Genova, 21 Febbraio 2018 09.23





 
05
FEBBRAIO
2018
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ANGELA PELLICCIARI (2014) La gnosi al potere: perché la storia sembra una congiura contro la verità, Verona, Fede & Cultura

Il decrepito trombone comunista Norberto Bobbio si distinse, su un giornale di regime (Repubblica, naturalmente), con una penosa aggressione alla Professoressa Pellicciari e al suo sacrosanto revisionismo. Il trombone si permise di bollare (senza diritto di replica) come “tentativo ideologico di destra” lo svelamento della brutale aggressione anticattolica nota come “risorgimento”. Lo smentiscono i fatti e le dichiarazioni degli stessi vertici massonici, che si gloriano e si vantano di aver “unificato” l’Italia. Ma, nonostante ciò, la negazione di aver avuto alcuna parte nei disastri della malfatta unità, è sostenuta sfacciatamente dai giornali mainstream totalmente dominati dalla massoneria.

Con fermezza e serenità, sulla base di una inoppugnabile documentazione, l’autrice mette invece a nudo il carattere profondamente criminale del “risorgimento”, basato sulla violenza più barbara, sul profondo disprezzo per il cattolicesimo e per la vita, sull’inganno più sfrontato, sul saccheggio a man salva, sull’oppressione fiscale e morale, sulla sudditanza alla massoneria, sull’odio dello straniero che riversò fiumi di denaro (soprattutto britannico e americano) sui traditori, sulla devastazione culturale, sulla distruzione dell’insegnamento cattolico e di tutte le istituzioni cattoliche, con metodi che nulla hanno da invidiare alle peggiori dittature, imponendo una disgustosa tirannide liberale all’assoluta maggioranza cattolica.

L’Italia non aveva alcun bisogno di un’affermazione nazionalistica. Gli italiani erano da sempre abituati a vedersi al centro del mondo, grazie all’eredità romana, anzitutto il diritto, e poi per il fatto di essere al centro del Cristianesimo. Il diavolo fece di tutto per distruggere la Chiesa e l’Italia. Il “morso di satana” (per usare un’espressione valtortiana) dapprima staccò dalla Chiesa parti importanti, con scismi e con la dannata falsa “riforma”. Quella fu la prima rivoluzione, secondo Plinio Corrêa de Oliveira, e la seconda fu la rivoluzione francese, che si proiettò nell’aggressione napoleonica e nelle rivoluzioni nazionaliste dell’Ottocento, come l’invasione risorgimentale dell’Italia.

Gli invasori perpetrarono la distruzione dell’economia meridionale a vantaggio dei vampiri calati dal Piemonte, la regione più arretrata d’Italia e la più indebitata, che sanò il suo bilancio depredando i popoli conquistati del resto d’Italia, imponendo una fiscalità brutale e assassina, il tutto in nome della “libertà”, del “riscatto nazionale” e del “progresso”. Esattamente lo stesso che aveva fatto la Francia rivoluzionaria invadendo il resto d’Europa per sanare la bancarotta provocata dalle proprie frenesie rivoluzionarie.

La rivoluzione, con Lutero e poi con Kant e l’illuminismo, blatera di “libertà” (che è solo libertà dalla Parola di Dio) per consegnare l’uomo alla tirannide dei principi e poi alla tirannide segreta della setta massonica. Sorge però una domanda: le colpe degli uomini di Chiesa non saranno responsabili di questa persecuzione? Se dobbiamo credere alla Vita di Anna Caterina Emmerick” (pp. 81-82), premessa alle visioni di lei sulla Passione, pare sia proprio così: la Chiesa militante trascura, dissipa e perde le grazie ricevute dal Cielo (fra cui ovviamente le rivelazioni private), e deve poi ripagarle “fino all’ultimo obolo”, ed è quindi punita delle negligenze e delle infedeltà dei suoi servi mediante l’oppressione dei suoi nemici e le umiliazioni temporali. Naturalmente quelli che infliggono oppressione e umiliazioni alla Santa Madre Chiesa sono tutt’altro che scusati, e vanno incontro ad un giudizio terribile. Gli assiri non erano forse un giusto strumento per punire i peccati di Israele? Eppure non sfuggirono a loro volta alla giustizia divina.

L’autrice dà rilievo alla vicenda della Spagna cattolica, la quale, dopo la Scoperta dell’America, profuse immense risorse per evangelizzare gli indios, proteggerli ed insegnare loro mestieri utili. Non mancarono, naturalmente, i martiri tra i missionari. Ma successivamente la nazione sembrò impazzire: nel sec. XX, grazie alle logge, vi fu scatenata una delle più mostruose persecuzioni anticattoliche mai viste. La cosa non dispiacque affatto a Hitler, il quale dichiarò che, se non fosse stato per il pericolo bolscevico, non sarebbe affatto intervenuto nella guerra civile spagnola.

Le vittorie di Napoleone furono in gran parte frutto di tradimenti massonici. I massoni infatti devono lealtà (sotto pena di morte) alla setta, per cui sono prontissimi a tradire la patria se la loggia lo ordina. Poi Napoleone stesso fu tradito a sua volta quando alle logge non faceva più comodo: ormai aveva svolto il suo compito spodestando i principi legittimi e andava a sua volta spodestato.

L’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, che la popolazione non voleva, fu fortemente voluta dalle logge, che teorizzavano la supremazia dei popoli “civili” su quelli “incivili”, ad esempio degli italiani in Dalmazia sugli slavi. Il patto di Londra del 1915, in base al quale l’Italia venne attirata nell’“inutile strage”, prevede l’esclusione della Santa Sede da qualsiasi conferenza di pace (art. 14), e la segretezza del trattato stesso (art. 15), discusso e approvato sulla testa del parlamento e del popolo.

Vi è un’esatta specularità fra Mussolini e Gramsci, entrambi favorevoli alla violenza, ma quella di Gramsci era “migliore”, diceva lui, perché comunista e rappresentativa della “maggioranza”. Con la differenza che Gramsci non venne ucciso ma solo imprigionato e morì di morte naturale non in carcere ma in una clinica, mentre i fascisti furono trucidati (non solo loro, ma anche molti la cui unica colpa era essere preti o seminaristi) e certo non poterono lasciare nessun “Quaderno dal carcere”. Il filo della massoneria lega l’interventismo, le origini del fascismo e il fascismo delle origini. Ad esempio, il “Popolo d’Italia” fu finanziato dalle logge.

La massoneria agisce con operazioni a doppio livello: prima di partecipare a una riunione di partito in cui si trovino dei “profani” (ossia non massoni), i massoni che vi operano all’interno sono tenuti a discuterne preventivamente in loggia, in modo da orientarne i lavori in senso favorevole alla massoneria, così che le decisioni dei partiti finiscono per rispecchiare decisioni prese altrove e in modo tutt’altro che democratico. Poi i massoni hanno il coraggio di affermare, nelle costituzioni di Anderson e ad ogni piè sospinto, che la massoneria non si occupa di politica.

L’ingerenza massonica nella politica assume anche aspetti simbolici, che sanno molto di magia nera: l’architetto massone Zavoli ha cosparso di stelline al titanio Piazza Montecitorio, formando un disegno di simboli massonici: il pentacolo fiammeggiante e il candelabro a sette braccia ebraico (menorah) che la massoneria ha assunto come proprio, così che i parlamentari italiani, entrando e uscendo, sono costretti ad attraversare regolarmente questi simboli del “progresso”, della “scienza” e della “libertà” massonica.

Non va mai dimenticato che tali termini hanno, nella neolingua massonica, un significato ben diverso da quello comune: la “libertà” è la loro libertà di imporci quel che loro piace, il “progresso” è la distruzione del cristianesimo, la “scienza” è la scusa per imporre un relativismo che scuote alla radice ogni certezza a cominciare da quelle religiose, dato che la “scienza” muta le sue prospettive e a tali nuove prospettive occorre adattarsi. Il risultato di questa “scienza” è la danza macabra dell’aborto, dello sfruttamento degli embrioni, dell’eutanasia, dell’eugenetica, e (va aggiunto) del controllo capillare sulla popolazione.

La democrazia sposata al relativismo genera mostri. Onu e Ong impongono una vera e propria dittatura massonica, intimidendo e perseguitando gli Stati nazionali, e non sottostanno ad alcun controllo. Mirano alla distruzione del Cristianesimo, inventano sempre nuovi “diritti” che portano alle più mostruose aberrazioni, fino alla sterilizzazione degli individui “inferiori” (eugenetica), all’assassinio (aborto ed eutanasia), alla distruzione del senso morale (omosessualismo, educazione sessuale). Con la scusa dell’“uguaglianza”, ecco la lotta al “razzismo”, inteso in modo così vago da permettere di criminalizzare chiunque, anzitutto i cristiani. Uno dei più disastrosi mostri prodotti dall’ossessiva ingerenza massonica è la Carta dei diritti europea che cancella di fatto il Cristianesimo, di cui non fa parola.

Se i membri delle logge parlano della Chiesa è per caricarla di ogni nefandezza, fiancheggiati in questo da preti fin troppo accomodanti, se non addirittura complici. Ad esempio, l’odio antiebraico nasce con Lutero e Voltaire, e quindi proprio dallo stesso mondo settario, ma i settari che pontificano dalle corazzate mediatiche ne accusano invece la Chiesa.

E sono pure monotoni. Il Consiglio d’Europa (15 persone) promulga leggi in segreto, senza alcun controllo, proprio come in passato fece il parlamento subalpino, scatenando le atrocità del “risorgimento”. Orfani del comunismo trasformati in nichilisti difensori dell’arbitrio individuale, ignorano volutamente le radici romane e cristiane che hanno fatto l’Europa. L’Italia fu ridotta a una colonia dai poteri forti col “risorgimento” anticristiano, e lo stesso si tenta, non senza successo, di fare in tutto il resto d’Europa ancora non del tutto sottomesso all’arbitrio massonico.

Marx e Hitler non hanno fatto perso. Ha vinto il loro comune denominatore: la gnosi. Questo mostro filosofico opera con la dittatura della scienza, il terrore rivoluzionario, la guerra spietata alla religione, l’eugenetica, gli esperimenti su malati e disabili, la morte nei gulag e nei lager. Oggi la gnosi, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della scienza, dimentica Dio e impone la sua tirannide sull’uomo: eutanasia estesa ai bambini, fine della famiglia, creazione di una neolingua orwelliana con scomparsa delle parola mamma e papà, educazione sessuale con la masturbazione imposta fin dall’asilo, imposizione dell’ignobile teoria “scientifica” del gender come un tempo si imponevano le teorie “scientifiche” della razza o della classe “eletta”.

Destabilizzare e distruggere è un’opera diabolica molto utile per aggredire il nemico cattolico e portare ai popoli assetati di lumi il benefico balsamo della luce massonica. Ed ecco quindi le famigerate “primavere arabe”, scatenate dai poteri forti, che hanno dato avvio all’invasione dei migranti. La Francia imperialista ha aggredito la Libia amica dell’Italia per sostituirvi il proprio dominio, sempre in nome degli “immortali principi” (meglio sarebbe dire “immorali”).

Anche il crollo di Berlusconi è avvenuto per gli attacchi dei poteri forti coadiuvati dai Quisling nostrani che speravano di lucrare qualcosa dal saccheggio nemico. Lo stesso avvenne durante l’aggressione napoleonica e durante quella risorgimentale. I Quisling accettarono e propalarono la menzogna massonica di una Chiesa nemica dell’Italia, mentre al contrario è all’origine della vera gloria italiana.

Il caso di Eluana Englaro è stato usato dai poteri forti e digrignanti per promuovere la loro infame causa dell’eutanasia, imponendo una concezione gnostica della vita, una cultura della morte in nome della tecnoscienza e di un relativismo cialtrone che calpesta la natura umana e le leggi divine, che porta al trionfo dei desideri incontrollati e ad uno spietato relativismo: tutto ciò conduce al ripugnante trionfo dei deliri di onnipotenza dei ristretti gruppi di “illuminati”.

Sulla base di precisi documenti di parte massonica sequestrati dalle forze dell’ordine, l’autrice illustra la programmatica corruzione mirante a distruggere la famiglia promossa dalla setta massonica, isolando e rendendo disperati gli individui, in modo che si sentano attratti da altre forme di associazione, e finiscano preda della massoneria. Nella misura in cui questo diabolico piano ha avuto successo, si sono ottenuti il crollo della natalità e la crisi economica.

Si è giunti persino, con l’autorevole scienziato Veronesi, ampiamente ripreso dalla gran cassa mediatica mondialista, all’orrore di proclamare “più puro” il cosiddetto “amore omosessuale”, perché non fa figli. Questo non è altro che gnosi, esattamente come predicavano i catari nel sec. XII, favorevoli a qualunque tipo di accoppiamento purché non fecondo: “la carne va distrutta per liberare lo spirito”, dicevano. Ancora e sempre cultura della morte.

La radio del Sole Ventiquattrore sponsorizza l’omosessualità come la Lehman Brothers l’ha sponsorizzata in Asia immediatamente prima di fallire in modo clamoroso. Questo interesse dell’alta finanza usuraia per la diffusione del vizio contronatura (per chiamarlo col suo vero nome), si richiama a ben precise direttive mondialiste dell’ambientalismo malthusiano. E quindi ancora e sempre cultura della morte.

Così l’Occidente senza Dio e senza figli, prima di sprofondare, si sforza di trascinarsi dietro il resto del mondo. In particolare l’Inghilterra (ma anche gran parte dell’Occidente) ha perduto il senso della vita per abbracciare la morte che è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo, la morte che sarà l’ultimo nemico ad essere abbattuto da Cristo. Si è addirittura sentito proclamare a Radio radicale il “diritto a morire”, come se la morte non dovesse toccare a tutti. È una danza macabra: la danza dell’ateismo. Le madri fanno a pezzi i loro bambini e questo lo chiamano “il diritto della donna”. Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, ma della morte fanno esperienza coloro che appartengono al diavolo, ed è la morte eterna.

Come Pio IX all’inizio, così viene osannato dai laicisti anticristiani anche Bergoglio; solo che Pio IX si accorse ben presto dell’inganno, mentre Bergoglio ci nuota e si esalta per la Bonino abortista, né dà segno di fare marcia indietro, anzi.

Concludendo, si tratta di un libro molto ripetitivo, essendo fatto di articoli di giornale che ritornano spesso sui medesimi argomenti, talora con le medesime parole, ma non importa: repetita iuvant. È un’opera che andrebbe letta e meditata nei seminari e in tutte le scuole, se gli insegnanti non fossero preda, essi per primi, della cultura della morte. Un’opera di una grande studiosa alla quale non sarà mai offerta una cattedra nella pietosa università italiana, dove regna la gnosi politicamente corretta.

EMILIO BIAGINI

 

30
DICEMBRE
2017
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COME IL MALIGNO ATTACCA GIOVANI E ANZIANI

E COME DIFENDERSENE

 Cap. 5

La tattica del maligno per attaccare un giovane è di solito elementare: far leva sul sesso che prorompe e, aperta quella breccia, far entrare tutti gli altri peccati mortali. Quando il giovane è abbastanza ubriaco di peccati e di vizi, il nemico gli suggerisce che la religione è tutta una favola, e il gioco è fatto. Se tutto va bene, per il maligno, sarà un adulto malleabile a tutte le tentazioni e sciocchezze, tetragono ad ogni idea di fede, speranza, carità, e camminerà sicuro per la via larga che porta all’inferno.

Può darsi che il giovane riesca a rialzarsi e, grazie agli aiuti prodigati dal Cielo e dalla Santa Madre Chiesa, si avvii verso il sentiero stretto che porta in alto. Il demonio adotta allora la tattica RIPARA. Cos’è? Per capirlo, scriviamolo in modo più esplicito così:

RImpianti

PAure

RAncori.

Ossia, il diavolo corre ai ripari per rimediare al danno arrecato alla sua causa dal molesto intervento del Cielo e della Chiesa, e dalle difese messe in atto dalla potenziale vittima e, non potendo più far troppo ricorso al sesso, dato che l’individuo ha ormai raggiunto la “pace dei sensi”, il maligno tenta di indebolirlo e scoraggiarlo per altra via.

Quindi suscita rimpianti (se avessi fatto così, se avessi fatto colà, se avessi saputo, se avessi avuto più coraggio, se fossi scappato in tempo, se avessi presentato quella domanda, o non l’avessi presentata, se avessi o non avessi scritto quella lettera, eccetera), paure (mi ammalerò? quanto mi toccherà pagare di tasse? arriverò alla fine del mese? scopriranno quell’errore che ho commesso? mi denunceranno? eccetera) e rancori (rigurgiti di odio contro questo o quello, vana voglia di vendicarsi per affronti reali o immaginari, eccetera).

Di fronte a un attacco di RIPARA, occorre ricordarsi che chi ci assale, e vorrebbe farci sentire dei falliti, è lui stesso un fallito irreparabile: era in paradiso ed è riuscito a rovinarsi per l’eternità, per sua colpa, e se mai è lui che deve avere rimpianti, paure e rancori. Proprio lui ha fatto nascere l’odio nel mondo, mentre prima della sua ribellione c’era solo pace e amore.

I rimpianti sono quanto di più sterile esista: non sappiamo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra strada, poteva andare molto peggio e potremmo essere lì a rimpiangere di non aver scelto proprio la via che abbiamo imboccato.

Le paure sono una pura e semplice invenzione suggerita dal nemico: proiettano nel futuro fantasmi che potrebbero non materializzarsi e distolgono dal presente, che è l’unica cosa che conta, ed è il punto del tempo in cui, senza farci prendere dal panico, abbiamo l’opportunità di far qualcosa per parare eventuali colpi.

I rancori vanno soppressi perdonando. I torti subiti, se li avremo perdonati, saranno un prezioso capitale da far valere davanti al Tribunale divino. Questo, però, non deve far dimenticare la sacrosanta aspirazione alla giustizia, che sarà ristabilita comunque. “A Me la vendetta, dice il Signore" (Romani, 12, 19).

  Ci sono perfino quelli che si offrono vittime per espiare i peccati altrui, ma per far questo bisogna essere grandi santi eroici come Maria Valtorta — così perfettamente uniformata a Cristo, l’Uomo-Dio che pregava per i suoi suppliziatori — la quale sofferse pressoché tutta la vita gli spasimi più atroci e le più ingiuste persecuzioni (di certi preti) per il bene delle anime. Senza offrire sacrifici troppo grandi, che non potremmo sopportare, senza tentare sforzi che non potremmo reggere, essendo tutt’altro che eroi, dobbiamo semplicemente cercare di vivere in grazia di Dio e in pace con noi stessi e con gli altri.

EMILIO BIAGINI

16
NOVEMBRE
2017
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Maria Antonietta Novara Biagini

Rimazzúu

 

Col tempo c’è chi diventa nostalgico e pensa che il passato fosse migliore solo perché egli stesso era più giovane e vedeva le cose con altri occhi. Ma che i tempi fossero più dolci in molti casi è innegabile, e i ricordi della mia infanzia a Riomaggiore mi dicono che quello è stato un tempo felice. Come tutti i tempi felici, ahimé, mi accorgo di quanto fosse bello solo ora che è passato.

Il paese era costruito lungo i fianchi di un’aspra valle perpendicolare al mare. Il torrente che vi scorreva era stato ricoperto nel corso degli anni, a partire dall’Ottocento, e costituiva la strada principale del paese. Quasi tutte le case lungo la salita erano attaccate le une alle altre e si differenziavano solo per il diverso colore degli intonaci e per le finestre sfalsate mano a mano che si saliva.

La casa delle nostre vacanze apparteneva da secoli alla famiglia del nonno materno. Era situata nel centro del paese. Di fronte ad essa un grande pergolato proteggeva i tavoli del bar più importante.

Il nostro appartamento era al terzo piano ma, poiché le case erano costruite sul fianco di una valle molto ripida, le cantine e gli appartamenti al primo piano avevano una parete in viva roccia. Oltre il secondo piano un portoncino si apriva su un vicolo che si chiamava “Tra u cantu”, che era parallelo alla strada di sotto. Da questo portoncino solo una rampa di scale portava alla nostra casa. Al piano di sopra abitava una famiglia di nostri cari amici di Riomaggiore, ma qui veniva il bello: dalla loro porta di casa partiva una scala con gradini di colpo molto più alti, che conducevano ad una serie di stanze costruite nel corso degli anni dai vari proprietari nel più bizzarro caos urbanistico. Noi avevamo una stanza dove erano accatastati mobili, bauli vecchi e mille altri oggetti misteriosi, e da questa stanza alquanto buia una ripida scala di legno appoggiata ad un’apertura nel soffitto portava ad un’altra camera che sembrava aprirsi sul cielo.

Questo avveniva per quasi tutte le case del paese, poiché, avendo tutti il diritto di sopraelevazione, nessuno vi aveva rinunciato, e sopra le case era stato tutto un fiorire di altre finestre, terrazzini, comignoli, tetti, trasformati poi in epoca recente in nuovi appartamenti, unendo le varie stanze in un “puzzle” straordinario.

A differenza delle facciate principali, dipinte come in tutta la Liguria a colori vivaci, il retro delle case era, a quei tempi, ancora grezzo, e rivelava le grosse pietre di roccia scura, quasi nera, con le quali le case stesse erano state costruite. Ora anche gli stretti vicoli paralleli sono intonacati e dipinti di bianco, e non si vede più l’aspra muratura caratteristica del paese.

Riomaggiore era come un’unica famiglia. Si stava con le porte di casa aperte. La vicina di sopra faceva il minestrone e lo portava a quella di sotto. O viceversa. Il sindaco del paese, già colonnello dei carabinieri, era una figura nobile, molto alto, e con incedere marziale girava per il paese col bastone da passeggio appeso al collo, salutato da tutti con deferenza.

La vendemmia era un momento d’oro. Ricordo i “ciò”: ragazzetti che si assoldavano per portare giù le “corbe” dell’uva dai “cian”, i terrazzi orlati e sostenuti dai muri a secco.

In tutto quei muri erano lunghi, nelle intere Cinque Terre, tremilaseicento chilometri, una lunghezza che in Cina corrisponde a diecimila “li”, ossia alla lunghezza della Grande Muraglia. Con la differenza che i nostri muri erano stati edificati senza usare lavoratori forzati, ed erano invece opera di uomini e donne liberi e pacifici.

C’era un’abbondanza di nomi strani e misteriosi, dovuti ai padri che davano ai figli il nome della nave in cui erano imbarcati al momento della nascita del pargolo, oppure dei venti che rendevano più propizia la navigazione: Persia, Esperia, Giuditta, Oriente, Modesta, Selene, Geremia, Martorina, Libero. Allora non mi sembravano strani perché li associavo a gente conosciuta.

“Nuova Yorche” ricorreva spesso nei discorsi degli uomini del paese. Molti erano stati imbarcati sulle navi quando il duro lavoro nei “cian” non bastava a sostentare la famiglia. Parecchi di loro abbandonavano la nave, una volta arrivati in America, e con il duro lavoro al quale erano abituati mettevano da parte una fortuna, che consentiva loro, una volta ritornati al paese, di sposare le ragazze più giovani e belle.

Nel 1956, mentre eravamo in vacanza in Trentino, vidi la mamma e la nonna piangere ascoltando la radio che annunciava l’affondamento dell’“Andrea Doria”, pensando ai molti uomini di Riomaggiore che su di essa lavoravano, persone conosciute da anni e delle quali avevamo incontrato le famiglie pochi giorni prima.

I giovani che nascevano erano belli. Le “fantele” con gli zoccoli venivano giù in lunghe file orizzontali, tenendosi a braccetto, e dietro di loro veniva la fila dei “fanti”, i ragazzotti bulletti, anche loro con gli zoccoli. Lo zoccolare era diverso: tic-tic facevano gli zoccoli delle fantele, toc-toc quelli dei fanti. Era tutta una sinfonia di odori e rumori.

La vecchia Rimazzúu aveva inventato il telegrafo senza fili. Di finestra in finestra le comari si comunicavano le novità. Arrivava il treno e il telegrafo senza fili si attivava:

— Scia Ina, scia Ina, u l’é arrivou sö maiu. —

Allora tutti noi uscivamo di casa per andargli incontro, ma il papà, per evitare la lunga galleria del treno, saliva per la strada lungo la valle della stazione, che era situata al fondo di una valle parallela a quella dove era costruito il paese, mentre noi percorrevamo di corsa la strada principale che scendeva serpeggiando verso la galleria, e allora il telegrafo senza fili, di finestra in finestra, avvertiva:

— Scia Ina, scia Ina, u l’ha piggiou a stradda du vallun. —

E anche a papà dicevano:

— Sciu Manliu, sciu Manliu, stan andandu pa-a galleria. —

Allora il papà cambiava strada per venirci incontro. Ma anche noi, allertati dalle vedette, avevamo cambiato strada.

Questo successe due o tre volte, finché papà ci ingiunse, attraverso “radio finestra”, di tornare a casa, in modo da poterci finalmente incontrare.

Ricordo la moglie del pescatore che veniva a suonare alla porta per vendere un’aragosta viva appena pescata. Risparmiamo ai lettori la descrizione truculenta di quello che succedeva alla povera aragosta. Noi bambini e la mamma andavamo a nasconderci per non assistere alla bollitura, mentre la nonna, assolutamente disinvolta, preparava il lauto pranzo. Un giorno incappammo in un’aragosta vendicativa. Una volta portata in tavola, mentre ci preparavamo a gustare la leccornia, un bicchiere scoppiò, senza apparente motivo. Minuti frammenti finirono dentro l’aragosta, recuperarli uno ad uno neanche a pensarci, e dovemmo gettar via la succulenta pietanza.

Tutti ci invitavano, e una volta, quando avevo circa dodici anni, ero andata con la nonna di famiglia in famiglia. Non andare da tutti quelli che invitavano sarebbe stata un’offesa e avrebbe suscitato rivalità e gelosie. Ci offrivano “ün guttin de sciacchetrà refursà, che u fa ben”. A forza di bicchierini così rinforzati, tornata a casa, non sapevo più come mi chiamavo.

Quando ero molto piccola e andavamo alla spiaggia della stazione (allora molto grande, oggi completamente scomparsa); tutta la famiglia e i loro amici mi stavano intorno e mi dicevano di scavare alla ricerca di tesori. Quando avevo scavato una bella buca, ci facevano cadere di nascosto un anello o un orologio. Io, tutta contenta, incameravo il ricco bottino e poi, quando mi dicevano di restituirlo, non capivo perché dovessi rinunciare al mio tesoro. Vatti a fidare dei parenti.

“Creola, dalla bruna aureola …….”. Attraverso le finestre aperte si udiva cantare, al bar sottostante, il primo juke-box arrivato in paese, con una ristrettissima scelta di canzoni già allora largamente datate e appartenenti ad un’altra epoca.

Nei primi anni della mia infanzia, la mia famiglia non possedeva l’automobile. né d’altra parte avremmo potuto usarla perché le nostre vacanze si svolgevano a Riomaggiore, la più orientale delle Cinque Terre, e a quell’epoca i cinque borghi erano raggiungibili solo in treno o a piedi lungo i sentieri che, durante la guerra, erano serviti alle donne rimaste per andare nei paesi dell’Appennino a procurarsi farina e generi alimentari non reperibili nei borghi lungo la costa, isolati da tutto.

Uno dei treni che facevano servizio fra Genova e le Cinque Terre era la mitica “Littorina”, dalle linee modernissime (i treni veloci della Germania ne sono la copia fedele), marrone con in basso una riga rossa. Un anno, al ritorno a Genova dalle vacanze passate a Riomaggiore, nella vettura dove stavamo con la nonna e la mamma, scoppiò un incendio. Eravamo sotto una galleria, ma vicino a una stazione. Io avevo circa cinque anni, la gente fuggiva e nessuno si curava delle due donne con i bambini. Per fortuna un signore di Riomaggiore, che era salito con noi sul treno, non vedendoci in salvo sul marciapiede, si fece largo nella calca e ci aiutò a metterci in salvo. Non ho un particolare ricordo drammatico della vicenda, rammento solo il buio e la folla, ma la nonna e la mamma, negli anni seguenti, raccontavano ancora con paura questo avvenimento. Oggi la “littorina” non esiste più: forse è stata epurata per via del nome.

Ricordo le donne vestite di nero e spesso scalze che percorrevano la strada principale del paese, dedite alle loro faccende; si fermavano in crocchi a chiacchierare tra loro. I richiami si rincorrevano da una finestra all’altra, per ricordare un acquisto, un messaggio per un’amica, per informarsi della salute di un parente, un avviso da parte di altre amiche. Poiché nelle case non vi era il telefono, quello era il modo per comunicare. Tutti sapevano i fatti di tutti, ma era anche la maniera per tenere unita e solidale la comunità.

Ricordo la processione della Madonna. A tutte le finestre venivano esposti tappeti damascati e alle persiane si appendevano i lumini di carta variopinta con dentro una candela accesa, detti “lumi veneziani”. Un anno il vento fece prendere fuoco al lume, le fiamme si propagarono alle persiane e se non ci fosse stato il tempestivo intervento della mamma e della nonna, le conseguenze avrebbero potuto farsi pericolose.

In paese non c’era il cinema. Ricordo come in un sogno la sera che, nella piazza della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, venne proiettato il film “Giovanna d’Arco” con Ingrid Bergman. Fu un evento memorabile. Un grande lenzuolo bianco venne appeso alla facciata della parrocchia; sedie di legno, forse le stesse della chiesa, disposte sulla piazza, accolsero i numerosi spettatori. Io ero molto piccola, ma ricordo ancora la gente e il luogo illuminati dalle fiamme del rogo della Santa provenienti dallo schermo improvvisato.

Un altro evento memorabile fu l’arrivo alla stazione, tramite ferrovia, di un grosso motocarro nero che doveva servire per agevolare il trasporto dell’uva e del vino da spedire ai vari clienti. I primi giorni in cui il fragoroso mezzo meccanico percorse la strada principale del paese era costantemente inseguito da un codazzo di ragazzini urlanti.

Ricordo il muggito triste dei vitelli legati fuori della macelleria, in attesa di essere trasformati in bistecche per il desco delle famiglie. Il momento era drammatico, per loro, ma non per me, perché non collegavo la loro presenza alle bistecche, e invece aumentavo le mie conoscenze zoologiche, essendo quelli i primi vitelli che vidi in vita mia.

La vendemmia era invece un periodo di festa. Per tutto il paese c’era un’atmosfera elettrizzata; l’odore dell’uva e del mosto era ovunque. Dappertutto venivano appesi alle porte delle cantine grappoli e foglie d’uva. Gli uomini scendevano a valle recando sulle spalle grosse gerle ricolme d’uva, soprattutto quella della qualità “Bosco”, dagli acini piccoli, quasi color del bronzo tanto il sole l’aveva maturata e così dolce da far bruciare la gola.

Tutte le famiglie producevano il loro vino. Noi andavamo ad assistere alla vendemmia nella cantina dei nostri amici su in un posto che si chiamava “Locca”. La moglie Elena, in un basso bacile, schiacciava l’uva con i piedi camminando in circolo. Natale, il marito, era immerso fino al petto in un grosso tino e faceva lo stesso lavoro con una maggior quantità di uva. Il vino che ne usciva era meraviglioso.

Sulle “ciazzee”, le terrazze, era invece stesa ad appassire l’uva che sarebbe servita per fare lo sciacchetrà, il mitico vino chiamato dai locali “refursà”. Una bottiglia di quel nettare era il regalo più prezioso che si potesse fare o ricevere.

Un ultimo ricordo è legato al suono delle campane che scandivano il passare delle ore e, dall’alto del paese, erano testimoni delle fede profonda di quelle popolazioni che in ognuna delle Cinque Terre — Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore — avevano voluto costruire sulle vette più alte e più suggestive un santuario dedicato alla Madonna, alla quale si rivolgevano fiduciose in tutti i momenti tristi e felici della loro esistenza.

Ed oggi? Cinquant’anni dopo, l’odore del vino che accoglieva i visitatori è quasi del tutto scomparso. Non si sentono più gli zoccoli né la dolce cadenza del dialetto del paese, ma voci straniere di branchi di marciatori armati di racchette da sci che arrancano senza posa, su e giù, su e giù, e se si fermassero bloccherebbero il movimento lungo gli stretti sentieri. Ma come si fa a non essere d’accordo con i cambiamenti avvenuti in nome della tutela dell’ambiente, del “progresso” e soprattutto del benessere?

Un’ultima considerazione. Oggi, avere una casa delle Cinque Terre è diventato uno “status symbol”. Ma la frequentazione di questo paradiso non dovrebbe essere solo fine a se stessa. Bisogna far conoscere a chi viene qui la storia e la vita di queste popolazioni che hanno strappato a una natura ostile di valli scoscese e torrenti impetuosi le terrazze ove coltivare la vigna e le case dove crescere le loro famiglie.

Oggi questi magnifici borghi non potrebbero più sorgere. Violentare la natura delle montagne per terrazzarle verrebbe considerato un delitto, ancor peggio ricoprire i torrenti, e tutte quelle case addossate le une alle altre, con sopraelevazioni, pareti in roccia, massa di pietra visibile fin da lontano dal mare, sarebbero considerate un enorme eco-mostro da far saltare con la dinamite. Fortunatamente gli ambientalisti sono arrivati troppo tardi.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 8608 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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  • Emilio Biagini

    GUAI A VOI QUANDO TUTTI GLI UOMINI PARLASSERO BENE DI VOI

    Ascoltiamo i Vangeli. “Guai a voi quando tutti gli uomini parlassero bene di voi; poiché lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Luca 6, 26). E per contro: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
 Rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Matteo 5, 11-12).

    Infatti il mondo è del diavolo, che è l’autore della morte, l’unica cosa che Dio non aveva creato, e che Egli distruggerà nell’ultimo giorno. Quindi meglio essere invisi al mondo che lodati dal mondo. Non vi è paese dove i cristiani, su impulso del demonio, non siano perseguitati, con la violenza o con la calunnia e il dileggio. Ma le persecuzioni indicano solo che siamo sulla buona strada, sulla quale voglia Dio mantenerci.

    I comunisti persecutori sono sempre gli stessi, sotto qualunque maschera, ma, per salvarsi dal naufragio, causato dalla bestialità della loro dottrina, hanno cercato un nuovo padrone: la grande finanza usuraia, mondialista, abortista, assassina, omosessualista, che ha fatto alleanza con la morte e bestemmia nei Gay Pride, ma si offende per ogni osservazione men che servile.

    Ma è bene aspettare con pazienza, perché la giustizia non mancherà. Per quanto mi riguarda, abbraccerei volentieri quelli a cui non vanno a genio i miei libri e il mio credere e difendere la verità, quelli che hanno sparlato di me e cercato di recarmi danno, a scuola, all’università e altrove. O meglio, li abbraccerei, se non mi facessero un po’ senso.

     

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