Genova, 28 Maggio 2017 01.00





 
NARRATIVA

 

Narrativa

13
APRILE
2013
Articolo letto 3044 volte

INVITO AL GIALLO

 

IL ROMANZO COMPLETO

"IL MICIO CHE SAPEVA TROPPO"

E' SCARICABILE DA SMASHWORDS

 

(COME PURE DIVERSE ALTRE OPERE DELLA DINAMICA COPPIA)

 

 

Il micio che sape troppo. Copertina 

 

……

 

2

“Andiamo in macchina o col treno?” disse lui.

“Tu cosa preferisci?” rispose lei.

“Quello che preferisci tu.”

Era il solito dialogo. Ognuno dei due voleva fare solo quello che compiaceva l’altro.

Infine, visto che non avevano in programma visite a campi di battaglia in Scozia o ad altre destinazioni campestri, ma solo di passare alquanto tempo a Edimburgo, scavando negli archivi, decisero per il treno, più rilassante e, fatta buona provvista di acqua, gallette e omogeneizzati per Wat, partirono.

Con la linea del Nord-Est da Kings Cross raggiunsero dapprima Durham per andare a far visita agli amici Russell, che da tempo li avevano invitati. Jack Russell era ispettore di polizia della contea di Durham. Sarebbe stata un’ottima occasione per presentare loro il cucciolo Wat, il quale avrebbe potuto, fra l’altro, sfogarsi a correre per i prati dell’Inghilterra settentrionale.

Dalla stazione di Durham, con un tassì, raggiunsero il villaggio di Sea Coal, dove abitavano i Russell, in una modesta villetta in Main Street, o “via principale” che dir si voglia, in un ameno villaggio, ameno cioè per quanto può esserlo un povero villaggio di minatori, fatto di monotone casette di pietra, allineate, ed ora ristrutturato in chiave residenziale non particolarmente distinta. Infatti, la contea di Durham era stata in passato grande produttrice di carbone e, nelle brughiere delle vallate interne, di galena, il minerale di piombo.

“Come mai non sono venuti a prenderci alla stazione?” si domandò Caterina, davanti alla porta chiusa.

“Dev’essere successo qualcosa”, dedusse, con fine acume, il criminologo Tommaso.

“Yelp, yelp”, argomentò Wat, scrollandosi di dosso le prime gocce di pioggia che avevano cominciato a cadere nella mite aria serotina, promettitrice di lievi reumatismi.

In quel momento squillò il cellulare di Tommaso, e continuò a squillare per un pezzo, mentre il chiamato cercava affannosamente l’apparecchio in tutte le tasche. Finalmente lo sfuggente congegno saltò fuori.

La voce di Jack Russell era esitante e preoccupata:

“Senti, Tommaso, sono desolato, ma siamo a Durham, bloccati tutti e due. Poi ti racconterò. Riuscite a sistemarvi? La chiave della casa è sotto lo stuoino.”

“Sì, sì, non ti preoccupare.”

Clic.

“Senti, ha detto di accomodarsi in casa sua”, disse Tommaso.

“Ho capito, ma la cosa non mi piace mica tanto.”

“E credi che a me piaccia?”

La chiave c’era davvero, ma la casa appariva buia, fredda e poco invitante. Wat uggiolò con scarso entusiasmo. Tommaso richiuse la porta e rimise a posto la chiave, mentre Caterina si attaccava al telefonino e, in perfetto inglese con lieve accento scozzese, richiamava il tassì che avevano appena congedato, e che fu sul posto in pochi minuti. Nel frattempo la pioggia stava infittendosi, senza dubbio per dimostrare agli stanchi viandanti che intendeva fare sul serio.

“Conosce un albergo dei dintorni che accetti anche i cani?” domandò al tassista il capo di casa Schiappacasse, in eccellente inglese con marcato accento neozelandese, risultato di lunghe ricerche criminologiche compiute in passato ad Auckland.

“Celto, qui noi applezziamo moltissimo cani” rispose senza esitare il tassista, con accento cinese. Infatti era un immigrato, che sui cani aveva le sue idee, che tenne tuttavia per sé.

Infine gli Schiappacasse si sistemarono in un bell’albergo alla periferia di Durham, dove restarono due giorni a rimirare i vetri bagnati dalla pioggia e ad asciugare Wat, quando tornava dalle sue corse per il prato, prima che il cucciolo si buscasse qualche malanno. Il tempo fu ugualmente impiegato in modo utile, limando sul minicomputer portatile alcuni capitoli del romanzo sulla Scozia, quelli dalla preistoria all’età romana. Quando smise di piovere, o pressappoco, Caterina, Tommaso e Wat noleggiarono un’auto e se ne andarono a visitare il Vallo di Adriano per tutta la sua lunghezza. Wat si divertì molto correndo su e giù per i prati e annusando le pietre del forte di Housesteads una ad una, forse alla ricerca di remote tracce di qualche cagnetta romana. Caterina, la fotografa ufficiale della famiglia, scattò diverse foto digitali nei punti più significativi del Vallo. Era molto importante conoscerlo bene, perché quella linea fortificata all’estremo nord dell’Inghilterra aveva avuto un ruolo fondamentale per la Scozia antica, e ogni aspetto del romanzo storico andava ben documentato.

Di ritorno all’albergo dopo l’escursione, gli Schiappacasse trovarono Jack ad attenderli, desideroso di scusarsi.

“Come hai fatto a trovarci?” domandò Tommaso.

“Ragionamento scientifico. Avendovi piantato in asso, non trovandovi a casa, e conoscendovi, ho pensato che non potevate essere che nel più costoso albergo dei dintorni. Elementare, Watson.”

Il cucciolo, sentendo il proprio nome, sebbene non familiarmente abbreviato, si mise ad abbaiare soddisfatto e annusò con interesse le scarpe di Jack, cercando anche di assaggiarne una.

“Marta si scusa di non aver potuto venire, ma è ancora impegnata con lo scheletro”, riprese l’amico, che era ispettore di polizia a Durham e, come spiegò subito dopo, era immerso fino al collo in un difficile caso, insieme alla moglie Marta, anatomo-patologa e medico legale della contea.

“Conosci il Burnhope Burn?” domandò Jack a Tommaso, mentre tutti e quattro (Watson incluso) aspettavano l’arrivo del tè e dei relativi dolcetti.

“No”, rispose con decisione Tommaso.

“Bene, è proprio lì che l’hanno trovato”.

“Ma cosa?” domandò Caterina, lievemente preoccupata per la piega non proprio perspicua presa dalla conversazione.

“Lo scheletro. Era sepolto nella torba della brughiera. È già strano il fatto di non aver trovato tracce di vestiti, di oggetti o di parti molli del morto, perché la torba conserva tutto, ma c’è di peggio.”

“Com’è stato scoperto?”

“Stavano mettendo a dimora una di quelle piantagioni di abete di Sitka e hanno visto spuntare un piede. Come sapete, il bacino del Burnhope è pieno di questi abeti che vengono dall’Alaska. Crescono velocissimi, con ramificazioni densissime fin dal livello del suolo, e producono ottimo legno.”

“Lo so. Siamo stati in Alaska, anche a Sitka. Ma dove cavolo è questo Burnhope Burn?”

“Ma è un ramo sorgentifero del Wear”, disse Jack, stupito dell’ignoranza geografica dell’amico.

“Ah, chiarissimo”, disse Tommaso.

“Bau, bau”, esclamava frattanto Wat, con entusiasmo, vedendo arrivare, non tanto il tè, quanto i relativi dolcetti.

Mentre i quattro si strafogavano, Jack continuava a spiegare.

“Ma non è finita con le stranezze. Abbiamo fatto ricorso alla scienza, naturalmente, e mandato campioni di osso a Oxford per la datazione al radiocarbonio. Sai, il famoso laboratorio che ha datato anche la Sindone.”

“Cos’ha fatto?!?” gridarono all’unisono Caterina e Tommaso.

“Non avete seguito quell’eccitante vicenda della scienza? Un vero trionfo.”

“Ah sì, sì, hai ragione,” concesse Caterina, tirando un calcio sotto il tavolo a Tommaso che stava per esplodere in colorite espressione in una mezza dozzina di lingue “e sullo scheletro cos’hanno trovato?”

“Una cosa stranissima: i femori erano contemporanei, il cranio è stato datato nel futuro, intorno al 2300.”

“Quindi non esiste ancora,” osservò Tommaso senza riuscire a trattenere una risata “e i carbonisti di Oxford sono certi di esistere?”

“Saranno ossa di due persone diverse”, osservò Caterina.

“Una delle quali un extraterrestre”, celiò Tommaso.

“Non sembra,” rispose l’ispettore di Durham, senza scomporsi “lo scheletro è assolutamente completo: ogni osso s’incastra perfettamente.”

“E l’esame delle ossa cos’ha detto?” volle sapere Tommaso.

“Individuo di genere maschile...”

“Cosa? Adesso anche gli scheletri hanno un genere?” s’impennò Tommaso.

“Così impongono le regole, se si vuol pubblicare su una rivista scientifica,” annunciò solenne Jack “e la scienza deve andare avanti. Oggi si deve parlare di genere, il sesso è obsoleto.”

“Angels and ministers of heaven, defend us!” esclamò Tommaso, con opportuna citazione shakespeariana.

“Va be’, andiamo avanti noi, intanto”, intervenne conciliante Caterina.

“... genere maschile...” riprese lo scientifico ispettore.

“... terza declinazione, caso accusativo...” mormorò tra i denti l’incorreggibile Tommaso.

“... età sui cinquant’anni, tracce di ernia del disco e di artrite reumatoide; due molari mancanti, tre premolari otturati.”

“Riscontri con persone scomparse?” domandò Caterina.

“Stiamo cercando, ma per il momento non sembra essere nessuno di qui.”

“Ci sono centrali nucleari, qui vicino?” domandò Tommaso, con apparente incongruenza.

“Non nella contea, ma a Windscale sì, per esempio.”

“Ti dirò qualcosa che potrebbe esservi utile,” disse Tommaso, tornando serio “sempre che le datazioni al radio carbonio siano attendibili. Primo, non si tratta di assassinio ma solo di occultamento di cadavere, perché la morte dev’essere stata accidentale; secondo, la vittima è stata esposta a radiazioni nucleari da una fonte piccola, probabilmente una testata nucleare che aveva aperto per una verifica senza le necessarie precauzioni, il capo è stato investito dalle radiazioni e arricchita di radiocarbonio; terzo, non era un esperto, perché un agente addestrato avrebbe saputo come individuare, ed eventualmente manipolare, la carica nucleare senza farsi contaminare; quarto, dev’essersi sentito male subito e i possessori dell’ordigno l’hanno trovato, spogliato di tutto per rendere difficile il riconoscimento, e tenuto nascosto per un bel po’; quinto, il covo dei delinquenti è con ogni probabilità in un edificio isolato nei dintorni, forse tra le rovine degli impianti desueti di estrazione del piombo; sesto, la banda non disponeva di una vasca e di acido solforico, altrimenti avrebbero sciolto anche lo scheletro; settimo, la banda è formata da stranieri, quasi certamente provenienti da terre molto aride e ignoranti dell’ecologia locale, altrimenti non si sarebbero disfatti dello scheletro in quel modo così ingenuo, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le proprietà conservative della torba; ottavo, indagate sulle rovine di impianti industriali abbandonati nelle alte vallate del Tyne, del Wear e del Tees, chiedete se hanno visto aggirarsi nella zona dei tipi mediorientali sospetti; nono, informatevi se vi sono stati furti di testate nucleari o materiale radioattivo atto a produrle; decimo, non fatevi illusioni di beccarli, perché a quest’ora chissà dove sono i delinquenti. Devono essere pericolosissimi, e c’è da aspettarsi, prima o poi, qualche attentato termonucleare.”

“Ma sei sicuro di quello che dici?” disse stupito Jack.

“Sono sicuro che queste sono le ipotesi meno improbabili, dopo aver scartato quelle impossibili;” rispose Tommaso “e attento: sentiremo di nuovo parlare di questa storia”.

“Grazie per i suggerimenti,” disse Jack pensieroso “certo, senza il tuo aiuto non avremmo mai risolto il caso del cinese zoppo e quello di Lord Beckham.”

“Già, c’è voluta tutta la mia perspicacia per capire che l’assassino era il maggiordomo”, rispose Tommaso, senza ombra di ironia nella voce, cosa che dovette costargli non poco sforzo.

“Vogliamo andare, adesso,” propose Jack “visto che i dolcetti sono finiti.”

“Yap, yap”, approvò Wat.

La comitiva si trasferì sulla decrepita Volvo dei Russell, sulla quale Caterina e Tommaso caricarono i loro bagagli e Wat. Infine la macchina partì per la poco appetitosa destinazione rappresentata dalla casa dei Russell.

I Russell ne andavano molto orgogliosi, ma era una casa fredda, male arredata e poco accogliente.

Dopo cena, accanto al fuoco del camino, Tommaso e Jack ripresero la discussione sul radiocarbonio, della quale, per non tediare i nostri quindici lettori, diremo per sommi capi solo che Jack, da tempo dichiaratosi “ateo”, sosteneva a spada tratta l’attendibilità “entro i prescritti intervalli di significatività statistica”, mentre Tommaso ribatteva citando alcuni imbarazzanti fatti: a un corno da bere vichingo era stata attribuita una data di un millennio più giovane, collocandolo addirittura agli inizi del ventunesimo secolo, mentre una chiocciola appena morta era stata ritenuta antica di cinquemila anni, e che dopo questi mirabili successi il radiocarbonio potevano infilarselo... e il Museo della Scienza di South Kensington poteva vergognarsi di aver esposto la datazione taroccata della Sindone, come esempio del metodo: malafede laicista.

Marta, la moglie cattolica di Jack, taceva per non contraddire apertamente il marito, ma era evidentemente dalla parte di Tommaso, perché scuoteva il capo ad ogni esternazione scientista del suo marito e signore.

Quasi a sfidare l’opposizione degli altri verso la sua sconfinata fede nella scienza del radiocarbonio, Jack propose a Tommaso una partita a scacchi.

Jack giocava scientificamente, Tommaso con l’intuizione. Le due signore, per un po’, seguirono il gioco, poi si misero a chiacchierare. Marta raccontò molti casi di cui si era occupata, ma dopo un po’ Caterina cominciò a trovare la conversazione piuttosto sgradevole. Dettagli di cadaveri, di prove tossicologiche, di scavi in residui organici possono appassionare i medici legali, ma Caterina era più interessata alla letteratura e alla storia. Era Tommaso il criminologo di famiglia, che intanto stava battagliando con l’ultimo cavallo rimasto per rompere lo scientifico cerchio difensivo di Jack intorno al re. Infine la scientifica strategia di Jack non impedì una piccola distrazione, della quale Tommaso approfittò subito dando scacco matto. Jack analizzò subito scientificamente la partita e dichiarò che avrebbe potuto vincere. Intanto però aveva perso.

Fece la sua apparizione il micio dei Russell, grosso e arruffato. Wat, da cucciolo inesperto, cercò di fare amicizia, ma dal delinquente rimediò soltanto un graffio.

Tommaso si trattenne dal prendere a sberle il gattaccio colpevole perché era in casa d’altri, ma si ripropose di andarsene prima possibile.

Il cucciolo corse a farsi consolare da Caterina, che lo mise a letto nel suo giaciglio, lo fasciò per bene in una copertina perché non prendesse freddo, e lo carezzò a lungo per calmarlo, dato che era rimasto un po’ scosso. Ed anche confuso per la novità dell’ambiente.

Il giorno dopo gli Schiappacasse si congedarono dai Russell e dalla loro casa fredda e malabitata da un gattaccio unghiuto e maleducato, si fecero portare da Jack con la Volvo a Durham e di lì partirono in treno per Edimburgo.

Vi trascorsero una settimana per approfondire le ricerche sul Settecento scozzese, che era l’epoca che stavano per affrontare nel loro romanzo storico “Alba”. Con gli scozzesi si trovavano sempre molto bene: in genere erano assai più cordiali e simpatici degli inglesi. Durante quella settimana fecero fare lunghe passeggiate a Wat lungo i sentieri attorno all’Arthur’s Seat, il grande e antichissimo rilievo vulcanico di Edimburgo, e il cucciolo era impegnatissimo ad annusare i profumi di quella campagna insolita per lui.

Al ritorno, il Flying Scotsman passò per le Midlands, in vista delle grandi torri di raffreddamento delle centrali elettriche. Wat, in grembo a Caterina, guardava la campagna inglese che scorreva davanti al finestrino. Tommaso gli spiegò le torri di raffreddamento e la loro funzione.

“Gli parli come a un bambino”, celiò Caterina.

“È un bambino.”

“Ti prenderanno per scemo.”

“E chi ti ha detto che sbaglino?”

Wat gradì moltissimo le spiegazioni e le attenzioni, mentre il treno scivolava tranquillo verso il sud.

Infine giunsero a casa.

Era una fredda giornata di novembre. Nel crepuscolo, i tre Schiappacasse furono colpiti dalle luci spettrali provenienti da tre dei quattro edifici che circondavano il prato del Bishops Close, e che sapevano essere disabitati.

“Cosa faranno di quei tre palazzi?” si chiese Caterina.

“Sembrano vuoti”, disse Tommaso.

“Ma sono vuoti,” confermò Caterina “sappiamo che lo sono”.

“E quelle luci? Forse c’è dentro un guardiano?”

Il tutto dava un senso di precarietà, quasi di minaccia. C’era forse un pericolo incombente? Ma cosa?

Il prato al centro di Bishops Close sembrava un lago di tenebre, la penombra avanzava sulla facciata degli edifici. Il vecchio lampione vicino all’ingresso della casa mandava una fievole luce, come il lumino di un cimitero.

“Guarda”, esclamò d’improvviso, senza fiato, Tommaso, mentre stavano per entrare nel portone, indicando il tetto. Una grande forma nera si stagliava contro il cielo plumbeo, con le ali semiaperte.

“Cos’è quello?” domandò Caterina con una certa apprensione.

“Un uccello, mi pare”.

Wat, improvvisamente, uggiolò e si appiattì al suolo.

“Sembra un avvoltoio, con quelle ali spalancate”, osservò Caterina.

In quel momento l’animale balzò giù dal tetto, spalancò le ali e volò via pigramente.

“Ma no, era solo un grosso corvo, come quelli della Torre”, concluse Tommaso.

Wat guaì pietosamente e s’impuntò. Non voleva entrare nel portone, come se avvertisse una minaccia, un orco che divora i bambini e i cuccioli. Caterina dovette prenderlo in braccio, proprio come un bambino, e portarlo dentro.

 


20
MARZO
2013
Articolo letto 2539 volte

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Il primo di questi racconti, che dà il titolo alla serie, racconta una storia d’amore: quella fra la Santissima Vergine Maria e la città di Rapallo.

Anche gli altri racconti, in gran parte ambientati in Liguria (Genova e Savona, oltre che, occasionalmente, a Milano, in Germania e in Inghilterra), sono svergognatamente cattolici e offensivi per il sacro laicismo e per la rampante tirannia relativista.


20
MARZO
2013
Articolo letto 2454 volte

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L’avvento dell’anticristo e la fine del mondo: che temi allegri. Roba dell’altro mondo, proprio. Roba da fare scongiuri o da sbellicarsi dal ridere? La sindrome millenaristica, che di quando in quando attanaglia molta gente, è giustamente motivo di ilarità, specie quando deriva da fisime neopagane, come i calcoli basati sui calendari Maya, le elucubrazioni New Age ed altre ciarlatanerie. Ma spaventare la gente rende, ed ecco perché tanti ne scrivono.

Bisogna allora dire due cose. Primo: non ci sono dubbi, succederà; tutte le religioni monoteistiche dicono chiaramente che il mondo è destinato a finire; lo stesso, con linguaggio diverso, dice la scienza. Secondo: non sappiamo quando avverrà, ma non è affatto imminente; non vedranno niente di simile né i nostri bisnipoti né i bisnipoti dei nostri bisnipoti, e via di generazione in generazione. Perciò riponete i cornetti e i ferri di cavallo e godetevi questo racconto.


29
GENNAIO
2012
Articolo letto 3574 volte

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Acquistabile in forma cartacea nelle librerie Fede & Cultura

a Verona, Riva del Garda e Napoli,

come pure agli indirizzi www.fedecultura.com e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ordinabile presso tutte le librerie.

Quattro commedie giudiziarie, ambientate in un terra fantastica che simboleggia lo spirito umano. Valenti avvocati che si battono per portare alla luce il seme sepolto della verità. È questo il quadro narrativo che viene precisandosi da un episodio all’altro, finché il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra immortale, la Santa Madre, personificazione della Chiesa, si converte e crede. Anche lui è il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la Fede e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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ULTIMO ARTICOLO
  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Quattordicesima puntata

    O Gramaglia, ma ti piace proprio arrampicarti sugli specchi?

    Sarà per caso perché hai il cervello di una mosca?

     

    Ed ecco una vera perla di erudizione, davvero degna del grande tuttologo, che afferma trionfalmente che Gesù parla di Galeno citandone vere e proprie presunte frasi un secolo prima della nascita del celebre medico di Pergamo (ca. 130 d.C. - ca. 200), e il suo interlocutore, un romano, non esita a riconoscere la citazione.

    “Oh, che trionfo! Valtortiani di tutto il mondo, unitevi e andate a nascondervi. Abbiamo in mano la prova che vi svergogna definitivamente. L’Evangelo contiene un plateale anacronismo, quindi è tutta fabulazione fantastica uscita da un cervello malato. Uah! Uah! Uah! Uah! Uah!”

    L’inconfondibile cachinno del “signore delle mosche” corona la grande soddisfazione del PAG.

    E invece no. Ancora una volta costui ha perduto una magnifica occasione di tacere. Ecco la dimostrazione.

    Le frasi attribuite a Galeno si trovano nel libro De usu partium. Lo stile di quest’opera è totalmente diverso da quello di tutte le altre ritenute di Galeno: queste hanno tutte un approccio rigorosamente scientifico sperimentale, al punto che le dottrine di Galeno dominarono la medicina occidentale per oltre un millennio, e solo nel Cinquecento, e con grande cautela, si cominciò a metterle in discussione.

    Al contrario, De usu partium è impregnato di teologia morale, cospicuamente assente in tutte le altre opere galeniche. Non solo, ma si diffonde lungamente sulla peste di Atene del V sec. a.C., ma stranamente non fa parola di quella che colpì l’Impero romano sotto Marco Aurelio, di cui Galeno era medico personale. Infine, visto che circolavano sotto il suo nome opere non scritte da lui che gli venivano attribuite, sentì il bisogno di compilare un catalogo intitolato L’ordine dei miei libri, e in tale catalogo De usu partium non compare affatto.

    Tutto ciò ha permesso al Dott. Fernando La Greca, ricercatore in Storia romana, del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Salerno, di spiegare che De usu partium dev’essere opera di un omonimo di Galeno vissuto molto prima di lui.

    Sensibile è quindi la carenza di approfondimento e di serio studio che distingue le continue, ossessive, invettive e calunnie del PAG contro la Valtorta e il suo Divino Maestro: un atteggiamento che riceverà presto ulteriori sberle dalle ricerche del La Greca di prossima pubblicazione, che confermano in pieno la narrazione valtortiana.

    La ormai proverbiale superficialità gramagliesca impregna l’ennesima, lunga e noiosissima nota (pp. 162-163) in cui il PAG si accanisce contro le frasi in lingue antiche riportate nell’Evangelo e che la veggente non trascrive con sufficiente precisione da soddisfare il grande tuttologo PAG.

    Questa è bella! Questa è proprio bella! Ridi, popolo: hai mai provato a trascrivere parole pronunciate in una lingua straniera che non conosci? Cosa credi che ne venga fuori? Ma andiamo: proprio il fatto che le trascrizioni siano imprecise è una prova che la veggente si limitava a scrivere quello che sentiva nelle visioni.

    Tralasciamo altre amenità del PAG, ma non si può che ridere di un’affermazione come questa (p. 163): “A Gesù vengono anche attribuite falsamente [sic] alcune dottrine ecclesiastiche, come quella secondo cui, dopo l’avvento del Verbo e dello Spirito, il suicidio di disperazione non è più perdonato da Dio, oppure la dottrina cattolica del Purgatorio.”

    Ma quale può essere l’origine di tali dottrine se non la Tradizione? E da dove deriva la Tradizione se non dall’insegnamento di Gesù che non è stato tutto registrato nei Vangeli, ma tramandato oralmente per essere poi ripreso dai Padri della Chiesa e promulgato nei Concili? Ma per il PAG, visto che per l’ermeneutica ecc. ecc., Cristo non è Dio e le dottrine della Chiesa si sono formate per processo storico, magari il Salvatore non ne sapeva niente di come sarebbe stata la Chiesa futura.

    Nella stessa pagina, imperterrito il PAG continua la sua arrampicata sugli specchi (ibid.): “Giuda viene fatto rimproverare dal Maestro per una frase nei riguardi di Erode che invece Lc 13, 32 mette proprio in bocca a Gesù.” Il testo di Luca dice: “Rispose loro: ‘Andate a dire a quella volpe: Ecco, io caccio i demoni e opero delle guarigioni, oggi e domani; e il terzo giorno avrò terminato’.” Nell’Evangelo valtortiano la frase di Gesù suona così: “(…) andate a dire a quella vecchia volpe che Colui che egli cerca è a Gerusalemme. Infatti io vengo cacciando i demoni, operando guarigioni senza nascondermi. E lo faccio e lo farò oggi, domani e dopodomani, finché il mio tempo non sarà finito.” (Cap. 363.9). Giuda non dice nulla in questo caso, ma parla invece in altra occasione, con espressione molto forte: “La vecchia volpe malvagia e lussuriosa.” Lo dice a freddo, senza provocazione, perché non vi è nessuna minaccia, in quel momento, mentre nell’altro caso vi era minaccia, dato che alcuni farisei erano venuti ad avvertire Gesù che Erode intendeva ucciderlo, e Gesù ammonisce Giuda: “Non giudicate. Vi è Dio che giudica (…).” (Evangelo 72.6). Evidente il tono misurato di Gesù in confronto alla furiosa invettiva dell’Iscariota suscitata solo dal fatto di aver visto alcune case che erano di proprietà appunto di Erode. Nelle sue smanie valtortofobe, il PAG ha evidentemente confuso i due episodi.

    Ma che importa al PAG, visto che la dottrina cristiana non è per lui che un mito? Va infatti fabulando (pp. 163-164) che nell’Evangelo “è ripresa pure la spiegazione mitica del peccato originale della tradizione agostiniana: le singole anime sarebbero create da Dio senza peccato ma tale stato durerebbe solo un istante: un millesime di attimo, perché il peccato originale, contratto a contatto con la carne, le ucciderebbe immediatamente dopo il fulmineo istante creativo.” E si capisce: Sant’Agostino dava spiegazioni mitiche scaturite dal suo cervello, forse in stato di trance leggera. Una buffonata dopo l’altra. Come se dietro a Sant’Agostino non vi fosse la Tradizione, da lui interpretata col suo impareggiabile genio e la sua profonda fede. E chi è l’autore della Tradizione se non l’onnisciente Uomo-Dio?

    Macché onnisciente, si tratta di anacronismi, sentenzia il PAG, e ne sbrodola una lunga, penosa lista, corredata dalle solite, deliranti, lunghissime note a pie’ di pagina (pp. 164-168). Vediamone solo qualche esempio. Gesù insegna e pratica la Confessione cattolica auricolare [e chi doveva istituirla, se non Lui?]; parla della Trinità in termini niceno-constantinopolitani, definendosi il Verbo di Dio consustanziale al Padre [e come doveva definirsi?]; spiega la radice di verità presente in tutte le religioni come “ricordo” dell’atto fulmineo in cui l’anima venne creata [che c’è di strano?]; prende posizione contro il conferimento del sacerdozio ministeriale alle donne [le donne preti o addirittura vescovi dei protestanti sono invece un bel progresso, vero?]; rivela l’esistenza del Purgatorio e del Limbo [con evidente fastidio del PAG e dei protestanti]; offre una perfetta trattazione tridentina sui Sacramenti [e ciò non vuol forse dire che il Concilio di Trento, ispirato dallo Spirito Santo, ha seguito la sacrosanta Tradizione e aveva dunque ragione in tutto e per tutto?]; sviluppa la dottrina del Papato secondo i canoni del Concilio Vaticano Primo [vale quanto detto sul Concilio di Trento]; e quella del Corpo Mistico, secondo la nota enciclica di Pio XII [un grande Papa che sta sullo stomaco al PAG, così come, evidentemente, gli pesa la dottrina del Corpo Mistico].

    Ma l’odio più viscerale del PAG – quello che veramente rivela lo stato della sua fede e della sua anima – si scatena contro la Vergine Maria: Gesù, al quale, come abbiamo visto, l’illuminato tuttologo ha diagnosticato la schizofrenia e che ha gratificato di innumerevoli bestemmie, “si concede ad un madonnismo (sic!) di bassa lega, asserendo che il Paradiso sarebbe incompleto se Dio non vi potesse contemplare quel Giglio vivo che è Maria” (p. 166); proclama il dogma di Maria corredentrice (…) e dichiara sua madre la Madre dei redenti (…)” e via di questo passo.

    Si direbbe che tutte le verità sacrosante intorno alla Madonna, che consolano il credente, siano invece fuoco d’inferno per quest’anima di prete che non può sopportarle, e le riferisce con malcelato disgusto e col sottinteso che si tratti solo di sciocchezze.

    In una delle solite fluviali e deliranti note (pp. 167-168) il PAG insiste: “Il madonnismo di cattivo gusto cresce a partire dall’ottobre 1947”, e fra gli esempi di tale cattivo gusto il PAG annovera l’esortazione a dire il Rosario: hai proprio ragione, caro PAG, a detestare il Rosario: infatti è la preghiera più efficace contro i demoni. E quindi prosegue: “il 23 ottobre 1947 eccoti arrivare Gesù che, col suo solito infallibile fiuto pontificio (sic!), ordina di celebrare un Anno Santo con la definizione del dogma dell’Assunzione di Maria. Era proprio quello che Pio XII desiderava! [ecco un Papa sul quale il PAG non manca ad ogni occasione di riversare le sue frustrazioni] (…). E siccome tutti avevano preso la malattia (sic!) della devozione a Maria, la Valtorta il 30 ottobre 1947 crede di essere dotata di poteri straordinari per averlo intuito (…).”

    Al disprezzo per la devozione mariana, il PAG unisce evidentemente una profonda stizza nel constatare l’accordo degli Scritti valtortiani con il Magistero della Chiesa.

    Il blabla gramagliesco continua con la solita solfa (p. 168): “Affetta da narcisismo, oltre che da allucinazioni, il venerdì 3 marzo 1944 Maria Valtorta si fece dire da Gesù che i luoghi santi della Palestina, descritta nel romanzo da visionaria (…) erano veramente autentici, così come li vedevano i contemporanei dello stesso Gesù (…) perché gli ambienti della Terra Santa, dopo venti secoli di profanazioni, non erano più quelli che erano stati santificati dalla sua divina presenza (…)”.

    E con ciò? La Terra Santa è stata calpestata da innumerevoli eserciti, saccheggiata, rasa al suolo e il tutto ricostruito in sempre nuovi stili; e chi potrebbe aspettarsi di ritrovarla come la vedeva il Salvatore? Ma anche un fatto ovvio come questo urta i delicati nervi del PAG valtortofobo, che rincara la dose (ibid.): “Il 4 giugno 1945 Gesù le fece vedere come era la spiaggia del lago di Tiberiade presso Corozim, prima dell’interramento dovuto alle alluvioni bimillenarie; la rivelazione si concluse con un insulto ai biblisti e agli archeologi.” In realtà Gesù è sempre ben lontano dall’insultare alcuno: si limita a parlare, ben a proposito, di “dottori difficili”.

    Ecco il brano originale (Evangelo, Cap. 179.1): “Ora la città non sembra più sulle rive del lago, ma un poco in dentro nel retroterra. E ciò sconcerta gli studiosi. La spiegazione si deve cercare nell’interramento del lago da questa parte, dovuto a venti secoli di terriccio depositato dal fiume e ad alluvioni e frane scese dai colli di Betsaida. Allora la città era proprio all’imbocco del fiume nel lago, e anzi le barche più piccole, e nelle stagioni più ricche d’acque, risalivano per un buon tratto, fino a quasi l’altezza di Corozim, il fiume stesso, che serviva però sempre da porto e ricovero sulle sue rive alle barche di Betsaida nei giorni di burrasca del lago. Questo non per te, alla quale poco importa, ma per i dottori difficili.”

    Ecco di nuovo i delicatissimi nervi dell’erudito biblista sussultare al minimo urto che metta in forse l’infallibilità della sua “scienza”, che diguazza nel greco biblico e nell’ebraico ma è piuttosto a secco in fatto di geografia fisica e geomorfologia, discipline che confermano in pieno la plausibilità di quanto Gesù spiega nel brano riportato sopra.

     (continua)

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