Genova, 12 Dicembre 2017 04.33





 

 

19
NOVEMBRE
2017
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Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 1°

Geologia

L’Evangelo come mi è stato rivelato è un libro di sterminata ricchezza e d’incredibile complessità, che contiene innumerevoli profondissime conoscenze umanamente inaccessibili alla Valtorta. Sebbene sia scritto in maniera piana e facile da intendere, tale da recare conforto alle anime semplici, una comprensione veramente completa di esso richiede contributi di innumerevoli specialisti nelle più svariate discipline. Le notazioni accuratissime della Valtorta sono dovute alle raccomandazioni del Divino Maestro che la esortava ad osservare tutto con la massima attenzione. Ubbidiente come sempre, lei faceva come le era stato detto, sebbene quei particolari non la interessassero. Ma, come sempre, il Divino Maestro aveva ragione: le osservazioni dettagliate dovevano provare l’autenticità delle visioni, almeno per coloro che non chiudono gli occhi rifiutando di vedere.

Così apprendiamo una miriade di particolari geologici di eccezionale esattezza, verificati in base alle carte geologiche della Palestina (Sneh, Bartov, Weissbrod, & Rosensaft 1998) e della Giordania (Bender 1974, Burdon & Quennell 1959), come avrebbe potuto rilevare un osservatore sul posto, e non una povera semiparalitica ignorante di geologia, inchiodata al suo letto di dolore dal 1934, a migliaia di chilometri di distanza.

Nei dintorni di Sichem la petrografia è caratterizzata da basalto (Cap. 558.3). Un fiumicello taglia la via per Aera gonfio per le piogge, di un colore giallo rossastro come se fosse passato in una zona di terreni ferrosi, che in effetti si trovano a monte (Cap. 296.1). A Gerico vortici di vento caldo sollevano un polverone rossastro che sembra venire da un deserto o per lo meno da luoghi incolti di terra rossastra (Cap. 417.1), causando difficoltà di respirazione: è la classica terra rossa che troviamo in ambienti calcarei con clima mediterraneo: si tratta del residuo silicatico di rocce calcaree disciolte dall’acqua contenente anidride carbonica. Questi silicati subiscono la scissione idrolitica completa, dando basi solubili, silice idrata colloidale e idrossidi di ferro e di alluminio. Allontanate dall’acqua le basi solubili e parte della silice colloidale, si depositano gli idrossidi e il resto della silice. Il colore rosso è dato dalla presenza del ferro ossidato.

Nel giardino di Anna e Gioacchino, genitori della Santa Vergine, presso Gerusalemme, in periodo di siccità si riscontra una terra di colore bianco lievemente tendente al rosa sporco, ma marrone rosso scuro dove bagnata dall’irrigazione, quindi terreno calcareo misto alla tipica terra rossa mediterranea (Cap. 5.1). Da Sichem a Berot si hanno caratteristici monti calcarei (Cap. 194.1). Presso Engaddi vi è roccia calcarea rossastra, ossia contenente ossidi di ferro: appunto i composti che conferiscono il colore alla terra rossa mediterranea (Cap. 389.2).

Un caso del tutto particolare si ha tra Ramot e Gerasa (Cap. 287.1), che la Valtorta descrive come una regione appoggiata su una piattaforma rocciosa sollevata fra una corona di picchi. Scrive la veggente:

Sembra un grande vassoio di granito con sopra appoggiate case, casette, ponti, fontane, per il divertimento di un bambino gigante. Le case sembrano intagliate nella roccia calcarea, che costituisce la materia base di questa zona. Squadrate a blocchi sovrapposti, quali senza intonaco, quali neppur sgrezzati, sembrano proprio casette di un paesello da presepio, costruito coi cubi da un grande bambino ingegnoso.

Ramot era una delle tre città di rifugio levitiche, e sembra corrispondere al sito dell’attuale Es-Sait, esattamente a metà strada tra Gerico e Gerasa. Il geologo Vittorio Tredici (Iglesias 1892 – Roma 1967), che aveva compiuto ricerche in Transgiordania (attuale Giordania), confermò l’esattezza delle descrizioni geologiche e mineralogiche di Maria Valtorta, avendo notato nella zona stranissimi “dicchi” apparentemente granitici, in realtà calcarei. Si consideri il termine “dicchi”: il dicco (dall’olandese dijk, diga) è un corpo roccioso di origine magmatica, tabulare di limitato spessore, generato per riempimento di discontinuità della rocce incassanti. Persino nella giacitura, dunque, il deposito calcareo di Ramot imita una struttura di origine magmatica. Rocce calcaree imitanti nell’aspetto esteriore le rocce magmatiche sono abbastanza rare, e si formano quando al carbonato di calcio si mescolano impurità che ne modificano il colore.

Ad esempio, nel bacino del fiume Wear, nell’Inghilterra nordorientale, dove mi è avvenuto di compiere ricerche, non è facile, a prima vista, distinguere il calcare dalla dolerite (roccia magmatica), essendo entrambi di colore scuro, quasi nero. Per una sicura diagnosi occorre impiegare una soluzione diluita di acido cloridrico, che reagisce col calcare secondo l’equazione:

CaCO3 + 2 HCl → CaCl2 + H2O +CO2

liberando, come si vede, anidride carbonica gassosa con caratteristica effervescenza; mentre al contrario non reagisce affatto con la dolerite (o diabase), che è costituita da minerali silicei (plagioclasi e pirosseni). La dolerite del Wear è uniforme, per cui non è difficile che il calcare della zona, carico di fini impurità sabbiose, ne imiti bene il colore.

Il granito ha invece un aspetto tutt’altro che omogeneo, tipicamente granulare (particolarità che gli ha dato il nome), del tutto diverso dal calcare, il quale ha invece formula chimica semplice (CaCO3). Il granito è composto, in media, da ossidi, fra i quali al 72% domina quello di silicio (SiO2), seguito da quello di alluminio (Al2O3) al 14,4%, di potassio (K2O) al 4,1%, di sodio (Na2O) al 3,7%, ed altri ossidi in percentuali minori. Il netto dominio del silicio assicura che il granito non possa reagire con l’acido cloridrico. Al tempo stesso, l’aspetto granulare e tutt’altro che uniforme del granito rende estremamente difficile che un calcare, con la sua semplice formula chimica, possa imitarne l’aspetto.

Eppure questo fortuito e rarissimo fenomeno si è verificato proprio a Ramot, in Giordania. Per un osservatore di passaggio, non particolarmente ferrato in geologia e privo dell’opportuna attrezzatura, scambiare il calcare di Ramot per una formazione granitica è inevitabile. Ora, Maria Valtorta non aveva mai studiato geologia e certo non si portava dietro acido cloridrico quando si aggirava in spirito per la Terra Santa di venti secoli fa, mentre si trovava nel suo letto a Viareggio, eppure vide e descrisse quella stranissima formazione geologica, più unica che rara, che, per il suo aspetto tipicamente granulare, le diede l’impressione che si trattasse di granito.

Le ricerche sul terreno di Vittorio Tredici confermarono l’esattezza della descrizione, e ciò venne fatto presente ai prelati della Curia romana che bloccavano la pubblicazione dell’Opera. Ciò avrebbe dovuto bastare a far comprendere che le visioni valtortiane non potevano essere inventate. Ma costoro non si resero conto, o non vollero rendersi conto, del grande valore probante di questo particolare geologico.

BIBLIOGRAFIA

BENDER F. (1974) Geology of Jordan, Berlin, Gebrüder Borntraeger

SNEH A., BARTOV Y., WEISSBROD T. & ROSENSAFT M. (1998) Geological Map of Israel, 1:200,000, Israel Geological Survey (4 sheets)

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