”proletariato” (ma che vorrà dire?), in modo da poter continuare ad opprimerlo. Tutt’al più vi può essere qualche credente in buona fede, ma l’uomo è materia. E dopo la morte? il nulla.

Da tempo, tuttavia, egli non era più disposto a giurare ciecamente su questi dogmi. Troppi fatti sfuggivano a un simile ristretto orizzonte. La perpetua insoddisfazione che è nell’uomo, ad esempio. Ricco o povero, nessuno è mai felice. Noi sembriamo tendere sempre a qualcosa che è al di là delle nostre forze. Non possiamo farne a meno. È una sete, un desiderio continuo e struggente che niente sulla terra riesce a placare.

Eppure Alberto ricordava d’aver visto un persona, non felice, mai, ma almeno serena: una semplice donna di servizio cui era morto l’unico figlio diciassettenne. Affranta, ma padrona di sé, aveva trovato in sé parole come queste:

“Egli ha voluto così. Egli ha dato. Egli ha tolto. Sia fatta la Sua volontà.”

Strano. Alberto si vergognava di non aver fede. Chissà? forse la consapevolezza di non sapere gran che di questa fede che, spinto dall’onnipresente padre, aveva rifiutato; forse l’ambiguità della propria posizione sociale: proclamar di combattere la ricchezza e nuotarci dentro, dirsi paladino della giustizia sociale continuando a godere tutti i privilegi del vecchio ordine, scagliarsi contro la “superstizione” dei preti ed essere schiavi di una superstizione atea.

Ma questo suo vacillare interiore non l’avrebbe condotto a respingere gli insegnamenti paterni, se non fosse avvenuta la tragedia. Lucia era morta. Inferma in un mondo feroce e sano: questa la sua esistenza.

Ella non aveva mai neppure tentato di confidarsi coi genitori, spesso invece con lui, Alberto:

“C’è un’altra vita? una giustizia qualunque dopo la morte?”

Domande vane. Le risposte di lui distillate dalla saggezza paterna, erano le sempre le stesse, dettate da un senso di lealtà verso il genitore, più che da un’intima convinzione.

Lucia aspirava alla religione con la stessa cieca energia con cui forse si sarebbe ribellata ad essa se l’avessero allevata in un ambiente rigorosamente cattolico. “Ma come?” avrebbe pensato “Dio è tanto buono e mi costringe a vivere così?” L’ateismo stesso dei suoi parenti era la fonte da cui scaturiva la sua disperata ansia di fede.

Certe volte ella smaniava:

“Che m’importa del ‘processo storico’? Sono un essere umano. È dunque Dio questo processo storico? Mi guarisca, se può.”

Alberto si assicurava che i genitori non udissero questi sfoghi della figlia, cosa del resto un po’ difficile, perché essi stavano abitualmente nella parte della casa più lontana dalla camera di lei. Poi si sforzava di calmarla con belle parole, prometteva (come si fa coi bambini) di farle un regalo.

L’ultimo scontro di questo genere era avvenuto due mesi prima della catastrofe. Le convinzioni di Alberto erano in sfacelo da un pezzo, senza esser sostituite da altre: non gli pareva ci fosse alcuna verità certa. Il vuoto dietro una facciata intatta: avanti nell’usuale ritmo dell’esistenza. Ancora pochi anni, e la sua scorza sarebbe forse divenuta impenetrabile quanto quella di suo padre.

Le scenate di Lucia valsero a scuoterlo. Cominciò ad intuire un barlume della disperata ricerca di lei. Ma che fare? Il lavoro lo impegnava a fondo. Suo padre aveva grandi progetti e ardeva di sacro zelo:

“Dobbiamo dimostrare agli operai che non siamo borghesi: sappiamo lavorare con loro e per loro.”

In quegli ultimi preziosi mesi, egli non aveva fatto nulla per la sorella. Gli era venuto in mente di regalarle un testo di catechismo. In fondo ne era un po’ incuriosito lui stesso. Chissà che non potesse consolare, o almeno distrarre, Lucia quella strana dottrina che sembrava aprire le porte alla speranza? Ma comprare un libro del genere significava entrare nella libreria vescovile, vicina alla cattedrale. La città era piccola, suo padre e lui stesso ben noti: se qualche conoscente l’avesse visto? In realtà non c’erano proibizioni in assoluto: poteva sempre dire di volersi documentare sulla propaganda avversaria.

Ma il fatto stesso di dover dare spiegazioni avrebbe poi reso difficile passare il libro a Lucia. “Che ti è venuto in mente di metterle in mano quella roba, nelle sue condizioni?” sarebbe stato il commento più benevolo. Bisognava far tutto di nascosto. Una volta che lei avesse avuto il volume, avrebbe potuto leggerlo con tutta tranquillità: farlo sparire sotto la coperta che le copriva le gambe sarebbe stata questione di un attimo.

Venti giorni prima della tragedia, gli era accaduto di adocchiare quello che cercava su una bancarella di libri usati. S’era cacciato il volume nella borsa, pagando e allontanandosi in fretta. Forse comprare così, all’aperto, era stato ancor più pericoloso che entrare in una libreria. Ma ormai era fatta. Il libro era lì, a portata di mano, egli aveva obbedito a un impulso del tutto spontaneo. A comprarlo in un negozio non si sarebbe probabilmente mai deciso: era una mezza idea che solo la vista dell’oggetto aveva spinto alla realizzazione.

A casa, stava per consegnare di nascosto il volumetto a Lucia, ma lei era assolutamente intrattabile. Aveva i nervi a fior di pelle. Litigarono per un nonnulla. Alberto stava per gettar via il libro. Poi la curiosità fu più forte. Che delusione. S’era aspettato solennità e grandezza: era invece un libro un po’ puerile, con illustrazioni a base di bambini salvati dall’angelo custode con le ali rosa mentre stavano cadendo in un fiume, e di neri diavoli con ali di pipistrello che incatenavano bambini cattivi che avevano mentito al confessore. Ma vi trovò anche frasi che lo colpirono (“Tutti gli uomini, per vivere, hanno bisogno di una certezza”). La patina di puerilità (e se fosse stata innocenza?) non riusciva ad offuscare l’importanza dei problemi trattati: quelli che egli, Alberto, e come lui chissà quanti altri, si ponevano sul significato della vita e della morte. E a questi problemi veniva data una risposta di amore e di speranza. Accettarla? “Ma in fondo” pensava “è soltanto il libro scritto da un prete”.

Davanti ad alcuni fatti, però, non si potevano chiudere gli occhi. La scomparsa subitanea di un cancro recidivo ulcerato alla lingua di una certa Catherine Lapeyère. O la guarigione delle fratture ad una gamba di Piet De Rudder, coi monconi ossei necrotizzati natanti nel pus: ed ecco l’uomo immobilizzato da otto anni alzarsi dal lettuccio e mettersi a correre di fronte a centinaia di persone: istantaneamente si era formato un callo osseo di circa cinque grammi. A Lourdes centinaia di fatti del genere, insieme a molti altri, meno spettacolari ma altrettanto inspiegabili, erano avvenuti ed erano stati accuratamente controllati da medici delle più diverse fedi. Che ci fosse, nell’acqua di Lourdes, qualche agente sconosciuto alla scienza? Ma molti dei miracolati non avevano neppure toccato l’acqua. Anzi, il fatto di De Rudder non era neppure avvenuto a Lourdes, ma in una località del Belgio dove era stato costruito un semplice simulacro della grotta di Massabielle.

Nel leggere ciò, Alberto pensava a sua sorella, e un turbinìo di pensieri confusi gli si agitava nella mente. “Ma di Lourdes hanno fatto un mercato: il turismo di massa, la vendita delle immaginette, dei souvenirs...”. L’antico spirito anticlericale.

Lucia intanto era sempre in collera:

“Non mi parlare”, lo aveva diffidato, due giorni prima della fine.

“È colpa mia,” pensava Alberto “l’ho seccata con la vecchia storia del processo dialettico, e il bello è che non ci credo neanch’io. Le darò il libro appena sarà più calma. Può darsi che la distragga”.

E di colpo la fine.

La notte dopo il funerale, quando i suoi pensieri cominciarono a riprendere un certo ordine, Alberto si trovò, quasi senza accorgersene, a fare il consuntivo della propria esistenza: seduto al suo tavolo di lavoro, col libro che Lucia non avrebbe più letto.

Spense la luce, perché sua madre lo credesse addormentato: gli interventi di lei sembravano essere inversamente proporzionali ai bisogni dei figli, pensava. Tutto preso dal proprio dolore, non si era reso conto di quanto la tragedia l’avesse abbattuta, e sentiva un po’ di rancore verso di lei.

Sentiva sotto le dita la copertina del volume, ruvida, consunta. Al buio era davvero una povera cosa: poche pagine gualcite che pretendevano di dare un senso all’universo. Ci sarebbe voluto così poco a distruggerlo. Ma le domande sarebbero rimaste.

Solo la brace della sigaretta forava il buio intorno a lui. Tutta la vita ci affanniamo per questo e per quello: “Farò brutta figura? Che dirà la gente? Avrò la promozione? Lei mi dirà di sì?” Intanto le persone care ci sfuggono, spazzate via dal fiume dell’esistenza. E non possiamo fare nulla per trattenerle o richiamarle indietro. Oh sì, bellissima cosa il “processo storico”: essendone tutti gli uomini partecipi, continuerebbero a vivere nei propri discendenti, nelle trasformazioni che ognuno lascia nel mondo. E questo non è oppio dei popoli? non è propaganda malvagia e menzognera? E quando l’umanità sarà estinta? quando l’ultimo uomo sarà polvere?

Come sarebbe stato più comodo se Lucia non fosse mai nata, o non avesse mai contratto la poliomielite, o almeno fosse scomparsa di morte naturale. Nessun tarlo avvelenato nel cervello, ora. Tutto come prima: lavoro, un po’ di politica, divertimenti, qualche ragazza, prima o poi il matrimonio (in municipio, per carità, niente fumo di candele e giaculatorie di preti), un’esistenza tranquilla, avviata verso il nulla.

Nonostante i suoi dubbi, nonostante il disprezzo che qualche volta sentiva per quei fumi ideologici, Alberto era tutt’altro che ansioso di abbandonare quel porto riparato.

Ma ciò che è accaduto non torna indietro. Non per nulla qualcuno ha detto che il processo storico è irreversibile.

Alberto aveva udito suo padre mormorare: “Era destino.” Ma l’immagine di lei si levava nella mente del giovane, pallida, muta, più eloquente nel suo silenzio di quanto fosse mai stata da viva. E questo bastava a far crollare un mondo di menzogne. Gli veniva spontaneo formulare una frase che pareva la sentenza di un invisibile tribunale al quale non c’era appello. Benché in quel momento non se ne ricordasse, quella frase era tolta, con lievissima modificazione, da Berthold Brecht, l’autore preferito di suo padre: “E dove si parla di destino, ella citerà i nomi”.

Per interrompere il corso di quei pensieri che lo facevano soffrire, Alberto accese la luce e aperse il libro, a caso. I suoi occhi caddero su una citazione dal Vangelo: “... e la verità vi farà liberi”.

“Liberi? che liberi? e le leggi economiche? e le leggi biologiche? Cos’è la libertà?” avrebbe urlato suo padre, che forse urlava più che altro per persuadere se stesso.

Eppure Alberto sentiva di poter scegliere. Avrebbe forse potuto salvare Lucia, parlandole di speranza invece che di fandonie materialiste. Non l’aveva fatto. Nel timore di incorrere nella censura del genitore, distratto da mille richiami, non s’era mai veramente sforzato di comprenderla. Non aveva neppure badato al sonnifero, che non avrebbe dovuto lasciare così a portata di mano.

In tutta la sua condotta un atroce sbaglio, un errore che aveva nome egoismo. Vivere per sé soltanto. Eppure, nel torbido rimescolìo dei rimorsi, emergeva confusamente un’idea di consolazione, prossima a consolidarsi in certezza: aveva sbagliato, aveva malamente usato la propria libertà, ma dunque era libero.

Poiché chi non è libero non può sbagliare. Legato al caso, alle necessità della natura, alle presunte leggi della storia, corre senza sapere dove vada: come un fantoccio rotola attraverso l’esistenza e scompare. Chissà perché nessun materialista porta alle estreme conseguenze la sua pseudofilosofia? forse perché a nessuno piace sentirsi fantoccio?

“Dunque ho una volontà,” pensava Alberto, e gli pareva una grande scoperta “posso scegliere. Anche ora: posso rimanere quello che sono, facendo finta che non sia successo nulla, o liberarmi”. Sotto il pesante strato degli insegnamenti paterni, sotto gli umori ateistici dell’ambiente in cui viveva, egli sentiva emergere irresistibile il proprio libero arbitrio, e insieme ad esso si ridestava l’immagine di una luce immortale, che, invano nascosta e oscurata dalle cose del mondo, non aveva mai lasciato la sua anima.

Qualcosa s’era spezzato per sempre. Qualcosa rinasceva. Il mondo non era più lo stesso: aveva perduto molto della sua attrattiva, non era che un velo che copriva la vera realtà, uno specchio che dava immagini distorte, facendo apparire importante ciò che non lo era affatto, e celando ciò che veramente contava.

Al mattino gli giunse la voce di sua madre, rotta, alterata, come se piangesse.

Era venerdì 6 marzo 1953.

Andò a bussare alla porta della camera dei genitori. Entrò. Sua madre era accasciata su una sedia, con le lacrime agli occhi. Suo padre in piedi, vestito di nero, l’immagine del dolore virilmente contenuto, teneva in mano il solito giornale del partito portato dalla cameriera. Solenne come sempre, salutò il figlio con un cenno del capo e gli porse quel paccazzo di fogliacci listati a lutto.

Fu così che Alberto apprese che, proprio quella notte, colui il cui nome significava “vittoria per i popoli e gli sfruttati di tutta la terra”, l’“amato compagno Stalin”, era morto.

“È per questo che portate il lutto? è per questo che la mamma piange?”

“Che vuoi dire?” la voce del signor (compagno) Viviani era stupita e vagamente minacciosa.

Fu allora che accadde una cosa straordinaria. Sua madre di rizzò in tutta la sua statura. Era stata bellissima, e pareva ancora una regina. Rivolta al marito, articolò con precisione e tutta l’incisività di un proclama regale:

“Io piango mia figlia. Mia figlia valeva più di tutti gli Stalin, piccoli e grandi del mondo messi insieme.”

Suo padre sgranò gli occhi e restò senza fiato. Alberto stimò prudente ritirarsi in gran fretta.

Quel giorno, uscito dal cantiere della nuova “casa del popolo”, che doveva sostituire, con analoghe funzioni, la precedente “casa del fascio”, distrutta dai bombardamenti, andò dritto verso la cattedrale. Entrò a testa alta nella libreria vescovile, e alla suora dietro il banco chiese di comprare un Vangelo, anzi, una Bibbia cattolica completa.

Ma i Vangeli erano ciò che l’attraeva di più. Quella sera cominciò a leggere da quelli.

“Io vi do un comandamento nuovo: amatevi l’un l’altro. Come io ho amato voi, così voi amatevi a vicenda.”

“Beati voi quando vi oltraggeranno e falsamente diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.”

“Beati voi che piangete perché avrete gioia.”

Se Lucia avesse potuto leggere quelle parole, si sarebbe ugualmente abbandonata alla disperazione? chi poteva dirlo?

Alberto desiderava confidarsi con qualcuno, parlare dei suoi rimorsi, e della paura che suo padre si accorgesse del cambiamento avvenuto in lui. Era già adirato con la moglie, che però gli teneva testa senza batter ciglio. Proprio lei, con la sua dote, gli aveva permesso di diventare un importante costruttore. Da solo sarebbe rimasto poco più che un semplice geometra.

“Non basta un disonore sulla nostra famiglia?” avrebbe gridato il genitore (ci teneva al massimo grado al decoro, a “ciò che dirà la gente, ciò che diranno gli elettori, ciò che diranno i compagni”: la rispettabilità borghese al servizio della convenienza politica) “ne parla tutta la città, e ti ci metti anche tu? cosa sono queste novità? non sarai mica andato a farti corrompere dai preti?”

Il segno distintivo di tutti i cattivi genitori: la granitica persuasione che i figli non abbiano un cervello proprio. Se prendono una strada diversa da quella tracciata per loro dall’amorevole cura degli autori dei loro giorni, è invariabilmente perché “qualcuno” li ha fuorviati.

Andare dai preti. Buona idea. Uomini come gli altri, certo. Alcuni tutt’altro che fedeli ai voti e agli impegni liberamente assunti. Altri che spasimavano per “modernizzare” la Fede in modo da renderla più accetta al mondo: il mondo falso e vigliacco che non l’avrebbe accettata in nessuna forma e avrebbe comunque continuato a perseguitarla, il mondo che alla mitica “medicina della misericordia” avrebbe risposto con sputi e pugnalate. Con tutto ciò, i preti non erano forse depositari di un messaggio che valeva la pena di conoscere, se non altro per poterlo respingere ad occhi aperti?

Ma il nuovo trasloco lo distrasse per un certo tempo. Suo padre non aveva più messo piede nella stanza che era stata di Lucia. Sua madre vi trascorreva ore a ricordare, a tormentarsi, a piangere. Quando non era lì, passava il tempo a spostare quadri e soprammobili nel resto della casa, alla ricerca di una perfezione che non trovava mai. Secondo suo padre, poi, alcuni insopportabili vicini non erano più ossequiosi come una volta, e aveva sentito una signora del piano di sotto che diceva a una vicina:

“Non le hanno nemmeno fatto il funerale in chiesa. Poveretta, quando sei in quelle condizioni e nemmeno la consolazione di una fede, cosa puoi fare se non ammazzarti?”

E il signor (compagno) Viviani, entrato in casa, aveva bofonchiato:

“Sta’ a vedere adesso che l’abbiamo ammazzata noi.”

Così decise di cambiar casa, trasferendosi in una villa periferica, che la sua impresa aveva acquistato e appena finito di ristrutturare. La vecchia abitazione, di proprietà, sarebbe stata affittata. Per Alberto, questo era un sacrilegio, e anche sua madre era tutt’altro che contenta della decisione. Non era forse un oltraggio che estranei venissero a schiamazzare, a litigare, a dire sciocchezze, a fare l’amore, dove sua sorella era morta? Vi furono discussioni piuttosto vivaci, con suo padre che si trincerava sempre dietro le parole:

“Farà bene a tutti un cambiamento d’aria.”

La nuova sistemazione era indubbiamente più comoda, e fece dimenticare i disagi del trasloco, che ricaddero soprattutto su Alberto. C’erano da sistemare i mobili antichi, così delicati da trasportare, i moltissimi soprammobili di valore, i lampadari in cristallo di Boemia comprati nella felice Praga liberata dall’Armata rossa, l’argenteria, i preziosi trofei di caccia abbattuti dal padre in una grande battuta nel 1950, nel “paradiso dei lavoratori” Ungheria.

Quando la nuova casa fu in ordine, Alberto poté ricominciare ad uscire liberamente. La prima destinazione delle sue passeggiate del tempo libero fu la cattedrale. Non sapeva esattamente cosa vi avrebbe fatto. Ammirò con occhio di ingegnere la potente struttura romanica, poi le sculture e i dipinti. Infine gli venne da domandarsi se fosse il caso di fermare quel giovane sacerdote laggiù per... per che cosa?

Due voci altercavano dentro di lui.

“Parlargli? E poi? Che c’entra quello con la tua vita?”

“Ma ha rinunciato alla gioventù, a formarsi una famiglia, per servire...”

“Chi?”

“Dio... gli altri...”

“Ma va. La sera si metterà in borghese e uscirà a divertirsi.”

“L’hai visto farlo? No, e allora taci.”

“Ti metti contro tuo padre, ti rovini: per chi? per quello là con la tonaca nera?”

“Macché, è per Lucia che voglio andare fino in fondo. Lei non ha potuto. Lo farò io.”

“Ma tu sei nemico di quello là: che ci vai a fare?”

“Va’ al diavolo, cioè a te stesso.”

E messo a tacere il tentatore, Alberto si avvicinò al giovane sacerdote:

“Mi scusi, potrei parlarle?”

“Venga.”

Il prete lo fece entrare in un piccolo studio nella sacrestia. Sedettero. Era tutto così semplice.

Alberto raccontò. Lucia: la sua disperata ricerca di un conforto che le era stato negato. Il rimorso di non aver saputo aiutarla.

“Non so più cosa voglio;” concluse “la vita mi sembra una corsa folle; dietro a che cosa?”

“Le risponderò nell’unico linguaggio che conosco: quello di un prete. È proprio questa inquietudine insanabile, quest’infelicità, la nostra speranza. È il segno che non esistono solo le cose materiali, e che di queste non potremo mai appagarci. È la notte agitata dell’ammalato che soffre e attende l’alba e la liberazione dal suo male. Nessuno troverà pace su questa terra. Crede che io sia in pace con me stesso? Lo sono ancora meno di lei. Crede che i più grandi mistici, i più fervidi credenti, vivessero tranquilli? Dubbi e tentazioni d’ogni genere: una lotta continua, logorante. Per l’intera esistenza. E odio, e persecuzioni. Ma tutto questo non è che un’ombra. La nostra speranza è altrove. Ma lei non ha bisogno delle mie prediche. Non sarebbe qui se non avesse già trovato quello che cerca.”

Un silenzio. Poi la conversazione si spostò su questioni pratiche. Alberto chiese consiglio su come evitare di essere visto quando andava a Messa. Non perché se ne vergognasse, ma semplicemente perché suo padre lo venisse a sapere il più tardi possibile, mentre lui rifletteva e cercava la sua strada.

“Certo qui in cattedrale la vedrebbero tutti. Ma vada a mio nome al convento dei carmelitani. Cerchi di padre Giuseppe. È un mio amico. Eravamo compagni alle scuole medie, prima di entrare in seminario. E non abbia paura. Tutto sarà limpido un giorno. Anche il destino di sua sorella ha certamente un significato che oggi ci sfugge.”

La domenica successiva Alberto poté fare la conoscenza di padre Giuseppe e la chiesa dei carmelitani divenne il luogo più desiderato per lui. Si accostò ai Sacramenti. Andava sempre alla prima Messa per non farsi vedere.

“Mi sembrano tornati i tempi delle catacombe” confidò una volta a padre Giuseppe, che era un giovane di media corporatura, di aspetto comune, che non avrebbe attratto alcuna attenzione se non fosse stato per i suoi occhi, grandi e azzurri.

“Non sono mai finiti;” replicò sorridendo il suo nuovo amico “in ogni parte del mondo hanno profanato chiese e massacrato sacerdoti e fedeli, e continuano a farlo anche in questo momento. Non prevarranno. La Chiesa resiste. Persecuzioni, tradimenti: niente l’abbatte. Non è un’istituzione umana.”

Era un mondo nuovo che si apriva davanti ad Alberto. Assoluto e radicale era lo sconvolgimento nel suo modo di pensare consueto. L’uomo non è solo, non si dibatte su questa terra per scomparire come un qualsiasi animale caduto ai margini della strada. C’è qualcuno da chiamare Padre nel segreto dell’anima, Qualcuno che ci ama tanto da sacrificare per noi il suo Figlio Unigenito. Questo era sconvolgente: Dio che soffre. Perché soffre? Per amore.

 

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