Genova, 20 Novembre 2017 07.19





 

 

31
AGOSTO
2017
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“Oggi comincia per voi un nuovo corso di studi,” esordì il docente “e, nella migliore delle ipotesi, ne avrete per sei anni. Non vi fate illusioni: è duro e pesante. Anzi, tutta la carriera lo è. Ma ne vale la pena, almeno per chi fa il proprio dovere. Voi allevierete le sofferenze, sarete per il corpo quello che il sacerdote è per l’anima.”

Era il solito pistolotto per aspiranti medici, e qualcuno dei fuoricorso che l’aveva già sentito, sorrideva e bisbigliava al vicino:

“Adesso dirà questo... adesso tirerà fuori quest’altro.”

Ma Paolo fu colpito da quelle parole. Desiderava tanto far qualcosa per gli altri, anche per non sentirsi così solo lui stesso. Ogni tanto incontrava qualche compagno di scuola, ed era un intrecciarsi di domande, spiegazioni, progetti. Poi gli addii, la promessa di rivedersi presto, e il rimpianto per il tempo della scuola che pareva già così lontano, e che non era affatto sembrato degno del minimo rimpianto finché era presente.

Una mattina incontrò, nei pressi della stazione, Tartaro che stava partendo per Milano, dove aveva cominciato a frequentare il Politecnico, e che lo salutò in modo imprevedibilmente gentile. Aveva sentito del malore di sua madre e volle sapere tutto; poi raccontò qualcosa di sé. D’improvviso s’interruppe e, con rapidità, quasi vergognandosi, sparò, fuori:

“Donati, a volte ti ho trattato in modo poco simpatico. Scusami.”

Paolo rimase lì, stupito, a guardare il compagno che s’allontanava. “Non giudicherò più”, promise a se stesso. Intanto Giovanni Tartaro se n’era andato.

Le prime lezioni di anatomia parvero interessantissime. Titolare della cattedra, e direttore del relativo istituto, e inamovibile barone, era il professor Giordano Tichi, al quale la faccia allungata, il naso prominente e grifagno, il cranio pelato, avevano fatto appioppare il nomignolo di “Kon-Tiki”. L’impresa di Thor Heyerdhal era un ricordo ancora assai recente, e a molti non era sfuggita la vaga somiglianza fra il Tichi e le statue dell’isola di Pasqua. “Kon-Tiki” arrivava spesso all’istituto per la lezione annunciandosi di lontano, le rare volte in cui veniva, col frastuono della sua potente motocicletta: certo l’auto sarebbe stata più signorile, e ne possedeva una particolarmente prestigiosa, ma correre in moto lo divertiva troppo. Altre sue occupazioni preferite erano la pesca e la collezione dei francobolli. Va detto a suo onore che si occupava qualche volta anche dell’università, sebbene, dopo aver svolto un paio di lezioni, si facesse da parte per lasciare spazio agli assistenti, forse mosso da baronale modestia.

E grazie a questa baronale virtù, il peso dell’istituto ricadeva quasi per intero sulle stanche spalle dell’assistente ordinario, il dottor Gaudenzio Frontoni, ultracinquantenne e appena di poco più giovane di “Kon-Tiki”, il quale in verità avrebbe preferito un principale meno modesto. La carriera del povero Frontoni era arenata: non riusciva neppure a prendere la libera docenza, a causa di tutto il lavoro proprio e altrui che l’opprimeva. Calvo quasi come il Tichi, ne differiva in tutto il resto: corporatura piccola e massiccia, viso tondo, espressione aggrondata. Chiunque, a prima vista, s’accorgeva che viveva immerso in una pesante nuvola nera di frustrazione e risentimento.

I quadri dell’istituto erano completati dalla dottoressa Aléo, anch’essa assistente ordinaria, appena trentenne, e da alcuni assistenti volontari, assetati di gloria e pronti a fare qualsiasi cosa per un posto stabile, o semplicemente per non essere cacciati via senza preavviso.

Venne il giorno della prima lezione con un cadavere. Paolo notò che l’aula era un po’ meno affollata del solito. Sedette vicino a Belmonte il quale, quasi parlando a se stesso, si domandò:

“Ce la faremo a resistere?”

Fu allora che Paolo vide il carrello d’acciaio con quella cosa lunga, nascosta da un telo bianco. Sapeva che presto sarebbe accaduto, ma sentì ugualmente un certo brivido. Entrò Andrea Falco, tranquillo, disteso, guardò la “cosa”, sorrise e non disse nulla.

Solenne, fece il suo ingresso il dottor Frontoni.

“Ora ci dovremo sorbire la solita brodaglia;” brontolò uno studente del secondo anno “a noi la prima volta ha detto: ‘non temete, nessuno è mai morto per simili spettacoli’.”

Frontoni, con entrambe le mani appoggiate al carrello, scrutava l’assemblea con sguardo di circostanza. Poi cominciò:

“Quelli che non se la sentono sono liberi di uscire quando credono, senza chiedere permesso. Ho pregato la signorina qui presente di assistermi “con un moto del capo indicò una studentessa del quinto anno che era entrata con lui “proprio perché vediate com’è facile abituarsi. Voi siete tutti, o meglio quasi tutti, del ‘sesso forte’. Non è proprio il caso di tremare: nessuno è mai morto per questi spettacoli.”

Dopo tale lapidaria esortazione, il cadavere fu scoperto e la dissezione cominciò: nessuno si mosse. Paolo guardava il corpo biancastro del disgraziato: un vecchio; e non tardò a scoprire il perché della propria freddezza: quel corpo non aveva più nulla di umano, era un oggetto con tutta l’apparenza di un manichino; e, sventrato, sembrava l’illustrazione di un libro d’anatomia. Paolo si sforzò di suscitare in sé pensieri più elevati, di immaginare l’aldilà di quella creatura. “Sono insensibile e crudele”, si accusava. Ma le sue impressioni non cambiavano.

All’uscita gli anziani erano in agguato: alcune matricole furono costrette da loro a correre i cento metri in mutande. Chi arrivò ultimo fu obbligato a raccontare barzellette in piedi su un muretto. Costui fu proprio Paolo, e gli fece più male quello scherzo umiliante che la vista del morto. Ciò che soprattutto lo feriva era essere al centro dell’attenzione, solo, schernito, dileggiato. Non volle riflettere quanto innocua fosse tutta la faccenda. Si rivestì tremando, non per il freddo, recuperò in fretta le sue cose e se ne andò senza guardare nessuno. Nel tornare a casa, spiava le facce dei passanti, domandandosi se potevano averlo visto nella sua forzata esibizione.

Gli fu facile, invece, adattarsi alle esercitazioni di anatomia, in cui si trattava non più di assistere a una dissezione, ma si eseguirla con le proprie mani. Difficile era piuttosto, per lui, tollerare alcuni compagni: tra quelli del secondo anno gli riusciva particolarmente insopportabile un certo Sergio Benini, una specie di colosso dal testone biondo e riccioluto, che affermava, senza mezzi termini:

“Io sono un genio;” e aggiungeva, a mo’ di spiegazione: “vedete: genio e intelligenza non sono la stessa cosa. Io ho un intelligenza superiore alla media, ma in fondo normale. Il genio, invece, è una scintilla inspiegabile, unica. Tutti hanno un po’ d’intelligenza; il genio ben pochi. Io ce l’ho.”

A chi cercava di fargli notare quanto assurde fossero simili affermazioni, ribatteva:

“Faccio bene a dire così. La gente ha il cervello pigro, è prontissima ad accettare degli schemi mentali prefabbricati. Se gli si fornisce un’idea semplice, in un pacchetto, finisce per farla propria.”

Mentre gli altri ne ridevano, Paolo si seccava di questo vaniloquio, e sfuggiva Benini con cura.

Ma c’era un compagno ben più odioso e tutt’altro che innocuo: Armando Seppia, noto come “quello dei romanzi sporchi”. Sempre beffardo, costui spesso rivolgeva all’uno o all’altro la vecchia domanda:

“Dove, quando, con chi l’hai fatto? se l’hai fatto.”

Non passò molto che Paolo divenne uno dei bersagli favoriti di Seppia:

“Io non sono uno sgobbone, io.” “Io a scuola ho anche ripetuto degli anni, e me ne vanto; c’erano tante altre belle cose in compenso.” “Io mi posso anche permettere di star senza far niente, di fame non muoio di certo.”

Poi cercò di fargli scivolare in mano un certo libercolo, di quelli che negli anni Cinquanta, epoca oscurantista, ancora venivano considerati merce proibita. Paolo fu assalito dalla curiosità: stava per prenderlo. Ma una voce interiore, che forse era il suo angelo custode che non lo lasciava mai, gli suggerì:

“Tienile per te le tue porcherie.”

L’altro si allontanò con dispetto.

Non era finita. Seppia andò a lamentarsi con alcuni suoi amici anziani d’essere stato offeso da una matricola, e Paolo, poco dopo, dovette fuggire davanti a quattro energumeni dall’aspetto minaccioso.

Ormai era segnato, e per più giorni di seguito fu bersaglio di pesanti scherzi goliardici, così che all’università cominciò a guardare tutti con occhi ostili. Quella ragazza bruna aveva riso mentre lo obbligavano a dirigere il traffico in mutande, e così pure quell’individuo pedante che portava occhiali scuri e domandava spesso spiegazioni al professore, e quel tipo piccolo e biondo che rideva sempre, e ancora quel ragazzo bruno e tarchiato, e quell’antipatico alto e castano che fingeva di sapere tutto. C’era sempre una piccola folla pronta a radunarsi quando gli facevano qualche scherzo. Anche Elio e Andrea non erano forse come gli altri? Tanto valeva evitare tutti, erigere un muro fra sé e il mondo esterno.

E come attraverso un muro gli giungevano ormai le parole altrui. Con indifferenza apprese che Claudia era a Bologna, dove frequentava la facoltà di lettere. I suoi avevano su di lei grandi progetti, era l’orgoglio della famiglia. Poi il crollo. La notizia si sparse fulminea. Il commendator Maltese era fallito. Aveva cercato di tener duro fino all’ultimo, sperando in un miracolo, mantenendo un elevato tenore di vita per non far sospettare ai creditori il dissesto della sua ditta di import-export, un tempo così florida. Una nuova, piccola, ben aggiustata imposta, che non aveva potuto concordare in modo sopportabile, gli aveva spalancato l’abisso. La famiglia di Claudia precipitava dall’agiatezza nella miseria.

Paolo non ne fu troppo colpito, almeno da principio. Altri avrebbero provato una maligna soddisfazione, lui solo un vago malessere, al pensiero di quel che attendeva quegli sventurati: ma in fondo che poteva farci lui?

Si annoiava da solo. Non era più come una volta, quando la vista di una strada aveva il potere di farlo sognare ad occhi aperti. Una domenica, per ingannare il tempo, entrò nel museo cittadino e ne rimase affascinato. Vi ritornò, e prese l’abitudine di girare per la città alla ricerca delle opere d’arte. Cosa c’era di più bello, pensava, di un trittico di Barnaba da Modena, di una Madonna del Correggio?

Cercò, rompendo un poco il suo isolamento, di comunicare queste nuove impressioni ad Andrea. Ma l’amico era occupato a “filare” con una ragazza e prendeva lezioni di guida perché i suoi avevano comprato la macchina. Ascoltava distratto, spesso senza dar risposta. E Paolo si ritirò nuovamente nel suo guscio.

Qualche volta, con crescente riluttanza, andava da Lucia, ma vi restava poco. Aveva sempre moltissimo da studiare.

Vennero le vacanze accademiche di Natale, ed egli fu contento che durassero più a lungo di quelle scolastiche, anche perché gli avrebbero risparmiato per un pezzo di vedere i compagni d’università. Dovette recarsi da Lucia, dato che la scusa dello studio adesso reggeva assai meno. Quando la vedeva, sentiva una stretta al cuore, un affetto rabbioso, un desiderio di strapparla alla sua poltrona e guarirla e di portarsela via. Avesse potuto compiere un miracolo. O meglio, ottenere da Dio un miracolo, perché un uomo da solo non può far nulla.

Un miracolo, che meraviglia: la manifestazione in terra del potere divino, negata e odiata, derisa e ignorata dai soloni del laicismo, che non potevano tuttavia abolirla, perché l’Altissimo non si fa certo intimidire. Un miracolo così spettacolare, poi, avrebbe sconvolto il tranquillo viaggio verso il nulla spirituale dei Viviani e di molti altri. Ma il sogno non si realizzò, per quanto Paolo pregasse con fervore.

Lei era sempre così felice di vederlo. Un giorno esclamò:

“Vorrei che fosse sempre vacanza.”

Che potevano significare per lei le vacanze, chiusa com’era in casa, e per lo più nella sua camera con i Tillini? Soltanto l’opportunità di vedere il suo unico amico, la cui sola vista le dava una stretta al cuore del tutto simile a quella sofferta da Paolo. Anche lei sapeva benissimo quello che lui sapeva. Non poteva esserci futuro per loro.

Intanto, ogni minuto era prezioso. Parlavano di arte. Lei gli mostrò dei disegni che aveva fatto di recente. Rappresentavano specialmente i due lucherini nei più vari atteggiamenti. Con tratto sciolto, aveva saputo rendere il loro volo, le loro piccole baruffe, li aveva ritratti mentre facevano il bagnetto in un piattino e mentre mangiavano. C’erano anche altri disegni, strani: paesaggi desolati, volti cupi e deformi, altri visi belli e proporzionati ma in preda alla disperazione. Uno, in particolare, impressionò Paolo. Lucia non avrebbe neppure voluto mostrarglielo e, quando per caso scivolò a terra, non fu contenta che lui, dopo averlo raccolto, lo studiasse a lungo, perplesso. Rappresentava un cadavere dal volto contratto, come se avesse sofferto intollerabilmente fino all’ultimo respiro: l’opera dimostrava un indubbio talento, ma soprattutto rivelava un inferno in terra quale nessuna parola poteva descrivere.

“Un giorno o l’altro lo distruggerò;” sembrò quasi giustificarsi Lucia “l’ho fatto in uno dei miei momenti neri. Mi fa male guardarlo.”

“Peccato”, si rammaricò Paolo. E pensava: “Sono tante le cose che fanno male”.

“Non è niente di speciale,” continuava lei, quasi volesse annichilire il disegno a parole, prima di annientarlo fisicamente “non è nemmeno del tutto mio. Ho tentato di copiare un particolare del ‘Cristo morto’ del Mantegna da una fotografia, ma mi è venuto così strano...”

Un’altra volta, Lucia disse:

“Ci pensi, Paolo? Tante creature umane, miliardi e miliardi, sono passate sulle terra. Popoli famosi per secoli, e non rimane traccia di loro. Hanno edificato città imponenti: non ne restano che rovine. Perché?”

Gli occhi grandi e tristi di lei lo fissavano, lui la guardava scuotendo la testa, senza trovare risposta. Anche quell’attimo passò, divorato come tutti gli altri dai voraci topi del tempo. Il topo bianco e quello nero. Il giorno e la notte.

Finite le vacanze, il tempo libero si ridusse quasi a zero: nuove esercitazioni, orari gravosi. Dileguato l’entusiasmo iniziale, gli impegni del corso di medicina si rivelarono pesanti seccature. Ascoltare le chiacchiere sui fatti altrui rappresentava, in certi momenti, l’unica distrazione, e Paolo, che non aveva mai amato simili passatempi, cominciò a prestarvi orecchio. Claudia era sempre l’argomento del giorno: durante le vacanze la situazione era ancora peggiorata. La consistenza del fallimento non superava il venti per cento. I creditori avevano ottenuto il sequestro di tutti i beni del fallito, e l’asta era imminente. Il commendator Maltese era stato arrestato per bancarotta fraudolenta, avendo tentato di trasferire in una banca svizzera una consistente somma. Candiani e la sua famiglia avevano rotto tutti i ponti con i Maltese. E Claudia aspettava un bambino.

Questo colpì Paolo. Non era mosso da alcun residuo affetto per Claudia, che aveva imparato a stimare per quel che valeva. Ma l’idea di quella creatura destinata a nascere illegittima e in miseria era davvero troppo triste. Gli balenò un’idea: dire che la colpa era sua e sobbarcarsi quel peso sulle spalle. Per giorni e giorni, mentre tagliava cadaveri, studiava, ascoltava lezioni, continuò a pensarci. Ma sull’assurdità del proposito non si illuse neppure un istante. I tempi della faccenda non quadravano neppure con una gravidanza di durata doppia del normale. E come provvedere, in ogni caso, alle infinite necessità della madre e del bambino?

Frattanto nessuno risparmiava a Claudia critiche aspre e severe, a volte pesanti sarcasmi. Un giorno, due ragazze iscritte a scienze biologiche, sedute nel banco vicino a lui, prima di una lezione di biologia generale, dicevano, senza minimamente preoccuparsi di essere udite:

“È stata una stupida, è stata. A me non sarebbe mai capitato.”

“Poh, ci vuole così poco a stare attente.”

Notizie su Claudia, con frange e commenti, arrivavano giorno dopo giorno. Il bel Carlo negava categoricamente di essere il padre del bambino, e la famiglia lo sosteneva a spada tratta. Il commendator Maltese strepitava, poi d’improvviso tacque. Si mormorò che fossero stati impiegati mezzi cartacei per ridurlo al silenzio ma, se era vero, dovette trattarsi di un uso assai leggero, perché i Maltese non si risollevarono. Anzi, un giorno divenne chiaro che i Candiani avevano intrattenuto rapporti d’affari con i Maltese, ed erano tra i creditori principali, e che pretendevano la loro parte del fallimento fino all’ultimo centesimo. No, il commendator Maltese taceva evidentemente per puro esaurimento. La famiglia ad un certo punto scomparve. Qualcuno avanzò l’ipotesi che si fossero nascosti nel quartiere di baracche alla periferia: una fungaia di abituri, dove lentamente si degradava la miseria di molti sventurati, in gran parte vittime della guerra.

La madre di Paolo, in una delle sue rare uscite, si recò da sola all’asta del fallimento Maltese: povera vecchietta curva e mal vestita, ma in quasi perfetta salute, dopo il leggero infarto che aveva subito. Per una cifra irrisoria, si aggiudicò la grande casa, che era in perfetto ordine e non abbisognava di restauri, che lei non avrebbe comunque eseguito, anche se ce ne fosse stato estremo bisogno. Trovò ben presto un inquilino, un tizio benestante con una numerosa famiglia, che aveva urgente bisogno di una casa ed era abbastanza sprovveduto da firmare il contratto capestro che ella seppe preparargli, e nel quale era previsto che tutte le spese d’amministrazione, ordinarie e straordinarie, toccassero comunque a lui.

“Non vi fate venire strane idee,” arringò i due maschietti che, grazie alla sua generosità, trascinavano con lei l’esistenza “erano solo pochi soldi che ho ereditato dalla mia povera mamma, quella santa donna che ha sacrificato tutto per noi.”

Anselmo Donati non disse nulla, mentre, con gesto abituale, allungava la mano verso il flacone del medicinale contro l’ulcera. Paolo, poi, aveva appena il permesso di esistere, soprattutto ora che sembrava non volesse afferrare l’occasione d’oro del matrimonio da “mille e una notte” che gli si presentava, e non era quindi il caso che arrischiasse alcun commento.

Aveva poca voglia di tenere gli occhi aperti sul mondo, Paolo. Era avvilito quanto è possibile esserlo. L’indifferenza, la crudeltà della gente, lo spaventoso oceano dell’umana idiozia, lo abbattevano. Stati d’animo del genere si curano talvolta, quasi per una reazione omeopatica, con la compagnia, meglio se allegra, chiassosa e numerosa. All’università gli misero in mano l’invito ad una festa di un circolo studentesco. In altri momenti l’avrebbe subito stracciato, ma ora sentiva troppo il bisogno di un po’ di spensieratezza.

Arrivò in anticipo. La sala era quasi vuota e l’orchestrina stava provando. Sedette in un angolo, con la speranza che giungesse qualcuno che conosceva. La sala si riempì a poco a poco, la festa prese l’avvio, ed egli era ancora là seduto ad osservare gli altri che si divertivano e amoreggiavano.

A un tratto:

“Qualcosa non va?” domandò una voce femminile calda e decisa.

Paolo alzò gli occhi. Era una ragazza alta, bruna, provocante.

“Cosa c’è?”

“A te lo domando.”

“Ma... io veramente non saprei.” Imbarazzato, era già sulla difensiva.

La sconosciuta sedette accanto a lui.

“Mi chiamo Gabriella.”

“Piacere, io sono Paolo.”

“Sono del primo anno di lettere, ma non è che lo studio mi entusiasmi. Preferisco le feste. Questa ho contribuito a organizzarla. Mi spiace se qualcuno si annoia. Sei stato seduto lì solo tutto il pomeriggio.”

“Grazie,” rispose Paolo, non sapeva neppure lui di che “grazie, stavo proprio per andarmene.”

“Che facoltà fai?”

“Medicina.”

“Bello. Sarebbe piaciuta anche a me, ma è troppo lunga. E dimmi: fanno impressione i cadaveri?”

“Ci si abitua subito.”

“Sei matricola anche tu, vero?”

“Sì.”

“Scommetto che non sai ballare.”

“Veramente no.”

“T’insegno io.”

L’anno prima, in quelle poche feste dei compagni, tutti i tentativi di Paolo per imparare a muovere i piedi erano stati un fallimento. Ma Gabriella si rivelò assai paziente, e finì per metterlo a suo agio. Cominciava appena a trovarsi bene, ed ecco la ragazza lo lasciò. Egli non riusciva più a sopportare di starsene solo, dopo aver finalmente assaggiato un po’ di compagnia. Si recò al buffet, ordinò con gesto grandioso un’aranciata e prese a discorrere con un tipo lungo e occhialuto che studiava matematica.

La festa era al colmo: si danzava a luci abbassate; il calpestìo di decine e decine di piedi si univa al suono di una musica lenta, struggente. Gabriella era là, con un altro. Non che si fosse innamorato, naturalmente, ma c’è una curiosa forma di gelosia che colpisce il mendicante che vede un centesimo in mano ad un altro mendicante. A lui toccava stare a guardare. Il resto del pomeriggio trascorse vuoto, in chiacchiere inutili con questo o con quello, nella vana attesa che gli venisse il coraggio d’invitare una ragazza a un giro di ballo.

Alla fine, quando la sala stava già vuotandosi, un raggio di luce. Gabriella gli tornò vicino:

“Ma sei proprio un pulcino nella stoppa. Non hai proprio combinato niente. Hai bisogno qualche altra lezione. Mi dai il tuo indirizzo?”

Ben lieto di accontentarla, Paolo a sua volta annotò quello di lei.

Pochi giorni dopo, vide Belmonte per strada. Era a braccetto con una ragazza e sembrava un altro. Aveva superato il trapasso dalla immatura primavera della vita all’estate, assistito il padre durante la tremenda malattia, vinto l’orrore dei cadaveri, rotto l’isolamento. Il suo carattere aveva acquistato una dimensione nuova, la timidezza era scomparsa.

Paolo si accorse di invidiare un po’ le conquiste del compagno. Anche Andrea, del resto, aveva la ragazza, e nei rari momenti liberi uscivano tutti e quattro insieme con l’automobile nuova di Falco. Due belle coppiette allegre e felici, che ad un certo punto si appartavano l’una dall’altra. Quelli dovevano essere gli istanti più belli, pensava Paolo: nessuno era testimone degli sguardi, delle parole, dei baci. Egli invece si ritrovava solo, sempre solo. Senza volerlo, i due amici lo avevano messo in disparte.

Un oscuro timore entrò in lui: che quella solitudine durasse per sempre, che fosse il suo destino. Giunse persino a pensare di riprendere a far visita a Lucia, sebbene vedesse chiaramente in che razza di posizione falsa si sarebbe cacciato sempre più.

Pareva aver toccato il fondo, quando cominciò a incontrare Gabriella. Chissà perché, la ragazza si trovava spesso a passare davanti alle aule da cui egli usciva dopo una lezione: in fondo era piacevole. Presero l’abitudine di compiere brevi passeggiate insieme. Ben presto scoprirono insospettate identità di gusti e d’opinioni: quando Paolo affermò che gli piaceva la pittura tardo-gotica, Gabriella si disse entusiasta di Simone Martini e di Vitale da Bologna; e quando egli le confidò la proprio passione per il Leopardi, la ragazza seppe incantarlo recitando a memoria “L’infinito” con tanto calore, che Paolo cominciò a rimpiangere di non aver più tempo libero da trascorrere con lei.

Lucia era del tutto dimenticata. Gabriella non era forse l’unica in grado di capirlo? di pensare, di sentire come lui? S’informò sugli orari della ragazza e finì per conoscerli meglio dei propri. Adesso era lui ad aspettarla all’uscita dalle lezioni.

Un giorno ella venne fuori a braccetto con un altro; salutò Paolo e proseguì lasciandolo di pietra. La volta successiva, appena soli, egli le fece una mezza scenata: era quello il modo di trattare dopo quel che c’era stato fra loro?

La ragazza sorrise. Lo guardò come un cacciatore di professione col salotto pieno di trofei guarda un novellino che ha appena miseramente spadellato cercando di abbattere la sua prima gazzella.

“Cosa c’è stato? Mi hai fatto dei complimenti: dovevo respingerli? Mi segui come la mia ombra e io non ti mando via. Una volta hai creduto di baciarmi e mi hai appioppato una nasata. Tutto qui.”

Paolo avrebbe voluto dire che questo per lui era già tremendamente serio e impegnativo, ma non ne ebbe il coraggio. Sentiva che sarebbe solo riuscito a farla ridere. Gabriella incalzava:

“Poi non so cosa pretendi. Sono uscita con un altro: e con questo? Non siamo mica fidanzati.”

Egli finì per chiederle scusa e domandarle umilmente quando potevano vedersi.

“Oggi non posso. Domani nemmeno. Dopodomani. Va bene dopodomani?”

“Benissimo.”

Paolo era proprio il tipo ideale da menare per il naso. La madre di lui avrebbe detto: “per la proposcide”. Gabriella, mentre si allontanava, rideva dentro di sé. “Sono sicura che è vergine;” pensava “bah, un uomo vergine e timido, che roba. Ormai è un uomo: cosa aspetta? Eppure le cose dovrebbe saperle, se fa medicina. Ma, è chiaro che ha solo la teoria, se pure ce l’ha. Però è solleticante, in confronto a tutti questi mandrilli che non aspettano altro che allungare le mani. E certi non se le lavano nemmeno. Alla prima occasione lo sistemo io. Lo farò girare come una trottola e poi lo scaricherò. O forse no, vedremo”.

Da quel momento, Paolo visse contando le ore. Una gelosia cieca s’era impadronita di lui. Gli bolliva il sangue. Non era per nulla il sentimento di dedizione cieca e totale che aveva provato per Claudia, né tanto meno la tenerezza e la pietà che provava per la povera Lucia. Era più che altro un sentimento ripiegato su se stesso: la percezione di essere in qualche modo incompleto, di aver bisogno di una presenza femminile, ma qualsiasi ragazza a quel punto sarebbe andata bene. Che ci fosse di mezzo proprio Gabriella era un puro caso.

Fu due giorni dopo, quasi al termine di quella spasmodica attesa, che Falco lo fermò nel corridoio, davanti all’ingresso dell’anfiteatro anatomico:

“Scusa se ti faccio una domanda personale: è vero che ti sei messo con quella tizia?” Nessun bisogno di nominare Gabriella. Tutti la conoscevano, molti anche in senso biblico.

“E con questo?” Paolo cominciò subito ad alterarsi, non tanto per la ragazza, ma soprattutto perché quello si impicciava dei fatti suoi.

“Senti, non ti offendere, ma non fa per te.”

“E perché?”

“Ti piace fare la parte del limone?”

“Cosa?”

“Farti spremere e buttar via. Perché è quello che fa sempre. Con tutti.”

“So badare a me stesso.”

“Speriamo. Ma vedi. Gli altri si divertono a farsi spremere, e poi salpano per altri porti. Tu rischi di restarci invischiato.”

“Ti dico che ce la faccio a pilotare la barca da solo.”

“Mah... io ti ho avvertito. D’altronde può darsi che serva a svegliarti. Ciao.”

La lezione fu ancor più noiosa del solito, il cadavere ancor più puzzolente, la voce di Frontoni più monotona e nasale. Il tempo nuvoloso rischiava di mandare a monte l’appuntamento. A un certo punto scoppiò un temporale che fece tremare i vetri. Il giorno si fece notte, e fu necessario accendere le luci supplementari dell’aula per riuscire a veder qualcosa.

“Anche il tempo ce l’ha con me”, pensò Paolo. E poiché due contrarietà si rafforzano a vicenda, sentì crescere l’irritazione contro Andrea, l’amico premuroso ma indiscreto. Va bene, il suo primo amore era finito in una scarica di pugni e di calci e lui ne era uscito malconcio. Ma da allora era maturato, o così credeva. E, comunque, non sentiva verso quella ragazza l’attaccamento cieco che aveva provato per Claudia. Credeva di essere in grado di controllare la situazione.

Le parole di Andrea, anche se gli avevano dato fastidio, non erano cadute del tutto nel vuoto, e non avevano certo contribuito ad accendere i suoi sentimenti verso Gabriella. I pensieri di lui erano poco allegri. “D’accordo,” rifletteva “benissimo, mettiamo che abbia ragione lui, ma di questo passo cosa faccio? Questa non va. Quell’altra neppure. Quest’altra non ne vuol sapere. La mia esistenza è la corsa di un topo in un labirinto”.

Scontento di sé e del mondo intero, uscì sotto la pioggia alla fine della lezione. L’ombrello l’aveva dimenticato a casa. Ma ormai veniva giù solo qualche goccia, e il cielo si schiarì. Giunse il momento atteso. Gabriella comparve col solito quarto d’ora di ritardo. La sua presenza fisica, per il momento, spazzò via tutti i dubbi. Era attraente e con un certo piglio dominatore che a Paolo non dispiaceva del tutto.

Le offerse il braccio, e insieme si avviarono verso il centro. Mentre camminavano in silenzio, egli si mise a fantasticare quale meraviglia sarebbe stata se avesse potuto fondere il meglio di colei che gli stava a fianco in quel momento con il meglio di Lucia: la dolcezza e l’intelligenza della povera poliomielitica con il corpo provocante di Gabriella: segno infallibile che nessuna delle due andava bene.

Dopo qualche metro, lei cambiò idea:

“Che andiamo a fare di là? Sempre le medesime strade, le stesse vetrine. Non siamo mica a Milano. “Lei amava la metropoli, la varietà, il movimento. Era stata a Milano un paio di volte, sempre per pochi giorni, e aveva supplicato i suoi che la mandassero all’università laggiù. Ma i suoi, a parte la maggior spesa, temevano che si mettesse ‘nei guai’. In mancanza di meglio non le restava che lagnarsi della noia.

Quando si fu un poco sfogata, Paolo domandò:

“Allora, dove vuoi andare oggi? al cinema?”

“Oh no, l’aria chiusa no.”

“Prendiamo un gelato?”

“Più tardi, se mai.”

“E allora?”

“Andiamo a caso”, mormorò la ragazza con un sorriso maliziosetto.

Infilarono la prima strada che capitò loro dinanzi e, passo passo, giunsero in periferia. Case via via sempre più monotone ed uguali, spiazzi erbosi sempre più vasti, strade sempre meno frequentate che terminavano in sentieri. Infine l’aperta campagna, con orti e lunghi filari di viti. Era proprio una lunga passeggiata. Inoltrandosi nei prati, giunsero ad una bella radura erbosa circondata da cespugli, perfettamente asciutta. Non c’era anima viva.

“Guarda: qui non ha nemmeno piovuto. Carino, vero?” Gabriella si mise a sedere sull’erba.

“Ma sarà di qualcuno.”

“Storie, vedrai di chi saranno le terre fra poco. Bisogna finirla con le sperequazioni di ricchezza.”

Questa osservazione assai poco romantica non contribuì certo a infiammare Paolo. Gabriella, intanto, si era accovacciata sul tappeto erboso, tirandolo giù accanto a sé. Cominciò a passare una mano sull’erba, quasi carezzandola, come assorta, come se stesse concentrandosi su qualcosa, come se si stesse eccitando. Poi fu scossa da un brivido e parve ricordarsi del compagno. Gli si accostò, gli prese di nuovo la mano e se la premette contro la gola. Di lì la fece scendere nella scollatura. D’istinto egli desiderò penetrare in lei, divenire parte, quasi del suo corpo. Ma un muro d’inesperienza si levava tra lui e l’appagamento, e una voce interiore gli diceva che, qualunque potesse dire “il mondo”, che ammira solo i furbi, quello che stavano per fare era sbagliato.

La ragazza lo baciò mordicchiandogli il viso, gli conficcò i denti nel labbro inferiore, facendogli male. Aprì la bocca, cercando di liberarsi, ma sentì la lingua di lei penetrarvi lenta, viscida. Tutto lo slancio di lui si mutò in nausea.

“Dove vai?” domandò Gabriella, sentendolo scivolare via dalla sua stretta. Aveva chiuso gli occhi, ma li riaprì, fissandolo interrogativamente, senza mutar posizione.

“... ma non così...” protestò Paolo, sottovoce.

“Vieni qui, cos’hai, paura?”

“No, volevo parlare, stare con te. Volevo conoscerti meglio.”

“Ma guarda. Preferivi il metodo della dolcezza. Ma io sono fatta così. Perché non vuoi andare dritto allo scopo. Gli altri...”

“Gli altri? Quali altri?”

“Oh, insomma... Stiamo perdendo tempo.”

“E poi qui, come animali...”

“Cosa volevi? l’albergo di lusso? Io sono stufa.”

“Volevo l’amore,” avrebbe voluto dire lui “questo non lo è”. Ma lei lo avrebbe preso in giro, lo avrebbe disprezzato. Il mondo intero, il mondo dei furbi, lo avrebbe disprezzato ancora di più.

In silenzio, lei si alzò, ricomponendosi il vestito, si passò le mani sulle guance infiammate e sospirò. Anche Paolo si era alzato in piedi. Si separarono lì, senza una parola, ritornando verso la città come due estranei.

Da quel giorno, Gabriella gli tolse il saluto. Quando s’incontravano, ognuno guardava dalla parte opposta, come per una tacita intesa. Paolo si pentì mille volte di quel che aveva fatto, o meglio di quel che non aveva fatto: una cosa sporca (così gli avevano insegnato al catechismo, e così gli diceva la coscienza), ma pur sempre un modo per non restare solo. Ma era proprio così? Non sarebbe stato ancora più solo, dopo? Un legame nato senza basi, con una che andava con tutti. Avrebbe trovato altri, dopo di lui. Prima o poi (più prima che poi) lo avrebbe abbandonato. Sì, più solo di prima, più solo di prima.

Un giorno incontrò la madre di Lucia:

“Perché non viene più a trovarci? Sono mesi ormai che non si fa vedere. Mia figlia domanda di lei. È così abbattuta, da un po’ di tempo.” La voce della signora, pur nel suo regale distacco, aveva una punta di rimprovero.

“Verrò appena posso. Mi spiace, sono molto occupato.” Paolo si sentiva in colpa. Ma, al tempo stesso, si chiedeva quale conforto avrebbe potuto recare a Lucia, alimentando speranze che non potevano realizzarsi.

Proprio in quei giorni, il suo precario equilibrio subì un’altra scossa. Fu una domenica, all’uscita dalla messa, che incontrò quella donna: vecchia, corpulenta, tutta rinfagottata di nero, col bastone e gli occhiali scuri. Lo pregò per amor di Dio che l’accompagnasse fino all’angolo dove soleva chiedere l’elemosina. Premurosamente, egli le offerse il braccio.

Con voce lamentosa, la donna cominciò a raccontare la dolente storia di suo figlio, mortole fra le braccia, e di come lei stessa avesse perduto la vista in un bombardamento. Paolo prese il portafoglio: c’erano settecento lire, tutto il suo capitale; ne tolse le foto dei suoi e la carta d’identità, e lo mise in mano alla vecchia. Poi la baciò sulla guancia vizza e pensò, senza osare dirlo, perché gli pareva una troppo indiscreta familiarità coi sentimenti della sconosciuta: “Faccia conto che sia di suo figlio”.

S’allontanò rapidamente, quasi vergognandosi. A casa finse di aver perso il portafoglio, suscitando una vera eruzione di “che razza d’imbecille”, “vita maledetta”, “pan dimandato”, ed altre consimili esclamazioni di rito, da parte della “Salvatrice”, che non sapeva capacitarsi di avere un figlio del genere.

Il giorno dopo incontrò un compagno di Gabriella e non seppe trattenersi da chiedergli notizie della ragazza. Non riuscì a cavarne gran che, perché lei frequentava poco l’università, avendo altri interessi, o forse il compagno non aveva voglia di parlarne. Era possibile che ne fosse rimasto scottato. Comunque, camminarono insieme per un buon tratto, trovandosi a passare proprio davanti alla mendicante. Paolo si accorse che l’altro la fissava, e credette opportuno informarlo della triste storia di lei. Pensava che forse anche l’altro avrebbe potuto darle qualcosa:

“Vedi: quella poveretta ha perduto un figlio e la vista. È una storia straziante...”

Spalancando tanto d’occhi, il nuovo conoscente di Paolo esclamò:

“Quella? Accidenti, credevo che a medicina fossero più furbi.”

“Come?”

“Ma guardala. Sarà che io la conosco... ma non dovresti lasciarti infinocchiare così.”

Sotto lo sguardo fisso dei due giovani, la “cieca” trasalì, irrigidendosi.

“È proprio lei,” continuò il compagno di Gabriella” è stata a servizio a casa nostra un anno fa. Non mi ricordo d’aver mai visto la casa tanto sporca. E rubava. Quando è sparito un piatto d’argento, un ricordo di famiglia, mia madre ha minacciato di denunciarla. Quella, con pianti e suppliche, è riuscita a commuoverci. Ha restituito la refurtiva e se n’è andata.”

“E i figli? e la vista?” domandò Paolo sbalordito. Il male aveva su di lui sempre lo stesso effetto: sbalordimento.

“Un anno fa ci vedeva fin troppo. Di figli ne ha uno che, a quanto ne so, è in galera.”

Paolo si sentì, chissà perché, come ferito da questa rivelazione. Non voleva crederci, e insistette per averne conferma in ogni particolare. Quando non ebbe più speranza che si trattasse di un equivoco, mormorò a se stesso, tanto piano che l’altro udì solo un suono indistinto:

“Non me ne pento. Ho fatto quello che mi suggeriva una voce dentro di me. Ma è triste, molto triste.”

 

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