Genova, 20 Ottobre 2017 12.08





 
NARRATIVA

 

Narrativa

31
AGOSTO
2017
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7

La prima giornata di esami, Paolo uscì di casa ancora abbastanza calmo, lasciandosi dietro sua madre agitatissima, alla quale aveva dovuto far coraggio. Ma quando fu in strada, alberi, pietre, case, gli balzarono incontro ostili. Ripensò ai bei voti dello scrutinio finale, ma questo non fu sufficiente a rincuorarlo. La vista della scuola gli fece un effetto strano: vi aveva trascorso tanti anni, ed era come se la vedesse la prima volta.

Quasi nello stesso tempo giunse Tartaro. Si guardarono spauriti l’un l’altro, accennando a un saluto. A poco a poco vennero anche gli altri. Andrea Falco, appena vide Paolo, gli si avvicinò e sussurrò:

“Hanno operato il padre di Belmonte. Cancro, pare.”

“Ma quando?”

“Ieri, chissà se lui si presenterà all’esame? Sua madre ha telefonato ai miei. Era disperata.”

Ed ecco arrivare Belmonte: una statua di cera. Molti gli si fecero intorno a chieder notizie. Paolo si sorprese a osservare tutto con distacco, lui così emotivo. I fatti esteriori galleggiavano sulla sua coscienza come olio sull’acqua. “Come posso essere così duro di cuore?” si domandava. Eppure non si sentiva colpito dalla disgrazia altrui, in quel momento. Aveva troppi motivi di ansia che lo assediavano.

Venne la chiamata. Le solite scale parevano senza fine. Poi ecco l’aula: non era più grande, o più piccola, del solito? qualcosa di diverso doveva esserci, ma non riusciva a capire che cosa.

Un importante personaggio in doppiopetto impose silenzio con la mano e dettò:

“L’esperienza e gli ideali del mondo classico al confronto della vita e dell’esperienza d’oggi”. — Una breve pausa, poi cominciò a dettare il secondo tema, che Paolo scrisse soltanto perché vi era obbligato: già sapeva che avrebbe svolto il primo.

Finita la dettatura, l’importante personaggio tuonò in tono fra il severo e il minaccioso:

“Avete sei ore. Cercate di impiegarle bene. E ricordatevi: voglio sentir volare le mosche.”

“È un amico delle mosche”, insinuò una voce dai banchi. A Paolo sfuggì un sorriso. La tensione era scomparsa.

Lavorò tranquillo, con impegno. Gli venne spontaneo un paragone fra la presunta serenità del mondo di Fidia, di Saffo, di Socrate, e la tempestosa incertezza contemporanea. Ma seppe anche osservare che quella serenità non è che l’effetto ottico della distanza: Fidia morì in carcere per crimini non commessi, Saffo si suicidò per ragioni sulle quali era meglio sorvolare, Socrate fu condannato a bere la cicuta. Chissà che immagine idillica avranno del nostro tempo gli storici fra duemilacinquecento anni (ammesso — ma questo Paolo non lo scrisse nel tema — che a quell’epoca ci siano ancora storici, libri e bipedi umani in circolazione). In tutte le epoche gli uomini soffrono, cadono, amano, muoiono: sotto questo aspetto non c’è mutamento. Una somiglianza profonda tra il mondo classico e l’Occidente moderno è l’aspirazione alla libertà, mentre in Oriente l’individuo scompare inghiottito dal Moloch del capo divinizzato (e questo avrebbe fatto meglio a non scriverlo, ma essendo un figlio dif-fic-cil-le non dava mai retta alla sua mammina che desiderava solo il suo bene). Fu poi il pensiero di Lucia a suggerirgli la traccia principale dello svolgimento.

L’inappagata sete di verità di lei lo portò, per associazione di idee, a sforzarsi d’immaginare come doveva essere la vita prima di Cristo. Per quanto elevata, la civiltà classica, non poteva che avanzare alla cieca, priva della Rivelazione, e quindi nell’ignoranza della verità. La verità non è un concetto astratto. È una persona. Una volta sola si è incarnata. Questo è l’unico fatto realmente nuovo della storia. Il resto è cronaca grigia di stragi, pestilenze, guerre, scoperte e dimenticanze (chissà quante grandi civiltà sono andate perdute), gesti nobili e atti vili, povertà e ricchezza, oppressione e slanci di libertà, chiacchiere insulse e sangue. Ma da allora, da quando cioè il Verbo si è fatto carne, è esistito almeno un punto di riferimento. E Paolo espresse la sua fede nell’opera sottile della Provvidenza, che dirige gli avvenimenti, apparentemente banali e casuali, verso un fine ultimo superiore all’uomo.

Mentre scriveva, gli veniva in mente un altro tema, svolto tanto tempo fa, addirittura nelle medie inferiori: “Indicate quale, secondo voi, è l’uomo che riesce a dare un senso più alto alla sua vita: l’educatore, lo scienziato o il santo”. Troppo difficile per ragazzi così piccoli? Ma una volta si studiava sul serio e l’abitudine a ragionare non era stata delegata a nani e ballerine, comici televisivi e “veline”. Nello svolgimento, Paolo aveva scritto allora che era possibile, in teoria, che una persona ricoprisse tutti e tre i ruoli nella propria vita, ma che non tutti diventano scienziati o educatori, mentre tutti sono chiamati alla santità. È dunque a raggiungere quel fine che dobbiamo (dovremmo) tendere con tutte le nostre forze, perché la vita finisce, anche i premi Nobel muoiono. Solo la luce del paradiso non si spegne mai. L’insegnante, che era un’anziana e dolce signora, terziaria carmelitana, gli aveva dato nove. Per qualche motivo, quel ricordo lo rincuorò. Purtroppo, chi doveva correggere quel tema della maturità non era un carmelitano, come Paolo ben presto avrebbe dovuto constatare.

Finirono le prove scritte. Vennero gli orali. Autorevoli giudici dai volti impenetrabili sedevano dietro grandi tavoli dalla vernice un po’ scrostata. Zanelli si torceva le mani sudate, col terrore sul viso. Belmonte muoveva le labbra in silenziosa preghiera, non si capiva se per il suo esame o per la salvezza del padre.

“Parli di Kant”, ordinò una voce secca.

“Come?” fece Paolo. Qualcuno l’aveva chiamato, l’aveva fatto sedere. Era l’interrogazione di filosofia. L’esaminatrice, piccola e rotonda, di mezza età, dalla faccia di pietra, gli occhi gelidi da colonnello del Kgb, si mise ad osservare il panorama inquadrato dalla finestra aperta. Nella mente di Paolo le nozioni affondavano come luci soffocate dalla nebbia. Sentiva la propria voce lontana, come fosse quella di un altro.

Tutti gli orali del gruppo letterario si susseguirono press’a poco a quel modo. Lo sconcertò specialmente quello d’italiano, con l’importante personaggio che aveva dettato i temi, l’amico delle mosche, il principe delle mosche, il quale esordì con voce secca:

“Un po’ ingenuo il suo svolgimento, sa? Ammesso che il cristianesimo sia come lo ha dipinto lei, le sembra tanto attuale, tanto moderno?”

Paolo si sentì come in trincea, solo. Il nemico era padrone del campo. Si trattava di abbassare la testa per evitare le cannonate o tenergli testa. Rispose esitando:

“Veramente, l’aspetto spirituale...”

L’altro aveva il coltello dal manico e non esitò ad usarlo:

“Il progresso ha un profondo significato ben oltre le pretese spirituali di religioni e sette, che sono spesso nient’altro che oppio dei popoli. Il progresso affranca l’uomo dallo sfruttamento. Mai sentito parlare di questo?”

Il ragazzo non seppe cosa dire. Sì, aveva sentito qualcosa del genere nelle avide bocche spalancate di demagoghi criminali. Ma poteva arrischiarsi a dirlo?

“Il Vangelo dice che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli; questo rimane attuale del cosiddetto messaggio cristiano, oggi”, incalzava l’esaminatore, più intento a mostrarsi zelante nel far propaganda che a condurre l’esame.

“Anche il diavolo può citare le Sacre Scritture, se gli serve;” pensava Paolo “e ad una citazione fuori contesto si può far dire quello che si vuole, se si è in mala fede”. E rifletteva: “Sarà anche questo un ex fascista come il padre di Lucia, che ha bisogno di rifarsi, come si dice, una verginità politica?”. Ma nessuna di queste considerazioni aveva molta probabilità di aiutarlo a superare l’esame.

“Un ricco... un ricco... ricco... ricco...”, Paolo si attaccò a quella parola cercando di trarne qualche idea per rispondere all’esaminatore, ma tutto quello che riusciva a spremere era il ricordo di Candiani con la sua smagliante macchina rossa, mentre si portava via Claudia, ben lieta di stare con un ricco, piuttosto che con lui che era sempre al verde, eccetto quel poco che gli passava suo padre di nascosto dalla “Salvatrice”.

Ma perché quell’insistenza opprimente? L’altro sembrava volesse ad ogni costo lavargli il cervello, fare bottino di una recluta, di un futuro voto. E il tema lui l’aveva svolto come gli era riuscito. Di più non poteva fare. Perché non gli domandava qualcosa di letteratura, invece di fare l’agit-prop? Ma quello era il presidente della commissione e faceva quel che voleva.

Il partito penetrava come una piovra nei gangli della società, secondo il dettato di Gramsci: “espugnare le casematte della borghesia”. Scuola, università, banche, burocrazia, magistratura, giornalismo: una volta che le casematte fossero cadute, anche vincere le elezioni non sarebbe valso a nulla ai “fascisti”, intendendo per “fascisti” tutti quelli che non favorivano gli interessi e gli appetiti di lorsignori. Non sarebbe valso a nulla, perché il vero potere sta nella rete di piccoli e grandi centri nodali della società, nei burocrati dal sedere inamovibilmente incollato alla poltrona, in grado di sabotare e perseguitare qualunque governo a loro sgradito. Anche se fosse caduto miseramente lo “stato guida”, quell’Unione Sovietica tanto decantata, ormai la burocrazia, autoperpetuantesi per concorso e promossa per scatti di anzianità, avrebbe continuato a signoreggiare, riciclandosi magari come “liberale” o “cattolica moderatamente di sinistra”. Non “proletari di tutto il mondo, unitevi”, che era lo specchietto per le povere allodole da prendere in giro, ma “burocrati, faccendieri e invidiosi di tutto il mondo, unitevi”. Ad un tratto era accaduta una cosa strana: Paolo aveva avuto la netta impressione che ad interrogarlo fosse quell’altro autorevole personaggio: il principe dei voltagabbana, il padre di Lucia.

Alcuni giorni dopo, il secondo gruppo di orali: matematica, fisica, scienze naturali, storia dell’arte. Qui difficoltà e paure furono assai minori. Ma l’ansia divorò ogni ora di quella settimana che trascorse prima che fossero noti i risultati. Paolo non ebbe il coraggio di andare a vedere i quadri. Incaricò per telefono Andrea Falco (“Ma molla quel telefono, dannazione, il telefono costa”, aveva ringhiato sua madre “e mollalo, vita maledetta”) di comunicargli l’esito del suo esame.

Con gran dispiacere apprese di dover riparare in italiano e filosofia. Sua madre gli fece una scenata isterica:

“Sei un gran imbecille. Ti avevo detto, sì o no, di adeguarti? di mimetizzarti? Ma no, il cretino deve far sfoggio delle sue convinzioni. Così vedrai che ti bocceranno anche a ottobre. Ma che vita maledetta che mi è toccata. Faresti scappare la pazienza a un santo. Vorrei sapere chi è che mi ha maledetto quando sono nata. E piantala di guardarmi con quella faccia.”

Nelle settimane successive, il processo alla faccia muta del figlio, seduto davanti a lei a pranzo e a cena, divenne una parte del regolare andamento domestico, così come il massiccio consumo di medicina contro l’ulcera da parte del padre di lui.

Poco valse a placare l’erinni domestica il fatto che fosse stata una generale strage. Ben pochi se l’erano cavata: Claudia Maltese, Carlo Candiani, Giosuè Tartaro, quelli che sapevano “raccontarla”. Non era stata una commissione dal fine intuito. In compenso aveva fatto giustizia senza pietà di tanti fannulloni: Pampalini, Monticelli, la Pignardi, Zanelli così aperto e sincero. Marta doveva riparare in matematica, Acerra in storia e filosofia. Falco e Belmonte si erano visti appioppare le medesime materie di Paolo. Marchisio era rimandato in matematica, fisica e scienze, ma non sembrava che i suoi rinunciassero all’idea di farne un ingegnere, tanto tenace e ben collocata è l’umana costanza.

“Siamo nati per soffriggere”, commentò Andrea, che non perdeva mai il buon umore.

Il giorno dopo l’uscita dei risultati, Paolo e Andrea si recarono a far visita al padre di Belmonte, che stava per esser dimesso dall’ospedale. Elio li accolse con un sorriso stanco. Aveva trascorso al capezzale del malato tutto il tempo libero dagli esami.

Una visita forzatamente breve. L’infermo era ancora assai debole, per quanto si sforzasse di chiacchierare e mostrarsi allegro:

“Ora va bene, è niente in confronto a prima. Solo che io sono furbo,” disse, strizzando l’occhio “prima di andare sotto i ferri, mi sono confessato e comunicato. Così avevo il biglietto pronto per lassù.”

“Adesso” intervenne Andrea “le racconto l’ultima di Motterini.”

“È come la barzelletta del solito Pierino?”

“No, papà,” spiegò Elio “Motterini è un nostro compagno.”

“È successo mentre venivo qui,” cominciò Andrea “un attimo prima di raggiungere Paolo davanti all’ospedale.”

“Hai visto Motterini?” interruppe Elio.

“No, suo padre. Era fuori di sé. Camminava a zig-zag borbottando da solo. Appena mi vede mi blocca in malo modo e vuol sapere dov’è suo figlio. E io che ne so? Mi racconta a pezzi e bocconi che il suo ‘povero bambino, che è tanto bello e caro, tanto bello e caro, e come può aver fatto qualcosa di male?’ è ricercato dalla polizia. Innocente, naturalmente.”

“Cos’ha combinato questa volta?”

“Una telefonata anonima, sembra. A quella di lettere, la Zacconi. Insulti osceni e minacce. E poi l’ha aspettata per strada e ha tentato di aggredirla, furibondo, perché non è stato nemmeno ammesso all’esame, quel genio, e si è beccato una denuncia, oltre a una scarica di borsettate in testa. Fra l’altro, con tutti gli anni che ha ripetuto, è già maggiorenne, e per lui potrebbero essere guai grossi. Così è scappato. Ora chissà dov’è?”

Ritornando a casa, Paolo e Andrea fecero un pezzo insieme, e cominciarono a far congetture sulla direzione che il fuggiasco poteva aver preso.

“Lo troveranno in qualche postaccio;” concluse Andrea “se ti ricordi, era sempre lui quello che portava a scuola libri e foto pornografiche.”

La scomparsa di Motterini fu ben presto sulle bocche di tutti. Anche Lucia volle sapere se Paolo aveva avuto sentore di qualcosa. Lui le riferì quello che ne aveva sentito. Aggiunse che il disgraziato aveva una famiglia disastrata: la madre aveva piantato in asso la famiglia per andare con un altro uomo, e il padre conviveva con un’altra donna.

“Tante altre famiglie, che apparentemente stanno insieme senza problemi agli occhi degli altri, sono disastrate”, precisò Lucia, con gli occhi fissi nel vuoto.

A Paolo venne subito in mente la sua, ma evidentemente lei non stava pensando allo stesso esempio, dato che nulla di quanto succedeva in casa Donati trapelava mai al di fuori. Quale altro caso poteva avere in mente? la propria famiglia?

Poi lei gli domandò dell’esame di maturità, ed egli si sfogò come non aveva fatto con i suoi. Le disse della sfinge che l’aveva interrogato di filosofia e dell’inquisizione che aveva dovuto subire all’orale di italiano, con quell’individuo che si preoccupava più di politica che della materia su cui avrebbe dovuto esaminarlo.

“Non è affatto giusto;” osservò lei “ti ha giudicato per le tue idee che non coincidevano con le sue. Ma tu hai fatto bene a non stare al suo gioco.”

“Io non sapevo a che gioco stare. Quando sei lì per un esame cerchi solo di ottenere la promozione. E quello che avevo scritto nel tema non potevo mica ritirarlo.”

“Comunque, a ottobre farai certo una bellissima figura.”

Insieme trascorsero uno di quei pomeriggi silenziosi e irreali che non si cancellano dalla memoria. Giradischi e uccellini vennero lasciati da parte. Il cielo azzurro al di là della finestra aperta pareva invitare a lanciarsi in volo con le braccia spalancate come Icaro. Piccoli fiocchi bianchi turbinavano nell’aria, entrando nella stanza.

“Vengono dalle piante del viale qui vicino;” spiegò Lucia “a molti fanno un brutto effetto. Un mio zio sternutisce ore ed ore al solo vederli. Ma non viene mai qui. Non per quei cosi che lo fanno sternutire, ma perché non va d’accordo con mio padre. In questioni politiche. Sono anni che non lo vedo.”

I minuscoli particolari di quella scena s’imprimevano nella memoria di Paolo. Tutta la sua vita sempre uguale era fatta di cose piccole. E pensava: “Se potessi guarirti e portarti via. Poter andare via insieme, dove nessuno ci trovi”.

Era ormai tardi quando Alberto, di ritorno dal lavoro, entrò nella camera.

“Sai? il mio fratellino si è laureato.”

Paolo nutriva una sincera ammirazione per il fratello di lei, che incarnava ai suoi occhi l’ideale della maturità, della fermezza, del successo. Le usuali parole di felicitazione gli vennero subito spontanee. Domandò poi quando avesse conseguito la laurea.

“Più d’un mese fa”, fu la risposta.

“E perché non ha detto niente?”

“Si vergognava del votaccio che ha preso”, disse scherzando Lucia.

“Un centodieci, senza nemmeno la lode. Ero fuori corso da un anno e mezzo. Ho perso anche troppo tempo.”

“Nostro padre lo fa lavorare giorno e notte. Per forza è finito fuori corso.” La voce di lei era carica di risentimento.

“Lascia stare, Lucia. È un’ottima esperienza professionale.” Ma anche la voce di Alberto rivelava che non tutto andava bene. Doveva fare quella difesa d’ufficio, ma non era troppo convinto.

Paolo si congedò. Nel tornare a casa gli sembrava che quelle due case, che si fronteggiavano sul medesimo pianerottolo, fossero due tane di lupi. In entrambe c’era un lupo cattivo. Sembrava tutto in ordine, dal di fuori, ma per chi le conosceva dal di dentro, ed era costretto a viverci, la prospettiva era un po’ diversa.

Una settimana di riposo passa presto, ed ecco di nuovo all’orizzonte lo spettro dell’esame.

Proprio allora comparve sul giornale locale, in poche righe nella pagina dedicata alla cronaca, la notizia che riaccese in città le chiacchiere ormai languenti su Motterini. Lacero, sporco, dissipate le centomila lire di cui s’era appropriato a casa nel fuggire, si era costituito a un commissariato di polizia a Livorno. Aveva reso piena confessione di tutto, anche di un piccolo furto commesso gli ultimi giorni. Stroncata dalla fame, tutta la sua tracotanza era svanita.

Null’altro di notevole avvenne quell’estate, che Paolo trascorse studiando. Ogni tanto andava a trovare Lucia che quell’anno, stranamente, preferì non seguire i genitori a Riccione, ma rimase in città, accudita da una cameriera. Anche Alberto rimase per badare all’azienda e agli affari della famiglia: si riuniva ai genitori solo nei fine settimana, e ogni volta suo padre lo interrogava su come procedevano le cose tra Lucia e la preda: l’agognato genero.

Alberto trovava quel gioco crudele e non si capacitava come un giovane, per quanto in miseria (come la “prudente” economia della “Salvatrice della famiglia” lo faceva apparire), potesse legarsi a una creatura, dolcissima finché si vuole, ma in quelle terribili condizioni. Era stato proprio lui a invitare Paolo, perché sua sorella era sempre così sola, ma non aveva pensato alle possibili conseguenze. Ora si pentiva di averlo fatto.

Ma un cambiamento stava compiendosi nell’animo della vittima designata. Il padre e la madre di lei avevano già dimostrato di considerare ormai Paolo come un fidanzato. C’erano stati, da parte loro, brutti e nebulosi discorsi sulle ricche doti che avevano elargito alle altre due figlie e, indirettamente, su quella ancor più splendida destinata all’infelice figlia minore. Simili chiacchiere erano state per Paolo una vera doccia fredda. Non subito, ma nel ripensarci più tardi. Davanti al grande signor (compagno) Viviani e alla sua consorte era sempre in soggezione, e poi non era pronto nelle sue reazioni. Doveva riflettere sulle cose, prima di chiarirsi le idee e formulare una linea d’azione. Aveva anche imparato a diffidare del proprio giudizio, dopo l’esperienza con Claudia.

Che fare? Tutto andava bene finché si trattava di qualche visita. Perfino il lucherino maschio, Tillino (la femminuccia no, perché si teneva sempre a debita distanza), aveva preso confidenza con lui: gli stava sulla spalla e gli carezzava affettuosamente i capelli. Stare con Lucia era delizioso, ma niente dura in eterno, nulla è fatto per restare immutato. Prima o poi le cose cambiano, devono cambiare. Prima o poi doveva prendere una decisione. Toccava soltanto a lui. Nessuno poteva decidere al suo posto. Ma come pensare ad un legame destinato a durare tutta la vita con una creatura in quelle condizioni? Le visite a Lucia diradarono, e l’avvicinarsi dei nuovi esami rappresentava un’ottima ragione per andare sempre meno nell’appartamento di fronte e cominciare a prepararsi a un distacco più definitivo.

Vennero i temuti esami di riparazione. Dei due temi d’italiano, Paolo scelse questa volta il meno impegnativo, quello sul poeta che più gli era piaciuto, e si attenne rigorosamente al suggerimento ufficiale di parlare di Saffo. Cercò di non compromettersi con idee troppo personali. Scrisse le cose più ovvie, senza tentare di ravvivarle coi sentimenti che la figura dell’infelice poetessa gli suggeriva. Si limitò a citare il Leopardi, la conclusione del canto a lei dedicato: “(...) e per virili imprese, / per dotta lira o canto, / virtù non luce in disadorno ammanto”. E mentre scriveva gli veniva in mente Lucia: anche lei “in disadorno ammanto”, a causa della terribile malattia, anche lei destinata alla solitudine.

Mentre scriveva qualche frase scipita per concludere in qualche modo lo svolgimento, Paolo avrebbe voluto gridare per il senso di ingiustizia che lo attanagliava: perché alcuni sembrano avere tutte le fortune ed altri nascono sotto un terribile peso, o sono colpiti da disgrazie che non hanno in alcun modo meritato. Ma una voce dentro di lui giunse a confortarlo: “Tutto sarà svelato un giorno, quando la tela argentea, finissima, della Provvidenza e della misericordia divina si rivelerà, e non vi sarà più pianto fra gli uomini, perché io asciugherò tutte le vostre lacrime”. Il vero tema, ricco di riflessioni profonde sul destino umano, venne formulandosi nell’anima di Paolo, ma non trovò spazio sulla carta protocollo. Esporre le proprie opinioni di individuo pensante nel mondo delle ideologie assassine bandite da arroganti parassiti era pericoloso: l’esito della sessione estiva glielo aveva ampiamente dimostrato.

Agli orali, l’autorevole personaggio, l’amico delle mosche, fu assai benigno e lodò il suo tema stinto, le poche banalità che aveva scritto. Buona parte dei rimandati furono promossi. Quando gli dissero che aveva superato l’esame, Paolo non voleva crederci. Non aveva telefonato ad Andrea Falco chiedendogli di andare a vedere i risultati esposti. Lo aveva pregato di telefonargli, senza dirgli, naturalmente, che la “Salvatrice” vigilava su ogni minima spesa, e che le telefonate costano.

“Ma ti dico di sì,” gridava Andrea al telefono “ce l’abbiamo fatta. E anche Belmonte. Sta’ tranquillo. Vieni a vedere, se non mi credi.”

Finalmente egli si persuase. Ma dov’era adesso la soddisfazione così a lungo pregustata?

Era il momento di scegliere il corso di laurea. Paolo era in preda all’incertezza. Sua madre gli magnificava giurisprudenza, con il miraggio della carriera di magistrato, ma egli non si sentiva attratto da quella strada. Gli piacevano di più le materie scientifiche.

Belmonte, pensando a suo padre, annunziò:

“Voglio combattere quel male”, ed era chiaro a quale male alludesse. Allora si affacciò alla mente di Paolo l’immagine di Lucia, inferma, semiparalizzata, e si accorse di aver deciso.

Quando lo disse in casa, sua madre fece subito la faccia scura. Possibile che quel figlio ribelle non facesse mai quello che lei suggeriva? Ma le smanie di lei durarono poco. Cessarono appena egli espresse il pensiero che l’aveva condotto a quella decisione. Un’idea attraversò subito il cervello della “Salvatrice”: “Ah, dunque pensa di sposarla. Bene, bene”. E nel vuoto astioso della sua mente cominciarono a tintinnare tante invisibili monete d’oro, che lei avrebbe custodito, per il bene di suo figlio, per salvare la famiglia, per fare “il passo secondo la gamba”, per non finire “a pan dimandato”, perché “non si poteva mai sapere”.

Come sempre, non aveva capito nulla. Non era per dedicarsi a curare Lucia, per la quale non c’era ormai più nulla da fare, ma per quei bambini che forse potevano ancora essere strappati a un simile destino, che Paolo aveva deciso.

Così il corso di laurea in medicina del piccolo ateneo locale ebbe due nuovi iscritti, che divennero ben presto tre, poiché Andrea Falco non tardò ad imitarli.

Tornando dalla segreteria dell’università, ultimate le pratiche per l’iscrizione, Paolo si sentiva sollevato come da tempo non gli accadeva: l’esame di maturità era ormai alle sue spalle, la vita goliardica s’apriva davanti a lui e restava ancora qualche giorno di vacanza da godere. Certo, a sua madre non avrebbe fatto piacere veder uscire tanti soldi dal peculio, che ella custodiva come il drago Fafner accovacciato sul tesoro dei Nibelunghi. Il solo testo di anatomia era uno spaventoso mattone in cinque volumi dalla pesante rilegatura, e poi c’era l’atlante anatomico, e i libri di fisica, di chimica, di biologia generale, di istologia umana. Paolo aveva fatto un po’ di conti e il totale era impressionante. Si preparò a sopportare la solita scenata.

Ma, giunto a casa, i suoi pensieri presero subito tutt’altra piega. Appena uscito dall’ascensore, vide suo padre davanti alla porta chiusa.

“Che c’è, papà?”

“Non apre la porta.” La voce di suo padre non tradiva la minima preoccupazione. Era stanco di quella moglie o semplicemente abituato a reprimere ogni emozione da decenni di logorìo domestico?

Paolo se la prese un poco di più. La mamma è sempre la mamma. E poi erano ormai passate quasi due settimane dall’ultimo processo alla sua faccia. Forse il carattere della signora Donati si stava addolcendo? Certo, se il figlio si avviava a diventare la gallina dalle uova d’oro, valeva la pena di cercare di trattenersi un po’ di più, sebbene lui fosse così “dif-fic-cil-le”.

“Hai suonato?”

“Sono cinque minuti che suono. Bisognerà chiamare qualcuno.” Suo padre suonò ancora, poi avvicinò il naso (la “proposcide”, avrebbe detto sua moglie) alla porta e annusò “No, pare che non ci sia gas.” Si attaccò di nuovo al campanello che diede uno squillo prolungato, lugubre. “Sarà meglio chiamare la portinaia.”

Paolo scese di corsa le scale, trascurando di prendere l’ascensore. L’importante personaggio portieresco apparve, ma non fu di grande aiuto: provò a spingere la porta che non diede segno di accorgersene. Poi propose di telefonare dall’appartamento di fronte. Suo padre eseguì e, alla cameriera che venne ad aprire, spiegò in poche parole il perché aveva bisogno del telefono. Nessun risultato. L’apparecchio emetteva il segnale “libero”: nient’altro.

Alberto Viviani assunse l’iniziativa e telefonò a un falegname impiegato in uno dei cantieri di suo padre, perché venisse d’urgenza ad abbattere la porta.

Lucia, dalla sua camera, seppe subito tutto e mandò a chiamare Paolo che obbedì, non senza fastidio. Non aveva alcuna voglia di essere consolato, colto in un momento difficile. Sapeva bene che doveva staccarsi da lei, per il bene di tutti e due.

“Sta qui, siediti vicino a me. Non puoi far nulla, per ora. Fra poco s’aggiusterà tutto. Vedrai che non è niente.” Lucia voleva rassicurarlo e fece un movimento come se volesse prendergli la mano, ma Paolo si sedette a distanza di sicurezza.

Aveva l’aria sofferente, e Lucia pensò che fosse preoccupato per sua madre. Invece pensava proprio a lei, alla sua tremenda menomazione, alla compagna meravigliosa che sarebbe stata se la poliomielite non si fosse frapposta fra lei e una vita normale. E poi, per la prima volta, un nuovo pensiero si insinuò in lui, che scavò tra lui e Lucia un abisso che non si sarebbe mai più colmato in questa vita.

Non gliel’avrebbero nemmeno fatta vedere in fotografia, se fosse stata sana. Probabilmente nemmeno lei avrebbe voluto avere a che fare con lui. Una Lucia normale e in buona salute, sarebbe stata una delle tante ragazze, belle e inaccessibili, che prestavano attenzione solo ai ragazzi del loro medesimo livello sociale e di prospettive economiche uguali o, preferibilmente, superiori alle loro. Era così che funzionava il mondo.

Lucia continuava a parlare:

“Forse ha avuto solo un capogiro. Non aver paura.”

Paolo non aveva paura. Avrebbe solo voluto essere lontano. Appena sentì che era arrivato il falegname, si alzò e corse via. Non udì neppure la voce della ragazza gridargli dietro:

“Dopo, torna a dirmi cos’è stato.”

L’operaio armeggiò un poco intorno alla porta chiusa. Mentre l’ostacolo cominciava a cedere, si sentì armeggiare anche di dentro. Il battente si aperse e apparve, pallida come un fantasma, la madre di Paolo, che subito dovette appoggiarsi allo stipite per non cadere. Paolo e suo padre la sostennero e la fecero distendere sul letto. Fu chiamato un medico che le somministrò dei cardiotonici, auscultò e smartellò qua e là sulla carcassa, poi ordinò una completa visita di controllo in ospedale.

Divenuta improvvisamente remissiva, la madre di famiglia si lasciò condurre in ospedale da Paolo e permise che la sottoponessero all’elettrocardiogramma e ad altri esami senza neppure un “vita maledetta”. Solo dopo il ritorno a casa, poiché cominciava a sentirsi meglio, riprese ben presto il suo consueto posto di comando e imprecazione permanente. Chissà quanto sarebbe costata tutta quella ridda di medici e medicine? Avrebbe proprio voluto sapere quanti cristiani aveva ammazzati in una vita precedente per meritare quel castigo.

Il risultato delle analisi fu una diagnosi con tanti paroloni, da cui il medico di famiglia estrasse questo succo:

“Per il momento non c’è pericolo. Solo stia attenta a non affaticarsi troppo. Faccia pure i lavori di casa, ma senza sforzi eccessivi.” E intanto, guardandosi intorno, pensava: “Quest’ultima raccomandazione, forse, non era necessaria”. Infatti, non che la casa fosse proprio sporca, ma la mancanza di manutenzione la faceva apparire tale.

A poco a poco l’esistenza riprese il ritmo normale, ma quei pochi giorni di vacanza si erano ormai malamente dileguati. Ci fu tuttavia un lato positivo. Il carattere della mammina migliorò un poco. Si era spaventata e aveva deciso che era tempo di correggersi? Ma quando mai? Lei faceva e diceva tutto a fin di bene. Senza di lei, quei due scombiccherati esseri maschili che la vita maledetta la costringeva a sopportare sarebbero certamente affondati nel mare maledetto della vita medesima. E allora?

Semplicemente aveva meno energia per continuare ad esercitare con la consueta solerzia l’indispensabile e strettissima supervisione di tutto ciò che quei due scervellati facevano, dicevano, pensavano, ed esprimevano con i più impercettibili movimenti dei muscoli facciali.

 


31
AGOSTO
2017
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6

I Viviani erano gente forte. Come potevano amare quella figlia disgraziata che camminava solo pochi minuti al giorno, e con le grucce? Non le facevano mancare nulla, perché oltre che forti erano generosi; ma come non occuparsi ben di più delle altre due figlie, felicemente sposate, che vivevano lontano? come non riversare tutto l’orgoglio su Alberto, l’unico maschio? “Perché proprio a noi questa disgrazia?” era il cupo, inespresso pensiero dei genitori.

Strano: altri avrebbero sopportato quel peso con pazienza, alcuni quasi con gioia. Lucia era una creatura deliziosa, e alla famiglia non mancavano certo i mezzi per procurarle tutta l’assistenza necessaria. Ma i Viviani erano gente forte: la speranza in una vita futura, oltre i confini di questo mondo, li faceva sorridere. — Non erano felici. È curioso come l’esistenza di quaggiù divenga opprimente non appena ci si metta a badare soltanto ad essa.

A Lucia non restavano che i suoi lucherini: per giorni e giorni interi. Ogni tanto riceveva la visita di qualche amica della madre o di un conoscente di suo fratello: gente molto occupata, che se ne andava in fretta. Paolo significava qualcosa di più. Con lui si sentiva immersa in un incanto che le faceva dimenticare la sua sventura. Insieme di divertivano alle birichinate dei Tillini liberi per la camera, o ascoltavano qualche disco. Avevano sempre tante cose da dirsi. Una volta, alla radio, sentirono un bollettino della guerra in Corea, ma lei spense l’apparecchio prima che l’annunciatore finisse di leggere.

“Non t’interessa?” domandò Paolo.

“No”, fu la secca risposta. Lucia rifuggiva da quasi tutto ciò che attraeva e interessava i suoi.

Un’altra volta, spinto dalla pura curiosità di vedere la reazione di lei, Paolo cercò di portare il discorso sulla religione, ma la ragazza tagliò corto:

“Non me ne intendo”, e subito distolse lo sguardo da lui, stranamente turbata.

Da quando i Viviani avevano messo gli occhi su Paolo, la madre di lui aveva preso a trattarlo con minore asprezza. Il valore del figlio, agli occhi di lei, era salito come un titolo in borsa. Aveva invece trasferito parte del suo sordo rancore sul marito, reo di averla rimproverata e di averle imposto il silenzio. Non si parlavano quasi più, anche se alla separazione non era assolutamente il caso di pensarci: infatti, sulla carta, gran parte dei beni di famiglia erano proprietà del marito, quindi unione indissolubile e acqua in bocca. La “Salvatrice della famiglia” cominciò, al contrario, a intrattenersi un poco di più con quel figlio, le cui azioni erano in rialzo, e l’argomento era di solito Lucia.

Così Paolo venne a sapere dalla madre che, al tempo in cui frequentava le scuole medie, la ragazza era stata esonerata, per volontà del padre, dal corso di religione. Appena entrava il prete, prima che cominciasse la rituale recita dell’Ave Maria, un bidello provvedeva ad accompagnare quella scolara speciale in un’aula vicina, vuota. Ella aspettava lì che lo stesso personaggio venisse a ricondurla tra i compagni appena quella molesta ora fosse trascorsa. Nel frattempo, probabilmente, eseguiva un po’ di compiti, o guardava volare le mosche, assorta in qualche sua malinconica fantasia.

“Da chi l’hai saputo?”

“Da sua madre. Sembrava che se ne vantasse.”

“Ma che male poteva farle l’ora di religione? Noi giochiamo sempre alla battaglia navale.”

Sua madre non fece caso a quelle parole. Aveva altro per la testa. Continuò:

“È strano. Qui in Emilia non è come a Genova. Qui i compagni fanno battezzare i figli e vanno a cena col prete. Sarà perché loro sono pezzi grossi e devono dare l’esempio. Oppure hanno la coda di paglia e vogliono far scordare qualche cosa alla gente. Comunque, tu adeguati.”

“Come sarebbe a dire?”

“Non gli far capire che non siamo di quel colore. Iscriviti al partito, se necessario.”

“Ma cosa dici?”

“Sei proprio stupido. Bisogna legare l’asino dove vuole il padrone.”

“Ma io non voglio padroni.”

La “Salvatrice” alzò gli occhi al cielo, come ad accusarlo di averle dato un figlio così ottuso e incapace. Represse una sfilza di “vita maledetta” e cercò di far intendere ragione a quell’essere profondamente stupido che rappresentava uno dei tanti pesi della sua vita di povera donna incompresa.

“Ti è capitato che cercassero di farti parlare?”

“Parlare di cosa?”

“Ma di politica, naturalmente.”

“Non so, mi pare di sì. Non mi ricordo.”

“Cerca di pensarci. Ti è sfuggito qualcosa?”

“No, mi pare di no. Con Lucia non parliamo mai di politica. Non le interessa, e neanche a me.”

“Ma non intendevo con la ragazza. Con i genitori.”

“Gli ho parlato pochissimo.”

“Accidenti, ma non puoi fare più attenzione? Perché sei sempre così addormentato? Dannazione, se non ci fossi io...”

“Ma a cosa dovrei fare attenzione?”

“Che vita maledetta.” Questa volta le era proprio scappato. Continuò: “Quella è gente potente. Sono padroni di mezzo mondo. Noi siamo il due di picche. Il coltello dalla parte del manico non ce l’hanno ancora del tutto, ma chissà domani? Dammi retta: stai attento a quello che dici. Pesa ogni parola e riferiscimi sempre tutto. E se proprio insistono, digli che la pensiamo come loro. E se ci tieni alla carriera, prendi la tessera. Il compagno Viviani può aiutarti molto nella carriera.”

“Che carriera?”

“O maledizione. Vorrei sapere chi mi ha maledetto quando sono nata. Qualunque carriera, per esempio se farai il giudice.”

“Ma io non voglio fare il giudice. Non mi piace.”

L’esplosione che seguì, a base di “vita maledetta”, di maledizioni al giorno, l’ora, il minuto e il secondo dell’infausta nascita, di riferimenti a vite precedenti come Gengis Khan, Attila, Nerone e Caligola, di “vedrai quando sarò morta” e di “sei un cretino irrimediabile”, non richiede lunghe descrizioni.

Il risultato di quel colloquio fu, come al solito, che Paolo disse:

“Sì, mamma, hai ragione”, e, da quel figlio ingrato e “dif-fic-cil-le” che era, si gettò immediatamente alle spalle tutto quello che lei aveva detto.

Così non tenne in alcun conto i suggerimenti materni quando il padre di Lucia lo bloccò in anticamera mentre si recava a visitare la ragazza. Sedettero in salotto, e il discorso scivolò subito sull’“aggressione al popolo coreano”. Poi l’importante personaggio s’intrattenne su un tema più vasto, usando termini un po’ astrusi. Disse che un ragazzo intelligente come lui non poteva essere spettatore passivo dei grandi rivolgimenti mondiali e dell’alba gloriosa del sol dell’avvenire.

Ahimé, Paolo si affrettò a deluderlo, precisando che non sapeva cosa fosse il Gosplan, l’alienazione sociale, la presa di coscienza proletaria, e che viveva benissimo lo stesso. Anzi, proprio perché gli avevano dato non poco fastidio i suggerimenti invertebrati e miserabili di sua madre, fu più esplicito di quanto sarebbe stato altrimenti. E se avesse immaginato quale avvenire avevano in mente per lui sia il signor (compagno) Viviani sia sua madre, la “Salvatrice”, sarebbe stato forse ancor più determinato a respingere quei goffi tentativi di proselitismo.

Le due vecchie volpi non si erano messe d’accordo su alcuna strategia comune, non si erano quasi parlate di alcunché, tanto meno di un argomento così delicato, ma istintivamente le loro menti, rivolte solo all’interesse, spiritualmente si toccavano, unite nel corpo mistico del cornuto principe di questo mondo.

Il padre di Lucia e la madre di Paolo volevano che i due si sposassero, il primo per scaricare quella figlia su qualcun altro, la seconda per i vantaggi materiali che una simile alleanza avrebbe potuto portare. I due ragazzi, le cui anime erano anch’esse misteriosamente unite, ma nell’altro Corpo Mistico, e perciò assai più saggi dei loro genitori, sapevano benissimo che quell’unione era impossibile, e cercavano di assaporare la vicinanza reciproca nei limiti nei quali era prudente goderne.

No, non fece una gran bella figura Paolo, agli occhi del grande personaggio, e così venne a precludersi possibili aiuti per la smagliante carriera agognata da sua madre. Il signor (compagno) Viviani lo giudicò incapace e disattento alle grandi “problematiche”, ma forse proprio per questo abbastanza beota da cadere nella trappola e meglio adatto a quella sua figlia disgraziata. Bisognava lasciar maturare la cosa, e che i due si vedessero il più possibile.

Argomenti ben diversi interessavano Lucia. Il mondo visto da una poltrona a rotelle può essere brutalmente semplice.

“Dopo la morte dove andremo?”

Erano seduti vicini, quello stesso giorno, con i Tillini che saltellavano sul tavolino e si fermavano ogni tanto a guardarli.

La domanda di lei colse Paolo di sorpresa. Sembrava che Lucia fosse convinta che avesse tutte le risposte pronte, lì in tasca.

“Ma...” Paolo era un po’ disorientato “non è mai tornato indietro nessuno a dirci cosa ci sia di là, ma abbiamo la Fede.”

“Dicono...” Lucia esitò “i credenti dicono di saperlo. Tu lo sei?”

“Sì,” rispose lui “sono cattolico.” Si accorse che affermarlo gli dava un senso di sicurezza, perfino una punta di orgoglio, la forza del possedere la verità. Non era merito suo, l’aveva solo ricevuta, ma era certo che fosse la verità, e la verità era importante.

“E questo, in pratica, cosa vuol dire?”

“Be’, vediamo, tu sai che Cristo è esistito.”

“Certo, l’ho studiato in storia”, asserì soddisfatta Lucia. Evidentemente il suo autoritario padre non aveva pensato di impedirle di assistere anche alle lezioni di storia. “Sono anche stata battezzata,” soggiunse “come mio fratello e le mie sorelle. A quell’epoca certe idee non erano ancora di moda, ma della dottrina non so niente di niente. E non ho trovato nessun libro che ne parli, in casa. Non potresti dirmene qualcosa?”

Paolo cercò di ricordare un po’ di catechismo e delle lezioni di religione a scuola, fra una battaglia navale e l’altra, ma le parole gli vennero spontanee. Si accorse di parlare come se una voce interiore gli suggerisse cosa doveva dire, come se un Altro parlasse al suo posto, ed egli era felice di essere strumento di una tale Parola. Perfino i lucherini, sul tavolino, di fronte alla gabbia aperta, sembravano ascoltarlo, come incantati. Pareva che quelle due creaturine minuscole intendessero il suo discorso, come gli uccelli ascoltavano la predica di San Francesco.

“Partiamo di qui. Cristo è esistito. Duemila anni fa c’è stato un Uomo in Palestina. Ha predicato in modo mai sentito prima. Ha detto: “Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, amatevi come Io vi ho amati”. Ha detto: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in Me non morrà in eterno”. Ha sanato i malati. Ha ridato la vista ai ciechi. Ha scacciato i démoni. Ha risuscitato i morti. L’umanità lo ha ringraziato condannandolo alla crocifissione: la pena atroce e infamante dei ladri da strada. Ma Egli è risorto. Nessuna scienza potrà mai spiegare questo. Alcuni non ne parlano e credono, tacendo, di cancellare la verità.”

Paolo si arrestò, temendo che Lucia si offendesse per via dei suoi genitori, che erano appunto di quelli che, tacendo, e magari con lo scherno, tentano di cancellare la verità, perché troppo pieni di sé e del mondo. Ma lei era ben lontana da questo:

“E Cristo è dunque Dio?”

“È risorto. Intorno a questa verità ruota tutto il resto.”

“E se fosse una leggenda?”

“Lo hanno testimoniato le donne e gli apostoli che l’hanno visto e toccato dopo la Resurrezione, e generazioni di santi e di martiri per duemila anni. Non conviene essere cristiani, né allora né adesso. Non ti gettano più alle belve né ti bruciano più vivo, almeno in Occidente, ma ti calunniano e ti scherniscono. Sei un fanatico, sei uno sciocco. Non sai vivere. No, non c’è proprio niente di buono da guadagnare in questa vita ad essere cristiani. Si vive sotto il segno della persecuzione. Il segno della persecuzione è il segno del cristiano, la croce è il segno della verità. Perché la verità dà fastidio. Gli uomini preferiscono le tenebre, perché non siano conosciute le loro opere malvagie.”

“Ma se fosse vero... sarebbe meraviglioso. Non essere più soli.”

Nessuno dei due aveva più voglia di parlare. Anche i due uccellini erano straordinariamente quieti. Lucia propose di ascoltare un disco: scelsero Mendelssohn, la Sinfonia Scozzese. Ascoltarono in silenzio.

Quella sera Paolo fece un po’ più tardi del solito, e sua madre lo accolse tirando su col naso, col muso lungo e qualcuna della solite maledizioni, che lo riportarono rapidamente alla realtà quotidiana.

L’esame di maturità si avvicinava, e Paolo dovette diradare e poi cessare le visite a Lucia. O almeno questa era la giustificazione ufficiale. In realtà il motivo principale era che i suoi compagni avevano cominciato ad organizzare qualche piccola festa da ballo, e gli inviti cadevano proprio nelle giornate libere che avrebbero potuto essere dedicate alla fanciulla. Si sentiva punto dal rimorso, ma, ogni volta che si trattava di scegliere, decideva sempre per la festa.

Ed è curioso: in fondo all’anima le sue preferenze erano tutte per Lucia: un’ora sola con lei gli era più cara di tutti i balli del mondo. Non era adatto alle compagnie numerose: oltre ai ragazzi della sua classe ne venivano spesso invitati tanti altri mai visti né conosciuti, con i quali si trovava un po’ a disagio. E non sapeva ballare: gli altri imparavano subito, lui restava lì, con le spalle al muro, sentendosi escluso. Nessuno aveva mai un’idea spiritosa per animare la festa: balli, chiacchiere, bacetti negli angoli bui, nient’altro. Eppure egli continuava a recarsi ad ogni nuova festa, con la speranza di annoiarsi meno che alla precedente.

Era la tirannia della società: quel complesso formato in parti uguali da uomini, donne, abitudini e pregiudizi. “Lo fanno gli altri, dunque bisogna farlo”.

A quelle feste non mancava mai Tartaro, che pontificava snocciolando cumuli di sciocchezze. Paolo non capiva perché un discorso serio suscitasse noia, mentre un’esibizione di cultura fasulla, fatta con sufficiente faccia tosta, incantasse le ragazze, che stavano ad ascoltarlo a bocca aperta. E sì che ne diceva di scemenze. “La visione beethoveniana del mondo è unilaterale e incompleta” (ma che vuol dire? qual è l’artista, qual è l’uomo che ha una visione “completa”? e che significa “completa”?). “Il Leopardi ha scritto solo un monotono piagnucolìo” (il dolore cosmico leopardiano sarebbe solo un piagnucolio? monotono, poi? non è lo straziante dolore cosmico di non riesce a credere?). In compenso, nei minimi particolari, era sempre vestito all’ultima moda, con una punta di signorile nonchalance, ballava benissimo ed era sempre il primo a conoscere le nuove danze. Stranamente, nessuno lo trovava mai ridicolo.

Paolo cercava di sfuggirlo, e quando non era proprio possibile si sforzava di non ascoltarlo. Anzi, a poco a poco si stava abituando ad ascoltare e a guardare tutti il meno possibile, per non vedere i successi degli altri con le ragazze, per non innamorarsi di nuovo.

Eppure quello era il mondo e bisognava viverci, seguire la massa per non esserne travolti, la massa dei burattini che si muovevano secondo le convenienze. Quello era il mondo e non c’era niente che potesse cambiarlo. Del resto, non sarebbe stato spiacevole restarsene a casa, sapendo che gli altri in quel momento si divertivano? Lui non era capace di divertirsi come loro, ma almeno era presente, aveva tentato, non gli sarebbero rimasti rimpianti. Poteva dire a se stesso: “che sciocchezza venir qui, la prossima volta non accetto più”. Era una consolazione anche quella.

Per fortuna, quando l’esame si fece davvero imminente, le feste cessarono. Tutti si preparavano, ciascuno secondo il proprio carattere, ad affrontare lo scoglio. Icardi studiava con Marta. Zanelli scartabellava libri e riassunti, sempre più affannosamente, poi correva da sua madre a farsi dare dei tranquillanti. Claudia studiava sulle ginocchia di Candiani. Lucchese non riteneva distinto impegnarsi a fondo: tanto per lui gli esami erano sciocchezze. Acerra sbadigliava sul latino e divorava le materie scientifiche. In compenso Marchisio, quello destinato dai genitori a divenire ingegnere e futuro artefice di ponti e dighe, traduceva Tacito per divertimento e impazziva sulla matematica.

Mancavano pochi giorni agli esami, quando Paolo compì diciotto anni. Era il più giovane della classe. Ricevette qualche regaluccio da suo padre e da amici di famiglia, ma il più bello gli venne da una provenienza inaspettata.

Un giorno incontrò Alberto nell’atrio del palazzo:

“È tanto che non viene più da noi...”

“Mi spiace, la scuola...” Paolo sapeva bene che era una semplice scusa.

Il sabato seguente andò dai Viviani.

“Ciao”, lo salutò Lucia con un sorriso. Lo aveva atteso tutti quei mesi e lo accoglieva come se si fossero visti il giorno avanti. Da sotto la solita coperta che le nascondeva le gambe, e che non scompariva mai, neppure d’estate, trasse un pacco.

“Ma perché, Lucia? perché?” mormorò Paolo, a corto di parole.

“Perché, perché;” rispose lei ridendo “indovina un po’ perché.”

Quel pomeriggio passò in un lampo, e i due ragazzi non seppero neppure come. Al momento di lasciarsi fu Lucia stessa a dirgli:

“Capisco che queste sarebbero state ore preziose per il tuo studio. Promettimi di non venire più fino a dopo gli esami.”

Paolo promise, ma quella visita lo aveva turbato profondamente. A tavolino si distraeva e, con il testo di greco davanti, quasi senza volerlo, tornava col pensiero a Lucia, là, a pochi metri da lui. In fondo non c’era stato nulla di speciale, ripeteva a se stesso tentando di concentrarsi. Avevano chiacchierato? sì, un poco. Gli uccellini erano apatici, non avevano voglia di lasciare la gabbia, che pure era aperta. Meglio così, dopo tutto. Erano creaturine dolcissime, ma distraevano terribilmente. Come si fa a discorrere quando un batuffolino di piume ti vola intorno alla testa, e magari ci si posa sopra. O si siede sulla tua spalla e comincia a rassettarti i capelli, così come fra loro si rassettano le piume? Invece, con i lucherini tranquilli e mezzo addormentati, avevano potuto stare davvero insieme. Neppure il giradischi li aveva distratti. S’erano semplicemente dimenticati che esistesse. Tutto sembrava diverso dal solito in quella stanza. Niente più odore di chiuso. Chissà? forse Lucia si era spruzzata di profumo. E come aveva fatto a sapere del suo compleanno? questo non aveva voluto dirglielo.

Il regalo era ricchissimo: un grande volume, fitto di illustrazioni a colori, sull’arte medievale. Ora Paolo, invece di studiare, non sapeva trattenersi dallo sfogliarne le pagine. Gli avori bizantini, i giudizi universali delle grandi chiese romaniche e gotiche, gli arazzi fiamminghi, gli affreschi di Giotto a Padova, il San Giorgio di Donatello. Era tutta arte cristiana. Sembrava che Lucia, con quella scelta, avesse voluto inviargli una sorta di messaggio in codice.

“Chissà quanto costa?” aveva commentato sua madre. E pensava: “buon segno, buon segno”. Suo padre, invece, avrebbe preferito che il figlio non avesse mai ricevuto quel regalo.

Tutte le volte che Paolo apriva il volume, l’immagine di Lucia gli era davanti, dolce, sorridente. Provava qualcosa per lei, qualcosa che non osava definire. E se ne ritraeva sgomento.

Nei pochi giorni d’intervallo tra la fine delle lezioni e le prove scritte andò a confessarsi. “Agli esami bisogna andare sereni”, pensava.

Al confessore raccontò tutto di Lucia. Erano uno di quei solidi sacerdoti tutti preghiera e niente sociologia. Valeva la pena di ascoltarlo. E infatti quello che disse fece riflettere Paolo a lungo:

“Lei sta camminando sul filo del rasoio. Quella povera creatura, probabilmente, è innamorata di lei. Ma lei la ama? Ci pensi attentamente.”

“Non lo so,” aveva risposto Paolo “mi trovo così bene con lei, e mi fa tanta pena.”

“Si guardi, allora, da darle adito a sperare. Rifletta alla condizione fisica in cui si trova, e alla quale, purtroppo, non esiste rimedio umano possibile. Pensi bene al fatto che qualsiasi legame tra un uomo e una donna che sia fondato sulla pietà non può durare. Prima o poi si pentirebbe amaramente di aver compiuto un passo avventato. Quanto ai vostri discorsi di cui mi ha riferito, lei aveva cominciato bene, parlandole di Cristo. Poi non è più andato a trovarla per un lungo periodo. Non sappiamo quale effetto abbiano avuto le sue parole. Ma c’è il rischio che la persona in questione colleghi una sua conversione ad un legame fra voi due, e allora vede in quali spaventose difficoltà vi trovereste entrambi. Speriamo e preghiamo che il seme germogli per conto proprio. Nessuno è veramente ateo. Ogni anima custodisce in sé l’immagine di Dio, perché è fatta ad immagine di Lui. Anima naturaliter christiana. Noi tutti abbiamo il desiderio struggente di rivedere Dio. Sì, rivedere, perché tutti l’abbiamo visto, nell’attimo in cui la nostra anima è stata creata, all’atto del concepimento, e abbiamo una nostalgia infinita di quella Luce dell’eternità, e non avremo pace finché non ritorneremo a Lui.”

Una fonte non meno importante di riflessione trovò Paolo nella parole di Andrea Falco, una volta in cui si era recato a studiare matematica con l’amico:

“I Viviani sono andati ad abitare nell’appartamento di fronte al vostro? Io non vorrei averli come vicini. Ora sono politicamente rossi come il fuoco, o almeno lo è, o dice di esserlo, il vecchio Giovanni Viviani. È un costruttore. Ha lavorato per la Todt durante la guerra, costruiva bunker per i tedeschi sulla linea gotica. È stato fascistissimo. Poi, quando la sconfitta di quelli è apparsa inevitabile, ha cominciato a fare il doppio gioco, a fornire aiuti e informazioni ai partigiani. Dopo la guerra ha compiuto il grande voltafaccia: è diventato più rosso dei rossi. È il tipico miliardario comunista, come ce ne sono tanti, che si è messo coi rossi perché gli assicurano una manodopera tenuta sotto controllo e grassi contratti. L’azienda è diventata una cooperativa, e lui è in una botte di ferro. È uno che sta sempre al vento, e come il vento gira, lui gira. Come una banderuola. La coscienza non sa neanche cosa sia. No, non vorrei proprio averlo come vicino.”

E suo padre, che parlava così poco, lo aveva ammonito più di una volta, quando la “Salvatrice della famiglia” era fuori portata d’udito:

“Sta attento. Ormai sei un uomo. Pensa bene a quello che fai. Ogni gesto e ogni parola sono importanti e non si possono più richiamare indietro.”

 


31
AGOSTO
2017
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5

La cosa più difficile era passare dall’auto all’ascensore. Aiutandosi penosamente con le stampelle, due bastoni d’acciaio con la punta rivestita di gomma, un’espansione imbottita in alto per appoggiarvi le ascelle, e una maniglia a metà per le mani, la ragazza attraversò l’atrio e salì, la fronte corrugata per lo sforzo, i pochi gradini che la separavano dall’ascensore. Ce l’aveva fatta, e senza aiuto. I genitori di lei stavano scaricando valigie dal portabagagli della macchina e le allineavano nell’atrio, dove un uomo di fatica le prelevava a due per volta, portandole su per le scale.

In quell’istante, di ritorno da scuola, giunse Paolo. Sapeva che l’appartamento di fronte aveva cambiato proprietario e non si meravigliò scorgendo l’autotreno dell’impresa trasporti con i facchini che scaricavano. Salutò con timoroso rispetto i nuovi vicini, entrò nell’atrio e vide la “cosa”.

Il suo primo pensiero fu: “Che bella ragazza”. Si era voltata verso di lui, ed egli poté vedere il visino ovale, pallido, incorniciato dai capelli neri, le labbra rosee, gli occhi grandi, neri, tristi, che si abbassarono subito incontrando il suo sguardo. Fu allora che Paolo notò le stampelle e il resto.

Il corpo della ragazza, modellato dal maglione blu e dai pantaloni di tela, era perfetto fino alle anche. Più giù, in quella creatura cominciava la morte. La gamba destra sembrava normalmente sviluppata, la sinistra un poco più piccola e corta, ambedue quasi immobili e insensibili. Tutto ciò aveva un nome: poliomielite.

Piuttosto impressionato, Paolo le aprì con premura l’ascensore. Ella entrò faticosamente, ma non si sedette. Disse solo, con un filo di voce:

“Quarto.”

“Anch’io”, confermò il ragazzo, premendo il pulsante. Con uno sforzo cercò di rivolgere la propria attenzione altrove, ma non poté impedirsi di guardarla con la coda dell’occhio, mentre ella continuava a tenere gli occhi bassi, arrossendo. Quando l’ascensore si fermò, egli le aprì le porte, scostandosi per lasciarla passare. La fanciulla si mosse con pena, come sempre, avviandosi in silenzio sul pianerottolo, verso la nuova casa. Dalla porta aperta si vedevano due facchini intenti a sistemare un mobile sotto la direzione di un giovane sui venticinque anni, ben vestito, che le somigliava.

Paolo era profondamente turbato. Disgrazie simili esistono, lo sapeva benissimo, e anche peggiori, ma in fondo chi ci pensa? Ora ne toccava con mano una, e gli pareva di scoprire la deformità e il dolore per la prima volta. Si sentiva piccolo e meschino. Aveva spasimato tanto per Claudia, infelice perché non corrisposto: c’erano innocenti che sopportavano ben altro.

Alcuni giorni dopo, di primo pomeriggio, squillò il campanello. Fu Paolo ad aprire. Suo padre era in ufficio, la mamma riposava, naturalmente con la porta aperta perché doveva controllare tutto e credeva di poterlo fare anche dormendo, e se si svegliava erano guai. Ma la presenza di un visitatore garantiva il suo comportamento angelico. Paolo si trovò dinanzi il giovane intravisto nell’appartamento il giorno del trasloco.

“Salve,” disse lo sconosciuto con un sorriso “mi chiamo Alberto Viviani. Dato che ora siamo vicini, ho pensato di venire un momento a salutare.”

Sedettero in salotto. Paolo era un po’ intimidito, il visitatore disinvolto e perfettamente a suo agio. Parlarono delle rispettive famiglie. I nuovi vicini erano in quattro: padre, madre, due figli. Due sorelle più grandi, sposate, abitavano a Milano. Alberto studiava ingegneria, suo padre si occupava di costruzioni edili e l’aveva già preso con sé come aiuto nella ditta.

La “Salvatrice della famiglia” apparve sulla scena e rimproverò dolcemente il figlio per non averla chiamata. La presenza dell’ospite aveva fatto spalancare le valvole della melassa. Poi la signora Donati andò a preparare il caffè. I due giovani chiacchierarono un po’, ma Paolo era distratto: “Perché non parla della sorella?” pensava, e al tempo stesso si vergognava per le condizioni della casa: la presenza di quel giovane elegante, che appariva trasudare benessere, rendeva acuta la percezione, di solito addormentata dall’abitudine, di quanto le loro stanze somigliassero ad antri di una famiglia di barboni. Sua madre tornò col caffè. Soltanto allora Alberto disse, esitante:

“Mia sorella Lucia è sempre così sola... lei, Donati, l’ha vista... se qualche volta venisse a trovarla... chissà come sarebbe contenta.” Una breve pausa, poi riprese spiegando: “È cresciuta normale fino agli otto anni. Le piacevano gli stessi giochi dei ragazzi, correva, saltava, non si stancava mai. Ha cominciato a sentirsi male nell’estate del ‘43. Sa? febbre, mal di testa, eccetera. Era tempo di guerra, e i miei l’hanno curata come hanno potuto.”

“L’hai vista e non hai detto niente.” Venata di tenero rimprovero, la voce della madre riscosse Paolo. Tutte le informazioni dovevano esserle immediatamente riferite: la sua unica distrazione. Nulla doveva sfuggire al comando centrale. Come avrebbe potuto, altrimenti, dirigere e impartire ordini, com’era suo preciso diritto e dovere?

“Sarò stato sovrappensiero. La scuola...” Altra era la verità: non avrebbe saputo dire quale invincibile groppo alla gola gli aveva impedito di parlarne.

“Perché non la portano a Lourdes?” domandava sua madre ad Alberto “che succeda un miracolo è raro, ma dicono che sia comunque un gran conforto.”

L’interpellato non rispose subito. Guardò fuori della finestra, cambiando posizione sulla poltrona.

“Veramente non ci abbiamo mai pensato. Sa? non diamo gran che importanza a queste cose”, disse piano, nascondendo il viso dietro la tazzina nel sorseggiare il caffè. “Suo figlio dovrebbe veramente venire da noi qualche volta. Anche lei e suo marito. I miei faranno volentieri la loro conoscenza.” S’alzò in piedi “Ora devo andare.”

Dopo una rinnovata effusione di melassa da parte della “Salvatrice della famiglia”, la porta si richiuse dietro il visitatore.

“Non mi piace; non so perché, ma non mi piace”, fu il primo commento della signora Donati. Siccome, a parte le amiche (le quali si muovevano in un empireo di luce e camminavano sull’acqua), di solito non le piaceva niente di niente e di nessuno, l’osservazione era di prammatica.

Quella sera, a cena, si parlò molto di quella visita. Paolo taceva, ma ad un certo punto non poté fare a meno di rilevare:

“Che pessima figura abbiamo fatto.”

“Pessima figura? Perché? Cosa c’è che non va?” Sua madre tirò su rumorosamente col naso. La sua voce annunciava grande tempesta.

Ma ormai il dado era tratto e Paolo arrischiò:

“La tappezzeria è in condizioni pietose. Quella del salotto cade a pezzi.”

“Ecco che comincia;” ringhiò la madre di famiglia “non gli va mai bene niente. Sempre pronto a criticare. Se non ti va questa casa, vattene. Vuoi che ci riduciamo a pan dimandato? vuoi che andiamo in rovina? E cosa vuol dire quella faccia?”

Paolo, si morse la lingua e non pronunciò più una parola, ma il processo alla sua faccia era ormai cominciato e andò avanti per un pezzo, mentre suo padre ingoiava l’ennesima pillola contro l’ulcera.

“Vita maledetta, vita maledetta. Vorrei sapere chi mi ha maledetto quando sono nata. Guarda lì che faccia da mascalzone, che si permette di farci la censura. E piantala con quella faccia. Ci vuol tutta a tirare avanti. Se non fosse per me sareste tutti e due a pan dimandato. E poi chi pulirà con tutto il disastro dopo aver ritappezzato? Devo fare sempre lo striglione di casa? Non sei proprio capace di vedere al di là della proposcide, disgraziato. Ma guarda che faccia contratta. Si può sapere cosa ti ho fatto? Maledetto il giorno, l’ora, il minuto, il secondo che ho visto la maledetta luce. Sei proprio scosso. Razza di impiastro. Smettila con quella faccia, sai? Smettila. Cosa ti credi di essere? Se non pensassi io a tutto... Dovevo essere Attila o Gengis Khan in una vita precedente, o tutti e due. Aspettate che sia morta, poi fate quello che volete.”

La disputa, del tutto unilaterale, andò avanti per un bel pezzo, sotto la grandine di cannonate dell’autocrate che regnava sull’inferno familiare. Né il padre né il figlio pronunciarono più una parola per tutta la sera.

Nell’appartamento di fronte, anche i Viviani discutevano dei vicini. Non a cena, ma alcune ore dopo, mentre erano ormai a letto con la porta chiusa, lontano dalle orecchie dei figli. Parlavano a bassa voce:

“Quei Donati sono in miseria nera. Ho fatto bene a mandare Alberto in avanscoperta. Non li avrei nemmeno invitati a prendere un bicchier d’acqua da noi, se non fosse per Lucia.” La signora Viviani stava riassumendo la situazione a suo marito. Anche lei, da brava madre di famiglia, sedeva metaforicamente al posto di comando e preparava piani di battaglia. Solo, non usava mai l’artiglieria.

“Che c’entriamo allora con questi Donati, e che c’entra Lucia con loro?” domandò il marito, l’ultimo a capire quel che succedeva, come ogni padre di famiglia che si rispetti.

“Dato che sono così poveri, con una buona dote potremmo spingerli ad accettare Lucia come moglie di quel ragazzo”, gli spiegò pazientemente la compagna della sua vita.

“Ma credi che funzionerà? Anche se sono degli straccioni, quel giovane potrebbe non sentirsela di caricarsi di una moglie che ha bisogno di assistenza, non può dargli figli, e probabilmente non potrebbe neppure... consumare...”

“Non dici sempre tu che con i soldi si ottiene tutto?”

“Non proprio tutto. E forse non sono poi così poveri. L’appartamento è loro, e il padre ha un lavoro e qualche piccola proprietà.”

“No, credimi, le tirano verdi. Sono così mal vestiti. E hanno una casa disastrata. Non hanno neppure i soldi per una tappezzeria decente. I mobili sono pochi e fanno schifo. Alberto non ha visto tutte le camere, ma se quello era il salotto buono, figuriamoci il resto. Certo, se la povera Lucia stesse bene potrebbe aspirare a un ottimo partito, ma così sarà una fortuna se riusciremo a sistemarla con quei poveracci.”

“Può darsi che tu abbia ragione. D’altronde noi diventiamo vecchi, Laura e Francesca sono lontane e hanno altro da fare. Alberto dovrà pensare al lavoro. Se avesse qualche specie di marito a starle dietro, per Lucia sarebbe una fortuna. Be’, buona notte.”

“Buona notte.”

Due giorni dopo i Donati al completo si recarono a restituire la visita. La madre di Paolo trasudava melassa. Giovanni Viviani e sua moglie erano una coppia anziana, distinta, contegnosa, di consumata abilità nello scegliere la via più sicura tra gli scogli dell’esistenza. I genitori di Paolo si sentivano intimiditi non meno del figlio dagli autorevoli ospiti e dalla ricchezza della casa. Questa era già quasi del tutto in ordine. I Viviani la fecero visitare agli ospiti, scusandosi per ogni cosuccia ancora fuori posto. In tutto l’appartamento non un’immagine sacra. Ma nello studio, appesa alla parete, troneggiava la fotografia di un personaggio allora in auge: un volto dai baffi spioventi, un sorriso enigmatico a metà tra il paterno e il sornione. Stalin.

Alberto non c’era.

“L’ho mandato a rappresentarmi a una riunione di partito”, spiegò il signor Viviani. Il partito: non era necessario spiegare quale. I Donati, del resto, lasciarono subito cadere l’argomento. Nel mare dell’Emilia rossa, a quelli come loro, poco politicizzati e ansiosi solo di schivare i guai, toccava nuotare con estrema cautela. Così era stato anche prima, al tempo dell’Emilia nera.

“Che ne dice della Corea?” domandò il signor (o bisognerà dire il compagno?) Viviani al padre di Paolo. La guerra in corso era naturalmente l’argomento del giorno.

“Mah,” rispondeva lapidariamente l’interpellato, allargando le braccia “vedremo come andrà a finire.” Schermaglie del genere gli capitavano abbastanza spesso, come impiegato di un comune rosso scarlatto. E ogni volta lo coglievano alla sprovvista. Chissà, forse in passato gli erano costate qualche scatto di grado. Non era capace di adeguarsi da ipocrita. Si difendeva pronunciando meno parole possibili. C’era abituato, sia in ufficio che in casa. Anzi, in casa parlava ancora meno che con i colleghi.

“Io penso che il popolo vincerà;” sentenziò il signor (compagno) Viviani “non crede?” Il sondaggio continuava.

“Giustissimo”, approvò il padre di Paolo, osservando distrattamente una preziosa coppa di cristallo di Boemia che troneggiava in mezzo a un tavolo in puro Settecento veneziano. E intanto pensava: “Bisognerà vedere quale popolo”.

“Intanto” diceva la signora Viviani alla madre di Paolo “il suo ragazzo potrebbe stare un po’ con Lucia”.

“Ma perché non viene lei qui con noi, invece?” intervenne il (compagno) padrone di casa.

“Lascia stare,” sussurrò la signora “sai bene com’è.”

Il signor (compagno) Viviani emise un sospiro e, come per allontanare un pensiero molesto, si rivolse agli ospiti con un sorriso di affettata giovialità:

“Un po’ di liquore? al momento siamo sforniti. Sa? il trasloco... Ma credo di avere ancora del cognac, della vodka, del pelinkovac e qualcos’altro. Ora chiamo la cameriera e faccio dare un’occhiata.”

“La compagna cameriera?” pensava il padre di Paolo.

“Non s’incomodi” protestò Teresa Donati, mentre la madre di Lucia si alzava per condurre Paolo dalla figlia. Percorsero un lungo corridoio dalle pareti adorne di bellissime stampe antiche ed entrarono in una camera che non era stata mostrata durante la visita alla casa. Subito risuonò il grido della ragazza:

“Gli uccellini. Chiudete la porta.”

Paolo la vide seduta su una poltrona presso la finestra chiusa, con le gambe nascoste da una coperta. Vicino a lei una gabbietta spalancata. Due uccellini verdi dal capino nero le stavano uno sopra una spalla, l’altro su una mano. Vedendo uno sconosciuto diedero segni di inquietudine. Una delle creaturine volò a rifugiarsi in gabbia.

“Chiudete la porta, ho detto” ripeté nervosamente Lucia “volete che vadano a storpiarsi?”

“Se si spaventano possono volare via alla cieca e sbattere contro qualche mobile;” spiegò la signora (compagna) Viviani “non hanno ancora familiarità con la casa. Vi siete già visti, mi sembra. Vi lascio a far conoscenza.” E la signora (compagna) uscì richiudendo in fretta la porta.

Lucia stava carezzando il capino di uno degli uccellini. Ad un tratto esclamò:

“Perché non ti siedi?”

Paolo fece per sedersi vicino a lei.

“No, no, così spaventi i Tillini. Più lontano. Sai? non ti hanno mai visto.”

“I Tillini? non sono due lucherini?”

“Sì, ma Tillini è il loro nome. Magari, guarda: avvicinati a poco per volta, trascinando la sedia. No, non preoccuparti per il pavimento. Ecco, così si abituano: piano, piano.”

Quando Paolo fu abbastanza vicino, Lucia gli sfiorò la mano e, rivolta agli uccellini:

“Vedete: non fa male, è un amico”, e li chiamava dolcemente per nome.

Paolo non avvertì alcun brivido a quel contatto: era qualcosa di gentile, di familiare, ben diverso da quello di Claudia.

“Come hai detto che si chiamano?” egli domandò.

“Questo si chiama Tillino, è il maschietto;” rispose lei, indicando con un gesto del capo quello che le stava sul dito” quest’altra che è scappata in gabbia appena sei entrato è Tillina, la femminuccia. È più timida. Lui invece è uno sfacciatello: vorrebbe stare sempre fuori della gabbia e viene a portarmi via quel che ho nel piatto mentre mangio.”

Lucia guardò con tenerezza quel batuffoletto di piume: gli diede un bacio sulla schiena senza che si muovesse.

“Mi spiace averti disturbata”, si scusò Paolo nel vederla così intenta ai suoi uccellini.

“Ma no, ma no...”, Lucia si voltò vivamente verso di lui, arrossendo. Arrossirono insieme, senza sapere perché, senza quasi rendersene conto, nel guardarsi. L’infermità era, almeno per il momento, dimenticata.

Lei riprese a parlare, con gioia, sorridendo. Raccontò a Paolo le prodezze dei due lucherini: erano i primi a darle il buongiorno la mattina e le tenevano compagnia tutta la giornata; la chiamavano gridando con le loro vocine appena accennava ad allontanarsi, sapevano far capire quando avevano fame, sonno o voglia di uscire dalla gabbia per sgranchirsi le aluccie volando qua e là. Solo di notte la gabbia era chiusa. Durante il giorno erano spesso liberi per la camera.

“Anche a me sarebbe piaciuto avere degli uccellini, ma...”, e Paolo si interruppe. Quante cose gli sarebbero piaciute e non poteva averle. Una casa decente, un po’ di villeggiatura, una ragazza, un lavoro.

“Per un ragazzo può essere difficile tenerli,” osservò Lucia “hanno bisogno di continue cure e attenzioni. Non si può metterli in gabbia e lasciarli soli. Intristiscono e muoiono. Voi ragazzi dovete uscire di più, muovervi di più. In città non si trovano lucherini. Li ha portati il fattore di una nostra tenuta, o cooperativa, come la chiamano... In certi momenti non so proprio cosa farei senza di loro.” La voce di lei s’era abbassata. Un sussurro appena percettibile, quasi soffocato.

Tillino volò dalla mano di Lucia al tavolino che era lì presso, e prese ad avvicinarsi cautamente a Paolo. Una creaturina più piccola di un passerotto, curiosa e in vena di esplorazioni. Teneva la codina e le piumette del capo erette all’insù: segno di nervosismo. Fissava il nuovo venuto con gli occhietti neri. Sbuffi di piumette chiare gli uscivano da sotto le aluccie striate di verde e nero.

“Sta studiandoti”, lo avvertì Lucia.

Il ragazzo fece un lieve movimento e l’uccellino schizzò via, rifugiandosi sul petto della padroncina.

“Ecco. Me lo hai spaventato.”

“Mi spiace, io non...”

“Pazienza, si abitueranno. Tornerai, vero?”

“Sì, sì, volentieri.”

“Meglio chiuderli in gabbia, adesso. Ho paura per loro: sono così piccoli. Su, da bravo, Tillino, va’ a casa.”

Subito quel batuffoletto di piume volò sulla porticina tenuta aperta dall’apposito ferretto, si voltò a guardare in viso Lucia e saltò dentro la gabbia andando a raggiungere la piccola compagna, che aveva continuato a fissare sospettosamente l’estraneo.

“Incredibile”, esclamò Paolo.

“Capiscono più di quanto crediamo,” asserì Lucia richiudendo la gabbia “è l’amore che li rende così. Queste creaturine lo sentono in modo fantastico e lo contraccambiano come possono. E pensa a quel corpicino, con due occhietti che sono due capocchie di spillo, un cervellino minimo ma grande rispetto alle loro dimensioni come si vede anche dalla loro intelligenza, i polmoncini, il cuoricino. Sono piccoli miracoli di amore.”

La coperta le stava scivolando dalle ginocchia e cominciava a rivelare la diversità fra le due gambe. Ella ne afferrò un lembo e la tirò su più rapida che poté, avvolgendosela intorno ai fianchi perché non cadesse di nuovo. Poi rimase a capo chino, come se fosse stata colta a fare qualcosa di sconveniente. Paolo, sgomento, cercava di nascondere l’emozione e la pietà parlando, raccontandole qualcosa della sua vita di scuola e di casa.

Lucia si riprese e raccontò a sua volta come, dopo aver conseguito la licenza media, avesse pregato i genitori di farle interrompere gli studi. Non disse il motivo, ma non fu difficile intuirlo quando indicò la poltrona a rotelle che era in un angolo:

“Mi hanno comprato quella perché possa girare per la casa, ma io la detesto.” Chiuse gli occhi come a scacciare “quel” pensiero: “Tu sei diversa, non puoi andare in salotto quando ci sono visite; non puoi andare a scuola, gli altri ti guardano; tu sei diversa”. Riaprì gli occhi e vide di nuovo Paolo. Gli sorrise. “Quel” pensiero si allontanava a poco a poco.

“Ora però la scuola mi manca;” continuò “e faccio di tutto per compensarmi: credo d’aver letto tutta la biblioteca di casa. Senti: secondo te, ci sarà vita sugli altri pianeti?”

Inaspettatamente, Lucia svelò un aspetto nuovo della sua personalità: un insaziabile desiderio d’imparare, una cultura in molti punti superiore a quella di Paolo. A lungo parlarono del sistema solare e delle prospettive di viaggi interplanetari. Lei volle sapere, fra l’altro, che cosa ne pensasse dei dischi volanti, alcuni dei quali pareva fossero stati avvistati pochi giorni prima sulla città. Secondo lui su questo problema si sapeva ancora troppo poco. Lucia, invece, si divertiva ad immaginare un’invasione di marziani. Mentre discorrevano con entusiasmo, la porta si aprì timidamente e dallo spiraglio spuntò, non un marziano in avanscoperta con le antenne verdi, ma la testa della cameriera.

“Può entrare,” la chiamò Lucia “gli uccellini sono in gabbia.”

“Ecco il dolce, signorina”, disse la donna, entrando e deponendo due piatti sul tavolino.

Uscita la donna di servizio, i due giovani mangiarono le loro fette di torta, mentre continuavano a parlare. Lei, tenendosi ai mobili, con la coperta strettamente avvolta intorno alla vita, e appoggiandosi a Paolo che si era precipitato ad aiutarla, si trascinò fino alla finestra, la aperse e rovesciò le briciole sul davanzale.

“Hanno sempre tanta fame,” spiegò “e io ho fondato il C.A.R.P.A.: Centro Assistenza e Refezione Passeri Abbandonati.” Scoppiarono a ridere insieme.

“Ti piace la musica?” gli domandò poi Lucia, dopo essersi risistemata sulla poltrona.

“Moltissimo. Se solo avessi tempo e...”

“Allora prendi il giradischi. Eccolo lì. Mettilo sul tavolo.”

“Che bello.”

“Mica troppo. È dell’anno scorso.” Lucia, trattenendo la coperta con una mano, riuscì, da sola, ad introdurre la spina nella presa di corrente. “Guarda, i dischi sono in quello scaffale. Prendili. Non tutti in una volta.”

Paolo fu incantato dalla vista di tanti microsolco dei più grandi e costosi. A quel tempo prevalevano ancora sul mercato i dischi a settantotto giri, ma quelli erano tutti a trentatré giri.

“Come hai fatto a trovarli? Qui se ne vedono pochissimi nei negozi.”

“Me li porta mio fratello da Milano. Cosa vuoi sentire?”

“Veramente... non me ne intendo gran che.”

“Aspetta allora: questo è uno dei miei preferiti.” Lucia scelse un disco: la Quarta Sinfonia di Brahms.

Dolci noti elegiache vibrarono nell’aria: la musica sembrava un’onda delicata e potente che fluiva e rifluiva. Lucia l’ascoltava ad occhi chiusi, in silenzio. Paolo, che la sentiva per la prima volta, non poteva invece coglierne subito tutta la bellezza, e lasciò vagare distrattamente lo sguardo per la stanza.

Una camera grande almeno il doppio della sua. Mobili in stile moderno e razionale, diversamente dal resto della casa, che pareva una mostra d’antiquariato. Le pareti chiare davano all’ambiente un aspetto arioso. Due grandi scaffali, con tanti libri e pochi ninnoli. Un magnifico tappeto orientale copriva gran parte del pavimento a parquet di legno.

Finì la prima facciata del disco e Lucia lo voltò.

“Sta a sentire: il finale è stupendo.”

Ma Paolo non poté ascoltarlo quella volta. La porta si aperse ed entrò Alberto:

“Salve. Come va?”

“Come vuoi che vada?” rispose lei, spegnendo a malincuore il giradischi, mentre Paolo indugiava imbarazzato nei soliti convenevoli, che avevano il potere di metterlo subito a disagio.

“Hanno detto niente della Corea?” s’informò il nuovo venuto.

“Non abbiamo acceso la radio”, rispose Lucia.

S’era fatto assai tardi.

“I suoi genitori sono già andati, ma se lei vuol fermarsi a cena...”, lo invitò Alberto.

Paolo non aveva pratica di rapporti sociali, ma una sorta d’istintiva sensibilità l’avvertì che accettare sarebbe stato inopportuno, e si congedò, promettendo di ritornare presto.

“Grazie”, mormorò la ragazza, trattenendo la coperta con la mano sinistra, mentre porgeva a Paolo la destra.

Fu così che egli cominciò a recarsi da Lucia, quando lo studio non lo assorbiva troppo. Bastava attraversare il pianerottolo. Il giorno più propizio era naturalmente il sabato, e lei attendeva quel giorno con ansia.

Appunto un sabato, mentre egli era in visita presso gli importanti vicini, sua madre espresse col marito i pensieri che andava ruminando da tempo.

“Vogliono appioppargli la figlia.”

“Lo temo anch’io”, replicò Anselmo Donati.

Un lungo silenzio.

“Ma sono ricchi sfondati. Non sarebbe una cattiva sistemazione.”

Il marito la guardò come avrebbe guardato una madre che proponesse di far prostituire le figlie. E in quell’occasione, dopo aver ingerito un paio di pillole contro l’ulcera, ruppe la consegna di parlare il meno possibile e di non contraddire mai la moglie:

“Tu sei pazza.”

“Eh già, sono pazza. Se non fosse per me questa famiglia sarebbe a pan dimandato da un pezzo. Vita maledetta, che non possa nemmeno essere rispettata. Per cosa mi hai preso? Per lo striglione di casa? Io dico quello che mi pare e tu non sognarti di contraddirmi.”

“Tu sei pazza, ti dico, e la tua avarizia è tale che venderesti la pelle di tua madre per farne un tamburo, se quella povera donna non fosse morta tisica a forza di mangiare poco e di non volere né medico né medicine per risparmiare. Fortunatamente nostro figlio ha abbastanza buon senso da non farsi catturare. Quella Lucia sarà anche un angelo, ma non si può pretendere di legare un ragazzo sano a una così. E ora taci una buona volta. Per oggi non voglio più sentirti.”

La “Salvatrice della famiglia” lo guardò, esterrefatta e incapace di replicare. La faccia le si gonfiò come un melone e ne sprizzarono lacrime roventi. Andò a chiudersi in camera e non ne uscì per tutto il giorno. Per almeno una settimana fu taciturna. Il suo volto di pietra in quei giorni avrebbe messo in fuga le Erinni in persona. Ma Paolo non se ne preoccupò. Era abituato a vederla alterata, in lite con il mondo e con se stessa. E siccome per un certo tempo si astenne da fare il processo alla sua faccia durante i pasti, non poté che rallegrarsi per il miglioramento.

 


31
AGOSTO
2017
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4

Una distesa di tetti spioventi, interrotta dal grigio intersecarsi delle vie, dalle piacevoli macchie verdi dei giardini, divisa dal fiume su cui si delineano le arcate dei ponti, attraversata dai fasci delle rotaie ferroviarie. Il tracciato stradale conserva nella parte più antica il segno della fondazione romana a maglie quadrate, per quanto confuso dall’irregolarità del successivo sviluppo medievale, mentre un freddo ordine geometrico domina nella periferia moderna. Monumenti insigni —cupole, campanili, moli di antichi palazzi e torri —dominano sulle case della gente comune.

Una città non troppo grande, non la solita metropoli che ha ingoiato paesi e borgate vicine devastando al tempo stesso il proprio centro storico. Il nome? è proprio necessario ricordarlo? In tale ambiente viveva Paolo Donati, ligure per parte di madre, emiliano di nascita. La sua città era l’unico angolo di mondo che conoscesse. Di andare altrove, quando la scuola era chiusa, non se ne parlava, ovviamente, per non finire a “pan dimandato”.

Paolo non sapeva cosa volesse dire villeggiatura, viaggio o vacanza, e ascoltava i racconti dei compagni in autunno —chi era stato a Riccione, chi a Cortina d’Ampezzo, chi più modestamente a Bellaria, ma qualcuno perfino a Parigi o in altre favolose località straniere —con un misto di meraviglia e di desiderio. Non sapeva cosa fosse l’invidia. Avrebbe solo voluto avere qualcosa ogni tanto anche lui: qualcosa da ricordare e da raccontare.

Ma non ne faceva un dramma, se quel suo desiderio, come tutti gli altri suoi desideri, restava inappagato. In fondo la sua città gli bastava. Era un piccolo mondo, un microcosmo brulicante di vita, immagine del macrocosmo che si stendeva al di fuori. Era affezionato a quelle strade piane, simili l’una all’altra, dove il sole al tramonto dipingeva lunghe striscie dorate.

Ma in quei giorni era troppo agitato per godere il panorama.

Aveva giurato e mantenne: il giorno dopo andò in parrocchia a confessarsi. Ne uscì sollevato. Il mondo aveva assunto una diversa dimensione. Non si sentiva più solo. Ma lo strapazzo fisico non fu senza conseguenze. Correndo per la città in quell’infelice giorno aveva molto sudato, e ben presto si manifestò una forte influenza, che lo tenne a letto per quasi una settimana, in quelle afose giornate, con suo grande supplizio. Sua madre colse l’occasione per tenergli varie lezioni sulla punizione divina che colpisce i figli quando nascondono alle autrici dei loro giorni, che sono le uniche ad amarli e ad avere il diritto di amarli, certe loro misteriose, ma certamente malvagie attività.

La calma interiore appena raggiunta da Paolo si sgretolò ben presto nell’assoluta mancanza di distrazioni. Egli prese a riflettere, a scavare nei ricordi. Tornarono dai più profondi recessi della memoria i minimi gesti, le parole di Claudia. Ricordava il primo giorno in cui gli pareva di aver cominciato a notarla, e quella muta e furente gelosia che lo assaliva se un compagno le rivolgeva un complimento; e poi l’aula, i banchi, i tentativi di farle la corte, la festa meravigliosa, i sorrisi di lei, e l’inutile attesa, e quell’orribile senso di desolata solitudine, e la disperazione. Sforzarsi di pensare ad altro era inutile. I pensieri dolorosi tornavano sempre.

Tutto era stato finzione in Claudia. Lo aveva preso in giro. Fece solenne giuramento di non rivolgerle mai più la parola. Poco dopo se ne pentì. Poi si pentì d’essersi pentito. Odio e amore lottavano in lui. La immaginò in pericolo; egli con sublime slancio la salvava, e la fanciulla cadeva ai suoi piedi invocando perdono... Ma a che serviva? Spontaneamente sorgevano le fantasticherie, ma non gli davano più alcun piacere. Niente più bei sogni ad occhi aperti che avevano avuto il potere di divertirlo tanto. Ora servivano solo a fargli avvertire più profondo l’abisso fra desideri e realtà. Dopo la guarigione, per un pezzo non volle più uscire. Non voleva più rivedere certi luoghi, e uno in particolare, davanti ai giardini pubblici. Sua madre aveva la sua da dire anche su questa strana riluttanza a metter piede fuori casa, ma abbastanza debolmente. In questo modo poteva tenerlo d’occhio.

Per lui le passeggiate erano state qualcosa di inebriante. Mentre camminava da solo, ecco i suoi sogni, le sue vaghe aspirazioni al bene e alla bellezza, le sue immagini di un’umanità perfetta, l’ansia dell’infinito, prendevano corpo. Il paesaggio piatto e monotono si animava di nuovi colori nella sua fantasia. Spesso però un fiore, o un insetto, attirava la sua attenzione e, abbandonati i sogni, cominciava a esaminarlo. Ma tutto questo era finito.

Ormai solo i libri, le meraviglie della circolazione sanguigna, della respirazione, degli elettroni, riuscivano a interessarlo. Stava accadendo in lui qualcosa cui non sapeva dare un nome: man mano che naufragavano i sogni ad occhi aperti, con crescente forza egli intuiva una presenza “al di là”, irraggiungibile, che gli sembrava talvolta di sfiorare un attimo, un attimo solo di ansia struggente e inesprimibile, come quella che nasceva in lui alla vista di un tramonto. Un attimo sublime che subito dileguava. Non era più solamente un’ansia di infinito. Era qualcosa di più: la sensazione che quell’infinito fosse una Persona, e che quella Persona si curvasse su di lui a dirgli: “Sono io, un giorno ci incontreremo. Tutto nasce da me e tutto ritorna a me, e chi ritorna e resta con me sarà felice”. In quei momenti la delusione subìta si riduceva a un bruscolino insignificante.

Giunse la prevista notizia della sua promozione con ottimi voti. Ora l’estate era veramente libera davanti a lui. Tutti i suoi compagni, promossi o bocciati, andavano in villeggiatura. Quell’anno Lucchese, Belmonte, Falco, Acerra, la dolce Claudia e la sua amica Marta erano tra i promossi e partivano con i genitori per il mare o la montagna, dove li attendevano appartamenti di proprietà, o alberghi, o pensioni. Solo Belmonte, non potendo concedersi un gran scialo, doveva accontentarsi della casetta rustica posseduta da suo padre sull’Appennino, nell’alto Frignano: un luogo silenzioso circondato da boschi, dove il suo carattere solitario si trovava perfettamente a suo agio. Zanelli invece aveva rischiato la bocciatura totale e, dopo essere stato graziato in storia, doveva trascinarsi tre materie pesantissime a settembre: italiano, greco e matematica; ma divertimenti e svaghi gli erano assicurati comunque nella villa dei suoi genitori, in Versilia. A Icardi toccava riparare in greco, storia e filosofia, ma la sua famiglia aveva preso in affitto un appartamento sulla Riviera Ligure, e non c’era motivo, agli occhi dei suoi, perché dovesse rinunciare allo svago estivo.

Paolo, invece, usava godere la villeggiatura che la politica rigidamente adottata dalla “Salvatrice della famiglia” gli elargiva: un lungo e tranquillo soggiorno in quell’esatto luogo dove risiedeva tutto il resto dell’anno. Infatti, sentenziava la “Salvatrice”:

“Bisogna fare il passo secondo la gamba.”

La gamba finanziaria della famiglia era corta, dunque passo corto. C’erano da pagare le spese d’amministrazione dell’appartamento. Il marito lasciava che fosse lei a rappresentarlo alle assemblee di condominio: firmava la delega senza discutere perché non aveva voglia di sentirla maledire la vita, l’ora e il giorno in cui era nata. Oltre metà del tempo di quelle assemblee se ne andava per le continue contestazioni di lei su ogni capitolo di spesa del bilancio preventivo, sempre esorbitante, a suo parere. Poi c’erano i gravi sacrifici per “il ragazzo”: la scuola, i libri, il vestiario, e qualche spicciolo che bisognava pur dargli, ogni tanto (fortunatamente Paolo riceveva qualcosa, sottobanco, anche da suo padre). E poi c’era la voragine della spesa quotidiana: ma quanto si mangiava in quella casa, roba da mandare a “pan dimandato” anche un nababbo. E poi la luce, il gas. No, no, il gruzzolo messo da parte era sempre troppo piccolo, un’inezia —forse non tanto, ma a lei sarebbe sembrato un’inezia anche l’oro di Fort Knox.

Nessuno doveva sapere a quanto realmente ammontasse, neppure il marito, che era “un belinone”. In uno dei loro rarissimi litigi, proprio sull’amministrazione del peculio familiare, che egli avrebbe voluto un po’ meno rigida, lei gliel’aveva pure detto in faccia: “Sei un belinone”. E lui, in uno dei rari guizzi di prontezza, aveva ribattuto: “Infatti ti ho sposato”. Ma le redini la signora Donati le teneva ben strette dall’inizio: “Perché dovrebbe metterci la proposcide?” pensava “di soldi non capisce niente”. Lei capiva, pensava e decideva per tutti. Non si poteva mai sapere: una malattia, un imprevisto qualunque; bisognava risparmiare, risparmiare, risparmiare. Nessuno era mai morto per non essere andato a sciupare soldi in villeggiatura. Ci rinunciava lei, dovevano rinunciare tutti. Tutti i membri della famiglia avevano un colorito lievemente giallastro, ma anche quello non aveva mai ammazzato nessuno.

Paolo non protestava: si immerse nei suoi libri. Non ci furono più scenate per passeggiate non autorizzate o rientri in casa oltre l’ora del coprifuoco, semplicemente perché egli non aveva più alcun appuntamento. In compenso spuntò la nuova fissazione di sua madre, per come egli beveva. Non le piaceva, diceva lei, il modo di bere del figlio, il moto brusco del polso quando portava il bicchiere alla bocca. Le sembrava il gesto del bevitore incallito. Non che bevesse vino, naturalmente. Il vino era bandito. Si beveva “acqua di Vichy”, ossia acqua del rubinetto in cui venivano versate polverine effervescenti, e nient’altro.

Ma era il principio che contava: non era quello il modo di bere, non bevevano così le persone educate, non beveva così la gente che aveva diritto al rispetto del prossimo, non beveva così la gente civilizzata e intelligente, non bevevano così i figli rispettosi della madre “Salvatrice della famiglia”, maledizione, vita maledetta e stramaledetta, e “il giorno che son nata doveva essere maledetto”, e “vorrei sapere chi mi ha maledetto”. Andò avanti così per tutta l’estate. Poi, d’improvviso, se ne dimenticò.

Sempre in tema di acqua, per vari mesi vi era stato il divieto assoluto di metterla in frigorifero. L’acqua gelata era mortale, la principale causa di decessi fulminanti al mondo. Aveva ammazzato più gente l’acqua fredda che le bombe atomiche e quelle al fosforo messe insieme. Un giorno ci avrebbe certamente lasciato la pelle, se si ostinava a bere robaccia fredda, e —vita maledetta, maledetto il giorno che son nata, bestia gramma, faresti scappare la pazienza a un santo, e piantala con quella faccia, che razza di faccia che hai —che la smettesse di sfidare la sua autorità e di giocare d’audaccia. Un giorno era stata lei stessa a mettere la bottiglia nel frigorifero e non si era più parlato dell’argomento.

Da una mania all’altra: c’era stato il periodo in cui Paolo, secondo lei, beveva troppo: non il modo, ma la quantità era il problema che tormentava la sua anima sensibile e pensosa del benessere del rampollo: bevi di nuovo, bevi sempre, bevi troppo, ti fa male, ti gonfierà la pancia, ti scapperà dell’aria, piantala, ti ho detto di piantarla, perché mi fai sempre infuriare? maledizione, vita maledetta e stramaledetta, e maledetto il giorno e l’ora che son nata. Prima ancora, Paolo, secondo lei, metteva troppo sale nelle vivande, e il crescendo rossiniano della sollecitudine materna si era riversato sull’ingrato figlio con l’inevitabile condimento di maledizioni sulla propria vita e l’ora in cui era nata. Tante ondate maniacali c’erano state, con il relativo processo alla faccia silenziosa dell’ingrato che le sedeva di fronte. Tante altre ce ne sarebbero state, finché l’uno o l’altro non avesse lasciato questo mondo.

Sordo a tanta sollecitudine materna, Paolo era ormai arrivato al punto di prestarle attenzione quanto al ronzio delle mosche. La sua unica preoccupazione, man mano che la ferita inferta da Claudia si rimarginava, era quella di amministrare le sue pressoché inesistenti risorse per comprare il maggior numero possibile di libri. Riuscì a comprarne soltanto due in tutta l’estate, uno di astronomia, l’altro di chimica fisica: li lesse e li rilesse avidamente. Dovette purtroppo rinunciare a un magnifico volume illustrato a colori sulla paleontologia: troppo costoso. Sua madre non vedeva di buon occhio quelle letture —come del resto quasi tutto quello che faceva quell’ingovernabile figlio. Se proprio doveva spendere in libri, almeno si comprasse dei testi utili, come quelli di diritto, per prepararsi alla carriera di giudice che lei aveva deciso per lui.

Mancava ancora un anno alla decisione della facoltà universitaria, e un anno è un tempo assai lungo a diciassette anni. Aveva molto da fare, oltre a leggere nuovi libri. Ripassò le materie principali, fece i compiti delle vacanze e seguitò ad inventare giochi e passatempi: complicati disegni a base di segmenti tracciati con la regola di non tornare mai su un segno già fatto, oppure manovre e battaglie su una carta geografica distesa sul tavolo, con segnalini colorati di carta rappresentanti i reparti degli eserciti in lotta. Tutto era buono per riempire le lunghe ore di solitudine.

In certe giornate, tuttavia, non aveva voglia di leggere o d’altro. Era assalito da una malinconia sterile, arida, senza sollievo. Con angoscia desiderava qualche coetaneo con cui scambiare due parole. Comprendeva di non essere fatto per stare solo. E chi mai lo è? Sapeva arrangiarsi per vincere la noia, ma non indefinitamente. Il ricordo di Claudia si faceva via via meno pungente. Solo nei vuoti di quella sua terribile malinconia, l’immagine della ragazza tornava a farlo soffrire.

Passò così luglio, poi agosto e settembre con le sue nebbie. La stagione declinava per quelli che erano in villeggiatura. Fra non molto la scuola avrebbe imposto a tutti di nuovo lo stesso giogo. Paolo ora desiderava la ripresa delle lezioni, non perché cessasse lo svago degli altri, ma perché la vita scolastica, con i suoi obblighi e la sua disciplina, era almeno più varia ed attiva, oltre che lontana dagli occhi della madre e dai segreti sensori di lei. Si sarebbe seduto nel banco, in classe, dove nessuno avrebbe processato la sua faccia o criticato, in crescendo isterico, il suo modo di bere o di mettere il sale.

Un giorno, verso la metà di settembre, durante una breve passeggiata, attraversando una piazza, fu sul punto d’essere investito da un’automobile lanciata a velocità folle: una di quelle decappottabili a due posti, da play boy. Se la trovò addosso prima d’aver tempo di fiatare. Fece un gran balzo per sfuggire al rombante mostriciattolo, mentre lo scriteriato guidatore sterzava con uno stridìo di gomme, evitando per un filo il peggio. Con un gran batticuore, Paolo si ritrovò illeso sul marciapiede. Alquanto scosso riprese la sua strada e ben presto arrivò a casa, un po’ meno giallastro in faccia del solito.

Più tardi, ripensando a quella scena, gli parve d’aver provato per un attimo la tremenda e affascinante ebbrezza della morte, il richiamo dell’abisso e dell’ignoto. Un’impressione posteriore al fatto, perché di fronte al pericolo incombente i suoi pensieri s’erano come congelati, e la sua fuga era stata un velocissima reazione riflessa. L’episodio s’impresse profondamente in lui e gli riportò il ricordo della sorellina scomparsa e a porsi quelle domande eterne cui nessuno sulla terra, in base alla nuda saggezza del mondo, sa rispondere.

L’amore della vita e dello studio restava però la sua passione dominante. Negli ultimi giorni di vacanza era riuscito a metter da parte abbastanza da comprarsi un terzo libro: un trattato di psicologia che da tempo desiderava, e lo lesse d’un fiato. Trovò nell’animo umano un campo d’indagine appassionante. Quel breve periodo fu pieno e tranquillo. Claudia non esisteva più. Egli riprese le sue belle passeggiate libere. I ricordi dolorosi sbiadivano di fronte alla ricchezza della vita. Si perdeva nel mistero delle case, con le finestre aperte che lasciavano intravedere un barlume della vita altrui. Si sentiva riflesso nel prossimo: gli stessi problemi, le stesse passioni, tutti con il medesimo desiderio di amare e di essere amati.

A volte le sue riflessioni si velavano di malinconia: le briciole del passato gli sembravano contenere una gioia delicata che non aveva saputo afferrare. L’allontanarsi dei fatti nel tempo li trasfigurava: una luce di sogno avvolgeva l’acquisto di un libro desiderato e l’istante in cui la bella cassiera della libreria l’aveva guardato al momento di pagare il volume. Così lo stesso attimo del mancato investimento, nell’annebbiarsi del ricordo, appariva sempre meno reale e si trasfigurava in una luce mitica. La memoria sembrava modellare i ricordi, renderli più gradevoli. Ma, cercando i luoghi dove quei fatti erano avvenuti, che delusione. Quando si avvicinava ad un angolo della città dove aveva lasciato una piccola parte della sua vita, l’incanto dileguava. La felicità che pareva cominciasse in quel punto era volata via per posarsi su un altro, da cui sarebbe ancora fuggita davanti a lui. Si accorgeva di aver sete d’infinito, e che niente sulla terra poteva saziarla.

Così, in un alternarsi di letizia e smarrimento, in perpetuo colloquio interiore, Paolo consumava il suo tempo.

Cadevano le foglie, trascorse anche l’ultimo giorno di vacanza.

La solita folla di studenti si addensò intorno al liceo. Paolo si unì ai vecchi compagni che si andavano raggruppando. E, naturalmente, poiché non desiderava vederla, Claudia fu la prima persona che incontrò. Fingendo di non averla notata, passò oltre, mescolandosi al gruppo, ma il suo cuore aveva già accelerato i battiti.

Si intrecciavano racconti delle vacanze appena concluse, ed egli avrebbe voluto riuscire a trovarli divertenti.

“Io” diceva Icardi che, come quasi tutti i rimandati della vecchia banda, era stato promosso agli esami di riparazione “ho conosciuto una bionda di Milano... ma una bionda... che non vi dico... Mezzo paese le stava dietro. Sì, sì, c’era proprio della gran bella gente.” Paolo fissò il compagno, abbronzato come un beduino, che parlava con la sua voce nasale, strascicando le “erre”. La storiella lo aveva colpito: che tipi fortunati al mondo. Come sarebbe piaciuto anche a lui vedere tante persone e cose interessanti.

Un certo Giosuè Tartaro, grandissimo chiacchierone, stava raccontando le imprese compiute con l’automobile e, nel descrivere come aveva fatto a non uscir di strada in una curva difficile abbordata in piena velocità, spendeva mille parole, rifacendo i gesti come se ancora tenesse il volante tra le mani. Molti pendevano dalle sue labbra. Solo Belmonte, fra quelli che l’ascoltavano, aveva la faccia annoiata. Quando Tartaro vide Paolo, lasciò a mezzo la cateratta di parole, e gli si rivolse:

“Be’, Donati, come te la passi?”

“Così” rispose Paolo. Non sapeva cosa dire. Tutto il gruppo aveva trasferito l’attenzione a lui, aumentando il suo disagio.

“Allora, dove hai passato queste benedette vacanze?” tornò a domandare Tartaro.

“Come, dove sono stato?”

“Oh, bella, dove? al mare, ai monti, dove?”

“Non mi sono mosso di qui.”

“Sempre qui davanti? a guardare la scuola? poveretto.”

“Non so cosa ci sia da compiangere;” borbottò Paolo, arrossendo come un colpevole, così senza motivo “ho fatto tante cose interessanti”, aggiunse con voce spenta, senza convinzione. La sua gioia di rivedere i compagni era andata in fumo.

Ovunque chiacchiere. Si discorreva di gite, di corse in auto e in motoscafo, si decantava la potenza dei propri motori, si vantavano splendide conquiste amorose. Inaspettatamente Paolo si trovò di nuovo Claudia vicina. Era tardi per evitarla: dovette rispondere al suo saluto e alle solite domande. Lo fece da principio col minimo di parole, ma la ragazza insistette a ronzargli intorno finché non vide i suoi modi farsi di nuovo gentili. Allora si allontanò soddisfatta, lasciando Paolo turbato per aver ceduto alla prima occasione: non si era proposto di non parlarle più? Egli avvertiva un malessere vago, indefinito.

Venne fuori il portiere della scuola a dire: “È ora”, perché nessuno aveva fatto caso alla campanella, e la massa di scalpitanti puledri si avviò rumorosa su per le scale.

A ricreazione, gli allievi dell’ultimo anno squadravano con sufficienza gli altri, come negli anni scorsi erano stati guardati a loro volta. Paolo rimase in disparte seduto nel banco, ma ecco Claudia avvicinarglisi di nuovo.

“Cos’hai?”

“Niente.”

“Allora perché te ne stai così da solo?”

Paolo si sentì ribollire il sangue e proruppe, senza badare se qualcuno lo ascoltava:

“Hai una bella faccia di bronzo. Mi prometti con tanti sorrisi un appuntamento e poi non ti fai vedere. Si tratta così a casa tua?”

Claudia fece il viso scuro:

“Che dici? quale appuntamento?”

“Non mi dirai che non ti ricordi”, mormorò Paolo, stupito. Ella lì, tranquilla davanti a lui. Mentiva come si beve un bicchier d’acqua. E si ergeva dritta, elegante, abbronzata. Chissà quanto doveva essersi divertita (e con chi?), mentre lui arrostiva nella canicola della città. E ora tornava dalle lunghe vacanze al mare a prenderlo in giro.

“Cosa non ricordo? Non ti ho mica promesso che sarei venuta. Hai fatto tutto da te. Ti immagini le cose. Svegliati.”

Così il torto era suo. Protestò:

“Ma certo che l’avevi promesso.”

“Ma chissà cosa ho detto di preciso? chi si ricorda? chissà cosa avrai capito? so che scherzavo, e anche il tuo m’era parso uno scherzo.”

Paolo non rispose. La guardava a bocca aperta.

“Sei proprio un bambino, sai?” aggiunse lei, ferendolo profondamente, ancor più col suo tono di compassione che con le parole stesse: ella non lo rispettava neppure. “Poi, se ci tieni a saperlo, i miei hanno voluto partire immediatamente per la villeggiatura”, continuò quella sirena, con un tono più affettuoso, che produsse l’effetto desiderato.

“Perché non l’hai detto subito?” domandò Paolo, aggrappandosi a quel filo di speranza: che l’affrettata partenza fosse il solo motivo del mancato incontro. Ma no: com’era possibile? aveva perfino negato che ci fosse tra loro un accordo per l’appuntamento.”Vacci ai giardini. È facile che venga.”. Ricordava benissimo le sue parole. Si era preso gioco dei suoi sentimenti. Oppure le importava così poco di lui da non curarsi neppure di far caso a ciò che egli diceva e da rispondere a vanvera la prima cosa che le veniva in mente. Ma Paolo sentiva di non poterle voltare le spalle: l’amore si era ridestato.

“Claudia...” la ragazza taceva guardandolo “Claudia, perché...” alcuni compagni stavano ad ascoltare, ed egli si fermò, confuso. Quel “perché” rimase lì, sospeso. Perché? perché? perché sei così gelida? perché non mi ami? perché non capisci che nessuno ti amerà mai come sento di amarti io? perché non sei diversa? Che significava quel perché? Paolo neppure lui lo sapeva. Sapeva solo di amarla. Era il suo primo amore.

“Claudia, vuoi studiare con me qualche volta?” riuscì infine ad articolare.

“Grazie, studio sempre con Marta.”

“E non potremmo vederci?”

“Non ci vediamo già a scuola?”

Squillò la campanella. Finì la ricreazione. Quel futile colloquio dovette interrompersi.

Nei giorni che seguirono, la macchina scolastica cominciò a rimettersi pesantemente in moto. Si acquistavano i libri di testo, costosissimi, secondo la madre di Paolo, un vero dissanguamento per le povere finanze della famiglia. Venivano stabiliti gli orari definitivi e assegnati i primi compiti di ripasso. Paolo spiava ogni espressione del viso ed ogni parola di Claudia, per scoprire il minimo cenno di simpatia o di affetto, o almeno un barlume d’interesse.

Era bellissima: il sole aveva schiarito i suoi capelli rosso-bruni, dando loro magnifici riflessi dorati, l’abbronzatura stava a poco a poco svanendo, ma le conferiva ancora fascino. Per il momento gli altri corteggiatori tardavano a farsi avanti, e Paolo continuava a nutrire la sua debole speranza, alimentata del resto anche da Claudia con qualche sorriso, qualche sguardo ogni tanto. La divertiva tanto tenerlo sulla corda: mai e poi mai si sarebbe messa con un poveretto come lui, che non poteva nemmeno permettersi uno straccio di villeggiatura. Comunque approfittò di lui per farsi passare il compito di greco.

Parlarle di nuovo? si poteva sempre tentare, rifletteva Paolo. Per non essere udito dai compagni, un giorno, subito dopo l’uscita dalla scuola, pensò di seguirla da lontano. S’era deciso perché Marta era assente col mal di gola, e l’aiuto richiesto da lei per il compito gli sembrava un atto così incoraggiante di degnazione.

Quando furono lontani dagli altri, accelerò il passo e la raggiunse, mettendosi al fianco di lei. La ragazza, niente affatto imbarazzata, esclamò, con apparente sorpresa:

“Oh, Donati.”

Egli invece non sapeva che dire: tutto il suo discorso ben preparato gli era svanito, come al solito, dalla memoria. Era indifeso di fronte a lei. Arrossendo, abbozzò un sorriso. Stavano attraversando il centro cittadino, e il rumore del traffico lo frastornava.

“Claudia, senti... volevo dirti...” cominciò, appena il frastuono si fece meno intenso, “dirti che... domandarti se... possiamo vederci da qualche parte questo pomeriggio... è sabato...” aggiunse, come a dire che non era il caso di preoccuparsi per i compiti. Avrebbe voluto dirle che era bella più del sole, che la vita era nulla senza di lei, che il suo amore era una fiamma inestinguibile. Tutto ciò che la sua ingenua passione gli suggeriva. Ma le poche parole che aveva proferito gli erano costate già troppo.

“Va bene, è sabato, ma abbiamo tanto da studiare. E poi domani non posso far niente: mio padre vuole uscire con la nuova macchina.”

“Un altro giorno, allora?”

“Non so. Vedremo.”

Intanto erano giunti all’elegante casa di lei. La ragazza lo salutò, lasciandolo solo. Paolo rimase a passeggiare sotto quelle finestre, chiedendosi come ottenere un appuntamento? come coglierla in un istante in cui non avesse qualcosa da fare.

Poi lo stomaco vuoto gli ricordò che anche lui aveva una casa, e sua madre avrebbe contato uno ad uno i minuti del suo ritardo, per sottoporlo al solito interrogatorio di terzo grado, condito delle solite imprecazioni, cosa che infatti puntualmente avvenne. Per tutto il resto della giornata, il pensiero di lei continuò ad assillarlo: la sua immagine, viva, reale, raggiante salute e bellezza, gli stava dinanzi, dandogli quasi un senso di oppressione fisica.

I compagni sapevano tutto, ormai. Un giorno si recò a fare i compiti in casa di Falco. L’amico gli disse, con un sorriso né ironico né cattivo, ma che lo irritò ugualmente:

“Eh, eh: così sei sceso anche tu sul sentiero di guerra.”

Il tempo non portò nulla di nuovo. Nelle vacanze di Natale, Claudia andò a sciare a Courmayeur con la famiglia, e fece sapere a tutti i compagni, quelli ai quali interessava e quelli che se ne infischiavano, che sarebbe tornata soltanto dopo l’Epifania.

Paolo passava ormai ore ed ore a sognarla ad occhi aperti. Fu duro per lui dover rinunciare a vederla. Lo distrasse un poco la preparazione, insieme alla mamma, dell’albero di Natale. Doveva stare molto attento a non fare errori: per sua madre era un inetto e non mancava di farglielo notare continuamente. Comunque, con denaro che gli aveva dato suo padre, in un momento in cui la “Salvatrice della famiglia” non guardava, aveva comperato i regali: una cravatta per il papà e un fazzoletto di seta per la madre. La mattina del gran giorno apersero i pacchi. Dai suoi, o meglio da suo padre, Paolo ricevette un’enciclopedia in due volumi. Anche gli altri pacchi a lui destinati, da parte dei pochi parenti ed amici, contenevano libri: tutta la piccola cerchia frequentata dalla sua famiglia conosceva i suoi gusti.

Quella fu una bella giornata che riuscì a distrarlo un poco dalla sua idea fissa. Era contento dei regali, ma soprattutto lo riempiva di gioia infantile l’atmosfera del Natale: l’albero splendente di palloncini in vetro colorato, di festoni iridescenti, di candeline accese, con la stella di cartone dorato in cima, e poi il manto candido che copriva le strade, i visi lieti della gente. Era stato alla messa di mezzanotte con sua madre, e aveva fatto la Comunione. La “Salvatrice della famiglia”, per una volta, era tranquilla. Si agitò solo quando avvenne un piccolo incidente che turbò un poco l’atmosfera natalizia: Paolo inavvertitamente urtò l’albero facendo cadere una bella pallina di vetro viola e sua madre, nel raccattarne i frammenti, ritornò alla sua abituale rabbia verso se stessa e il mondo, mentre suo padre allungava la mano verso il flacone di medicina contro l’ulcera.

Quella sera non riuscì a prender sonno. Il pensiero di Claudia lo aveva assalito di nuovo. Rimase sveglio fino a tardi, ascoltando i rumori della stazione: lo sferragliare dei convogli, il fischio dei locomotori, il clangore degli scambi; e gli parve di udirlo per la prima volta. Poi il suono delle campane che, dalla vicina chiesa, battevano la mezzanotte. Anche quel Natale era passato e non sarebbe tornato mai più.

Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio, squillò il telefono: rispose sua madre, e subito ruppe in esclamazioni di doloroso stupore e in “Gesù mio, misericordia”, in netto contrasto con le esclamazioni che di solito le uscivano di bocca, poi domandò:

“Ma quando è successo?”

E poco dopo:

“Oh Gesù, vengo subito.”

Riappeso il ricevitore, spiegò:

“È morto il padre di Giovanna;” questa era la sua migliore amica “un collasso cardiaco. Tutto così all’improvviso. È disperata. Bisogna che ci vada immediatamente.

“È tardi,” osservò Paolo “ti accompagno, mamma?”

“No, grazie. Resta qui, caro. È ancora Natale, quasi.”

“Ma c’è neve ghiacciata fuori.”

“Mi accompagna tuo padre. Vero, Anselmo?”

“Va bene” rispose l’interpellato, con scarso entusiasmo.

Così Paolo rimase solo in casa, a meditare sul brusco cambiamento di sua madre ogni volta che c’erano di mezzo le amiche. Una vera adorazione aveva quella donna per le sue amiche. Mai nessuna di loro udì alcuna delle imprecazioni e maledizioni di lei, mai nessuna sospettò che in casa, col marito e col figlio, sfogasse la sua paura, le sue frustrazioni, le sue manie. Le amiche erano sacre: si vantava di essere la loro confidente, la consigliera ricercata. Pendevano tutte dalle sue labbra, diceva lei. Quando un’amica veniva in visita —accadeva di rado, ma accadeva —la melassa sembrava dilagare e uscire a fiotti da sotto la porta di casa. Suo figlio era un portento negli studi, suo marito così buono, diceva, e l’amica in visita annuiva compiacente, sorridendo.

Poi la visita terminava e la cappa di piombo scendeva di nuovo su quella casa. Sì, sua madre era così. Magari le visite fossero state più frequenti. Ma anche la casa vuota e silenziosa non era male. Per una volta, Paolo l’aveva tutta per sé. Andò nella sua camera, passò la mano sui libri ben allineati sullo scaffale, come per accarezzarli. Lesse un poco di chimica fisica e si entusiasmò alle peculiari caratteristiche dell’acqua, al legame a ponti di idrogeno che rendeva quel composto, apparentemente così semplice, assolutamente peculiare e capace di costituire il principale mezzo di sostegno della vita.

Ma poi la vita finiva. Si distolse dal libro e si mise a guardare fuori della finestra, nell’aria scura che non lasciava discernere quasi nulla. Ecco, un uomo con una casa e una famiglia, uno come tanti, non ancora vecchio, era scomparso. Non avrebbe parlato più, non avrebbe gioito o sofferto più, non su questa terra. Accade ogni giorno, e ovunque vi siano esseri umani. Paolo trovava difficile concepire una cosa del genere, non capiva la morte. Sapeva che un giorno sarebbe toccata anche a lui, come ognuno sa che la terra gira intorno al sole, e non perde certo il sonno per questo.

I suoi genitori tornarono tardi e la mamma, che aveva sul volto sciupato recenti tracce di pianto, preparò in fretta un poco di cena, e a tavola non fece che commentare il doloroso avvenimento.

Due giorni dopo andò sola al funerale per non rattristare il suo ragazzo. Il dolore dell’amica l’aveva resa, per il momento, gentile e quasi malleabile. L’anno finì malinconicamente, ma ella volle che la famiglia restasse alzata ad attendere la mezzanotte. Seduti intorno al tavolo del salotto, lasciarono scorrere via il tempo, giocando alla tombola con manciate di fagioli per segnare sulle cartelle i numeri estratti, mentre il capofamiglia dirigeva il gioco. La radio trasmetteva musichette e sciocchezzuole, finché venne l’atteso segnale orario che annunciava il tramonto dell’anno di grazia 1950.

Il padre di Paolo stappò la rituale bottiglia, che era economico moscato, e non certo champagne. Vi furono i soliti brindisi e scambi di auguri, mentre la radio trasmetteva qualcosa di simile a una marcetta trionfale e Teresa Donati si sforzava di sorridere e dimenticare quanto fosse penosa la sua esistenza, e quale grave fardello pesasse sulle sue spalle: salvare la famiglia, sorvegliare quel figlio così dif-fic-cil-le e quel marito così debole e taciturno, sostenere e consigliare le amiche, strigliare la casa, difendere il misero peculio per non finire tutti “a pan dimandato”.

Mezz’ora dopo erano tutti a letto, ma un malessere indistinto, angoscioso, tormentava Paolo. Non potendo dormire, si alzò con cautela, accese la luce, sperando vivamente che sua madre non la vedesse, altrimenti lo spreco l’avrebbe mandata in crisi. Preso un libro e un quaderno, restò a lavorare oltre due ore ai compiti delle vacanze.

Dopo Capodanno, il tempo precipitò. In breve giunse la riapertura delle scuole. Una brutta sorpresa attendeva Paolo. Claudia s’era trovata un “ammiratore”: un compagno di classe a nome Carlo Candiani, ripetente, e del tutto insignificante tranne il fatto di essere bruno, alto, ricco.

L’incontro casuale in montagna, fuori dell’ambiente scolastico, il fatto di alloggiare nel medesimo albergo, i begli occhi di lei, non avevano tardato a fare effetto. Carlo aveva esperienza, di donne e di altro (su come marinare la scuola e divertirsi); non era studioso, ma non mancava d’intelligenza; sapeva essere divertente, quando voleva. I due si erano sollazzati a sciare, a compiere escursioni, a raccontarsi i propri dispiaceri.

“Il mio vecchio mi dà pochissimi soldi”, si lamentava lei.

“Figurati: a me danno solo trentamila lire per le piccole spese.”

Infine, mentre i rispettivi genitori erano troppo occupati in ben più importanti faccende che la cura dei propri figli, i due minorenni avevano varcato certi limiti da cui non si torna più indietro. Ora navigavano in pieno idillio: tutti i compagni se ne accorsero alla prima occhiata. Paolo si sentì agghiacciare. Per qualche giorno rimase come inebetito. Era scosso ogni tanto da brividi. Se gli parlavano rispondeva a rovescio. Fu una fortuna che in quel periodo nessun insegnante lo interrogasse.

Lo interrogò sua madre a casa, in compenso. Lei prendeva fin troppo sul serio il dovere di occuparsi della prole. Ogni giorno era terzo grado, con il consueto contorno di maledizioni alla vita, e al giorno e all’ora della nascita, di allusioni ai peccati di una fantomatica vita precedente che le avevano meritato un figlio sciagurato del genere, di “faresti scappare la pazienza a un santo” e di vedrai quando sarò morta”. Egli quasi non l’ascoltava. Pensava se tentare lo stesso la sua dichiarazione, ma si avvedeva che sarebbe stata disperatamente ridicola. E del resto si era già ampiamente dichiarato, ottenendo che cosa?

Claudia e il suo bellimbusto erano sempre insieme. Adducendo a scusa le correnti d’aria, avevano chiesto e ottenuto di poter cambiare posto per essere vicini di banco. Perfino Marta s’era vista mettere da parte. Ma un giorno, circa due settimane dopo la ripresa della scuola, Candiani mancò all’appello.

“Dev’essergli capitato il solito malanno di stagione: speriamo che gli duri un bel po’”, pensava Paolo, che non aveva mai augurato del male a nessuno, prima di quel momento. Ella pareva sperduta senza il compagno, mentre Paolo sentiva il coraggio crescergli sempre più, col trascorrere della mattinata, e ogni tanto si voltava a guardare con soddisfazione il posto vuoto del rivale. Alla fine decise di arrischiarsi a parlarle: forse sarebbe stato crudelmente deriso, ma poteva sciupare un’occasione simile?

Come l’altra volta, dopo l’uscita da scuola, seguì la ragazza da lontano, finché non si trovarono fuori della vista dei compagni. Marta, delusa per il comportamento dell’amica, se n’era andata per conto proprio. Allungato il passo, Paolo si avvicinò all’oggetto di tutti i suoi desideri. Guardandola mentre camminava, sicura ed elegante, si sentiva colmo di tenerezza. Sapeva cosa dirle: il tempo e i tentativi falliti avevano fatto maturare in lui la coscienza del suo amore.

“Ciao, Claudia”, la salutò quasi con disinvoltura, mettendosi al suo fianco.

“Ciao”, ella rispose distrattamente. Paolo notò che camminava più svelta del solito.

“Claudia, è tanto che voglio parlarti... devo dirti che non conosco nessuna che ti somigli. Tu sei come l’aria che respiro.” Tacque, meravigliato di se stesso. Quelle parole gli parvero il culmine dell’eloquenza. Non ne avvertiva l’ingenua retorica, tanto scaturivano dal profondo della sua anima. Attese la risposta, che non si fece attendere:

“Ah, sì?”

Il cuore di Paolo si fece pesante.

“Forse non mi sono spiegato;” riprese, aggrappandosi a un’irragionevole speranza “Claudia, ascolta: tu sei tutto per me. Lascia quell’antipatico individuo e...”

La ragazza si fermò sui due piedi e, lanciandogli uno sguardo cattivo, sibilò con voce stridula:

“Sei matto?”

“Ma io ti voglio bene”, proruppe Paolo con passione, aveva voglia di piangere.

“Non so che farci”, rispose lei, riprendendo a camminare. Egli la seguì, e vide che non stavano facendo la strada che portava all’abitazione di lei. Stavano dirigendosi verso la periferia.

“Non vai a casa?” domandò.

“Vado per i fatti miei”, ribatté Claudia, aspramente, accelerando il passo.

Ed ecco sbucare da una strada laterale una bellissima auto sportiva color rosso fiamma, che si accostò al marciapiede vicino a loro. Da un finestrino si sporse la nera testa impomatata di Candiani.

“Non dovrebbe essere a letto?” pensò ingenuamente Paolo, stupito. Ma ad un tratto capì.

“Tesoro,” diceva intanto la testa impomatata “peccato che la tua vecchia abbia così poco spirito. Potevi venire con me. Sono arrivato fino a Bologna.” Poi parve accorgersi solo in quel momento dell’intruso e domandò, indicandolo con la mano: “Che fa quello lì?”

“Non me ne parlare. È da quando siamo usciti che mi viene dietro”, rispose Claudia, girando intorno alla macchina e aprendo lo sportello. Prima di salirvi, rivolta a Paolo, accennò alla fiammeggiante vettura, e con orgoglio, quasi fosse roba sua, esclamò: “Vedi: è nuova. Gliel’ha regalata suo padre per Natale. Bella, eh?”

“Siete tutte uguali!” il grido era sfuggito dalle labbra tremanti di Paolo prima ancora che se ne accorgesse.

Candiani assunse un’aria bellicosa, mentre Claudia, già mezza dentro l’auto, ne uscì fuori.

“Che vuol dire?” ringhiò a voce bassissima, furente, staccando le sillabe, anzi le lettere, l’una dall’altra”c-h-e v-u-o-l d-i-r-e?”

“Vuol dire... voglio dire... che sei detestabile.”

Lei impallidì, poi mormorò a voce bassa al compagno:

“E tu te ne stai lì come niente fosse?”

Candiani, chiamato a difendere l’onore della “sua donna”, scese e venne a piantarsi di fronte a Paolo.

“Cos’hai detto?” abbaiò.

Il ragazzo diede al rivale un’occhiata dal basso in alto. Ebbe paura, ma riuscì a dominarsi.

“Dico quel che mi pare” rispose, cercando di assumere un tono energico.

Un colpo violento gli esplose nel cranio. Si ritrovò con la faccia voltata di lato, stordito, senza respiro. Prima che potesse riprendersi, un altro pugno lo colpì. Poi la voce beffarda di Candiani:

“Ne vuoi ancora?”

Il sangue gli affluì violentemente alla testa. Sferrò un calcio che andò a vuoto. Fu colpito da un nuovo pugno al viso: la cartilagine nasale scricchiolò.

“Sta alla larga”. lo ammonì l’altro. Poi gli volse le spalle, tornando verso la macchina. Paolo, raccolta la cartella che gli era caduta, la scaraventò con tutte le sue forze.

“Attento”, strillò Claudia.

Candiani, voltatosi di scatto, fece appena in tempo ad assaggiare con la faccia il peso e la consistenza del proiettile. Paolo aveva sempre la cartella più pesante di tutte: si portava sempre dietro molti libri, e quella mattina c’era anche l’atlante, con una bella rilegatura rigida. Chi ha detto che la geografia non serve a nulla? Subito dopo, il bellimbusto ricevette un pugno nello stomaco che lo piegò in due per un momento. Ma praticava numerosi sport, e fu subito in grado di riprendersi. Tempestò l’avversario di colpi, e lo vide accasciarsi al suolo, sia pure a prezzo di un robusto calcio in uno stinco. Zoppicando, risalì in auto gridandogli:

“Morto di fame.”

Non potevano esserci dubbi sul vincitore, anche se Candiani dovette poi farsi medicare la faccia e una gamba.

Solo dopo che la sgargiante automobile si fu allontanata, Paolo riuscì ad alzarsi e si accorse che, a una certa distanza, s’era formato un capannello di curiosi. Rimase qualche istante appoggiato a un muro, poi trovò la forza per staccarsene, raccolse la cartella nella neve sporca e si aggiustò alla meglio la sciarpa, che gli era andata tutta di traverso.

S’avvicinava un vigile urbano. Quando lo vide, Paolo fu assalito da un’irragionevole paura. Attraversò di corsa la strada. Per poco non finì sotto un autocarro: lo stridore dei freni, la bestemmia del conducente, il fischio del vigile, furono altrettante sirene d’allarme per il suo cuore in tumulto. Anche i curiosi gli erano nemici; tutti, tutti, tutti i viventi, tutti, tutti quelli che respiravano. Con una folle corsa, riuscì a far perdere le proprie tracce.

Quando fu abbastanza lontano, si fermò a riprender fiato. Le gambe gli tremavano. Nella sua mente un turbinìo di pensieri, uno più amaro dell’altro: gli scherni, le percosse, l’umiliazione, Claudia che parteggiava assolutamente per quell’altro. Sentì il sangue gocciolare dal naso, il volto tumefatto, l’occhio pesto che gli faceva vedere momentaneamente tutto doppio. Si appoggiò ad un lampione e chiuse gli occhi. All’improvviso una voce estranea lo scosse:

“Guarda quello: quante ne ha prese.”

Due giovinastri dallo sguardo duro, sfrontato, passarono vicino a lui ghignando, deridendo il “signorino con la cartella”. Finse di non vederli, si ricompose più che poté, s’incamminò verso casa, ripulendosi col fazzoletto viso e cappotto, alla meno peggio.

E ora cosa avrebbe detto ai suoi? Per una confessione completa sarebbe stato necessario parlare del suo amore per Claudia, sempre gelosamente nascosto, ma gli faceva troppo male anche solo pensarci. Decise di esporre i fatti press’a poco nel modo in cui si erano svolti, tranne che per il motivo della lotta. “Una dimostrazione di pugilato,” avrebbe detto “spinta involontariamente troppo in là”. Era abbastanza credibile? chissà? “E poi ci siamo riconciliati; ci siamo chiesti scusa a vicenda; non è rimasto nessun risentimento”. Era vitale che sua madre non denunciasse il fatto al preside, che non ci fossero strascichi.

Appena lo vide, ella cacciò un urlo e lo investì:

“Cos’hai fatto? cosa ti è successo? chi ti ha conciato così? Disgraziato.”

Era talmente fuori di sé che dimenticò per un poco gli abituali improperi e maledizioni a se stessa, alla vita e all’universo mondo. Voleva sapere tutto, naturalmente. Il suo cuore materno sanguinava al vedere il figlio ridotto a quel modo.

Intanto la mente di Paolo lavorava. La scusa che aveva inizialmente architettato non reggeva ed era pericolosa. Avrebbe messo in moto un’inchiesta dagli esiti incalcolabili. Sua madre sarebbe andata a parlare col preside. Chissà che bomba sarebbe scoppiata. Idea: quei due giovinastri che l’avevano deriso per strada. Erano stati loro: intanto chi li avrebbe più pescati? chissà dov’erano a quest’ora?

“Calmati mamma, non è colpa mia. Sono stato aggredito.”

“Aggredito da chi? Parla, parla, presto.”

“Un momento. Aspetta che mi sieda.”

Inseguito dalla madre, raggiunse la sua camera, depose la cartella, che era un po’ sporca ma, essendo molto robusta, era uscita dalla lotta in condizioni molto migliori della sua faccia. Sì, e ora bisognava trovare un movente per l’aggressione. Stavano molestando una ragazza, ecco, stavano molestando pesantemente una ragazza. Nessuno interveniva. Le avevano già messo le mani addosso. Lui era intervenuto. Che eroe. —Ma che bugiardo. Normalmente era sincero, ma quello era un caso di emergenza. Non poteva dire la verità. Aveva un’indistinta paura che scoppiasse qualche scandalo, e soprattutto non sopportava l’idea che la storia di Claudia e del suo infelicissimo amore per quella svergognata circolasse più dello stretto necessario. Già immaginava che a scuola sarebbe stato impossibile nascondere la verità. Ma almeno che sua madre ne restasse fuori.

Sì, quella doveva essere la versione ufficiale ad uso e consumo della famiglia. Andò meglio di quanto immaginasse. Dopo il suo racconto frettolosamente messo insieme, sua madre lo bombardò di domande. Voleva sapere dove, come, quando, chi, perché e percome. Egli riuscì a mantenersi sulle generali. C’erano sì stati dei testimoni, ma non sapeva i loro nomi. Tutti sconosciuti. No, nessuno dei compagni era presente in quel momento. Altrimenti avrebbe potuto contare sul loro aiuto (“Stai fresco”, pensò). Sì, ne aveva prese tante, ma le aveva restituite con gli interessi. Uno dei due era andato via zoppicando sostenuto dall’altro che aveva la faccia insanguinata quanto la sua perché lui l’aveva preso in pieno un paio di volte. Quando ci si metteva, nemmeno lui scherzava. E la ragazza? Quella era scappata appena aveva potuto. No, non ci contava proprio che lo cercasse per ringraziarlo. Si era dileguata appena i due maramaldi avevano distolto l’attenzione da lei per concentrarla sull’eroico salvatore, Lancillotto con la lancia in resta, il cavaliere senza macchia e senza paura. Mentre sparava queste balle, cominciava quasi a crederci lui stesso, e la comicità della situazione lo aiutò a risollevare un poco il morale.

Il resto della giornata trascorse fra impacchi d’acqua vegeto-minerale e faticosi tentativi di eseguire i compiti nonostante tutto. Ma l’occhio nero era già quasi tornato alla visione normale: non vedeva più doppio se non molto leggermente e a tratti. Suo padre, quando fu informato da una concitatissima moglie di quanto era accaduto, fu molto orgoglioso di quell’eroico rampollo e gli regalò una piccola somma. Cosa ancor più straordinaria, per l’intera giornata sua madre non disse neppure una volta “vita maledetta”.

Quella sera andò a letto sperando di sognare Candiani espulso da scuola, privato della macchina e ridotto “a pan dimandato”. Purtroppo rivisse in sogno più e più volte, in un’accozzaglia di immagini slegate, la scena selvaggia della colluttazione; gli pareva di non poter fuggire: il vigile, i curiosi, l’autocarro, s’avvicinavano inesorabili, ed egli era come radicato al suolo. L’incubo lo destò con affanno tre o quattro volte nel cuore della notte.

Ma una volta riuscì a controllarlo. Come talvolta avviene, aveva coscienza di essere dentro un sogno. Ripetendosi incessantemente: “Sto sognando, sto sognando”, assunse il controllo dell’azione, volle trasformarsi in un mostro invincibile e sentì che stava assumendo le sembianze del Tyrannosaurus rex, la cui immagine campeggiava su quel volume di paleontologia che non aveva potuto comprare l’estate scorsa. Almeno in quella versione del sogno, Candiani non ebbe scampo. E in quell’istante gli parve di vedere Claudia in preda a un’acuta sofferenza: era incinta e stava per partorire, sola e senza aiuto.

Il giorno dopo era domenica. Paolo ebbe il tempo di finire i compiti e farsi sparire dalla faccia, con intense cure, una parte dei guasti. L’occhio era andato a posto del tutto come capacità visiva. Aveva solo un vistoso alone scuro, ma quello avrebbe impiegato un bel po’ a sparire. La messa fu anche l’occasione per confessarsi. Il sacerdote fu molto comprensivo:

“Caro ragazzo, non si dicono bugie, ma nel tuo caso lo hai fatto anche per far preoccupare il meno possibile la tua buona mamma (“come si vede che non l’ha mai vista in casa”, non poté fare a mano di pensare Paolo). Questa esperienza ti insegni a stare più attento in futuro. Non bisogna lasciarsi trascinare dalle passioni. È proprio ciò che il diavolo vuole da noi, e noi non vogliamo far contento il diavolo, vero? Per la tua penitenza, dirai tre volte il Gloria. E ora l’atto di dolore. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. E non ci pensare più. Gesù ti vuole bene.”

Quello fu un grande sollievo, ma il ritorno a scuola, all’inizio, fu penoso. Candiani era là, tutto eretto, sprezzante, appena segnato dai colpi ricevuti, di cui sembrava si gloriasse. Nel solito assembramento davanti all’edificio prima del suono della campanella, stava raccontando per l’ennesima volta tutta la storia, un po’ riveduta e corretta. Per maggior scorno di Paolo, era venuto con la famosa automobile rossa, che faceva bella mostra di sé parcheggiata lì davanti.

Si capiva subito, vedendolo, che si vantava di aver “difeso” la sua ragazza. Claudia, con cenni del capo, confermava. Intorno al bel Carlo c’erano, fra gli altri, Motterini, il più maleducato e manesco della classe, che adorava simili racconti; Pampalini e Monticelli, due ripetenti come Candiani, di cui condividevano i gusti, se non le larghe possibilità economiche; la Pignardi, una ragazza sottile, bionda, ma di un biondo platinato e artificiale che sapeva di tintura da quattro soldi lontano un miglio, ed era gelida e scostante con tutti, tranne che con Monticelli, del quale era innamorata cotta, non ricambiata; e Giosuè Tartaro, che per una volta aveva messo freno alle sue chiacchiere per ascoltare con attenzione il grande pettegolezzo.

E Candiani a tutti indicava con grandi gesti: ecco l’automobile, quello là è il cretino che ho suonato a dovere, eccetera, eccetera. Quando si mosse, però, zoppicava visibilmente. Ad un tratto Paolo scoppiò a ridere, perché gli venne in mente un gioco di parole che, lì per lì, trovò irresistibile, e lo disse forte:

“È claudicante. Guarda un po’. Chissà perché?”

Tutti risero, anche quelli più tardi, che non avevano afferrato subito la connessione con il nome di Claudia, e che dovettero pensarci su un po’ prima di farci su una seconda risata. Risero anche quelli che un momento prima guardavano Paolo con curiosità mista ad un certo dileggio.

Candiani fece la faccia scura, e parve fare un movimento verso Paolo, il quale però, a quel punto era pronto a tutto. Per prima cosa gli avrebbe tirato un calcio nella gamba già sinistrata, e poi si sarebbe visto se il secondo incontro era destinato a finire come il primo. Anche la cartella, particolarmente dura e pesante, era pronta ad entrare in azione, non meno della batteria dei pugni. Ma le artiglierie non aprirono il fuoco, perché la campanella suonò proprio in quel momento, e Candiani, se non era proprio tirato nella mischia per i capelli, grande e grosso com’era, era solo un vigliacco.

Più tardi, durante la ricreazione, i compagni si affollarono intorno a Paolo per sentire la sua versione, che era semplicissima:

“Sono stato un cretino. Ho seguito quella là per... per parlarle, e ad un tratto è sbucato quel bellimbusto con il suo macinino di lusso. Aveva marinato la scuola. Non gli è piaciuto che seguissi ‘la sua ragazza’ e ce le siamo date di santa ragione. Càpita... agli uomini càpita di picchiarsi per questioni di donne. Non mi era mai successo. Ora faccio parte anch’io del club.”

Il racconto piacque più di quello di Candiani. In genere Paolo non era affatto popolare. I primi della classe non lo sono mai. Ma Candiani era ancor più antipatico. Non piaceva a nessuno. E per quanto nessuno sospettasse alcunché di simile, cominciava a non piacere neppure a Claudia, ora che la foia iniziale stava passando. A parte il fatto che, essendo ripetente, non apparteneva alla “vecchia banda”, quell’individuo suscitava un’invidia feroce, perché la ricchezza ostentata appariva ancor più desiderabile, e quindi più invidiabile, dei bei voti di Paolo, senza contare l’ulteriore carica d’invidia sfrenata per la magnifica conquista femminile. Nella gara dei cattivi sentimenti suscitati nell’opinione pubblica la splendida auto rossa e la chioma rosso-bruna di Claudia pesavano più di una pagella ricca di bei voti.

Quel piccolo mondo studentesco era in fermento, e quasi tutti parteggiavano per Paolo. Appena ebbe raccontato la sua versione, che in effetti non era del tutto completa, perché aveva omesso la sua provocazione, quel “siete tutte uguali” gridato alla ragazza, Paolo ricevette la solidarietà di molti compagni.

“Non prendertela,” cercò di consolarlo Belmonte, indicando Claudia con un moto del capo “non ne vale la pena.”

“Da tanto volevo dirti lo stesso,” confermò Falco “che vuoi ricavare da quella? Ha fatto la civetta con mezza classe. Cosa crede? che la bellezza non sfiorisca? Se ne accorgerà.”

“Certo, sono stato proprio cieco” rispondeva Paolo, ma in fondo all’anima l’amore, infangato, dileggiato, stentava a morire.

Ad inasprire la ferita, durante quella ricreazione, venne Tartaro. Il seccatore si unì a loro col suo solito vacuo sorriso sulle labbra. Interrompendo Falco che parlava, disse in tono di scherno, con una specie di nasale cantilena:

“Donati, mi hanno detto che hai preso delle botte.”

“Le ho anche restituite. Ne vuoi una razione anche tu?” Dopo quella violenta esperienza, stava rapidamente perdendo la timidezza, almeno per il momento.

“Non t’arrabbiare, dicevo così per dire. Potresti essere un po’ più gentile. Siamo amici, no?”

“Lasciaci in pace”, intervenne Belmonte.

“E tu che c’entri?”

“Levati dai piedi,” gridò aspramente Falco “chi credi d’essere? vieni sempre a strusciarti addosso a qualcuno, a fingere condiscendenza. Chi ti cerca? chi ti vuole? cosa ti manca?”

Paolo sentiva rinascere in sé la furia della recente lotta, mentre guardava i due litiganti. Falco aveva all’incirca la sua stessa corporatura, mentre Tartaro era anche più alto e massiccio di Candiani. Ma non accadde nulla. Suonò la campanella: era finita la ricreazione, e tutti rientrarono nelle classi, compreso Tartaro che, non essendo neppure lui un campione di coraggio (e poi erano in tre, con un’aria di chi non ha voglia di storie), preferiva in cuor suo che il litigio svanisse così.

La storia dello scontro continuò a circolare sempre più deformata, finché ci fu chi, in buona fede, credeva che Candiani avesse tentato d’investire Paolo con l’auto, e chi con la medesima buona fede, era certo che uno dei due fosse armato di un pugno di ferro —chissà quale? ma visto chi aveva riportato i maggiori danni sulla faccia, l’armato doveva essere quell’altro, quello con la bella macchina.

Il mormorìo si dilatò, passando dal chiuso delle mura scolastiche alle varie famiglie, cui gli studenti raccontarono, ognuno a modo suo, i fatti. Gli indaffarati genitori ebbero così materia di pettegolezzi, e molti espressero l’opinione che quel Donati —o come diavolo di chiamava —fosse davvero un mascalzone, e che Candiani si era comportato da ragazzo bravo e coraggioso. Si sparse la voce che Paolo fosse un tipo dai sensi troppo accesi, e quelli che avevano delle figlie sentenziarono che alle ragazze per bene conveniva evitarlo. E poi era così povero, vestiva sempre allo stesso modo, vestiti e camicie lise, sempre lo stesso cappotto rivoltato, puah. La sua famiglia viveva quasi come i barboni, e stava a galla solo grazie agli sforzi di economia di quella gentile, affaticata, sciupata, signora Donati. Una donna squisita, che nessuno aveva mai sentito alzare la voce, nessuno aveva mai udito pronunciare una singola parola che fosse men che cortese e angelica. Una santa, dicevano le sue amiche, con un figlio così difficile.

Nei giorni successivi, l’invidia per quell’antipatico di Candiani prese la forma di strisciante sabotaggio contro la mitica auto. Qualcuno cominciò a sfregare distrattamente una moneta metallica sulla smagliante carrozzeria, che si riempì ben presto di brutte righe, e il bel Candiani perdette l’abitudine di andare a scuola in auto. Paolo non ne era responsabile, ma non si può dire che la cosa gli dispiacesse troppo.

Ma la malignità del prossimo si sfogò anche contro un altro bersaglio. Paolo scoprì sull’ultimo banco della propria fila un rozzo disegno scavato col temperino. Una femmina nuda sotto cui erano incise le parole: “a Donati piacerebbe, ma è occupata”. Il sangue gli salì alla testa e comprese perché tanti compagni, nei giorni precedenti, durante la ricreazione, erano andati a contemplare quel banco che, sempre vuoto, non avrebbe dovuto interessare nessuno, e ridevano. Con le unghie, rabbiosamente, cercò di cancellare disegno e scritta, strappando il duro strato di vernice nera. Un frammento gli si conficcò sotto un’unghia. Un dolore acuto.

Corse a farsi prestare un temperino da Andrea Falco, che aveva sempre tutto, e poté così distruggere totalmente l’anonimo capolavoro. Trasportato da un’ingenua indignazione, vi scrisse sotto, graffiando la vernice:”chi fa queste porcherie, abbia il coraggio di firmarle”.

Ma se gli autori della distrutta opera d’arte l’avessero firmata, Paolo si sarebbe stupito nel leggere, accanto al nome di Tartaro, che sapeva capacissimo di simili atti, anche quello di Giovanni Zanelli, per il quale provava una certa simpatia, e che era invece uno dei suoi peggiori nemici, e continuava a ripetere, ad ogni propizia occasione:

“Donati oggi ha dato spettacolo.”

Non aveva mancato di raccontare in casa solo la versione di Candiani, ulteriormente peggiorata a danno di Paolo, che, a quanto sembrava, si era permesso di mettere le mani addosso a Claudia in un tentativo di violenza carnale, o quasi.

Succedeva sempre qualcosa di eccitante in quelle brevi ricreazioni, e anche quella volta Paolo tornò al suo posto, tremante per la tempesta che quel disegno e la velenosa scritta aveva destato in lui.

Il suo rendimento risentì di queste scosse. Un suo cinque, in un compito in classe di latino, fece esultare molti nell’ombra, ma fu un bene, perché lo obbligò a concentrarsi nello studio, strappandolo ai suoi pensieri amari. Ben presto, i suoi voti risalirono alla consueta quota di crociera fra il sette e il nove.

Un conforto inaspettato gli giunse da Marta, l’amica, anzi l’ex amica di Claudia. Tra le due ragazze era sorta una fiera inimicizia per causa del bel Candiani, il quale, dopo una corte serrata a Marta, poi abbandonata perché troppo seria per i suoi gusti, aveva inciampato nell’altra, con miglior fortuna. E l’altra non si era lasciata sfuggire l’occasione di vantarsi della “vittoria” con le compagne.

“Se tu sapessi tutto quello che so io di Claudia... altro che rimpiangerla” ripeteva Marta a Paolo, e gli raccontava dettagli tutt’altro che edificanti. Ascoltare tali parole fu dapprima sgradevole per lui. Ma ben presto si persuase che, tutto sommato, era andata bene così. Ben peggio sarebbe stato se quella specie di arpìa dal bel viso e dalla bella chioma avesse corrisposto alle sue attenzioni. La triste delusione cominciò a impallidire tra i ricordi.

Ma per Paolo non sarebbe stato mai più tutto come prima. Il suo mondo fantastico e dorato dileguava. I sogni ad occhi aperti sempre più rari e sbiaditi, la realtà dei fatti e il bisogno assoluto di adeguarvisi sempre più evidenti e inevitabili. Senza che egli se ne rendesse conto, un oscuro senso di angoscia aveva messo radice in lui: la paura dell’amore, la paura di affezionarsi, d’essere ancora una volta debole e cieco, alla mercé degli altri, delle loro cattiverie, dei loro scherni.

 


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