Genova, 20 Settembre 2017 16.18





 
NARRATIVA

 

Narrativa

31
AGOSTO
2017
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3

Il mattino seguente, benché avesse dormito poco, Paolo non si sentiva affatto stanco. Al contrario era così euforico e pieno di energia che giunse a scuola un quarto d’ora in anticipo. Tutto fu come al solito. Si ritrovò seduto nel banco, e Claudia dietro di lui. La rumorosa indisciplina dei compagni non permetteva un discorso delicato, ma nulla impediva di comunicare per mezzo di bigliettini. Marta non avrebbe potuto curiosare: i troppi dolci ingozzati alla festa l’avevano costretta a restarsene a casa.

La “lectio brevis” di quell’ultimo giorno cominciò in una baraonda ormai tollerata dall’insegnante, che si mise a discorrere con alcuni allievi, mentre altri invano supplicavano per conoscere i propri voti. Paolo estrasse un blocchetto per appunti e scrisse:

“Cara Claudia, ti amo tanto e vorrei chiederti...”.

Subito si fermò, con la certezza di aver scritto una puerilità. E poi se qualcuno l’avesse letto... Lacerato il foglio in minutissimi pezzetti, si mise in tasca i frammenti per disperderli più tardi, fuori della scuola, dove nessuno potesse rimetterli insieme. Questo si ripeté sei volte, prima che la forma del messaggio gli sembrasse soddisfacente:

“Cara Claudia, avrei voluto dirti tante cose, ma finora non ho trovato il coraggio. Posso vederti questo pomeriggio? — Paolo”.

Ripiegato con cura il foglio, lo passò trepidante al banco posteriore. Sentì con delizia le dita di lei sfiorare le sue nel prendere il messaggio. Ecco: il momento era giunto: si sentì battere leggermente sulla spalla, e lei gli porse lo stesso pezzetto di carta malamente ripiegato. Sotto le parole di lui aveva tracciato un grosso punto interrogativo. Nient’altro.

“Che significa?” pensò Paolo con ansia. Forse una richiesta di spiegazioni? Preparò dunque un altro biglietto.

“Cara Claudia, spero di non averti offesa. Desideravo solo offrirti un gelato e stare un po’ con te. Mi sembra che non ci sia niente di male”.

La risposta fu:

“Io adoro i gelati. Dove vuoi che ci vediamo?”.

Accettava. Paolo guardò quasi incredulo il biglietto di lei. Si volse a guardarla. Non gli era mai apparsa così bella e si sentì inondare di gioia. Subito pensò al luogo più adatto all’appuntamento: vicino alla casa di Claudia perché le riuscisse più comodo, ma abbastanza lontano dagli occhi dei genitori di tutti e due. I genitori erano un pericolo, fonte di minaccia e di crudele sarcasmo. L’immagine di sua madre ingigantiva nella mente di lui.

“Era un bambino dif-fic-cil-le”, con il solito imprecisato numero di consonanti doppie, aveva detto subito ad una compagna che, l’anno precedente, era semplicemente andata qualche volta a studiare da lui, senza che ci fosse alcuna intesa sentimentale fra loro. L’estranea andava subito messa in guardia, perché non nutrisse disegni su quel figlio che costava tanto. Una circostanza che Paolo ignorava era che, per maggior sicurezza, sua madre, di nascosto, aveva plasmato una rozza figurina di cera che avrebbe dovuto rappresentare l’estranea e l’aveva trafitta con un bel po’ di spilli, nascondendo poi il tutto nell’angolo più remoto di un cassetto dove soltanto lei era autorizzata a mettere le mani. Ogni ragazza che anche solo potenzialmente si profilasse all’orizzonte era “l’estranea”.

No, per carità, sua madre non doveva sapere nulla dell’“estranea”. O, almeno, se proprio era inevitabile, pensava Paolo, doveva saperlo il più tardi possibile, quando il loro rapporto si fosse consolidato, e meglio ancora quando lui fosse ormai in grado di mantenersi e di andar via da casa.

L’incontro con Claudia doveva essere un segreto. Ogni sguardo, ogni parola una gemma preziosa da custodire e celare a tutti gli altri, un dolcissimo ricordo da tener stretto per sempre. Scrisse ancora sul blocchetto:

“Davanti all’ingresso dei giardini pubblici alle quattro. Va bene?”

Rifletté qualche istante. Poi, gettata al vento ogni prudenza, aggiunse altre sei parole che a Claudia in tutta la sua vita non sarebbero mai più state rivolte con tale appassionata sincerità:

“Ti amo con tutta l’anima”.

Claudia, piena di trionfo, ma anche un po’ commossa (ma solo un po’, pochissimo, quasi niente), non gettò via subito quell’ultimo biglietto. Curvandosi verso il compagno gli sussurrò all’orecchio:

“Sei un simpaticone. Vacci ai giardini. È facile che venga.”

Le parole, il suono della voce, l’alito profumato della ragazza inebriarono Paolo. Il tempo volava, le cose avevano colori più belli, la luce non era più la stessa. Inaspettata per lui suonò la campanella del “finis”. Aveva sognato che quei momenti fossero eterni e dovette riscuotersi. Bisognava tornare alla realtà. Il chiasso dei compagni non gli era mai sembrato così molesto come quando si trattò di uscire e di separarsi da Claudia. Una sottile ansia entrò in lui.

Come puledri all’improvviso liberi, tutti i ragazzi si precipitarono tumultuando fuori dell’aula. Vi fu un gran stropiccìo di piedi, ribaltine dei banchi sbattute, schiocchi di serrature delle cartelle. Molti si affollavano intorno alla cattedra per fare gli auguri di buone vacanze all’insegnante, altri uscivano masticando amaro, prevedendo una brutta pagella. Alcuni si chiamavano ad alta voce. Ovunque incontenibile chiasso e confusione.

Paolo avrebbe voluto scambiare ancora qualche parola con Claudia, ma l’uscita della loro classe e delle altre che si mescolavano via via per i corridoi e le scale fu qualcosa di simile al Niagara. Stordito, si ritrovò in strada e, cercando con gli occhi la compagna prediletta, la vide allontanarsi insieme ad altri. In pochi balzi la raggiunse e le si mise a fianco. La “lectio brevis” era stata così “brevis” che erano appena le dieci. Una bella passeggiata in compagnia sembrava proprio adatta per concludere quella mattinata di festa. Sette ragazzi e tre ragazze. Nel gruppo dominava Andrea Falco, vivace come sempre. Stava attirando l’attenzione col movimentato racconto di una gara di sci cui aveva preso parte l’inverno scorso. Era arrivato ottavo, cadendo rovinosamente a venti metri dal traguardo e tagliandolo in uno strano groviglio di braccia, sci, gambe.

“Il bello è che non mi sono fatto niente, non mi sono rotto nessun osso. Ma sono rimasto così stordito che non riuscivo più a parlare. C’era un tapino all’altoparlante che continuava a ripetere: ‘Il numero, per favore, il numero del concorrente appena arrivato, comunicateci il numero, per favore’. Io non riuscivo a spiccicare parola e pensavo: ‘Possibile che non sappiano leggere?’. Il numero l’avevo sul maglione, davanti e dietro, a cifre grandi così.”

Tutti risero rumorosamente. Paolo pensava a quanto doveva essere bello poter sciare, se solo non ci fosse stato l’incubo del “pan dimandato”. Camminavano in gruppo per il centro. Ad un tratto sbucò davanti a loro un nutrito manipolo di goliardi con i caratteristici berretti. Erano in vena di scherzi e andavano molestando ragazze e passanti. Quando videro i liceali cominciarono ad avvicinarsi, con le mani in tasca, vociando che loro erano le colonne, e che ce l’avevano come una colonna, e se volevano vederlo. Non occorse altro perché Andrea, Paolo e tutti gli altri si precipitassero in rapida e prudente ritirata, prima ancora che qualcuno dicesse: “Gambe, ragazzi.”

“Però erano carini,” osservò Claudia, ansimando un poco “forse non era il caso di scappare così.”

“Ma non ti sei spaventata?” le domandò premurosamente Paolo, un po’ interdetto per l’uscita di lei.

“Io no, volevo solo allenarmi per le Olimpiadi, e tu?” ribatté Claudia ridendo. Aveva sempre la risposta pronta, ed egli non seppe cosa risponderle.

“A proposito di corse,” sparò fuori Andrea “sentite questa. Un signore compitissimo accompagna una signorina all’ippodromo. Alla ragazza vien voglia di scommettere e lo dice al suo cavaliere il quale, sempre compitissimo, studia un po’ i cavalli e propone: ‘Che ne direbbe se ci facessimo una bella accoppiata?’. E la ragazza: ‘Così, in mezzo a tutta questa gente?’.”

Paolo non capì, o meglio, ebbe solo una vaga intuizione di quel che la storiella voleva dire, ma si mise a ridere con gli altri per non passare da allocco.

“Ma Falco!” esclamarono le ragazze.

“Sì, avete ragione,” ammise Andrea “sentite quest’altra, ancora sulle corse. Al momento della partenza, fra il pubblico, intensa aspettativa ed eccitazione. Parte il colpo di pistola. Tutti trattengono il fiato, ma i cavalli non si muovono, anzi cadono addormentati sulla linea di partenza e i fantini crollano dalle selle vinti da un sonno irresistibile. Gran mormorio di delusione, poi una voce si leva dal fondo: ‘C’era da aspettarselo; è da tre mesi che si allenano’.”

Nessuno rise questa volta.

“È scema”, osservò deluso uno dei ragazzi.

“Lo so,” rispose Andrea “come volevasi dimostrare. Le barzellette sono di due tipi: o sporche o stupide.”

“No, di tre;” ribatté Marta, che non aveva riso né alla prima storiella né alla seconda” ci sono anche quelle che sono sporche e stupide.”

“Ah sì? allora sta a sentire questa.” riprese Andrea che non intendeva farsi mettere sotto “L’assessore alla cultura della nostra brillante amministrazione comunale telefona alla Scala per ottenere urgentemente un sostituto per una parte di tenore in un’opera che deve andare in scena qui da noi in capo a due giorni, dato che il titolare si è buscato il mal di gola e non può cantare. Gli passano il soprintendente, il quale avverte: ‘Sa, di tenori c’è penuria’. Risposta lapidaria del valente assessore: ‘Bene, me lo mandi’.”

“Ti concedo che questa è carina;” ammise Marta” ma dove l’hai pescata?”

“È autentica. Basta lasciar parlare i nostri politici, e da ridere ce n’è finché si vuole.”

“O da piangere”, completò Belmonte, che era sempre quello di umore meno allegro in tutta la compagnia.

La passeggiata continuò così per un’ora, fra scherzi e risate, poi il gruppo cominciò a sfilacciarsi, perché le ragazze presero a fermarsi incantate davanti alle vetrine di moda e parte dei ragazzi, con Andrea in testa, andarono avanti, mentre altri, fra cui Paolo, si fermavano ad aspettarle. Poi due dei più impazienti si staccarono dagli altri senza salutare ed entrarono in un bar a giocare al biliardino. Via via che il gruppo si trovava a passare nei pressi delle abitazioni dell’uno o dell’altro, si assottigliava sempre più, finché rimasero in due: Paolo e un tipo alto, bruno, con gli occhiali, piuttosto scontroso, che aveva pochi amici e amava le lunghe passeggiate. Con grave disappunto di Paolo, Claudia era stata fra i primi a tornarsene a casa. Comunque, assetato di compagnia com’era, e poco desideroso di rivedere il resto della famiglia, egli rimase insieme a quell’ultimo compagno e continuarono a camminare senza meta.

Quando si salutarono, mezzogiorno era passato da un pezzo, e Paolo arrivò a casa tardi, ad affrontare gli inevitabili rimbrotti materni e il solito ritornello “vita maledetta”. Ma era tutto eccitato e felice al pensiero del prossimo appuntamento e fece poco caso a ciò che usciva da quella bocca. A tavola mangiò poco e fu distrattissimo, mentre sua madre, che sedeva di fronte a lui, lo scrutava continuamente, intenta a fargli il processo alla faccia. Lo faceva spesso. Paolo aveva finito per considerarlo una specie di amaro gioco. Egli taceva e l’autrice dei suoi giorni si infuriava perché qualcosa nella sua espressione le dava fastidio, finché erompeva in imprecazioni su quell’impenetrabile figlio che le pareva nascondesse malignamente chissà quali inconfessabili segreti, finché giungeva all’inevitabile esplosione di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”. Anche quel giorno, per tutto il pranzo, il processo alla sua faccia andò avanti come da copione.

Dopo pranzo ecco il grave problema: sua madre gli avrebbe permesso di uscire?

“Non lasciarti trascinare troppo presto in amoretti e fantasie stupide. I frutti fuori stagione sono frutti cattivi.” Questo veniva dicendogli da un po’ di tempo, in modo calmo quando era calma, e con contorno di imprecazioni quando era agitata, ciò che avveniva piuttosto spesso. Il figlio era suo e doveva fare quel che voleva lei, o meglio non doveva far nulla. Lei sola lo avrebbe guidato quando fosse “venuto il tempo”. E quando sarebbe stato ciò? Nessuno lo sapeva, a cominciare da lei.

Confidarle tutto? Fuori questione. Era di gran lunga meglio dire che usciva a prendere una boccata d’aria. Naturalmente avrebbe voluto indossare il suo vestito migliore, ma anche questo era fuori questione. Si concesse solo la sua cravatta più bella, anche se un po’ lisa, fra le pochissime che possedeva. Con l’animo pieno di compromessi e sottintesi, abbordò la madre.

“Posso? vado a fare due passi.”

“Dove vai? quando torni?”

“Non so, dipende...”

“Come sarebbe a dire ‘dipende’?”

“Ma sì, dipende... dal tempo.”

“Non fare il cretino come al solito. Non credere di poter giocare d’audaccia con me.”

“Ma voglio solo uscire un po’.”

“Perché quella cravatta? Dimmi dove vai, disgraziato. Hai un appuntamento con qualche impiastro di ragazzetta. Di’ la verità.”

“Ma no, esco, e così puoi riposare in pace.” Il pomeriggio, infatti, sua madre doveva riposare perché era stanca, dopo aver passato la mattinata facendo lo “striglione” di casa. Voleva silenzio assoluto. Ma al tempo stesso proibiva che si chiudesse la porta della camera per attutire i rumori. Quella doveva restare aperta in modo che lei potesse controllare la situazione, perché “non si mai”. Dormire in pace e aver tutto sotto controllo. Così l’infelice marito e il malcapitato figlio dovevano fare ogni cosa in punta di piedi. La soluzione, qualche volta, era quella di andarsene di casa. Poteva essere una spiegazione plausibile per l’uscita. Ma la genitrice non la bevve.

“Mi prendi in giro. Cosa ci sto a fare io qui? lo striglione di casa?” urlò.

“Ma no, adesso non posso nemmeno uscire?”

“Ma dimmi dove vai.”

“Non lo so nemmeno io.”

“Bugiardo.”

“Ora basta, esco. Ciao.”

“Se esci da quella porta non tornare più a casa.”

“Andrò a dormire al ricovero di mendicità e dirò che mi ci ha mandato mia madre.”

“Sei sempre il solito. Vorrei sapere chi mi ha maledetto. Che male ho fatto in una vita precedente? Vita maledetta, maledetta, maledetta. Maledetto il giorno e l’ora che son nata. Che non si possa mai quietare con te.” La voce di lei era stridula.

“Vado a fare una passeggiata. Sono solo contento perché è finita la scuola.”

Ed egli uscì, inseguito da una sfilza di maledizioni, non dirette a lui, ma all’esistenza. Non avendo alcuna fiducia in se stessa, sua madre viveva odiandosi, odiando e tremando. La sua “oculatezza” nello spendere non era autentica avarizia, ma terrore della povertà. La sua ossessiva voglia di sapere e di controllare tutto ciò che faceva suo figlio era un misto di gelosia e di paura. Considerarsi l’indispensabile pilastro su cui si reggeva tutta la famiglia era l’autoinganno di uno spirito instabile e malsicuro. Non pensiamo troppo male della povera donna. Era la prima vittima di se stessa.

Paolo non era un fine psicologo, ma sentiva oscuramente come stavano realmente le cose. E poi era talmente abituato alle uscite di lei da lasciarsi dietro tutto quanto avveniva in casa non appena ne varcava la soglia per avventurarsi nel vasto mondo. Ora poi aveva ben altro cui pensare. Col cuore che batteva forte, si diresse a rapidi passi verso i giardini pubblici. Ad un tratto adocchiò un fioraio ambulante e, dilapidando quasi tutte le sue sostanze, acquistò un mazzolino di fiori da offrire alla compagna. Giunse al luogo fissato con venti minuti d’anticipo e, non potendo star fermo, prese a passeggiare nervosamente su e giù, guardando in continuazione l’orologio, l’unico che aveva e che spesso non portava con sé, nel timore che si guastasse o che glielo rubassero. Venne l’ora tanto attesa, e Claudia non appariva. Le quattro e un quarto: ancora niente.

“Le ragazze non sanno cosa sia la puntualità”, pensava Paolo con un po’ di sussiego, ma un orribile dubbio cominciò a insinuarsi in lui. Volle scacciarlo: tornava con insistenza. Era coperto di sudore per la corsa e il caldo. Cominciò a sentire il fastidio diffuso e indeterminato che si prova nell’incertezza, che ci fa quasi preferire il peggio, pur di sapere, purché sia finita. E al tempo stesso la speranza, contro ogni ragione, continua a tormentarci con i suoi miraggi.

Vennero le quattro e mezza, le quattro e tre quarti. L’attesa si faceva spasmodica. Intanto passavano coppiette di innamorati, che uscivano dai giardini o vi si addentravano fra le ombre amiche delle siepi e degli arbusti. Paolo cominciò a guardarle con rabbia. Un’ultima occhiata all’orologio: erano passate le cinque. Sentì una morsa gelida torcergli le viscere. Certo: lei si era presa gioco del suo amore. Fu in quell’attimo che vide una bella ragazza dai capelli rosso-bruni venirgli incontro: l’angoscia si dileguò d’incanto, si sentì sollevato in paradiso. Affrettandosi verso di lei, chiamò:

“Claudia.”

Quella, alzando il viso, trasalì, svoltò in fretta l’angolo più vicino e scomparve, mentre Paolo mormorava, pieno di vergogna:

“Mi scusi, credevo...”

Si appoggiò alla cancellata dei giardini. Qualcosa di simile all’odio e alla furia distruttiva si stava impossessando di lui. E allo stesso tempo ebbe voglia di piangere.

Si volse di scatto e s’allontanò stringendo in pugno i fiori, stritolandoli. Non seppe mai quanta strada percorse: camminava come un automa. Strade e case, volti e veicoli sfilavano davanti ai suoi occhi e nulla aveva più importanza o significato. Dopo lunghi giri giunse al fiume che attraversava la città. S’incamminò su uno dei ponti fermandovisi a guardare in giù.

L’acqua bassa scorreva lentamente. Vi affiorava ogni tanto un pezzo di legno marcio, una fronda strappata o qualche altro rifiuto. Il vento gli scompigliava i capelli, penetrando sotto il suo abito leggero, ma egli non vi badava. Scaraventò i fiori nella corrente e li seguì con lo sguardo mentre questa se li portava via piano piano, rifiuti in mezzo ad altri rifiuti, verso il Po, verso il mare.

Si distolse di là e riprese a vagare senza meta: il traffico veloce, i passanti frettolosi, il selciato grigio, le case tutte uguali con i muri gialli o biancastri e i tetti spioventi coperti di tegole rossastre, le coppie che passeggiavano tenendosi per mano. Ora prestava attenzione ad ogni particolare, con cura quasi morbosa. Il mondo era davvero ben congegnato, fin nei minimi ingranaggi. Solo un trascurabile dettaglio fuori posto: si erano dimenticati di lui. Perché tutti sembravano avere una creatura da amare e Paolo Donati no? — Ma a che serviva lamentarsi? chi gli avrebbe dato ascolto?

“Perché non è venuta? perché?” si chiedeva con angoscia.

A tratti si raffigurava Claudia gelida e indifferente. Poi non resisteva all’idea. La cancellava dalla fantasia. Gli appariva allora l’immagine della dolce fanciulla spasimante per lui, ma trattenuta dai genitori, dai fratelli... Anche lei aveva forse una madre che spiava ogni sua mossa, ogni piega del suo viso. Le aveva proibito di uscire. Aveva fatto una scenata maledicendo la vita. O almeno, così faceva l’unica madre che lui conosceva. Era così che facevano le madri, era il loro dovere materno. Colpa di lei quell’abbandono? Ma no di certo, povera piccola. Al contrario, ella invocava il nome di lui, rinchiusa in qualche segreta. Ed ecco lui correva a liberarla e, dopo eroica lotta, fuggivano insieme verso terre lontane.

Ma qualcosa era cambiato. I sogni fanciulleschi? dov’era la loro forza, ormai? E come spiegare questo nuovo senso della realtà? questa nuova coscienza dell’immutabilità, della granitica immutabilità dei fatti? Paolo vide, o meglio avvertì, un vuoto, una frattura imprevista, che non si sarebbe sanata mai più, ed ebbe paura.

Anche prima, nell’abbandonarsi alle fantasie, egli sapeva distinguere benissimo fra sogno e realtà. Non era mai stato un visionario. Ma era sempre esistita, o aveva creduto che esistesse, la ragionevole possibilità che il sogno, sia pure in forma diversa da quella avventurosa e fantastica immaginata, si avverasse. La decisione era posposta a un vago “domani”, che la mente poteva dipingere a piacimento. Ora, per la prima volta, il bel sogno di vetro colorato era infranto. La fanciullesca ingenuità viveva ancora in lui, per quanto ferita, ma ormai egli non era più soltanto un ragazzo.

Si era sentito pronto ad amare tutti. Avrebbe voluto far del bene. La vita, forse, non era del tutto squallida e dolorosa.

Ma adesso il mondo gli appariva contorto e disumano. Inutile sperare: stroncate e avvilite le più umili e spontanee aspirazioni. E ora? a chi aggrapparsi? Il miserabile diciassettenne che dà un appuntamento a una ragazza? Gli pareva di sentire le risate dei compagni, del mondo intero, intorno a sé. Eppure per lui l’episodio assumeva un’importanza gigantesca. Aveva cercato di allacciare un contatto umano, un legame d’affetto, un legame con la creatura amata, ed ecco un misero fallimento. Si sentì sperduto e impotente e desiderò morire, con l’incoscienza del ragazzo che non sa cosa significhi morire.

Non restava ormai che tornarsene a casa. Non prendeva sul serio la minaccia materna di non permettergli di rientrare. Era pur sempre sua madre, no? Le madri amano i figli. E lui aveva bisogno di una madre e di una casa. Era tardi. Nel suo vagabondare non aveva più fatto caso all’ora. Non si era neppure fermato, pur passandovi davanti due volte, alla solita vetrina di giocattoli, dove un trenino elettrico tesseva lunghe evoluzioni, sotto gli sguardi ammirati e cupidi dei bambini e dei “grandi”.

Sua madre lo attendeva con la faccia di pietra delle grandi occasioni. La cena era pronta, e fu a tavola che la tempesta scoppiò. La genitrice era esperta nella difficile arte dell’interpretazione fisionomica. Ogni minimo moto della faccia del figlio era sottoposto a rigoroso e continuo scrutinio. Da buona, anzi ottima, madre, quale era convinta di essere, era suo dovere non tralasciare nulla per sapere tutto del figlio e guidarlo in tutto e per tutto. Solo che lui si ribellava sempre. Non diceva nulla, ma proprio per questo era chiara la sua ribellione latente, che occorreva reprimere per il bene di lui. Nessuno meglio di una madre poteva sapere qual era il bene del figlio. Per scienza infusa, per illuminazione divina, lei sapeva cosa doveva dire e fare.

Quella sera la scienza fisionomica materna venne scatenata al massimo della potenza. Il silenzio di lui fece salire la febbre materna alle stelle. Certamente covava qualcosa di terribile, di pericoloso, di orrendo. Il suo istinto materno le gridava che doveva intervenire, presto, presto, presto. La sua voce saliva in crescendo dal ringhio fino all’urlo bestiale.

“Si può sapere cos’hai fatto?”

“Niente.”

“Come niente. Stai fuori tutto il giorno per non fare niente?”

Silenzio.

“Ti vuoi decidere a dirmi cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Maledizione, ma vuoi proprio far morire tua madre?”

Silenzio.

“Poi quando non ci sarò più, te ne accorgerai.”

Silenzio. Una lievissima smorfia attraversò per un attimo la faccia del cattivo figlio.

“Ecco, se ti vedessi, con quella faccia odiosa che hai. Si può sapere cosa nascondi? Vita maledetta.”

Finalmente il cattivo figlio si decise a arrischiare qualche parola.

“Ma se non ho fatto niente. Ho camminato. Vuoi che ti dica tutti i posti dove sono stato?”

“Dimmi con chi sei stato.”

“Ma con nessuno.”

“Bugiardo. Ah, questo figlio mi farà morire. Faresti scappare la pazienza a un santo.” Il sospetto di essere una santa aveva più volte attraversato le latébre cerebrali della madre di Paolo. Non ne era mai stata così certa come in quel momento. Sentiva quasi l’aureola che le stringeva un po’ la povera testa così piena di preoccupazioni e di sacra sollecitudine per quella sua sgangherata famiglia, della quale lei si sentiva l’unico baluardo che ne impediva la totale rovina e la discesa al livello del “pan dimandato”.

Silenzio.

“Ma io ti caccio di casa se continui in questo modo. Cosa credi, che io faccia lo striglione di casa per te? per te, bestia gramma? perché tu vada a torsio con chissà chi?” Mai immemore della sua genovesità, la signora infilava talora nel discorso, specie quando era eccitata, qualche espressione vernacola, come “andare a torsio”, ossia andare bighellonando perdendo tempo e — orrore — sprecando soldi.

Le cena andò avanti al suono di questa solfa fino all’ultimo boccone, gettato giù di premura per finire il più presto possibile.

Finita di ingurgitare la sbobba, il taciturno padrone di casa si alzò da tavola. Presa una doppia dose di medicine contro l’ulcera, andò nel soggiorno ad accendere la radio per seguire la radiocronaca di un’importante partita di calcio. Infatti la squadra locale si apprestava a prenderle di santa ragione dal Milan in notturna, in un incontro per la Coppa Italia.

“Eccolo di nuovo col calcio”, ringhiò sottovoce la matrona, spostando per un momento il tiro dei cannoni.

Anche Paolo si alzò e si ritirò nella sua camera, inseguito dalla madre urlante.

“Cosa credi di fare andandotene mentre ti sto parlando? Ma Dio ti vede, sai? Lui sa quanto fai soffrire una povera madre.”

Egli si voltò verso di lei, cercando di essere più calmo possibile:

“Mamma, non posso dirti quello che non esiste. Se sono andato a fare una passeggiata, sono andato a fare una passeggiata. Non è successo assolutamente niente.”

Il cuore materno si intenerì e passò al registro piagnucoloso.

“Oh, povero mio bambino. Lo vedo che non stai bene. Dimmi cosa ti è successo. Devi confidarti con la tua mamma.”

“Ma se ti dico che non ho fatto niente. Devo inventare qualcosa, allora?”

“Ah, tu giochi d’audaccia. Ti prendi gioco della tua povera mamma.” Il tono era ancora piagnucoloso, ma stava risalendo al livello di una Erinni.

Ma la nuova esplosione durò poco. Dopo qualche urlo e un discreto numero di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”, sua madre sentì di aver speso tutte le proprie energie per la salvezza del figlio e si ritirò in camera a piangere e a domandarsi se non fosse il caso di modellare un’altra immagine di cera da trafiggere con gli spilli. I rumori, per quanto attenuati, della radiocronaca sportiva, cui suo marito teneva tanto, le davano un enorme fastidio.

“E quel besugo non dice una parola. Sta sempre lì con la proposcide appiccicata alla radio per quel maledetto calcio.”

La matrona detestava lo sport. Infatti aveva ottenuto l’esenzione del figlio dall’educazione fisica “perché è tanto delicato”. Inoltre viveva nella persuasione che gli elefanti avessero la “proposcide” e non la comune proboscide. Per qualche ragione, l’idea dello sport in lei si associava sempre all’immagine di un elefante con la “proposcide”, levata in segno di minaccia. Il mondo era pieno di minacce per la povera donna.

Paolo, una volta libero della tenera sollecitudine materna, andò subito a letto. Rapidamente archiviò nel reparto “ordinaria amministrazione” la scenata di un’ora e mezza appena finita e ritornò col pensiero a Claudia. Aveva il cuore gonfio. Quel giorno, che si era annunciato così ricco di promesse, era tramontato su un disastro.

Il sonno tardava, ed egli rimase lungamente sveglio a rimuginare sulla sua lunga e inutile attesa all’appuntamento. Si domandò con angoscia che fare: cercarla a casa? telefonarle? e da dove? non poteva certo usare il telefono di casa. Avrebbe dovuto spiegare alla madre, per filo e per segno, il motivo di quella telefonata, e poi il telefono costa. E i parenti di lei gli avrebbero fatto una scenata? Di certo non avrebbero gradito un corteggiatore come lui, un miserabile sull’orlo del “pan dimandato”. Presentarsi con un pretesto, tanto per sondare l’ambiente; ad esempio fingendo di voler sapere il titolo di un libro? La scusa non stava in piedi. Una come Claudia non era tipo da consigliare letture agli altri, non parlava mai di libri e doveva leggere pochissimo.

Troppi ostacoli, troppe paure gli tagliavano la strada. Sentiva di posare i piedi sul nulla, senza alcun sostegno né materiale né morale da nessuna parte. E la paura più grande, quella che non avrebbe mai ammesso, era la paura di scoprire la verità. Scoprire una Claudia indifferente, innamorata di un altro? o incapace di voler bene a chiunque? Due eventualità una più orrenda dell’altra. Prendere qualsiasi decisione gli fu impossibile. Del resto, che poteva fare? Si rigirò a lungo nel letto senza trovar pace. Lo assalirono tentazioni violente. Resistette pregando con disperato fervore. Le superò, ma la calma non venne.

Una struggente malinconia lo invase: la certezza che la felicità è irraggiungibile, l’impressione di essere in fondo a un pozzo, senz’altro conforto che contemplare con infinito desiderio il breve tratto di cielo lassù in alto. Cresceva in lui l’idea di un insanabile contrasto fra i sogni e la realtà che non si piega ai desideri umani. Nebulosamente intuì che il suo mondo non avrebbe mai più potuto essere quello di prima. Un nodo gli strinse la gola e il pianto proruppe irrefrenabile: pianse a lungo senza consolazione, solo con se stesso. Di nuovo desiderò la morte; pensava al paradiso, un luogo dove non si soffra più. Ma se ne sentì indegno e giurò di confessarsi l’indomani. Intanto si chiedeva: “per quanto ancora? cosa mi riserverà la vita?”.

Alti clangori metallici si levavano a ondate dallo scalo merci. Trascorsero le ore, e solo a notte alta il sonno venne a dargli sollievo.

 


31
AGOSTO
2017
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Il sole era alto, il cielo limpido come cristallo. L’inverno? un lontano ricordo. Presto anche la primavera sarebbe stata un ricordo. Si alzava dalla campagna emiliana e dai giardini della città un odore misto di terra smossa, di fiori e di erbe: il respiro della natura dopo il risveglio primaverile e un presagio dell’estate. Le rondini, volando a stormi in cerchio riempivano l’aria di strida e contendevano ai colombi il posto per il nido nei campanili e sotto i tetti. Una mattina del 1950. Tre giorni erano passati dalla decisione di Paolo di parlare a Claudia, e ancora non aveva mosso un passo: qualche timido complimento, qualche sorriso e niente di più. Mancavano due giorni alla fine delle lezioni: ancora poche ore e l’occasione sarebbe sfumata.

Paolo era assai timido: chiunque se ne accorgeva a prima vista. Per lui, così immerso in quella vita fra casa e scuola, fra l’isolamento dello studio e le costrizioni materne, la timidezza era un’invalicabile barriera: come capire lo stato d’animo degli altri? l’effetto delle proprie parole? ciò che si poteva dire e quello che conveniva tacere? come adattare il comportamento alle circostanze? — Il suo era un mondo di libri, di riflessione, di fantasie. Quando cercava di esternare i suoi pensieri, spesso profondi, i compagni si annoiavano o ridevano. Essere il primo della classe, o comunque costantemente fra i primi, non lo rendeva popolare. L’invidia era sempre in agguato. E i “grandi”, che forse lo avrebbero capito, o almeno alcuni di loro, erano così lontani.

Quando tentava di attaccare discorso con Claudia su un bell’argomento come la caduta dell’impero bizantino, la vedeva appartarsi a ridere con la compagna di banco, Marta, una piccoletta dal viso ovale, con lisci capelli neri, che talvolta faceva tardi a scuola, per pigrizia. Quando Paolo discorreva con Claudia, Marta cercava di distrarla, e lui considerava ciò un gesto ostile. In realtà la ragazza conosceva l’“amica” e aveva imparato a commiserare i ragazzi che se ne innamoravano, specialmente Paolo, che appariva così indifeso.

Come tutte, Claudia si lasciava corteggiare solo da quelli che la divertivano, ma era il penultimo giorno di scuola e la tentazione di arricchire la collezione di cuori infranti fu irresistibile. Quella mattina, durante l’intervallo, mandò via Marta con una scusa e si appartò nel corridoio. Un istante dopo, come previsto, Paolo era già vicino a lei.

“Ti disturbo?” domandò. Vedendola sola immaginava che fosse immersa in chissà quali meditazioni.

“Oh, no”, fu la risposta, ornata da un sorriso incoraggiante.

“Volevo dirti una cosa.”

“Ah, sì?”

“Ma non qui.”

“Va bene. Andiamo sul terrazzo, lì nessuno ci sente.”

Quando furono soli in un angolo:

“Claudia, la scuola sta per finire...”

“Me ne sono accorta anch’io.”

“Sì, ma vedi... ecco... io vorrei...”

Sentendo di fare una magra figura, Paolo arrossì e cercò affannosamente nella memoria qualche brandello del bel discorso preparato con tanta cura. Claudia lo fissava, godendosi ogni momento della sua confusione, e facendo non poco sforzo per non mettersi a ridere. “Ecco,” riuscì a dire alla fine “vedi, vorrei che noi ci vedessimo ancora.”

Uno dei compagni, un certo Icardi, si avvicinò:

“Che ne direste di venire a casa mia questo pomeriggio? Facciamo un po’ di musica. Ne vengono già un mucchio di quelli della vecchia banda.”

La “vecchia banda” era poi tutta la classe, con l’eccezione dei ripetenti, che erano alquanto emarginati.

Paolo si sentì montare il sangue alla testa contro quel guastafeste, ma poiché Claudia aveva accettato l’invito, gli parve di dover acconsentirvi anche lui. In quell’istante suonò la fine della ricreazione. Aveva ancora tante cose da dire: provò a scriverle, e sulla carta le parole si disponevano facili, ubbidienti. Ma poi rifletté che il suo bigliettino sarebbe stato letto anche da Marta e forse anche da altri, e lo stracciò in minutissimi pezzi, che si ficcò in tasca per gettarli più tardi per la strada, in qualche tombino.

Il resto della mattinata trascorse fra chiasso e indisciplina, senza costrutto. Paolo si avviò verso casa, infastidito. Aveva dovuto scartare l’idea di chiedere a Claudia il permesso di accompagnarla, perché la ragazza se n’era andata a braccetto con l’amica, parlandole fitto fitto e ridendo con aria di trionfo. Ma poi egli rifletté che l’invito di Icardi gli offriva un’altra occasione di aprirsi con l’oggetto della sua appassionata adorazione, e il disappunto svanì. Per strada rivide la solita coppietta: questa volta lei aveva una caviglia fasciata e zoppicava appoggiandosi all’innamorato. Ed ecco i suoi sentimenti verso i due mutarono: niente più invidia ma gioia: c’era amore nel mondo, la speranza non era vana.

Arrivato a casa, chiese a sua madre il permesso di recarsi alla festa. Lei tirò su col naso — il suo modo per indicare fastidio — ma non disse di no. Euforico ed eccitato, Paolo indossò con la massima cura l’abito migliore, che non era poi niente di speciale, solo un po’ meno liso degli altri, e uscì di volata. Nello slancio sbagliò strada e dovette compiere un lungo giro prima di arrivare.

La casa di Icardi sorgeva nel quartiere elegante, circondata da viali alberati e giardini. Paolo fu incerto nella scelta dell’ascensore, e finì per prendere il montacarichi: era così bello che sembrava fatto per i cristiani. Prima ancora di suonare alla porta dell’appartamento, sentì voci confuse e un giradischi al massimo volume. Alcune coppie ballavano, la maggior parte dei ragazzi preferiva chiacchierare e ascoltare il frastuono del giradischi, qualcuno fumava. Era per lui la prima festa, e i compagni non gli parevano neppure più gli stessi a vederli così, fuori della scuola, spensierati, liberi.

Ecco Zanelli, quello che aveva sempre le unghie lunghissime, perché gli dava fastidio tagliarsele. Quando era interrogato, prima di ogni risposta gli sfuggiva un prolungato: “Eeeeeee...” di dubbio e incertezza: le parole gli venivano lente, stentate; era teso, nervoso, facile al rossore. Adesso invece parlava, parlava, tutto eccitato e contento, perfettamente a suo agio. Lo studio non era il suo forte.

Paolo sentiva per lui una certa simpatia. Forse ne avrebbe provata un po’ meno se avesse saputo quel che Zanelli diceva di lui:

“Oggi Donati ha dato spettacolo.”

Lo ripeteva ogni volta che Paolo prendeva un bel voto a un’interrogazione, appena tornato a casa. Per lui ogni successo dell’altro era una forma di esibizionismo. Lo ripeteva piano al vicino di banco quando quello veniva interrogato:

“Un’altra esibizione.”

Adesso era lui a dare spettacolo, infilando una sciocchezza dopo l’altra, con la sua voce nasale, sprofondato nella poltrona, le lunghe gambe accavallate, gli occhi grigi accesi dall’eccitazione, le guance in fiamme. Ma nessuno avrebbe malignato: i suoi voti ispiravano ben poca invidia.

Più degno di stima era Elio Belmonte, con il quale invece Paolo tardava a far lega, essendo ambedue di carattere chiuso. Elio era di bassa statura, capelli e occhi neri, lineamenti un po’ irregolari. Troppo sensibile. Appena i compagni davano la stura alle chiacchiere sul sesso, si allontanava a capo basso, con aria quasi di colpa. Ciò destava la loro ilarità.

“Mammoletta” lo chiamavano.

E ridevano, e lo prendevano in giro. Erano ragazzi senza “complessi”, modernamente “educati”.

Fra tutti, l’unico per cui Paolo nutrisse vera amicizia era Andrea Falco: un tipo minuto, vivace, facile allo scherzo, che, per quanto un po’ invidioso dei voti altrui, cercava di nasconderlo e, in fondo, si accontentava della semplice promozione. Paolo gli era assai utile, perché non mancava mai di spiegargli quello che non aveva capito. Lo studio gli pesava e preferiva il cinema: aveva una particolare abilità nel raccontare i film, e non la trama soltanto, ma le scene ad una ad una, con vivezza e precisione, rifacendo i gesti degli attori.

A ricreazione teneva circolo. Paolo provava un vero piacere ad ascoltarlo, poiché non andava mai al cinema. Infatti sua madre, al minimo suggerimento di una spesa non rigidamente necessaria, tirava fuori i ritornelli del “non si sa mai” e del “pan dimandato”. Anche adesso Andrea era impegnato in uno dei suoi racconti, ritto in piedi perché star seduto era un tormento per lui, circondato dal solito crocchio di compagni, ai quali stava spiegando come avesse fatto lo sceriffo da solo a sterminare un’intera banda di fuorilegge. Paolo ascoltava sempre quei racconti rapito, e anche quella volta si avvicinò ad ascoltare, ma mentre il capo dei banditi fingeva di volersi arrendere al braccio della legge e mandava nel frattempo i suoi uomini ad aggirare lo sceriffo alle spalle, e questi, accortosi con mirabile perspicacia del vile inganno, attendeva a piè fermo dietro una roccia con il Winchester spianato, ecco che squillò il campanello e Claudia, sorridendo trionfalmente, fece il suo ingresso nella festa.

Per Paolo svanirono di colpo sceriffi, pistole, banditi, e le andò dritto incontro. Era davvero graziosa, nel suo semplice abitino rosso. Il fiato gli mancò nel guardarla. Ma non era il solo che la stesse aspettando: tre o quattro compagni l’accolsero con grandi sorrisi e le fecero corona, fra essi Icardi che le aveva aperto la porta. Claudia era gentile con tutti, accettava con naturalezza ogni premura come cosa dovuta. Icardi la invitò a ballare e a Paolo non rimase che guardare da lontano il compagno più ricco e fortunato cingerle la vita e portarsela via. Sconforto e umiliazione lo invasero: non sapeva ballare, non aveva denaro, non era né bello né alto. Desiderò esser lontano e si mise in un angolo, fingendosi indifferente.

“Be’, Donati, come te la passi?”

Paolo levò gli occhi: era Andrea. “Che vuole questo seccatore?” pensò, e rispose:

“Non c’è male.”

“Sei promosso di sicuro anche quest’anno, vero?”

“Sì, credo”, mormorò Paolo. Ecco: Claudia con la testa rovesciata all’indietro rideva delle spiritosaggini di un ragazzo bruno e prestante.

“Io sono preoccupato per matematica”, soggiunse Andrea.

“Davvero?”

“Non ho avuto fortuna nell’ultima interrogazione. Quanto mi avrà dato? che ne dici?”

“Che cosa?” Miracolo. Era libera. Piantando in asso l’amico, Paolo si avvicinò a lei. Ma cosa dirle? la sua anima traboccava e la sua bocca era arida.

“Come stai?” riuscì a spiccicare, quasi che non l’avesse vista a scuola poche ore prima.

“Bene”, rispose lei con un piccolo sorriso, e attaccarono la più banale delle conversazioni. Sì, faceva bel tempo; già, le vacanze erano una bella cosa.

Un ragazzo la invitò a ballare e se la portò via, mentre Paolo stava ancora parlando. Ne fu avvilito e infuriato: immaginò di essere alto, atletico, forte, anzi fortissimo. Quello era un covo di spie che avevano rapito Claudia e lui un agente segreto. Entrava col mitra sotto il braccio, cauto e silenzioso come una pantera. Pochi minuti di ferocissima lotta e tutte le spie cadevano crivellate di colpi. Claudia, salva per il suo eroismo, gli si precipitava fra le braccia. Il comandante in persona, il più importante di tutti, lo faceva chiamare per conferirgli di persona una speciale decorazione e per dirgli...

“Un po’ d’aranciata, Donati?”

Tutto come prima: festa, muri, compagni, poltrone, mobili, bicchieri, bottigliette, giradischi che assordava, e Claudia che se la spassava con gli altri.

“Sì, grazie.”

“Meno male. È la terza volta che te lo chiedo.”

Mentre sorseggiava la bibita, Paolo pensò di tentare con Claudia un invito al ballo. Immaginava che avrebbe fatto una figura meschina, ma poteva tenersi in disparte mentre gli altri le parlavano, la prendevano tra le braccia, gioivano della sua compagnia? Appena il disco finì, mise in atto l’idea, ma credette suo dovere avvisarla della propria assoluta inesperienza.

“Non importa: ti insegno io”, ella rispose con l’abituale sorriso, che andò dritto al cuore di Paolo.

Per nulla imbarazzata, gli mostrò come doveva abbracciarla, ed egli, al contatto di lei, fu scosso da un brivido. Mentre Claudia lo guidava con grazia, si sentiva un bastone, rigido, emozionatissimo. Che avrebbero detto i compagni delle sue goffe zampate? cosa ne avrebbe pensato la “dolce fanciulla”? E sua madre? perché mai gli veniva da pensare a sua madre? avrebbe detto che era “scosso”, che nel suo modo di parlare significava “non proprio a posto con la testa”. Pensare a sua madre gli faceva sempre l’effetto della testa di Medusa. Cominciò a pentirsi della propria audacia. Volle dire qualcosa per nascondere l’imbarazzo. Poi gli venne alla memoria di aver letto da qualche parte che “la donna si conquista con lo sguardo”, e tentò di esprimere con gli occhi quello che non osava dire a parole: l’amore in cui aveva riposto tutto il suo sentimento vergine, intatto.

Claudia lo guardava pensando: “Sembra un pesce bollito”.

Alcuni compagni non mancarono di notare quell’atteggiamento di adorazione. Ce n’erano due che, appoggiati al muro con le mani in tasca, fissavano con insistenza Paolo e Claudia. Uno, il più piccolo della classe, nero di occhi e di capelli, con un gran ciuffo impertinente sulla fronte; l’altro, circa della stessa statura di Paolo, aveva tratti meno marcati e aspetto più composto, un sorriso vacuo sempre dipinto sulla faccia. Quest’ultimo si chiamava Leonida Motterini, un pluriripetente, invitato alla festa per misericordia, dato che piativa sempre per non essere escluso. Il nome dell’altro non è stato tramandato alla storia. I due tizi cominciarono a ridere e far commenti sulla nuova coppia.

Paolo, tutto preso dalla vista, dal contatto, dal profumo di Claudia, non si accorse di nulla. Ma la ragazza vigilava sempre, captando, per una specie di sesto senso, ogni sfumatura. Subito s’irrigidì e, poiché dava gran peso alle chiacchiere, fu pentita di aver accettato fra i suoi numerosi corteggiatori, un tipo così goffo: come aveva fatto a non prevedere che un po’ di ridicolo sarebbe ricaduto su di lei? Ebbe cura di mostrarsi subito più gelida, cosa che le riusciva a meraviglia, e di piantare in asso il compagno appena possibile. Intanto era ormai certa della nuova conquista. Poteva già vantarsene con le amiche e — a pensarci bene — quel ragazzo era così svenevole, così scioccamente sentimentale... Cos’è il sentimento nell’era delle macchinette a gettone?

Il voltafaccia di lei ferì Paolo crudelmente. Si guardò intorno: tutti si divertivano. Fra tanti coetanei era solo.

“Forse non so esprimermi,” pensò “forse li annoio: ecco perché nessuno mi guarda”. E si sentì oscuramente umiliato, come se l’avessero sorpreso in flagrante colpa. Come se sua madre fosse lì a gridare: “Vita maledetta”, uno dei suoi ritornelli favoriti, che spuntava ogni volta che lui la deludeva. Era assetato d’amore, senza nulla cui attaccarsi.

Intanto Leonida e l’altro si erano stancati presto di ridere alle sue spalle e avevano rivolto altrove l’attenzione del loro fertile spirito. L’arrivo di Marta fece svanire ogni speranza di colloquio con Claudia: l’amica se l’accaparrò subito con un fiume di chiacchiere. Paolo cercava ugualmente di starle vicino, e la seguiva, facendosi piccolo piccolo in mezzo al chiasso e alle risate degli altri. A un certo punto si trovò insieme a una decina di compagni, fra cui Claudia e Marta, intorno ad Andrea Falco che raccontava una barzelletta, prodigando la sua più irresistibile mimica, con la quale anche le storielle più sciocche diventavano accettabili:

“Un ragazzo e una ragazza, tutti e due in bicicletta, in una strada di campagna, superano un gruppo di amici che camminano a piedi. Poco dopo il ragazzo torna indietro solo, con le due biciclette. Gli amici lo fermano e domandano dov’è la ragazza. E lui: “È rimasta più su, in un prato”. “Ma perché?”. “Ecco, il fatto è che, quando siamo arrivati in un posto solitario, lei si è gettata a terra e mi ha detto: “Prendi di me quello che vuoi”, e io mi son preso la bicicletta e il suo orologino d’oro”.

Mentre Marta e Claudia fingevano di non capire, i ragazzi si buttavano via dalle risate, compreso Paolo, che in verità non aveva afferrato troppo bene il sale della storiella, ma temeva la derisione che i compagni non avrebbero certo risparmiato alla sua ingenuità.

Con un movimento incomposto, qualcuno aveva gettato all’aria i pezzi di un gioco di scacchi pronto su un basso tavolino. Mentre Paolo, che non sapeva cosa fare, li rimetteva a posto usando la mano sinistra, udì una voce:

“Ma tu sei mancino.”

Era uno spilungone, uno degli ultimi della classe, abbonato alle bocciature.

“Sì,” rispose Paolo, a disagio “te ne accorgi solo adesso?” Nella sua mente si formò immediatamente l’immagine di sua madre. “Vita maledetta”. ”Maledetto il giorno, l’ora, il minuto che son nata”. “Sono proprio lo striglione di casa, che nessuno mi dà retta”. “Ma sei proprio scosso”. “In una vita precedente dovevo essere Gengis Khan” (non sapeva con precisione chi fosse questo Gengis Khan, ma doveva essere stato molto cattivo; né aveva idee chiare sulla reincarnazione, ma una cattiva esistenza precedente le sembrava spiegare la punizione di un figlio mancino che non riusciva a raddrizzare). Tutta una panoplia delle sue espressioni favorite.

“Con l’abitudine della scuola... sai?” replicava lo spilungone per giustificare il fatto di non essersi accorto prima del “vizio” di Paolo.

Ormai la freccia era partita, ed altri cominciarono ad occuparsi del curioso fenomeno. Era una classe appassionata alle scienze naturali.

“Dipende dai nervi,” sentenziò Acerra, un biondastro occhialuto, dal volto coperto di pustole, che aveva la media dell’otto in tutte le materie scientifiche.

“Ma i mancini non sono mica nevro... nevrotapici. Ti sembra che lui sia nevrotapico?” intervenne Icardi, che amava le parole difficili, specie quelle che non capiva.

“Si dice nevropatico, che significa...” cominciò Acerra.

“Scosso”, pensò Paolo, che aveva sempre davanti a sé il fantasma ringhiante della madre.

“... ‘sofferente nei nervi’, in pratica una persona con disturbi mentali, che non è proprio il nostro caso...” continuava Acerra serio serio, col tono del primario di fronte allo studente ignorante “in qualche punto i fasci nervosi della parte destra del cervello passano a sinistra...”

“... ‘emisfero’ si dice, non parte...” corresse qualcuno ancor più primario di Acerra.

“... e quelle della sinistra passano a destra…” continuò Acerra imperterrito (non aveva neppure sentito) “così, se adoperi meglio la mano destra vuol dire che nel tuo cervello comanda la metà sinistra e viceversa... dipende dalle fibre nervose, da come s’incrociano le fibre... che c’entra la nevropatia?” concluse trionfante.

“Ma perché una parte deve comandare? non possono andare d’accordo?” osservò Marta, con finta ingenuità. Quella spiegazione le sembrava ridicola, per il tono saputello con cui veniva pronunciata. Lei ci si divertiva e voleva provocare Acerra, indurlo a continuare lo sproloquio. E lo sproloquio continuò, con una lunga spiegazione dell’anatomia del cervello, con il cervelletto, il midollo spinale, i bulbi, i gangli, i neuroni e tutto il resto. I compagni cominciavano ad annoiarsi, e Motterini volle introdurvi uno dei suoi brillanti scherzi:

“Fibre, eh? non sapevo che fossi un tipo fibroso, eh, Donatello, ih, ih, ih.” Vedendo che nessuno rideva, s’allontanò fischiettando con aria di sovrana indifferenza.

“Io ho mia madre che è mancina, anzi ambidestra,” osservò Falco “avrei potuto esserlo anch’io, perché mi ricordo d’aver letto che la cosa è ereditaria.”

“Io non vorrei esserlo”, asserì Zanelli.

“Perché?” volle sapere Falco.

“Così... non vorrei essere diverso dagli altri... non vorrei dare spettacolo...”

Era proprio quello stava pensando Paolo. Avrebbe pagato qualcosa, se avesse avuto qualche lira, perché i compagni cambiassero bersaglio, specie ora che Claudia si era messa ad osservarlo, con un misto di ironia e di compatimento. Ma gli sollevò lo spirito la risposta di Falco:

“E con questo? Leonardo da Vinci era mancino.”

Finalmente si decisero a parlare d’altro: progetti per le vacanze, calcio, canzoni. Prevalse ben presto la passione emiliana per i motori. Alcuni di quei ragazzi, appena varcati i diciotto anni, avevano preso la patente, precocità che nel 1950 (l’auto, anche se andava rapidamente diffondendosi, rappresentava ancora un lusso) era piuttosto rara. Icardi e Zanelli, cui i genitori avevano già concesso un’automobile tutta per loro, cominciarono a vantarne i pregi. Un altro raccontò la storia di quando s’era trovato al volante della macchina di papà, presa senza permesso, al passo del Bracco sotto la pioggia e con la benzina a zero e aveva fatto la discesa a motore spento fino al distributore più vicino, mentre la ragazza che lo accompagnava, alla quale aveva promesso di far provare l’emozione di una corsa in auto, giurava solennemente, verde dalla paura, di non metter mai più piede su un veicolo a ruote.

Qualcuno, più intellettuale, preferiva a queste chiacchiere appartarsi a parlare di musica — altra passione emiliana. Paolo si unì a questo gruppo, nel quale erano Belmonte; un certo Marchisio che riusciva benissimo in lettere e aveva quattro in matematica, ed era stato “destinato” dai lungimiranti genitori alla facoltà d’ingegneria; e Giovanni Lucchese, un tipo capace di ascoltare musica classica per dodici ore consecutive, finché il giradischi non era sul punto di fondersi, e, siccome i suoi condividevano la stessa passione, in quella casa si pranzava al suono della Pastorale di Beethoven e si facevano i compiti con Mendelssohn, Smetana, Bach e Vivaldi.

“Paganini è trascurato,” asseriva Lucchese “nemmeno metà delle sue composizioni è conosciuta, eppure è un grande compositore, non solo un virtuoso.” Parlava quasi con irritazione, come se gli avessero inflitto un affronto personale. Ogni tanto sentiva il bisogno di partire, lancia in resta, in difesa di qualche autore secondo lui non abbastanza apprezzato. Una volta, mentre leggeva una storia della musica, aveva scaraventato il libro contro il muro perché l’autore aveva osato mettere sullo stesso piano il divino Brahms e Berlioz. Quest’ultimo era un grande compositore, certo, ma non da potersi paragonare al sublime genio di Amburgo. Considerava Weber superiore a Wagner, cosa del resto normale, perché Wagner è popolare a Bologna, città che, pur essendo la più importante della regione, non capisce nulla di musica.

“Veramente” obiettò Marchisio “non mi sembra tanto eccelso. È tutto tecnica. Tolta quella, addio.”

“Ah, sì?” ribatté Lucchese “qualunque artista è finito senza la tecnica, senza l’umiltà dell’artigiano. Lo stile è conseguenza di una perfetta padronanza della tecnica, in qualunque arte, non solo nella musica. Senza la complessa tecnica della ciaccona l’ultimo movimento della Quarta di Brahms sarebbe molto diverso e quasi certamente inferiore. Beethoven ha rifatto più di duecento volte uno dei temi della Nona. Rossini diceva: ‘Il genio è sgobbare’.”

Mentre la discussione continuava in tono un po’ acceso, Paolo ascoltava ammirato i compagni, e specialmente Lucchese, che, in fatto di musica classica aveva una cultura senza fondo. Al tempo stesso si rammaricava di non possedere neppure un giradischi. Il grammofono paterno a manovella e i pochi dischi a settantotto giri di musica operistica di suo padre lo interessavano relativamente. Doveva accontentarsi di qualche concerto alla radio, ma questo svaniva nell’aria, lasciando in lui una dolcezza che non avrebbe provato mai più, perché chissà quando il medesimo pezzo sarebbe stato eseguito di nuovo. Ma un giradischi no, perbacco, un lusso sfrenato del genere era fuori questione; e che? si voleva forse ridurre la famiglia “a pan dimandato”?

Si andava facendo tardi, e qualche coppietta cominciò a ritirarsi negli angoli. Un profondo malessere si stava impadronendo di Paolo: i suoi occhi si volgevano continuamente a Claudia, mentre tutto il resto diventava insignificante. Grazie al cielo, non la vedeva appartarsi con nessuno: che avrebbe fatto se questo fosse accaduto? cosa poteva fare? meglio non pensarci. Le smaglianti fantasticherie non venivano come al solito a dargli sollievo: nessuna città da salvare, nessun atto eroico, niente.

Icardi, vedendo che qualcuno si annoiava, come sempre avviene in una compagnia prevalentemente maschile, in cui pochi trovano compagnia femminile e gli altri restano a bocca asciutta, propose il gioco “della bugia”. Parecchi sedettero intorno al tavolo più grande, sgombrato alla meglio da bottigliette, bicchieri, vassoi, portacenere. Anche Claudia si unì al gruppo. Paolo la seguì cercando di mettersi al suo fianco, ma altri lo precedettero e, in mancanza di meglio, a lui non rimase che sedersi al lato opposto del tavolo, per averla almeno di fronte. Icardi mescolò due mazzi delle apposite carte dalle figure multicolori e le distribuì. Ogni carta rappresentava un oggetto diverso, ma legato ad un certo tema. I temi erano cinque, cui corrispondevano altrettanti gruppi di carte.

Il primo giocatore a destra di Icardi mise sul tavolo una carta con la figura coperta, dichiarando a quale gruppo apparteneva. Gli altri continuarono il giro, deponendo una carta coperta ciascuno, sempre del medesimo gruppo, se possibile. Chi ne era privo doveva metterne giù una qualunque, ma a suo rischio, perché bastava che un giocatore gridasse “bugia” per costringerlo a prendere tutte le carte in tavola. Ma anche lanciare l’accusa era rischioso, perché, se la carta risultava del gruppo dichiarato, l’incauto accusatore subiva la penalità. Tutto il divertimento consisteva nello scoprire le bugie degli altri e nel saper mentire al momento giusto: una breve sintesi del gioco della vita.

Fra strilli e risate, quel gioco d’astuzia andava avanti finché vinceva quello che riusciva per primo a restare senza carte. Paolo era infastidito: una bugia, sia pure per scherzo, lo infastidiva. Non vinse neppure una volta. Solo gli occhi di Claudia lo trattenevano lì seduto. Quando ella s’illuminava di un sorriso (che era poi un sorriso di compiacimento per averla fatta franca nel raccontare bugie), un’onda di tenerezza colmava la sua anima.

Il buio invadeva le strade, rischiarate ormai dalla luce elettrica. Anche quelle ore, che avrebbero dovuto essere di svago, non erano ormai che un ricordo. Il tempo macina la realtà e la trasforma in ricordo, poi a poco a poco distrugge anche il ricordo. A gruppetti, ancora ridendo e scherzando, ragazzi e ragazze lasciarono la casa di Icardi e si dispersero in direzioni diverse.

Paolo seguì Claudia, che era accompagnata da Marta e da alcuni ragazzi. Camminarono insieme per un buon tratto, ed egli giurò dentro di sé che il giorno dopo le avrebbe chiesto un appuntamento. Intanto cercò di attaccar discorso con qualche frase stereotipata. Fu colpito dal tono con cui la ragazza gli rispondeva: dolce, suadente, quasi invito e preghiera. Chiunque altro avrebbe capito che lo stava prendendo in giro, che lo trovava ridicolo e voleva divertircisi ancora un po’ prima di gettarlo via come una bambola rotta. Ma Paolo volava nel suo sogno inebriante, la terra non esisteva più, i mormorii dei compagni non lo ferivano.

Il profumo della gioventù: sembra d’essere sulle tracce di un immenso mistero, grandi destini ci attendono e gli occhi altrui ci sono fissi addosso aspettando da noi chissà cosa. E poi?

Sulla via del ritorno, Paolo passò vicino allo scalo merci, che fino a poco tempo fa usava attraversare per giungere più presto a casa. Eppure i treni gli incutevano una strana paura: quei mostri d’acciaio erano per lui il simbolo stesso del terrore. Ne era affascinato e irresistibilmente attratto come da un gorgo senza fondo. Frenava l’impulso di attraversare i binari solo da quando un ferroviere l’aveva inseguito urlando:

“Incosciente. Se ti pesco un’altra volta...”

Anche sua madre era irata come quel ferroviere, e lo accolse tirando su col naso: segno di tempesta.

“È questa l’ora di rientrare a casa? La cena è già fredda, impiastro, bestia gramma. Cosa credi? che io sia lo striglione di casa? E muoviti, sei ancora lì? Vita maledetta. La pazienza di Giobbe ci vuole con te.”

Ma la continua violenza verbale dell’essere femminile che l’aveva messo al mondo non guastò l’umore di Paolo. C’era abituato. Le immagini della giornata continuavano a ruotare nella sua testa, e gli apparivano sempre più belle man mano che il trascorrere del tempo rendeva i fatti indistinti e lontani, sì che attimi banali gli parvero splendidi e si rimproverò di non aver saputo apprezzarli.

Ma c’era il domani: quante cose belle domani. Le vacanze, l’appuntamento con Claudia. Si sarebbero scambiati i propri piccoli preziosi segreti, avrebbero passeggiato tenendosi per mano come le altre coppiette. La vita era davvero meravigliosa.

 


31
AGOSTO
2017
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La luce-copertina1 copia

 

Primi anni Cinquanta. In una piccola città dell’Emilia rossa, vive Paolo, un ragazzo intelligente e sensibile, e come tutte le persone intelligenti e sensibili è destinato ad avere qualche problema, specie quando i genitori mancano delle qualità essenziali per farlo crescere fiducioso in se stesso. Infatti, un ragazzo che cresce dovrebbe avere come riferimento un padre capace di consigliare e guidare, di essere di un punto di riferimento. Ma che avviene quando il padre è privo di energia, mentre la madre incombe come un incubo, divorata da un’avarizia senza limiti e pronta a dare in escandescenze in famiglia per i più futili motivi, mentre riserva ipocrita dolcezza e buona educazione solo agli estranei? Paolo aspira, come tutti, alla serenità e alla felicità, che di quando in quando sembrano sfiorarlo. Riuscirà a raggiungerle?

Già edito dalla ECIG di Genova e attualmente esaurito, il romanzo viene qui riproposto per intero, a puntate, capitolo per capitolo. I capitoli sono 15 e ne verrà pubblicato uno ogni settimana, la domenica.

Se per caso qualcuno dei nostri ventitré lettori e mezzo fosse interessato, ecco il Capitolo 1.

 

1

 

La luce inondava l’aula in quelle mattine di giugno, quando gli studenti della seconda liceo classico rumorosamente vi irrompevano, prendendo posto nei banchi scavati dai temperini di tanti predecessori. Alcuni dei più vecchi recavano forse i segni di coloro che, divenuti ora grandi e importanti, figuravano tra i maggiorenti della città. Ma i ragazzi, né grandi né importanti — non esisteva ancora la “contestazione” —, non si perdevano in meditazioni archeologiche. Un solo pensiero li elettrizzava: “tra poco finirà la scuola”.

 

Mantenere la disciplina diveniva in quei giorni una dura fatica. Espulsioni, minacce, rapporti, non frenavano i più scatenati, quelli il cui rendimento era stato così misero che non avevano più nulla da perdere. Altri all’euforia di quelle giornate univano l’irrequietezza del primo amore: le poche ragazze di quella classe, in prevalenza maschile, erano tutte accerchiate da goffi corteggiatori. Alcuni restavano tranquilli in disparte, ma in generale c’era un’effervescenza mal contenuta, un ribollire d’energie, di confusi propositi, di grandi speranze, di idee bizzarre, d’infiniti castelli in aria, in tutte quelle menti giovanili che già si credevano mature ed esperte.

 

Paolo Donati entrò nell’aula con i compagni una di quelle mattine; sedette nel proprio banco, il secondo della fila di centro, ed estrasse i libri dalla cartella, preparandosi alla lezione. Il sole lo infastidiva e alzò la mano per riparare gli occhi. Sapeva che il disagio sarebbe durato poco: la calda striscia dorata si spostava lentamente verso il banco posteriore. Egli conosceva i grandi cicli naturali solo attraverso la scuola. Non era mai stato in villeggiatura, lusso che i suoi non potevano concedersi, o forse sua madre non voleva si concedessero, perché aveva un sacro terrore di veder calare i magri risparmi, messi da parte centesimo su centesimo. La grande paura: trovarsi “a pan dimandato”, come ella soleva dire, cioè a dover mendicare.

 

Sua madre annotava accuratamente ogni minima spesa su un’agenda, e ogni sera faceva la somma e confrontava il totale coi giorni precedenti, per esser certa che non ci fossero indebiti aumenti o “gonfiori”, come lei diceva, nel rigagnoletto di soldi che ogni giorno, purtroppo, usciva dalla fortezza da lei presidiata, e che le sembrava sempre uno spaventoso dissanguamento. In chiesa era distratta dagli ori delle decorazioni, e si chiedeva: “quanto varranno?”. Peraltro era una donna molto religiosa, e passava molto tempo inginocchiata sulla predella del confessionale a raccontare al prete quante preoccupazioni le dava quel figlio sempre ribelle e “dif-fic-cil-le”: una parola, che per qualche motivo noto a lei sola, pronunciava con un imprecisato numero di consonanti doppie. Per chiamare “bestiaccia” il figlio, cosa che rientrava nelle prerogative di una buona madre attenta alla correzione della prole, diceva “bestia grama”, o meglio “bestia gramma”. Aveva infatti qualche problema con le doppie, e dire che non era neppure sarda.

 

Quando mandava il marito o il figlio a fare una commissione, non si limitava a raccomandare di spendere il meno possibile. Nel porgere la lista della spesa, corredata in ogni punto dalla stima di quanto si doveva spendere, aveva un gesto istintivo: quello di afferrare. Qualunque cosa stesse porgendo a qualcuno, fosse pure un semplice foglietto di carta, l’istinto le ordinava di riprenderselo, non appena l’altro accennava ad allungare la mano per ricevere l’oggetto. La notte, quando era sveglia, calcolava e architettava cosa si potesse fare per risparmiare e accumulare. Forse la famiglia non era tanto povera, ma viveva come se lo fosse, mentre ella carezzava dentro di sé la granitica convinzione di essere l’unico baluardo che si frapponeva tra loro e la totale rovina. In segreto sentiva di meritare il prestigioso titolo di “Salvatrice della famiglia”. Guai se avesse lasciato fare a quel beota di suo marito, capace solo, quand’era a casa, di ascoltare le radiocronache delle partite di calcio: una circostanza che le dava un enorme fastidio.

 

Tutto il mondo di Paolo si divideva tra casa e scuola. In quelle mattine il sole era per lui la striscia luminosa che, attraversando i vetri, rivelava la danza del pulviscolo atmosferico e si spostava via via da un banco all’altro, per tutta l’aula. Questa era uno stanzone dalle pareti intonacate di giallino sino a un metro e mezzo dal pavimento, il quale era di graniglia scura assai consunta e irregolare. Il resto delle pareti e il soffitto biancheggiavano di calce. A chi per caso avesse desiderato tornare a casa col vestito decente conveniva stare alla larga dai muri che regalavano l’intonaco un po’ troppo volentieri. I banchi in tre lunghe file fronteggiavano la cattedra che sulla sua predella sembrava una fortezza assediata. Al di sopra di essa era appeso alla parete un crocifisso, cui ben raramente veniva rivolto uno sguardo. La lavagna nera, sempre coperta di segnacci bianchi mal cancellati, e alcune grandi carte geografiche dai colori un po’ smorti completavano l’arredamento di quel tempio del sapere.

 

Paolo si univa di rado al chiacchierìo dei compagni durante gli intervalli e prima dell’inizio delle lezioni. Non era alto, cosa cui le ragazze sembrano attribuire grande importanza. Aveva capelli biondo-cenere, dorati dal sole in quel momento, i suoi lineamenti erano comuni. Dalla sua persona non emanava alcun fascino particolare. Non possedeva automobile, naturalmente. La mamma non l’avrebbe permessa neppure se fosse stata economicamente alla loro portata. E forse lo era, ma nessuno doveva saperlo.

 

Infine, i difetti di Paolo erano completati dal fatto di essere troppo giovane: altro motivo per cui il gentil sesso non si curava di lui. Era avanti di un anno negli studi, e ciò lo aveva messo a disagio di fronte ai compagni, se non più maturi certo più smaliziati. Sua madre aveva avuto fretta di iscriverlo a scuola, non vedeva l’ora che prendesse la maturità. Nei suoi piani lo aveva destinato a diventare magistrato. Ma Paolo non pensava a cosa avrebbe fatto dopo la scuola. Aveva già abbastanza problemi, anche se la situazione non era più così seria come quattro o cinque anni addietro, quando cominciava ad avvertire i primi turbamenti della pubertà.

 

I suoi compagni l’avevano già superata. Egli non capiva certi discorsi, e spesso ne era sconvolto. Gli altri, scoperto il suo punto debole, ne avevano fatto il bersaglio preferito dei loro scherzi. Il suo carattere si era chiuso sempre più. Il tempo aveva poi rimarginato la piaga. Ma la cicatrice era rimasta. Facilmente Paolo si avviliva: una parola, un’occhiata bastavano a ferirlo. Era figlio unico: sua sorella, che era quasi una seconda mamma, e molto più affettuosa della prima, gli era morta all’età di sedici anni, nel 1944. Era stato il maggior dolore della sua infanzia.

 

In casa parlava poco. Raramente si confidava con sua madre. Temeva di non essere compreso, come di solito accadeva. Finito di parlare e di spiegare qualcosa, era come se non avesse detto nulla. Soprattutto lo tratteneva una sorta di timore misto a vergogna, specie dopo aver udito qualche discorso lubrìco, ciò che a scuola avveniva spesso. Amava gli animali, in particolare gli uccellini, e avrebbe desiderato tenerne uno. Ma sua madre gliel’avevano proibito, perché “le penne in casa portano pene”. Altro buon motivo di timidezza l’oscura “colpa” d’esser nato mancino, “vizio” che ella aveva tentato di estirpare, con ammonimenti e colpi sulle mani.

 

A volte egli sentiva slanci d’amore verso il mondo intero: poter difendere la giustizia, compiere qualcosa di grande e benefico. Poi la fiamma languiva. Amava la solitudine, desiderava la compagnia, ascoltava gli altri, si sognava grande e si ritrovava piccolo. Tutta l’incostanza dell’età si univa a un carattere sensibile e assetato d’affetto.

 

Entrò l’insegnante di lettere e si fece silenzio. Tutti si alzarono in piedi: allora usava così. Era la più anziana e paziente, forte di un’esperienza di tutta la vita, la sola capace d’imporsi senza alzare la voce e senza ricorrere a castighi. Paolo aperse il testo di greco per seguire le interrogazioni dei compagni, ma non vi riuscì. I suoi pensieri erano trascinati da un’onda irresistibile verso la ragazza del banco dietro al suo, che i caldi raggi cominciavano ora a lambire. “Fra poco lo avrà negli occhi,” pensava “ma i suoi capelli splenderanno in pieno sole”. Il desiderio di voltarsi a guardarla e il timore di un richiamo dell’insegnante combattevano in lui. E poi i compagni non l’avrebbero deriso, vedendolo innamorato?

 

Una mano gli sfiorò la spalla. Si voltò di scatto e vide gli occhi scuri, la bocca rosea, i capelli rosso-bruni che ricadevano sulle spalle di Claudia.

 

“Donati, vuoi accostare le persiane, per favore?”

 

Chiesto il permesso all’insegnante, egli si alzò ed eseguì, felice perché Claudia Maltese, la compagna prediletta, si era degnata di rivolgergli la parola. “Devo dirle quello che sento,” pensò “lo devo assolutamente”.

 

Non poteva tenere più a lungo il suo segreto. Ma come esprimersi? Mille volte aveva architettato un discorsino adatto, ma dove trovare il coraggio? e la terribile delusione di una ripulsa? e le beffe degli altri? Forse avrebbe tentato, ma non subito, non subito: l’ultimo giorno di scuola, per non essere più costretto a vedere i compagni, che avrebbero avuto l’intera estate per dimenticare il suo fallimento, invece di seppellirlo subito sotto una montagna di ridicolo. Per il momento si sentì di arrischiare solo qualche timida allusione. Volgendosi cautamente, le sorrise. Fu ricambiato e gli parve di sfiorare la felicità.

 

Il resto della mattinata passò senza nulla di nuovo fino all’ultima ora, quando fu interrogato in storia. La Riforma, un doloroso ma inevitabile passo verso la modernizzazione, la Santa Inquisizione, mamma mia quant’era cattiva, la Rivoluzione francese, il passo decisivo verso liberté, egalité, fraternité. Rispose bene, secondo quanto gli avevano insegnato e c’era scritto sul libro di testo, opera di un frammassone e pubblicato da una casa editrice il cui proprietario era Gran Maestro in una delle più influenti logge dell’Alta Italia, che si era votato ad erudire i pupi perché non prendessero cattive pieghe cattoliche. Paolo, non avendo mai potuto sentire altre campane, credeva a quanto era scritto nel libro, aveva studiato e prese un ottimo voto, felice che Claudia lo vedesse far bella figura.

 

Al momento di uscire si arrischiò a sorriderle di nuovo, ma la ragazza, infida quanto il testo di storia, non lo guardò neppure. Stava discorrendo di un certo profumo con una compagna e non gli badò affatto. Fu per lui come ricevere uno schiaffo, come quando lo picchiavano sulle mani perché era mancino. Se ne andò rapidamente senza guardare nessuno.

 

I compagni che scendevano le scale a precipizio gli sembravano tartarughe. Avrebbe voluto poter volare, per levarsi al più presto di lì. Finalmente fu in strada e si allontanò correndo verso casa. Era l’una, ma non aveva fame. Claudia non l’aveva guardato: una giornata perduta. L’impressione di quel meraviglioso istante, quando lei aveva ricambiato il suo sorriso, doveva essere falsa. Forse, e questo pensiero gli dava un dolore quasi fisico, forse Claudia amava un altro. Cominciò rabbiosamente a passare in rassegna i compagni che le facevano la corte per scoprire il pericoloso rivale.

 

Poi una coppietta che camminava davanti a lui attrasse la sua attenzione. Gli parve un simbolo: la gioia agli altri concessa, a lui negata. Si accorse di camminare troppo in fretta, per l’agitazione che l’aveva preso, e rallentò il passo, mettendosi dietro ai due, che si tenevano per mano. Adesso era spettatore delle loro effusioni. Immaginò Claudia al posto di quella ragazza, ma lei non era contenta, e lo chiamava in aiuto perché la liberasse da un corteggiatore sgradito. Ecco che li raggiungeva con un balzo, ingaggiava una virile e selvaggia lotta col rivale, che infine si abbatteva boccheggiante e sconfitto. Claudia gli apriva le braccia e fuggivano insieme.

 

Spenta la vampata della fantasticheria, ricadde nella realtà. La coppia svoltò in una strada secondaria ed egli si trovò solo nella via inondata di sole. I magri alberi ai lati del marciapiede offrivano poca ombra, disegnata a macchie irregolari sul selciato grigio. Era giunto presso la stazione ferroviaria, quasi a casa. Malvolentieri percorse l’ultimo tratto ed entrò nel portone, avviandosi all’ascensore.

 

Un palazzo abbastanza confortevole il suo, dalle linee diritte e anonime in cemento armato. Le famiglie che vi abitavano apparivano tutte più agiate della sua, o almeno spendevano di più, si vestivano meglio e in gran parte possedevano l’automobile. La famiglia di lui, però, o meglio sua madre, era proprietaria dell’appartamento, acquistato con tutti i risparmi disponibili, riducendosi, come diceva la mammina, “all’ablativo”. Era stato un grande affare: con la medesima somma, ormai, si poteva comprare al massimo un frigorifero. La grande risparmiatrice aveva naturalmente ripreso a raggranellare ogni centesimo, perché, come diceva, “non si sa mai” e “lo stupido e i suoi soldi sono presto separati”.

 

Paolo entrò nell’ascensore e contò, salendo, i soliti quattro piani: un’abitudine come un’altra nella sua esistenza sempre uguale. Ma non era ancora schiavo delle abitudini. A diciassette anni la vita è nuova ogni giorno; ogni giorno reca nuove scoperte e nuove emozioni; immagini e ricordi fluiscono come in una lanterna magica; i castelli in aria hanno colore di realtà.

 

L’ascensore si fermò. Sul ballatoio si aprivano due porte: quella di destra recava la targhetta in ottone col nome “Donati”. Paolo suonò il campanello: tre squilli a uguale intervallo come al solito, quasi un segnale convenuto.

 

Venne ad aprirgli sua madre: di mediocre statura, bionda come il figlio, ancora giovane ma già in declino. Più che le incipienti rughe e qualche capello bianco, l’espressione tesa e affaticata la facevano apparire più vecchia. Indossava un vestituccio liso, pantofole e grembiule. Aveva le mani rovinate della donna che non si concede svaghi e quasi neppure la cura della propria persona: tutte cose che costano.

 

Il marito era la maggior fonte di ansietà e fastidi. Aveva un modesto impiego negli uffici del comune e possedeva un paio di piccoli appartamenti che aveva ereditato da suo padre, ma questi erano affittati, secondo la madre di Paolo, a canoni troppo bassi, e non contribuivano abbastanza al gruzzolo. Il peculio era da mettere da parte, in banca, in obbligazioni, perché rendesse il più possibile col minimo di rischio, e non doveva essere toccato in nessun caso perché “non si poteva mai sapere”. Il marito, secondo lei, spendeva troppo: pretendeva un nuovo vestito anche se l’ultimo era di soli cinque anni fa, e diceva che qualche volta avrebbero dovuto prendersi un giorno, forse addirittura una settimana, di vacanza. Ma non c’era la minima probabilità che una sua opinione potesse mai prevalere.

 

Il padre di Paolo stava tra l’incudine dei colleghi più abili e meglio ammanigliati con l’onnipresente partito, che più volte lo avevano scavalcato nella carriera e il martello della moglie che a casa lo attendeva e sapeva sempre meglio di lui cosa avrebbe dovuto fare e come avrebbe dovuto essere. Sì, era proprio debole, ma se non fosse stato così avrebbe sposato proprio lei? O, avendola sposata, non avrebbe cercato di liberarsene? Questioni difficili, che non sfioravano neppure la mente di Paolo, ancorata al principio che “non si deve giudicare la mamma”, anche se da un pezzo aveva cominciato a trovarla opprimente, per le sue imprevedibili fissazioni maniacali, per la sua violenza verbale, per il modo in cui lo seguiva dappertutto in casa e finiva per sbarrargli continuamente la strada e ostacolare i suoi movimenti. Il figlio era sua proprietà.

 

Così fu anche questa volta. Dopo avergli aperto, lei lo seguì per il corridoio fino alla camera, interrogandolo con minuzia su tutto quanto aveva fatto e visto nella mattinata. Anche se l’appartamento era in un palazzo relativamente nuovo e di buon livello, aveva l’aspetto di una spelonca. L’arredamento era misero, le tappezzerie scialbe e scadenti, i mobili pochi e modesti, e vi erano pochissimi quadretti e stampe, che facevano parte dell’eredità che il padre aveva ricevuto dalla sua famiglia.

 

Nella camera di Paolo, il mobile più importante era lo scaffale in legno chiaro incastrato nel vano della finestra: qui erano i suoi tesori, i suoi prediletti libri: li aveva comprati a poco per volta, risparmiando sulle piccole cose: andava a piedi invece di prendere il tram e si negava perfino l’ombra di gelati o dolci. Ogni volta doveva nascondere i suoi nuovi acquisti e metterli nello scaffale quando sua madre non guardava. Poi seguivano le recriminazioni.

 

“Quel libro prima non c’era. La tua è una mania. Perché butti via i soldi?”

 

“Ma no, mamma, c’era da un pezzo. L’ho solo spostato.”

 

“Smettila di dire bugie. Cerchi d’imbrogliarmi giocando d’audaccia (con due”c”), bestia gramma (con due”m”).”

 

“Ma ti dico di no.”

 

“Cosa sono io in questa casa, lo ‘striglione’ di casa, che non riesco a farmi ubbidire?” “Striglione” (genovese”striggiun”) è colui che pulisce, o striglia, i pavimenti.

 

E via di questo passo. Niente doveva sfuggire agli occhi della mammina, e specialmente non dovevano uscire lire dal peculio. E se fossero ancora esistiti i centesimi, neppure quelli.

 

In quali sciocchezze librarie dissipava il peculio, quel notorio scialacquatore di Paolo Donati? fumetti, gialli, romanzetti, pornografia? Non proprio. Anzitutto la sua biblioteca includeva i libri scolastici degli anni precedenti che, a differenza di molti suoi compagni più agiati, si era ben guardato dal vendere, e che ogni tanto consultava ancora. Quelle erano state spese inevitabili, alle quali persino la signora Donati non aveva potuto sottrarsi, pur lamentandosi del prezzo eccessivo dei testi scolastici, perché il figlio doveva pur frequentare la scuola. Poi c’era una serie di edizioni economiche: volumetti divulgativi su ogni ramo della scienza. Libri d’avventure? solo qualcuno che era appartenuto a suo padre. Preferiva fabbricarsele da sé le avventure fantastiche, altrimenti a che serve la fantasia?

 

A casa, accaldato dopo una corsa fatta per risparmiare i soldi del tram, spesso si ritirava nella sua camera a leggere, nei limiti permessi dalla continua, amorevole sorveglianza della mammina. Lo interessavano soprattutto le scienze che trattavano l’uomo sotto i più vari aspetti: antropologia, medicina, psicologia, sociologia. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, racchiudeva ai suoi occhi i maggiori segreti dell’universo.

 

Per il resto, la stanza di lui conteneva le solite cose: un armadio, un comodino con una piccola vecchia sveglia a molla, il letto sovrastato da un’oleografica immagine sacra, un paio di sedie parecchio scomode, un tavolo ingombro di libri e quaderni; vicino ad esso erano appesi al muro un calendario e un foglietto di carta fissato alla parete con due puntine da disegno, su cui Paolo aveva tracciato lo schema dell’orario scolastico per averlo sempre sotto gli occhi e perché sua madre potesse sapere, in ogni momento della mattinata, mentre lavorava in casa, cosa stesse facendo suo figlio. Era stata lei a suggerirgli, anzi a ordinargli, di scriverlo e appenderlo lì.

 

La linea dei mobili era uniforme e anonima, il colore una tinta neutra fra l’ocra e il marrone. La tappezzeria gialla chiarissima, con un tenue disegno di radi fiorellini sbiaditi, recava macchie scure intorno all’interruttore della luce e negli altri punti dove più facilmente accadeva di toccarla. Le macchie erano fonte di occasionali rimproveri della mamma, preoccupata per le tappezzerie. Sostituirle costava e bisognava conservarle al massimo. E poi ritappezzare la casa sarebbe stato un grande fastidio e uno scombussolamento delle sue tranquille abitudini. Era chiaro che quell’abitazione non avrebbe mai conosciuto interventi migliorativi, finché lei comandava. E poi ci sarebbe stata la necessità, per lei, di “strigliare” i pavimenti per lo sporco che i lavori avrebbero causato.

 

Il pavimento della camera era coperto da un tappeto, che una volta aveva forse sfoggiato smaglianti colori. Alle pareti, piccoli quadri con stereotipate vedute di marine e campagne. Il vano, rivolto a oriente, era invaso dal sole la mattina, quando Paolo era a scuola, e un po’ buio il pomeriggio, quando era costretto a starci per studiare. Qui egli consumava la migliore parte della gioventù, e non se ne lamentava. C’era già la mamma a lamentarsi continuamente di tutto.

 

Anche quel giorno, come sempre, si cambiò e ripose gli abiti con riguardo, altrimenti erano guai. Poi gettò uno sguardo alle lezioni, prima di essere perentoriamente chiamato per il pranzo. Si affrettò a ubbidire. Suo padre intanto era tornato dall’ufficio e la famiglia fu ben presto riunita in cucina.

 

Il padrone di casa era di mezza età, ma già coi capelli bianchi e lo sguardo assente. In casa, di solito, non lo si sentiva fiatare. Talvolta suonava brani di opere in vecchi dischi sul grammofono a manovella. Aveva dapprima sperato che il figlio divenisse ragioniere come lui, ma i consigli degli insegnanti lo avevano persuaso a lasciare che scegliesse il liceo classico, e soprattutto avevano persuaso sua moglie: colei che alla fine decideva per tutti. Era a quel tempo che la signora Donati stabilì che suo figlio si sarebbe laureato in giurisprudenza e avrebbe fatto il giudice.

 

Allo scoppio della guerra, il padre di Paolo aveva superato i quarantacinque anni e ciò, oltre a un principio d’ulcera (che in seguito s’era assai aggravata), gli aveva sbarrato la via alla gloria militare. Benché la città fosse stata duramente colpita dai bombardamenti, il palazzo nel quale abitavano era rimasto miracolosamente intatto. Il cataclisma aveva infuriato intorno ai Donati senza colpirli direttamente. Ma era morta la figlia, che forse in tempi normali avrebbe potuto salvarsi: dopotutto si era trattato solo di una polmonite, e senza tutte quelle fughe verso il rifugio antiaereo, sotto i bombardamenti, nel gelo dell’inverno, avrebbe potuto riprendersi. Il padre l’adorava, e quella disgrazia gli aveva inflitto un colpo ben più duro di quel che la sua maschera d’indifferenza lasciasse trasparire. La sua apatia era aumentata. Ma non avrebbe saputo dire: “soffro”. Non ne era capace.

 

A tavola si parlò poco. Paolo continuava a pensare alla “sua” Claudia, ripassando nella memoria tutti gli atteggiamenti di lei, quasi fosse una lezione da imparare. Finito il pranzo, andò a chiudersi in camera e si concentrò sul libro di scienze. Come sempre, il suo interesse aumentava man mano che si accorgeva di conoscere meglio la materia. L’energia nello studio gli era moltiplicata dal timore di sfigurare davanti a Claudia.

 

Dopo due ore si concesse un po’ di riposo e si mise alla finestra. Moto, biciclette, automobili passavano per la strada. Un camion traballante carico di verdura perdette un cespo d’insalata: quel colore verde tenero spiccava sul selciato a cubetti di porfido; poi un’auto lo schiacciò. Una farfalla variopinta svolazzava sul giardino di fronte. Il gran caldo era appena mitigato da una brezza tiepida. Il tempo scorreva, segnato dal ticchettìo della sveglia, che i rumori della strada non giungevano a coprire.

 

“Ecco,” pensava Paolo “le stagioni si rincorrono come un gatto che cerchi di acchiapparsi la coda, gli uomini invecchiano e scompaiono; un giorno anch’io... e anche Claudia...”. Tentò di raffigurarsi Claudia vecchia e subito se ne ritrasse. Nulla gli pareva così tremendo come la vecchiaia: veder scomparire salute e bellezza sotto una maschera di squallore. La morte... la sua immaginazione di ragazzo la trovò preferibile. Nonostante il doloroso ricordo della sorella, non temeva la morte: la sentiva come qualcosa di lontano, che non lo toccava direttamente; per contrasto ne era affascinato, vedendo che i “grandi” ne parlavano come di una cosa terribile. Talvolta si perdeva a fantasticare su quel che si sarebbe detto di lui da morto: altissime lodi, naturalmente, poiché il suo nome era immacolato e, anzi, sperava di lasciare dietro di sé qualcosa di buono e grande.

 

Amava immaginare qualche gravissimo frangente; una rovinosa alluvione, o un nuovo vulcano che d’improvviso spuntasse vicino alla città, minacciando d’inghiottirla come Pompei. Egli da solo salvava tutto con una diga mobile di sua invenzione, o con una polverina da lui scoperta, capace di consolidare all’istante la lava, ma sempre perdendo la vita nell’eroica impresa.

 

Tutti lo piangevano e gli innalzavano un superbo monumento in bronzo sulla piazza principale. Claudia veniva a tagliarsi la bellissima chioma rosso-bruna sulla sua tomba. Il pensiero della ragazza, di solito, dopo averlo lanciato nel sogno ad occhi aperti, lo restituiva alla realtà. Così anche ora, dopo aver salvato la città e il mondo dalla terribile invasione delle astronavi calate dal pianeta X-12, a prezzo della vita, naturalmente, con relative onoranze postume, pensare a “lei” lo riportò sulla terra. I sogni di gloria svanirono.

 

Sedette di nuovo a tavolino lasciando la finestra aperta e cominciò una traduzione dal greco. Studiò fino a sera. Venne l’ora di cena, preparò la cartella, augurò la buonanotte ai suoi e andò a coricarsi. Sua madre venne a controllare lungamente che tutto fosse in ordine.

 

Una giornata come tante altre.

 


13
APRILE
2013
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INVITO AL GIALLO

 

IL ROMANZO COMPLETO

"IL MICIO CHE SAPEVA TROPPO"

E' SCARICABILE DA SMASHWORDS

 

(COME PURE DIVERSE ALTRE OPERE DELLA DINAMICA COPPIA)

 

 

Il micio che sape troppo. Copertina 

 

……

 

2

“Andiamo in macchina o col treno?” disse lui.

“Tu cosa preferisci?” rispose lei.

“Quello che preferisci tu.”

Era il solito dialogo. Ognuno dei due voleva fare solo quello che compiaceva l’altro.

Infine, visto che non avevano in programma visite a campi di battaglia in Scozia o ad altre destinazioni campestri, ma solo di passare alquanto tempo a Edimburgo, scavando negli archivi, decisero per il treno, più rilassante e, fatta buona provvista di acqua, gallette e omogeneizzati per Wat, partirono.

Con la linea del Nord-Est da Kings Cross raggiunsero dapprima Durham per andare a far visita agli amici Russell, che da tempo li avevano invitati. Jack Russell era ispettore di polizia della contea di Durham. Sarebbe stata un’ottima occasione per presentare loro il cucciolo Wat, il quale avrebbe potuto, fra l’altro, sfogarsi a correre per i prati dell’Inghilterra settentrionale.

Dalla stazione di Durham, con un tassì, raggiunsero il villaggio di Sea Coal, dove abitavano i Russell, in una modesta villetta in Main Street, o “via principale” che dir si voglia, in un ameno villaggio, ameno cioè per quanto può esserlo un povero villaggio di minatori, fatto di monotone casette di pietra, allineate, ed ora ristrutturato in chiave residenziale non particolarmente distinta. Infatti, la contea di Durham era stata in passato grande produttrice di carbone e, nelle brughiere delle vallate interne, di galena, il minerale di piombo.

“Come mai non sono venuti a prenderci alla stazione?” si domandò Caterina, davanti alla porta chiusa.

“Dev’essere successo qualcosa”, dedusse, con fine acume, il criminologo Tommaso.

“Yelp, yelp”, argomentò Wat, scrollandosi di dosso le prime gocce di pioggia che avevano cominciato a cadere nella mite aria serotina, promettitrice di lievi reumatismi.

In quel momento squillò il cellulare di Tommaso, e continuò a squillare per un pezzo, mentre il chiamato cercava affannosamente l’apparecchio in tutte le tasche. Finalmente lo sfuggente congegno saltò fuori.

La voce di Jack Russell era esitante e preoccupata:

“Senti, Tommaso, sono desolato, ma siamo a Durham, bloccati tutti e due. Poi ti racconterò. Riuscite a sistemarvi? La chiave della casa è sotto lo stuoino.”

“Sì, sì, non ti preoccupare.”

Clic.

“Senti, ha detto di accomodarsi in casa sua”, disse Tommaso.

“Ho capito, ma la cosa non mi piace mica tanto.”

“E credi che a me piaccia?”

La chiave c’era davvero, ma la casa appariva buia, fredda e poco invitante. Wat uggiolò con scarso entusiasmo. Tommaso richiuse la porta e rimise a posto la chiave, mentre Caterina si attaccava al telefonino e, in perfetto inglese con lieve accento scozzese, richiamava il tassì che avevano appena congedato, e che fu sul posto in pochi minuti. Nel frattempo la pioggia stava infittendosi, senza dubbio per dimostrare agli stanchi viandanti che intendeva fare sul serio.

“Conosce un albergo dei dintorni che accetti anche i cani?” domandò al tassista il capo di casa Schiappacasse, in eccellente inglese con marcato accento neozelandese, risultato di lunghe ricerche criminologiche compiute in passato ad Auckland.

“Celto, qui noi applezziamo moltissimo cani” rispose senza esitare il tassista, con accento cinese. Infatti era un immigrato, che sui cani aveva le sue idee, che tenne tuttavia per sé.

Infine gli Schiappacasse si sistemarono in un bell’albergo alla periferia di Durham, dove restarono due giorni a rimirare i vetri bagnati dalla pioggia e ad asciugare Wat, quando tornava dalle sue corse per il prato, prima che il cucciolo si buscasse qualche malanno. Il tempo fu ugualmente impiegato in modo utile, limando sul minicomputer portatile alcuni capitoli del romanzo sulla Scozia, quelli dalla preistoria all’età romana. Quando smise di piovere, o pressappoco, Caterina, Tommaso e Wat noleggiarono un’auto e se ne andarono a visitare il Vallo di Adriano per tutta la sua lunghezza. Wat si divertì molto correndo su e giù per i prati e annusando le pietre del forte di Housesteads una ad una, forse alla ricerca di remote tracce di qualche cagnetta romana. Caterina, la fotografa ufficiale della famiglia, scattò diverse foto digitali nei punti più significativi del Vallo. Era molto importante conoscerlo bene, perché quella linea fortificata all’estremo nord dell’Inghilterra aveva avuto un ruolo fondamentale per la Scozia antica, e ogni aspetto del romanzo storico andava ben documentato.

Di ritorno all’albergo dopo l’escursione, gli Schiappacasse trovarono Jack ad attenderli, desideroso di scusarsi.

“Come hai fatto a trovarci?” domandò Tommaso.

“Ragionamento scientifico. Avendovi piantato in asso, non trovandovi a casa, e conoscendovi, ho pensato che non potevate essere che nel più costoso albergo dei dintorni. Elementare, Watson.”

Il cucciolo, sentendo il proprio nome, sebbene non familiarmente abbreviato, si mise ad abbaiare soddisfatto e annusò con interesse le scarpe di Jack, cercando anche di assaggiarne una.

“Marta si scusa di non aver potuto venire, ma è ancora impegnata con lo scheletro”, riprese l’amico, che era ispettore di polizia a Durham e, come spiegò subito dopo, era immerso fino al collo in un difficile caso, insieme alla moglie Marta, anatomo-patologa e medico legale della contea.

“Conosci il Burnhope Burn?” domandò Jack a Tommaso, mentre tutti e quattro (Watson incluso) aspettavano l’arrivo del tè e dei relativi dolcetti.

“No”, rispose con decisione Tommaso.

“Bene, è proprio lì che l’hanno trovato”.

“Ma cosa?” domandò Caterina, lievemente preoccupata per la piega non proprio perspicua presa dalla conversazione.

“Lo scheletro. Era sepolto nella torba della brughiera. È già strano il fatto di non aver trovato tracce di vestiti, di oggetti o di parti molli del morto, perché la torba conserva tutto, ma c’è di peggio.”

“Com’è stato scoperto?”

“Stavano mettendo a dimora una di quelle piantagioni di abete di Sitka e hanno visto spuntare un piede. Come sapete, il bacino del Burnhope è pieno di questi abeti che vengono dall’Alaska. Crescono velocissimi, con ramificazioni densissime fin dal livello del suolo, e producono ottimo legno.”

“Lo so. Siamo stati in Alaska, anche a Sitka. Ma dove cavolo è questo Burnhope Burn?”

“Ma è un ramo sorgentifero del Wear”, disse Jack, stupito dell’ignoranza geografica dell’amico.

“Ah, chiarissimo”, disse Tommaso.

“Bau, bau”, esclamava frattanto Wat, con entusiasmo, vedendo arrivare, non tanto il tè, quanto i relativi dolcetti.

Mentre i quattro si strafogavano, Jack continuava a spiegare.

“Ma non è finita con le stranezze. Abbiamo fatto ricorso alla scienza, naturalmente, e mandato campioni di osso a Oxford per la datazione al radiocarbonio. Sai, il famoso laboratorio che ha datato anche la Sindone.”

“Cos’ha fatto?!?” gridarono all’unisono Caterina e Tommaso.

“Non avete seguito quell’eccitante vicenda della scienza? Un vero trionfo.”

“Ah sì, sì, hai ragione,” concesse Caterina, tirando un calcio sotto il tavolo a Tommaso che stava per esplodere in colorite espressione in una mezza dozzina di lingue “e sullo scheletro cos’hanno trovato?”

“Una cosa stranissima: i femori erano contemporanei, il cranio è stato datato nel futuro, intorno al 2300.”

“Quindi non esiste ancora,” osservò Tommaso senza riuscire a trattenere una risata “e i carbonisti di Oxford sono certi di esistere?”

“Saranno ossa di due persone diverse”, osservò Caterina.

“Una delle quali un extraterrestre”, celiò Tommaso.

“Non sembra,” rispose l’ispettore di Durham, senza scomporsi “lo scheletro è assolutamente completo: ogni osso s’incastra perfettamente.”

“E l’esame delle ossa cos’ha detto?” volle sapere Tommaso.

“Individuo di genere maschile...”

“Cosa? Adesso anche gli scheletri hanno un genere?” s’impennò Tommaso.

“Così impongono le regole, se si vuol pubblicare su una rivista scientifica,” annunciò solenne Jack “e la scienza deve andare avanti. Oggi si deve parlare di genere, il sesso è obsoleto.”

“Angels and ministers of heaven, defend us!” esclamò Tommaso, con opportuna citazione shakespeariana.

“Va be’, andiamo avanti noi, intanto”, intervenne conciliante Caterina.

“... genere maschile...” riprese lo scientifico ispettore.

“... terza declinazione, caso accusativo...” mormorò tra i denti l’incorreggibile Tommaso.

“... età sui cinquant’anni, tracce di ernia del disco e di artrite reumatoide; due molari mancanti, tre premolari otturati.”

“Riscontri con persone scomparse?” domandò Caterina.

“Stiamo cercando, ma per il momento non sembra essere nessuno di qui.”

“Ci sono centrali nucleari, qui vicino?” domandò Tommaso, con apparente incongruenza.

“Non nella contea, ma a Windscale sì, per esempio.”

“Ti dirò qualcosa che potrebbe esservi utile,” disse Tommaso, tornando serio “sempre che le datazioni al radio carbonio siano attendibili. Primo, non si tratta di assassinio ma solo di occultamento di cadavere, perché la morte dev’essere stata accidentale; secondo, la vittima è stata esposta a radiazioni nucleari da una fonte piccola, probabilmente una testata nucleare che aveva aperto per una verifica senza le necessarie precauzioni, il capo è stato investito dalle radiazioni e arricchita di radiocarbonio; terzo, non era un esperto, perché un agente addestrato avrebbe saputo come individuare, ed eventualmente manipolare, la carica nucleare senza farsi contaminare; quarto, dev’essersi sentito male subito e i possessori dell’ordigno l’hanno trovato, spogliato di tutto per rendere difficile il riconoscimento, e tenuto nascosto per un bel po’; quinto, il covo dei delinquenti è con ogni probabilità in un edificio isolato nei dintorni, forse tra le rovine degli impianti desueti di estrazione del piombo; sesto, la banda non disponeva di una vasca e di acido solforico, altrimenti avrebbero sciolto anche lo scheletro; settimo, la banda è formata da stranieri, quasi certamente provenienti da terre molto aride e ignoranti dell’ecologia locale, altrimenti non si sarebbero disfatti dello scheletro in quel modo così ingenuo, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le proprietà conservative della torba; ottavo, indagate sulle rovine di impianti industriali abbandonati nelle alte vallate del Tyne, del Wear e del Tees, chiedete se hanno visto aggirarsi nella zona dei tipi mediorientali sospetti; nono, informatevi se vi sono stati furti di testate nucleari o materiale radioattivo atto a produrle; decimo, non fatevi illusioni di beccarli, perché a quest’ora chissà dove sono i delinquenti. Devono essere pericolosissimi, e c’è da aspettarsi, prima o poi, qualche attentato termonucleare.”

“Ma sei sicuro di quello che dici?” disse stupito Jack.

“Sono sicuro che queste sono le ipotesi meno improbabili, dopo aver scartato quelle impossibili;” rispose Tommaso “e attento: sentiremo di nuovo parlare di questa storia”.

“Grazie per i suggerimenti,” disse Jack pensieroso “certo, senza il tuo aiuto non avremmo mai risolto il caso del cinese zoppo e quello di Lord Beckham.”

“Già, c’è voluta tutta la mia perspicacia per capire che l’assassino era il maggiordomo”, rispose Tommaso, senza ombra di ironia nella voce, cosa che dovette costargli non poco sforzo.

“Vogliamo andare, adesso,” propose Jack “visto che i dolcetti sono finiti.”

“Yap, yap”, approvò Wat.

La comitiva si trasferì sulla decrepita Volvo dei Russell, sulla quale Caterina e Tommaso caricarono i loro bagagli e Wat. Infine la macchina partì per la poco appetitosa destinazione rappresentata dalla casa dei Russell.

I Russell ne andavano molto orgogliosi, ma era una casa fredda, male arredata e poco accogliente.

Dopo cena, accanto al fuoco del camino, Tommaso e Jack ripresero la discussione sul radiocarbonio, della quale, per non tediare i nostri quindici lettori, diremo per sommi capi solo che Jack, da tempo dichiaratosi “ateo”, sosteneva a spada tratta l’attendibilità “entro i prescritti intervalli di significatività statistica”, mentre Tommaso ribatteva citando alcuni imbarazzanti fatti: a un corno da bere vichingo era stata attribuita una data di un millennio più giovane, collocandolo addirittura agli inizi del ventunesimo secolo, mentre una chiocciola appena morta era stata ritenuta antica di cinquemila anni, e che dopo questi mirabili successi il radiocarbonio potevano infilarselo... e il Museo della Scienza di South Kensington poteva vergognarsi di aver esposto la datazione taroccata della Sindone, come esempio del metodo: malafede laicista.

Marta, la moglie cattolica di Jack, taceva per non contraddire apertamente il marito, ma era evidentemente dalla parte di Tommaso, perché scuoteva il capo ad ogni esternazione scientista del suo marito e signore.

Quasi a sfidare l’opposizione degli altri verso la sua sconfinata fede nella scienza del radiocarbonio, Jack propose a Tommaso una partita a scacchi.

Jack giocava scientificamente, Tommaso con l’intuizione. Le due signore, per un po’, seguirono il gioco, poi si misero a chiacchierare. Marta raccontò molti casi di cui si era occupata, ma dopo un po’ Caterina cominciò a trovare la conversazione piuttosto sgradevole. Dettagli di cadaveri, di prove tossicologiche, di scavi in residui organici possono appassionare i medici legali, ma Caterina era più interessata alla letteratura e alla storia. Era Tommaso il criminologo di famiglia, che intanto stava battagliando con l’ultimo cavallo rimasto per rompere lo scientifico cerchio difensivo di Jack intorno al re. Infine la scientifica strategia di Jack non impedì una piccola distrazione, della quale Tommaso approfittò subito dando scacco matto. Jack analizzò subito scientificamente la partita e dichiarò che avrebbe potuto vincere. Intanto però aveva perso.

Fece la sua apparizione il micio dei Russell, grosso e arruffato. Wat, da cucciolo inesperto, cercò di fare amicizia, ma dal delinquente rimediò soltanto un graffio.

Tommaso si trattenne dal prendere a sberle il gattaccio colpevole perché era in casa d’altri, ma si ripropose di andarsene prima possibile.

Il cucciolo corse a farsi consolare da Caterina, che lo mise a letto nel suo giaciglio, lo fasciò per bene in una copertina perché non prendesse freddo, e lo carezzò a lungo per calmarlo, dato che era rimasto un po’ scosso. Ed anche confuso per la novità dell’ambiente.

Il giorno dopo gli Schiappacasse si congedarono dai Russell e dalla loro casa fredda e malabitata da un gattaccio unghiuto e maleducato, si fecero portare da Jack con la Volvo a Durham e di lì partirono in treno per Edimburgo.

Vi trascorsero una settimana per approfondire le ricerche sul Settecento scozzese, che era l’epoca che stavano per affrontare nel loro romanzo storico “Alba”. Con gli scozzesi si trovavano sempre molto bene: in genere erano assai più cordiali e simpatici degli inglesi. Durante quella settimana fecero fare lunghe passeggiate a Wat lungo i sentieri attorno all’Arthur’s Seat, il grande e antichissimo rilievo vulcanico di Edimburgo, e il cucciolo era impegnatissimo ad annusare i profumi di quella campagna insolita per lui.

Al ritorno, il Flying Scotsman passò per le Midlands, in vista delle grandi torri di raffreddamento delle centrali elettriche. Wat, in grembo a Caterina, guardava la campagna inglese che scorreva davanti al finestrino. Tommaso gli spiegò le torri di raffreddamento e la loro funzione.

“Gli parli come a un bambino”, celiò Caterina.

“È un bambino.”

“Ti prenderanno per scemo.”

“E chi ti ha detto che sbaglino?”

Wat gradì moltissimo le spiegazioni e le attenzioni, mentre il treno scivolava tranquillo verso il sud.

Infine giunsero a casa.

Era una fredda giornata di novembre. Nel crepuscolo, i tre Schiappacasse furono colpiti dalle luci spettrali provenienti da tre dei quattro edifici che circondavano il prato del Bishops Close, e che sapevano essere disabitati.

“Cosa faranno di quei tre palazzi?” si chiese Caterina.

“Sembrano vuoti”, disse Tommaso.

“Ma sono vuoti,” confermò Caterina “sappiamo che lo sono”.

“E quelle luci? Forse c’è dentro un guardiano?”

Il tutto dava un senso di precarietà, quasi di minaccia. C’era forse un pericolo incombente? Ma cosa?

Il prato al centro di Bishops Close sembrava un lago di tenebre, la penombra avanzava sulla facciata degli edifici. Il vecchio lampione vicino all’ingresso della casa mandava una fievole luce, come il lumino di un cimitero.

“Guarda”, esclamò d’improvviso, senza fiato, Tommaso, mentre stavano per entrare nel portone, indicando il tetto. Una grande forma nera si stagliava contro il cielo plumbeo, con le ali semiaperte.

“Cos’è quello?” domandò Caterina con una certa apprensione.

“Un uccello, mi pare”.

Wat, improvvisamente, uggiolò e si appiattì al suolo.

“Sembra un avvoltoio, con quelle ali spalancate”, osservò Caterina.

In quel momento l’animale balzò giù dal tetto, spalancò le ali e volò via pigramente.

“Ma no, era solo un grosso corvo, come quelli della Torre”, concluse Tommaso.

Wat guaì pietosamente e s’impuntò. Non voleva entrare nel portone, come se avvertisse una minaccia, un orco che divora i bambini e i cuccioli. Caterina dovette prenderlo in braccio, proprio come un bambino, e portarlo dentro.

 


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