Genova, 22 Luglio 2018 10.46





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

03
DICEMBRE
2012
Articolo letto 3056 volte

LA BEATA ANNA MARIA TAIGI

 

Anna Maria Riannetti era un’umile ragazza nata a Siena il 29 maggio 1769. Era figlia di un farmacista che fece fallimento e nel 1775 dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Roma, dove i suoi genitori lavorarono come domestici. Anna fu mandata in una scuola per fanciulle povere retta dalle Suore Pie Filippine, e a tredici anni dovette a sua volta andare a lavorare, dapprima in alcune fabbriche, e successivamente a servizio. Nel 1790 sposò Domenico Taigi che era servitore presso la potente famiglia Chigi, ed era di carattere molto difficile. I due ebbero sette figli, di cui tre morirono in giovane età. Devota alla Santissima Trinità, Anna Maria condusse una vita veramente cristiana, curando la famiglia e assistendo quelli più poveri di lei.

All’inizio del 1791 e per quarantasette anni, fino alla morte, Anna Maria Taigi iniziò ad avere apparizioni della Madonna e ricevette molti doni miracolosi, fra i quali un sole luminoso che le brillava davanti agli occhi, nel quale — ella riferì — “c’era una figura seduta, di infinita dignità e maestà, la cui testa era rivolta verso il cielo, come nell’immobilità dell’estasi; dalla sua fronte uscivano due raggi luminosi verticali”. La figura umana di Cristo all’interno di un cerchio luminoso corrisponde alla visione dantesca nell’ultimo canto del Paradiso, ed autorizza a pensare che il Sommo Poeta non si sia limitato a un descrizione di fantasia. Come alla grande veggente Anna Maria Taigi, anche a Dante fu assai probabilmente concesso di vedere una concreta realtà spirituale, come del resto egli stesso afferma nella conclusione de La Vita nuova.

C’erano pure, nel “sole” della Taigi, le immagini di una corona di spine e di una croce. Sempre equilibrata e piena di buon senso, la donna accolse questo dono senza gloriarsene e se servì solo per il prossimo. Nel “sole” che sempre l’accompagnava, di notte come di giorno, Maria Taigi vedeva con assoluta precisione i destini delle anime e gli avvenimenti futuri. Vide spesso grandi personaggi della Chiesa, sacerdoti e religiosi, precipitare all’inferno, mentre persone umili e povere, semplici come bambini, ascendevano diritte in paradiso.

In confessione rivelò al padre Ferdinando dell’Ordine dei Trinitari, nella chiesa di San Crisogono a Roma, che proprio in quel momento il Padre generale di quell’Ordine veniva ucciso insieme ai suoi frati dai francesi che occupavano la Spagna, e descrisse dettagliatamente i maltrattamenti che la soldataglia giacobina e atea stava infliggendo ai martiri. Due mesi dopo lettere dalla Spagna riferirono l’eccidio e confermarono in ogni dettaglio la visione.

Anna Maria Taigi aveva visioni di assoluta precisione, non frutto di illusioni o di immaginazione, descriveva esattamente luoghi che non aveva mai visitato, in Italia e altrove, profetizzò con straordinaria precisione un gran numero di avvenimenti, specie riguardanti le sorti della Chiesa, con molti anni di anticipo. Profetizzò il disastro napoleonico in Russia, quando non si aveva ancora idea che Napoleone avrebbe invaso quel paese, profetizzò pure che sarebbe morto a Sant’Elena e ne descrisse esattamente le esequie quando il corso era ancora vivo.

Fra le sue altre profezie vi è la conquista francese dell’Algeria, la rivoluzione a Parigi nel 1830, la guerra di Crimea, la liberazione degli schiavi nelle Americhe, la caduta di gran parte delle monarchie europee. Predisse il pontificato di Giovanni Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, ne indicò la durata esatta, descrisse quello che il futuro Papa avrebbe fatto e le persecuzioni alle quali sarebbe andato incontro: Mastai Ferretti non era neppure ancora cardinale quando Anna Maria Taigi morì, e anche numerose altre profezie di lei si avverarono solo molti anni dopo la morte della veggente. A differenza di quanto avverrà più tardi per Maria Valtorta, il clero non la perseguitò con critiche ossessive e diniego della Santa Comunione: fu subito creduta e rispettata, prova evidente del fatto che la gerarchia ecclesiastica, nonostante la convulsa epoca rivoluzionaria, aveva le idee più chiare di oggi.

Anna Maria Taigi fu beatificata il 30 maggio 1920 e il suo corpo, assolutamente incorrotto, si conserva nella basilica di San Crisogono a Roma.

Una delle sue profezie suona così: “(...) andranno per le vie della Eterna Città Santa [Roma] bagnata dal Sangue dei Principi [gli Apostoli Pietro e Paolo, martirizzati a Roma sotto Nerone], portando la Lussuria in processione. Sacrilegi compiranno contro lo Spirito Santo e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e la Sua figura sarà fatta oggetto di scherno e di risa”.

Non si potrebbe dare descrizione più perfetta, pronunciata con due secoli di anticipo, dell’evento anticristico e diabolico noto come Gay Pride, e dell’altro, non meno inquietante, fenomeno anticristico: l’impedimento al Papa di parlare alla cosiddetta “Sapienza” da parte dei sessantasette presuntuosi assatanati.

 EMILIO BIAGINI


30
NOVEMBRE
2012
Articolo letto 1929 volte

PADRE LANZETTA, I DUBBI E LA VALTORTA

Subito dopo la pubblicazione di un mio articolo sulla Valtorta su “Riscossa Cristiana” ("Mistica e misconosciuta: il caso di Maria Valtorta", in pratica lo stesso articolo che si può leggere su questo sito), un esimio rappresentante del clero, Padre Serafino M. Lanzetta dei Francescani dell'Immacolata, con un articolo del 29 novembre 2012 (Il "caso Valtorta" tra consensi e condanne: come orientarsi?), si è evidentemente sentito in dovere di precisare, sulla medesima rivista online, che la Chiesa non riconosce affatto come soprannaturale la rivelazione privata a Maria Valtorta, e che non si può considerare l’opera maggiore di lei (L’Evangelo come mi è stato rivelato) un “quinto vangelo”.

Ma non mi risulta che “L’Evangelo come mi è stato rivelato” sia mai stato chiamato in tal modo da nessuno, eccetto forse da chi vuole screditarlo. Quanto al mancato riconoscimento da parte della Chiesa, è un fatto ben noto. Innumerevoli santi sono stati misconosciuti e perseguitati dagli uomini di Chiesa (i “nuovi sinedriti”, li chiamava la Voce che dettava alla Valtorta), specie nella nostra epoca, man mano che avanzava la secolarizzazione e man mano che il discernimento cristiano svaniva di fronte alle prove “scientifiche”, come nel caso delle stigmate di Padre Pio, caso troppo noto perché sia necessario soffermarvisi.

Anzitutto va detto che chi entra in contatto con le opere di Maria Valtorta non viene certo spinto a rinnegare i Vangeli o l’insegnamento della Chiesa. Al contrario, ne esce spiritualmente migliorato, come avviene leggendo i Fioretti di san Francesco, il Libro de su vida e le Moradas di santa Teresa di Avila o l’Imitazione di Cristo, tale è la suggestione delle parole da lei scritte. Non si è mai sentito che qualcuno abbia abiurato la Fede cattolica e la fedeltà dovuta alla Santa Madre Chiesa per aver letto la Valtorta.

L’articolo di padre Lanzetta s'interroga su come orientarsi nel “caso Valtorta”. Ebbene, orientarsi non è certo facile, in un dedalo di opinioni dove si dice tutto e il contrario di tutto, dove pareri favorevoli e sfavorevoli si rincorrono in girotondo. Tuttavia, fra i molti pareri favorevoli vi è quello del nostro grande e santo cardinale Siri, la cui opinione conta per me più di quella di chiunque altro.

Dopo una breve esposizione dei vari pareri, Lanzetta si orienta in senso contrario alla “veridicità soprannaturale dell’Opera” in base a valutazioni a dir poco curiose. Scrive infatti: “non si può invocare come veridicità soprannaturale dell’Opera le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca, contro una cultura pressoché elementare della scrittrice e la non consultazione di fonti o di materiale scritturistico a livello scientifico. Questi elementi, che sono presenti, depongono piuttosto a favore di un’opera esimia sotto molti punti di vista, ma non sono per sé prova dell’ispirazione soprannaturale del Signore. Infatti, se si usasse solo questo metro, sullo stesso piatto della bilancia andrebbero messe anche quelle pagine che risentono di ridondanze, di sentimenti eccessivi, di descrizioni prolisse – a mio personalissimo giudizio, anche alcuni passaggi in cui poco c’è di teologico – che molto si distanziano dalla sobrietà dei Vangeli e che invece sono indice di un pensiero tutto femminile e contemporaneo alla scrivente.”

Ma un discorso basato esclusivamente su questioni stilistiche pecca gravemente di soggettivismo e non dimostra assolutamente nulla. Forse che anche i quattro Vangeli non sono diversi l'uno dall'altro perché la Rivelazione è stata recepita da ciascun evangelista inmodo differente a seconda della propria personalità e livello di cultura?

Forse che, tanto per fare un esempio, la Madonna, quando appare, parla con linguaggio forbito, magari in aramaico? A Lourdes ha detto: “Que soy era Immaculada Concepcion”, nel dialetto pirenaico del 1858. A Montallegro, nel 1557, la Madonna apparve a Giovanni Chichizola e disse: “Levati su e non temere; ma vanne allegramente al popolo di Rapallo e predica pure per le piazze e le contrade come ti è apparsa la Madre di Dio su questo monte. E quivi per mano degli angeli ha lasciato il sacro pegno del suo misterioso quadretto o ritratto, rappresentante il suo glorioso Transito, dalla Grecia trasportato. Digiunate il sabato! Digiunate!” Linguaggio appropriato al luogo e all’epoca.

Ovunque, le apparizioni e le locuzioni interiori mandate dal Cielo avvengono nel linguaggio più familiare a chi le riceve, e secondo la sensibilità di chi le riceve. Ovvio che la rivelazione privata alla Valtorta sia nella lingua comune dell’epoca in cui la veggente stessa è vissuta, e secondo la sensibilità di lei. O vogliamo credere che Dio e la Santa Vergine, quando si manifestano, siano incapaci di adattarsi ai fedeli?

Inoltre, i tremendi giudizi pronunciati contro il clero in molti scritti valtortiani nessun cristiano avrebbe osato scriverli, tanto meno la Valtorta, che si distingueva per un'esemplare carità, per virtù eroiche di sacrificio e di sopportazione paziente delle sue terribili infermità e delle persecuzioni alle quali lo stesso clero la sottoponeva. E non li avrebbe espressi neppure un nemico del clero e della Chiesa, il quale sarebbe invece stato ben lieto di vedere un clero non all'altezza della propria vocazione.

Sono giudizi che dimostrano una conoscenza totale di cosa sta dentro l'uomo, dentro tutti gli uomini, una conoscenza che non può essere di questo mondo. E se non altro per prudenza, essendo sotto continua e poco benevola osservazione (la punirono con il negarle la Comunione giornaliera, oltre che con una continua ossessiva critica di tutto quello che scriveva), era ovvio che la Valtorta si sarebbe astenuta da giudizi che in bocca ad un semplice essere umano sarebbero soltanto giudizi temerari, se non avesse dovuto per forza scriverli, a proprio rischio, perché le venivano dettati da un Altro.

Ma soprattutto, come si può credere che “le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca” non sarebbero altro che la dimostrazione di “un’opera esimia”, senza però dimostrare “ispirazione soprannaturale”?

Non so quanti libri abbia scritto Padre Lanzetta. Io ne ho scritto più di venti, fra testi universitari e di narrativa e credo di sapere cosa costi scrivere libri. E naturalmente non parlo di libri di filosofia e di teologia che possono nascere al chiuso di una biblioteca, ma di opere che trattano di eventi lontani nello spazio e nel tempo, che obbligano l'autore ad uscire dal chiuso e lavorare sul serio per andarsi a documentare.

Scrivere libri del genere non è semplice. Nel caso specifico, per la Valtorta si trattava appunto di raccontare una storia geograficamente e storicamente remota, e questo da parte di una paralitica piuttosto ignorante inchiodata ad un letto.

Dopo molti decenni di studi sulla geografia storica del Sudafrica, delle Isole Britanniche, dell'Austria e della Germania, credo di poter parlare con una certa cognizione di causa su cosa comporti un’impresa del genere. Che il libro debba essere un saggio o un romanzo non fa differenza: lo sforzo di ricerca è ugualmente immenso. Occorre viaggiare ed osservare, essere in buona salute, faticare, sudare. Il lavoro di documentazione non finisce mai, sul terreno e negli archivi. Si traccia lo schema del lavoro, poi lo si modifica, poi si stende un primo abbozzo, si scrive e si riscrive, si fa una revisione dopo l’altra, e i ripensamenti non mancano fino alla fine.

Negando che la Valtorta sia stata ispirata la si insulta e le si dà esplicitamente della bugiarda, perpetuando così la persecuzione nei suoi confronti. E non è assolutamente una questione di “esaltante fanatismo”, come il Lanzetta, dando prova di ammirevole carità, definisce l’atteggiamento di coloro che credono che la Valtorta abbia davvero ricevuto una rivelazione privata.

È invece solo una questione di elementare logica applicata all'esame dei fatti: una paralitica inchiodata ad un letto, di cultura limitatissima, scrive di avvenimenti remoti, senza esitazione, di getto, senza correggere, produce opere (non solo "L'Evangelo come mi è stato rivelato", ma anche molto altro), di profondità eccezionale (e quella potrebbe, forse, ancora venire da lei stessa), ma soprattutto rivelando conoscenze assolutamente esatte di innumerevoli aspetti e dettagli che umanamente NON poteva conoscere.

Ora, uno può essere uno scrittore “esimio” quanto si vuole, di alto sentire, di prodigiosa ed “esimia” profondità di pensiero e capace di scrivere pensieri "esimi" in uno stile meravigliosamente “esimio”, manessuno (fosse pure Omero, Dante, Shakespeare, Goethe, Manzoni, Li Po, Kalidasa, Tagore, Omar Khayam e Firdusi messi insieme), dico NESSUNO può scrivere quello che non sa. Non può, nel modo più assoluto. E, ripeto, Maria Valtorta NON poteva umanamente sapere tutto quello che descrive. Assodata questa umana impossibilità, cosa resta?

Gradirei ricevere commenti da Padre Lanzetta e da altri detrattori della Valtorta.

EMILIO BIAGINI


09
NOVEMBRE
2012
Articolo letto 2180 volte

 

“Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina”.

L’autrice di questo brano è una mistica contemporanea, che appena adesso (e non senza opposizione da parte di chierici progressisti, come già si era verificato per San Padre Pio) si comincia a conoscere e ad apprezzare: Maria Valtorta (Caserta 1897-Viareggio 1961) (vedi ), una persona di limitata cultura, che aveva compiuto solo studi tecnici, il cui unico pregio intellettuale era quella di avere un’eccellente memoria, che le permise di riportare nei minimi dettagli ciò che vedeva. La Valtorta fu paralitica per gran parte della sua vita. Inchiodata a letto senza avere la possibilità di compiere alcuna ricerca, senza conoscere alcuna lingua orientale, senza aver mai lasciato l’Italia, descrisse in modo dettagliatissimo la vita del Salvatore, dimostrando di conoscere perfino la conformazione del territorio, incluse descrizioni di peculiari formazioni rocciose (confermato da un geologo che aveva lavorato in Palestina) e le minute differenze di pronuncia della lingua ebraica tra la Galilea e la Giudea. Costei più volte ebbe la visione della rosa paradisiaca e più volte la descrisse, anche in assai maggior dettaglio rispetto alle poche righe riportate sopra. La visione corrisponde esattamente all’immagine del Paradiso nella Divina Commedia come “candida rosa” (Canto XXXI, 1-3), oggetto di una delle più impressionanti tavole disegnate dal Doré nella grande edizione illustrata del Poema.

 

 

Leggi tutto...


21
LUGLIO
2012
Articolo letto 1641 volte

DIRITTO DI FAMIGLIA

Atto unico

 

Personaggi:

CANDIDO Speranza, venticinquenne, prossimo al matrimonio, sprizzante ottimismo, almeno all’inizio;

GIOCONDO Speranza, zio di Candido, cinquantenne, molto male in arnese;

un CAMERIERE.

 

Un tavolo al bar.

 

CANDIDO — O zio, come stai? È un bel po’ che non ci vediamo.

GIOCONDO — Sì, un “Po” di tempo con la maiuscola.

CANDIDO — Hai sempre voglia di scherzare. Vieni, sediamoci un momento al bar.

GIOCONDO — Non che ci sia gran che da scherzare, sai? Penso che tu abbia saputo...

CANDIDO — Sss... sì... mi hanno detto qualcosa...

GIOCONDO — E tu stai per sposarti?

CANDIDO — Sì, zio, e sono felice. Stavo giusto andando a cercare gli anelli.

GIOCONDO — Mmmm...

CANDIDO — Mamma e papà sono così contenti... e anche i genitori di lei... Ma tu mi sembri...

GIOCONDO — ... mal messo? Altroché mal messo...

CANDIDO — Vuoi un caffè?

GIOCONDO — Meglio un tramezzino.

(Il cameriere si avvicina.)

CANDIDO — Hai proprio fame. Cameriere, un tramezzino, e due cappuccini. Ti va bene il cappuccino, zio?

GIOCONDO — Va benissimo.

CAMERIERE — Subito, signore. (Esce per eseguire.)

CANDIDO — Ti ci vorrebbe anche un nuovo vestito... Oh, scusa...

GIOCONDO — Non ti scusare. Non posso certo nascondere che ho toccato il fondo... o sto per toccarlo...

CANDIDO — Ma cos’è successo, di preciso?

GIOCONDO — È una storia squallida e miserabile.

CANDIDO — Se ti fa troppo male, non dire niente, zio.

(Arriva il cameriere e porta le ordinazioni. Giocondo comincia avidamente a mangiare il tramezzino e per un poco nessuno dei due parla.)

GIOCONDO — Vedi, anch’io vent’anni fa ero entusiasta come te e stavo per sposarmi. Tutto sembrava a posto e non c’era motivo di sospettare... o di temere... (Continua ad addentare il resto del tramezzino.)

CANDIDO — Mi spaventi.

GIOCONDO — Fai bene a spaventarti. Ero felicemente sposato, con due figlie, come saprai, e guadagnavo bene come ingegnere. Un giorno, di ritorno a casa dopo il lavoro, ho trovato... (Si interrompe, abbassa gli occhi e si concentra sull’ultimo boccone del tramezzino.)

CANDIDO — Qualcosa di terribile...

GIOCONDO — Solo le mie due valige, davanti alla porta chiusa...

CANDIDO — E poi...

GIOCONDO — ... e poi, attraverso la porta chiusa, senza neppure aprire uno spiraglio, mia moglie mi ha detto di andarmene. Voleva il divorzio. Aveva parlato con l’avvocato. L’avvocato le aveva detto di fare così... che andava bene così... che era suo pieno diritto fare così...

CANDIDO — Ma come?

GIOCONDO — È il nuovo diritto di famiglia.

CANDIDO — Mostruoso.

GIOCONDO — Ho dovuto tornare da mia madre, dalla nonna, sai... che è morta di crepacuore pochi mesi dopo.

CANDIDO — E la casa? Era tua.

GIOCONDO — Non più. È il nuovo diritto di famiglia. La puttana si era incapricciata di un teppista con l’orecchino e la coda di cavallo. Naturalmente ho scoperto tutto quanto dopo... Un giovinastro senza arte né parte, più giovane di lei di quindici anni. Si è presa l’appartamento e mi frappone difficoltà d’ogni genere per non farmi incontrare con le mie figlie. Due povere adolescenti, che chissà cosa diventeranno con una madre come quella e in una situazione come quella?

CANDIDO — Ma è atroce...

GIOCONDO — Dice, la puttana, che se le incontrassi, le metterei contro di lei. Sempre in combutta con quell’azzeccagarbugli, sempre a trovare nuovi cavilli per tenermi lontano dalle mie figlie...

CANDIDO — Non immaginavo tutto questo. In casa non ne parlano.

GIOCONDO — La vergogna la sentono gli innocenti. Le carogne, invece...

CANDIDO — Ma non li hai denunciati?

GIOCONDO — Denunciati? La legge è dalla loro parte. È il nuovo diritto di famiglia.

CANDIDO — Ma in questo modo si distrugge una società.

GIOCONDO — È già bell’e che distrutta. Il padre non esiste più. Le femministe vomitano liquame di fogna contro la figura del padre... il “patriarcato”, come lo chiamano...

CANDIDO — È un’infamia.

GIOCONDO — Col nuovo diritto di famiglia è scomparso il reato di adulterio. Ci s’è messo anche il vomito di fogna della cosiddetta scienza dell’evoluzionismo: l’adulterio è determinato geneticamente, dicono, la colpa non esiste.

CANDIDO — Dai frutti si riconosce l’albero.

GIOCONDO — Così la legge è dalla loro parte: niente più reato, tanto meno peccato, di adulterio. La moglie tradisce ed è autorizzata a tenersi i figli e a spogliare il marito. Ero un rispettato professionista e guadagnavo bene. Continuo a guadagnare bene e devo consegnare quasi tutto a lei, che ci si mantenga il suo “fidanzatino”, e io... io... sai cosa faccio?

CANDIDO — Cosa?

GIOCONDO — Vado a prendere la minestra dai frati.

CANDIDO — La minestra dai frati!?

GIOCONDO — Sì, la minestra dai frati... E cosa credi? Ce ne sono migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia come me... Normali padri di famiglia spogliati di tutto da mogli puttane...

CANDIDO — Non ho parole.

GIOCONDO — Che vuoi farci? È la “civile conquista del divorzio”. Nipote mio, non ti sposare; piuttosto vai a convivere. Altrimenti potresti svegliarti un giorno con la serpe che ti sei scaldata in seno pronta a gettarti fuori di casa tua perché ha trovato uno che la soddisfa di più a letto.

CANDIDO — Ma la Chiesa? Il santo matrimonio?

GIOCONDO — (con indignazione) La Chiesa... la Chiesa è stata mooooolto prudente quando si è trattato di combattere il divorzio. Quante volte gli attivisti del referendum si sono visti chiudere in faccia le porte delle parrocchie?... Ed ora è lo stesso con l’aborto e altre oscenità... Ma per carità... Monsignor Tentenna docet: vivere tranquilli... non scuotere la barca... prudenza... prudenza... prudenza... andare d’accordo col mondo moderno... coi laicisti... con tutti, fuorché col proprio gregge abbandonato ai lupi...

CANDIDO — Mi hai fatto venire la pelle d’oca. Non so più cosa pensare.

GIOCONDO — I monsignori... se lo tengano il loro sale insipido... Poi pretendono le virtù eroiche da noi... pretendono l’obbedienza...

CANDIDO — Ma non tutta la gerarchia...

GIOCONDO — Sì, l’ho sentita questa storia: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce... eccetera. È quello che si dice sempre, ma intanto il sale resta insipido.

CANDIDO — Non dovrei sposarmi?

GIOCONDO — Secondo me no. Con queste leggi immonde, ammantate di buonismo, è un rischio troppo grande. E ora senti, salutami i tuoi e grazie del tramezzino, ma è quasi l’ora della minestra dai frati.

CANDIDO — I frati, almeno...

GIOCONDO — Qualcuno... fanno quel che possono... ciao...

(E l’ingegner Giocondo Speranza, estratto il bolacchino per la minestra da sotto il cappotto sdrucito, corre via.)

CANDIDO — Ma perché mi è toccato nascere in quest’epoca infame?

 

Digrignando per la rabbia, cala la tela

 


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
I nostri articoli sono stati letti
volte
 
RICERCA

Per effettuare una ricerca interna al sito:

 
ULTIMO ARTICOLO
 
 
 
© I TRIGOTTI
Tutti i diritti riservati - Informativa Cookies

Credits www.dpsonline.it