Genova, 21 Febbraio 2018 09.22





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

28
GIUGNO
2012
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PREFAZIONE DEL PROF. PIERO VASSALLO

DEL VOLUME DI COMMEDIE "IL SEME SEPOLTO" DI EMILIO BIAGINI

 

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Straordinaria figura di scienziato immune dalla spocchia incombente sopra la maggioranza accademica, Emilio Biagini è noto agli studiosi di geopolitica quale autore di tre ponderosi e animosi volumi sullo sviluppo, “Ambiente, conflitto e sviluppo. Le Isole Britanniche nel contesto globale”, (Ecig, Genova, 2004, 2a ed. 2007).

I citati volumi di Biagini costituiscono il risultato impertinente e scomodo di un lungo viaggio attraverso gli inconfessabili e perciò nascosti retroscena dei processi di sviluppo e dei loro velenosi motori ideologici.

L’opera di Biagini è utile e specialmente raccomandata agli studiosi cattolici che hanno maturato la difficile scelta del campo anticonformista.

Animato da un autentico interesse per la filosofia e la teologia, l’autore evita, infatti, le escursioni nell’arcigno e fumoso linguaggio degli specialisti e si esprime, senza impacci, in un italiano elegante e scorrevole, cui non mancano il pepe dell’arguzia e il sale dell’ironia.

Inoltre nelle righe del testo biaginiano corre una critica argomentata e beffarda dei miti sopra i quali è appoggiato il tempio mediatico al “Progresso”.

Un intollerabile atto di insubordinazione, non immediatamente avvertito dai vigilanti costituiti a difesa dell’idolatria.

In origine raccolta di dispense universitarie dal 2002, l’opera di Biagini, infatti, è stata registrata nell’indice dei libri proibiti dall’inquisizione politicamente corretta, in ritardo e solo perché ha suscitato lo sdegno solitario e tardivo di una studentessa “laica, democratica e progressista”.

Ovviamente la distratta baronia dei parrucconi infeudati nell’università di Cagliari (dove Biagini, indisturbato, sta in cattedra da oltre un ventennio), udito il grido di dolore della solitaria contestatrice è insorta sdegnata, sollecitando una precipitosa censura.

Di colpo, docenti tuttologi e giornalisti nullologi si sono scoperti in grado di criticare tre volumi (di 1606 pagine complessive) che non hanno mai letto.

Di colpo, “qualcuno” si preoccupava di raccogliere firme tra gli studenti, a sostegno della censura del minculpop.

Per la durata di innumerevoli orribili anni, dunque, nessuno fra i discenti e i rinomati colleghi ha avuto alcunché da dire sulle lezioni del professor Biagini.

Si tratta dunque di sdegno a scoppio ritardato. Lo ammette Mauro Liscia, nell’Espresso del 18 giugno: “può sembrare strano, ma sono sette anni che l’estroso professore [Biagini] divulga nell’ateneo il suo sapere sbrigativo”.

Ma un momento, non sono sette, ma ben diciassette anni. Dal 1992 e per dieci anni “l’estroso professore” ha insegnato sul suo testo “Irlanda. Sviluppo e conflitto alla periferia d’Europa”, che anticipa sotto ogni rispetto il testo finito sotto la ringhiosa inquisizione laicista e relativista.

Ma fermi, fermi. Già venticinque anni fa, all’università di Trieste, l’“estroso professore” insegnava su un proprio testo “Sud Africa al bivio: sviluppo e conflitto”, pubblicato nell’orwelliano anno 1984 dalla Casa editrice Franco Angeli di Milano, che anticipa anch’esso da ogni punto di vista il testo scomunicato dal ridicolo minculpop cagliaritano.

D’altra parte le incriminate opere del professor Biagini sono state pubblicate, senza creare imbarazzo e senza sollecitare scandalo, da importanti case editrici straniere come la Pinter di Londra, la Projekte-Verlag di Halle e la Kluwer di Dordrecht.

Per venticinque anni, laicisti, nichilisti, marxisti in ritardo falsamente pentiti o apertamente impenitenti hanno dormito, dapprima nella speranza che l’agognata vittoria del marxismo permettesse loro di inviare in Siberia tutti gli individui col vizio di pensare con la propria testa.

Dopo il 1989, i medesimi insigni personaggi dell’alta cultura, hanno continuato a dormire, forse in attesa che guarissero certe ammaccature causate al contenitore del loro stanco cerebro dai calcinacci di un certo muro che avrebbe dovuto segnare il confine dell’impero comunista dei mille anni.

A Biagini l’inquisizione progressista rivolge l’accusa, gravissima e non espiabile, di scorrettezza, per aver citato alcuni episodi, apparsi sui giornali di tutto il mondo, nei quali individui omosessuali hanno prevaricato ai danni dei normali, come quando una preside di un liceo londinese ha vietato agli studenti di andare a vedere “Romeo e Giulietta” (rappresentazione per la quale gli studenti stessi avevano ricevuto i biglietti gratuiti) perché si tratta di una storia “blatantly heterosexual” (sfacciatamente eterosessuale).

Altra gravissima accusa quella di aver demolito la fama scientifica e filosofica dell’intoccabile Giordano Bruno, una delle figure venerate nel rumoroso baraccone progressista.

Ovviamente contro i libri del Biagini non c’è nulla di serio. Nessuno, dell’intera muta ringhiante e scatenata, si è minimamente sforzato di confutare una sola delle affermazioni dei suoi libri.

“Il Biagini ha detto questo ……. Oh, scandalo”. “Il Biagini ha detto quest’altro ……. Oh, vergogna”. Ecco il tipo di “ragionamento” (si fa per dire) adoperato.

Il “pensiero” progressista, dopo aver consumato la frutta, sta sorseggiando un amarissimo ammazza caffè.

La gloria dell’istituto Gramsci fu. La geometrica filosofia di Spinoza si è abbassata al punto di lambire le matematiche facezie di Odifreddi. Il Marx-pensiero miagola nel talk-show di Augias.

La scena dell’egemonia culturale dei progressisti volge al tramonto, coartata dall’eloquenza del fatto storico.

La gloriosa armata del pensiero rosso è compressa in un manipolo di pappagalli urlanti nelle aule dell’insignificanza in cattedra e nel teatro dell’effimero.

Il potere assordante dell’urlo pappagallesco eccita solamente l’area delle mezze culture e del salotto snob. Si tratta (a ben vedere) dell’area provvisoriamente occupata dalla minoranza stretta intorno all’irriducibile Dario Franceschini.

Come accade alle navi messe all’asciutto nei cantieri, la cultura progressista rivela la magagna, la dipendenza da un pensiero dimezzato e s-pensierato.

Sotto la datata lettura dei romanzi di Jean-Paul Sartre e di Alberto Moravia, sotto la memoria della noiosa pedagogia di Bertholdt Brecht, sotto le canzonette impegnate di Jovanotti, la cultura di sinistra mostra le rughe della vecchiaia.

Al numero crescente dei refrattari può opporre solo ostracismi e linciaggi, oppure lo schiamazzo del salotto in cui la ricercata eleganza fa rima con il vuoto mentale e l’ignoranza.

Ora Biagini ha chiara l’urgenza di una reazione cattolica intesa a diradare le nebbie sollevate dalla cattiva letteratura e ad incalzare il consenso ottenuto dal cabaret laico e progressista.

Dotato di una preziosa e ben coltivata vena letteraria, qualità che gli è riconosciuta perfino dai redattori dell’Espresso, Biagini sta affermandosi quale pioniere di una letteratura cattolica capace di vigorosa controffensiva.

Da questa intenzione, sagacemente perseguita in lunghi anni di faticoso esercizio, hanno origine i fascinosi romanzi pubblicati da Biagini e le travolgenti commedie che hanno riscosso l’applauso entusiastico del pubblico radunato nel genovese Teatro della Gioventù.

In questo volume, “Il seme sepolto. Racconto dialogato”, la sua più recente fatica, Biagini propone quattro commedie giudiziarie, ricche di irresistibili spunti umoristici, che ripresentano in forma teatrale quelle medesime scomode verità esposte in forma scientifica nei volumi contestati dal minculpop cagliaritano.

È in scena la confutazione dei miti e delle leggende nere, che la cultura dell’accanimento terapeutico si ostina a somministrare ai clienti del boccheggiante “pensiero” laicista.

E anzitutto: cos’è questo “seme sepolto”? Quello della verità, che con fatica si cerca di far emergere, nel corso dei vari dibattimenti processuali.

Ed esso emerge, in forma inaspettata, alla fine, proprio nella conclusione dell’ultima commedia: non è solo un’idea, ma una persona.

Il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra immortale, la Santa Madre, personificazione della Chiesa, imputata ed assolta nella seconda e nella terza commedia, si converte e crede.

È anche lui il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la fede, e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

La prima commedia, “Chi si fida degli scienziati”, narra il dibattimento giudiziario sulla querela presentata dallo scientismo contro la scienza e la metafisica.

In opposizione alla logora opinione scientista, la vera scienza dimostra un fatto sconvolgente. “L’ordine del cosmo rivela una suprema intelligenza. I più recenti studi cosmologici dimostrano che l’universo è limitato nello spazio e nel tempo; ha avuto un inizio ed avrà una fine. Non ha quindi un’esistenza indipendente: non può averla. Esistono prove decisive di una “grande esplosione” che ha dato origine alla sua struttura attuale: avvenuta circa quindici miliardi di anni fa, coincide perfettamente con il racconto della Creazione, a meno che non ci si intestardisca nella vecchia interpretazione letterale dei giorni della creazione come veri giorni e non come ere, al pari dei ridicoli fondamentalisti protestanti.

Per rappresentare l’alleanza storica che l’errore stringe col vizio, l’autore immagina che il querelante scientismo chiami a testimoniare in suo favore i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria), oltre alla maldicenza e alla calunnia, madre, quest’ultima, di un bambino mostruoso: l’omicidio.

In tal modo Biagini alleggerisce l’esposizione dei fondati ma non facili argomenti scientifici, diluendoli in una vivacissima, travolgente sequela satirica e umoristica.

La seconda commedia, “Lo strano caso del dottor Martin”, è la cronaca di una umoristica e scorrettissima escursione della risata intorno ai sofismi che alimentano il delirio teologico rimbalzante da Martin Lutero a Enrico VIII.

Un’eccellente occasione sfruttata dall’autore per smantellare le più assurde ma tenaci leggende messe in circolazione dal “teologicamente corretto”.

Ad esempio la dotta diceria che attribuisce alla cultura politica dei protestanti inglesi il merito di aver introdotto l’habeas corpus, “arrivato oltre un secolo dopo la costituzione di Papa Paolo III, che nel 1548 aveva obbligato a formulare l’accusa e ad iniziare il processo entro il terzo giorno dall’arresto”.

Opportunamente, Biagini dimostra che l’habeas corpus è un imperativo frequentemente disatteso dai protestanti inglesi, “con intere famiglie sbattute in galera e tenute dentro, benché si sapesse benissimo che erano innocenti, o meglio perché avevano l’unica colpa di essere irlandesi e cattoliche”.

Nella terza commedia “Camillo, mago del cavillo” è messo in scena un esilarante atto d’accusa al c.d. “risorgimento”.

Cavour sguscia come un’anguilla di fronte alla realtà: si sdilinquisce in proteste di “profondissimo filiale rispetto per la Santa Madre Chiesa”, e dice che Cristo era “uomo buono e certo grande profeta”.

L’avvocato che lo interroga inchioda immediatamente il teste, facendo notare che se Cristo fosse stato un semplice uomo, non poteva essere che un “mostro sado-masochista”, o un “nemico di se stesso e degli altri”, o un “pazzo furioso”.

La Croce sarebbe un insensato sacrificio, e solo dei mentecatti seguirebbero la dottrina cristiana, attratti dal miraggio di un inesistente paradiso.

L’unico modo per dare un senso all’insegnamento di Cristo è riconoscerLo in grado di mantenere le Sue promesse: Egli è Dio, il male sofferto sulla terra è ampiamente compensato dall’eterna felicità del paradiso.

Alla morsa di questa ferrea logica, il mago del cavillo si sottrae a guisa di serpente che s’imbuca fuggendo la luce: prototipo dei tanti assurdi individui che lodano Cristo, negandone la Divinità. Congenita idiozia? presa in giro dell’interlocutore? patologica avversione al ragionamento logico? misera furbizia atea che corteggia i cristiani per bassa speculazione politica?

Il culmine della comicità è l’interrogatorio durante il quale Peppino il pistolero, alias Giuseppe Garibaldi, con goffe acrobazie di parola, tenta di giustificare il taglio delle orecchie da lui subìto in Argentina, dove fu condannato all’umiliante mutilazione quale ladro di cavalli.

Biagini mette in bocca all’attor comico la lingua solenne e grottesca uscita del furente romanziere Garibaldi, il quale giustifica la sua attività di ladro e mercante di schiavi cinesi destinati alle miniere di guano sentenziando: “Sotto la Croce del Sud molti mestieri praticar fu d’uopo”.

Tutti e quattro i protagonisti del c.d. “risorgimento” — Camillo mago del cavillo, Peppino il pistolero, Peppino l’ideologo e Vittorio Testosterone — araldi del “progresso” laicista, parlano l’invecchiato, aulico linguaggio ottocentesco, a sottolineare l’appassire inevitabile delle arroganti pretese del progressismo d’ogni epoca.

La quarta e ultima commedia, “La lista del giudice Vaevictis”, la più coinvolgente, è un tentativo, forse il primo nel genere, di sottomettere il revisionismo ai princìpi della teologia cristiana della storia.

Respinta, anzi neppure avvertita, la tentazione dell’insostenibile negazionismo, Biagini accetta come verità ovvia che Hitler doveva essere comunque abbattuto, “ma non fu certo per la libertà che combatterono gli inglesi e i loro alleati. Quello era solo un mito propagandistico. Si trattava di uno scontro di contrapposti imperialismi, e in particolare la Gran Bretagna, fin da prima della Grande Guerra, agognava a distruggere la potenza economica e politica della Germania”.

Biagini apre una breccia nel muro mitologico che liquida con l’insulto fascisti! gli storici (ad esempio Renzo De Felice e Giampaolo Pansa) che tentano di gettare la luce dell’indiscreta verità sulla deliziosa e sacra storia dell’antifascismo.

Breccia attraverso cui fa capolino la paradossale battuta di Ennio Flaiano: il fascismo contempla due specie di militanti, i fascisti e gli antifascisti.

 

PIERO VASSALLO

Docente di Storia della Filosofia,

Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale


28
GIUGNO
2012
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DAL ROMANZO "LA PIOGGIA DI FUOCO", CHE TRATTA DELL'ANTICRISTO,

CON QUALCHE RIFERIMENTO ALL'EPOCA CONTEMPORANEA

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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Il giorno del Signore verrà come un ladro;

allora i cieli con fragore passeranno,

gli elementi consumati dal calore si dissolveranno

e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

 Seconda lettera di San Pietro, 3, 10

 

Dedicato alla maestra Cristina Vai

sospesa dall’insegnamento della religione

presso la scuola elementare “Bombicci”,

nella democratica Bologna rossa,

nel novembre dell’anno di Nostro Signore 2011,

perché “colpevole” di aver citato l’Apocalisse.

 

Con i più vivi complimenti alla curia di Bologna,

la quale ha prontamente nominato una nuova maestra,

avvallando la decisione delle autorità scolastiche:

così verrà risparmiato agli allievi il “turbamento”

di scoprire la differenza tra il bene e il male.

 

Ma soprattutto complimenti

alla deriva progressista postconciliare,

che ha dimenticato i quattro Novissimi

— Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso —,

le realtà assolute ed essenziali

per la salvezza delle anime,

non ultime quelle di preti e prelati.

LA PIOGGIA DI FUOCO


1

Tempi di guerra, in un piccolo pianeta a trentamila anni luce dal centro di una delle tante galassie, che fin dai tempi antichi gli uomini del pianeta avevano chiamato “Via lattea”.

Jehoshua Sunerazan alzò lo sguardo dalla Bibbia, la sua lettura preferita, e contemplò, con profonda preoccupazione, la carta geografica appesa alla sua destra. Questa mostrava, a scala piuttosto grande, il Medio Oriente, dove la pace ancora una volta era in pericolo. Nel vasto studio della grande villa di Taormina, inondato dalla luce mediterranea, l’alta ed austera figura di Sunerazan, dal viso sereno, i capelli incanutiti e alquanto lunghi, che parevano irraggiare luce, e gli occhi azzurri, sembrava il ritratto vivente della tradizionale immagine del Cristo. Il benessere del mondo intero, ossia di tutto quel piccolo pianeta, era oggetto delle sue costanti amorose cure.

La Banca Unitaria della Bontà Universale (BUBU), della quale era presidente onorario, aveva, fra le altre incombenze, l’incarico di sopperire alle necessità dei paesi poveri, ai quali veniva incontro con amorevoli piccoli prestiti di “mund”, la moneta unica mondiale che aveva sostituito il vecchio eurodollaro, e che il grande istituto di credito regolarmente stampava e distribuiva, essendo l’unico autorizzato all’emissione.

Amministratore unico della banca, che aveva la sede centrale a Strasburgo, di fronte al monumentale edificio del parlamento europeo, era un ottimo amico di Sunerazan, il plurilaureato (in economia, diritto e scienze politiche) dottor professor Peter Kefa, di Lutherstadt-Wittenberg, nella Sassonia-Anhalt di luterana memoria, uomo austero e di raffinata eleganza, fortunato proprietario di una sterminata collezione di cappotti “loden”, rettore magnifico della scuola superiore di economia “Sans souci” di Potsdam.

“Sans souci”: “senza preoccupazioni”. Non c’era davvero di che preoccuparsi con lui. Dotato di una faccia da maggiordomo del vampiro in un film horror, Kefa causava accessi di depressione in chiunque lo guardasse; per fortuna non si muoveva quasi mai dal suo ufficio con l’aria condizionata al centotreesimo piano del grattacielo della BUBU di Strasburgo, se non per andare in chiesa (con la moglie) e in loggia (senza la moglie). Da poco aveva concesso, in cambio di certe facilitazioni petrolifere, un generoso prestito a diversi paesi arabi i quali in realtà non ne avevano gran bisogno e purtroppo, con gran dispiacere di Jehoshua Sunerazan, l’avevano prontamente investito in armamenti. L’austero Kefa, invece, non aveva commentato: sembrava, nella sua austerità, non avere sentimenti. Non entravano nella sua contabilità.

Sunerazan, al contrario, irraggiava sentimenti. Amava tanto l’Oriente: si diceva che fosse di remota origine armena, forse della regione dell’Ararat, il monte “dove si era arrestata l’Arca”, dicevano alcuni. Altri facevano osservare che i traduttori sono spesso la quintessenza dell’idiozia, e che il diluvio non poteva esser salito fino al Grande Ararat, che è una montagna alta oltre cinquemila metri, e neppure fino al Piccolo Ararat, che ha pur sempre una vetta di quasi quattromila metri, mentre “arara” è una parola accadica che significa semplicemente “collina”, e con ogni probabilità era appunto su qualche collina della Mesopotamia che l’Arca era andata ad arenarsi alla fine del diluvio: evento del quale gli archeologi da secoli avevano trovato indiscutibili tracce negli strati sedimentari della Mesopotamia. Ma queste chiacchiere non illuminavano certo sulle origini di Sunerazan: un uomo interamente avvolto nel mistero, di profondissimo fascino, che irraggiava autorità, calma, padronanza di sé, un uomo che ispirava obbedienza e deferenza.


28
GIUGNO
2012
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DAL ROMANZO "IL PRATO ALTO",

STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI,

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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60 a.C.

Ma era tutt’altro che finita. I confini settentrionali erano sempre pericolosi, e gli amici romani non avevano truppe sufficienti da impegnare in loro aiuto. Frattanto continuavano i miglioramenti tecnici, non senza conseguenze per la difesa. Da almeno un cinquantennio si produceva acciaio in forni ventilati con mantici, e si costruirono molte nuove strutture del genere, producendo spade di migliore qualità e in numero sempre maggiore.

Un nipote di Silvius, Valerius, possedeva uno di questi forni, alla periferia di Dolmynnydd, e fabbricava gladii che venivano venduti ad ottimi prezzi in tutta la vallata, dove si erano costituite unità ausiliarie di difesa mobili, che utilizzavano i migliori cavalli allevati sul posto.

I celti boi profughi, minacciati dai germani, si rifugiarono nella zona del clan Aiken, il cui nome celtico, insieme agli usi e ai costumi tradizionali, cominciava a romanizzarsi in Aicaenius. Sempre più si vedevano in giro uomini con i capelli tagliati alla romana, invece che lunghi in treccine; e indossanti la toga; sempre più i nomi che venivano imposti ai bambini erano latini. Sempre più si parlava latino, sia pure soltanto sermo rusticus, tanto che i profughi boi a stento si riconoscevano nei loro affini celtici del Norico.

Il druido Krom, giunse in quell’anno, con la sua famiglia, insieme ad altri sradicati dei boi, a Dolmynnydd, che qualcuno cominciava a chiamare Dolminius, anche se quella forma romana non prese mai il sopravvento sul nome celtico. La romanità restava pur sempre una mano di vernice superficiale, sotto la quale riaffiorava costantemente la rude superficie dell’arcaica, ma straordinariamente vitale, civiltà celtica.

Il caso volle che Krom, gallo per niente romanizzato, avesse una figlia, e che questa figlia, quattordicenne, di nome Klin, fosse una vera bellezza, con una folta e lunga chioma rossa e abbondanza di curve e mosse seducenti. Martius Aicaenius, figlio di Valerius, che aveva sedici anni, i capelli biondi tagliati alla romana e un bel portamento, se ne innamorò a prima vista.

I due cominciarono a lanciarsi occhiate, poi passarono alle parole (rigorosamente in celtico, perché lei non sapeva una parola di latino, neanche “rusticus”), poi ai fatti, nascosti dietro ogni possibile ostacolo, siepi, alberi, mucche e tutto ciò che poteva celare due corpi intenti ad esplorarsi a vicenda. Non arrivarono alla consumazione completa, per il momento, anche se ci andarono molto vicini.

Il problema era il solito dei matrimoni contrastati: i padri erano decisamente contrari da ambedue le parti. Il druido vide i due che si baciavano e si palpeggiavano e andò su tutte le furie.

Non aveva una spada, ma non l’avrebbe usata comunque. Aveva metodi più sottili. Era un druido di quelli più cattivi, ossia dei gradi più elevati dell’iniziazione segreta che, come tutti i segreti iniziatici, veniva dalla medesima fonte dai molteplici nomi: Doo, Baal, ed altri ancor meno piacevoli. Krom non si contentava di evocare spiriti e confezionare pozioni amorose o veleni, ma aveva compiuto sacrifici umani. La figlia “disonorata” poteva benissimo servire da vittima olocausta, ed egli, senza lasciar trasparire nulla, preparò la sua trappola. Radunò i boi e li arringò, con voce misurata e grande autorità:

— Figli di Tutates, ho avuto una rivelazione dal dio. Egli è irato con noi e ci ha scatenato contro i germani. Il perché ancora mi è oscuro, ma vi invito intanto a scrutare nei vostri cuori e a scrutarvi l’un l’altro, per scoprire se vi è fra noi qualche vittima che egli desideri gli sia offerta, perché gli dei talvolta hanno sete e noi dobbiamo placarli. —

Questo serviva a scatenare la caccia alle streghe all’interno della tribù, in modo che si accusassero l’un l’altro, “annusandosi” a vicenda, ossia cercando “segni” dimostranti che un membro, maschile o femminile, di essa, aveva recato offesa agli dei, o comunque era da loro desiderato come vittima. Perché questo era il lato oscuro del paganesimo: una fede in dei capricciosi, che a volte si comportavano con giustizia, altre volte infierivano senza un apparente motivo. Infatti, menti ancora primitive non riuscivano a distinguere il Bene supremo, dal quale avevano ricevuto la morale naturale, e che dava loro l’aspirazione alla giustizia e alla protezione del debole, dagli impulsi che provenivano da tutt’altra fonte.

All’atto pratico, le persone “annusate” erano — chissà perché? — quelle che davano ombra a qualcuno: le donne mature che stavano sfiorendo cercavano di inguaiare qualche bella giovane, il seduttore di rovinare il marito della propria amante per levarlo di mezzo, o il marito cercava di liquidare moglie e amante (più raffinato vederli bruciare vivi invece di un semplice e quasi indolore sbudellamento), il pastore che aveva bestie brutte e malate se la prendeva con quello che aveva greggi e armenti migliori.

E quando, a forza di guardarsi con sospetto l’un l’altro, fossero stati tutti coi nervi a fior di pelle, pronti ad estrarre la spada l’uno contro l’altro, il druido poteva finalmente annunciare che il dio gli aveva “rivelato” che la tale persona era per qualche motivo “desiderata” dal dio, così che poteva far fuori chi voleva. Non era bene che il padre dimostrasse di accorgersi che la figlia si dava a uno straniero, invece di aspettare che lui le si scegliesse un marito. Non era tanto la lussuria, ma la disobbedienza a costituire motivo di scandalo. Ma se fossero stati gli dei stessi a pronunciarsi, l’onta della figlia poteva lavarsi in modo impersonale e distaccato, senza perdere la faccia. La moglie avrebbe pianto un po’ per la perdita della sua creatura: era inevitabile, ma agli dei non si poteva dire di no.

Ma quale trionfo, quale potere gli offriva quell’occasione: al popolo avrebbe mostrato che la sua devozione religiosa era tale da non esitare perfino davanti al sacrificio dell’“adorata figlia”, mentre al cospetto dell’essere oscuro che serviva avrebbe acquisito un “merito” enorme. Un druido che aveva sacrificato un proprio figlio, aveva ottenuto il potere di uccidere col pensiero, ed egli sperava di riuscirci a sua volta. L’essere oscuro, lo scimiottatore di Dio, l’angelo caduto, andava pazzo per i sacrifici dei figli, dopo che, in Oriente, Abramo aveva condotto il figlio Isacco al sacrificio, ma naturalmente un angelo aveva fermato la mano del patriarca, perché il vero Dio non voleva sacrifici del genere.

I romani, pur essendo pagani, odiavano in sommo grado i sacrifici umani, e per questo li repressero sempre con estrema durezza ogni volta che capitò loro di incontrarli fra molte tribù celtiche, in particolare nelle profondamente barbariche isole britanniche e, nel Mediterraneo, tra i Fenici. La tutela della vita era maggiore, nella Roma pagana, come in Grecia, di quanto non sia oggi. Il giuramento di Ippocrate conteneva una formula contro l’aborto, che il digrignante neopaganesimo odierno, peggiore del vecchio paganesimo, ha abolito. Il diritto romano, nel primo secolo avanti Cristo, aveva da tempo elaborato il civilissimo principio conceptus pro nato habeto (il concepito sia considerato come già nato). I celti già romanizzati del Norico, e che neppure prima avevano mai pensato che gli dei potessero volere sacrifici umani rituali e formali (al massimo la Morrigan poteva accecarli nella furia dell’uccisione a caldo durante una battaglia), stavano per entrare in contatto con la realtà oscura del peggior paganesimo dei loro confratelli boi della remota Gallia.

Avanzava l’autunno, e si avvicinava il giorno dei sacrifici, quello che dopo l’effetto umanizzante del Cristianesimo si sarebbe ridotto a un semplice giorno di treat or trick (dolcetto o scherzetto) dei bambini: Halloween, che oggi non è che una festicciola idiota. A quell’epoca il significato di un simile giorno, che si chiamava Samhain, era ben diverso.

Klin non immaginava ancora la minaccia sospesa sulla sua testa, e tanto meno ne aveva idea Martius, sul quale, invece, la tempesta, per quanto assai più mite, era già scoppiata. L’avevano visto “in azione” con Klin, e il solito “qualcuno” ne aveva riferito a suo padre, che gli fece una lavata di capo. Anche qui la “colpa” non era la lussuria, anzi (le prove di virilità erano sempre ben viste), quanto piuttosto quella di danneggiare la famiglia mescolandosi a una tizia di quella congerie di cenciosi individui come i boi.

Per Ercole! Martius era “di buona famiglia”, con eccellenti prospettive di matrimonio, e quello stupido non si limitava a spassarsela, ma dichiarava chiaro e tondo che senza Klin non poteva vivere, e che l’avrebbe sposata a tutti i costi. Allora suo padre che, all’inizio del colloquio, era piuttosto divertito che adirato, divenne furibondo. La lussuria andava benissimo, l’amore no, perché si scontrava con la prevaricazione familiare, l’ipocrisia, l’interesse e il satanismo druidico.

Nessuno dei due ragazzi sospettava quanto stava per accadere. Mancavano due giorni al momento fatale. Pioveva a dirotto, e questo era un bene, perché i roghi non bruciano bene sotto la pioggia. Martius non aveva incontrato Klin quel giorno, perché suo padre, senza dare minimamente segno di quello che stava tramando, aveva caricato la figlia di tante piccole incombenze da non darle tempo di incontrare il ragazzo, e infine l’aveva mandata ad attingere ad un lontanissimo ruscello, con la scusa che l’acqua lì era migliore. Martius andò a letto col cuore stretto. Prima di addormentarsi, in preda ad una profonda nostalgia, pregò caldamente Giove Ottimo Massimo di fargliela almeno vedere in sogno.

Si svegliò verso l’alba, cioè all’ora che molti popoli antichi ritenevano fosse riservata ai sogni veritieri e premonitori. Era coperto di sudore, angosciato, terrorizzato. Ricordava in ogni dettaglio l’incubo orrendo appena sofferto. Aveva visto un demone spaventoso curvo su Klin addormentata, con le fauci grondanti sangue, e aveva sentito che era preda di una terribile droga che non le avrebbe permesso di fuggire o difendersi. Per un attimo il demone aveva assunto le sembianze, mostruosamente distorte, del padre di lei. Poi afferrava la vittima con gli artigli e la portava verso un orrendo rogo. Investita dalle fiamme, lei si dibatteva, spalancava gli occhi e guardava verso di lui, supplicando aiuto, e lui non poteva muoversi, come inchiodato al suolo. Si rivolgeva a suo padre, implorando il suo intervento, e quello rideva. E intorno al rogo ballavano e ululavano innumerevoli mostri e mostriciattoli di forme mai viste, tutti zanne insanguinate e artigli.

Si alzò, indossò la toga e mise ai piedi i calzari. Stava ancora piovendo e non aveva alcun riparo, ma uscì ugualmente di casa di soppiatto e si diresse verso l’accampamento dei boi. Una luce livida cominciava a filtrare tra le nubi a oriente. Tutti dormivano. Trovò a tastoni, o forse guidato da un Dio, la tenda di lei. Improvvisamente, come se il medesimo Dio la guidasse, lei fece capolino dalla tenda, Era stravolta. Vicino a lei, padre e madre dormivano, russando.

— Ah, grazie a Tutates, sei tu — bisbigliò lei.

— Vieni fuori, devo dirti una cosa. —

— Anch’io. —

Si allontanarono insieme, in tutta fretta, camminando a caso. Si fermarono sotto una quercia che li riparava un po’ dalla pioggia.

— Ho avuto un incubo spaventoso ... — cominciò lui.

— Anch’ io — ripeté lei.

Martius allora le raccontò quello che aveva sognato. E lei raccontò l’identico sogno, visto dalla parte di lei. Non poteva muoversi, e un mostro orrendo era curvo su di lei, e così via. Tutto identico.

— Klin, non può essere un caso. Ricordo di aver pregato Giove Ottimo Massimo perché potessi vederti almeno in sogno, e questo è il risultato. —

— E io ho pregato Tutates. —

— Tuo padre fa sacrifici umani? —

— Li ha fatti, ma credo che gli dei lo vogliano. —

— Ma quali dei? Non possono essere che demoni. —

— Cosa facciamo? —

— Fuggiamo. —

— Ma come? dove? — Tre millenni erano trascorsi dall’epoca di Kijr e Alin, quando una coppia poteva svignarsela nei boschi e, vivendo di caccia, attraversare mezza Europa. Martius, giovane civilizzato con la toga e i calzari di lusso, e la sua Klin, non sarebbero sopravvissuti. Egli se ne rendeva conto benissimo. Boschi e selvaggina ce n’era ancora a iosa, ma erano l’addestramento e la resistenza che mancavano.

— Mio padre è nostro nemico — constatò sconsolato Martius.

— E anche il mio, se il sogno non ci ha ingannato. —

— C’è una debole speranza. Qui vicino c’è la villa di mio zio Marcus, una grande villa, con le terme. è un uomo autorevole, fratello maggiore di mio padre. A volte è stato in contrasto con lui, non so perché. è l’unica nostra speranza. —

— Ci caccerà. Perché dovrebbe aiutarci? Voi norici odiate noi boi. Ci odiate e ci disprezzate. —

— Gli racconteremo del sogno. Crede nei presagi. E odia i sacrifici umani, come tutta la gente civile. Non li fanno i romani, non li fanno i greci. —

— Va bene, proviamo. —

Era metà mattinata quando giunsero alla villa di Marcus, l’edificio più importante di tutta la zona. Alla gente del posto sembrava uno spettacolare monumento, ma di fronte alle vere ville romane del sud avrebbe fatto una magra figura. Lo schiavo portinaio riconobbe Martius e condusse i due ragazzi nel peristilio, dove, seduto davanti ad un tavolo, stava lo zio. Aveva un rotolo di papiro davanti e stava leggendo, arrotolandolo lentamente con una mano dalla parte superiore e srotolandolo da quella inferiore. Si trattava del De agricultura di Catone.

— Vale, Martie, quid novi? Quis est pulchra puella ista? — Lo zio era l’unico uomo della regione a parlare un latino che non avrebbe fatto troppo sbellicare dal ridere i veri romani.

In un “sermo rusticus” appena un po’ incivilito, Martius raccontò tutto. Tremava di paura e di freddo, e la ragazza più di lui.

— Quod dicis valde horrendum est — commentò lo zio.

— Horrendum sed verum; — riprese Martius — pater puellae druidus est. Humana holocausta iam multa fecit. —

— Horrendum hoc est, — ripeté lo zio — nefas apud Jovem Optimum Maximum. —

— Quid agimus? —

— Nonne me quaeris quid facere? —

— Rogo te ut aliquid agas. —

Ma non era semplice decidere. Il Norico era stretto alleato di Roma, amicus Populi romani, tuttavia non era ancora provincia dell’impero. Se lo fosse stato, si sarebbe potuto avvertire il magistrato locale, che avrebbe istruito un processo, non per quello che intendeva fare, ovviamente, ma per i sacrifici già compiuti. Crimini del genere comportavano la pena di morte. Infine lo zio decise di agire con i propri mezzi. Era abbastanza importante da poterlo fare, senza che alcuno osasse chiedergliene conto. Mandò un servo a prendere vestiti asciutti per i due ragazzi, un altro ad avvertire il fratello che Martius era presso di lui e doveva restarvi. Poi ordinò di radunare il reparto di cavalleria territoriale che era sotto il suo comando. In tutto sessanta uomini, che furono in sella e armati già nel primo pomeriggio.

Martius e Klin rimasero nella grande villa, sotto la protezione dell’imponente matrona, moglie dello zio, con contorno di fedeli schiavi armati, nel timore che i boi venissero a sapere dove si trovava la figlia del druido e facessero qualche colpo di testa. Stranamente, i ragazzi sembrarono gradire poco di essere sorvegliati a vista. Infatti si appartarono in una stanza e si dedicarono a conoscersi meglio. E la matrona, sentendo quello stavano facendo, si domandava, con un po’ d’invidia, come mai suo marito non fosse mai arrivato a farla gemere così.

Lo zio, dopo un breve pranzo, si era messo alla testa dei cavalieri e si diresse verso l’accampamento dei profughi boi. Lo trovò in subbuglio. Il druido aveva parlato alla folla, blaterando che un grave sacrilegio era stato perpetrato. La vittima olocausta indicata dagli dei, era stata rapita da una mano sacrilega, e bisognava cercarla. Intanto aveva smesso di piovere, e il rogo avrebbe potuto venire benissimo, illuminando piacevolmente la serata.

Ma i boi, che erano diverse centinaia, riluttavano a muoversi. Era ospiti mal tollerati, fra gente forte che sapeva difendersi. Il druido era furioso e stava nuovamente arringando la folla. Gli dei erano gli dei, per Tutates, e non si poteva deluderli o resistere alla loro volontà, gli dei avrebbero senz’altro punito chi tardava a fare la loro volontà, che si rivelava solo ai druidi. Nel bel mezzo del suo comizio, arrivarono i soldati. Marcus a cavallo gli si fece incontro e lo affrontò. Parlando in celtico, lo accusò di fronte alla folla senza mezzi termini, mentre i sessanta cavalieri stavano rigidi e tesi, in doppia linea, dietro di lui, con le lance spianate.

— Siete venuti a cercare rifugio fra noi e vi abbiamo accolto come fratelli. Ma voi pretendete di portare qui le vostre usanze barbare che suscitano l’ira degli dei. Tu, druido, sei bandito per aver compiuto sacrifici umani, dei quali siamo ben informati. Chi vuole può seguirti, chi preferisce restare può restare, ma tu ripasserai il dio Danuvius e mai più, a nessun patto, rimetterai piede in queste terre, pena la morte. —

La faccia del druido si contrasse in un’espressione di furore che lo fece somigliare in modo straordinario al mostro dell’incubo di Martius e di Klin.

— Uomo, tu non puoi vincere gli dei — ruggì.

— I miei dei non sono i tuoi. I miei dei sono dei di popoli civili, e odiano i sacrifici umani. Nel caso che tu rifiuti di obbedire o che ritorni qui, sarai immediatamente messo a morte, e gli dei, i miei dei, approveranno. Muoviti. —

E il druido si mosse, maledicendo tutti. Con la moglie e le sue poche cose, scortato da una pattuglia, si avviò verso il settentrione. Dei boi non lo seguì nessuno. I cavalieri lo scortarono fino al Danuvius e lo obbligarono a passarlo su una piccola barca abbandonata e mezza marcia che trovarono nei pressi. Restarono a guardare il druido e la moglie che faticosamente remavano verso la riva settentrionale, tenendoli sotto mira con gli archi. Una grossa banda di germani bivaccava nei pressi. I barbari furono molto interessati a quella strana coppia celtica e il capo interrogò i due, ma visto che non capiva un’acca di quello che rispondevano, lasciò che i suoi si divertissero un po’ con loro, solleticandoli e tagliuzzandoli con le spade, prima di farli decapitare e di infilare le loro teste su dei pali lungo la riva.

L’incontro fra il padre di Martius e l’autorevole zio fu tempestoso, ma quest’ultimo ebbe la meglio. La conservazione e l’accrescimento della ricchezza che tanto stava a cuore al fratello minore, non era un bene assoluto, spiegò. Essere appagati nella vita significava ben altro, e chi è appagato e sereno starà meglio anche dal lato materiale.

Frattanto si annunciò un nipotino, perché Martius e Klin, che aveva deciso di mutare il suo nome in Livia e di imparare al più presto il latino, si erano dati parecchio da fare, e questo finì per rasserenare l’atmosfera, e il padre permise al figlio di tornare a casa. I due ragazzi si sposarono con la confarreatio, il rito solenne romano, che rendeva il matrimonio indissolubile. Era per la prima volta che lo si celebrava nel Norico. Fu un matrimonio fecondo e felice, nei molti anni che Giove Ottimo Massimo, o piuttosto l’unico vero Dio che stava per incarnarsi, concesse loro.

 


08
FEBBRAIO
2012
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RICORDO DI MADRE LUCIA DE GASPERI NELLA RICORRENZA DEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE

 Madre De Gasperi

Ho frequentato l’Assunzione di Genova dal 1952 (asilo) fino alla maturità classica (1966). Madre Lucia De Gasperi (della quale ricorre quest'anno il cinquantenario della morte: 1966-2016) era insegnante delle “grandi” (ginnasio-liceo). Nel 1962 ricorrevano i quindici anni di entrata all’Assunzione di Madre Lucia e nello stesso giorno della sua “gemella” Madre Clara Lucilla e pensammo al regalo che avrebbe potuto far piacere a tutte e due. Poiché ci chiamavano “le bambine”, anche se noi a quindici anni ci sentivamo già grandi, una di noi che sapeva disegnare molto bene disegnò con i gessetti colorati sulla lavagna due balie in vestiti ottocenteschi che spingevano una sontuosa carrozzella con quindici bambine, ognuna col palloncino che recava scritto il proprio nome, e scrivemmo sotto: “Grazie, siete state delle ottime balie”. Il tutto accompagnato da un concerto di cori di montagna. Madre Lucia e Madre Clara erano felici e commosse e chiesero che il disegno venisse riportato su un cartoncino, cosa che fu subito fatta. Madre Lucia conservò il cartoncino fra le sue cose più preziose e alla sua morte il disegno passò a Madre Clara che, pochi anni fa, durante la sua permanenza a Genova, lo mostrò raccontando l’episodio.

Nel 1963 andammo in gita scolastica ad Assisi. Fra le altre cose visitammo l’eremo delle carceri. Ci accompagnavano Madre Clara e Madre Lucia. Il vescovo di Assisi aveva messo a disposizione un’automobile per le Madri. Madre Clara, che non era molto sportiva, ne approfittò, mentre Madre Lucia fece a piedi con noi il lungo tragitto. Al ritorno ci colse un’improvvisa nevicata, la quale però non smorzò l’entusiasmo di quella magnifica passeggiata nella natura. Madre Lucia davanti a tutte guidava felice il gruppo.

 

L’UDIENZA CON SUA SANTITÀ PAOLO VI

Nel 1965, durante la gita scolastica a Roma, fummo ricevute in udienza da Papa Paolo VI. Le udienze all’epoca si svolgevano in una cappella lunga e stretta e noi eravamo situate in fondo, vicino alla porta d’ingresso. Per fortuna il Papa usava ancora la sedia gestatoria, per cui dall’ingresso riuscimmo almeno a vederLo e Lui riuscì a vedere noi. Mi colpirono gli occhi che aveva grandi e azzurri.

Portato sul trono in fondo alla sala, cominciò a salutare i presenti all’udienza. Alla fine del lungo elenco di nomi di varie associazioni udimmo con sorpresa queste parole:

“Mi è parso di vedere in fondo, vicino alla porta, un gruppo di studentesse dell’Istituto dell’Assunzione.”

All’uscita, di nuovo in sedia gestatoria, rivolto verso di noi, fece un cenno alle madri che ci accompagnavano, che erano Madre Lucia, Madre Paola Teresa e Madre Clara Lucilla, e diede ordine che venissero condotte fuori dalla sala e si trattenne con loro e con due studentesse per alcuni minuti. In mezzo alla folla aveva riconosciuto Madre Lucia e Madre Paola Teresa, e aveva voluto far loro questo magnifico dono.

Quando raggiungemmo Madre Lucia era illuminata da un sorriso gioioso e si lanciò giù di corsa per quello scalone seguita da tutte noi, fino a raggiungere piazza San Pietro dove l’aspettavano la mamma e due delle sorelle.

 

MADRE LUCIA E LA MONTAGNA

Nella tarda primavera del 1966, era l’anno della nostra maturità e della chiusura dell’Assunzione. Molte di noi frequentavano l’Assunzione fin dall’asilo, per cui oltre alla preoccupazione per gli esami vi era anche il dispiacere per la fine di quella che era stata la parte più consistente della nostra vita fino allora. Madre Lucia iniziò la sua lezione d’italiano ma, dopo alcuni minuti, tutte noi eravamo intorno alla cattedra:

“Madre Lucia, cantiamo.”

Succedeva di rado, ma ogni tanto improvvisavamo piccoli concerti di canti di montagna. Quel giorno accondiscese con gioia. Dopo alcuni canti, le domandammo:

“Madre Lucia, qual è il canto di montagna che preferisce?”

Madre Lucia rispose:

“Vi sono molti canti di montagna belli. Quello che preferisco, tuttavia, non si può definire un coro di montagna ma è un canto bellissimo che si intitola ‘Stelutis alpinis’. È molto difficile da cantare ed anche da comprendere perché è in dialetto friulano. Affinché possiate capirlo, ve lo recito strofa per strofa in friulano, poi ve lo traduco e alla fine ve lo canto.”

E iniziò:

Se tu vens cà sù ta' cretis,

là che lôr mi àn soterât,

al è un splàz plen di stelutis:

dal miò sanc 'l è stât bagnât.

 

Par segnâl une crosute

jé scolpide lì tal cret:

fra chês stelis nàs l'arbute,

sot di lôr jo duâr cuièt.

 

Ciol sù, ciol une stelute:

je ‘a ricuarde il néstri ben,

tu ‘i darâs 'ne bussadute,

e po' plàtile tal sen.

 

Quant che a ciase tu sês sole

e di cûr tu preis par me,

il miò spirt atòr ti svole:

jo e la stele sin cun té.

 

La traduzione di questo commovente canto è la seguente:

 

Se tu vieni quassù tra le rocce,

laddove mi hanno sepolto,

c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:

dal mio sangue è stato bagnato.

 

Come segno una piccola croce

è scolpita lì nella roccia:

fra quelle stelle nasce l'erbetta,

sotto di loro io dormo sereno.

 

Cogli cogli una piccola stella:

a ricordo del nostro amore,

dalle un bacio,

e poi nascondila in seno.

 

Quando a casa tu sei sola

e di cuore preghi per me,

il mio spirito ti aleggia intorno:

io e la stella siamo con te.

 

Dopo di che iniziò a cantare con la sua bella voce. Non so se sapesse già allora che ci avrebbe abbandonate presto, ma l’ultima strofa di “Stelutis” ci insegna che lei è sempre con noi.

 

IL FUNERALE

Il 5 dicembre 1966 ricevemmo una triste telefonata: “È morta Madre Lucia”. Subito corremmo tutte in Corso Firenze all’Assunzione di Genova. La sera dopo venne organizzato un viaggio in treno e partimmo numerose per andare al funerale a Roma. Il viaggio notturno fu molto triste. Rivedo ancora l’immagine dell’arrivo alla Stazione Termini. I taxi sui quali salimmo partirono tutti insieme per Viale Romania. All’ingresso nella chiesa già gremita di gente fui colpita da diversi banchi dove erano sistemati i personaggi più in vista della politica italiana, in particolare ricordo il presidente Leone. Lì ebbi la netta percezione che quella che per noi era stata sempre Madre Lucia a Roma era Lucia De Gasperi.

 

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


I TRIGOTTI

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  • Emilio Biagini

    GUAI A VOI QUANDO TUTTI GLI UOMINI PARLASSERO BENE DI VOI

    Ascoltiamo i Vangeli. “Guai a voi quando tutti gli uomini parlassero bene di voi; poiché lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Luca 6, 26). E per contro: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
 Rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Matteo 5, 11-12).

    Infatti il mondo è del diavolo, che è l’autore della morte, l’unica cosa che Dio non aveva creato, e che Egli distruggerà nell’ultimo giorno. Quindi meglio essere invisi al mondo che lodati dal mondo. Non vi è paese dove i cristiani, su impulso del demonio, non siano perseguitati, con la violenza o con la calunnia e il dileggio. Ma le persecuzioni indicano solo che siamo sulla buona strada, sulla quale voglia Dio mantenerci.

    I comunisti persecutori sono sempre gli stessi, sotto qualunque maschera, ma, per salvarsi dal naufragio, causato dalla bestialità della loro dottrina, hanno cercato un nuovo padrone: la grande finanza usuraia, mondialista, abortista, assassina, omosessualista, che ha fatto alleanza con la morte e bestemmia nei Gay Pride, ma si offende per ogni osservazione men che servile.

    Ma è bene aspettare con pazienza, perché la giustizia non mancherà. Per quanto mi riguarda, abbraccerei volentieri quelli a cui non vanno a genio i miei libri e il mio credere e difendere la verità, quelli che hanno sparlato di me e cercato di recarmi danno, a scuola, all’università e altrove. O meglio, li abbraccerei, se non mi facessero un po’ senso.

     

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