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MARZO
2007
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Emilio Biagini


I cattolici progressisti e postconciliari smaniano per andare d’accordo con tutti (purché non siano cattolici). Tanto gli slogan vuoti come “Andiamo tutti insieme incontro a Cristo”, “Cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide”, “Costruiamo ponti, non muri”, non costano nulla ed hanno un bel suono così buonista. Ma gli “altri” non pare proprio che si siamo mossi di un capello dalle loro posizioni. Fuori della Chiesa sono e fuori della Chiesa restano. Nemici erano e nemici restano. Calunniatori erano e calunniatori restano, e non c’è atrocità di cui non abbiano ingiustamente accusato la Chiesa (non per niente il diavolo è “colui che accusa”). Non c’è trucco per screditare la Chiesa che non abbiano adottato (vedi la squallida vicenda della datazione taroccata della Santa Sindone al radiocarbonio). Persecutori erano e persecutori restano.
L’ignoranza, poi, regna assoluta: la gente, i fedeli, semplicemente non sanno, perché chi dovrebbe tramandare la verità è il primo a non sapere. Non si sa, e non si vuole sapere, che cosa abbiano fatto e detto gli “altri”. Non si sa e non si vuole sapere che cosa dica la dottrina cattolica, perché la scuola dev’essere multietnica e “bisogna rispettare le culture altrui”, e intanto facciamoci un bel corso sull’islamismo (che farà presa su giovani ignoranti dei più elementari rudimenti di Cattolicesimo, e con la vaga idea che la Chiesa e l’Inquisizione erano press’a poco la medesima cosa).
Come ebbe modo di notare, fra gli altri, il grande e santo Cardinale Siri, gli stessi “padri conciliari”, e specialmente molti fra i vescovi, brillavano per ignoranza e si affidavano ai cosiddetti “esperti”, la maggior parte dei quali scalpitava per le novità fini a se stesse. A quarant’anni di distanza le aspettative della grande “riconciliazione” col mondo moderno (in realtà sprofondato nel più arcaico paganesimo idolatra) si sono rivelate per quello che erano: un miraggio del demonio.
Tutte le profezie, a cominciare dall’Apocalisse (che fa parte della Sacra Scrittura, e quindi è Parola di Dio), sono assolutamente chiare su un punto: le persecuzioni continueranno fino alla fine e saranno sempre più terribili, finché Cristo verrà finalmente in majestate (non più in humilitate) a giudicare i vivi e i morti. Non ci sarà e non ci può essere alcuna riconciliazione col mondo e il suo principe, che è il demonio.
Chi dicesse che questo è fare il “profeta di sventura” o “la Cassandra” dimostrerebbe solo un’insana tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia. Chi dicesse che questo è un incitamento alla guerra santa dimostrerebbe solo di non aver capito nulla, e di saper pensare solo in termini di politica, di economia, di armi di potenza, cioè di pura idiozia. Ognuno ragiona in base a quello che è in grado di capire. Trascuriamo pure il fatto che non ha senso dire che vogliamo la guerra, sia pure solo difensiva, perché la guerra c’è già, ed è guerra di aggressione: la conducono gli altri, unilateralmente, contro la Chiesa indifesa (i martiri si moltiplicano ovunque, dal Sudan all’Indonesia, nell’ignoranza e nell’indifferenza generale).
Trascuriamo pure l’altro fatto che, debole com’è, assediata da ogni parte e minata all’interno (basti pensare alle persecuzioni contro Padre Pio e Maria Valtorta), neppure volendo la Chiesa potrebbe indire Crociate. Non dobbiamo neppure pensare in termini di “azione”: umanamente, e cioè al livello dei poveretti nutriti di sociologia e di economia, non c’è assolutamente niente da fare. Non esistono “ricette” per l’azione. Non si vuole affatto dire: “fate questo” o “fate quello”. Cristo, alla fine, non ha fatto niente, ha solo sofferto. Noi, adoratori di un Dio crocifisso, non possiamo fare assolutamente nulla, se non pregare.
La storia continuerà a svolgersi come rivelato dall’Apocalisse in ogni caso. I malvagi conosceranno lunghe ore di trionfo, mentre sembrerà che il povero stupido cristiano sia stato sconfitto. Era precisamente la situazione che si manifestò quando Cristo ascese al Golgota. Ma sappiamo pure che, alla fine, il male non potrà vincere: l’avvenire appartiene all’Agnello, e a coloro che gli sono fedeli. Non abbiamo fretta: abbiamo tutta l’eternità per vedere chi aveva ragione. Nell’attesa, non chiudiamo gli occhi. Bisogna sapere.
La conoscenza della verità è un grande bene fine a se stesso, che può solo fare del bene alle anime, che alla fine sono l’unica cosa da salvare ad ogni costo. Dunque, qual è la verità, ad esempio, sulla “riforma” protestante?
Le rovine arrecate alla Sacra Scrittura dalle blasfeme forbici di Lutero hanno prodotto devastazioni paragonabili a quelle che, sotto i vari regimi protestanti, giacobini e massonici europei (compreso quello sabaudo del “risorgimento” italiano), si sono abbattuti sugli ordini religiosi.
Le alterazioni riguardano naturalmente passi che potrebbero dare ombra alla ribellione protestante. Ad esempio, “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16, 18) è divenuto, nella maggior parte delle Bibbie protestanti: “ ........ su questa pietra edificherò la mia comunità”. Tra le mutilazioni, oltre a diversi tagli, specie nei Salmi, si registra la mancanza di ben sette libri dell’Antico Testamento: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico (o Siràcide), Baruc (uno dei profeti maggiori), e i due libri dei Maccabei. I temi trattati in tali libri sono in effetti assai ostici per un protestante. Vi si parla ad esempio dell’elemosina in suffragio dei defunti (Ecclesiastico, 7, 27), dei sacrifici pure in suffragio dei defunti (2° Maccabei, 12, 39-46), e quindi, indirettamente, del Purgatorio e della Comunione dei Santi. Altri testi si riferiscono al libero arbitrio (Ecclesiastico, 15, 11-22) e al fatto che non tutta la Rivelazione è contenuta nelle Sacre Scritture (1° Maccabei, 9, 22), da cui l’ovvia necessità di una Tradizione e di una gerarchia non infetta da modernismo che ne sia fedele custode.
L’esclusione di tali libri viene giustificata col fatto che sarebbero “apocrifi”, perché di epoca tarda e scritti in greco e non in ebraico. In realtà si tratta di libri deuterocanonici, ossia canonici di data posteriore agli altri, ed è appunto il fatto che siano di data posteriore li rende particolarmente preziosi, perché più vicini al tempo dell’Incarnazione. È quindi istruttiva una sintetica comparazione fra le due versioni dell’Antico Testamento: quella ebraica o masoretica e quella “dei Settanta”.
Sia la versione ebraica sia quella greca sono ispirate, ossia frutto di Rivelazione, ma quella greca, nel suo insieme, proprio perché più vicina al tempo del Messia, è molto più esplicita riguardo ai maggiori articoli della Fede. Non a caso S. Agostino, nel De Doctrina Christiana (II, 15) rileva la maggiore autorità della versione greca dei Settanta, e ritiene che in ogni caso di divergenza fra il testo masoretico e quello dei Settanta, si debba preferire quest’ultimo.
Ad esempio, dove il testo masoretico dei Salmi (risalenti in gran parte al re Davide, ossia intorno al 1000 a.C.) parla in modo vago di un Redentore che dovrà venire, il testo greco nomina esplicitamente il “Cristo”.
Il testo masoretico invoca “Dio della mia salvezza”, quello greco dice “Dio mio Salvatore”, ossia Dio non si limiterà a mandare in qualche modo imprecisato la salvezza, ma verrà Egli stesso a salvare.
Il profeta Isaia (40, 5), nella versione ebraica dice: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà Dio”, in quella greca proclama: “Si mostrerà la gloria del Signore e ogni carne vedrà il Salvatore di Dio”. Questa versione consente una lettura trinitaria, evidenziando che la Salvezza non è un concetto generico, ma una Persona, e così pure la Verità non è un concetto ma una Persona, e la Sapienza non è un concetto ma una Persona (in un libro dell’Antico Testamento, intitolato appunto “Libro della Sapienza”, è la Sapienza stessa che parla; ora solo le persone parlano, i concetti no).
Il testo greco veterotestamentario palesa quindi in modo inequivocabile la seconda Persona della Trinità, il Figlio, Salvatore del genere umano. La Sapienza è indissolubilmente impersonata anche dalla Vergine Santisssima, presente dall’eternità nella mente di Dio e vivente tabernacolo del Verbo Redentore. La Bibbia ebraica è la Rivelazione antecedente all’avvento del Messia, espressione dell’epoca della severità che segue alla caduta nel peccato originale.
Tale Bibbia comprende 39 libri, distinti in storici, sapienziali e profetici.
Ma tutta quanta la Bibbia ebraica, anche nei libri non apertamente profetici, è una profezia del futuro Avvento del Redentore, che apre la nuova epoca, quella della misericordia divina effusa su tutta l’umanità, come dimostra esaurientemente, fra gli altri, anche un profondo pensatore come l’ex Rabbino Capo di Roma Israel Zoll, convertitosi al Cattolicesimo col nome di Eugenio Zolli (e per questo duramente perseguitato dagli ex correligionari come principale meshummad, ossia apostata, o rinnegato, tra i rabbini del mondo moderno). Il nome di Zolli è ancora anatema per gli ebrei.
L’intera religione ebraica era fondata sull’attesa del Messia e la Bibbia greca è ponte di passaggio obbligato alla Parola del Nuovo Testamento. Il prologo dell’Ecclesiastico attesta che in epoca ellenistica l’Antico Testamento era già quasi tutto tradotto in greco. Un documento scritto da un ebreo alessandrino (Lettera di Aristea al fratello Filocrate) racconta che il capo della Biblioteca di Alessandria Demetrio persuase il re ellenistico d’Egitto, Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), a promuovere la traduzione di libri dell’Antico Testamento in greco, e da ciò nacque la versione detta “dei Settanta”, poiché tale era il numero degli anziani di Israele convocati ad Alessandria dal re per compiere l’opera, la quale venne poi pubblicamente letta alla popolazione giudaica.
Un’altra fonte giudaica (Frammento di Aristobulo, del sec. II a.C.) conferma che tale origine della versione greca dell’Antico Testamento era comunemente nota.
Fra le generali acclamazioni venne pronunciato solenne anàtema contro chiunque osasse minimamente alterarla, e, implicitamente ed a maggior ragione, contro chi cercasse di far ritorno alla precedente versione. A sostegno della fede di questa folla in attesa del Messia, stava un vero e proprio miracolo, ricordato da Zolli: ciascuno dei Settanta era stato fatto lavorare alla traduzione in isolamento da tutti gli altri, ma quando le traduzioni furono confrontate risultarono tutte identiche, ciò che, senza un intervento soprannaturale. sarebbe stato matematicamente impossibile.
Ovviamente anche la Bibbia greca è comunque opera di ebrei, i quali scrivevano in greco solo perché questa era la lingua più diffusa, ed esprimersi nella lingua allora più diffusa apriva la porta all’universalità della futura Chiesa. Ancora nel sec. II d.C. in Palestina solo pochi sapevano scrivere in ebraico, mentre lingua universale era il greco, e in Palestina era diffuso l’aramaico, che fu la lingua parlata da Gesù. Il recupero dell’ebraico fu di tipo revivalistico, per riaffermare la propria identità etnica e religiosa dopo il rifiuto del Messia.
Lo prova una lettera di Ben Kakhba, il capo della rivolta antiromana sotto Adriano, dove si dice: “la lettera è scritta in greco perché non si è trovato Erma per scrivere in ebraico”. Vuol dire che neppure il supernazionalista capo degli zeloti antiromani era in grado di scrivere in ebraico, né alcuno della sua cerchia, eccetto il fantomatico Erma, che però si trovava qualche volta sì e qualche volta no.
Del tutto errata e fuorviante è l’idea corrente, secondo cui la traduzione dell’Antico Testamento detta dei Settanta nacque soltanto dall’esigenza di fornire agli ebrei alessandrini, ormai totalmente ellenizzati, la possibilità di leggere la Bibbia. A parte il fatto che non solo quelli di Alessandria ma tutti gli ebrei erano ellenizzati, all’esigenza della traduzione sottostavano motivazioni ben più profonde. Nell’attesa del Messia, era evidente il bisogno di rendere le Sacre Scritture accessibili a tutti.
La salvezza, infatti, veniva dagli ebrei ma non poteva essere destinata ai soli ebrei: tutti gli uomini vi erano chiamati. Abramo non era circonciso, dunque gli ebrei scaturiscono originariamente, insieme ad altri popoli, da un ceppo non ebreo. E da chi riceve Abramo la benedizione? Da Melchisedec (Genesi 14, 13-24), re di Shalem, un venerabile quanto misterioso sacerdote legato evidentemente ad una primitiva rivelazione monoteista: il futuro capostipite del “popolo eletto” riceve dunque la consacrazione da un non ebreo. E, a suggellare la consacrazione, Abramo paga le decime a questo non ebreo.
L’Atteso giunse e venne respinto, perché, come tutti sanno, i grandi sacerdoti e gli anziani del popolo si erano fissati su una ben diversa idea di Messia: un Messia terreno, un condottiero che cacciasse i Romani e restaurasse il Regno d’Israele, dove essi speravano naturalmente di occupare i più alti posti di potere. Il Sinedrio ebraico del tempo era dominato dalla setta dei sadducei, materialisti che non credevano nell’immortalità dell’anima e nella vita eterna, e quindi particolarmente mal disposti verso un Messia spirituale.
E in effetti ci si chiede come potessero dirsi ebrei, o comunque credenti nel Dio unico, se negavano caposaldi della Fede di così fondamentale importanza, comuni a tutti i credenti monoteisti. “Conosco le tue opere e la tua oppressione e povertà — ma tu sei ricca — e le bestemmie di coloro che si dicono ebrei e non lo sono”, detta Cristo in persona nell’Apocalisse (Lettera alla chiesa di Smirne, Apocalisse 2, 9). I Settanta erano veri ebrei, il popolo che acclamò la loro traduzione era composto di veri ebrei, di ebrei sinceri che realmente attendevano il Messia, veri ebrei erano lo stesso Cristo e la Sua Famiglia.
Ma come poteva dirsi ebreo chi era incapace di riconoscere il Messia? Poteva dirsi ebreo chi urlava “Crucifige”. Inoltre, Cristo, per tutto il triennio della sua predicazione, non cessò di rimproverare aspramente sia i sadducei sia l’altra setta, quella dei farisei, meno materialisti (almeno in teoria) ma non meno ipocriti. Vi era poi l’invidia per il sèguito che Gesù aveva ottenuto, specie dopo la resurrezione di Lazzaro, ed anche la paura che le autorità romane, insospettite dalle illusorie attese ebraiche di un Messia terreno, scatenassero una repressione. La repressione romana si abbatté poi realmente sugli ebrei, in seguito alle ripetute insurrezioni che terminarono con le due distruzioni di Gerusalemme, dapprima sotto Tito (70 d.C.), poi sotto Adriano (135 d.C.).
La reazione ebraica contro il Cristianesimo è testimoniata negli Atti degli Apostoli: le prime persecuzioni contro i Cristiani sorsero direttamente da denunce ebraiche alle autorità romane, senza dimenticare la lapidazione di S. Stefano Protomartire, in cui i Romani non furono affatto coinvolti. La paura che i cristiani avevano della casta sacerdotale ebraica è testimoniata dal fatto che i tre Vangeli sinottici, scritti prima del 70 d.C., non osano dare troppi dettagli sulla sepoltura di Gesù, e soprattutto non nominano Nicodemo, che era rimasto a Gerusalemme, per non esporre la sua famiglia alle vendette del Sinedrio, ma accennano brevemente al solo Giuseppe d’Arimatea, che, a quanto pare, si era messo in salvo in Britannia.
Solo il Vangelo di San Giovanni, redatto dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto dalle truppe romane di Tito, e la cricca sadducea era stata annientata, nomina Nicodemo e si diffonde maggiormente sulla sepoltura del Cristo, il cui corpo sarebbe stato altrimenti gettato in una fossa comune, com’era destino dei “malfattori” crocifissi.
L’ebraismo si ripiegò su sé stesso in chiave violentemente anticristiana, da cui maturò il rigetto della Bibbia greca e il ritorno al vecchio testo masoretico in lingua ebraica. Un rigetto che si poneva in violenta contrapposizione ai pronunciamenti e all’anàtema delle comunità ebree dell’epoca dei Settanta, vere antesignane della Chiesa, che avevano invece inteso fissare la nuova versione come profezia più matura del prossimo avvento del Messia: il loro anatema stende un’ombra autorevole ed inquietante sulle manomissioni successive subìte dalla Bibbia ad opera di protestanti e settari pseudocattolici postconciliari.
Non si trattava quindi semplicemente di un “ritorno ai testi originali come ulteriore prova di identità etnico-culturale” sentito dal “tradizionalismo ebreo”, come in modo soave semplifica la storiografia laicista politicamente corretta.
Il Talmud (secc. III-VI), codice religioso-morale del giudaismo posteriore all’Avvento di Cristo, lo descrive come incantatore o “seduttore” del popolo. Il vero nome di Gesù in ebraico è Yeshua Annostri (Gesù Nazareno). Poiché la voce Yeshua designa il Salvatore, raramente viene scritto per esteso e viene invece usata l’abbreviazione Yeshu, che letto con malizia diventa l’acronimo della maledizione “possano il suo nome e la sua memoria essere annientati”, espressione massima di disprezzo e insulto tra i peggiori. Altre volte viene chiamato oto, (quest’uomo), peloni (un tale), talui (l’appeso), oppure con disprezzo naggar bar naggar (fabbro figlio di fabbro).
Per gli ebrei, il nome stesso “Gesù” simboleggia ogni possibile abominio e questa tradizione popolare permane anche oggi in Israele e presso le comunità ebraiche tradizionaliste. Secondo il Talmud, Gesù sarebbe “figlio illegittimo” di Maria (sic), la quale avrebbe commesso “adulterio” con un tale Pandira. La Santa Vergine viene coperta di bestemmie irripetibili (anche in Mosè Maimonide si leggono oscenità del genere). Di Gesù il Talmud dice che “aveva in sé l’anima di Esaù ed era stolto, prestigiatore, seduttore e idolatra”. Oltre che di idolatria, Gesù vi era anche accusato di stregoneria; ed avrebbe incitato gli ebrei all’idolatria e al disprezzo verso la legittima autorità rabbinica.
Tutte le antiche fonti ebraiche relative all’esecuzione se ne assumono con gioia la responsabilità, dicendo che fu condannato da un tribunale rabbinico, e non nominano neppure Ponzio Pilato e i Romani. Sarebbe stato crocifisso e sepolto all’inferno e sarebbe divenuto l’idolo dei suoi seguaci.
L’opinione ebraica sui cristiani è in carattere con quella nei confronti di Gesù. Alla preghiera sinagogale quotidiana (birkat-ha-minim) fu aggiunto un paragrafo di maledizione contro i nosrim, cioè i Cristiani. Violenta è la polemica anticristiana nel Talmud: oltre che nosrim, i Cristiani sono aboda sara (culto straniero, idolatria), acum (adoratori delle stelle e dei pianeti), obdé elilim (servi degli idoli), minim (eretici), goim (gentili, pagani; termine spesso usato solitamente non per i veri pagani ma proprio per i cristiani; un gravissimo insulto era dire: “sei peggio dei goim”), nocrim (forestieri), ammé aarez (uomini rozzi, ignoranti). Questo da parte di uomini che, con la blasfema invenzione del golem, si attribuirono miticamente capacità di “creare la vita”, che pertiene invece a Dio solo.
Gli insulti accumulati sui cristiani sono innumerevoli: uomini pessimi, assai peggiori dei turchi, omicidi, animali impuri, contaminanti a guisa di sterco, indegni di essere chiamati uomini, bestie in forma umana. Si dice pure che essi si propagano come le bestie e che sono di origine diabolica, che le loro anime derivano dal diavolo e che al diavolo nell’inferno ritorneranno dopo la morte; perfino il cadavere di un cristiano non deve essere distinto dalla carogna di una bestia scannata.
Alcune citazione dal Talmud sono veramente illuminanti: “La nostra redenzione sorgerà appena Roma (ossia la Chiesa cattolica) sia distrutta. (…….) Per poter ingannare i cristiani è permesso ad un ebreo farsi passare per cristiano. (…….) Tutti i beni del cristiano sono come deserto: il primo di noi che li occupa ne è padrone. (…….) Il migliore dei cristiani ammazzatelo. (…….) Dio li creò in forma di uomini in onore di Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire i Giudei giorno e notte, né mai deve loro essere data requie che cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita) che lo servano bestie in quanto tali, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana” (Midrasch Talpiot, foglio 255d).
Il percorso dei protestanti è del tutto analogo a quello dell’ebraismo postcristiano, erede di coloro che avevano gridato “Crucifige”. La Chiesa di Roma è fatta oggetto di un odio spasmodico. I sette libri dell’Antico Testamento espunti dai protestanti sono precisamente quelli scartati dagli ebrei postcristiani persecutori. Analogamente agli ebrei, i protestanti regrediscono ad una “religione del libro”, rinunciando alla presenza ontologica, reale, della Divinità, garantita alla Chiesa cattolica dalla Comunione dei Santi e dalla Presenza di Cristo nell’Eucarestia.
Per far questo, ossia per potersi staccare dalla Tradizione e dal corpo vivo della Chiesa, inseguendo i fumi di un “libero esame” che porterà alla radicale disgregazione delle decine di migliaia di sette e all’ateismo, il libro stesso dev’essere “censurato”, altrimenti renderà esso stesso testimonianza dello scempio.
Ecco dove portavano le smanie di quanti, nel tardo medioevo e nel primo Rinascimento, smaniavano per poter tradurre la Bibbia in lingue volgari. Ecco perché era stato un atto di saggezza l’opposizione della Chiesa a simili traduzioni, ben sapendo che, l’accesso diretto alla Sacra Scrittura aperto a tutti, avrebbe portato ad una disintegrazione dottrinale. La storia sacra veniva insegnata al popolo, ma attraverso la mediazione della gerarchia ecclesiastica. Allontanandosi dalla versione dei Settanta, il post-concilio ha reso assai più difficile il dialogo con gli ortodossi, considerevolmente più vicini ai cattolici, i quali ovviamente non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro Bibbia greca.
Non resta che domandarsi quale “spirito” (non certo lo Spirito Santo) abbia spinto i fautori del “rinnovamento ecclesiale postconciliare” della Chiesa cattolica a metter mano nuovamente alla Bibbia per tornare alla versione masoretica. Quale inconsulto spettro di ecumenismo a tutti i costi li ha animati? quale speranza di chissà quali riavvicinamenti ai protestanti, di chissà quali frutti straordinari da “incontri al vertice” con i capi delle chiese eretiche?
A questi fautori della “diplomazia di vertice”, a questi che confidavano nella propria abilità di negoziatori, non è venuta in mente la maledizione dal libro di Geremia (17, 5-6)? “Così dice il Signore: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere’.”
Si può solo sperare che la sbornia postconciliare sia ormai passata e che i cattolici tornino a sentirsi cattolici, perché la Verità non è negoziabile, non dipende da noi, non può essere “adattata”, non può essere messa “in sordina” per andare d’accordo col mondo e col suo immondo principe che si aggira “sicut leo rugiens, quaerens quem devoret”.
EMILIO BIAGINI

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