Genova, 20 Novembre 2017 07.20





 

 

07
NOVEMBRE
2017
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Tenebre che regnano in più di un senso, non solo perché lo schermo è buio e l’azione si svolge per lo più nella più impenetrabile oscurità, ma perché l’intera vicenda è immersa in una tenebra morale assolutamente satanica. Nel 1957 si contrapponevano il bene e il male, nel 2016 rimane solo il male, non vi è più un solo personaggio positivo; il male resta impunito e trionfa, e si permette pure di fare la morale, incolpando la “società”, mentre una innocente finisce sulla forca e l’avvocato che si è disperatamente battuto per l’accusato credendolo innocente, finisce suicida perché la moglie gli ha detto che non lo ama più.

La vittima del delitto, nel 1957 un’attempata vedova che ha la disgrazia di innamorarsi di un mascalzone, nel 2016 è diventata una ninfomane sempre a caccia di giovani uomini, la sua devota serva da simpatica vecchietta scozzese si è trasformata in una lesbica repressa, mentre abbondano scene di sesso che più esplicito non si potrebbe. Scomparso lo humour, che aveva una parte non piccola nel 1957, viene sostituito da uno horror assolutamente gratuito.

Per conseguire questo brillante risultato di assoluto disordine morale, la trama del racconto è stata del tutto sovvertita. La sceneggiatura nel 1957 scorre in modo logico e coerente, quella del 2016 procede a singhiozzo, con ossessive ripetizioni della medesima scena e delle medesime battute. La recitazione del 1957 è misurata ed efficace, quella del 2016 è isterica e delirante; ogni dignità di comportamento è scomparsa, la maestà della legge è messa alla berlina, gli avvocati si agitano come istrioni da baraccone.

La recente produzione della BBC non è più Testimone d’accusa, non è neppure più un rifacimento moderno mal fatto, ma tutt’altra cosa, un prodotto di gran lunga più scadente, penoso, disgustoso: è rimasto il titolo per attirare gli estimatori dell’originale, e poco altro.

Mentre negli anni Cinquanta si avverte ancora la presenza di valori, nella versione odierna tutto è disintegrato: disintegrata la famiglia, devastata la stessa natura umana, perché l’uomo ha fatto un idolo di se stesso, non ha più nessun punto di riferimento, e gettando via la Fede ha perduto il suo centro, che è Dio, ed è solo, e gira a vuoto intorno a se stesso, distruggendo e distruggendosi.

Questo non stupisce affatto: cosa c’è in mezzo tra il 1957 e il 2016? Un anno diabolico: il mitico Sessantotto, quello della “liberazione” o meglio dello scatenamento degli istinti e dell’infamia, sulla scia di Cohn Bendit e di altri consimili pederasti confessi, con la tonaca pretesca (vedi don Milani) o senza tonaca. Si è così compiuta quella che Plinio Corrêa de Oliveira chiama la quarta rivoluzione (dopo quelle protestante, giacobina e comunista), la rivoluzione dove il disonore, da sempre compagno della rivoluzione, raggiunge il suo apice.

Nessuno può illudersi, naturalmente, che nel 1957 regnasse il bene e tutto fosse in ordine. Il marcio bolliva sotto la superficie, tre rivoluzioni avevano già compiuto le loro devastazioni; la cultura della morte, le trame gnostiche evoluzioniste, ambientaliste, abortiste, eutanasiche, mondialiste mandavano già i loro fetori, ma almeno regnava ancora una certa parvenza di ordine.

Nel rifacimento del 2016 ogni traccia di ordine è scomparsa, e questo caso non è che uno fra i tantissimi. Ogni volta che viene eseguita una riedizione (remake per gli anglofili) di un classico cinematografico, il crollo estetico, morale e di tenuta dei nervi salta immediatamente agli occhi. È lo specchio di una società isterica, sguazzante nel lupanare e nel vespasiano, che ha smarrito tutto quello che rende la vita degna di essere vissuta: fede, speranza, carità, onore, valori, civiltà, senso estetico, equilibrio, raziocinio, sanità mentale. Un mondo pienamente laicista, putrefatto, in piena decomposizione, di cui i valenti anglosassoni, come sempre all’avanguardia nel “progresso”, ci indicano la strada, e mediante l’imposizione di storicismo e relativismo vorrebbero vietare qualsiasi giudizio morale.

Ma è col massimo disprezzo che vanno respinte le diffuse farneticazioni storicistiche e relativistiche, le quali tendono a minimizzare ogni condanna delle degenerazioni contemporanee additandola come effetto di incapacità dei “vecchi” di apprezzare le mirabilia del mitico “progresso”. No, la realtà è la realtà, i fatti sono fatti, la degenerazione e l’isterismo del mondo contemporaneo sono evidenti a chiunque abbia occhi e un po’ di ben dell’intelletto, compresi i giovani, almeno quelli non (ancora) instupiditi dalle deliranti “riforme” scolastiche, dai telefonini, dai vizi e dal frastuono mediatico mondialista.

EMILIO BIAGINI

 

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