Genova, 12 Dicembre 2017 04.34





 

 

19
NOVEMBRE
2017
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Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 3°

Biologia

1. Flora

Le descrizioni valtortiane della flora sono sempre perfettamente coerenti con le condizioni di salsedine, di maggiore o minore umidità, e con le fasce floristiche altitudinali. Esemplare la descrizione della vegetazione alofila e degli effetti desertificanti della salsedine fatta da Gesù (Cap. 80.7) il quale, naturalmente onnisciente, spiega il fenomeno ai discepoli Simone, Giovanni e Giuda di Keriot: si tratta dell’infiltrazione di sale dal Mar Morto che rende sterile la zona. Risalta la meravigliosa umanità di Gesù, il quale non esita ad insegnare ai discepoli anche le scienze naturali: la figura del Redentore acquista così un commovente rilievo umano che non appare negli stringatissimi Vangeli canonici.

In molti casi, tuttavia, la Valtorta è incerta sulle specie vegetali che osserva, o dà indicazioni generiche come: “alberi da frutto”, “altre erbe dalle larghe foglie pelose”, “altre erbe di odori”, “altre piante da fiore”, “altre piante delle sabbie”, “altre piante gentili”, “altre resine”, “altri alberi d’alto fusto”, “altri erbaggi”, “altri fiori”, “arrampicanti (sic) porpurei” (l’espressione “porpureo, porpurea”, direttamente derivata da porpora, viene costantemente usata dalla Valtorta, in luogo della più comune “purpureo, purpurea”), “calici di un fiore” di cui dichiara di non sapere il nome, “campanule” di cui la veggente ignora il nome ma dice che devono essere fiori notturni, “fiori imprecisati”, “fragoloni o lamponi”, “frutte (sic) d’altro genere”, “ginepro (o simile pianta)”, “graminacee (imprecisate), “insalate”, “nocchi” (in italiano il nocchio è solo un nodo in un tronco o in un ramo, forse dal longobardo knohhil;  non è chiaro che genere di pianta la Valtorta intenda con tale termine, ma forse si tratta di parola dialettale indicanti i noccioli), “piante da balsami”, “specie non identificata”, “virgulti mangerecci” di cui dichiara di non sapere il nome.

Nonostante le occasionali imprecisioni, peraltro ben comprensibili, dato che non era certo un’investigazione botanica ciò che interessava alla veggente, Maria Valtorta si dimostra osservatrice efficace delle condizioni floristiche. Ad esempio, ella nota che nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine o per i venti che vengono dalle cime più alte dei monti della Giudea, o per qualche altra ragione, la fioritura continua mentre altrove gli alberi danno già i frutti (Cap. 581.1). Alla Cena di Betania il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme (Cap. 586.4) vengono serviti fichi novelli, finocchio, mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, poponi e frutti d’altro genere, e la Valtorta rileva che la frutta proviene in parte dalle sponde oltre Gaza e in parte dalle terrazze solari sopra la casa all’uso romano. Non avrebbe potuto maturare nella zona di Gerusalemme.

Le specie vegetali nominate sono circa 140, che nell’insieme danno un coerente quadro del mondo vegetale mediterraneo, naturale e coltivato. Ricorrono con maggior frequenza (dell’ordine delle decine di ricorrenze): rose (nel Cap. 78.8 sono citate “le famose rose di Engaddi”), ulivi, viti, gelsomini, meli, mughetti, mandorli, fichi, gigli, lauri, salici.

Piante tipicamente mediterranee abbondanti in Palestina e citate dalla Valtorta sono le “anaci” o anici (Pimpinella anisum), le cosiddette “code di volpe” (Alopecurus pratensis), le convallarie (Convallaria sp.), il nenufaro o ninfea gialla (Nuphar lutea), lo spigonardo (Lavandula dentata), il terebinto (Pistacia terebinthus). Il terebinto è spesso menzionato nella Bibbia, fra l’altro perché in un albero di questa specie Absalom, figlio ribelle di David, sconfitto in battaglia, rimase impigliato coi lunghi capelli durante la fuga, ciò che gli costò la vita (Samuele 18, 9).

Notevole il teak d’Arabia (Ordia amplifolia), visto nelle vicinanze delle piscine di Salomone (Cap. 208.5):

(…) un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco (…) un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

Qualche difficoltà potrebbe sorgere nel caso di piante di origine americana, che si ritiene siano giunte in Europa e nel Mediterraneo solo dopo la Scoperta dell’America, come i fichi d’India (Capp. 147.1, 217.4, 221.1, 254.4), le agavi (Capp. 67.1, 102.3, 127.1, 221.1, 412.1), l’erba cedrina (Cap. 604.21), la spinalba (Cap. 543.5) che forma addirittura delle siepi. Il fatto che la citazione di tali piante non sia stata soppressa è prova della sincerità della veggente. In realtà le piante apparentemente “intruse” non inficiano l’autenticità delle visioni valtortiane, dato che specie simili di solito sono presenti in Asia da tempi remotissimi e si spiega facilmente come abbiano potuto raggiungere la Palestina prima dell’età di Cristo.

L’Asia meridionale e l’Africa orientale, infatti, da secoli erano percorse da reti di carovaniere, tramite le quali la diffusione “casuale” di semi era assicurata. Gli storici hanno individuato tre vie principali: della seta, dell’incenso e del cinnamomo.

La via della seta si diramava in diversi itinerari che collegavano la Cina con l’Occidente attraverso l’Asia centrale oppure l’India; servendosi di essa i due imperi, romano e cinese, intrattennero perfino saltuari contatti diplomatici.

La via dell’incenso conduceva dall’Arabia meridionale alle coste orientali del Mediterraneo attraverso la città di Petra. Nell’Esodo (30, 7) ne è prescritto l’uso rituale sull’altare dei profumi.

Il cinnamomo, meglio noto come cannella, compare anch’esso nell’Esodo (30, 23) tra gli ingredienti prescritti da Dio a Mosè per la composizione dell’olio per l’unzione sacra. La via del cinnamomo partiva dall’Indonesia, raggiungeva il Madagascar e di là il porto di Rhapta, controllato dagli arabi, sulla costa dell’Africa orientale, dalla quale si diramavano diverse vie carovaniere che percorrevano la regione fino a raggiungere il Nilo, mediante il quale la pregiata spezia (e gli eventuali semi d’altro genere intrufolatisi nei carichi) raggiungeva le terre mediterranee.

Riguardo al fico d’India, l’onnipresente enciclopedia on-line sentenzia (http://it.wikipedia.org/wiki/Opuntia_ficus-indica):

Il fico d’India (assieme all’Agave, altra specie messicana) compare sempre negli esterni dei film sulla vita di Gesù, come elemento caratteristico della flora della Palestina di quei tempi. Questo incredibile anacronismo è costante. Per tutti si veda il “Gesù di Nazareth“ di Zeffirelli.

Peccato che il fico d’India fosse consumato regolarmente come frutta nell’Egitto faraonico (Wenzel 1999). Non è quindi neppure necessario ricordare, come fa il Lavère (cit., p. 181), che vi erano fichi d’India originari da Goa, “noti a Plinio, Teofrasto e Strabone”. Vista la stretta contiguità tra Egitto e Terra Santa, sarebbe stato molto strano piuttosto non trovare questa pianta in Palestina.

Il benzoino (Styrax benzoin), pianta di origine indonesiana, dovette seguire la via del cinnamomo, la spezia di origine indonesiana che fu osservata dalla Valtorta a Engaddi (Cap. 389): era tutt’altro che improbabile che semi di benzoino, annidati nei carichi della pregiata spezia, raggiungessero Israele fin dall’antichità. L’erba cedrina, una Verbenacea (Laoysia citrodora), è tipica del Sud America, ma si confonde facilmente con un’erba europea detta pure erba cedrina (Lippia citriodora). La spinalba (Eryngium sp.) è un genere che comprende specie messicane, ma anche mediterranee (es. Eryngium maritimum), presenti lungo le coste del Mediterraneo, incluse quelle della Palestina.

Più serio è il problema dell’agave, di origine messicana, mai citata in alcun dizionario biblico e, secondo i testi botanici, giunta nelle terre mediterranee solo dopo la Scoperta colombiana. Il Lavère (2012, pp. 179-180) affronta il problema con notevole superficialità, dando per scontato che, se l’agave si trova oggi allo stato selvatico nelle zone mediterranee, dovesse trovarvisi anche al tempo di Gesù. In realtà il problema merita ben altro approfondimento. Non si può invocare una possibile confusione di Maria Valtorta con altre piante della famiglia delle Agavacee; è vero che alcune specie di dracene hanno foglie talmente simili a quelle delle agavi da indurre in errore un inesperto, specie se la sua attenzione è rivolta altrove, come nel caso della veggente, costantemente attenta al “suo” Gesù. Le dracene sono presenti allo stato naturale in Africa orientale, proprio dove passava la via del cinnamomo, e potevano quindi agevolmente raggiungere la Terra Santa, ma non può trattarsi di esse, perché l’Evangelo nomina sistematicamente il gigantesco fiore “a candelabro”, proprio delle sole agavi: ne parla il discepolo Gionata (Cap. 102.3), lo descrive la Valtorta nella visione del miracolo delle lame spezzate alla porta dei Pesci (Cap. 67.1) e in quella del discorso all’Acqua Speciosa sul comandamento “Non tentare il Dio tuo” (Cap. 127.1), se ne serve come esempio Gesù stesso nel suo insegnamento (Cap. 221.1), lo nomina Giuda di Keriot (Cap. 412.1). Anzi, dalla descrizione valtortiana, la specie sembra essere proprio l’Agave americana, una delle più grandi e spettacolari.

Dato che le agavi non sono nominate nella Bibbia, Lavère conclude abbastanza ovviamente che la Valtorta non ha tratto ispirazione dal sacro testo, ma non tenta di spiegare come tale specie, originaria dell’America, abbia potuto trovarsi in Palestina un millennio e mezzo prima della Scoperta colombiana. Il Lavère sembra non avere affatto chiaro il problema, anche perché ne parla come di “questa stupefacente cactacea”, mentre il genere Agave non è mai stato ritenuto una cactacea. Inizialmente fu incluso tra le Amaryllidacee. Oggi è classificato in una famiglia propria, quella delle Agavacee (ordine Liliales secondo il sistema di classificazione Cronquist, ordine Asparagales secondo il sistema APG).

In mano ai nuovi farisei, il problema “agavi” avrebbe potuto essere un argomento di un certo peso nei loro affannosi tentativi di contestare l’autenticità delle visioni valtortiane, se solo si fossero dati la pena di studiarle sul serio. Tuttavia, il problema sarebbe davvero grave solo se si trattasse di una specie coltivata. Le piante coltivate sono modificate da una selezione artificiale e mirata che le rende poco adatte a sopravvivere alla competizione delle specie selvatiche in un ambiente naturale, prive dell’assistenza dell’uomo. Prima della Scoperta dell’America, era praticamente impossibile per una specie coltivata del Nuovo Mondo, come la patata o il pomodoro, insediarsi nel Vecchio Mondo senza continue cure, ma per una specie selvatica e resistente come l’Agave americana, sarebbe stato tutt’altro che impossibile, nel corso della preistoria, insediarsi in Asia, e quindi in Palestina, e proliferarvi.

Le specie vegetali viaggiano. La flora irlandese, ad esempio, annovera interessanti endemismi di origine americana (es. Eriocaulon aquaticum), che indicano l’arrivo di sementi trasportate su “zattere” naturali ad opera delle correnti marine, secondo un ben noto processo di diffusione delle specie vegetali.

Più importante ancora è il trasporto eolico, ossia operato dai venti. I semi, non più grandi di qualche millimetro, delle agavi, come di altre piante, possono facilmente essere trasportati, entrando a far parte del cosiddetto plancton aereo. Questo è costituito da organismi anche di dimensioni ben maggiori di un seme di agave o di altri vegetali: vi si trovano semi, spore, insetti (spesso di specie non dotate di ali), ragni e una grande varietà di detriti organici. Il plancton aereo può raggiungere la stratosfera e viaggiare anche a grandi distanze. L’altopiano messicano è attraversato dal Tropico del Cancro, e nella fascia tropicale settentrionale i venti alisei soffiano da nord-est verso sud-ovest, e quindi dal Messico verso il Pacifico, oltre il quale si incontra l’Asia meridionale: questo in condizioni di tempo non perturbato. E col tempo perturbato, quante tempeste vi saranno state, nel corso della preistoria, capaci di trapiantare specie americane in Asia? Né va dimenticato che le osservazioni botaniche si sono moltiplicate e affinate solo a partire dal sec. XVIII, per cui la comparsa di nuove piante, anche se spettacolari, poteva benissimo non lasciare traccia scritta nei documenti dei viaggiatori.

Proprio l’apparente stranezza di trovare specie vegetali americane in Palestina, lungi dal costituire una prova di inaffidabilità del Tesoro valtortiano, potrebbe imprimere una svolta alle ricerche geobotaniche, così come le descrizioni valtortiane del territorio palestinese dell’epoca di Gesù hanno permesso di scoprire costruzioni e città sepolte di cui si era perduta traccia.

2. Fauna

La descrizione della fauna non presenta particolari problemi: non desta alcuna sorpresa il fatto che la veggente abbia visto o sentito nominare animali vertebrati come aquile, aspidi, bisce, capre, colombi, colubri, conigli selvatici, donnole, gufi, lucertole, merli, pettirossi, pipistrelli, ramarri, rospi o ranocchi; e insetti come api, calabroni, cicale, farfalle, grilli, libellule, moscerini. Queste segnalazioni faunistiche sono sempre in perfetto accordo con i vari ambienti e le diverse condizioni stagionali. Caratteristica è la presenza, al lago di Tiberiade, di un uccello acquatico, (martin pescatore, Alcedo atthis, che la Valtorta indica col nome vernacolo toscano “piombino”), che suscita tra i discepoli (Cap. 187.2):

(…) una più viva esclamazione di ammirazione davanti al gioiello vivo di un piombino che viene a volo, portando alla compagna un pesciolino d’argento.

Strani animali domestici escono da una bella casa di Betania, al seguito di una giovane donna, forse greca o romana, che fa un sorriso sprezzante alla vista di Gesù e dei suoi discepoli e si allontana seguita da un drappello di trampolieri multicolori (Cap. 135.1):

(...) candide ibis, multicolori fenicotteri e due gralle tutte fuoco con una coroncina tremolante sulla testa che pare d’argento mentre il resto del piumaggio è tutto color oro.

Pochissimi esperti di zoologia sapevano che nel Nahal Tainninim (il fiume che alimentava l’acquedotto di Cesarea Marittima, costruito dai Romani), esistevano coccodrilli nani, introdotti dai fenici che li ritenevano animali sacri, al pari degli egizi che veneravano il dio-coccodrillo Sobek. Secondo Laurentin, Debroise & Lavère (2012), questi rettili sarebbero stati direttamente introdotti dagli egizi, che per secoli dominarono o mantennero un protettorato sulla zona. L’origine egizia o fenicia ha comunque poca importanza. Divenuti piccoli ma ugualmente pericolosi, erano oggetto di caccia da parte dei Romani, e con la loro pelle si confezionavano molti oggetti. A poco a poco furono sterminati, ma ve n’erano ancora nel sec. XIX d.C. All’epoca della Valtorta erano ormai estinti, ma la veggente poté vederli e descriverli (Cap. 254.1-2).

Un ambiente malsano e improduttivo divennero i campi del fariseo Doras, uomo di estrema malvagità che schiavizzava, affamava e opprimeva i suoi contadini fino a farli morire. Per punirlo, Gesù maledisse i suoi campi (Cap. 109.12), che da allora pullularono di animali nocivi. Lo stesso Doras, imprecando e senza mostrare segno di pentimento, domandò (invano) a Gesù di togliere la maledizione (Cap. 127.2):

Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico.

Confesso di non essere riuscito a individuare la classificazione zoologica dei “grillovampiri”, usciti dalla sgangherata fantasia del fariseo disperato; potrebbe forse trattarsi di grillotalpe (Gryllotalpa gryllotalpa, una specie di ortottero della famiglia Gryllotalpidae). Un rilevamento più pacato e realistico del disastro nei campi di Doras, da parte dei poveri contadini (Cap. 190.2), parla di afidi, bruchi, farfalline, lombrichi, lumache e altri parassiti.

Come nel caso della flora, anche nella fauna la Valtorta non sempre è precisa, specialmente quando la visione è notturna; infatti troviamo generiche indicazioni di “animali notturni”, “altre specie di uccellini”, “altre brutte bestie”. Spesso nominati gli uccellini, in particolare i passeri, che Nostro Signore amava moltissimo, come si rileva anche dai Vangeli canonici. Un passerotto caduto dal nido, salvato da Gioacchino e donato alla Madonna treenne (Cap. 7.5), fu la prima creaturina sulla quale la Santissima Vergine cominciò ad esercitare le proprie cure materne.

BIBLIOGRAFIA

LAURENTIN R., DEBROISE M. & LAVÈRE J.-V. (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Éditions Salvator

LAVÈRE J.-F. (2012) L’enigma Valtorta, Isola del Liri, CEV (trad. d. francese)

WENZEL G. (1999) “La vita domestica e la casa come spazio vitale”, in Schultz M. & Seidler R. (cur.) L’Egitto: la terra dei faraoni, Köln, Könemann, pp. 398-409

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