Genova, 30 Aprile 2017 12.58





 
27
APRILE
2017
Articolo letto 6 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questa significativa biografia del Prof. Avv. Emilio Artiglieri:

EMILIO ARTIGLIERI, Pio XII. Il Papa della carità, Gorle (BG), Editrice Velar, pp. 48, € 3,50.

Segue una recensione di Maria Antonietta Novara:

L’avvocato Emilio Artiglieri riesce in questo agile volume a fornire un ritratto esauriente dell’augusta figura del Sommo e Santo Pontefice Pio XII, con un’accurata biografia arricchita da numerose foto tratte dagli archivi vaticani.

La figura di Eugenio Pacelli è delineata fin dalla nascita, avvenuta nel 1876 a Roma, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre, avvocato in Vaticano. Il piccolo Eugenio è un bimbo serio, studioso, di salute cagionevole, ma dotato di una forte volontà, che lo spinge ad compiere il suo dovere anche a costo della salute.

Proprio a causa dei problemi di salute, i suoi studi per diventare sacerdote si svolgono al di fuori del seminario presso istituti laici. Questo gli dà la possibilità di venire in contatto con persone di tutti gli ambienti e di diverse convinzioni, conferendogli un’apertura mentale non comune a quell’epoca.

Ordinato sacerdote, svolge all’inizio la funzione di cappellano in diversi istituti religiosi, fra cui quello dell’Assunzione. Ma il suo valore culturale e spirituale fa sì che il Papa lo mandi, nel 1917, come Nunzio a Monaco di Baviera, capitale allora del Regno di Baviera, e successivamente a Berlino come Nunzio per tutta la Germania.

Dopo la prima guerra mondiale, la storia del Nunzio Pacelli diventa grande storia. Pacelli si spende con viva carità per aiutare la popolazione tedesca travagliata da gravi difficoltà economiche. Chiamato a Roma come segretario di Stato nel 1930, svolge un ruolo decisivo nella formulazione dell’enciclica Mit brennender Sorge (Con bruciante ansietà) di Pio XI, nella quale viene condannata l’ideologia nazista, insieme alle persecuzioni inflitte da Hitler ai cattolici in spregio al concordato del 1933 con la Santa Sede.

Alla prima guerra mondiale segue la seconda, ancor più atroce della prima. Pacelli è stato appena eletto papa col nome di Pio XII, e vive con angoscia quegli avvenimenti. Lancia numerosi appelli per la pace e contro le persecuzioni nei confronti degli ebrei, ma quando viene a sapere che un appello al Reich in favore degli ebrei da parte dei vescovi olandesi ha causato l’assassinio di quarantamila ebrei, è costretto a cambiare strategia.

Mediante messaggi riservati dà ordine ai preti e a tutti gli ordini religiosi di accogliere e nascondere i perseguitati. È così che la Chiesa salverà più di ottocentomila ebrei, tra l’indifferenza degli Stati alleati che pur essendo a conoscenza dello sterminio, e avendo mezzi sterminati a disposizione, nulla fecero per impedirlo.

Nello stesso tempo Pio XII si occupa delle popolazioni civili, oppresse dalla fame e dai bombardamenti, assiste i prigionieri di guerra, instancabile nella sua opera di carità.

Tutto queste e molte altre notizie vengono illustrate con grande abilità nel libro dell’Avv. Artiglieri, che è anche Presidente del Comitato Papa Pacelli che si adopera per la causa di beatificazione.

È un fatto estremamente grave che, a quasi sessant’anni dalla morte di questo santo e grande Papa la causa di beatificazione non sia ancora giunta a conclusione. Ancora più grave è che a Gerusalemme, nello Yad Vashem, la Chiesa cattolica sia citata nella stessa stanza dei persecutori degli ebrei insieme al Reich di Hitler, e che una mendace scritta rimproveri a Pio XII presunti “silenzi” sulla persecuzione. Gli ebrei che subito dopo la guerra riconobbero e ringraziarono questo grande e santo Papa che ne aveva salvato centinaia di migliaia inspiegabilmente si sono trasformati nei suoi peggiori detrattori.

MARIA ANTONIETTA NOVARA

13
APRILE
2013
Articolo letto 3000 volte

INVITO AL GIALLO

 

IL ROMANZO COMPLETO

"IL MICIO CHE SAPEVA TROPPO"

E' SCARICABILE DA SMASHWORDS

 

(COME PURE DIVERSE ALTRE OPERE DELLA DINAMICA COPPIA)

 

 

Il micio che sape troppo. Copertina 

 

……

 

2

“Andiamo in macchina o col treno?” disse lui.

“Tu cosa preferisci?” rispose lei.

“Quello che preferisci tu.”

Era il solito dialogo. Ognuno dei due voleva fare solo quello che compiaceva l’altro.

Infine, visto che non avevano in programma visite a campi di battaglia in Scozia o ad altre destinazioni campestri, ma solo di passare alquanto tempo a Edimburgo, scavando negli archivi, decisero per il treno, più rilassante e, fatta buona provvista di acqua, gallette e omogeneizzati per Wat, partirono.

Con la linea del Nord-Est da Kings Cross raggiunsero dapprima Durham per andare a far visita agli amici Russell, che da tempo li avevano invitati. Jack Russell era ispettore di polizia della contea di Durham. Sarebbe stata un’ottima occasione per presentare loro il cucciolo Wat, il quale avrebbe potuto, fra l’altro, sfogarsi a correre per i prati dell’Inghilterra settentrionale.

Dalla stazione di Durham, con un tassì, raggiunsero il villaggio di Sea Coal, dove abitavano i Russell, in una modesta villetta in Main Street, o “via principale” che dir si voglia, in un ameno villaggio, ameno cioè per quanto può esserlo un povero villaggio di minatori, fatto di monotone casette di pietra, allineate, ed ora ristrutturato in chiave residenziale non particolarmente distinta. Infatti, la contea di Durham era stata in passato grande produttrice di carbone e, nelle brughiere delle vallate interne, di galena, il minerale di piombo.

“Come mai non sono venuti a prenderci alla stazione?” si domandò Caterina, davanti alla porta chiusa.

“Dev’essere successo qualcosa”, dedusse, con fine acume, il criminologo Tommaso.

“Yelp, yelp”, argomentò Wat, scrollandosi di dosso le prime gocce di pioggia che avevano cominciato a cadere nella mite aria serotina, promettitrice di lievi reumatismi.

In quel momento squillò il cellulare di Tommaso, e continuò a squillare per un pezzo, mentre il chiamato cercava affannosamente l’apparecchio in tutte le tasche. Finalmente lo sfuggente congegno saltò fuori.

La voce di Jack Russell era esitante e preoccupata:

“Senti, Tommaso, sono desolato, ma siamo a Durham, bloccati tutti e due. Poi ti racconterò. Riuscite a sistemarvi? La chiave della casa è sotto lo stuoino.”

“Sì, sì, non ti preoccupare.”

Clic.

“Senti, ha detto di accomodarsi in casa sua”, disse Tommaso.

“Ho capito, ma la cosa non mi piace mica tanto.”

“E credi che a me piaccia?”

La chiave c’era davvero, ma la casa appariva buia, fredda e poco invitante. Wat uggiolò con scarso entusiasmo. Tommaso richiuse la porta e rimise a posto la chiave, mentre Caterina si attaccava al telefonino e, in perfetto inglese con lieve accento scozzese, richiamava il tassì che avevano appena congedato, e che fu sul posto in pochi minuti. Nel frattempo la pioggia stava infittendosi, senza dubbio per dimostrare agli stanchi viandanti che intendeva fare sul serio.

“Conosce un albergo dei dintorni che accetti anche i cani?” domandò al tassista il capo di casa Schiappacasse, in eccellente inglese con marcato accento neozelandese, risultato di lunghe ricerche criminologiche compiute in passato ad Auckland.

“Celto, qui noi applezziamo moltissimo cani” rispose senza esitare il tassista, con accento cinese. Infatti era un immigrato, che sui cani aveva le sue idee, che tenne tuttavia per sé.

Infine gli Schiappacasse si sistemarono in un bell’albergo alla periferia di Durham, dove restarono due giorni a rimirare i vetri bagnati dalla pioggia e ad asciugare Wat, quando tornava dalle sue corse per il prato, prima che il cucciolo si buscasse qualche malanno. Il tempo fu ugualmente impiegato in modo utile, limando sul minicomputer portatile alcuni capitoli del romanzo sulla Scozia, quelli dalla preistoria all’età romana. Quando smise di piovere, o pressappoco, Caterina, Tommaso e Wat noleggiarono un’auto e se ne andarono a visitare il Vallo di Adriano per tutta la sua lunghezza. Wat si divertì molto correndo su e giù per i prati e annusando le pietre del forte di Housesteads una ad una, forse alla ricerca di remote tracce di qualche cagnetta romana. Caterina, la fotografa ufficiale della famiglia, scattò diverse foto digitali nei punti più significativi del Vallo. Era molto importante conoscerlo bene, perché quella linea fortificata all’estremo nord dell’Inghilterra aveva avuto un ruolo fondamentale per la Scozia antica, e ogni aspetto del romanzo storico andava ben documentato.

Di ritorno all’albergo dopo l’escursione, gli Schiappacasse trovarono Jack ad attenderli, desideroso di scusarsi.

“Come hai fatto a trovarci?” domandò Tommaso.

“Ragionamento scientifico. Avendovi piantato in asso, non trovandovi a casa, e conoscendovi, ho pensato che non potevate essere che nel più costoso albergo dei dintorni. Elementare, Watson.”

Il cucciolo, sentendo il proprio nome, sebbene non familiarmente abbreviato, si mise ad abbaiare soddisfatto e annusò con interesse le scarpe di Jack, cercando anche di assaggiarne una.

“Marta si scusa di non aver potuto venire, ma è ancora impegnata con lo scheletro”, riprese l’amico, che era ispettore di polizia a Durham e, come spiegò subito dopo, era immerso fino al collo in un difficile caso, insieme alla moglie Marta, anatomo-patologa e medico legale della contea.

“Conosci il Burnhope Burn?” domandò Jack a Tommaso, mentre tutti e quattro (Watson incluso) aspettavano l’arrivo del tè e dei relativi dolcetti.

“No”, rispose con decisione Tommaso.

“Bene, è proprio lì che l’hanno trovato”.

“Ma cosa?” domandò Caterina, lievemente preoccupata per la piega non proprio perspicua presa dalla conversazione.

“Lo scheletro. Era sepolto nella torba della brughiera. È già strano il fatto di non aver trovato tracce di vestiti, di oggetti o di parti molli del morto, perché la torba conserva tutto, ma c’è di peggio.”

“Com’è stato scoperto?”

“Stavano mettendo a dimora una di quelle piantagioni di abete di Sitka e hanno visto spuntare un piede. Come sapete, il bacino del Burnhope è pieno di questi abeti che vengono dall’Alaska. Crescono velocissimi, con ramificazioni densissime fin dal livello del suolo, e producono ottimo legno.”

“Lo so. Siamo stati in Alaska, anche a Sitka. Ma dove cavolo è questo Burnhope Burn?”

“Ma è un ramo sorgentifero del Wear”, disse Jack, stupito dell’ignoranza geografica dell’amico.

“Ah, chiarissimo”, disse Tommaso.

“Bau, bau”, esclamava frattanto Wat, con entusiasmo, vedendo arrivare, non tanto il tè, quanto i relativi dolcetti.

Mentre i quattro si strafogavano, Jack continuava a spiegare.

“Ma non è finita con le stranezze. Abbiamo fatto ricorso alla scienza, naturalmente, e mandato campioni di osso a Oxford per la datazione al radiocarbonio. Sai, il famoso laboratorio che ha datato anche la Sindone.”

“Cos’ha fatto?!?” gridarono all’unisono Caterina e Tommaso.

“Non avete seguito quell’eccitante vicenda della scienza? Un vero trionfo.”

“Ah sì, sì, hai ragione,” concesse Caterina, tirando un calcio sotto il tavolo a Tommaso che stava per esplodere in colorite espressione in una mezza dozzina di lingue “e sullo scheletro cos’hanno trovato?”

“Una cosa stranissima: i femori erano contemporanei, il cranio è stato datato nel futuro, intorno al 2300.”

“Quindi non esiste ancora,” osservò Tommaso senza riuscire a trattenere una risata “e i carbonisti di Oxford sono certi di esistere?”

“Saranno ossa di due persone diverse”, osservò Caterina.

“Una delle quali un extraterrestre”, celiò Tommaso.

“Non sembra,” rispose l’ispettore di Durham, senza scomporsi “lo scheletro è assolutamente completo: ogni osso s’incastra perfettamente.”

“E l’esame delle ossa cos’ha detto?” volle sapere Tommaso.

“Individuo di genere maschile...”

“Cosa? Adesso anche gli scheletri hanno un genere?” s’impennò Tommaso.

“Così impongono le regole, se si vuol pubblicare su una rivista scientifica,” annunciò solenne Jack “e la scienza deve andare avanti. Oggi si deve parlare di genere, il sesso è obsoleto.”

“Angels and ministers of heaven, defend us!” esclamò Tommaso, con opportuna citazione shakespeariana.

“Va be’, andiamo avanti noi, intanto”, intervenne conciliante Caterina.

“... genere maschile...” riprese lo scientifico ispettore.

“... terza declinazione, caso accusativo...” mormorò tra i denti l’incorreggibile Tommaso.

“... età sui cinquant’anni, tracce di ernia del disco e di artrite reumatoide; due molari mancanti, tre premolari otturati.”

“Riscontri con persone scomparse?” domandò Caterina.

“Stiamo cercando, ma per il momento non sembra essere nessuno di qui.”

“Ci sono centrali nucleari, qui vicino?” domandò Tommaso, con apparente incongruenza.

“Non nella contea, ma a Windscale sì, per esempio.”

“Ti dirò qualcosa che potrebbe esservi utile,” disse Tommaso, tornando serio “sempre che le datazioni al radio carbonio siano attendibili. Primo, non si tratta di assassinio ma solo di occultamento di cadavere, perché la morte dev’essere stata accidentale; secondo, la vittima è stata esposta a radiazioni nucleari da una fonte piccola, probabilmente una testata nucleare che aveva aperto per una verifica senza le necessarie precauzioni, il capo è stato investito dalle radiazioni e arricchita di radiocarbonio; terzo, non era un esperto, perché un agente addestrato avrebbe saputo come individuare, ed eventualmente manipolare, la carica nucleare senza farsi contaminare; quarto, dev’essersi sentito male subito e i possessori dell’ordigno l’hanno trovato, spogliato di tutto per rendere difficile il riconoscimento, e tenuto nascosto per un bel po’; quinto, il covo dei delinquenti è con ogni probabilità in un edificio isolato nei dintorni, forse tra le rovine degli impianti desueti di estrazione del piombo; sesto, la banda non disponeva di una vasca e di acido solforico, altrimenti avrebbero sciolto anche lo scheletro; settimo, la banda è formata da stranieri, quasi certamente provenienti da terre molto aride e ignoranti dell’ecologia locale, altrimenti non si sarebbero disfatti dello scheletro in quel modo così ingenuo, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le proprietà conservative della torba; ottavo, indagate sulle rovine di impianti industriali abbandonati nelle alte vallate del Tyne, del Wear e del Tees, chiedete se hanno visto aggirarsi nella zona dei tipi mediorientali sospetti; nono, informatevi se vi sono stati furti di testate nucleari o materiale radioattivo atto a produrle; decimo, non fatevi illusioni di beccarli, perché a quest’ora chissà dove sono i delinquenti. Devono essere pericolosissimi, e c’è da aspettarsi, prima o poi, qualche attentato termonucleare.”

“Ma sei sicuro di quello che dici?” disse stupito Jack.

“Sono sicuro che queste sono le ipotesi meno improbabili, dopo aver scartato quelle impossibili;” rispose Tommaso “e attento: sentiremo di nuovo parlare di questa storia”.

“Grazie per i suggerimenti,” disse Jack pensieroso “certo, senza il tuo aiuto non avremmo mai risolto il caso del cinese zoppo e quello di Lord Beckham.”

“Già, c’è voluta tutta la mia perspicacia per capire che l’assassino era il maggiordomo”, rispose Tommaso, senza ombra di ironia nella voce, cosa che dovette costargli non poco sforzo.

“Vogliamo andare, adesso,” propose Jack “visto che i dolcetti sono finiti.”

“Yap, yap”, approvò Wat.

La comitiva si trasferì sulla decrepita Volvo dei Russell, sulla quale Caterina e Tommaso caricarono i loro bagagli e Wat. Infine la macchina partì per la poco appetitosa destinazione rappresentata dalla casa dei Russell.

I Russell ne andavano molto orgogliosi, ma era una casa fredda, male arredata e poco accogliente.

Dopo cena, accanto al fuoco del camino, Tommaso e Jack ripresero la discussione sul radiocarbonio, della quale, per non tediare i nostri quindici lettori, diremo per sommi capi solo che Jack, da tempo dichiaratosi “ateo”, sosteneva a spada tratta l’attendibilità “entro i prescritti intervalli di significatività statistica”, mentre Tommaso ribatteva citando alcuni imbarazzanti fatti: a un corno da bere vichingo era stata attribuita una data di un millennio più giovane, collocandolo addirittura agli inizi del ventunesimo secolo, mentre una chiocciola appena morta era stata ritenuta antica di cinquemila anni, e che dopo questi mirabili successi il radiocarbonio potevano infilarselo... e il Museo della Scienza di South Kensington poteva vergognarsi di aver esposto la datazione taroccata della Sindone, come esempio del metodo: malafede laicista.

Marta, la moglie cattolica di Jack, taceva per non contraddire apertamente il marito, ma era evidentemente dalla parte di Tommaso, perché scuoteva il capo ad ogni esternazione scientista del suo marito e signore.

Quasi a sfidare l’opposizione degli altri verso la sua sconfinata fede nella scienza del radiocarbonio, Jack propose a Tommaso una partita a scacchi.

Jack giocava scientificamente, Tommaso con l’intuizione. Le due signore, per un po’, seguirono il gioco, poi si misero a chiacchierare. Marta raccontò molti casi di cui si era occupata, ma dopo un po’ Caterina cominciò a trovare la conversazione piuttosto sgradevole. Dettagli di cadaveri, di prove tossicologiche, di scavi in residui organici possono appassionare i medici legali, ma Caterina era più interessata alla letteratura e alla storia. Era Tommaso il criminologo di famiglia, che intanto stava battagliando con l’ultimo cavallo rimasto per rompere lo scientifico cerchio difensivo di Jack intorno al re. Infine la scientifica strategia di Jack non impedì una piccola distrazione, della quale Tommaso approfittò subito dando scacco matto. Jack analizzò subito scientificamente la partita e dichiarò che avrebbe potuto vincere. Intanto però aveva perso.

Fece la sua apparizione il micio dei Russell, grosso e arruffato. Wat, da cucciolo inesperto, cercò di fare amicizia, ma dal delinquente rimediò soltanto un graffio.

Tommaso si trattenne dal prendere a sberle il gattaccio colpevole perché era in casa d’altri, ma si ripropose di andarsene prima possibile.

Il cucciolo corse a farsi consolare da Caterina, che lo mise a letto nel suo giaciglio, lo fasciò per bene in una copertina perché non prendesse freddo, e lo carezzò a lungo per calmarlo, dato che era rimasto un po’ scosso. Ed anche confuso per la novità dell’ambiente.

Il giorno dopo gli Schiappacasse si congedarono dai Russell e dalla loro casa fredda e malabitata da un gattaccio unghiuto e maleducato, si fecero portare da Jack con la Volvo a Durham e di lì partirono in treno per Edimburgo.

Vi trascorsero una settimana per approfondire le ricerche sul Settecento scozzese, che era l’epoca che stavano per affrontare nel loro romanzo storico “Alba”. Con gli scozzesi si trovavano sempre molto bene: in genere erano assai più cordiali e simpatici degli inglesi. Durante quella settimana fecero fare lunghe passeggiate a Wat lungo i sentieri attorno all’Arthur’s Seat, il grande e antichissimo rilievo vulcanico di Edimburgo, e il cucciolo era impegnatissimo ad annusare i profumi di quella campagna insolita per lui.

Al ritorno, il Flying Scotsman passò per le Midlands, in vista delle grandi torri di raffreddamento delle centrali elettriche. Wat, in grembo a Caterina, guardava la campagna inglese che scorreva davanti al finestrino. Tommaso gli spiegò le torri di raffreddamento e la loro funzione.

“Gli parli come a un bambino”, celiò Caterina.

“È un bambino.”

“Ti prenderanno per scemo.”

“E chi ti ha detto che sbaglino?”

Wat gradì moltissimo le spiegazioni e le attenzioni, mentre il treno scivolava tranquillo verso il sud.

Infine giunsero a casa.

Era una fredda giornata di novembre. Nel crepuscolo, i tre Schiappacasse furono colpiti dalle luci spettrali provenienti da tre dei quattro edifici che circondavano il prato del Bishops Close, e che sapevano essere disabitati.

“Cosa faranno di quei tre palazzi?” si chiese Caterina.

“Sembrano vuoti”, disse Tommaso.

“Ma sono vuoti,” confermò Caterina “sappiamo che lo sono”.

“E quelle luci? Forse c’è dentro un guardiano?”

Il tutto dava un senso di precarietà, quasi di minaccia. C’era forse un pericolo incombente? Ma cosa?

Il prato al centro di Bishops Close sembrava un lago di tenebre, la penombra avanzava sulla facciata degli edifici. Il vecchio lampione vicino all’ingresso della casa mandava una fievole luce, come il lumino di un cimitero.

“Guarda”, esclamò d’improvviso, senza fiato, Tommaso, mentre stavano per entrare nel portone, indicando il tetto. Una grande forma nera si stagliava contro il cielo plumbeo, con le ali semiaperte.

“Cos’è quello?” domandò Caterina con una certa apprensione.

“Un uccello, mi pare”.

Wat, improvvisamente, uggiolò e si appiattì al suolo.

“Sembra un avvoltoio, con quelle ali spalancate”, osservò Caterina.

In quel momento l’animale balzò giù dal tetto, spalancò le ali e volò via pigramente.

“Ma no, era solo un grosso corvo, come quelli della Torre”, concluse Tommaso.

Wat guaì pietosamente e s’impuntò. Non voleva entrare nel portone, come se avvertisse una minaccia, un orco che divora i bambini e i cuccioli. Caterina dovette prenderlo in braccio, proprio come un bambino, e portarlo dentro.

 

12
SETTEMBRE
2010
Articolo letto 8421 volte

EMILIO BIAGINI

AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO:

LE ISOLE BRITANNICHE NEL CONTESTO GLOBALE

GENOVA, 2a ed., 2007

 

RECENSIONE DI GIAN CAMILLO CORTEMIGLIA

 

Questa opera di Biagini riguardante le Isole Britanniche, già al solo primo impatto si potrebbe accreditare con l’aggettivazione di monumentale, non tanto per la mole dimensionale delle 1600 pagine che compongono i tre volumi, ma soprattutto per l’imponente massa di informazioni di tematica geografica, che, fornite con specifico e dettagliato indirizzo critico, rivelano l’apporto di una vasta cultura maturata nell’arco di una vita di ricerca e di studio.
Se si volesse documentare in maniera formale l’importanza di questo contributo sulla geografia delle Isole Britanniche basterebbe allora citare la circostanza che ne è stata pubblicata, cosa piuttosto rara per i geografi italiani, un’edizione inglese nel 2006, oppure sottolineare l’imponente bibliografia consultata e citata, ma così non renderemmo merito alla magistrale trattazione contenuta nell’opera.

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12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 7620 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Terza puntata

    Arriviamo così a uno dei punti che più prudono al PAG: il vergognoso trattamento inflitto al “povero Giuda”, per il quale il tenero cuore del PAG sanguina profusamente per almeno una decina di pagine. Ecco infatti l’instabilità psichica della Valtorta che (p. 134) “si manifesta preferibilmente nei rapporti di Giuda con Gesù. Giuda è continuamente bistrattato (sic!) come serpe viscida e priva di coscienza, che va a donne e pensa solo ad un regno messianico terrestre e politico. Nei rari momenti in cui il traditore non dà fastidio al Maestro o ai compagni, Gesù, piagnucoloso e amoreggiante, diventa pure ossessivo e squilibrato, preoccupato solo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvarlo dalla dannazione eterna, benché quell’essere demoniaco fosse segnato già dal principio.”

    Infelice Giuda bistrattato e afflitto da un Gesù piagnucoloso, amoreggiante, ossessivo, squilibrato! E pensare che invece col PAG sarebbe andato così d’accordo!

    Povero Giuda, com’eri capitato male (pp. 134-135): “Ecco una scena tragicomica. Gesù prende Giuda fra le braccia, gli parla gota a gota presso l’orecchio, i capelli d’oro cupo del Maestro divino si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda. Gli rivela che sta per morire martire per tutta l’umanità, gli piacerebbe (sic!) anzi patire tre volte per salvare il suo Giuda: ‘Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso.’ E Giuda consola il piangente Gesù, promettendo amore e vigilanza: ‘Mi basta che tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, e per tua protezione.” Purtroppo il bacio viene interrotto dai discepoli che portano formaggio fresco.”

    Sotto la penna brutale del PAG ogni episodio evangelico, avulso dal cotesto, deformato e ridotto a caricatura, diventa una oscenità il cui eroe, non a caso, è sempre Giuda.

    Gesù consola la madre di Giuda dell’imminente dolore e le promette un posto in cielo (L’Evangelo Cap. 395), e il partigiano cuneese di Giuda riattacca (p. 135): “La amabile scrittrice può così ritornare con il cuore sereno a torturare in modo disgustoso (sic!) e morboso (sic!) la figura del povero (sic!) Giuda! In un’altra scena veramente sadica (sic!) Giuda professa il suo amore e chiede un bacio al Maestro”.

    A questo punto il povero barbitonsore cominciò a chiedersi, con gli occhi fuori della testa: “Ma lo sa il PAG cosa vuol dire sadico?” Indubbiamente ha qualche lacuna nel vocabolario, così com’è estremamente povero di argomenti, noioso e ripetitivo nella sua sterile e controproducente polemica antivaltortiana.

    E la sarabanda farneticante continua ininterrotta. In una nota a p. 136 ecco la “ridicola e noiosa conversazione di Gesù con Giuda, che continua ad assicurargli di amarlo (…); altra scena da circo equestre (sic!) nella quale Giuda dopo aver rubato soldi dalle offerte fatte ai discepoli, partecipa al raduno dei nemici di Gesù, tutto piagnucoloso e incerto perché il Maestro gli penetra i pensieri, continua ad amarlo e non lo caccia dal gruppo degli apostoli.”

    Povero Giuda, oppresso e incompreso!

    “Inframmezzata a queste pagine, in una continua altalena di rimorsi e di perversione, la tortura sulla figura di Giuda si diverte di tanto in tanto a farlo piangere di dolore” (p. 137).

    Ecco di nuovo il povero piccolo, innocente Giuda, seviziato dalla sadica Valtorta!

    Infatti, l’illuminato PAG si degna di insegnarci (p. 138) che “la persona del traditore diventa così un puro e malsano gioco della Valtorta, incapace di trovare una soluzione meno infantile per presentare la sublimità del suo Gesù, tutto Pazienza e Amore, già da tempo a conoscenza che Giuda si è venduto al Sinedrio per tradirlo; tale quadro offre una cornice al desiderio morboso (sic!) di punzecchiare continuamente il discepolo maledetto, che osò tradire il ‘suo’ caro Gesù. Ecco perché si susseguono vari episodi nei quali la Valtorta tramite i suoi personaggi si diverte sadicamente (sic!) a far notare che Giuda ha sempre torto e sbaglia sempre, qualunque cosa faccia o dica; anche Gesù ad un certo punto rifiuta di lasciarsi abbracciare dal discepolo maledetto e spesso, quando lo vede, si mette a piangere. In un dettato Gesù-Valtorta (sic!) si sfoga in modo estremamente indecoroso contro quel serpe di Giuda che fa ribrezzo per il suo desiderio di denari, di donne e di prestigio umano.”

    Desiderio che evidentemente il PAG ritiene perfettamente comprensibile e legittimo in un discepolo di Gesù, e quindi in un prete. Superfluo ogni commento sul desiderio “sadico e morboso” (sic!) di “tormentare” il povero, calunniato Giuda Iscariota, che il PAG, nella sua delirante fabulazione parapsicologica, attribuisce alla Valtorta.

    Non solo, ma secondo l’illuminato PAG “il gusto malsano del demoniaco trova sempre modo di compiacersi” (ibid.).

    Ecco che, nella sua frenesia persecutoria contro il povero, piccolo, perseguitato Giuda, la veggente non si chiama neppure più Maria Valtorta ma si identifica col “gusto malsano del demoniaco” che l’illuminato studioso di spiritismo certo conosce molto bene.

    A questo punto, il povero figaro ha gettato la spugna e, dopo una mezz’ora trascorsa nel bagno a vomitare, mi ha chiamato al telefono dicendo che non si sentiva bene.

    – Le avrà fatto male qualcosa – gli ho detto cadendo nella più vieta banalità, ultima risorsa dei miei pochi neuroni superstiti.

    – Sì, m’ha quasi ammazzato quella specie di galleria della bestemmia travestita da libro. –

    – Ma come? Un autore così blasonato… –

    – A dottò, lassamo perde. A proposito, come va la barba? –

    – Ha smesso di crescere da quando mi sono messo a leggere libri gialli. –

    – Ottimo, continui a leggere quelli. Io studierò dove andare in vacanza per riprendermi. Intanto lascio il compito al mio assistente che ha seguito il mio lavoro finora. Stia bene, dottò. –

    E così di Giuda all’Ultima Cena ha dovuto occuparsi il povero aiuto-figaro, il quale ha affrontato il compito con tutto l’entusiasmo della giovinezza. Infatti lavora come aiuto barbiere solo per pagarsi gli studi in psichiatria, e, nella sua qualità di aspirante psichiatra (AP) ha subito detto che il caso gli sembrava di estremo interesse.

    Infatti (pp. 138-140), “terminata l’ultima cena [notare le minuscole, ha subito osservato l’AP: tanto era una cena qualunque inventata dalla nota sadica demente nelle sue fabulazioni in trance leggera], Gesù confida agli altri discepoli che Giuda è una incarnazione di Satana, un posseduto, anzi un ‘annullato in Satana’ (…) emergono in modo impressionante i vari squilibri psichici della Valtorta, soprattutto nel sadismo con cui ella rovescia su Giuda il bisogno di trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare l’aggressività repressa, nella ripetizione morbosa del tic sessuale e nel parossismo paranoico vengono artificiosamente create situazioni e reazioni affettive intorno alle persona di Gesù. L’occasione è offerta da un incidente farsesco: Giovanni e Gesù scoprono Giuda mentre forza un cofano ferrato per rubare denaro. Il fattaccio è creato ad arte per poter poi sbrodolare intensi momenti intimi tra i due innamorati che si terranno abbracciati per consolarsi.

    Postilla dell’AP (aspirante psichiatra): parrebbe esservi qui un’ambiguità malsana, è lecito il dubbio che il paziente attribuisca alla Valtorta il tic sessuale di cui è lui stesso a soffrire.

    Continua il PAG a fabulare da par suo: “Giovanni reagisce come una suora che trova finalmente l’occasione per dimostrare alla superiora le sue tenerezze esclusive. (…) La scena che segue è di rara comicità, se non fosse che rivela l’animo malato della Valtorta. Gesù (…) si mette a gridare, lasciandosi sfuggire con mesi di anticipo notizie riservate sulla sua passione.

    Postilla dell’AP: la “p” minuscola segnala un tasso di devozione inferiore a quello di uno scimpanzé, e l’illuminato evoluzionista PAG certo non si offenderà del confronto. Speriamo che non si offendano gli scimpanzé. (…).

    Il PAG imperterrito prosegue: “Nella scena interferisce di tanto in tanto la Valtorta con commenti sempre più sadici (…). Di fronte a questo Giuda (…) pronto ad assalire come un cane feroce, Gesù si mette a parlare di donne e di sesso. Gli rinfaccia di essersi venduto a Satana e di averlo servito in tutte le tentazioni presentategli, gli rivela confidenze molto intime sul come egli riuscì invece sempre a superare il desiderio sessuale di giacere con donne (…) gli comunica che Dio è senza lussuria e che Lui, Figlio di Dio, patì le tentazioni oscene per dimostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria, anzi si fa sempre più confidenziale con colui che proprio pochi minuti prima pareva una apparizione demoniaca.”

    Postilla dell’AP: il tentativo di salvare Giuda e la sacrosanta affermazione della purezza di Gesù, che tutti i suoi discepoli sono tenuti ad imitare, appaiono all’autore solo come qualcosa di farsesco. Si palesa quindi una grave anomia: il paziente appare del tutto fuori posto nel ruolo di prete che si ostina ad occupare.

    (continua)

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