Genova, 30 Aprile 2017 12.53





 
NARRATIVA

 

Narrativa

23
GIUGNO
2010
Articolo letto 1715 volte

Un elefante nella cristalleria. Così si definisce l’Autore stesso: e — in questo — ha perfettamente ragione. Gli infiniti luoghi comuni cari alla sinistra vengono — in questo libro — impugnati, criticati, sbeffeggiati: qualche volta, ma più raramente, messi in dubbio.

Lo scritto del Biagini mi ha — nonostante molte differenze — ricordato l’impressione che suscitò in me la monografia del Gaxotte, dedicata alla rivoluzione francese.

Gaxotte — in un volume fortunatissimo, che continua ad avere innumerevoli edizioni — narrò la storia dello sconvolgimento iniziato nel 1789 e concluso con il Consolato, smentendo implacabilmente le tante leggende create per esaltare la Grande Rivoluzione.

Ma la storia — divulgativa, ma simile alla storia accademica — del Gaxotte riguarda un singolo decennio. Il Biagini, invece, immagina quattro diversi processi. Queste quattro commedie giudiziarie sono assai ricche di spunti divertenti ma rivelano — da parte del geografo Biagini — anche una non comune conoscenza della procedura penale.

La prima commedia s’intitola “Chi si fida degli scienziati?”. L’autore immagina che lo scientismo (ossia la fiducia assoluta nella scienza) dia querela alla scienza e alla metafisica. I testimoni dello scientismo sono i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria): a questi sette testimoni si aggiungono la maldicenza, la calunnia. E la calunnia è — nella commedia giudiziaria del Biagini — madre di un bambino mostruoso: l’omicidio. A tali testimoni si contrappongono la biologia, la chimica, la geologia, la matematica, la fisica, epistemologia. E tutte queste scienze smentiscono l’accusa e l’accusatore. Tutte le scienze (ciascuna dal proprio punto di vista) confermano la tesi del disegno intelligente, dell’ordine dell’universo, della finalità del creato, ponendo alla berlina l’accusa. Anche se tutte le prove sono a favore delle due imputate e l’accusa sia stata spesso ridicolizzata, il giudice — dal significativo cognome di Correttini, insediato da un colpo di stato della marmaglia, detronizzando il giusto giudice Buon Senso — condanna la scienza a vivere portando sempre addosso una museruola e vivendo al guinzaglio dello scientismo. Per la metafisica la condanna è più severa: essa viene rinchiusa in prigione ove le sarà fornita l’aria per respirare soltanto se ripeterà cento volte al giorno “Dio non c’è”. Ma la sovversione atea viene definitivamente sconfitta dalla reazione irata della gente semplice. La commedia dimostra la faziosità della sinistra, sostenitrice dello scientismo e — nello stesso tempo — che tutte le scienze, ciascuna per proprio conto, demoliscono i miti dell’evoluzionismo e dell’eternità dell’universo.

Segue la seconda commedia “Lo strano caso del dottor Martin”. L’autore immagina che Martin Lutero quereli la Chiesa di Roma. I tradizionali luoghi comuni anticattolici cadono per le obiezioni della difesa e per il ridicolo che sgorga dalla lite furiosa tra Calvino e Lutero. Calvino è, malignamente, citato dalla difesa come teste contro Lutero. Dopo infinite battute di spirito, la Chiesa è assolta.

Segue una terza commedia giudiziaria dedicata alla dissacrazione di quella che potrebbe definirsi la “vulgata” risorgimentale, particolarmente rivolta contro Cavour, definito “Camillo, mago del cavillo”. La Chiesa viene imputata di avere ostacolato l’unità d’Italia e di revisionismo nei confronti della recente storiografia filo risorgimentale, ma è assolta.

La quarta e ultima commedia è la più vicina al lettore per la materia trattata, più recente rispetto a quelle delle prime tre commedie giudiziarie: questa commedia riguarda il XX secolo. Si esaminano le colpe della Germania, dell’Italia e del Giappone, che vengono condannati all’eterno ludibrio da un giudice che si chiama — vedi caso — “Vae Victis”. L’Inghilterra è parte civile. I vinti peraltro hanno avuto (nonostante l’evidente ostilità del giudice) il destro di porre in luce molte verità — politicamente non corrette — sul XX secolo. Ad esempio, che le due guerre mondiali furono volute anche dall’Inghilterra, l’ultima non per rovesciare Hitler, ma per distruggere la Germania come nazione; che il bombardamento di Dresda (perpetrato dagli inglesi), e città d’arte di nessuna importanza militare, fu molto più criminale di quello di Coventry (perpetrato dai tedeschi), che era importante sede di industrie militari: a Dresda furono mitragliati e spezzonati bambini innocenti. Il libro di Biagini formula il dubbio che Hiroshima e Nagasaki — località prive d’importanza militare — siano state distrutte dalle bombe atomiche perché erano le città più cattoliche del Giappone. Alla fine del libro, lo stesso Pubblico Ministero (che aveva sostenuto le diverse accuse) riconosce insostenibili le proprie argomentazioni e si converte alla Chiesa di Roma.

Vi è — nel corso delle quattro commedie giudiziarie — un valido difensore che si chiama “Indelicato” (nomen omen avrebbero detto gli antichi romani, secondo cui il nome di un uomo ne conteneva il destino). Vi sono tre giudici: uno obiettivo (di nome Buon Senso) e due prevenuti (quelli che si chiamano Vae Victis e Correttini).

Il dialogo processuale tra le varie parti permette di affrontare argomenti diversissimi, dalla Sindone all’imposta sul macinato, alla versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” alla paleontologia, alla seconda guerra mondiale a Giordano Bruno.

Le frecciate alle opinioni dominanti sono diversissime. Si passa dall’osservazione che l’attuale adesione al pensiero debole è l’opposto delle celebrazioni del progresso, proprie della cultura positivista, al ricordo che Marx mise incinta la serva, alla notizia che Freud era oltremodo superstizioso.

Nella tradizione della destra, vi è stato molto umorismo: da Guglielmo Giannini a Giovannino Guareschi. Era stato giustamente notato che la destra aveva pagato a caro prezzo il fatto di avere affidato alla vis comica la propria polemica. Giannini, Guareschi, ebbero molti meriti e una grande importanza storica: spostarono a destra molti voti. Alla distanza, peraltro, la più erudita propaganda comunista — favorita dal fatto che, quando si diffuse la televisione, i giornali umoristici persero molta della loro importanza — penetrò nell’opinione pubblica maggiormente degli argomenti della destra.

L’apertura a sinistra e il graduale avvicinamento del partito comunista al governo non vi sarebbero stati senza la decisione di Togliatti di puntare soprattutto sulla cultura filocomunista. E la marcia delle forze filosovietiche verso il potere fu a un capello dal riuscire: essa fu arrestata soltanto dall’assassinio di Moro, dall’elezione al soglio pontifico del Papa polacco — visceralmente anticomunista — e dal conseguente crollo del muro di Berlino nel 1989.

La destra oppose alla strategia del partito bolscevico l’appello al sentimento religioso e alle tradizioni. Il fronte moderato resse ma arretrò. Nel 1976 l’apertura al comunismo fu — infatti — imminente e ritenuta (dai più) inevitabile.

Che la causa principale del gravissimo pericolo corso dall’Italia (e forse corso dall’intera Europa occidentale) fosse il predominio comunista nelle case editrici e nelle università è confermato pure dal presente volume del Biagini. Il più efficace testimone contro i luoghi comuni della sinistra è il professor Indelicato, che non è riuscito a giungere alla cattedra universitaria, a motivo delle sue opinioni cristiane.

Ma il predominio comunista nelle facoltà universitarie, nell’editoria e nel cinema si verificò pure a causa della mancata opposizione dei moderati. Quando qualche reazione contro la sinistra culturale si ebbe, fu limitata al giornalismo di destra e all’opera dei politici.

Ogni qualvolta qualche storico si oppose alla mentalità prevalente, suscitò avversioni fortissime. Il grande storico De Felice propose di analizzare il fascismo nei suoi cambiamenti (da movimento a regime) e con i suoi meriti e i suoi demeriti. Perciò solo, si richiese che gli venisse tolta la cattedra universitaria.

Pansa — un giornalista di sinistra — scrisse vari volumi basati sulle verità già poste in luce dagli scrittori di destra relativamente agli orrori della nostra guerra civile e alle stragi che avvennero dopo il 25 aprile 1945. Ebbene: gli anatemi contro di lui salirono al cielo.

Questi scritti revisionisti furono però opere specialistiche. Il volume del Biagini si distingue da questi precedenti sotto due profili. Da un lato, unisce a un vivissimo senso dell’umorismo, una cultura sterminata che va dalla geologia alla storia recente, dalla metafisica alla chimica e all’alta matematica.

Pertanto, il Biagini unisce l’utile al dilettevole: l’erudizione all’intento di divertire e rallegrare il lettore. Il Biagini dimostra l’esigenza che le opere della destra — spesso di notevole valore — non siano settoriali, ma inquadrate in una contrapposizione globale ai troppi luoghi comuni che sorreggono la sinistra.

È augurabile che — d’ora in poi — gli scrittori di destra inseriscano i loro argomenti nella cornice indicata dal Biagini.

Con il divertente, ma profondo, volume di questo Autore, le tradizioni umoristiche della destra rinascono ma — se così può dirsi — divenute più colte.

Il Biagini — grazie alla sua poliedrica erudizione — indica una nuova e insperata via.

Senza dubbio non sarà facile seguirlo, perché una cultura così vasta e differenziata, è rara: ed è vero che una rondine non fa primavera.

Peraltro, la prima rondine è da segnalare: “al pio colono augurio di più sereno dì”.

UBALDO GIULIANI BALESTRINO

EMILIO BIAGINI,

Il seme sepolto,

2009, Edizioni Fede & Cultura, pp. 375, € 15

Ottenibile in libreria o dal sito www.fedecultura.com


22
APRILE
2008
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Labirinto_oscuro

I ricordi di un uomo rimasto ormai solo alla soglia della sessantina galoppano veloci nella sua mente.

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08
OTTOBRE
2007
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Gaia-copertina copia

Complimenti, ambientalisti, ci siete quasi riusciti.

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08
OTTOBRE
2007
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saccenti

La satira non cambia il mondo, ma almeno mantiene sano il fegato di chi la scrive.

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I TRIGOTTI

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  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Terza puntata

    Arriviamo così a uno dei punti che più prudono al PAG: il vergognoso trattamento inflitto al “povero Giuda”, per il quale il tenero cuore del PAG sanguina profusamente per almeno una decina di pagine. Ecco infatti l’instabilità psichica della Valtorta che (p. 134) “si manifesta preferibilmente nei rapporti di Giuda con Gesù. Giuda è continuamente bistrattato (sic!) come serpe viscida e priva di coscienza, che va a donne e pensa solo ad un regno messianico terrestre e politico. Nei rari momenti in cui il traditore non dà fastidio al Maestro o ai compagni, Gesù, piagnucoloso e amoreggiante, diventa pure ossessivo e squilibrato, preoccupato solo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvarlo dalla dannazione eterna, benché quell’essere demoniaco fosse segnato già dal principio.”

    Infelice Giuda bistrattato e afflitto da un Gesù piagnucoloso, amoreggiante, ossessivo, squilibrato! E pensare che invece col PAG sarebbe andato così d’accordo!

    Povero Giuda, com’eri capitato male (pp. 134-135): “Ecco una scena tragicomica. Gesù prende Giuda fra le braccia, gli parla gota a gota presso l’orecchio, i capelli d’oro cupo del Maestro divino si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda. Gli rivela che sta per morire martire per tutta l’umanità, gli piacerebbe (sic!) anzi patire tre volte per salvare il suo Giuda: ‘Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso.’ E Giuda consola il piangente Gesù, promettendo amore e vigilanza: ‘Mi basta che tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, e per tua protezione.” Purtroppo il bacio viene interrotto dai discepoli che portano formaggio fresco.”

    Sotto la penna brutale del PAG ogni episodio evangelico, avulso dal cotesto, deformato e ridotto a caricatura, diventa una oscenità il cui eroe, non a caso, è sempre Giuda.

    Gesù consola la madre di Giuda dell’imminente dolore e le promette un posto in cielo (L’Evangelo Cap. 395), e il partigiano cuneese di Giuda riattacca (p. 135): “La amabile scrittrice può così ritornare con il cuore sereno a torturare in modo disgustoso (sic!) e morboso (sic!) la figura del povero (sic!) Giuda! In un’altra scena veramente sadica (sic!) Giuda professa il suo amore e chiede un bacio al Maestro”.

    A questo punto il povero barbitonsore cominciò a chiedersi, con gli occhi fuori della testa: “Ma lo sa il PAG cosa vuol dire sadico?” Indubbiamente ha qualche lacuna nel vocabolario, così com’è estremamente povero di argomenti, noioso e ripetitivo nella sua sterile e controproducente polemica antivaltortiana.

    E la sarabanda farneticante continua ininterrotta. In una nota a p. 136 ecco la “ridicola e noiosa conversazione di Gesù con Giuda, che continua ad assicurargli di amarlo (…); altra scena da circo equestre (sic!) nella quale Giuda dopo aver rubato soldi dalle offerte fatte ai discepoli, partecipa al raduno dei nemici di Gesù, tutto piagnucoloso e incerto perché il Maestro gli penetra i pensieri, continua ad amarlo e non lo caccia dal gruppo degli apostoli.”

    Povero Giuda, oppresso e incompreso!

    “Inframmezzata a queste pagine, in una continua altalena di rimorsi e di perversione, la tortura sulla figura di Giuda si diverte di tanto in tanto a farlo piangere di dolore” (p. 137).

    Ecco di nuovo il povero piccolo, innocente Giuda, seviziato dalla sadica Valtorta!

    Infatti, l’illuminato PAG si degna di insegnarci (p. 138) che “la persona del traditore diventa così un puro e malsano gioco della Valtorta, incapace di trovare una soluzione meno infantile per presentare la sublimità del suo Gesù, tutto Pazienza e Amore, già da tempo a conoscenza che Giuda si è venduto al Sinedrio per tradirlo; tale quadro offre una cornice al desiderio morboso (sic!) di punzecchiare continuamente il discepolo maledetto, che osò tradire il ‘suo’ caro Gesù. Ecco perché si susseguono vari episodi nei quali la Valtorta tramite i suoi personaggi si diverte sadicamente (sic!) a far notare che Giuda ha sempre torto e sbaglia sempre, qualunque cosa faccia o dica; anche Gesù ad un certo punto rifiuta di lasciarsi abbracciare dal discepolo maledetto e spesso, quando lo vede, si mette a piangere. In un dettato Gesù-Valtorta (sic!) si sfoga in modo estremamente indecoroso contro quel serpe di Giuda che fa ribrezzo per il suo desiderio di denari, di donne e di prestigio umano.”

    Desiderio che evidentemente il PAG ritiene perfettamente comprensibile e legittimo in un discepolo di Gesù, e quindi in un prete. Superfluo ogni commento sul desiderio “sadico e morboso” (sic!) di “tormentare” il povero, calunniato Giuda Iscariota, che il PAG, nella sua delirante fabulazione parapsicologica, attribuisce alla Valtorta.

    Non solo, ma secondo l’illuminato PAG “il gusto malsano del demoniaco trova sempre modo di compiacersi” (ibid.).

    Ecco che, nella sua frenesia persecutoria contro il povero, piccolo, perseguitato Giuda, la veggente non si chiama neppure più Maria Valtorta ma si identifica col “gusto malsano del demoniaco” che l’illuminato studioso di spiritismo certo conosce molto bene.

    A questo punto, il povero figaro ha gettato la spugna e, dopo una mezz’ora trascorsa nel bagno a vomitare, mi ha chiamato al telefono dicendo che non si sentiva bene.

    – Le avrà fatto male qualcosa – gli ho detto cadendo nella più vieta banalità, ultima risorsa dei miei pochi neuroni superstiti.

    – Sì, m’ha quasi ammazzato quella specie di galleria della bestemmia travestita da libro. –

    – Ma come? Un autore così blasonato… –

    – A dottò, lassamo perde. A proposito, come va la barba? –

    – Ha smesso di crescere da quando mi sono messo a leggere libri gialli. –

    – Ottimo, continui a leggere quelli. Io studierò dove andare in vacanza per riprendermi. Intanto lascio il compito al mio assistente che ha seguito il mio lavoro finora. Stia bene, dottò. –

    E così di Giuda all’Ultima Cena ha dovuto occuparsi il povero aiuto-figaro, il quale ha affrontato il compito con tutto l’entusiasmo della giovinezza. Infatti lavora come aiuto barbiere solo per pagarsi gli studi in psichiatria, e, nella sua qualità di aspirante psichiatra (AP) ha subito detto che il caso gli sembrava di estremo interesse.

    Infatti (pp. 138-140), “terminata l’ultima cena [notare le minuscole, ha subito osservato l’AP: tanto era una cena qualunque inventata dalla nota sadica demente nelle sue fabulazioni in trance leggera], Gesù confida agli altri discepoli che Giuda è una incarnazione di Satana, un posseduto, anzi un ‘annullato in Satana’ (…) emergono in modo impressionante i vari squilibri psichici della Valtorta, soprattutto nel sadismo con cui ella rovescia su Giuda il bisogno di trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare l’aggressività repressa, nella ripetizione morbosa del tic sessuale e nel parossismo paranoico vengono artificiosamente create situazioni e reazioni affettive intorno alle persona di Gesù. L’occasione è offerta da un incidente farsesco: Giovanni e Gesù scoprono Giuda mentre forza un cofano ferrato per rubare denaro. Il fattaccio è creato ad arte per poter poi sbrodolare intensi momenti intimi tra i due innamorati che si terranno abbracciati per consolarsi.

    Postilla dell’AP (aspirante psichiatra): parrebbe esservi qui un’ambiguità malsana, è lecito il dubbio che il paziente attribuisca alla Valtorta il tic sessuale di cui è lui stesso a soffrire.

    Continua il PAG a fabulare da par suo: “Giovanni reagisce come una suora che trova finalmente l’occasione per dimostrare alla superiora le sue tenerezze esclusive. (…) La scena che segue è di rara comicità, se non fosse che rivela l’animo malato della Valtorta. Gesù (…) si mette a gridare, lasciandosi sfuggire con mesi di anticipo notizie riservate sulla sua passione.

    Postilla dell’AP: la “p” minuscola segnala un tasso di devozione inferiore a quello di uno scimpanzé, e l’illuminato evoluzionista PAG certo non si offenderà del confronto. Speriamo che non si offendano gli scimpanzé. (…).

    Il PAG imperterrito prosegue: “Nella scena interferisce di tanto in tanto la Valtorta con commenti sempre più sadici (…). Di fronte a questo Giuda (…) pronto ad assalire come un cane feroce, Gesù si mette a parlare di donne e di sesso. Gli rinfaccia di essersi venduto a Satana e di averlo servito in tutte le tentazioni presentategli, gli rivela confidenze molto intime sul come egli riuscì invece sempre a superare il desiderio sessuale di giacere con donne (…) gli comunica che Dio è senza lussuria e che Lui, Figlio di Dio, patì le tentazioni oscene per dimostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria, anzi si fa sempre più confidenziale con colui che proprio pochi minuti prima pareva una apparizione demoniaca.”

    Postilla dell’AP: il tentativo di salvare Giuda e la sacrosanta affermazione della purezza di Gesù, che tutti i suoi discepoli sono tenuti ad imitare, appaiono all’autore solo come qualcosa di farsesco. Si palesa quindi una grave anomia: il paziente appare del tutto fuori posto nel ruolo di prete che si ostina ad occupare.

    (continua)

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