Genova, 12 Dicembre 2017 04.36





 
NARRATIVA

 

Narrativa

28
GIUGNO
2010
Articolo letto 2019 volte

ascolto

L'UOMO IN ASCOLTO

 

In questa raccolta di racconti, l'intreccio, la narrazione pura, sono il mezzo usato dall'autore per comunicare al lettore un messaggio di fede e di speranza. La scrittura è intensa, ben definita, raffinata e dinamica nella resa della struttura narrativa, espressiva e capace di restare - come ne Il biglietto e Il serpente - nella memoria e nella sensibilità del lettore. (Dai commenti in copertina non redatti dall'autore)

 

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X

IL SERPENTE

 

Tentò di aprire gli occhi, ma le palpebre non gli obbedivano. Eppure voleva vedere. Sentiva di doversi in qualche modo render conto di ciò che lo circondava. E presto. L’angoscia. Un’angoscia silenziosa, senza fondo. Ma, per quanti sforzi facesse, non poteva ricordarne il motivo. I legami di causa ed effetto, la logica concatenazione dei fenomeni, s’erano ritirati dal suo mondo, lasciandogli una folla di fantasie slegate, di visioni assurde turbinanti nel cervello.

Si sforzò ancora di ricordare qualcosa di preciso e di comprendere dove fosse. Non poteva muoversi, né aveva idea esatta della positura dei propri arti. Un barlume di pensiero si accese in lui, spegnendosi subito, come un fuoco fatuo. E accanto a questo un’abissale sensazione di vacua futilità, e una specie di fischio o di rombo che cresceva nel suo cranio, cresceva, si dilatava. Ancora una volta si sforzò di connettere, di ricordare, ed emerse in lui soltanto un’idea di ripiegamento su se stesso, e per un tempo indefinito — secondi? minuti? ore? secoli? — si fissò nel tentativo di paragonare quest’idea con l’altra dell’abbattersi pesante di qualcosa su di lui.

Poi, senza più alcun conato di pensiero, lasciò che le strane visioni scorressero nei suoi occhi chiusi: sconfinati paesaggi di colline ondulate, su cui serpeggiavano sentieri stretti e malagevoli, nude tranne qualche albero scheletrico sotto un cielo plumbeo, e nella luce spettrale ecco su una collina emergere la visione di una città più che umana, con altissimi palazzi e campanili, scossi da un brivido rossastro di luce. Volti, volti, volti opprimenti di donne, uomini, vecchi e fanciulli, statuari, immobili, dallo sguardo immerso nel vuoto con allucinata fissità, in una tensione arcana e incomprensibile; e tutti nello stesso tempo si voltavano verso di lui, come statue ruotanti su un perno, rivolgendo al suo viso i loro occhi vuoti; aprivano tutti insieme la bocca come per parlare, e non ne usciva suono. Egli voleva fuggire. Ma non poteva.

Luci viola, gialle, rosse, danzavano follemente qua e là sotto le sue palpebre. Una danza spettrale che non voleva estinguersi. Ebbe un brivido, come se tutto quel delirio non fosse che il preludio a una rivelazione soprannaturale.

 

Volete sapere come va a finire?

Suggeriamo di comprare il libro.


23
GIUGNO
2010
Articolo letto 1861 volte

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EMILIO BIAGINI,

 

Il seme sepolto,

 

2009, Edizioni Fede & Cultura, pp. 375, € 15

 

Ottenibile in libreria, dal sito www.fedecultura.com, o in Amazon

 

 

 

Un elefante nella cristalleria. Così si definisce l’Autore stesso: e — in questo — ha perfettamente ragione. Gli infiniti luoghi comuni cari alla sinistra vengono — in questo libro — impugnati, criticati, sbeffeggiati: qualche volta, ma più raramente, messi in dubbio.

Lo scritto del Biagini mi ha — nonostante molte differenze — ricordato l’impressione che suscitò in me la monografia del Gaxotte, dedicata alla rivoluzione francese.

Gaxotte — in un volume fortunatissimo, che continua ad avere innumerevoli edizioni — narrò la storia dello sconvolgimento iniziato nel 1789 e concluso con il Consolato, smentendo implacabilmente le tante leggende create per esaltare la Grande Rivoluzione.

Ma la storia — divulgativa, ma simile alla storia accademica — del Gaxotte riguarda un singolo decennio. Il Biagini, invece, immagina quattro diversi processi. Queste quattro commedie giudiziarie sono assai ricche di spunti divertenti ma rivelano — da parte del geografo Biagini — anche una non comune conoscenza della procedura penale.

La prima commedia s’intitola “Chi si fida degli scienziati?”. L’autore immagina che lo scientismo (ossia la fiducia assoluta nella scienza) dia querela alla scienza e alla metafisica. I testimoni dello scientismo sono i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria): a questi sette testimoni si aggiungono la maldicenza, la calunnia. E la calunnia è — nella commedia giudiziaria del Biagini — madre di un bambino mostruoso: l’omicidio. A tali testimoni si contrappongono la biologia, la chimica, la geologia, la matematica, la fisica, epistemologia. E tutte queste scienze smentiscono l’accusa e l’accusatore. Tutte le scienze (ciascuna dal proprio punto di vista) confermano la tesi del disegno intelligente, dell’ordine dell’universo, della finalità del creato, ponendo alla berlina l’accusa. Anche se tutte le prove sono a favore delle due imputate e l’accusa sia stata spesso ridicolizzata, il giudice — dal significativo cognome di Correttini, insediato da un colpo di stato della marmaglia, detronizzando il giusto giudice Buon Senso — condanna la scienza a vivere portando sempre addosso una museruola e vivendo al guinzaglio dello scientismo. Per la metafisica la condanna è più severa: essa viene rinchiusa in prigione ove le sarà fornita l’aria per respirare soltanto se ripeterà cento volte al giorno “Dio non c’è”. Ma la sovversione atea viene definitivamente sconfitta dalla reazione irata della gente semplice. La commedia dimostra la faziosità della sinistra, sostenitrice dello scientismo e — nello stesso tempo — che tutte le scienze, ciascuna per proprio conto, demoliscono i miti dell’evoluzionismo e dell’eternità dell’universo.

Segue la seconda commedia “Lo strano caso del dottor Martin”. L’autore immagina che Martin Lutero quereli la Chiesa di Roma. I tradizionali luoghi comuni anticattolici cadono per le obiezioni della difesa e per il ridicolo che sgorga dalla lite furiosa tra Calvino e Lutero. Calvino è, malignamente, citato dalla difesa come teste contro Lutero. Dopo infinite battute di spirito, la Chiesa è assolta.

Segue una terza commedia giudiziaria dedicata alla dissacrazione di quella che potrebbe definirsi la “vulgata” risorgimentale, particolarmente rivolta contro Cavour, definito “Camillo, mago del cavillo”. La Chiesa viene imputata di avere ostacolato l’unità d’Italia e di revisionismo nei confronti della recente storiografia filo risorgimentale, ma è assolta.

La quarta e ultima commedia è la più vicina al lettore per la materia trattata, più recente rispetto a quelle delle prime tre commedie giudiziarie: questa commedia riguarda il XX secolo. Si esaminano le colpe della Germania, dell’Italia e del Giappone, che vengono condannati all’eterno ludibrio da un giudice che si chiama — vedi caso — “Vae Victis”. L’Inghilterra è parte civile. I vinti peraltro hanno avuto (nonostante l’evidente ostilità del giudice) il destro di porre in luce molte verità — politicamente non corrette — sul XX secolo. Ad esempio, che le due guerre mondiali furono volute anche dall’Inghilterra, l’ultima non per rovesciare Hitler, ma per distruggere la Germania come nazione; che il bombardamento di Dresda (perpetrato dagli inglesi), e città d’arte di nessuna importanza militare, fu molto più criminale di quello di Coventry (perpetrato dai tedeschi), che era importante sede di industrie militari: a Dresda furono mitragliati e spezzonati bambini innocenti. Il libro di Biagini formula il dubbio che Hiroshima e Nagasaki — località prive d’importanza militare — siano state distrutte dalle bombe atomiche perché erano le città più cattoliche del Giappone. Alla fine del libro, lo stesso Pubblico Ministero (che aveva sostenuto le diverse accuse) riconosce insostenibili le proprie argomentazioni e si converte alla Chiesa di Roma.

Vi è — nel corso delle quattro commedie giudiziarie — un valido difensore che si chiama “Indelicato” (nomen omen avrebbero detto gli antichi romani, secondo cui il nome di un uomo ne conteneva il destino). Vi sono tre giudici: uno obiettivo (di nome Buon Senso) e due prevenuti (quelli che si chiamano Vae Victis e Correttini).

Il dialogo processuale tra le varie parti permette di affrontare argomenti diversissimi, dalla Sindone all’imposta sul macinato, alla versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” alla paleontologia, alla seconda guerra mondiale a Giordano Bruno.

Le frecciate alle opinioni dominanti sono diversissime. Si passa dall’osservazione che l’attuale adesione al pensiero debole è l’opposto delle celebrazioni del progresso, proprie della cultura positivista, al ricordo che Marx mise incinta la serva, alla notizia che Freud era oltremodo superstizioso.

Nella tradizione della destra, vi è stato molto umorismo: da Guglielmo Giannini a Giovannino Guareschi. Era stato giustamente notato che la destra aveva pagato a caro prezzo il fatto di avere affidato alla vis comica la propria polemica. Giannini, Guareschi, ebbero molti meriti e una grande importanza storica: spostarono a destra molti voti. Alla distanza, peraltro, la più erudita propaganda comunista — favorita dal fatto che, quando si diffuse la televisione, i giornali umoristici persero molta della loro importanza — penetrò nell’opinione pubblica maggiormente degli argomenti della destra.

L’apertura a sinistra e il graduale avvicinamento del partito comunista al governo non vi sarebbero stati senza la decisione di Togliatti di puntare soprattutto sulla cultura filocomunista. E la marcia delle forze filosovietiche verso il potere fu a un capello dal riuscire: essa fu arrestata soltanto dall’assassinio di Moro, dall’elezione al soglio pontifico del Papa polacco — visceralmente anticomunista — e dal conseguente crollo del muro di Berlino nel 1989.

La destra oppose alla strategia del partito bolscevico l’appello al sentimento religioso e alle tradizioni. Il fronte moderato resse ma arretrò. Nel 1976 l’apertura al comunismo fu — infatti — imminente e ritenuta (dai più) inevitabile.

Che la causa principale del gravissimo pericolo corso dall’Italia (e forse corso dall’intera Europa occidentale) fosse il predominio comunista nelle case editrici e nelle università è confermato pure dal presente volume del Biagini. Il più efficace testimone contro i luoghi comuni della sinistra è il professor Indelicato, che non è riuscito a giungere alla cattedra universitaria, a motivo delle sue opinioni cristiane.

Ma il predominio comunista nelle facoltà universitarie, nell’editoria e nel cinema si verificò pure a causa della mancata opposizione dei moderati. Quando qualche reazione contro la sinistra culturale si ebbe, fu limitata al giornalismo di destra e all’opera dei politici.

Ogni qualvolta qualche storico si oppose alla mentalità prevalente, suscitò avversioni fortissime. Il grande storico De Felice propose di analizzare il fascismo nei suoi cambiamenti (da movimento a regime) e con i suoi meriti e i suoi demeriti. Perciò solo, si richiese che gli venisse tolta la cattedra universitaria.

Pansa — un giornalista di sinistra — scrisse vari volumi basati sulle verità già poste in luce dagli scrittori di destra relativamente agli orrori della nostra guerra civile e alle stragi che avvennero dopo il 25 aprile 1945. Ebbene: gli anatemi contro di lui salirono al cielo.

Questi scritti revisionisti furono però opere specialistiche. Il volume del Biagini si distingue da questi precedenti sotto due profili. Da un lato, unisce a un vivissimo senso dell’umorismo, una cultura sterminata che va dalla geologia alla storia recente, dalla metafisica alla chimica e all’alta matematica.

Pertanto, il Biagini unisce l’utile al dilettevole: l’erudizione all’intento di divertire e rallegrare il lettore. Il Biagini dimostra l’esigenza che le opere della destra — spesso di notevole valore — non siano settoriali, ma inquadrate in una contrapposizione globale ai troppi luoghi comuni che sorreggono la sinistra.

È augurabile che — d’ora in poi — gli scrittori di destra inseriscano i loro argomenti nella cornice indicata dal Biagini.

Con il divertente, ma profondo, volume di questo Autore, le tradizioni umoristiche della destra rinascono ma — se così può dirsi — divenute più colte.

Il Biagini — grazie alla sua poliedrica erudizione — indica una nuova e insperata via.

Senza dubbio non sarà facile seguirlo, perché una cultura così vasta e differenziata, è rara: ed è vero che una rondine non fa primavera.

Peraltro, la prima rondine è da segnalare: “al pio colono augurio di più sereno dì”.

UBALDO GIULIANI BALESTRINO



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APRILE
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  • LE RAPALLIADI RELOADED

    Degni son di laudi e onori

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    con serafico candore,

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 2 copia

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    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 3 copia

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