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HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1465 volte

DAL VOLUME DI RACCONTI "L'ALBERO SECCO"

 

DI MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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LA GRANDE SCOPERTA

Era una sera buia e tempestosa, e la spedizione scientifica sotto l’alto patronato dell’ONU e del Museo della Scienza di Londra, risaliva una gelida valle della Corea del Nord. A scanso di guai, gli scienziati erano ben protetti da una nutrita scorta di guardie armate, messa a disposizione dal benefico regime del padre della patria Kim Jon Il. Sembra che quelle guardie fossero state momentaneamente sottratte ai loro normali compiti di sorveglianza dei cimiteri. Perché ci fosse bisogno di sorvegliare i cimiteri non era chiaro. La propaganda fascista e capitalista insinuava che i sudditi del felice regno comunista nord-coreano rubassero i cadaveri per sfamarsi. E forse una spedizione disarmata di cadaveri ancora vivi (per il momento), e quindi ancora freschi, avrebbe attirato gli appetiti dei felici sudditi ancor più di un cimitero.

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28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1907 volte

STRALCIO DAL ROMANZO "LA NUOVA TERRA"

 

DI EMILIO BIAGINI

 

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Prologo

 

1

Le trafitture venivano a ondate, sempre più frequenti e profonde, dal ventre gonfio della donna che si muoveva con disperata lentezza, come un animale ferito. Eppure la legna doveva portarla fino alla cucina, altrimenti la padrona l’avrebbe battuta di nuovo.

La padrona era molto più vecchia di lei e sformata dalle continue gravidanze, e non amava certo che il marito trascorresse le notti con la schiava. E poi la casa era già piena di bambini o, come diceva il predikant girovago, “benedetta da abbondante prole”. Perché aumentare ancora il numero degli hotnot? Ce n’erano già a sufficienza per tagliare la legna e trasportare l’acqua. Questo diceva la padrona, questo ripeteva sempre la padrona alle amiche delle fattorie vicine, la Visser, la Schoeman e la van der Merwe, sempre le stesse amiche, sempre le stesse parole. Per raggiungere le altre fattorie occorreva un viaggio di alcuni giorni sul carro trainato da buoi, e si finiva per andarci assai di rado. Le poche idee non circolavano molto velocemente.

La donna aveva anche un nome, con cui i padroni avevano deciso di chiamarla. Ma in quel momento non riusciva neppure a ricordarlo. Troppo atroce era il dolore. La legna le sfuggì e si sparse per l’aia. Ella si accucciò, poi si distese nella polvere e urlò.

La padrona si affacciò sulla porta:

— Che c’è, cagna? È il tuo bastardo che arriva? —

Un’altra schiava, giovanissima, dal corpo ancora acerbo, uscì di corsa dalla grande casa, si precipitò giù dallo stoep (lo zoccolo rialzato che correva tutto intorno alla casa) e corse ad aiutarla. Anche lei aveva un nome: ed anche un cognome, quello stesso dei padroni: van der Ross. Nessuno schiavo aveva un cognome di sua scelta, e del resto a che serve un nome se si è schiavi? “Ehi tu”, o “cane”, o “lurido hotnot” sono più che sufficienti. La nuova arrivata aveva i lineamenti marcati della mezzosangue ottentotta. Quella che giaceva a terra aveva i tratti più fini, orientali, ed era molto scura di carnagione.

Quando l’ondata del dolore si ritirò per un attimo, la donna si alzò, sostenuta dall’altra, ed entrò, il volto contratto e madido di sudore, nella casa dei van der Ross. Anche lei era una van der Ross, in fondo. Non aveva nessun altro cognome.

Nel grumo di case di mattoni e di vie fangose, che solo da poco era apparsa sulle carte geografiche come Kaapstad (e non sapeva ancora che sarebbe stata tradotta in Cape Town, Città del Capo), dove sedeva il governatore e tutta la gente importante della colonia, il divieto della Nederlandsche Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali di detenere schiavi cristiani era stato proclamato da due settimane, ma nessuna notizia ne era ancora giunta in quella remota valle. Sessantaquattro anni dopo, nel 1834, la schiavitù sarebbe stata abolita dal governo britannico, causando le ire dei coloni Afrikaner, molti dei quali dovevano emigrare all’interno fondando le repubbliche boere. Ma le comunicazioni ufficiali, col sigillo in ceralacca rossa, che differenza avrebbero fatto? Le leggi non possono cambiare il colore della pelle. Così erano condannati ad esistere, nelle generazioni a venire, van der Ross bianchi, e van der Ross meticci, e van der Ross dal colore incerto.


28
GIUGNO
2012
Articolo letto 640 volte

PREFAZIONE DEL PROF. PIERO VASSALLO

DEL VOLUME DI COMMEDIE "IL SEME SEPOLTO" DI EMILIO BIAGINI

 

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Straordinaria figura di scienziato immune dalla spocchia incombente sopra la maggioranza accademica, Emilio Biagini è noto agli studiosi di geopolitica quale autore di tre ponderosi e animosi volumi sullo sviluppo, “Ambiente, conflitto e sviluppo. Le Isole Britanniche nel contesto globale”, (Ecig, Genova, 2004, 2a ed. 2007).

I citati volumi di Biagini costituiscono il risultato impertinente e scomodo di un lungo viaggio attraverso gli inconfessabili e perciò nascosti retroscena dei processi di sviluppo e dei loro velenosi motori ideologici.

L’opera di Biagini è utile e specialmente raccomandata agli studiosi cattolici che hanno maturato la difficile scelta del campo anticonformista.

Animato da un autentico interesse per la filosofia e la teologia, l’autore evita, infatti, le escursioni nell’arcigno e fumoso linguaggio degli specialisti e si esprime, senza impacci, in un italiano elegante e scorrevole, cui non mancano il pepe dell’arguzia e il sale dell’ironia.

Inoltre nelle righe del testo biaginiano corre una critica argomentata e beffarda dei miti sopra i quali è appoggiato il tempio mediatico al “Progresso”.

Un intollerabile atto di insubordinazione, non immediatamente avvertito dai vigilanti costituiti a difesa dell’idolatria.

In origine raccolta di dispense universitarie dal 2002, l’opera di Biagini, infatti, è stata registrata nell’indice dei libri proibiti dall’inquisizione politicamente corretta, in ritardo e solo perché ha suscitato lo sdegno solitario e tardivo di una studentessa “laica, democratica e progressista”.

Ovviamente la distratta baronia dei parrucconi infeudati nell’università di Cagliari (dove Biagini, indisturbato, sta in cattedra da oltre un ventennio), udito il grido di dolore della solitaria contestatrice è insorta sdegnata, sollecitando una precipitosa censura.

Di colpo, docenti tuttologi e giornalisti nullologi si sono scoperti in grado di criticare tre volumi (di 1606 pagine complessive) che non hanno mai letto.

Di colpo, “qualcuno” si preoccupava di raccogliere firme tra gli studenti, a sostegno della censura del minculpop.

Per la durata di innumerevoli orribili anni, dunque, nessuno fra i discenti e i rinomati colleghi ha avuto alcunché da dire sulle lezioni del professor Biagini.

Si tratta dunque di sdegno a scoppio ritardato. Lo ammette Mauro Liscia, nell’Espresso del 18 giugno: “può sembrare strano, ma sono sette anni che l’estroso professore [Biagini] divulga nell’ateneo il suo sapere sbrigativo”.

Ma un momento, non sono sette, ma ben diciassette anni. Dal 1992 e per dieci anni “l’estroso professore” ha insegnato sul suo testo “Irlanda. Sviluppo e conflitto alla periferia d’Europa”, che anticipa sotto ogni rispetto il testo finito sotto la ringhiosa inquisizione laicista e relativista.

Ma fermi, fermi. Già venticinque anni fa, all’università di Trieste, l’“estroso professore” insegnava su un proprio testo “Sud Africa al bivio: sviluppo e conflitto”, pubblicato nell’orwelliano anno 1984 dalla Casa editrice Franco Angeli di Milano, che anticipa anch’esso da ogni punto di vista il testo scomunicato dal ridicolo minculpop cagliaritano.

D’altra parte le incriminate opere del professor Biagini sono state pubblicate, senza creare imbarazzo e senza sollecitare scandalo, da importanti case editrici straniere come la Pinter di Londra, la Projekte-Verlag di Halle e la Kluwer di Dordrecht.

Per venticinque anni, laicisti, nichilisti, marxisti in ritardo falsamente pentiti o apertamente impenitenti hanno dormito, dapprima nella speranza che l’agognata vittoria del marxismo permettesse loro di inviare in Siberia tutti gli individui col vizio di pensare con la propria testa.

Dopo il 1989, i medesimi insigni personaggi dell’alta cultura, hanno continuato a dormire, forse in attesa che guarissero certe ammaccature causate al contenitore del loro stanco cerebro dai calcinacci di un certo muro che avrebbe dovuto segnare il confine dell’impero comunista dei mille anni.

A Biagini l’inquisizione progressista rivolge l’accusa, gravissima e non espiabile, di scorrettezza, per aver citato alcuni episodi, apparsi sui giornali di tutto il mondo, nei quali individui omosessuali hanno prevaricato ai danni dei normali, come quando una preside di un liceo londinese ha vietato agli studenti di andare a vedere “Romeo e Giulietta” (rappresentazione per la quale gli studenti stessi avevano ricevuto i biglietti gratuiti) perché si tratta di una storia “blatantly heterosexual” (sfacciatamente eterosessuale).

Altra gravissima accusa quella di aver demolito la fama scientifica e filosofica dell’intoccabile Giordano Bruno, una delle figure venerate nel rumoroso baraccone progressista.

Ovviamente contro i libri del Biagini non c’è nulla di serio. Nessuno, dell’intera muta ringhiante e scatenata, si è minimamente sforzato di confutare una sola delle affermazioni dei suoi libri.

“Il Biagini ha detto questo ……. Oh, scandalo”. “Il Biagini ha detto quest’altro ……. Oh, vergogna”. Ecco il tipo di “ragionamento” (si fa per dire) adoperato.

Il “pensiero” progressista, dopo aver consumato la frutta, sta sorseggiando un amarissimo ammazza caffè.

La gloria dell’istituto Gramsci fu. La geometrica filosofia di Spinoza si è abbassata al punto di lambire le matematiche facezie di Odifreddi. Il Marx-pensiero miagola nel talk-show di Augias.

La scena dell’egemonia culturale dei progressisti volge al tramonto, coartata dall’eloquenza del fatto storico.

La gloriosa armata del pensiero rosso è compressa in un manipolo di pappagalli urlanti nelle aule dell’insignificanza in cattedra e nel teatro dell’effimero.

Il potere assordante dell’urlo pappagallesco eccita solamente l’area delle mezze culture e del salotto snob. Si tratta (a ben vedere) dell’area provvisoriamente occupata dalla minoranza stretta intorno all’irriducibile Dario Franceschini.

Come accade alle navi messe all’asciutto nei cantieri, la cultura progressista rivela la magagna, la dipendenza da un pensiero dimezzato e s-pensierato.

Sotto la datata lettura dei romanzi di Jean-Paul Sartre e di Alberto Moravia, sotto la memoria della noiosa pedagogia di Bertholdt Brecht, sotto le canzonette impegnate di Jovanotti, la cultura di sinistra mostra le rughe della vecchiaia.

Al numero crescente dei refrattari può opporre solo ostracismi e linciaggi, oppure lo schiamazzo del salotto in cui la ricercata eleganza fa rima con il vuoto mentale e l’ignoranza.

Ora Biagini ha chiara l’urgenza di una reazione cattolica intesa a diradare le nebbie sollevate dalla cattiva letteratura e ad incalzare il consenso ottenuto dal cabaret laico e progressista.

Dotato di una preziosa e ben coltivata vena letteraria, qualità che gli è riconosciuta perfino dai redattori dell’Espresso, Biagini sta affermandosi quale pioniere di una letteratura cattolica capace di vigorosa controffensiva.

Da questa intenzione, sagacemente perseguita in lunghi anni di faticoso esercizio, hanno origine i fascinosi romanzi pubblicati da Biagini e le travolgenti commedie che hanno riscosso l’applauso entusiastico del pubblico radunato nel genovese Teatro della Gioventù.

In questo volume, “Il seme sepolto. Racconto dialogato”, la sua più recente fatica, Biagini propone quattro commedie giudiziarie, ricche di irresistibili spunti umoristici, che ripresentano in forma teatrale quelle medesime scomode verità esposte in forma scientifica nei volumi contestati dal minculpop cagliaritano.

È in scena la confutazione dei miti e delle leggende nere, che la cultura dell’accanimento terapeutico si ostina a somministrare ai clienti del boccheggiante “pensiero” laicista.

E anzitutto: cos’è questo “seme sepolto”? Quello della verità, che con fatica si cerca di far emergere, nel corso dei vari dibattimenti processuali.

Ed esso emerge, in forma inaspettata, alla fine, proprio nella conclusione dell’ultima commedia: non è solo un’idea, ma una persona.

Il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra immortale, la Santa Madre, personificazione della Chiesa, imputata ed assolta nella seconda e nella terza commedia, si converte e crede.

È anche lui il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la fede, e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

La prima commedia, “Chi si fida degli scienziati”, narra il dibattimento giudiziario sulla querela presentata dallo scientismo contro la scienza e la metafisica.

In opposizione alla logora opinione scientista, la vera scienza dimostra un fatto sconvolgente. “L’ordine del cosmo rivela una suprema intelligenza. I più recenti studi cosmologici dimostrano che l’universo è limitato nello spazio e nel tempo; ha avuto un inizio ed avrà una fine. Non ha quindi un’esistenza indipendente: non può averla. Esistono prove decisive di una “grande esplosione” che ha dato origine alla sua struttura attuale: avvenuta circa quindici miliardi di anni fa, coincide perfettamente con il racconto della Creazione, a meno che non ci si intestardisca nella vecchia interpretazione letterale dei giorni della creazione come veri giorni e non come ere, al pari dei ridicoli fondamentalisti protestanti.

Per rappresentare l’alleanza storica che l’errore stringe col vizio, l’autore immagina che il querelante scientismo chiami a testimoniare in suo favore i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria), oltre alla maldicenza e alla calunnia, madre, quest’ultima, di un bambino mostruoso: l’omicidio.

In tal modo Biagini alleggerisce l’esposizione dei fondati ma non facili argomenti scientifici, diluendoli in una vivacissima, travolgente sequela satirica e umoristica.

La seconda commedia, “Lo strano caso del dottor Martin”, è la cronaca di una umoristica e scorrettissima escursione della risata intorno ai sofismi che alimentano il delirio teologico rimbalzante da Martin Lutero a Enrico VIII.

Un’eccellente occasione sfruttata dall’autore per smantellare le più assurde ma tenaci leggende messe in circolazione dal “teologicamente corretto”.

Ad esempio la dotta diceria che attribuisce alla cultura politica dei protestanti inglesi il merito di aver introdotto l’habeas corpus, “arrivato oltre un secolo dopo la costituzione di Papa Paolo III, che nel 1548 aveva obbligato a formulare l’accusa e ad iniziare il processo entro il terzo giorno dall’arresto”.

Opportunamente, Biagini dimostra che l’habeas corpus è un imperativo frequentemente disatteso dai protestanti inglesi, “con intere famiglie sbattute in galera e tenute dentro, benché si sapesse benissimo che erano innocenti, o meglio perché avevano l’unica colpa di essere irlandesi e cattoliche”.

Nella terza commedia “Camillo, mago del cavillo” è messo in scena un esilarante atto d’accusa al c.d. “risorgimento”.

Cavour sguscia come un’anguilla di fronte alla realtà: si sdilinquisce in proteste di “profondissimo filiale rispetto per la Santa Madre Chiesa”, e dice che Cristo era “uomo buono e certo grande profeta”.

L’avvocato che lo interroga inchioda immediatamente il teste, facendo notare che se Cristo fosse stato un semplice uomo, non poteva essere che un “mostro sado-masochista”, o un “nemico di se stesso e degli altri”, o un “pazzo furioso”.

La Croce sarebbe un insensato sacrificio, e solo dei mentecatti seguirebbero la dottrina cristiana, attratti dal miraggio di un inesistente paradiso.

L’unico modo per dare un senso all’insegnamento di Cristo è riconoscerLo in grado di mantenere le Sue promesse: Egli è Dio, il male sofferto sulla terra è ampiamente compensato dall’eterna felicità del paradiso.

Alla morsa di questa ferrea logica, il mago del cavillo si sottrae a guisa di serpente che s’imbuca fuggendo la luce: prototipo dei tanti assurdi individui che lodano Cristo, negandone la Divinità. Congenita idiozia? presa in giro dell’interlocutore? patologica avversione al ragionamento logico? misera furbizia atea che corteggia i cristiani per bassa speculazione politica?

Il culmine della comicità è l’interrogatorio durante il quale Peppino il pistolero, alias Giuseppe Garibaldi, con goffe acrobazie di parola, tenta di giustificare il taglio delle orecchie da lui subìto in Argentina, dove fu condannato all’umiliante mutilazione quale ladro di cavalli.

Biagini mette in bocca all’attor comico la lingua solenne e grottesca uscita del furente romanziere Garibaldi, il quale giustifica la sua attività di ladro e mercante di schiavi cinesi destinati alle miniere di guano sentenziando: “Sotto la Croce del Sud molti mestieri praticar fu d’uopo”.

Tutti e quattro i protagonisti del c.d. “risorgimento” — Camillo mago del cavillo, Peppino il pistolero, Peppino l’ideologo e Vittorio Testosterone — araldi del “progresso” laicista, parlano l’invecchiato, aulico linguaggio ottocentesco, a sottolineare l’appassire inevitabile delle arroganti pretese del progressismo d’ogni epoca.

La quarta e ultima commedia, “La lista del giudice Vaevictis”, la più coinvolgente, è un tentativo, forse il primo nel genere, di sottomettere il revisionismo ai princìpi della teologia cristiana della storia.

Respinta, anzi neppure avvertita, la tentazione dell’insostenibile negazionismo, Biagini accetta come verità ovvia che Hitler doveva essere comunque abbattuto, “ma non fu certo per la libertà che combatterono gli inglesi e i loro alleati. Quello era solo un mito propagandistico. Si trattava di uno scontro di contrapposti imperialismi, e in particolare la Gran Bretagna, fin da prima della Grande Guerra, agognava a distruggere la potenza economica e politica della Germania”.

Biagini apre una breccia nel muro mitologico che liquida con l’insulto fascisti! gli storici (ad esempio Renzo De Felice e Giampaolo Pansa) che tentano di gettare la luce dell’indiscreta verità sulla deliziosa e sacra storia dell’antifascismo.

Breccia attraverso cui fa capolino la paradossale battuta di Ennio Flaiano: il fascismo contempla due specie di militanti, i fascisti e gli antifascisti.

 

PIERO VASSALLO

Docente di Storia della Filosofia,

Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale


28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1769 volte

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DAL ROMANZO "LA PIOGGIA DI FUOCO", CHE TRATTA DELL'ANTICRISTO,

CON QUALCHE RIFERIMENTO ALL'EPOCA CONTEMPORANEA

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

Acquistabile e /o ordinabile presso le Librerie San Paolo e altre librerie nazionali

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Il giorno del Signore verrà come un ladro;

allora i cieli con fragore passeranno,

gli elementi consumati dal calore si dissolveranno

e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

 Seconda lettera di San Pietro, 3, 10

 

Dedicato alla maestra Cristina Vai

sospesa dall’insegnamento della religione

presso la scuola elementare “Bombicci”,

nella democratica Bologna rossa,

nel novembre dell’anno di Nostro Signore 2011,

perché “colpevole” di aver citato l’Apocalisse.

 

Con i più vivi complimenti alla curia di Bologna,

la quale ha prontamente nominato una nuova maestra,

avvallando la decisione delle autorità scolastiche:

così verrà risparmiato agli allievi il “turbamento”

di scoprire la differenza tra il bene e il male.

 

Ma soprattutto complimenti

alla deriva progressista postconciliare,

che ha dimenticato i quattro Novissimi

— Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso —,

le realtà assolute ed essenziali

per la salvezza delle anime,

non ultime quelle di preti e prelati.

LA PIOGGIA DI FUOCO


1

Tempi di guerra, in un piccolo pianeta a trentamila anni luce dal centro di una delle tante galassie, che fin dai tempi antichi gli uomini del pianeta avevano chiamato “Via lattea”.

Jehoshua Sunerazan alzò lo sguardo dalla Bibbia, la sua lettura preferita, e contemplò, con profonda preoccupazione, la carta geografica appesa alla sua destra. Questa mostrava, a scala piuttosto grande, il Medio Oriente, dove la pace ancora una volta era in pericolo. Nel vasto studio della grande villa di Taormina, inondato dalla luce mediterranea, l’alta ed austera figura di Sunerazan, dal viso sereno, i capelli incanutiti e alquanto lunghi, che parevano irraggiare luce, e gli occhi azzurri, sembrava il ritratto vivente della tradizionale immagine del Cristo. Il benessere del mondo intero, ossia di tutto quel piccolo pianeta, era oggetto delle sue costanti amorose cure.

La Banca Unitaria della Bontà Universale (BUBU), della quale era presidente onorario, aveva, fra le altre incombenze, l’incarico di sopperire alle necessità dei paesi poveri, ai quali veniva incontro con amorevoli piccoli prestiti di “mund”, la moneta unica mondiale che aveva sostituito il vecchio eurodollaro, e che il grande istituto di credito regolarmente stampava e distribuiva, essendo l’unico autorizzato all’emissione.

Amministratore unico della banca, che aveva la sede centrale a Strasburgo, di fronte al monumentale edificio del parlamento europeo, era un ottimo amico di Sunerazan, il plurilaureato (in economia, diritto e scienze politiche) dottor professor Peter Kefa, di Lutherstadt-Wittenberg, nella Sassonia-Anhalt di luterana memoria, uomo austero e di raffinata eleganza, fortunato proprietario di una sterminata collezione di cappotti “loden”, rettore magnifico della scuola superiore di economia “Sans souci” di Potsdam.

“Sans souci”: “senza preoccupazioni”. Non c’era davvero di che preoccuparsi con lui. Dotato di una faccia da maggiordomo del vampiro in un film horror, Kefa causava accessi di depressione in chiunque lo guardasse; per fortuna non si muoveva quasi mai dal suo ufficio con l’aria condizionata al centotreesimo piano del grattacielo della BUBU di Strasburgo, se non per andare in chiesa (con la moglie) e in loggia (senza la moglie). Da poco aveva concesso, in cambio di certe facilitazioni petrolifere, un generoso prestito a diversi paesi arabi i quali in realtà non ne avevano gran bisogno e purtroppo, con gran dispiacere di Jehoshua Sunerazan, l’avevano prontamente investito in armamenti. L’austero Kefa, invece, non aveva commentato: sembrava, nella sua austerità, non avere sentimenti. Non entravano nella sua contabilità.

Sunerazan, al contrario, irraggiava sentimenti. Amava tanto l’Oriente: si diceva che fosse di remota origine armena, forse della regione dell’Ararat, il monte “dove si era arrestata l’Arca”, dicevano alcuni. Altri facevano osservare che i traduttori sono spesso la quintessenza dell’idiozia, e che il diluvio non poteva esser salito fino al Grande Ararat, che è una montagna alta oltre cinquemila metri, e neppure fino al Piccolo Ararat, che ha pur sempre una vetta di quasi quattromila metri, mentre “arara” è una parola accadica che significa semplicemente “collina”, e con ogni probabilità era appunto su qualche collina della Mesopotamia che l’Arca era andata ad arenarsi alla fine del diluvio: evento del quale gli archeologi da secoli avevano trovato indiscutibili tracce negli strati sedimentari della Mesopotamia. Ma queste chiacchiere non illuminavano certo sulle origini di Sunerazan: un uomo interamente avvolto nel mistero, di profondissimo fascino, che irraggiava autorità, calma, padronanza di sé, un uomo che ispirava obbedienza e deferenza.


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