Genova, 21 Novembre 2018 00.37





 
08
NOVEMBRE
2018
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Emilio Biagini

 

OMOCATASTROFE E OMOERESIA

 

Senza titolo 

 

Una cieca furia omosessualista permea l’attività dell’Onu (non a caso una creazione della massoneria) e delle relative agenzie. Nel dicembre 2014 l’Unicef (United Nations Children Fund) ha pubblicato un documento sull’“eliminazione della discriminazione contro bambini e genitori basata sul gender”, in cui viene ribadita la cronica tanatofilia di questa organizzazione dedita alla promozione dell’aborto, della contraccezione, dell’ideologia omosessualista, della denuncia di tutti i Paesi cosiddetti “omofobi”, dove i bambini Lgbt sarebbero oggetto di “discriminazione, intimidazione e violenza” (sic). S’intende qui la tanatofilia nel senso generico di alleanza con la morte, senza dimenticare che esiste pure la tanatofilia specifica, ossia “il fare fisicamente l’amore” con un cadavere, altra immonda sconcezza che è pure parte dell’omocatastrofe.

Il delirante piano dell’Unicef è sostenuto dall’intera Onu, il cui Segretario Generale, Ban Ki-Moon, perfetto lacché dei poteri forti, nel luglio 2013, ha proclamato: “Lasciatemelo dire forte e chiaro: le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno gli stessi diritti di chiunque altro. Anche loro sono nati liberi ed uguali ed io sto spalla a spalla con loro nella loro lotta per i diritti umani.” Un disegno che calpesta i diritti dei bambini di vivere la propria vita secondo l’ordine naturale e crescere in una famiglia formata da un padre e da una madre (Glori 2015).

La Chiesa si era battuta fino a poco tempo fa contro le agenzie Onu propagatrici della tanatofilia omosessualista, servendosi fra l’altro degli “Incontri mondiali delle famiglie”. Fin dal 1986, l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Joseph Ratzinger, nella “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali”, denunciava l’esistenza di una rete di ecclesiastici omosessuali che non solo si coprivano a vicenda le sconcezze ma erano in combutta con organizzazioni omosessualiste esterne alla Chiesa per sovvertirne l’insegnamento morale. Di qui la distorsione eretica della teologia insegnata nei seminari e nelle pontificie università, le crescenti pressioni per benedire le unioni omosessuali; la “pastorale per gli omosessuali” che ne legittima il vizio, la richiesta di riconoscimento civile delle unioni “ghei”. Mai la lobby omosessualista è stata così potente in Vaticano.

Sotto Bergoglio questa lobby detta ormai legge. All’“Incontro mondiale delle famiglie” di Dublino (21-26 agosto 2018) è stato relatore ufficiale padre James Martin, gesuita americano alfiere dei “diritti” omosessualisti all’interno della Chiesa, nelle parrocchie. Le sue tesi sono state tenute in grande considerazione nel sinodo dell’ottobre 2018, che, in forma ambigua, ben lontana dall’evangelico “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5, 37), specie con il paragrafo 150, apre pericolose falle che la lobby omosessualista non mancherà di sfruttare per scardinare ancor più l’insegnamento evangelico e spalancare la via a cedimenti sempre più gravi (www.sabinopaciolla.com/sinodo-testo-finale). Martin ha pure dichiarato che Bergoglio è “amico dei ghei”, come si vede dalle nomina di vescovi di tale orientamento (www.lanuovabq.it/it/il-papa-e-gay-friendly-parola-di-padre-martin, 9/11/2018), per cui la Chiesa starebbe “progredendo” verso l’accettazione dell’omosessualità. E, nelle alte sfere, nessuno lo smentisce.

L’omoeresia (validissima definizione coniata dal sacerdote polacco Prof. Dariusz Oko, specialista in filosofia delle religioni e diritto canonico, vedi <http://charismatismus.wordpress.com/tag/dariusz-oko>) è il rifiuto del Magistero della Chiesa cattolica sull’omosessualità, ed è quindi la versione ecclesiastica dell’omosessualismo. Gli omoeretici negano che la tendenza omosessuale sia un disturbo della personalità e una violazione della legge naturale, per cui gli invertiti dovrebbero poter entrare apertamente e a pieno diritto nel sacerdozio. Questo è quanto di peggio vi possa essere nell’intera omocatastrofe, è la catastrofe nella catastrofe. Nulla di strano, quindi, se si assiste al moltiplicarsi di casi, strettamente interconnessi, di clerical-vizio, ossia clerical-pederastia e clerical-omosessualità, in cui i cardinali compromessi sono proprio fra i più vicini a Bergoglio. Dall’Italia agli Stati Uniti (cardinale McCarrick e non pochi altri) al Cile, all’Honduras e altrove, è evidente che il vero problema è il clerical-cedimento al vizio contro natura. È già scandaloso che vi siano chierici dediti al peccato di Sodoma, ma peggio ancora è il fatto che si cerchi di trasformare la vergogna in dottrina, tutto, naturalmente, ammantato del più mieloso e curiale buonismo, che ha trovato persino espressione nelle “arti” (si fa per dire), con l’osceno e blasfemo affresco, voluto dal vescovo Vincenzo Paglia, che sfregia la controfacciata della cattedrale di Terni.

Ecco quindi, le “messe” per omosessuali lesbiche, bisessuali e transgender, come quelle celebrate due volte al mese a Londra, a Warwick Street, con l’approvazione dell’arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, dove vengono pronunciate omelie che giustificano il vizio. Nella chiesa è esposta con grande evidenza la bandiera arcobaleno; spesso altre bandiere e striscioni coprono le immagini sacre esposte lateralmente nella chiesa. Travestiti e transessuali sono spesso chiamati a leggere le letture. I fedeli hanno protestato con l’arcivescovo, e manifestano la loro contrarietà recitando il Rosario per strada (“sgranarosari”, forse anche “marci nel cuore”, secondo le debordanti e caritatevoli espressioni di Bergoglio), senza ottenere attenzione, e tanto meno soddisfazione, dalla gerarchia (vaticaninsider.lastampa.it).

Ecco la VII edizione della cosiddetta “Festa dei Popoli” tenutasi nell’ottobre 2015 a Vercelli presso il Seminario della diocesi retta dall’arcivescovo Mario Arnolfo, nominato da Bergoglio il 27 febbraio 2014. Tra gli invitati figurava, per il secondo anno consecutivo, l’associazione omosessualista locale Arcigay “Rainbow”, che, tramite il suo sito internet, ha ringraziato dell’invito, aderendovi ed allestendo per l’occasione un proprio stand con gadget e materiale di propaganda dei preservativi. Il sito web della diocesi ha spiegato di voler operare secondo uno spirito rigorosamente “inclusivo”, per “raggiungere ogni fascia di popolazione.” E prosegue, con una cascata di melassa buonista: “Protagonisti vorremmo fossero ancora una volta i nostri fratelli provenienti da luoghi – geografici e/o culturali – lontani, nella convinzione che ogni incontro con l’altro è prima di tutto arricchimento e crescita della fiducia” (Radici Cristiane, 11, 110, dicembre 2015, p. 20). Mirabili intenti, che rappresentano il vuoto pneumatico all’interno di una gran parte della Chiesa cattolica: una profonda crisi di senso e di valori, che pur di andare incontro al mondo, in nome di una fantomatica “misericordia”, ignora e calpesta la propria Dottrina di sempre, votandosi al suicidio.

E com’è possibile che uomini che hanno liberamente giurato di dedicare la propria vita a Dio (chi li obbligava a farlo?) sprofondino tanto in basso da farsi cogliere dalla polizia in festini “ghei” a base di cocaina? Vedi la triste vicenda del segretario personale del cardinale Francesco Coccopalmerio, monsignor Luigi Capozzi, sorpreso dalla polizia vaticana appunto in un festino di tal genere. Forse per queste benemerenze, al Capozzi è stato assegnato un appartamento vaticano “discreto”, che sarebbe stato altrimenti di pertinenza di un membro della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Per comprendere cosa sia l’omocatastrofe, occorre uscire abbandonare le generiche esternazioni pro e contro, e leggere invece questo illuminante documento dell’Unione Cristiani Cattolici Razionali (http://www.uccronline.it).

 

Chi è stato il fondatore del movimento omosessuale italiano? Il suo nome è Mario Mieli, scrittore e autore nel 1977 del celebre “Elementi di critica omosessuale” che divenne un fondamento dei cosiddetti “lavaggi del cervello”, ovvero delle teorie di genere in Italia: approccio psicologico e antropologico dell’omosessualità (con quali competenze?), giudicato “pietra miliare per un’intera generazione di militanti gay”.

Mieli in gioventù usava vestire quasi sempre con abiti femminili, andava truccato a scuola, saliva sugli autobus nudo sotto una pelliccia, indossava i gioielli di famiglia, non a caso il professor Zapparoli, lo psichiatra che lo aveva in cura, aveva diagnosticato una sindrome maniaco-depressiva con connotazioni schizoidi. Frequentò esponenti del movimento gay inglese e fondò nel 1971 la prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, chiamata “FUORI!” (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano). Se staccò da essa nel 1974 perché l’associazione si fece inglobare dai soliti approfittatori del Partito Radicale, lui invece non era convinto che si dovesse passare dalla politica per cambiare il mondo (e su questo aveva ragione).

La caratteristica per cui è spesso ricordato è stata la coprofagia, ovvero l’hobby sessuale di mangiare i propri escrementi. E’ famosa la sua esibizione pubblica all’Ompo’s, durante la quale si esercitò in questi atti (anche con gli escrementi del suo cane). Il poeta gay Dario Bellezza (morto di AIDS) ironizzò così: «A Mario è rimasto altro che mangiar la m…, per far parlare di sé». Morì suicida nella sua abitazione di Milano, nel 1983 a soli 30 anni, dopo l’ennesimo periodo di depressione. A lui è intitolato il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, sorto a Roma nello stesso anno della morte da suoi estimatori, che lo ricorda così: «si esibì più volte gustando m… e bevendo il proprio p… pubblicamente come a fornire un supporto umano e pesante ai prodotti più nascosti e più inumani dell’uomo; come a farsi forte di quella m… con cui una società bigotta, borghese e clericale aveva tentato di coprirlo». Mieli era notoriamente anche necrofilo.

Il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Italiano, “Liberazione”, lo ha celebrato più volte. L’11 marzo 2008 ha riassunto così la sua biografia: «Vestiti da donna, teatro d’avanguardia, teoria, militanza, droga, coprofagia. Venticinque anni fa, il 12 marzo 1983, usciva volontariamente di scena, suicida a 31 anni, il più grande intellettuale queer italiano». L’articolo è scritto da un suo ammiratore, che ha onorato le gesta di una «dimensione esemplare e quasi mitica, sfaccettature di una coraggiosa e coerente complessità». Il suicidio di Mieli viene definito un «capolavoro di estremo narcisismo o esempio di masochismo che può sublimare, se usato politicamente, l’istinto di morte della Norma eterosessuale». La Norma eterosessuale significava per Mieli -probabilmente segnato dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico e dall’effetto di droghe di cui abusava-, la rimozione dell’omosessualità e della femminilità da ogni uomo, perché «la dimensione di una transessualità originaria e profonda, costituisce la cifra essenziale dell’Eros di ciascun individuo». Lui ha introdotto il concetto per cui la «la Norma eterosessuale castra il desiderio attraverso l’educazione, producendo una società di adulti “monosessuali”, repressi, intrinsecamente omofobi e per questo votati alla guerra». In poche parole, per l’icona gay italiana, «ogni uomo si trova a dover fare i conti con il frocio e con la donna repressi dentro di lui, che Mieli invita ad accettare, accogliere e liberare».

“Fissarsi” su «un singolo oggetto sessuale» (cioè, per oggetto si intende solo l’uomo o solo la donna) è -secondo Mieli- «un limite, un sintomo di repressione, di rimozione della naturale disposizione transessuale». Bisognerebbe aprirsi sessualmente ad ogni “oggetto”, dagli uomini agli animali e, perché no, fino ai propri escrementi. Solo così non si sarebbe repressi e omofobi. «Una posizione, questa, che scandalizza ancora oggi», si lamenta il suo ammiratore su “Liberazione”. Le perversioni più assurde, servono proprio per «restituire agli individui la condizione originaria di transessualità, ovvero la libera e gioiosa espressione della pluralità delle tendenze dell’Eros». Esse, secondo lo slogan da lui coniato, “Mens sana in corpore perverso” (sbagliando pure il latino), «sono tappe inevitabili, lungo il cammino dell’Eros e dell’emancipazione per la rottura di ogni tabù». L’ammiratore di Mieli scrive con stile mistico-religioso: «Elogio della m… come grimaldello che apre le porte dell’armonia, come supremo vessillo della liberazione, come fonte di ricchezza accessibile a chiunque, come comunione sublime per un’iniziazione scandalosa, per una conoscenza schizofrenica e divergente. Il Mieli “alchemico” dell’ultima parte della sua vita narra un’esperienza magico-erotica che lo vede protagonista insieme al suo fidanzato: la celebrazione di un rito di “nozze alchemiche”, con la preparazione e l’assunzione di un pane “fatto in casa”, un dolce nel cui impasto confluivano non solo m…, sangue e sperma, ma anche ogni altra secrezione corporale, dalle lacrime al cerume. Perché? “L’abbiamo mangiato – dice Mieli – e da allora siamo uniti per la pelle. Pochi giorni dopo le “nozze”, in una magica visione abbiamo scoperto l’Unità della vita. Era come se non fossimo due esseri disgiunti, ma Uno; avevamo raggiunto uno stato che definirei di comunione“». Forse è per questo che non pochi psicologi hanno cominciato a parlare di “terapie riparative”?

Anche in Mieli ritorna il pensiero della pedofilia, come nel movimento omosessuale americano. Si legge nell’articolo di “Liberazione”: «Il bambino è, secondo Mieli, l’espressione più pura della transessualità profonda cui ciascun individuo è votato. È l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros». Secondo l’articolista del quotidiano comunista, questo è un «discorso eversivo e scomodo oggi più che mai, in una società attanagliata dal tabù che investe senza appello il binomio sessualità-infanzia, ossessione quasi patologica che trasforma il timore della pedofilia in una vera e propria caccia alle streghe». Anche i bambini dovrebbero fare sesso, secondo Mieli, perché l’Eros, «se lasciato libero di esprimersi, può fondare una società diversa da quella in cui viviamo. Sicuramente più libera». L’adozione gay, invece, potrebbe «inculcare nel bambino i valori di una sessualità più vicina al potenziale transessuale originario?», ci si domanda su “Liberazione”. I valori cristiani e quelli familiari naturali, secondo Mieli sono «pregiudizi di certa canaglia reazionaria» che, trasmessi con l’educazione, hanno la colpa di «trasformare il bambino in adulto eterosessuale». I pedofili invece possono “liberare” i bambini: «noi checche rivoluzionarie», ha scritto l’icona gay italiana, «sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, si, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega» (da “Elementi di critica omosessuale”, 1977).

 

Il legame strettissimo tra omosessualità, pederastia, coprofagia e tentativo di annientare la morale naturale e cristiana non potrebbe essere più chiaro. Evidentissima pure, dai teneri sdilinquimenti di “Liberazione”, la stretta connessione tra i due deliri ideologici, quello “ghei” e quello comunista, miranti, dopo il fallimento dell’utopia marxista, ad imporre la satanica e grottesca ideologia di genere. Il tentativo di introdurre una simile mostruosità per legge rappresenta il punto finale di una rivoluzione antropologica iniziata con la contraccezione e proseguita con divorzio, aborto e fecondazione artificiale, fino a negare la realtà della persona umana, non più maschio o femmina come Dio ha destinato, ma informe gelatina in preda alle passioni più oscene. Se la libertà di fare diventa libertà di farsi da sé, non si può che negare il Creatore (Cascioli, 2013), così che l’uomo viene avvilito nell’essenza del suo essere, non più creatura ad immagine di Dio ma bestia fra le bestie, il tutto in nome di un mitico “progresso”. Secondo questo mito derivato dall’Illuminismo al lumicino, un’idea sarebbe da scartare non perché si dimostri che è falsa, ma solo perché è stata espressa nel passato. Del resto, i rapporti contro natura non sono forse cosa vecchissima, in cui indulgeva Nerone e, molto prima di lui, i marci abitanti dell’antica Sodoma? E non è stata l’unica vera novità nella storia del mondo, il Cristianesimo, a condannarli, per la voce ispirata del grande apostolo San Paolo?

Per gli omosessualisti l’omosessualità sarebbe “normale”, anormale invece chi non l’accetta. Ma in quasi tutti i casi accertati anche negli scorsi decenni, gli abusi sui minori sono una conseguenza dell’attività omosessuale. Questo è il punto fondamentale: parlare semplicemente di pedofilia come se fosse un problema isolato, è un trucco per distrarre l’attenzione dal vero problema dell’omosessualità. Ma non illudiamoci, dalla fogna del vizio arrivano da tempo cupi brontolii che preludono alla pretesa di dichiarare legittima anche la pederastia, la corruzione di minore.

Nella progressisticamente sodomitica Olanda è stata proclamata la fondazione del primo partito ufficialmente pro pedofilia, Partij voor Naastenliefde, Vrijheid en Diversiteit “Partito per la Carità, la Libertà, la Diversità”. “Vogliamo trasformare la pedofilia in un argomento di dibattito”, ha dichiarato al quotidiano “Algemeen Dagblad” uno dei promotori dell’iniziativa, Ad van den Berg, lamentandosi per come oggi l’“orientamento sessuale” pedofilo sia tornato ad essere un tabù. Il nuovo partito sostiene che il proibizionismo sarebbe deleterio: il programma del partito prevede la riduzione dagli attuali 16 ai 12 anni dell’età minima per avere rapporti sessuali, la partecipazione dei minorenni ai film porno e il loro diritto a prostituirsi, la liberalizzazione della zoofilia (la perversione con animali), la diffusione di materiale pornografico in televisione in qualunque ora; l’educazione sessuale nelle scuole fin dalle scuole materne, mentre l’insegnamento religioso andrebbe abolito, e il nudismo legalizzato ovunque e di chiunque si tratti.” È vero che il Partij voor Naastenliefde, Vrijheid en Diversiteit non ha mai ottenuto un seggio al parlamento e si è sciolto nel 2010, ma una prima picconata è stata comunque assestata, e per non restare indietro, in Svezia il partito liberale, che non si è affatto sciolto, ha chiesto a sua volta la legalizzazione di incesto, pedofilia e necrofilia (Scandroglio 2016).

Come si vede non c’è limite, fino alla coprofagia, alla fornicazione con bambini, animali, cadaveri. In questa deriva satanica c’è una regia? Di certo la massoneria, vantandosi di essere “più avanti” sulla strada del cosiddetto “progresso”, ha proclamato apertamente il proprio sostegno all’omosessualismo, almeno in Francia, ma non c’è motivo di dubitare che ciò valga anche per i “fratelli” nel resto del mondo (Radici cristiane, 83, aprile 2013, p. 11).

 

Il noto giornalista francese Laurent Joffrin afferma che in Francia la massoneria esercita una influenza sullo Stato (e difatti nel governo del presidente François Hollande ci sono una mezza dozzina di massoni). Egli ha affermato a Telématin il 04/01/2013: “La Massoneria in materia di condotta è sempre più ‘avanzata’ o più ‘progressista’ rispetto alla media della popolazione. E quindi, sulle questioni di fine vita, sulle questioni dei matrimoni gay e del voto agli stranieri, hanno un’influenza indiscutibile. Il che, a mio parere, è positivo.” Il 5 novembre 2012 il Grande Oriente ha affermato: “La definizione dei diritti della persona dipende solo dalla volontà collettiva degli uomini. Il Grande Oriente di Francia condanna fermamente le dichiarazioni della Chiesa Cattolica circa il progetto di legge sull’apertura del matrimonio civile a tutte le coppie che sarà presentato al Consiglio dei Ministri mercoledì prossimo. Pertanto l’evocazione del cardinale André Vingt-Trois di ‘profondi cambiamenti della nostra legislazione che potrebbero cambiare radicalmente le modalità delle relazioni che sono alla base della nostra società’ testimonia posizioni retrograde ossia oscurantiste in completo disaccordo con i necessari sviluppi sociali e politici del nostro tempo. Questo progetto di legge mira a garantire un riconoscimento repubblicano della libera scelta matrimoniale delle persone che lo desiderano, in nome della parità di diritti. In nome della Laicità, il Grande Oriente di Francia ricorda che le Chiese devono limitarsi alla sola sfera spirituale, e non interferire, con imprecazioni stigmatizzanti e amalgami violenti e di odio ai legittimi dibattiti pubblici e democratici che presiedono all’evoluzione e al progresso dei diritti civili” (Telématin, 4/1/2013)

 

E se ne vantano pure.

Due lesbiche australiane hanno umiliato il figlio adottivo di sei anni travestendolo da ragazza e pubblicando le sue foto su Facebook. Una delle due era in procinto di cambiare sesso per tentare di “trasformare” il suo corpo in quello di un uomo, mentre la sua compagna sta seguendo un trattamento di fertilità. Il tribunale dei minori del New South Wales ha immediatamente portato via dalla coppia il bambino, rimosso le immagini da Facebook e avviato un’indagine sull’agenzia di affidamento che ha permesso l’assegnazione del minore alle due lesbiche. Il Daily Mail riferisce che l’ex magistrato del Tribunale dei minori, Barbara Holborow, saputo della vicenda ha dichiarato: “Oh mio Dio, che cosa stiamo facendo?”, in un soprassalto di lucidità sulla frana omosessualista dell’Occidente” (Radici cristiane, 8, 73, aprile 2012, p. 9). La notizia ha fatto il giro del mondo e ha sollevato inevitabilmente numerose polemiche sulla stabilità delle relazioni omosessuali, sull’adozione omosessuale e sul favoreggiamento alla pedofilia, peraltro senza apprezzabili conseguenze.

Un ragazzo adottato da una coppia di “ghei” è stato stuprato dai “padri” adottivi. Nell’era del politicamente corretto e dell’omosessualismo imperante, le sue denunce erano state messe a tacere ed era stato etichettato dagli assistenti sociali come “bambino indisciplinato”. Le sue lamentele sono state ignorate per anni ed era stato rimandato a casa della coppia “ghei” nonostante le accuse di stupro, anzi, gli assistenti lodavano il “padre” adottivo come un “genitore molto attento” (sic). Il caso viene dall’Inghilterra, dove matrimoni e adozioni ghei sono permesse ed è di monito ai Paesi non ancora caduti nella trappola dei cosiddetti “diritti ghei”. Il rapporto del giudice accusa i servizi sociali di Wakefield, nello Yorkshire, di “errore di valutazione, follia e indecenza”. Il ragazzo, cui sono stati erroneamente diagnosticati inesistenti disturbi mentali e prescritti farmaci anti-psicotici, ritiene che sarebbe stato creduto molto prima, se il suo padre adottivo non fosse stato ghei. Dopo quasi un decennio di battaglie legali, il tribunale ha ordinato il risarcimento al giovane Andy. Lui e sua madre, Elaine Moss, più volte si sono lamentati con gli assistenti sociali per l’abuso. Il padre adottivo Cannon, 54 anni, e il suo “compagno” 31enne, John Scarfe, sono stati condannati a soli 30 mesi di carcere nel maggio 2006 per aver praticato attività sessuale con un bambino. La vittima ha fatto rilevare: “Credo che se mio padre adottivo non fosse stato gay, le mie accuse sarebbero state ascoltate molto prima. Il servizio sociale, che avrebbe dovuto essere lì per vigilare ed evitare che ciò accadesse, ha preferito semplicemente mettere la polvere sotto il tappeto. Per non urtare la lobby omosessuale.” Andy, che ha rinunciato al suo diritto di anonimato per denunciare la sua storia sul Daily Mail, ha raccontato: “Quando ho riferito gli abusi agli assistenti sociali non sono stato creduto. E adesso approvate i matrimoni e le adozioni omosessuali”. E in effetti la magistratura politicamente corretta del Regno Unito non manca di fornire ogni sostegno alla lobby omosessuale. Il giudice Anthony Hayden, colui che ha condannato a morte Baby Alfie, il bambino che la scienza britannica non era capace di curare, è non a caso coautore di un testo legale (Hayden et al. 2012) per assistere le coppie di invertiti nelle loro, diciamo così, “operazioni” coi bambini.

Sulle conseguenze mortali del vizio che violenta le leggi divine e naturali cala naturalmente la censura mediatica dei poteri forti, così che solo attraverso fonti di nicchia ne viene a galla qualcosa (“Transessualismo: un suicidio che fa riflettere”, Radici cristiane, 80, dicembre 2012, p. 10).

 

Un ragazzo si toglie la vita in provincia di Milano. Avrà vissuto un disagio giovanile, comune a tanti suoi coetanei. Ma, al di là della separazione dei genitori che li aveva condotti a una lontananza anche geografica (la madre a Roma con un nuovo compagno ed il padre trasferito in provincia di Milano), c’era molto di più. Un elemento che aveva prodotto litigi sempre più frequenti e “gridati” e screzi sempre maggiori con il padre. Il ragazzo non accettando la nuova situazione sentimentale della mamma aveva lasciato la capitale, giunto al Nord aveva accettato lavori non sempre allettanti.

Ma non era questo il motivo della sua profonda insoddisfazione. Tutto è precipitato all’improvviso e nella maniera più tragica, dopo una discussione con il padre durata quasi fino a mezzanotte, quando il figlio sbatte la porta di casa e se ne va. Non vi farà più ritorno. Il ragazzo parcheggia la sua auto, si arrampica a un’altezza di circa 15 metri, si lancia nel vuoto, precipitando sull’asfalto, e muore sul colpo.

Comincia il balletto delle ipotesi. Subito si pensa addirittura ad un omicidio, poi, fatti i rilievi la diagnosi è chiara: suicidio. Ma la certezza assoluta che si tratti di una fine voluta la fornisce la testimonianza del padre. In preda allo strazio l’uomo, in caserma, racconta ai carabinieri una storia dolorosissima che lo accompagnerà per sempre, con un profondo senso di colpa. La sera prima aveva litigato con il figlio perché, dietro le pressanti insistenze di quest’ultimo, gli aveva rivelato il reale motivo del naufragio del matrimonio: “Io e la mamma ci siamo lasciati ma la colpa è in gran parte mia. Anzi, solo mia: sto per cambiare sesso. Voglio diventare una donna”. Calano il gelo e il silenzio. Il pm che aveva aperto il fascicolo sulla morte del giovane lo chiude.

 

Dato il carattere tanatofilo del vizio (“…il salario del peccato è la morte”, Romani 6, 23), non stupisce affatto scoprire che l’omosessualità triplica il rischio di suicidio (Björkenstal et al. 2016). Sono state monitorate ben seimila coppie omosessuali “sposate” o che avevano contratto una registrerat partnerskap (unione civile) in Svezia tra il 1996 e il 2009 e seguite fino al 2011. I dati sono stati messi in comparazione per lo stesso periodo con le coppie eterosessuali, più di un milione. La persona omosessuale “sposata” o convivente con altro omosessuale ha il 2,7 di probabilità in più di togliersi la vita rispetto ad un eterosessuale sposato o convivente. Il 95% del campione oscilla tra l’1,5 e il 4,8 di probabilità di tentare il suicidio. Più a rischio sono i maschi omosessuali (2,9) rispetto alle femmine omosessuali (2,5).

Identico risultato in Danimarca, paese assolutamente tollerante verso l’omosessualità (Frisch & Simonsen 2013). Anche in questo caso i ricercatori sono arrivati alla conclusione che il tasso di suicidi che colpisce gli omosessuali conviventi è tripla rispetto agli eterosessuali conviventi o sposati. Sempre in Danimarca, nel corso dei primi dodici anni di legalizzazione delle unioni omosessuali (1990-2011) per gli uomini omosessuali legalmente “sposati”, il tasso di suicidio è stato otto volte maggiore di quello degli uomini che hanno una unione eterosessuale, e il doppio rispetto a quello degli uomini non sposati. Un’altra ricerca, condotta su 6,5 milioni di danesi tra il 1982 e il 2011, ha evidenziato come il suicidio tra uomini conviventi con un altro uomo sia quattro volte maggiore rispetto a quello degli uomini sposati con una donna (Frisch & Simonsen 2013 cit.).

L’obiezione degli omosessualisti è che la persona “ghei” si toglie la vita non a motivo del suo legame omosessuale, bensì per la cosiddetta “omofobia”. L’intolleranza “omofoba” spingerebbe gli omosessuali a suicidarsi. Lo stesso studio di Björkenstal et al. (2016 cit.) smonta l’obiezione. Se anche in Svezia, paese estremamente tollerante, gli omosessuali si tolgono la vita, è evidente che la mitica intolleranza è ininfluente sulla decisione di suicidarsi. Stesso discorso, in relazione allo studio appena citato, per la Danimarca che di certo non si può tacciare di essere troppo puritana, e per la Norvegia, come mostra la relazione  Arne Gronningseter Report del 2017 (www.documentazione.info/il-tasso-di-suicidi-nei-paesi-gay-friendly).

Peraltro il numero di atti di discriminazione, veri o presunti, è di gran lunga inferiore al numero di casi di disagio psicologico denunciati da persone omosessuali, per cui non esiste correlazione tra discriminazione e disagio nell’ambiente omosessuale. Ma, soprattutto, gruppi sociali oggettivamente discriminati non mostrano tutti quei disturbi né quegli atteggiamenti autolesionisti che si riscontrano nelle comunità omosessuali. Ad esempio i cristiani che nel mondo non sono solo discriminati ma addirittura e non di rado perseguitati a morte non manifestano il profondo malessere esistenziale sofferto dagli omosessuali. Moltissimi studi comprovano che la persona omosessuale, proprio a motivo della sua vita sessuale, è più esposta ad infezioni e a tumori. Anche questo fatto dovrebbe far riflettere non poco sulla cosiddetta “normalità” dell’omosessualità, una condizione contronatura che contrasta con l’essenza profonda e la reale identità della persona (Scandroglio 2016).

Altre prove giungono dall’ampio studio condotto nel 2008 da un team di psicologi e psichiatri britannici, basato su oltre 13.000 casi (King 2008). Le conclusioni sono che lesbiche, ghei e bisessuali corrono rischi significativamente maggiori di soffrire “disordini mentali, ideazione suicida, abuso di sostanze e autolesionismo rispetto alla popolazione eterosessuale (…), spesso sviluppano un senso di colpa sulla propria sessualità. A ciò si aggiungono i rischi del loro particolare stile di vita, come l’abuso di alcol e di stupefacenti, il rischio di contrarre malattie infettive e tendenze suicide. Abbiamo anche riscontrato un alto indice di autolesionismo e di autoavvelenamento. L’autolesionismo di lesbiche, “ghei” e transessuali è una delle principali cause di ammissione ai Pronto Soccorso negli ospedali della Gran Bretagna.”

Non diverse sono le conclusioni di uno studio pubblicato nel 2011 negli Stati Uniti, e basato su numerose ricerche internazionali: “Dall’inizio degli anni Novanta, tutte le ricerche condotte fra i giovani americani, che comprendono anche l’identificazione dell’orientamento sessuale, hanno riscontrato negli omosessuali indici di tentativi di suicidio sette volte più elevati rispetto ai giovani che si dichiarano eterosessuali” (Haas et al. 2011). Uno studio basato sui dati del sistema di sanità pubblica e privata della Città di New York pervenne a simili conclusioni: “Alcuni gruppi della città sono a rischio notevolmente più elevato di suicidio e autolesionismo, specialmente le lesbiche, gay e bisessuali. Questi gruppi riportano anche un indice notevolmente superiore di problemi mentali, fisici e sociali” (New York City Department of Health and Mental Hygiene 2012).

Le lobby omosessualiste non possono contestare questi dati, ma accusano la mitica “omofobia” per tale situazione. Ma, come abbiamo visto, perfino nei Paesi più tolleranti non è alcuna diminuzione dei disturbi nella comunità omosessuale. I problemi sono dovuti a cause endogene, cioè legate in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa e al modo di vita omosessuale. Perfino molti omosessuali lo riconoscono. Lo ha ammesso, ad esempio, Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e intellettuale inglese, mentre Luis Pabon, ex militante omosessuale, ha detto: “Nella comunità omosessuale c’è talmente tanto disgusto di se stessi che si incontrano continuamente uomini a pezzi, autodistruttivi, che sanno solo ferire, che sono crudeli e vendicativi gli uni contro gli altri. Non voglio più essere omosessuale. Sono approdato nella comunità omosessuale alla ricerca di amore, intimità e fratellanza. Ciò che ho trovato è sospetto, infedeltà, solitudine e mancanza di unione.” Vi si sperimenta, continua Pabon, “una immoralità diabolica che ti porta alla distruzione quotidiana. Non ne vale la pena, non più. Ho scelto di dissociarmi da uno stile di vita al di fuori della morale e della bontà. Vivere la vita omosessuale è come infatuarsi di un cattivo ragazzo, di cui all’inizio desiderate spasmodicamente l’attenzione e l’amore, ma che alla fine vi fa ribrezzo.” Matthew Todd, drammaturgo e redattore della rivista omosessuale inglese Attitude, ha definito “il problema dei problemi” il dilagare delle malattie mentali e della droga tra gli uomini omosessuali, spiegando: “C’è questo luogo comune che passiamo tanto tempo a fare festa, ma in realtà noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c’è un inferno di omosessuali infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale, tassi molto elevati di comportamenti autodistruttivi. La vita omosessuale è incredibilmente sessualizzata. I ragazzi entrano in questo mondo dove c’è un sacco di alcol e un sacco di droga, non c’è nulla di sano, dolce o rilassato”.

Alcuni studi hanno rilevato che la maggior parte dei tentativi di suicidio sono dovuti a problemi derivanti da una relazione omosessuale (rottura del rapporto, litigi), tanto che il British Journal of Psychiatry ha sostenuto: “Può essere che il pregiudizio della società contro gli omosessuali porti ad una maggiore angoscia. Tuttavia la psicologia omosessuale può anche portare ad assumere stili di vita che rendono queste persone più vulnerabili al disturbo psicologico”. Archives of General Psychiatry pubblica i risultati d una ricerca condotta sui disturbi psico-fisici di oltre 7.000 cittadini olandesi, ne è emerso un altissimo tasso di problematiche tra le persone omosessuali, nonostante l’Olanda sia in cima alle graduatorie per assenza di omofobia. La stessa ricerca, replicata qualche anno più tardi, evidenzia di nuovo come l’omosessualità sia significativamente correlata con il suicidio e con i disturbi mentali, riconoscendo ancora una volta che “persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell’omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicida molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali”.

Anche a prescindere dalle tendenze al suicidio, l’omosessualità accorcia la vita. Recenti studi hanno dimostrato che l’abitudine di fumare riduce la speranza di vita di una persona fra 1 e 7 anni; mentre la condotta omosessuale in Norvegia e Danimarca la riduce fino a 24 anni. Così hanno riferito i dottori Paul e Kirk Cameron nella convenzione annuale della Eastern Psychological Association (EPA) degli Stati Uniti, realizzata nel 2007. Oggi, in tutto il mondo occidentale, i bambini a scuola imparano che devono accettare l’omosessualità e rifiutare il tabacco”, sottolinea il Dott. Paul Cameron, il quale appartiene anche all’organizzazione pro-vita Family Research Institute. In Danimarca, il Paese con più lunga esperienza in merito al “matrimonio” omosessuale, si sa che, tra il 1990 e il 2002, gli uomini eterosessuali sposati morivano all’età media di 74 anni, mentre gli omosessuali maschi “sposati” hanno avuto un’età media di 51 anni. In Norvegia, gli eterosessuali morivano verso i 77 anni in media, mentre gli omosessuali morivano a solo 52 anni in media. Nel caso delle donne la differenza è analoga: le eterosessuali sposate morivano in media a 78 anni, mentre le lesbiche in unione omosessuale legale morivano a non più di 56. La riduzione della speranza di vita per quelli che vivono l’omosessualità è significativa”, spiega il Dott. Cameron “Lo stesso standard di morte prematura può essere verificato se osserviamo gli obitori negli Stati Uniti. Data la grande riduzione della speranza di vita fra gli omosessuali, le scuole dovrebbero avvertire con forza ed insistentemente i bambini, molto di più di quanto non si faccia col fumo. Le scuole che stanno introducendo un curriculum pro-gay dovrebbero tornare a riflettere sulle priorità”, ha concluso l’esperto (Radici Cristiane, 25, giugno 2007, p. 22). Come è stato scritto in una ricerca pubblicata sul Journal of Human Sexuality nel 2010: “Le persone con attrazione per lo stesso sesso hanno una varietà deplorevolmente elevata di problematiche di salute mentale, e ci sono prove che questo sia dovuto alla pressione sociale molto meno di quanto comunemente si supponga” (Tradizione, Famiglia, Proprietà, 21, 65, giugno 2015, pp. 5-7. Basato su un articolo pubblicato sul sito dell’Unione Cristiani Cattolici Razionali – UCCR, 25 aprile 2015.)

Non si può quindi assolutamente escludere che le patologie riscontrate nelle comunità omosessuali dipendano da cause interne, dato che permangono anche nelle società più accoglienti per i “ghei”, come rilevato anche dal Gandolfini, noto neuroscienziato e primario di neurochirurgia alla fondazione Poliambulanza di Brescia (Gandolfini & Lorenzetto 2016). Immediate le smanie della lobby “ghei”: sulla rivista di sinistra L’Espresso, rigorosamente allineata sulle posizioni mondialiste tanatofile del vespasiano politicamente correttissimo e sempre pronta al linciaggio morale di chi canta fuori del coro (come ho potuto constatare di persona), il militante omosessualista Simone Alliva ha subito accusato Gandolfini di voler imporre “cure e correzioni”. Per carità, non correggiamoli: lasciamo che si rovinino, dato che ci tengono tanto al loro “stile di vita ghei”. Bisognerebbe però impedire loro di attirare e corrompere gli altri, specie i bambini.

La posizione svantaggiata dei figli di coppie omosessuali si manifesta negli scarsi risultati scolastici. Uno studio esaustivo condotto in Canada e recentemente pubblicato sulla “Review of Family Economics”, ha riscontrato che i bambini cresciuti all’interno di “famiglie” composte da persone dello stesso sesso hanno il 35% in meno di probabilità di ottenere il diploma scolastico rispetto ai figli di famiglie normali. Questa percentuale, stimata per i maschi, diviene più elevata nelle femmine, le cui probabilità sono ancora inferiori. Il prof. Douglas W. Allen, economista presso la Simon Fraser University di Vancouver, sottolinea che, a differenza dei precedenti studi fatti su campioni troppo piccoli per essere scientificamente validi e che, quindi, a volte mostravano risultati contrastanti, la ricerca da lui condotta è basata su un numero molto considerevole di persone, che includeva un campione casuale del 20% della popolazione canadese (Tradizione, Famiglia, Proprietà, 20, 61, giugno 2014, p. 6).

La California è diventata il primo stato USA a bandire le terapie riparatrici sull’orientamento sessuale applicate sui minori. Dunque obbligare un minore che sente attrazione per il suo stesso sesso a seguire un trattamento per “guarire” a tutti gli effetti considerato un reato. La legittimazione dell’omosessualità muove da convinzioni relativiste e si trasforma in coercizione giungendo a negare la libertà di cure (Radici cristiane, 80, dicembre 2012, p. 9), e obbligando gli studenti a sorbirsi la “storia ghei”. A partire dal gennaio 2012 nelle scuole pubbliche della California il “ruolo e il contributo” dato al Paese e al mondo da personaggi storici nazionali di orientamento omosessuale sarà materia d’insegnamento obbligatorio. Si cercheranno così con il lanternino “padri della patria” ed eroi “diversamente americani” e, non trovandoli, andrà a finire che si applicherà il criterio opposto: non grandi personaggi gay, ma ghei grandi personaggi. Al contempo occorrerà far sparire qualsiasi affermazione o sussurro che possa anche solo lontanamente indurre a valutare criticamente gli omosessuali in ragione del loro comportamento sessuale. Per questo i libri di testo andranno tutti riveduti e “normalizzati”.Maestri e professori dovranno spiegare in aula l’illuminante storia dell’omosessualità. Chiunque non ritenga l’omosessualità proprio illuminantissima sarà in flagranza di reato. Le grandi case editrici di manuali scolastici cercano di adeguarsi a quanto richiesto dalla legge negli Stati più grandi, specialmente in California e in Texas. In questo modo diversi degli Stati più piccoli verranno spinti ad adottare i materiali didattici preparati per la California ghei (www.lanuovabq.it>, 19 luglio 2011).

"Da quasi trent'anni negli Usa è in corso una guerra omosessualista, soprattutto nel campo della televisione e del cinema. In molti paesi del mondo sono in discussione leggi sull'equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio naturale (che molti, erroneamente chiamano "matrimonio tradizionale"). È il punto di arrivo di una strategia d'invazione culturale, compiuta da persone che aderiscono all'ideologia ghei nei grandi media: televisione e cinema, dove l'omosessualismo impera (Fumagalli 2013). Negli USA, e in California in particolare, da parecchi anni i ghei possono sposarsi, adottare, ricorrere all’utero in affitto: quello che gli attivisti omosessualisti vanno cercando non è la “parità di diritti”, ma il lavaggio del cervello degli adolescenti, per violare la loro intimità e scardinare la loro natura con qualunque mezzo, dalla più subdola propaganda fino ad umiliare pubblicamente coloro che si permettono di dissentire (www.notizieprovita.it). Questo è dunque il glorioso sbocco della vantata democrazia Usa.

e ricerche secondo cui vivere con genitori dello stesso sesso è indifferente sono antiscientifiche e superficiali. Il dossier degli psicologi italiani ai senatori del 2016, che pretendeva di offrire “prove scientifiche che non esiste danno per i bambini cresciuti da coppie omosessuali”, è stato preparato da tre psicologhe dichiaratamente lesbiche: Silvia De Simone, che vive con la compagna e tre bambine ed è esponente di una sigla arcobaleno, Jessica Lampis e Paola Biondi, consulenti per le associazioni Arcilesbica Nazionale, Famiglie Arcobaleno, Rete Genitori Rainbow. Il dossier presenta 82 pubblicazioni, ma presenta scorrettezze metodologiche tali da esautorarlo del tutto. Su 82 pubblicazioni menzionate dal dossier 14 non hanno dati numerici e sono meramente sintesi di altri lavori o fanno affermazioni senza suffragarle con dati. Nelle rimanenti 68, solo 26 hanno studiato un campione superiore a 100 soggetti e ben 42 hanno un campione inferiore a 100 soggetti (e, in queste 42, ce ne sono 21 che hanno addirittura un campione inferiore a 50 soggetti), ovvero hanno una potenza statistica del tutto insufficiente. Su 68 studi 23 sono senza gruppo di controllo. Dunque, solo 26 studi hanno un campione di almeno 100 soggetti, ma 9 di questi 26 lavori sono senza gruppo di controllo, dunque 51 studi su 68 che presentano dei dati hanno un campione inferiore ai 100 soggetti, o non hanno gruppo di controllo. Peggio, 63 di questi 69 studi hanno impiegato campioni di convenienza, ovvero campioni non randomizzati. Ciò fatalmente introduce distorsioni a causa delle selezione dei soggetti. Se ad esempio gli sperimentatori chiedono ad un’organizzazione Lgbt di aiutarli ad individuare ambienti omogenitoriali, va da sé che i casi problematici per la causa omosessualista vengano passati sotto silenzio. La stessa distorsione si verifica quando il ricercatore arruola i soggetti attraverso i canali omosessualista (siti, riviste, locandine nei locali ghei). Tutti gli studi citati che attestano differenze e svantaggio dei figli con adulti dello stesso sesso sono commentati in maniera negativa dalle autrici del dossier, mentre nessuna critica metodologica è riservata agli studi favorevoli all’omosessualismo per quanto disastrosamente carenti. Inoltre vari studi sono stati omessi dal dossier, come quelli di Donald Sullins e di Douglas Allen, neppure c’è alcuna citazione dei lavori di Bridget Fitzgerald, David Eggebeen e dei vari contributi di Walter Schumm, tutti colpevoli di non essere in linea con la tesi che vuole affermare l’indifferenza del sesso degli adulti per la crescita dei bambini. I gravissimi difetti metodologici del dossier evidenziano l’inconsistenza di una produzione pseudoscientifica a fini esclusivamente propagandistici.

Come stanno realmente le cose? Ricerche da parte di enti qualificati (National Longitudinal Survey of Adolescent Health; Censimento USA del 2000; Censimento del Canada del 2006; Crosnoe 2014). su campioni più vasti e significativi hanno dato risultati diversi: su 13 studi prodotti, 8 dimostrano rilevanti differenze in termini di disagio dei bambini, sebbene se uno di tali studi attribuisce tali differenze piuttosto al trauma della disgregazione della precedente famiglia eterosessuale. Diversi disturbi di questi bambini possono quindi derivare anche dal trauma della separazione dai genitori biologici e non solo dalla vita con una coppia omosessuale. Ma non si capisce come la separazione dei genitori biologici possa produrre, in bambini che vivono con adulti dello stesso sesso, tassi documentati e nettamente più elevati di orientamento omosessuale, di disturbo d’identità di genere, di abuso da parte degli adulti a cui questi bambini sono affidati. Nei 5 studi che attesterebbero l’assenza di differenze nei figli che vivono con adulti dello stesso sesso vi sono pesanti distorsioni metodologiche, dato che nessuno di essi ha utilizzato come gruppo di controllo l’intero campione, ma una selezione, abbassando così la potenza statistica della ricerca, come dimostrato dalle revisioni degli stessi dati effettuati da Sullins (2015) e Allen (2013). E, a proposito di instabilità di coppia, con relative conseguenze dolorose per i bambini, va ricordato che tale instabilità è maggiore nelle coppie omosessuali, come dimostrato in Gran Bretagna, Svezia e Danimarca, dove le dissoluzioni delle coppie omosessuali sono nettamente più frequenti rispetto a quelli delle coppie di sesso opposto (Lau 2012).

Le lobby omosessualiste non esitano a sostituire la discussione razionale, nella quale sanno di essere sconfitte, con l’intimidazione. Ad esempio il professor Mark Regnerus, sociologo dell’Università del Texas, ha subito un linciaggio mediatico ed accademico per aver realizzato uno studio (Regnerus 2012) in cui dimostrava che gli adulti che, quando erano minorenni, avevano assistito ad una relazione sentimentale di uno dei genitori con una persona dello stesso sesso, sviluppavano problemi e difficoltà in numerosi ambiti psicologici e sociali. Di fronte agli schiamazzi omosessualisti l’università ha avviato un’indagine per valutare la correttezza della condotta del professor Regnerus, ed ha riconosciuto che non vi è stata, da parte sua, alcuna violazione degli standards scientifici ed etici (University of Texas 2012).

Con l’introduzione del “matrimonio” omosessuale la situazione peggiora. L’unico studio finora volto per valutare la questione è stato condotto dal professor Sullins (2015 cit.) ed i risultati sono diametralmente opposti a quelli sperati dagli omosessualisti: quando le coppie omosessuali sono legate dal “matrimonio”, i minori mostrano una sofferenza psicologica nettamente superiore rispetto agli omologhi che vivono con omosessuali non sposati. Questa maggiore sofferenza sembra piuttosto dipendere dal fatto che il nuovo “matrimonio” è percepito dai bambini come una sorta di punto di non ritorno alla situazione precedente, in cui vivevano con una coppia eterosessuale (Puccetti 2016). Il “matrimonio” omosessuale appare con ogni evidenza come la discesa di un nuovo gradino di abiezione neroniana. Il corrotto imperatore, non per nulla si “sposò” due volte con altri invertiti: una volta come “marito” e una come “moglie”. Niente di nuovo sotto il sole, solo le solite schifezze regolarmente ripescate dalla spazzatura della storia e ripresentate  come “progresso”.

 

BIBLIOGRAFIA

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UNIVERSITY OF TEXAS (2012), Complete Inquiry into Allegations of Scientific Misconduct, August 29

 

05
NOVEMBRE
2018
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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

Il dubbio onore oggi tocca a:

ROBERTO PALUMBO, 1657. L'anno della peste, Lodi, Arpeggio Libero, 2017

Non senza dispiacere dobbiamo insignire l’autore di questa opera non dell'Aquila d'oro come avremmo voluto, ma del poco lusinghiero riconoscimento della Vipera di latta.
 
Segue un commento di Emilio Biagini:

PALUMBO R. (2018) 1657. L’anno della peste, Arpeggio Libero, Lodi

L’elemento più interessante in questo libro è il quadro della Genova secentesca, basato su dirette conoscenze della topografia e su ricerche di archivio. La parte saggistica, che illustra comunicazioni, marineria, tecnologia, medicina, abbigliamento, è valida, mentre l’impianto narrativo zoppica. Infatti il romanzo cade nell’errore, frequente nella narrativa storica, che consiste nel coniugare un’esatta ricostruzione degli aspetti puramente materiali di un’epoca con una falsa interpretazione dei valori e degli atteggiamenti propri dell’epoca stessa.

Gli esempi di ciò non mancano, a riprova di quanto sia difficile entrare nello spirito di epoche passate, mentre non ci vuole molto a documentarsi sulla tecnologia del tempo. In un pretenzioso giallo storico ambientato nel Settecento inglese (La morte e la piramide nera, di Deryn Lake), i protagonisti si comportano come disinibiti e disattenti personaggi del secolo XXI, tanto che non fanno alcun caso al colore della pelle, ciò che può essere normale per i liberal di oggi ma non certo per gente del Settecento, che detestava perfino la “tintarella”; i personaggi sono talmente ciechi alle differenze razziali da non accorgersi neppure che una persona è mulatta, ciò che avrebbe dato un indirizzo ben diverso alle indagini. Un altro esempio, più noto, è quello dei romanzi di ambiente medievale di Ken Follett, nei quali a una documentazione pignola sui dettagli tecnici riguardanti la costruzione di cattedrali e ponti fa riscontro una galleria di personaggi uno più fuori posto dell’altro, perché tutti atei o agnostici della nostra epoca, sballottati in pieno Medioevo, ma assolutamente incapaci di pensare e comportarsi da persone medievali.

Per contro, è indubbiamente molto più facile, per un romanziere contemporaneo, mettere in scena personaggi dell’antichità pagana, dato il clima di neopaganesimo in cui l’autore si trova immerso. Più difficile è descrivere personaggi dei tempi d’intensa fede, come l’età paleocristiana, il Medioevo e l’età della Controriforma. In tali epoche il timor di Dio, i Novissimi, il rispetto dei Comandamenti, la santità del matrimonio, l’amore per il Crocifisso e la Madonna, la distinzione tra bene e male, l’orrore del peccato, la paura dell’inferno erano d’importanza cruciale. Neppure allora, naturalmente, mancava chi violava i Comandamenti, ma ciò veniva sentito e stigmatizzato come peccato, e i peccatori erano travagliati dai rimorsi. Il Manzoni, nel suo capolavoro, ha colto perfettamente questa visione cattolica. Non vi è traccia di ciò nel romanzo di Palumbo: il cattolicesimo vi compare solo come elemento di sfondo. Si potrebbe obiettare che, a causa della peste, il sentire della gente era sconvolto, ma i personaggi di 1657 appaiono fuori posto fin dal principio, quando la peste appariva ancora un’eventualità remota.

Non si fa questione qui, se un certa visione della vita sia giusta o meno. È un problema serio che andrebbe approfondito, ma non è questa la sede opportuna. Il punto è che un romanzo storico dev’essere popolato di personaggi la cui scala di valori sia quella della loro epoca, o almeno non se ne discosti troppo. Ora, in una società tradizionale all’epoca della Controriforma la scala dei valori era profondamente cristiana, e sotto quella prospettiva occorre rappresentare i personaggi, se non si vuole che appaiano psicologicamente e storicamente anacronistici.

Il protagonista di questo romanzo, il medico Pietro Argentieri, è un agnostico per non dire ateo, ed è vittima esclusivamente della sua follia, ciò che non gli assicura certo la simpatia del lettore. È un donnaiolo impenitente abbastanza ridicolo per la notevole e recidiva propensione per le tardone (nel sec. XVII, a differenza di oggi, quando le donne erano sui quaranta erano già tardone).

L’Argentieri s’inguaia con la marchesa Malaspina, commette adulterio con lei e causa il tentativo di avvelenamento del legittimo marito che la svergognata damazza commette, con l’intento di liberarsi del consorte per godersi l’amante. Ciò provoca la comprensibile ira del figlio di lei, il quale, non volendo prendersela direttamente con la madre, cerca di rovinarne l’amante accusandolo del veneficio. Solo per un pelo il piano non riesce perché il protagonista, già condannato a dieci anni di remo sulle galere, viene liberato da una banda di malviventi. Certamente, fatti del genere potevano succedere, a quell’epoca come in qualunque altra, ma quello che non si accorda con la mentalità dell’epoca è il gelo spirituale dei personaggi. Ammettendo che l’Argentieri non abbia partecipato al tentato omicidio e non ne abbia saputo nulla all’epoca, il veneficio è stato tentato, ed egli ne era la causa, ma non mostra il minimo rimorso o scrupolo di coscienza, anzi si sente del tutto innocente ed ingiustamente perseguitato, e vuole cinicamente servirsi dell’amante, potenziale assassina, per cavarsi dai guai.

Inoltre l’Argentieri è spaventosamente imprudente, per cui si comporta come un vero cretino, e i protagonisti cretini non hanno molta probabilità di accattivarsi la simpatia dei lettori. Pur sapendosi in pericolo di cattura ed estradizione, infatti, lo sprovveduto libertino va in giro per la città in modo quanto mai temerario, si ubriaca in una bettola, va a puttane con una mammana, la quale poi lo tradisce consegnandolo al sicario che dovrebbe ricondurlo in Toscana. Lo sciagurato viene poi rocambolescamente salvato un’altra volta dagli agenti segreti della Repubblica di Genova.

Ma appare alquanto assurdo che la Serenissima Repubblica prenda tanto interesse a questo individuo, lo protegga e lo coinvolga in un intrigo per una questione di confini col Granducato di Toscana, inviandolo come agente segreto con un misterioso messaggio ai confini del Dominio, pur sapendo che la missiva poteva più facilmente venire intercettata dagli agenti avversari, i quali ricercavano ancora il galeotto evaso; sarebbe stato molto più ragionevole, invece, affidare la missione a qualcuno che fosse del tutto sconosciuto ai toscani. Infine, dopo averne passate di tutti i colori, fra peste, ubriachezza, botte da orbi e improbabili intrighi politici e di alcova, questo sbalestrato individuo affoga nel modo più banale durante un viaggio per mare verso la Riviera di Levante.

Alcune osservazioni su punti particolari, con indicazione delle relative pagine.

6 - Il genovese del sec. XVII era molto diverso da quello attuale: se ne possono avere esempi in Ra Çittara Zeneize, “La cetra genovese” del 1630, di Gian Giacomo Cavalli (1580-1657). Infatti era una lingua che faceva largo uso della “r”; come si vede sopra: l’articolo odierno “a” era infatti “ra”. Non si capisce quale funzione abbia l’introduzione di frasi in genovese contemporaneo. Del resto non sarebbe stato consigliabile mettere frasi nemmeno in genovese del Seicento. Bastava indicare che i personaggi parlavano in lingua genovese, evitando inutili complicazioni.

35 - Comunque la traduzione di “Mi devi dire” è sbagliata. Dovrebbe essere “Ti me devi dî …”, e non “Me devi dî…”

63 - Non si capisce cosa sia un “libero pensatore” del sec. XVII. Nel secolo successivo, con l’Illuminismo, sarebbe stato comprensibile, ma nel XVII no.

230 - Un errore di stampa: “Dal quel punto” (riga 3 dal basso) va corretto in “Da quel punto”.

232 - Gli adulteri, cioè il protagonista e la fedifraga avvelenatrice fallita si incontrano in chiesa fingendo una confessione, e lui addirittura svelle la grata per poter meglio carezzare la damazza più vecchia di lui. Poi si separano perché disturbati dagli uomini della scorta della sullodata damazza, i quali, insospettiti dalla inconsueta lunghezza della “confessione”, entrano in chiesa a cercarla. Ma i due amanti, hanno almeno risistemata in tutta fretta la grata? La circostanza non è di secondaria importanza: se qualcuno avesse visto la grata divelta avrebbe potuto cominciare a fare domande imbarazzanti. Fra l’altro, divellere e rimettere a posto una grata di confessionale sono operazioni di falegnameria tutt’altro che semplici e tali da causare non poco rumore e disturbo, per cui si tratta di un particolare assolutamente fuori posto.

251 – Le ultime 5 righe dovrebbero essere in corsivo, in accordo con il corsivo nella pagina seguente.

264 – Riga 17 dall’alto. Non si capisce perché il senso del pudore sarebbe “assurdo”. Forse si intende che, dato il generale crollo della moralità a causa della peste, il pudore poteva sembrare assurdo, ma l’affermazione sembra comunque generalizzata e apodittica.

282 – Riga 13, “dissoluzioni” al posto di “dissolutezze”. Forse è termine arcaico trovato in qualche documento, ma stona, data la generale modernità di linguaggio del romanzo.

299 e segg. - Frati della Francia meridionale del sec. XVII non avrebbero sicuramente parlato francese, e tanto meno francese moderno. Con ogni probabilità si sarebbero espressi in provenzale, reciprocamente comprensibile col genovese. Nella Francia dell’ancien régime i linguaggi regionali erano fortissimi e parlati da tutti; soltanto a partire dalla Rivoluzione francese, creatrice dello Stato centralizzato, il regime impose, e non senza grande fatica, il linguaggio dell’Île-de-France sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un difetto non da poco in un romanzo storico, in quanto applica acriticamente la situazione attuale di lingue nazionali codificate e ufficializzate anche nei territori provinciali e periferici, a un’epoca storica in cui la situazione linguistica era di gran lunga più fluida e diversificata, ciò che fa il paio con l’applicazione, vista sopra, del sentire laicistico e agnostico di oggi a personaggi che dovrebbero essere immersi in tutt’altra temperie religiosa e culturale.

320 - Una stranezza sotto il profilo medico: come mai il protagonista non accusa nessun disturbo di stomaco nel viaggio verso Genova come clandestino, al chiuso e col mare agitato, cioè nelle condizioni peggiori per uno che vada soggetto al mal di mare? E come mai ne soffre invece durante l’ultimo viaggio, all’aperto, dove è molto più difficile soffrirne?

Concludendo, al vizio di fondo, e cioè all’anacronismo dei personaggi, si aggiungono le varie “smagliature” del racconto indicate sopra. Sarebbe forse stato meglio limitarsi ad una monografia storica senza addentrarsi nel difficile cammino del romanzo.

EMILIO BIAGINI

16
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 2541 volte

Maria Antonietta Novara Biagini

Rimazzúu

 

Col tempo c’è chi diventa nostalgico e pensa che il passato fosse migliore solo perché egli stesso era più giovane e vedeva le cose con altri occhi. Ma che i tempi fossero più dolci in molti casi è innegabile, e i ricordi della mia infanzia a Riomaggiore mi dicono che quello è stato un tempo felice. Come tutti i tempi felici, ahimé, mi accorgo di quanto fosse bello solo ora che è passato.

Il paese era costruito lungo i fianchi di un’aspra valle perpendicolare al mare. Il torrente che vi scorreva era stato ricoperto nel corso degli anni, a partire dall’Ottocento, e costituiva la strada principale del paese. Quasi tutte le case lungo la salita erano attaccate le une alle altre e si differenziavano solo per il diverso colore degli intonaci e per le finestre sfalsate mano a mano che si saliva.

La casa delle nostre vacanze apparteneva da secoli alla famiglia del nonno materno. Era situata nel centro del paese. Di fronte ad essa un grande pergolato proteggeva i tavoli del bar più importante.

Il nostro appartamento era al terzo piano ma, poiché le case erano costruite sul fianco di una valle molto ripida, le cantine e gli appartamenti al primo piano avevano una parete in viva roccia. Oltre il secondo piano un portoncino si apriva su un vicolo che si chiamava “Tra u cantu”, che era parallelo alla strada di sotto. Da questo portoncino solo una rampa di scale portava alla nostra casa. Al piano di sopra abitava una famiglia di nostri cari amici di Riomaggiore, ma qui veniva il bello: dalla loro porta di casa partiva una scala con gradini di colpo molto più alti, che conducevano ad una serie di stanze costruite nel corso degli anni dai vari proprietari nel più bizzarro caos urbanistico. Noi avevamo una stanza dove erano accatastati mobili, bauli vecchi e mille altri oggetti misteriosi, e da questa stanza alquanto buia una ripida scala di legno appoggiata ad un’apertura nel soffitto portava ad un’altra camera che sembrava aprirsi sul cielo.

Questo avveniva per quasi tutte le case del paese, poiché, avendo tutti il diritto di sopraelevazione, nessuno vi aveva rinunciato, e sopra le case era stato tutto un fiorire di altre finestre, terrazzini, comignoli, tetti, trasformati poi in epoca recente in nuovi appartamenti, unendo le varie stanze in un “puzzle” straordinario.

A differenza delle facciate principali, dipinte come in tutta la Liguria a colori vivaci, il retro delle case era, a quei tempi, ancora grezzo, e rivelava le grosse pietre di roccia scura, quasi nera, con le quali le case stesse erano state costruite. Ora anche gli stretti vicoli paralleli sono intonacati e dipinti di bianco, e non si vede più l’aspra muratura caratteristica del paese.

Riomaggiore era come un’unica famiglia. Si stava con le porte di casa aperte. La vicina di sopra faceva il minestrone e lo portava a quella di sotto. O viceversa. Il sindaco del paese, già colonnello dei carabinieri, era una figura nobile, molto alto, e con incedere marziale girava per il paese col bastone da passeggio appeso al collo, salutato da tutti con deferenza.

La vendemmia era un momento d’oro. Ricordo i “ciò”: ragazzetti che si assoldavano per portare giù le “corbe” dell’uva dai “cian”, i terrazzi orlati e sostenuti dai muri a secco.

In tutto quei muri erano lunghi, nelle intere Cinque Terre, tremilaseicento chilometri, una lunghezza che in Cina corrisponde a diecimila “li”, ossia alla lunghezza della Grande Muraglia. Con la differenza che i nostri muri erano stati edificati senza usare lavoratori forzati, ed erano invece opera di uomini e donne liberi e pacifici.

C’era un’abbondanza di nomi strani e misteriosi, dovuti ai padri che davano ai figli il nome della nave in cui erano imbarcati al momento della nascita del pargolo, oppure dei venti che rendevano più propizia la navigazione: Persia, Esperia, Giuditta, Oriente, Modesta, Selene, Geremia, Martorina, Libero. Allora non mi sembravano strani perché li associavo a gente conosciuta.

“Nuova Yorche” ricorreva spesso nei discorsi degli uomini del paese. Molti erano stati imbarcati sulle navi quando il duro lavoro nei “cian” non bastava a sostentare la famiglia. Parecchi di loro abbandonavano la nave, una volta arrivati in America, e con il duro lavoro al quale erano abituati mettevano da parte una fortuna, che consentiva loro, una volta ritornati al paese, di sposare le ragazze più giovani e belle.

Nel 1956, mentre eravamo in vacanza in Trentino, vidi la mamma e la nonna piangere ascoltando la radio che annunciava l’affondamento dell’“Andrea Doria”, pensando ai molti uomini di Riomaggiore che su di essa lavoravano, persone conosciute da anni e delle quali avevamo incontrato le famiglie pochi giorni prima.

I giovani che nascevano erano belli. Le “fantele” con gli zoccoli venivano giù in lunghe file orizzontali, tenendosi a braccetto, e dietro di loro veniva la fila dei “fanti”, i ragazzotti bulletti, anche loro con gli zoccoli. Lo zoccolare era diverso: tic-tic facevano gli zoccoli delle fantele, toc-toc quelli dei fanti. Era tutta una sinfonia di odori e rumori.

La vecchia Rimazzúu aveva inventato il telegrafo senza fili. Di finestra in finestra le comari si comunicavano le novità. Arrivava il treno e il telegrafo senza fili si attivava:

— Scia Ina, scia Ina, u l’é arrivou sö maiu. —

Allora tutti noi uscivamo di casa per andargli incontro, ma il papà, per evitare la lunga galleria del treno, saliva per la strada lungo la valle della stazione, che era situata al fondo di una valle parallela a quella dove era costruito il paese, mentre noi percorrevamo di corsa la strada principale che scendeva serpeggiando verso la galleria, e allora il telegrafo senza fili, di finestra in finestra, avvertiva:

— Scia Ina, scia Ina, u l’ha piggiou a stradda du vallun. —

E anche a papà dicevano:

— Sciu Manliu, sciu Manliu, stan andandu pa-a galleria. —

Allora il papà cambiava strada per venirci incontro. Ma anche noi, allertati dalle vedette, avevamo cambiato strada.

Questo successe due o tre volte, finché papà ci ingiunse, attraverso “radio finestra”, di tornare a casa, in modo da poterci finalmente incontrare.

Ricordo la moglie del pescatore che veniva a suonare alla porta per vendere un’aragosta viva appena pescata. Risparmiamo ai lettori la descrizione truculenta di quello che succedeva alla povera aragosta. Noi bambini e la mamma andavamo a nasconderci per non assistere alla bollitura, mentre la nonna, assolutamente disinvolta, preparava il lauto pranzo. Un giorno incappammo in un’aragosta vendicativa. Una volta portata in tavola, mentre ci preparavamo a gustare la leccornia, un bicchiere scoppiò, senza apparente motivo. Minuti frammenti finirono dentro l’aragosta, recuperarli uno ad uno neanche a pensarci, e dovemmo gettar via la succulenta pietanza.

Tutti ci invitavano, e una volta, quando avevo circa dodici anni, ero andata con la nonna di famiglia in famiglia. Non andare da tutti quelli che invitavano sarebbe stata un’offesa e avrebbe suscitato rivalità e gelosie. Ci offrivano “ün guttin de sciacchetrà refursà, che u fa ben”. A forza di bicchierini così rinforzati, tornata a casa, non sapevo più come mi chiamavo.

Quando ero molto piccola e andavamo alla spiaggia della stazione (allora molto grande, oggi completamente scomparsa); tutta la famiglia e i loro amici mi stavano intorno e mi dicevano di scavare alla ricerca di tesori. Quando avevo scavato una bella buca, ci facevano cadere di nascosto un anello o un orologio. Io, tutta contenta, incameravo il ricco bottino e poi, quando mi dicevano di restituirlo, non capivo perché dovessi rinunciare al mio tesoro. Vatti a fidare dei parenti.

“Creola, dalla bruna aureola …….”. Attraverso le finestre aperte si udiva cantare, al bar sottostante, il primo juke-box arrivato in paese, con una ristrettissima scelta di canzoni già allora largamente datate e appartenenti ad un’altra epoca.

Nei primi anni della mia infanzia, la mia famiglia non possedeva l’automobile. né d’altra parte avremmo potuto usarla perché le nostre vacanze si svolgevano a Riomaggiore, la più orientale delle Cinque Terre, e a quell’epoca i cinque borghi erano raggiungibili solo in treno o a piedi lungo i sentieri che, durante la guerra, erano serviti alle donne rimaste per andare nei paesi dell’Appennino a procurarsi farina e generi alimentari non reperibili nei borghi lungo la costa, isolati da tutto.

Uno dei treni che facevano servizio fra Genova e le Cinque Terre era la mitica “Littorina”, dalle linee modernissime (i treni veloci della Germania ne sono la copia fedele), marrone con in basso una riga rossa. Un anno, al ritorno a Genova dalle vacanze passate a Riomaggiore, nella vettura dove stavamo con la nonna e la mamma, scoppiò un incendio. Eravamo sotto una galleria, ma vicino a una stazione. Io avevo circa cinque anni, la gente fuggiva e nessuno si curava delle due donne con i bambini. Per fortuna un signore di Riomaggiore, che era salito con noi sul treno, non vedendoci in salvo sul marciapiede, si fece largo nella calca e ci aiutò a metterci in salvo. Non ho un particolare ricordo drammatico della vicenda, rammento solo il buio e la folla, ma la nonna e la mamma, negli anni seguenti, raccontavano ancora con paura questo avvenimento. Oggi la “littorina” non esiste più: forse è stata epurata per via del nome.

Ricordo le donne vestite di nero e spesso scalze che percorrevano la strada principale del paese, dedite alle loro faccende; si fermavano in crocchi a chiacchierare tra loro. I richiami si rincorrevano da una finestra all’altra, per ricordare un acquisto, un messaggio per un’amica, per informarsi della salute di un parente, un avviso da parte di altre amiche. Poiché nelle case non vi era il telefono, quello era il modo per comunicare. Tutti sapevano i fatti di tutti, ma era anche la maniera per tenere unita e solidale la comunità.

Ricordo la processione della Madonna. A tutte le finestre venivano esposti tappeti damascati e alle persiane si appendevano i lumini di carta variopinta con dentro una candela accesa, detti “lumi veneziani”. Un anno il vento fece prendere fuoco al lume, le fiamme si propagarono alle persiane e se non ci fosse stato il tempestivo intervento della mamma e della nonna, le conseguenze avrebbero potuto farsi pericolose.

In paese non c’era il cinema. Ricordo come in un sogno la sera che, nella piazza della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, venne proiettato il film “Giovanna d’Arco” con Ingrid Bergman. Fu un evento memorabile. Un grande lenzuolo bianco venne appeso alla facciata della parrocchia; sedie di legno, forse le stesse della chiesa, disposte sulla piazza, accolsero i numerosi spettatori. Io ero molto piccola, ma ricordo ancora la gente e il luogo illuminati dalle fiamme del rogo della Santa provenienti dallo schermo improvvisato.

Un altro evento memorabile fu l’arrivo alla stazione, tramite ferrovia, di un grosso motocarro nero che doveva servire per agevolare il trasporto dell’uva e del vino da spedire ai vari clienti. I primi giorni in cui il fragoroso mezzo meccanico percorse la strada principale del paese era costantemente inseguito da un codazzo di ragazzini urlanti.

Ricordo il muggito triste dei vitelli legati fuori della macelleria, in attesa di essere trasformati in bistecche per il desco delle famiglie. Il momento era drammatico, per loro, ma non per me, perché non collegavo la loro presenza alle bistecche, e invece aumentavo le mie conoscenze zoologiche, essendo quelli i primi vitelli che vidi in vita mia.

La vendemmia era invece un periodo di festa. Per tutto il paese c’era un’atmosfera elettrizzata; l’odore dell’uva e del mosto era ovunque. Dappertutto venivano appesi alle porte delle cantine grappoli e foglie d’uva. Gli uomini scendevano a valle recando sulle spalle grosse gerle ricolme d’uva, soprattutto quella della qualità “Bosco”, dagli acini piccoli, quasi color del bronzo tanto il sole l’aveva maturata e così dolce da far bruciare la gola.

Tutte le famiglie producevano il loro vino. Noi andavamo ad assistere alla vendemmia nella cantina dei nostri amici su in un posto che si chiamava “Locca”. La moglie Elena, in un basso bacile, schiacciava l’uva con i piedi camminando in circolo. Natale, il marito, era immerso fino al petto in un grosso tino e faceva lo stesso lavoro con una maggior quantità di uva. Il vino che ne usciva era meraviglioso.

Sulle “ciazzee”, le terrazze, era invece stesa ad appassire l’uva che sarebbe servita per fare lo sciacchetrà, il mitico vino chiamato dai locali “refursà”. Una bottiglia di quel nettare era il regalo più prezioso che si potesse fare o ricevere.

Un ultimo ricordo è legato al suono delle campane che scandivano il passare delle ore e, dall’alto del paese, erano testimoni delle fede profonda di quelle popolazioni che in ognuna delle Cinque Terre — Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore — avevano voluto costruire sulle vette più alte e più suggestive un santuario dedicato alla Madonna, alla quale si rivolgevano fiduciose in tutti i momenti tristi e felici della loro esistenza.

Ed oggi? Cinquant’anni dopo, l’odore del vino che accoglieva i visitatori è quasi del tutto scomparso. Non si sentono più gli zoccoli né la dolce cadenza del dialetto del paese, ma voci straniere di branchi di marciatori armati di racchette da sci che arrancano senza posa, su e giù, su e giù, e se si fermassero bloccherebbero il movimento lungo gli stretti sentieri. Ma come si fa a non essere d’accordo con i cambiamenti avvenuti in nome della tutela dell’ambiente, del “progresso” e soprattutto del benessere?

Un’ultima considerazione. Oggi, avere una casa delle Cinque Terre è diventato uno “status symbol”. Ma la frequentazione di questo paradiso non dovrebbe essere solo fine a se stessa. Bisogna far conoscere a chi viene qui la storia e la vita di queste popolazioni che hanno strappato a una natura ostile di valli scoscese e torrenti impetuosi le terrazze ove coltivare la vigna e le case dove crescere le loro famiglie.

Oggi questi magnifici borghi non potrebbero più sorgere. Violentare la natura delle montagne per terrazzarle verrebbe considerato un delitto, ancor peggio ricoprire i torrenti, e tutte quelle case addossate le une alle altre, con sopraelevazioni, pareti in roccia, massa di pietra visibile fin da lontano dal mare, sarebbero considerate un enorme eco-mostro da far saltare con la dinamite. Fortunatamente gli ambientalisti sono arrivati troppo tardi.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 9521 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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