Genova, 20 Ottobre 2017 12.29





 
NARRATIVA

 

Narrativa

29
GENNAIO
2012
Articolo letto 1636 volte

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Quarantasei testi, uno al giorno per un mese e mezzo. Per ridere delle miserie del potere ottuso, che pretende tutto decidere, giudicare e governare; per farsi beffe del darwinismo, che pretende l’uomo “discendente” da “antenati” comuni alle scimmie e non si rende conto che alle scimmie sta tornando. In questo volume si possono trovare spassosi esempi di poesia moderna e delle molte idiosincrasie che rendono ridicola l’umanità; ma non solo, la lettura di quest’opera serve anche a far sorridere pensando alla figura di Padre Pio e ai ricordi delle proprie radici.


21
OTTOBRE
2011
Articolo letto 1826 volte

DAL ROMANZO INEDITO "IL PRATO ALTO",

STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA DALLA PREISTORIA

AI TEMPI NOSTRI, DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

60 a.C.

Ma era tutt’altro che finita. I confini settentrionali erano sempre pericolosi, e gli amici romani non avevano truppe sufficienti da impegnare in loro aiuto. Frattanto continuavano i miglioramenti tecnici, non senza conseguenze per la difesa. Da almeno un cinquantennio si produceva acciaio in forni ventilati con mantici, e si costruirono molte nuove strutture del genere, producendo spade di migliore qualità e in numero sempre maggiore.

Un nipote di Silvius, Valerius, possedeva uno di questi forni, alla periferia di Dolmynnydd, e fabbricava gladii che venivano venduti ad ottimi prezzi in tutta la vallata, dove si erano costituite unità ausiliarie di difesa mobili, che utilizzavano i migliori cavalli allevati sul posto.

I celti boi profughi, minacciati dai germani, si rifugiarono nella zona del clan Aiken, il cui nome celtico, insieme agli usi e ai costumi tradizionali, cominciava a romanizzarsi in Aicaenius. Sempre più si vedevano in giro uomini con i capelli tagliati alla romana, invece che lunghi in treccine; e indossanti la toga; sempre più i nomi che venivano imposti ai bambini erano latini. Sempre più si parlava latino, sia pure soltanto sermo rusticus, tanto che i profughi boi a stento si riconoscevano nei loro affini celtici del Norico.

Il druido Krom, giunse in quell’anno, con la sua famiglia, insieme ad altri sradicati dei boi, a Dolmynnydd, che qualcuno cominciava a chiamare Dolminius, anche se quella forma romana non prese mai il sopravvento sul nome celtico. La romanità restava pur sempre una mano di vernice superficiale, sotto la quale riaffiorava costantemente la rude superficie dell’arcaica, ma straordinariamente vitale, civiltà celtica.

Il caso volle che Krom, gallo per niente romanizzato, avesse una figlia, e che questa figlia, quattordicenne, di nome Klin, fosse una vera bellezza, con una folta e lunga chioma rossa e abbondanza di curve e mosse seducenti. Martius Aicaenius, figlio di Valerius, che aveva sedici anni, i capelli biondi tagliati alla romana e un bel portamento, se ne innamorò a prima vista.

I due cominciarono a lanciarsi occhiate, poi passarono alle parole (rigorosamente in celtico, perché lei non sapeva una parola di latino, neanche “rusticus”), poi ai fatti, nascosti dietro ogni possibile ostacolo, siepi, alberi, mucche e tutto ciò che poteva celare due corpi intenti ad esplorarsi a vicenda. Non arrivarono alla consumazione completa, per il momento, anche se ci andarono molto vicini.

Il problema era il solito dei matrimoni contrastati: i padri erano decisamente contrari da ambedue le parti. Il druido vide i due che si baciavano e si palpeggiavano e andò su tutte le furie.

Non aveva una spada, ma non l’avrebbe usata comunque. Aveva metodi più sottili. Era un druido di quelli più cattivi, ossia dei gradi più elevati dell’iniziazione segreta che, come tutti i segreti iniziatici, veniva dalla medesima fonte dai molteplici nomi: Doo, Baal, ed altri ancor meno piacevoli. Krom non si contentava di evocare spiriti e confezionare pozioni amorose o veleni, ma aveva compiuto sacrifici umani. La figlia “disonorata” poteva benissimo servire da vittima olocausta, ed egli, senza lasciar trasparire nulla, preparò la sua trappola. Radunò i boi e li arringò, con voce misurata e grande autorità:

— Figli di Tutates, ho avuto una rivelazione dal dio. Egli è irato con noi e ci ha scatenato contro i germani. Il perché ancora mi è oscuro, ma vi invito intanto a scrutare nei vostri cuori e a scrutarvi l’un l’altro, per scoprire se vi è fra noi qualche vittima che egli desideri gli sia offerta, perché gli dei talvolta hanno sete e noi dobbiamo placarli. —

Questo serviva a scatenare la caccia alle streghe all’interno della tribù, in modo che si accusassero l’un l’altro, “annusandosi” a vicenda, ossia cercando “segni” dimostranti che un membro, maschile o femminile, di essa, aveva recato offesa agli dei, o comunque era da loro desiderato come vittima. Perché questo era il lato oscuro del paganesimo: una fede in dei capricciosi, che a volte si comportavano con giustizia, altre volte infierivano senza un apparente motivo. Infatti, menti ancora primitive non riuscivano a distinguere il Bene supremo, dal quale avevano ricevuto la morale naturale, e che dava loro l’aspirazione alla giustizia e alla protezione del debole, dagli impulsi che provenivano da tutt’altra fonte.

All’atto pratico, le persone “annusate” erano — chissà perché? — quelle che davano ombra a qualcuno: le donne mature che stavano sfiorendo cercavano di inguaiare qualche bella giovane, il seduttore di rovinare il marito della propria amante per levarlo di mezzo, o il marito cercava di liquidare moglie e amante (più raffinato vederli bruciare vivi invece di un semplice e quasi indolore sbudellamento), il pastore che aveva bestie brutte e malate se la prendeva con quello che aveva greggi e armenti migliori.

E quando, a forza di guardarsi con sospetto l’un l’altro, fossero stati tutti coi nervi a fior di pelle, pronti ad estrarre la spada l’uno contro l’altro, il druido poteva finalmente annunciare che il dio gli aveva “rivelato” che la tale persona era per qualche motivo “desiderata” dal dio, così che poteva far fuori chi voleva. Non era bene che il padre dimostrasse di accorgersi che la figlia si dava a uno straniero, invece di aspettare che lui le si scegliesse un marito. Non era tanto la lussuria, ma la disobbedienza a costituire motivo di scandalo. Ma se fossero stati gli dei stessi a pronunciarsi, l’onta della figlia poteva lavarsi in modo impersonale e distaccato, senza perdere la faccia. La moglie avrebbe pianto un po’ per la perdita della sua creatura: era inevitabile, ma agli dei non si poteva dire di no.

Ma quale trionfo, quale potere gli offriva quell’occasione: al popolo avrebbe mostrato che la sua devozione religiosa era tale da non esitare perfino davanti al sacrificio dell’“adorata figlia”, mentre al cospetto dell’essere oscuro che serviva avrebbe acquisito un “merito” enorme. Un druido che aveva sacrificato un proprio figlio, aveva ottenuto il potere di uccidere col pensiero, ed egli sperava di riuscirci a sua volta. L’essere oscuro, lo scimiottatore di Dio, l’angelo caduto, andava pazzo per i sacrifici dei figli, dopo che, in Oriente, Abramo aveva condotto il figlio Isacco al sacrificio, ma naturalmente un angelo aveva fermato la mano del patriarca, perché il vero Dio non voleva sacrifici del genere.

I romani, pur essendo pagani, odiavano in sommo grado i sacrifici umani, e per questo li repressero sempre con estrema durezza ogni volta che capitò loro di incontrarli fra molte tribù celtiche, in particolare nelle profondamente barbariche isole britanniche e, nel Mediterraneo, tra i Fenici. La tutela della vita era maggiore, nella Roma pagana, come in Grecia, di quanto non sia oggi. Il giuramento di Ippocrate conteneva una formula contro l’aborto, che il digrignante neopaganesimo odierno, peggiore del vecchio paganesimo, ha abolito. Il diritto romano, nel primo secolo avanti Cristo, aveva da tempo elaborato il civilissimo principio conceptus pro nato habeto (il concepito sia considerato come già nato). I celti già romanizzati del Norico, e che neppure prima avevano mai pensato che gli dei potessero volere sacrifici umani rituali e formali (al massimo la Morrigan poteva accecarli nella furia dell’uccisione a caldo durante una battaglia), stavano per entrare in contatto con la realtà oscura del peggior paganesimo dei loro confratelli boi della remota Gallia.

Avanzava l’autunno, e si avvicinava il giorno dei sacrifici, quello che dopo l’effetto umanizzante del Cristianesimo si sarebbe ridotto a un semplice giorno di treat or trick (dolcetto o scherzetto) dei bambini: Halloween, che oggi non è che una festicciola idiota. A quell’epoca il significato di un simile giorno, che si chiamava Samhain, era ben diverso.

Klin non immaginava ancora la minaccia sospesa sulla sua testa, e tanto meno ne aveva idea Martius, sul quale, invece, la tempesta, per quanto assai più mite, era già scoppiata. L’avevano visto “in azione” con Klin, e il solito “qualcuno” ne aveva riferito a suo padre, che gli fece una lavata di capo. Anche qui la “colpa” non era la lussuria, anzi (le prove di virilità erano sempre ben viste), quanto piuttosto quella di danneggiare la famiglia mescolandosi a una tizia di quella congerie di cenciosi individui come i boi.

Per Ercole! Martius era “di buona famiglia”, con eccellenti prospettive di matrimonio, e quello stupido non si limitava a spassarsela, ma dichiarava chiaro e tondo che senza Klin non poteva vivere, e che l’avrebbe sposata a tutti i costi. Allora suo padre che, all’inizio del colloquio, era piuttosto divertito che adirato, divenne furibondo. La lussuria andava benissimo, l’amore no, perché si scontrava con la prevaricazione familiare, l’ipocrisia, l’interesse e il satanismo druidico.

Nessuno dei due ragazzi sospettava quanto stava per accadere. Mancavano due giorni al momento fatale. Pioveva a dirotto, e questo era un bene, perché i roghi non bruciano bene sotto la pioggia. Martius non aveva incontrato Klin quel giorno, perché suo padre, senza dare minimamente segno di quello che stava tramando, aveva caricato la figlia di tante piccole incombenze da non darle tempo di incontrare il ragazzo, e infine l’aveva mandata ad attingere ad un lontanissimo ruscello, con la scusa che l’acqua lì era migliore. Martius andò a letto col cuore stretto. Prima di addormentarsi, in preda ad una profonda nostalgia, pregò caldamente Giove Ottimo Massimo di fargliela almeno vedere in sogno.

Si svegliò verso l’alba, cioè all’ora che molti popoli antichi ritenevano fosse riservata ai sogni veritieri e premonitori. Era coperto di sudore, angosciato, terrorizzato. Ricordava in ogni dettaglio l’incubo orrendo appena sofferto. Aveva visto un demone spaventoso curvo su Klin addormentata, con le fauci grondanti sangue, e aveva sentito che era preda di una terribile droga che non le avrebbe permesso di fuggire o difendersi. Per un attimo il demone aveva assunto le sembianze, mostruosamente distorte, del padre di lei. Poi afferrava la vittima con gli artigli e la portava verso un orrendo rogo. Investita dalle fiamme, lei si dibatteva, spalancava gli occhi e guardava verso di lui, supplicando aiuto, e lui non poteva muoversi, come inchiodato al suolo. Si rivolgeva a suo padre, implorando il suo intervento, e quello rideva. E intorno al rogo ballavano e ululavano innumerevoli mostri e mostriciattoli di forme mai viste, tutti zanne insanguinate e artigli.

Si alzò, indossò la toga e mise ai piedi i calzari. Stava ancora piovendo e non aveva alcun riparo, ma uscì ugualmente di casa di soppiatto e si diresse verso l’accampamento dei boi. Una luce livida cominciava a filtrare tra le nubi a oriente. Tutti dormivano. Trovò a tastoni, o forse guidato da un Dio, la tenda di lei. Improvvisamente, come se il medesimo Dio la guidasse, lei fece capolino dalla tenda, Era stravolta. Vicino a lei, padre e madre dormivano, russando.

— Ah, grazie a Tutates, sei tu — bisbigliò lei.

— Vieni fuori, devo dirti una cosa. —

— Anch’io. —

Si allontanarono insieme, in tutta fretta, camminando a caso. Si fermarono sotto una quercia che li riparava un po’ dalla pioggia.

— Ho avuto un incubo spaventoso ... — cominciò lui.

— Anch’ io — ripeté lei.

Martius allora le raccontò quello che aveva sognato. E lei raccontò l’identico sogno, visto dalla parte di lei. Non poteva muoversi, e un mostro orrendo era curvo su di lei, e così via. Tutto identico.

— Klin, non può essere un caso. Ricordo di aver pregato Giove Ottimo Massimo perché potessi vederti almeno in sogno, e questo è il risultato. —

— E io ho pregato Tutates. —

— Tuo padre fa sacrifici umani? —

— Li ha fatti, ma credo che gli dei lo vogliano. —

— Ma quali dei? Non possono essere che demoni. —

— Cosa facciamo? —

— Fuggiamo. —

— Ma come? dove? — Tre millenni erano trascorsi dall’epoca di Kijr e Alin, quando una coppia poteva svignarsela nei boschi e, vivendo di caccia, attraversare mezza Europa. Martius, giovane civilizzato con la toga e i calzari di lusso, e la sua Klin, non sarebbero sopravvissuti. Egli se ne rendeva conto benissimo. Boschi e selvaggina ce n’era ancora a iosa, ma erano l’addestramento e la resistenza che mancavano.

— Mio padre è nostro nemico — constatò sconsolato Martius.

— E anche il mio, se il sogno non ci ha ingannato. —

— C’è una debole speranza. Qui vicino c’è la villa di mio zio Marcus, una grande villa, con le terme. è un uomo autorevole, fratello maggiore di mio padre. A volte è stato in contrasto con lui, non so perché. è l’unica nostra speranza. —

— Ci caccerà. Perché dovrebbe aiutarci? Voi norici odiate noi boi. Ci odiate e ci disprezzate. —

— Gli racconteremo del sogno. Crede nei presagi. E odia i sacrifici umani, come tutta la gente civile. Non li fanno i romani, non li fanno i greci. —

— Va bene, proviamo. —

Era metà mattinata quando giunsero alla villa di Marcus, l’edificio più importante di tutta la zona. Alla gente del posto sembrava uno spettacolare monumento, ma di fronte alle vere ville romane del sud avrebbe fatto una magra figura. Lo schiavo portinaio riconobbe Martius e condusse i due ragazzi nel peristilio, dove, seduto davanti ad un tavolo, stava lo zio. Aveva un rotolo di papiro davanti e stava leggendo, arrotolandolo lentamente con una mano dalla parte superiore e srotolandolo da quella inferiore. Si trattava del De agricultura di Catone.

— Vale, Martie, quid novi? Quis est pulchra puella ista? — Lo zio era l’unico uomo della regione a parlare un latino che non avrebbe fatto troppo sbellicare dal ridere i veri romani.

In un “sermo rusticus” appena un po’ incivilito, Martius raccontò tutto. Tremava di paura e di freddo, e la ragazza più di lui.

— Quod dicis valde horrendum est — commentò lo zio.

— Horrendum sed verum; — riprese Martius — pater puellae druidus est. Humana holocausta iam multa fecit. —

— Horrendum hoc est, — ripeté lo zio — nefas apud Jovem Optimum Maximum. —

— Quid agimus? —

— Nonne me quaeris quid facere? —

— Rogo te ut aliquid agas. —

Ma non era semplice decidere. Il Norico era stretto alleato di Roma, amicus Populi romani, tuttavia non era ancora provincia dell’impero. Se lo fosse stato, si sarebbe potuto avvertire il magistrato locale, che avrebbe istruito un processo, non per quello che intendeva fare, ovviamente, ma per i sacrifici già compiuti. Crimini del genere comportavano la pena di morte. Infine lo zio decise di agire con i propri mezzi. Era abbastanza importante da poterlo fare, senza che alcuno osasse chiedergliene conto. Mandò un servo a prendere vestiti asciutti per i due ragazzi, un altro ad avvertire il fratello che Martius era presso di lui e doveva restarvi. Poi ordinò di radunare il reparto di cavalleria territoriale che era sotto il suo comando. In tutto sessanta uomini, che furono in sella e armati già nel primo pomeriggio.

Martius e Klin rimasero nella grande villa, sotto la protezione dell’imponente matrona, moglie dello zio, con contorno di fedeli schiavi armati, nel timore che i boi venissero a sapere dove si trovava la figlia del druido e facessero qualche colpo di testa. Stranamente, i ragazzi sembrarono gradire poco di essere sorvegliati a vista. Infatti si appartarono in una stanza e si dedicarono a conoscersi meglio. E la matrona, sentendo quello stavano facendo, si domandava, con un po’ d’invidia, come mai suo marito non fosse mai arrivato a farla gemere così.

Lo zio, dopo un breve pranzo, si era messo alla testa dei cavalieri e si diresse verso l’accampamento dei profughi boi. Lo trovò in subbuglio. Il druido aveva parlato alla folla, blaterando che un grave sacrilegio era stato perpetrato. La vittima olocausta indicata dagli dei, era stata rapita da una mano sacrilega, e bisognava cercarla. Intanto aveva smesso di piovere, e il rogo avrebbe potuto venire benissimo, illuminando piacevolmente la serata.

Ma i boi, che erano diverse centinaia, riluttavano a muoversi. Era ospiti mal tollerati, fra gente forte che sapeva difendersi. Il druido era furioso e stava nuovamente arringando la folla. Gli dei erano gli dei, per Tutates, e non si poteva deluderli o resistere alla loro volontà, gli dei avrebbero senz’altro punito chi tardava a fare la loro volontà, che si rivelava solo ai druidi. Nel bel mezzo del suo comizio, arrivarono i soldati. Marcus a cavallo gli si fece incontro e lo affrontò. Parlando in celtico, lo accusò di fronte alla folla senza mezzi termini, mentre i sessanta cavalieri stavano rigidi e tesi, in doppia linea, dietro di lui, con le lance spianate.

— Siete venuti a cercare rifugio fra noi e vi abbiamo accolto come fratelli. Ma voi pretendete di portare qui le vostre usanze barbare che suscitano l’ira degli dei. Tu, druido, sei bandito per aver compiuto sacrifici umani, dei quali siamo ben informati. Chi vuole può seguirti, chi preferisce restare può restare, ma tu ripasserai il dio Danuvius e mai più, a nessun patto, rimetterai piede in queste terre, pena la morte. —

La faccia del druido si contrasse in un’espressione di furore che lo fece somigliare in modo straordinario al mostro dell’incubo di Martius e di Klin.

— Uomo, tu non puoi vincere gli dei — ruggì.

— I miei dei non sono i tuoi. I miei dei sono dei di popoli civili, e odiano i sacrifici umani. Nel caso che tu rifiuti di obbedire o che ritorni qui, sarai immediatamente messo a morte, e gli dei, i miei dei, approveranno. Muoviti. —

E il druido si mosse, maledicendo tutti. Con la moglie e le sue poche cose, scortato da una pattuglia, si avviò verso il settentrione. Dei boi non lo seguì nessuno. I cavalieri lo scortarono fino al Danuvius e lo obbligarono a passarlo su una piccola barca abbandonata e mezza marcia che trovarono nei pressi. Restarono a guardare il druido e la moglie che faticosamente remavano verso la riva settentrionale, tenendoli sotto mira con gli archi. Una grossa banda di germani bivaccava nei pressi. I barbari furono molto interessati a quella strana coppia celtica e il capo interrogò i due, ma visto che non capiva un’acca di quello che rispondevano, lasciò che i suoi si divertissero un po’ con loro, solleticandoli e tagliuzzandoli con le spade, prima di farli decapitare e di infilare le loro teste su dei pali lungo la riva.

L’incontro fra il padre di Martius e l’autorevole zio fu tempestoso, ma quest’ultimo ebbe la meglio. La conservazione e l’accrescimento della ricchezza che tanto stava a cuore al fratello minore, non era un bene assoluto, spiegò. Essere appagati nella vita significava ben altro, e chi è appagato e sereno starà meglio anche dal lato materiale.

Frattanto si annunciò un nipotino, perché Martius e Klin, che aveva deciso di mutare il suo nome in Livia e di imparare al più presto il latino, si erano dati parecchio da fare, e questo finì per rasserenare l’atmosfera, e il padre permise al figlio di tornare a casa. I due ragazzi si sposarono con la confarreatio, il rito solenne romano, che rendeva il matrimonio indissolubile. Era per la prima volta che lo si celebrava nel Norico. Fu un matrimonio fecondo e felice, nei molti anni che Giove Ottimo Massimo, o piuttosto l’unico vero Dio che stava per incarnarsi, concesse loro.

 

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28
GIUGNO
2010
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ascolto

L'UOMO IN ASCOLTO

 

In questa raccolta di racconti, l'intreccio, la narrazione pura, sono il mezzo usato dall'autore per comunicare al lettore un messaggio di fede e di speranza. La scrittura è intensa, ben definita, raffinata e dinamica nella resa della struttura narrativa, espressiva e capace di restare - come ne Il biglietto e Il serpente - nella memoria e nella sensibilità del lettore. (Dai commenti in copertina non redatti dall'autore)

 

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X

IL SERPENTE

 

Tentò di aprire gli occhi, ma le palpebre non gli obbedivano. Eppure voleva vedere. Sentiva di doversi in qualche modo render conto di ciò che lo circondava. E presto. L’angoscia. Un’angoscia silenziosa, senza fondo. Ma, per quanti sforzi facesse, non poteva ricordarne il motivo. I legami di causa ed effetto, la logica concatenazione dei fenomeni, s’erano ritirati dal suo mondo, lasciandogli una folla di fantasie slegate, di visioni assurde turbinanti nel cervello.

Si sforzò ancora di ricordare qualcosa di preciso e di comprendere dove fosse. Non poteva muoversi, né aveva idea esatta della positura dei propri arti. Un barlume di pensiero si accese in lui, spegnendosi subito, come un fuoco fatuo. E accanto a questo un’abissale sensazione di vacua futilità, e una specie di fischio o di rombo che cresceva nel suo cranio, cresceva, si dilatava. Ancora una volta si sforzò di connettere, di ricordare, ed emerse in lui soltanto un’idea di ripiegamento su se stesso, e per un tempo indefinito — secondi? minuti? ore? secoli? — si fissò nel tentativo di paragonare quest’idea con l’altra dell’abbattersi pesante di qualcosa su di lui.

Poi, senza più alcun conato di pensiero, lasciò che le strane visioni scorressero nei suoi occhi chiusi: sconfinati paesaggi di colline ondulate, su cui serpeggiavano sentieri stretti e malagevoli, nude tranne qualche albero scheletrico sotto un cielo plumbeo, e nella luce spettrale ecco su una collina emergere la visione di una città più che umana, con altissimi palazzi e campanili, scossi da un brivido rossastro di luce. Volti, volti, volti opprimenti di donne, uomini, vecchi e fanciulli, statuari, immobili, dallo sguardo immerso nel vuoto con allucinata fissità, in una tensione arcana e incomprensibile; e tutti nello stesso tempo si voltavano verso di lui, come statue ruotanti su un perno, rivolgendo al suo viso i loro occhi vuoti; aprivano tutti insieme la bocca come per parlare, e non ne usciva suono. Egli voleva fuggire. Ma non poteva.

Luci viola, gialle, rosse, danzavano follemente qua e là sotto le sue palpebre. Una danza spettrale che non voleva estinguersi. Ebbe un brivido, come se tutto quel delirio non fosse che il preludio a una rivelazione soprannaturale.

 

Volete sapere come va a finire?

Suggeriamo di comprare il libro.


23
GIUGNO
2010
Articolo letto 1832 volte

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EMILIO BIAGINI,

 

Il seme sepolto,

 

2009, Edizioni Fede & Cultura, pp. 375, € 15

 

Ottenibile in libreria, dal sito www.fedecultura.com, o in Amazon

 

 

 

Un elefante nella cristalleria. Così si definisce l’Autore stesso: e — in questo — ha perfettamente ragione. Gli infiniti luoghi comuni cari alla sinistra vengono — in questo libro — impugnati, criticati, sbeffeggiati: qualche volta, ma più raramente, messi in dubbio.

Lo scritto del Biagini mi ha — nonostante molte differenze — ricordato l’impressione che suscitò in me la monografia del Gaxotte, dedicata alla rivoluzione francese.

Gaxotte — in un volume fortunatissimo, che continua ad avere innumerevoli edizioni — narrò la storia dello sconvolgimento iniziato nel 1789 e concluso con il Consolato, smentendo implacabilmente le tante leggende create per esaltare la Grande Rivoluzione.

Ma la storia — divulgativa, ma simile alla storia accademica — del Gaxotte riguarda un singolo decennio. Il Biagini, invece, immagina quattro diversi processi. Queste quattro commedie giudiziarie sono assai ricche di spunti divertenti ma rivelano — da parte del geografo Biagini — anche una non comune conoscenza della procedura penale.

La prima commedia s’intitola “Chi si fida degli scienziati?”. L’autore immagina che lo scientismo (ossia la fiducia assoluta nella scienza) dia querela alla scienza e alla metafisica. I testimoni dello scientismo sono i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria): a questi sette testimoni si aggiungono la maldicenza, la calunnia. E la calunnia è — nella commedia giudiziaria del Biagini — madre di un bambino mostruoso: l’omicidio. A tali testimoni si contrappongono la biologia, la chimica, la geologia, la matematica, la fisica, epistemologia. E tutte queste scienze smentiscono l’accusa e l’accusatore. Tutte le scienze (ciascuna dal proprio punto di vista) confermano la tesi del disegno intelligente, dell’ordine dell’universo, della finalità del creato, ponendo alla berlina l’accusa. Anche se tutte le prove sono a favore delle due imputate e l’accusa sia stata spesso ridicolizzata, il giudice — dal significativo cognome di Correttini, insediato da un colpo di stato della marmaglia, detronizzando il giusto giudice Buon Senso — condanna la scienza a vivere portando sempre addosso una museruola e vivendo al guinzaglio dello scientismo. Per la metafisica la condanna è più severa: essa viene rinchiusa in prigione ove le sarà fornita l’aria per respirare soltanto se ripeterà cento volte al giorno “Dio non c’è”. Ma la sovversione atea viene definitivamente sconfitta dalla reazione irata della gente semplice. La commedia dimostra la faziosità della sinistra, sostenitrice dello scientismo e — nello stesso tempo — che tutte le scienze, ciascuna per proprio conto, demoliscono i miti dell’evoluzionismo e dell’eternità dell’universo.

Segue la seconda commedia “Lo strano caso del dottor Martin”. L’autore immagina che Martin Lutero quereli la Chiesa di Roma. I tradizionali luoghi comuni anticattolici cadono per le obiezioni della difesa e per il ridicolo che sgorga dalla lite furiosa tra Calvino e Lutero. Calvino è, malignamente, citato dalla difesa come teste contro Lutero. Dopo infinite battute di spirito, la Chiesa è assolta.

Segue una terza commedia giudiziaria dedicata alla dissacrazione di quella che potrebbe definirsi la “vulgata” risorgimentale, particolarmente rivolta contro Cavour, definito “Camillo, mago del cavillo”. La Chiesa viene imputata di avere ostacolato l’unità d’Italia e di revisionismo nei confronti della recente storiografia filo risorgimentale, ma è assolta.

La quarta e ultima commedia è la più vicina al lettore per la materia trattata, più recente rispetto a quelle delle prime tre commedie giudiziarie: questa commedia riguarda il XX secolo. Si esaminano le colpe della Germania, dell’Italia e del Giappone, che vengono condannati all’eterno ludibrio da un giudice che si chiama — vedi caso — “Vae Victis”. L’Inghilterra è parte civile. I vinti peraltro hanno avuto (nonostante l’evidente ostilità del giudice) il destro di porre in luce molte verità — politicamente non corrette — sul XX secolo. Ad esempio, che le due guerre mondiali furono volute anche dall’Inghilterra, l’ultima non per rovesciare Hitler, ma per distruggere la Germania come nazione; che il bombardamento di Dresda (perpetrato dagli inglesi), e città d’arte di nessuna importanza militare, fu molto più criminale di quello di Coventry (perpetrato dai tedeschi), che era importante sede di industrie militari: a Dresda furono mitragliati e spezzonati bambini innocenti. Il libro di Biagini formula il dubbio che Hiroshima e Nagasaki — località prive d’importanza militare — siano state distrutte dalle bombe atomiche perché erano le città più cattoliche del Giappone. Alla fine del libro, lo stesso Pubblico Ministero (che aveva sostenuto le diverse accuse) riconosce insostenibili le proprie argomentazioni e si converte alla Chiesa di Roma.

Vi è — nel corso delle quattro commedie giudiziarie — un valido difensore che si chiama “Indelicato” (nomen omen avrebbero detto gli antichi romani, secondo cui il nome di un uomo ne conteneva il destino). Vi sono tre giudici: uno obiettivo (di nome Buon Senso) e due prevenuti (quelli che si chiamano Vae Victis e Correttini).

Il dialogo processuale tra le varie parti permette di affrontare argomenti diversissimi, dalla Sindone all’imposta sul macinato, alla versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” alla paleontologia, alla seconda guerra mondiale a Giordano Bruno.

Le frecciate alle opinioni dominanti sono diversissime. Si passa dall’osservazione che l’attuale adesione al pensiero debole è l’opposto delle celebrazioni del progresso, proprie della cultura positivista, al ricordo che Marx mise incinta la serva, alla notizia che Freud era oltremodo superstizioso.

Nella tradizione della destra, vi è stato molto umorismo: da Guglielmo Giannini a Giovannino Guareschi. Era stato giustamente notato che la destra aveva pagato a caro prezzo il fatto di avere affidato alla vis comica la propria polemica. Giannini, Guareschi, ebbero molti meriti e una grande importanza storica: spostarono a destra molti voti. Alla distanza, peraltro, la più erudita propaganda comunista — favorita dal fatto che, quando si diffuse la televisione, i giornali umoristici persero molta della loro importanza — penetrò nell’opinione pubblica maggiormente degli argomenti della destra.

L’apertura a sinistra e il graduale avvicinamento del partito comunista al governo non vi sarebbero stati senza la decisione di Togliatti di puntare soprattutto sulla cultura filocomunista. E la marcia delle forze filosovietiche verso il potere fu a un capello dal riuscire: essa fu arrestata soltanto dall’assassinio di Moro, dall’elezione al soglio pontifico del Papa polacco — visceralmente anticomunista — e dal conseguente crollo del muro di Berlino nel 1989.

La destra oppose alla strategia del partito bolscevico l’appello al sentimento religioso e alle tradizioni. Il fronte moderato resse ma arretrò. Nel 1976 l’apertura al comunismo fu — infatti — imminente e ritenuta (dai più) inevitabile.

Che la causa principale del gravissimo pericolo corso dall’Italia (e forse corso dall’intera Europa occidentale) fosse il predominio comunista nelle case editrici e nelle università è confermato pure dal presente volume del Biagini. Il più efficace testimone contro i luoghi comuni della sinistra è il professor Indelicato, che non è riuscito a giungere alla cattedra universitaria, a motivo delle sue opinioni cristiane.

Ma il predominio comunista nelle facoltà universitarie, nell’editoria e nel cinema si verificò pure a causa della mancata opposizione dei moderati. Quando qualche reazione contro la sinistra culturale si ebbe, fu limitata al giornalismo di destra e all’opera dei politici.

Ogni qualvolta qualche storico si oppose alla mentalità prevalente, suscitò avversioni fortissime. Il grande storico De Felice propose di analizzare il fascismo nei suoi cambiamenti (da movimento a regime) e con i suoi meriti e i suoi demeriti. Perciò solo, si richiese che gli venisse tolta la cattedra universitaria.

Pansa — un giornalista di sinistra — scrisse vari volumi basati sulle verità già poste in luce dagli scrittori di destra relativamente agli orrori della nostra guerra civile e alle stragi che avvennero dopo il 25 aprile 1945. Ebbene: gli anatemi contro di lui salirono al cielo.

Questi scritti revisionisti furono però opere specialistiche. Il volume del Biagini si distingue da questi precedenti sotto due profili. Da un lato, unisce a un vivissimo senso dell’umorismo, una cultura sterminata che va dalla geologia alla storia recente, dalla metafisica alla chimica e all’alta matematica.

Pertanto, il Biagini unisce l’utile al dilettevole: l’erudizione all’intento di divertire e rallegrare il lettore. Il Biagini dimostra l’esigenza che le opere della destra — spesso di notevole valore — non siano settoriali, ma inquadrate in una contrapposizione globale ai troppi luoghi comuni che sorreggono la sinistra.

È augurabile che — d’ora in poi — gli scrittori di destra inseriscano i loro argomenti nella cornice indicata dal Biagini.

Con il divertente, ma profondo, volume di questo Autore, le tradizioni umoristiche della destra rinascono ma — se così può dirsi — divenute più colte.

Il Biagini — grazie alla sua poliedrica erudizione — indica una nuova e insperata via.

Senza dubbio non sarà facile seguirlo, perché una cultura così vasta e differenziata, è rara: ed è vero che una rondine non fa primavera.

Peraltro, la prima rondine è da segnalare: “al pio colono augurio di più sereno dì”.

UBALDO GIULIANI BALESTRINO



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