Genova, 20 Novembre 2017 07.18





 

 

31
AGOSTO
2017
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Pensava di continuo a Gabriella, ed era un pensiero confuso, un magma ribollente di desideri inespressi, di domande senza risposta. Un’altra si sarebbe comportata diversamente? lo avrebbe reso felice?

Un giorno si accorse di guardare quasi con amore, non solo con desiderio, le ragazze sconosciute che incontrava per strada. Guardandole una ad una, pensava: “Tu potresti andar bene. Potremmo volerci bene, stare insieme, non essere più soli.”

Momenti di relativa serenità e di profondo smarrimento si alternavano. Fu invitato a una festa da una compagna d’università, una delle pochissime donne che frequentavano medicina. Lo conosceva appena, ma desiderava tanti ragazzi “di riserva”. Dapprima pensò di rifiutare, poi preferì rompere un poco la sua solitudine e vi andò.

La solita noia. Essendo i ragazzi in maggioranza, le ragazze erano tutte impegnate. Il chiacchierìo degli altri lo infastidiva. Fu ben felice di andarsene.

Al ritorno, davanti al portone, si fermò interdetto: perché era chiuso a metà?

“Cos’è successo?” domandò alla portinaia.

“La figlia dei signori Viviani...”

“Chi?”

“La ragazza poliomielitica, la sua vicina.” La portinaia sembrava addolorata: strano per una gelida chiacchierona, tenera solo con i gatti.

“Morta?” La sua stessa voce suonava a Paolo straniera, lontana, come se scendesse da una distanza astrale.

“Morta.”

“Quando?”

“Poco dopo che lei è uscito.”

“Ma com’è stato?”

La voce della portinaia divenne un sussurro:

“Pare che... si sia ammazzata.”

A testa bassa, Paolo si allontanò. Dimenticando l’ascensore, prese a salire lentamente le scale. Si sentiva pesante, torpido, come se un veleno gli fosse penetrato nel sangue. Giunse alla porta di casa. Silenzio.

Cercando di far meno rumore possibile, suonò, sfiorando appena il campanello. Venne ad aprirgli sua madre, il volto contratto in una smorfia. Impossibile dire se di dolore, di rabbia, o di tutte e due le cose.

“Hai sentito?”

Paolo annuì senza parlare.

Durante la cena vennero le accuse. Sua madre, a differenza del solito, non alzava la voce, ma le sue parole erano ugualmente di pietra:

“Se non te ne fossi andato in giro, se le fossi stato un po’ dietro, anche solo un pochino, sarebbe ancora viva. E parla, di’ qualcosa, con quella faccia di bronzo. Potevi ben comportarti in un altro modo, con lei, no? Faresti scappare la pazienza a un santo. La tua faccia fa schifo, lo sai? Maledetto il giorno e l’ora che son nata. Vedrai quando sarò morta io. Cosa covi dietro quella faccia? Vita maledetta, vita maledetta, vita maledetta.”

Suo padre sembrò prendere vita. Squadrò la moglie e disse:

“Che vuoi che c’entri nostro figlio? È colpa sua se quella poveretta era in quello stato? Cosa volevi, che la sposasse per mettere le mani sulla dote? Ma non ti vergogni?”

La “Salvatrice” non rispose. Si alzò con gli occhi che mandavano fiamme, guardò quei due che vivevano solo perché lei, eroicamente e contro tutte le difficoltà della vita, li proteggeva sotto le sue ali. Quei due che non capivano nulla, che non volevano capire. Sdegnata oltre ogni dire, voltò loro le spalle e andò a chiudersi in camera perché non la vedessero piangere, nella frustrazione del suo sconfinato affetto calpestato e della sua incompresa saggezza.

Paolo non disse una parola. Riuscì appena a inghiottire qualche boccone. Andò quasi subito a letto. Non gli importava di sua madre e di qualunque cosa potesse dire: da lungo tempo era abituato a lei.

Volle studiare, ma non poté concentrarsi. Lo assalì un’ondata di ricordi. Fatti cui aveva attribuito scarsa importanza ingigantirono nella sua memoria. Rivedeva il volto delicato, sensibile di lei. Tutto le era stato concesso, tutto tranne la salute e l’amore, cioè non aveva avuto nulla. Come bastava una semplice visita a renderla felice. Quanto doveva aver sofferto.

La mattina dopo sarebbe andato a rendere la sua ultima, inutile visita. Subito non gli era possibile, neppure se l’avessero trascinato a forza. Si accorse di respirare a fatica. Depose il libro di anatomia sul comodino e sperò ardentemente di addormentarsi.

Lucia continuava a tornargli alla memoria, inesorabile. Che aveva fatto lui per soccorrerla? Come lui e come qualunque altro essere umano, aveva gli stessi desideri, sentimenti, paure, soffriva della stessa solitudine, e in più era segnata da una condizione di infermità e di dolore da cui non c’era via d’uscita. Egli era stato capace di sentire soltanto la propria sofferenza, di compatirsi. Che aveva fatto per recarle il conforto di cui, nella sua tragica condizione, non poteva fare a meno? Aveva solo rappresentato per lei una felicità irraggiungibile.

Lucia era morta. Si sentì schiacciato. Per un pezzo non osò neppure pregare. Dio era muto. Egli ne aveva paura. La musica. La Quarta di Brahms: il pezzo da lei preferito. Gli pareva di riudire la melodia appassionata, tragica. Saliva a ondate dentro di lui, come un’eco lontana. Vide la miseria dell’esistenza, la vanità di ogni cosa terrena. Nella città più di centomila persone si svegliavano ogni giorno sperando qualcosa che difficilmente si realizzava. La sera si rifugiavano nel sonno, per cominciare da capo l’indomani. Ogni giorno qualcuno di loro non si svegliava più. Ma continuavano a venire alla luce nuove vite. Così vi sarebbe stata ancora gente, tutta votata alla medesima sorte. E così lo stesso in ogni terra, in tutto, tutto il mondo.

Lucia era morta. Aveva trovato il coraggio di troncare una vita che le appariva intollerabile. Paolo sentì che la ragazza poliomielitica gli sarebbe mancata atrocemente. Mentre si agitava nel letto, dal profondo della sua anima emergeva la certezza di averla amata e d’esser stato amato. Dov’era adesso? non il suo corpo senza vita, ma l’anima: l’unica cosa che alla fine conti veramente. Un pensiero orribile lo assalì: il suicidio è un peccato mortale. Chi lo commette non ha speranza di salvezza.

Ma, proprio allora, una voce interiore gli comandò — non gli suggerì, gli comandò — di non disperare. Anche il suicida può salvarsi, se all’ultimo istante si pente. Non può più tornare indietro. Non ha neppure la forza di invocare aiuto. Ma è ancora padrone della propria volontà. Un pensiero basta ad aprire la via del cielo. Con questa nuova consapevolezza, Paolo sentì di poter pregare per l’anima di lei e pregò. Pregò con tutte le sue forze. A notte tarda, finalmente, venne il sonno a portargli un po’ di sollievo.

La mattina dopo, di fronte alla porta di casa dei Viviani, dovette compiere un grande sforzo per non fuggire, oppresso dai ricordi e dal pensiero di quel che avrebbe visto. Spinse il battente socchiuso ed entrò in punta di piedi. La casa era piena di gente silenziosa, che egli non aveva mai visto. Accasciato su una sedia vide Alberto, che non dava alcun segno di accorgersi di ciò che avveniva intorno a lui.

Qualcuno condusse Paolo nella camera della morta. La prima sensazione di lui nell’entrare fu un soffocante odore di chiuso e di cera bruciata. Il letto era a sinistra, vicino alla porta, ma il suo sguardo corse istintivamente là dove l’aveva sempre vista, presso la finestra. Ed ecco gli oggetti di lei: la poltrona vuota, l’odiata sedia a rotelle ficcata in un angolo, il giradischi silenzioso, l’alta pila dei dischi, i libri tutti in ordine, una scatola di caramelle chiusa. Sembrava che le cose attendessero, schierate come un piccolo esercito, la loro padrona, e gli ordini di lei, che non sarebbero mai più arrivati. La gabbia dei lucherini era ancora coperta dal solito panno con la quale veniva riparata dalla luce durante la notte perché le due creaturine dormissero tranquille: non ne veniva alcun rumore, come se anche dentro quella piccola casa regnasse il lutto. Due ceri erano stati collocati presso il letto e (strano) sul comodino vicino ad esso c’era una piccola croce pescata chissà dove e messa chissà da chi: forse una di quelle inspiegabili incongruenze nelle quali cadono quelli che si vantano di essere atei.

Lucia era distesa sul letto, composta, gelida. Era stato Alberto a vestirla e a comporla, prima di crollare in uno stato di totale prostrazione. L’aveva rivestita dell’abitino blu che la rendeva tanto graziosa, specie le rare volte in cui sorrideva. Dalla vita in giù il corpo era pietosamente nascosto da una coperta. Il visino era disteso: non più roseo, ma bianco, bianco come un giglio, bianco come la neve, ombreggiato dalle lunghe ciglia nere abbassate.

“Perché?” si interrogava Paolo con angoscia “perché?”

Non tanto perché lo aveva fatto, ma perché una creatura umana doveva subire una simile condanna: immobilità, deformità, solitudine, e neppure il diritto di pregare. Infatti in quella casa non si pregava, ed era la menomazione peggiore. Non c’è disgrazia, non c’è catastrofe, non c’è orrore che la prospettiva di una vita oltre l’esistenza terrena non possa mitigare e consolare. La figura di questo mondo passa, si dissolvono i beni terreni, ma anche i mali vengono annullati e dimenticati.

La speranza nell’infinito amore divino fa apparire insignificante ogni sofferenza. Per questa speranza, gente che avrebbe potuto vivere nell’agiatezza e circondata di ogni piacere terreno abbraccia la croce e sceglie di soffrire insieme a Cristo. Dio che soffre, Dio che si fa come noi eccetto che nel peccato, Dio che, proprio Lui senza peccato, si carica delle conseguenze del peccato, si carica della morte, entrata nel mondo per l’invidia del diavolo. Dio che si fa nostro compagno, amico, fratello, salvatore. Ma dopo la croce viene la resurrezione, e il dolore non è più che un’increspatura nelle acque che la nave si lascia dietro.

Fu con questi pensieri che Paolo si fece il segno della croce e pregò, a voce neppure tanto bassa: il Requiem aeternam, e poi il Prefazio dei morti, che da tempo aveva imparato a memoria. E alle parole Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur, non tollitur, et dissoluta terrestris huius incolatus domo, aeterna in caelis habitatio comparatur, sentì una presenza dietro di sé. Era la madre di lei, col volto inondato di lacrime:

“Grazie per essere venuto,” mormorò “aveva tanta simpatia per lei. Grazie per aver pregato, noi non ne siamo capaci... Ma la guardi, la guardi... O Signore, o mio Dio... Chi avrebbe mai immaginato? Abbiamo trovato il tubetto del sonnifero vuoto. E abbiamo trovato questo.”

Gli porse un foglietto. La scrittura era tormentata, irregolare, appena leggibile:

“Lascio il mio giradischi e tutti i dischi a Paolo — non dimenticarmi, Paolo — abbiate cura di Tillino e Tillina”.

“Signora,” riuscì a proferire Paolo, ormai anche lui in lacrime “noi non vediamo tutto, anzi vediamo poco e sappiamo pochissimo. Non si può dire nulla fino all’ultimo istante. Dal male può venire bene, e da quello che ci sembra bene può venire male. Prenda questa: — e dal misero portamonete che gli aveva dato suo padre dopo che aveva”perduto” il portafoglio, estrasse un’immaginetta — è San Giuseppe, protettore della famiglia e terrore dei démoni. Non ho altro da darle. Ma questa la proteggerà e proteggerà questa casa.”

La signora Viviani prese l’immaginetta e fece una cosa che mai avrebbe sognato di fare, o meglio che aveva sognato di fare in circostanze più liete: abbracciò Paolo come un figlio.

I due lucherini non furono dimenticati. Lucia si era raccomandata che venissero curati. Paolo scoprì la gabbia. Era sporca, perché le gabbie degli uccellini vanno accuratamente pulite ogni mattina, e naturalmente nessuno aveva più pensato a quelle povere creaturine che stavano abbandonate in un angolo, con le piumette irte, gli occhietti socchiusi, come avvertissero la morte nell’aria.

“Li vuole?” disse la signora Viviani “li prenda pure. Anche il giradischi, naturalmente.”

“Grazie”, rispose lui. Come siamo stupidamente legati alle convenienze.

Se ne andò con la gabbia, la depose nella cucina di casa, la ripulì e vi cambiò l’acqua. Ma i lucherini restarono immobili, apatici. Non restò apatica, invece, la madre di Paolo, che inveì con tutte le sue forze, perché “le penne in casa portano pene” e voleva dar loro “la libertà”, ciò che naturalmente avrebbe significato ucciderli, abituati com’erano a una vita riparata.

“Mamma,” cercò di tranquillizzarla Paolo “non ti preoccupare, non dureranno a lungo.”

“Almeno portali via dalla cucina, che ho da fare, cosa credi, maledizione.”

Egli trasportò la gabbia nella sua camera e lasciò aperta metà della finestra per far circolare l’aria. Era ora di correre all’università. Aveva già perso la prima ora. Ne ebbe per tutto il giorno: lezioni al mattino, laboratorio nel pomeriggio, col pensiero fisso di Lucia, inanimata come il cadavere che stavano sezionando.

La sera andò a prendersi il giradischi, svogliatamente. Dopo averne tanto desiderato uno, ora avrebbe preferito non possederlo mai. E gli pareva quasi di fare un torto a Lucia, di derubarla. A tratti non riusciva a persuadersi che lei non c’era più. Appena entrato nella stanza, la guardò. Con sgomento vide che la marmorea bellezza del mattino era già svanita. A meno di trenta ore dalla morte, il calore della stanza chiusa aveva reso i tratti del viso più marcato, le occhiaie cave, le unghie annerite, macchioline bluastre qua e là sotto la pelle candida. Solo allora si rese conto che, in questa vita, non l’avrebbe vista mai più. L’unica differenza tra lei e i disgraziati che fornivano materiale al laboratorio di anatomia era che per costoro non c’era denaro per la sepoltura.

Egli prese il giradischi e l’enorme pila dei dischi tutti in una volta, e con le braccia doloranti per quel carico e la paura di rompere qualcosa, fuggì dalla stanza. Non voleva più rimettervi piede.

I due lucherini, da quando la loro padrona, la loro dea, li aveva lasciati, non s’erano più mossi. Stavano silenziosi, senza toccare cibo. Morirono poche ore dopo, quel pomeriggio, uno vicino all’altro, come per scaldarsi a vicenda. Paolo li compose in una scatoletta di cartone e li seppellì in un’aiuola poco lontana.

Una calma indifferenza verso il mondo era entrata in lui. Si accorse che qualcuno, all’università, lo guardava con disprezzo e derisione, ma non vi badò. Scorse Gabriella per la strada e, invece di sentirsi confuso, o di provare rimpianto, invece di volgere il capo altrove maledicendo la propria timidezza davanti a lei, la guardò tranquillamente, domandandosi: “come ho potuto essere così sciocco da trovarla simpatica?” Non si salutarono.

Un giorno, mentre usciva da lezione, Gabriella gli passò ostentatamente davanti, al braccio di Sergio Benini, il testone biondastro che si proclamava un genio, e lo salutò con aria di sfida. Egli non rispose. E non mutò neppure espressione.

Gli arrivò qualche oscena frecciata di Seppia, e si limitò a sorridere. Ma, nonostante il suo freddo distacco, non avrebbe sorriso se avesse immaginato quel che Gabriella aveva detto di lui. Alle calunnie credette una buona parte di quelli che lo conoscevano solo superficialmente.

Il fatto veniva raccontato in due modi, con diverse fantasiose varianti: Paolo aveva attirato Gabriella in aperta campagna per usarle violenza (versione favorita da lei stessa e dagli amici di lei); Gabriella aveva tentato, senza successo, di sedurre Paolo (versione di quelli che conoscevano meglio i due personaggi di quella farsa). Un campione di logica, rimasto purtroppo anonimo, come spesso avviene per i grandi inventori e benefattori dell’umanità, asserendo che la verità sta sempre nel mezzo (assunto in base al quale, fra chi sostiene che due più due fa quattro e chi dice che fa sei, è inevitabile concludere che fa cinque), aveva elaborato una sua versione a prova di bomba: Gabriella aveva voluto sedurre Paolo, ma questo si era talmente scaldato da spaventarla e indurla a una precipitosa fuga. Questa fu la storia che, soddisfacendo un po’ tutti, finì per trovare maggior credito.

Qualcuno, poi, “ricordò” che Paolo e Armando Seppia avevano litigato per un libercolo pornografico: chissà com’era andata? Forse Seppia aveva cercato di farlo accettare a Paolo? O non era stato Paolo a strapparlo di mano all’altro per leggerlo?

Nelle menti ondivaghe e annebbiate di molti si fece strada l’immagine di un Paolo violento, affamato di esperienze proibite. Tornarono a galla persino rigurgiti della vecchia storia di Claudia e del relativo pestaggio: anche lei aveva asserito di essere stata molestata, e Candiani aveva suffragato quella versione. Ora nessuno dei due era più in città: di lei non si sapeva più nulla, e lui era andato ad iscriversi ad un’università a centinaia di chilometri, perché aveva ingravidato un’altra tizia, di famiglia modesta, ma con quattro fratelli, uno più grosso dell’altro. Né Claudia né Carlo Candiani potevano quindi partecipare al tiro al bersaglio contro la reputazione di Paolo, ma la gente ricordava ancora in modo vago che c’era stato qualcosa che non faceva onore a nessuno dei protagonisti.

Neppure tra quelli che prestavano fede alla versione apparentemente più favorevole a Paolo, mancavano voci velenose. La verginità maschile è disprezzata dal mondo, quasi fosse una macchia da cancellare al più presto. Non che quella femminile se la passi molto meglio, a dire il vero.

Un’anima sana e pulita (se ce ne fosse qualcuna) sarebbe in grado di apprezzare chi fugge la tentazione. Le anime bacate hanno invece un modo di giudicare tutto speciale: “quello non ha voluto divertirsi: evidentemente è un anormale”.

 

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