Genova, 21 Gennaio 2018 04.46





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1332 volte

DAL VOLUME DI RACCONTI "L'ALBERO SECCO"

 

DI MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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LA GRANDE SCOPERTA

Era una sera buia e tempestosa, e la spedizione scientifica sotto l’alto patronato dell’ONU e del Museo della Scienza di Londra, risaliva una gelida valle della Corea del Nord. A scanso di guai, gli scienziati erano ben protetti da una nutrita scorta di guardie armate, messa a disposizione dal benefico regime del padre della patria Kim Jon Il. Sembra che quelle guardie fossero state momentaneamente sottratte ai loro normali compiti di sorveglianza dei cimiteri. Perché ci fosse bisogno di sorvegliare i cimiteri non era chiaro. La propaganda fascista e capitalista insinuava che i sudditi del felice regno comunista nord-coreano rubassero i cadaveri per sfamarsi. E forse una spedizione disarmata di cadaveri ancora vivi (per il momento), e quindi ancora freschi, avrebbe attirato gli appetiti dei felici sudditi ancor più di un cimitero.

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28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1765 volte

STRALCIO DAL ROMANZO "LA NUOVA TERRA"

 

DI EMILIO BIAGINI

 

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Prologo

 

1

Le trafitture venivano a ondate, sempre più frequenti e profonde, dal ventre gonfio della donna che si muoveva con disperata lentezza, come un animale ferito. Eppure la legna doveva portarla fino alla cucina, altrimenti la padrona l’avrebbe battuta di nuovo.

La padrona era molto più vecchia di lei e sformata dalle continue gravidanze, e non amava certo che il marito trascorresse le notti con la schiava. E poi la casa era già piena di bambini o, come diceva il predikant girovago, “benedetta da abbondante prole”. Perché aumentare ancora il numero degli hotnot? Ce n’erano già a sufficienza per tagliare la legna e trasportare l’acqua. Questo diceva la padrona, questo ripeteva sempre la padrona alle amiche delle fattorie vicine, la Visser, la Schoeman e la van der Merwe, sempre le stesse amiche, sempre le stesse parole. Per raggiungere le altre fattorie occorreva un viaggio di alcuni giorni sul carro trainato da buoi, e si finiva per andarci assai di rado. Le poche idee non circolavano molto velocemente.

La donna aveva anche un nome, con cui i padroni avevano deciso di chiamarla. Ma in quel momento non riusciva neppure a ricordarlo. Troppo atroce era il dolore. La legna le sfuggì e si sparse per l’aia. Ella si accucciò, poi si distese nella polvere e urlò.

La padrona si affacciò sulla porta:

— Che c’è, cagna? È il tuo bastardo che arriva? —

Un’altra schiava, giovanissima, dal corpo ancora acerbo, uscì di corsa dalla grande casa, si precipitò giù dallo stoep (lo zoccolo rialzato che correva tutto intorno alla casa) e corse ad aiutarla. Anche lei aveva un nome: ed anche un cognome, quello stesso dei padroni: van der Ross. Nessuno schiavo aveva un cognome di sua scelta, e del resto a che serve un nome se si è schiavi? “Ehi tu”, o “cane”, o “lurido hotnot” sono più che sufficienti. La nuova arrivata aveva i lineamenti marcati della mezzosangue ottentotta. Quella che giaceva a terra aveva i tratti più fini, orientali, ed era molto scura di carnagione.

Quando l’ondata del dolore si ritirò per un attimo, la donna si alzò, sostenuta dall’altra, ed entrò, il volto contratto e madido di sudore, nella casa dei van der Ross. Anche lei era una van der Ross, in fondo. Non aveva nessun altro cognome.

Nel grumo di case di mattoni e di vie fangose, che solo da poco era apparsa sulle carte geografiche come Kaapstad (e non sapeva ancora che sarebbe stata tradotta in Cape Town, Città del Capo), dove sedeva il governatore e tutta la gente importante della colonia, il divieto della Nederlandsche Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali di detenere schiavi cristiani era stato proclamato da due settimane, ma nessuna notizia ne era ancora giunta in quella remota valle. Sessantaquattro anni dopo, nel 1834, la schiavitù sarebbe stata abolita dal governo britannico, causando le ire dei coloni Afrikaner, molti dei quali dovevano emigrare all’interno fondando le repubbliche boere. Ma le comunicazioni ufficiali, col sigillo in ceralacca rossa, che differenza avrebbero fatto? Le leggi non possono cambiare il colore della pelle. Così erano condannati ad esistere, nelle generazioni a venire, van der Ross bianchi, e van der Ross meticci, e van der Ross dal colore incerto.


28
GIUGNO
2012
Articolo letto 529 volte

PREFAZIONE DEL PROF. PIERO VASSALLO

DEL VOLUME DI COMMEDIE "IL SEME SEPOLTO" DI EMILIO BIAGINI

 

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Straordinaria figura di scienziato immune dalla spocchia incombente sopra la maggioranza accademica, Emilio Biagini è noto agli studiosi di geopolitica quale autore di tre ponderosi e animosi volumi sullo sviluppo, “Ambiente, conflitto e sviluppo. Le Isole Britanniche nel contesto globale”, (Ecig, Genova, 2004, 2a ed. 2007).

I citati volumi di Biagini costituiscono il risultato impertinente e scomodo di un lungo viaggio attraverso gli inconfessabili e perciò nascosti retroscena dei processi di sviluppo e dei loro velenosi motori ideologici.

L’opera di Biagini è utile e specialmente raccomandata agli studiosi cattolici che hanno maturato la difficile scelta del campo anticonformista.

Animato da un autentico interesse per la filosofia e la teologia, l’autore evita, infatti, le escursioni nell’arcigno e fumoso linguaggio degli specialisti e si esprime, senza impacci, in un italiano elegante e scorrevole, cui non mancano il pepe dell’arguzia e il sale dell’ironia.

Inoltre nelle righe del testo biaginiano corre una critica argomentata e beffarda dei miti sopra i quali è appoggiato il tempio mediatico al “Progresso”.

Un intollerabile atto di insubordinazione, non immediatamente avvertito dai vigilanti costituiti a difesa dell’idolatria.

In origine raccolta di dispense universitarie dal 2002, l’opera di Biagini, infatti, è stata registrata nell’indice dei libri proibiti dall’inquisizione politicamente corretta, in ritardo e solo perché ha suscitato lo sdegno solitario e tardivo di una studentessa “laica, democratica e progressista”.

Ovviamente la distratta baronia dei parrucconi infeudati nell’università di Cagliari (dove Biagini, indisturbato, sta in cattedra da oltre un ventennio), udito il grido di dolore della solitaria contestatrice è insorta sdegnata, sollecitando una precipitosa censura.

Di colpo, docenti tuttologi e giornalisti nullologi si sono scoperti in grado di criticare tre volumi (di 1606 pagine complessive) che non hanno mai letto.

Di colpo, “qualcuno” si preoccupava di raccogliere firme tra gli studenti, a sostegno della censura del minculpop.

Per la durata di innumerevoli orribili anni, dunque, nessuno fra i discenti e i rinomati colleghi ha avuto alcunché da dire sulle lezioni del professor Biagini.

Si tratta dunque di sdegno a scoppio ritardato. Lo ammette Mauro Liscia, nell’Espresso del 18 giugno: “può sembrare strano, ma sono sette anni che l’estroso professore [Biagini] divulga nell’ateneo il suo sapere sbrigativo”.

Ma un momento, non sono sette, ma ben diciassette anni. Dal 1992 e per dieci anni “l’estroso professore” ha insegnato sul suo testo “Irlanda. Sviluppo e conflitto alla periferia d’Europa”, che anticipa sotto ogni rispetto il testo finito sotto la ringhiosa inquisizione laicista e relativista.

Ma fermi, fermi. Già venticinque anni fa, all’università di Trieste, l’“estroso professore” insegnava su un proprio testo “Sud Africa al bivio: sviluppo e conflitto”, pubblicato nell’orwelliano anno 1984 dalla Casa editrice Franco Angeli di Milano, che anticipa anch’esso da ogni punto di vista il testo scomunicato dal ridicolo minculpop cagliaritano.

D’altra parte le incriminate opere del professor Biagini sono state pubblicate, senza creare imbarazzo e senza sollecitare scandalo, da importanti case editrici straniere come la Pinter di Londra, la Projekte-Verlag di Halle e la Kluwer di Dordrecht.

Per venticinque anni, laicisti, nichilisti, marxisti in ritardo falsamente pentiti o apertamente impenitenti hanno dormito, dapprima nella speranza che l’agognata vittoria del marxismo permettesse loro di inviare in Siberia tutti gli individui col vizio di pensare con la propria testa.

Dopo il 1989, i medesimi insigni personaggi dell’alta cultura, hanno continuato a dormire, forse in attesa che guarissero certe ammaccature causate al contenitore del loro stanco cerebro dai calcinacci di un certo muro che avrebbe dovuto segnare il confine dell’impero comunista dei mille anni.

A Biagini l’inquisizione progressista rivolge l’accusa, gravissima e non espiabile, di scorrettezza, per aver citato alcuni episodi, apparsi sui giornali di tutto il mondo, nei quali individui omosessuali hanno prevaricato ai danni dei normali, come quando una preside di un liceo londinese ha vietato agli studenti di andare a vedere “Romeo e Giulietta” (rappresentazione per la quale gli studenti stessi avevano ricevuto i biglietti gratuiti) perché si tratta di una storia “blatantly heterosexual” (sfacciatamente eterosessuale).

Altra gravissima accusa quella di aver demolito la fama scientifica e filosofica dell’intoccabile Giordano Bruno, una delle figure venerate nel rumoroso baraccone progressista.

Ovviamente contro i libri del Biagini non c’è nulla di serio. Nessuno, dell’intera muta ringhiante e scatenata, si è minimamente sforzato di confutare una sola delle affermazioni dei suoi libri.

“Il Biagini ha detto questo ……. Oh, scandalo”. “Il Biagini ha detto quest’altro ……. Oh, vergogna”. Ecco il tipo di “ragionamento” (si fa per dire) adoperato.

Il “pensiero” progressista, dopo aver consumato la frutta, sta sorseggiando un amarissimo ammazza caffè.

La gloria dell’istituto Gramsci fu. La geometrica filosofia di Spinoza si è abbassata al punto di lambire le matematiche facezie di Odifreddi. Il Marx-pensiero miagola nel talk-show di Augias.

La scena dell’egemonia culturale dei progressisti volge al tramonto, coartata dall’eloquenza del fatto storico.

La gloriosa armata del pensiero rosso è compressa in un manipolo di pappagalli urlanti nelle aule dell’insignificanza in cattedra e nel teatro dell’effimero.

Il potere assordante dell’urlo pappagallesco eccita solamente l’area delle mezze culture e del salotto snob. Si tratta (a ben vedere) dell’area provvisoriamente occupata dalla minoranza stretta intorno all’irriducibile Dario Franceschini.

Come accade alle navi messe all’asciutto nei cantieri, la cultura progressista rivela la magagna, la dipendenza da un pensiero dimezzato e s-pensierato.

Sotto la datata lettura dei romanzi di Jean-Paul Sartre e di Alberto Moravia, sotto la memoria della noiosa pedagogia di Bertholdt Brecht, sotto le canzonette impegnate di Jovanotti, la cultura di sinistra mostra le rughe della vecchiaia.

Al numero crescente dei refrattari può opporre solo ostracismi e linciaggi, oppure lo schiamazzo del salotto in cui la ricercata eleganza fa rima con il vuoto mentale e l’ignoranza.

Ora Biagini ha chiara l’urgenza di una reazione cattolica intesa a diradare le nebbie sollevate dalla cattiva letteratura e ad incalzare il consenso ottenuto dal cabaret laico e progressista.

Dotato di una preziosa e ben coltivata vena letteraria, qualità che gli è riconosciuta perfino dai redattori dell’Espresso, Biagini sta affermandosi quale pioniere di una letteratura cattolica capace di vigorosa controffensiva.

Da questa intenzione, sagacemente perseguita in lunghi anni di faticoso esercizio, hanno origine i fascinosi romanzi pubblicati da Biagini e le travolgenti commedie che hanno riscosso l’applauso entusiastico del pubblico radunato nel genovese Teatro della Gioventù.

In questo volume, “Il seme sepolto. Racconto dialogato”, la sua più recente fatica, Biagini propone quattro commedie giudiziarie, ricche di irresistibili spunti umoristici, che ripresentano in forma teatrale quelle medesime scomode verità esposte in forma scientifica nei volumi contestati dal minculpop cagliaritano.

È in scena la confutazione dei miti e delle leggende nere, che la cultura dell’accanimento terapeutico si ostina a somministrare ai clienti del boccheggiante “pensiero” laicista.

E anzitutto: cos’è questo “seme sepolto”? Quello della verità, che con fatica si cerca di far emergere, nel corso dei vari dibattimenti processuali.

Ed esso emerge, in forma inaspettata, alla fine, proprio nella conclusione dell’ultima commedia: non è solo un’idea, ma una persona.

Il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra immortale, la Santa Madre, personificazione della Chiesa, imputata ed assolta nella seconda e nella terza commedia, si converte e crede.

È anche lui il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la fede, e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

La prima commedia, “Chi si fida degli scienziati”, narra il dibattimento giudiziario sulla querela presentata dallo scientismo contro la scienza e la metafisica.

In opposizione alla logora opinione scientista, la vera scienza dimostra un fatto sconvolgente. “L’ordine del cosmo rivela una suprema intelligenza. I più recenti studi cosmologici dimostrano che l’universo è limitato nello spazio e nel tempo; ha avuto un inizio ed avrà una fine. Non ha quindi un’esistenza indipendente: non può averla. Esistono prove decisive di una “grande esplosione” che ha dato origine alla sua struttura attuale: avvenuta circa quindici miliardi di anni fa, coincide perfettamente con il racconto della Creazione, a meno che non ci si intestardisca nella vecchia interpretazione letterale dei giorni della creazione come veri giorni e non come ere, al pari dei ridicoli fondamentalisti protestanti.

Per rappresentare l’alleanza storica che l’errore stringe col vizio, l’autore immagina che il querelante scientismo chiami a testimoniare in suo favore i sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria), oltre alla maldicenza e alla calunnia, madre, quest’ultima, di un bambino mostruoso: l’omicidio.

In tal modo Biagini alleggerisce l’esposizione dei fondati ma non facili argomenti scientifici, diluendoli in una vivacissima, travolgente sequela satirica e umoristica.

La seconda commedia, “Lo strano caso del dottor Martin”, è la cronaca di una umoristica e scorrettissima escursione della risata intorno ai sofismi che alimentano il delirio teologico rimbalzante da Martin Lutero a Enrico VIII.

Un’eccellente occasione sfruttata dall’autore per smantellare le più assurde ma tenaci leggende messe in circolazione dal “teologicamente corretto”.

Ad esempio la dotta diceria che attribuisce alla cultura politica dei protestanti inglesi il merito di aver introdotto l’habeas corpus, “arrivato oltre un secolo dopo la costituzione di Papa Paolo III, che nel 1548 aveva obbligato a formulare l’accusa e ad iniziare il processo entro il terzo giorno dall’arresto”.

Opportunamente, Biagini dimostra che l’habeas corpus è un imperativo frequentemente disatteso dai protestanti inglesi, “con intere famiglie sbattute in galera e tenute dentro, benché si sapesse benissimo che erano innocenti, o meglio perché avevano l’unica colpa di essere irlandesi e cattoliche”.

Nella terza commedia “Camillo, mago del cavillo” è messo in scena un esilarante atto d’accusa al c.d. “risorgimento”.

Cavour sguscia come un’anguilla di fronte alla realtà: si sdilinquisce in proteste di “profondissimo filiale rispetto per la Santa Madre Chiesa”, e dice che Cristo era “uomo buono e certo grande profeta”.

L’avvocato che lo interroga inchioda immediatamente il teste, facendo notare che se Cristo fosse stato un semplice uomo, non poteva essere che un “mostro sado-masochista”, o un “nemico di se stesso e degli altri”, o un “pazzo furioso”.

La Croce sarebbe un insensato sacrificio, e solo dei mentecatti seguirebbero la dottrina cristiana, attratti dal miraggio di un inesistente paradiso.

L’unico modo per dare un senso all’insegnamento di Cristo è riconoscerLo in grado di mantenere le Sue promesse: Egli è Dio, il male sofferto sulla terra è ampiamente compensato dall’eterna felicità del paradiso.

Alla morsa di questa ferrea logica, il mago del cavillo si sottrae a guisa di serpente che s’imbuca fuggendo la luce: prototipo dei tanti assurdi individui che lodano Cristo, negandone la Divinità. Congenita idiozia? presa in giro dell’interlocutore? patologica avversione al ragionamento logico? misera furbizia atea che corteggia i cristiani per bassa speculazione politica?

Il culmine della comicità è l’interrogatorio durante il quale Peppino il pistolero, alias Giuseppe Garibaldi, con goffe acrobazie di parola, tenta di giustificare il taglio delle orecchie da lui subìto in Argentina, dove fu condannato all’umiliante mutilazione quale ladro di cavalli.

Biagini mette in bocca all’attor comico la lingua solenne e grottesca uscita del furente romanziere Garibaldi, il quale giustifica la sua attività di ladro e mercante di schiavi cinesi destinati alle miniere di guano sentenziando: “Sotto la Croce del Sud molti mestieri praticar fu d’uopo”.

Tutti e quattro i protagonisti del c.d. “risorgimento” — Camillo mago del cavillo, Peppino il pistolero, Peppino l’ideologo e Vittorio Testosterone — araldi del “progresso” laicista, parlano l’invecchiato, aulico linguaggio ottocentesco, a sottolineare l’appassire inevitabile delle arroganti pretese del progressismo d’ogni epoca.

La quarta e ultima commedia, “La lista del giudice Vaevictis”, la più coinvolgente, è un tentativo, forse il primo nel genere, di sottomettere il revisionismo ai princìpi della teologia cristiana della storia.

Respinta, anzi neppure avvertita, la tentazione dell’insostenibile negazionismo, Biagini accetta come verità ovvia che Hitler doveva essere comunque abbattuto, “ma non fu certo per la libertà che combatterono gli inglesi e i loro alleati. Quello era solo un mito propagandistico. Si trattava di uno scontro di contrapposti imperialismi, e in particolare la Gran Bretagna, fin da prima della Grande Guerra, agognava a distruggere la potenza economica e politica della Germania”.

Biagini apre una breccia nel muro mitologico che liquida con l’insulto fascisti! gli storici (ad esempio Renzo De Felice e Giampaolo Pansa) che tentano di gettare la luce dell’indiscreta verità sulla deliziosa e sacra storia dell’antifascismo.

Breccia attraverso cui fa capolino la paradossale battuta di Ennio Flaiano: il fascismo contempla due specie di militanti, i fascisti e gli antifascisti.

 

PIERO VASSALLO

Docente di Storia della Filosofia,

Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale


28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1627 volte

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DAL ROMANZO "LA PIOGGIA DI FUOCO", CHE TRATTA DELL'ANTICRISTO,

CON QUALCHE RIFERIMENTO ALL'EPOCA CONTEMPORANEA

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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Il giorno del Signore verrà come un ladro;

allora i cieli con fragore passeranno,

gli elementi consumati dal calore si dissolveranno

e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

 Seconda lettera di San Pietro, 3, 10

 

Dedicato alla maestra Cristina Vai

sospesa dall’insegnamento della religione

presso la scuola elementare “Bombicci”,

nella democratica Bologna rossa,

nel novembre dell’anno di Nostro Signore 2011,

perché “colpevole” di aver citato l’Apocalisse.

 

Con i più vivi complimenti alla curia di Bologna,

la quale ha prontamente nominato una nuova maestra,

avvallando la decisione delle autorità scolastiche:

così verrà risparmiato agli allievi il “turbamento”

di scoprire la differenza tra il bene e il male.

 

Ma soprattutto complimenti

alla deriva progressista postconciliare,

che ha dimenticato i quattro Novissimi

— Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso —,

le realtà assolute ed essenziali

per la salvezza delle anime,

non ultime quelle di preti e prelati.

LA PIOGGIA DI FUOCO


1

Tempi di guerra, in un piccolo pianeta a trentamila anni luce dal centro di una delle tante galassie, che fin dai tempi antichi gli uomini del pianeta avevano chiamato “Via lattea”.

Jehoshua Sunerazan alzò lo sguardo dalla Bibbia, la sua lettura preferita, e contemplò, con profonda preoccupazione, la carta geografica appesa alla sua destra. Questa mostrava, a scala piuttosto grande, il Medio Oriente, dove la pace ancora una volta era in pericolo. Nel vasto studio della grande villa di Taormina, inondato dalla luce mediterranea, l’alta ed austera figura di Sunerazan, dal viso sereno, i capelli incanutiti e alquanto lunghi, che parevano irraggiare luce, e gli occhi azzurri, sembrava il ritratto vivente della tradizionale immagine del Cristo. Il benessere del mondo intero, ossia di tutto quel piccolo pianeta, era oggetto delle sue costanti amorose cure.

La Banca Unitaria della Bontà Universale (BUBU), della quale era presidente onorario, aveva, fra le altre incombenze, l’incarico di sopperire alle necessità dei paesi poveri, ai quali veniva incontro con amorevoli piccoli prestiti di “mund”, la moneta unica mondiale che aveva sostituito il vecchio eurodollaro, e che il grande istituto di credito regolarmente stampava e distribuiva, essendo l’unico autorizzato all’emissione.

Amministratore unico della banca, che aveva la sede centrale a Strasburgo, di fronte al monumentale edificio del parlamento europeo, era un ottimo amico di Sunerazan, il plurilaureato (in economia, diritto e scienze politiche) dottor professor Peter Kefa, di Lutherstadt-Wittenberg, nella Sassonia-Anhalt di luterana memoria, uomo austero e di raffinata eleganza, fortunato proprietario di una sterminata collezione di cappotti “loden”, rettore magnifico della scuola superiore di economia “Sans souci” di Potsdam.

“Sans souci”: “senza preoccupazioni”. Non c’era davvero di che preoccuparsi con lui. Dotato di una faccia da maggiordomo del vampiro in un film horror, Kefa causava accessi di depressione in chiunque lo guardasse; per fortuna non si muoveva quasi mai dal suo ufficio con l’aria condizionata al centotreesimo piano del grattacielo della BUBU di Strasburgo, se non per andare in chiesa (con la moglie) e in loggia (senza la moglie). Da poco aveva concesso, in cambio di certe facilitazioni petrolifere, un generoso prestito a diversi paesi arabi i quali in realtà non ne avevano gran bisogno e purtroppo, con gran dispiacere di Jehoshua Sunerazan, l’avevano prontamente investito in armamenti. L’austero Kefa, invece, non aveva commentato: sembrava, nella sua austerità, non avere sentimenti. Non entravano nella sua contabilità.

Sunerazan, al contrario, irraggiava sentimenti. Amava tanto l’Oriente: si diceva che fosse di remota origine armena, forse della regione dell’Ararat, il monte “dove si era arrestata l’Arca”, dicevano alcuni. Altri facevano osservare che i traduttori sono spesso la quintessenza dell’idiozia, e che il diluvio non poteva esser salito fino al Grande Ararat, che è una montagna alta oltre cinquemila metri, e neppure fino al Piccolo Ararat, che ha pur sempre una vetta di quasi quattromila metri, mentre “arara” è una parola accadica che significa semplicemente “collina”, e con ogni probabilità era appunto su qualche collina della Mesopotamia che l’Arca era andata ad arenarsi alla fine del diluvio: evento del quale gli archeologi da secoli avevano trovato indiscutibili tracce negli strati sedimentari della Mesopotamia. Ma queste chiacchiere non illuminavano certo sulle origini di Sunerazan: un uomo interamente avvolto nel mistero, di profondissimo fascino, che irraggiava autorità, calma, padronanza di sé, un uomo che ispirava obbedienza e deferenza.


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


    Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

    I TRIGOTTI

    -Figura_aquila

    And the winner is …….

    Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

    MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon e-book

    Recens.Marcantonio Colonna-Il papa dittatore

    Un saggio fondamentale per comprendere la grande apostasia che sta travolgendo tanti uomini di Chiesa:

     

    MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon, e-book

     

    Ecco un libro che espone fatti, molti dei quali già ben noti, accanto a diversi altri meno noti, e che ha il grande pregio di sintetizzarli in modo efficace, così che scolpisce a tutto tondo l’immagine non proprio edificante del sedicente papa che sta tentando di scardinare la Chiesa (e che fallirà miseramente). Perché sedicente? Perché, a parte le molte eresie che già basterebbero a squalificarlo, la sua elezione è stata del tutto irregolare. Infatti il documento papale ufficiale di Giovanni Paolo II, Universi Dominici gregis, che regola il conclave, vieta categoricamente, sotto pena di scomunica latae sententiae, ai cardinali elettori ogni forma di accordo preventivo o campagna elettorale. La scomunica colpisce anche il candidato che dà il proprio assenso a questa forma di sostegno. Un papa scomunicato, eletto da una cricca di scomunicati, evidentemente non può essere papa di fronte a Dio.

     

    Bergoglio quindi non è papa, poiché la congiura a suo favore ci fu, ed egli non solo aveva dato il proprio assenso, ma attendeva con ansia il risultato. Già da arcivescovo di Buenos Aires aveva rivelato la sua ambiguità tipicamente argentina di marca peronista: dare ragione a tutti, non importa se di idee totalmente opposte; e infatti già allora era conservatore con i conservatori, estremista con i lugubri seguaci della cosiddetta “teologia della liberazione”. Tra il 2001 e il 2005 si compì la sua svolta a sinistra, che lo avvicinò a Martini e alla mafia di San Gallo, ma con tipica ambiguità sostenne apparentemente l’ortodossia, frenando al tempo stesso quelli che volevano opporsi con maggior energia alla svolta laicista del governo argentino, quando nel 2010 questo approvò il “matrimonio” omosessuale, e in tal modo vanificò l’opposizione cattolica lasciando tuttavia l’impressione di essere un difensore dell’ortodossia. Esattamente l’opposto del “sì-sì, no-no” evangelico.

     

    Mentre stava per raggiungere i settantacinque anni che lo avrebbero costretto a ritirarsi, si verificarono le dimissioni di Benedetto XVI, che lo rimisero in gioco. Lo scandalo Vikileaks del 2012 aveva rivelato l’impotenza di Papa Ratzinger a controllare il caos delle finanze vaticane, nonché la spaventosa corruzione morale del Vaticano. Occorreva chi potesse bonificare la palude, e il conclave del 2013 si svolse in un clima di paura, che non è certo lo stato d’animo migliore per fare una buona scelta. Per giunta, Bergoglio, erede politico di Juan Peron, è stato eletto in base ad una votazione discutibile e in sospetto di nullità per vizio procedurale.

     

    Abile manipolatore, con alle spalle un’esperienza come buttafuori di locali notturni di periferia prima di farsi prete, falso verso tutti e seminatore di terrore tra i suoi collaboratori, ama circondarsi di mediocrità che non gli danno ombra e che può facilmente controllare. Notevole la sua falsa umiltà, sempre manifestata in modo da attirare l’attenzione, fino a prendere ostentatamente la metropolitana di Buenos Aires portandosi dietro il fotografo per immortalare l’evento. La sua tendenza a ignorare le persone di rilievo per chiacchierare con gli umili, non è umiltà ma espressione di diffidenza e di severo controllo psicologico. Usando la sua rete di delatori nei punti chiave a Buenos Aires come a Roma, Bergoglio ha prodotto una vasta ragnatela di menzogne e di terrore.

     

    Navigato politico, si è spregiudicatamente servito dei mass media per presentarsi come il grande riformatore. In realtà nella diocesi di Buenos Aires aveva ottenuto solo risultati disastrosi: uno spaventoso calo di adesione alla Chiesa e il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose. Su scala maggiore ha ottenuto i medesimi risultati a Roma. Alla sua elezione vi erano tre gravi problemi: 1) lo scandalo della Curia romana, 2) gli abusi sessuali del clero, 3) il disastro delle finanze vaticane.

     

    La situazione era già grave al tempo di Pio XII, che non poté porvi rimedio. Aggiungo che i monsignori di Curia si guardavano bene dall’obbedirgli a tal punto che il Santo Padre una volta commentò: “Certo è che così io non ho degli aiutanti, ma dei Giuda” (Maria Valtorta, Lettere a Madre Teresa Maria, vol. II, p. 281). Sotto ogni successivo Papa, la palude vaticana andò peggiorando, perfino con San Giovanni Paolo II che era certamente un grande e santo papa, ma che trascurò interamente la fogna romana. L’unico che fece qualcosa fu Benedetto XVI, che destituì diverse decine di vescovi e centinaia di preti per il peccato contro natura, ma finì per dimettersi, sopraffatto da una situazione insostenibile (anche, sembra, per l’ostilità della venefica amministrazione Obama, che pare sia giunta ad impiegare hacker per bloccare i bancomat del Vaticano).

     

    Ma Bergoglio non ha fatto assolutamente nulla, a parte le chiacchiere buoniste di “misericordia” e di “chi sono io per giudicare?” Costui ha messo tutti i poteri, incluse polizia e giustizia, nelle mani dei responsabili della corruzione, così che la manovra contro la corruzione stessa è stata ridotta a parodia dai funzionari corrotti. Vengono invece spietatamente perseguitati tutti coloro che tentano di denunciare la corruzione. Vi è un capillare spionaggio interno che passa al setaccio ogni e-mail e registra tutte le telefonate, e guai se qualcuno osa chiamare una ditta esterna per verificare le manomissioni del suo computer.

     

    Bergoglio ha manipolato i Sinodi per la famiglia del 2014 e del 2015, sabotando la posta in modo che non pervenisse ai Padri sinodali il libro Permanere nella Verità di Cristo che difendeva la dottrina immutabile della Chiesa, e violando spudoratamente in tutti i modi le norme che regolano i Sinodi stessi. Nonostante l’opposizione della grande maggioranza alla “proposta Kasper” (che in termini ambigui suggeriva di avviare la Chiesa verso la tolleranza dell’adulterio e del peccato impuro contro natura, e minava il diritto dei genitori di educare i figli), i Padri se la sono ritrovata costantemente riproposta come se nulla fosse. Bergoglio e i suoi accoliti hanno forzato il Sinodo ordinario imponendo una disgregazione della pastorale, abbandonata all’arbitrio delle singole conferenze episcopali, in barba all’unità della Chiesa e all’ortodossia.

     

    Successivamente “papa” Francesco ha pubblicato l’esortazione apostolica Amoris laetitia nella quale “apre” alla Comunione agli adulteri impenitenti. Quattro cardinali (Burke, Caffarra, Meisner e Brandmuller), sostenuti da numerosi altri prelati e da personalità laiche, si sono permessi di chiedere delucidazioni private alle quali non è stata data risposta; allora hanno pubblicato le loro richieste, i famosi dubia, anch’essi rimasti senza risposta. Bergoglio ha invece spinto i suoi complici a screditare i firmatari. Infine uno dei più fidi bergogliani, Coccopalmerio, si è degnato di riaffermare, lo scardinamento delle norme morali in nome di generici sdilinquimenti buonisti per le “famiglie ferite”, in base ai quali la legge naturale non sarebbe più vincolante, ma una semplice “fonte di ispirazione” (qualunque cosa ciò voglia dire). Mi permetto di commentare che si sente in ciò il sibilo del serpente che si finge “più buono” di Dio.

     

    La Pontificia Accademia Pro Vita è stata poi erosa con la nomina a suo capo del carrierista Fisichella, cha ha dato subito l’impressione di essere favorevole all’aborto. Allontanato in seguito allo scandalo, è stato tuttavia ricompensato con la carica di capo del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Al suo posto è andato Vincenzo Paglia, sostenitore dell’educazione sessuale (che in pratica è corruzione di minorenni) e committente del noto affresco pornografico omosessuale blasfemo nella cattedrale di Terni. Bergoglio ha poi fatto piazza pulita nell’Accademia, con nuovi statuti, nuovi membri e la nuova direzione impressa dall’Amoris laetitia. Nel 2016, infatti tutti i membri sono stati licenziati ed è stata spalancata la porta ai non cattolici, mentre si è abolito il giuramento di fedeltà che obbligava i membri all’adesione alla dottrina cattolica. In parallelo a questa degna vicenda di normalizzazione bergogliana è stato pure messo all’angolo il Pontificio Istituto Teologico per Studi su Matrimonio e Famiglia: escluso dal Sinodo, e successivamente epurato.

     

    Il “pontificato” di Bergoglio è all’insegna dell’ambiguità, ma è più che lecito il sospetto che tutto ciò non sia prova d’incertezza, ma nasconda un disegno ben preciso di snaturare la Fede e la morale. Se questa non è la grande apostasia e l’abominio della desolazione non si sa proprio come chiamarla. Siamo di fronte al “pastore idolo” che idolatra se stesso e maltratta il gregge mentre fa le moine ai lupi? Dice il profeta Zaccaria: “… ecco, io susciterò nel paese un Pastore che non si curerà delle pecore che periscono, non cercherà le disperse, non guarirà quelle ferite, non nutrirà le sane, ma mangerà la carne delle grasse, e strapperà loro perfino le unghial Pastore stolto che abbandona il gregge!” (Zaccaria 11, 16–17). E il Divino Maestro disse alla veggente Maria Valtorta: “Fra i grandi della Chiesa vi sarà demoniaca vendemmia come dice l’Apocalisse, ma la Luce non può morire anche nell’orrore della prova. Allora verrà il pastore idolo e per i vivi di quel tempo sarà un bene la morte.” (I Quaderni del 1943, 9 dicembre).

     

    In effetti l’essenza della misericordia bergogliana è fatta proprio di maltrattamenti inflitti al gregge. Lo dimostra in modo lampante la persecuzione contro i Francescani dell’Immacolata che si attenevano rigorosamente al voto di povertà, celebravano la Santa Messa secondo il rito antico e attraevano un grandissimo numero di vocazioni, oltre a spingersi nella loro opera missionaria dove altri non andavano. La gente li seguiva e mostrava di preferirli agli altri ordini secolarizzati. Proprio per questo, sono stati commissariati, calunniati e distrutti, senza tener alcun conto della legge della Chiesa che prevede i principi della prova e dell’equo processo.

     

    Per la distruzione dei Francescani dell’Immacolata non è stata fornita alcuna spiegazione, nessuna accusa credibile è stata formulata, a parte le calunnie fatte filtrare sulla stampa, in perfetto stile dittatoriale. Monsignor José Rodriguez Carballo, numero due della Congregazione per gli Istituti della Vita Consacrata e quindi secondo firmatario, dopo il proprio diretto superiore, del decreto di commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, ha un interessante curriculum. È stato la prima nomina importante di Bergoglio a meno di un mese dal conclave; i suoi “meriti”, nei dieci anni in cui è stato Ministro Generale dell’Ordine francescano, includono un grande scandalo finanziario, con frode e appropriazione indebita di decine di milioni di euro che avevano messo in ginocchio le finanze dell’Ordine, ed erano stati investiti in società offshore in Svizzera, coinvolte nel commercio di armi, nel traffico di droga e nel riciclaggio di denaro.

     

    Su ordine di Bergoglio, il commissario imposto ai Francescani dell’Immacolata, padre Fidenzio Volpi, ha imposto sullo sventurato Ordine un vero regno del terrore, senza che mai venisse specificata e tanto meno provata alcuna loro irregolarità, e senza dare ai perseguitati il modo di difendersi, violando così le più elementari norme del diritto canonico. Volpi ha accusato Padre Mannelli di aver distratto fondi, una calunnia mai provata. Padre Mannelli ha risposto con una querela per diffamazione ottenendo piena soddisfazione dal tribunale di Avellino che ha imposto a Volpi di scusarsi e gli ha comminato una pesante multa. A tutte le personalità laiche indignate per il trattamento inflitto ai Francescani dell’Immacolata non è stata data alcuna risposta. È stato probabilmente costretto alle dimissioni un vescovo delle Filippine che aveva accolto sei frati dell’Immacolata fuggitivi, che avrebbero voluto rifondare l’Ordine nella sua diocesi.

     

    Analoga persecuzione ha colpito le Suore dell’Immacolata, accusate di amare il Rito antico della Messa, di “pregare troppo” e di fare “troppe penitenze”. La Suore si sono appellate al Tribunale della Segnatura Apostolica guidato dal cardinale Burke, il quale ha dato loro ragione. Quattro mesi dopo Bergoglio lo ha rimosso dalla carica.

     

    La vera causa della persecuzione contro i frati e le suore dell’Immacolata non è difficile da comprendere. Il loro enorme successo pastorale faceva sfigurare gli altri Ordini, che si erano adeguati alla deriva postconciliare, ed erano abbandonati dai fedeli, senza vocazioni e in pieno sfacelo. In altre parole, facevano risaltare il fallimento della Chiesa “progressista”.

     

    Il caso dei Legionari di Cristo, dove realmente vi era del marcio, e non poco, sta in forte contrasto con la gratuita persecuzione e la macchina del fango scatenata contro gli innocenti Padri dell’Immacolata. I Legionari di Cristo erano stati fondati da Marcel Maciel, tossicodipendente e sessualmente promiscuo, che ha dedicato il tempo alle sue amanti e a rastrellare soldi. Essi sono stati sì investigati, ma nel modo più paterno e benevolo. La procedura era stata avviata nel 2005 da Benedetto XVI e chiusa all’inizio del 2014, poco dopo l’insediamento di Bergoglio. La ricchezza dei Legionari di Cristo è stata un importante fattore nell’occhio di riguardo riservato alle loro magagne. I Francescani dell’Immacolata erano poveri e contro di loro non si è avuto alcun riguardo, sebbene fossero innocenti.

     

    Altro affare poco edificante è quello dei Cavalieri di Malta, ordine ospedaliero sovrano attivo in gran parte del mondo. Tutto è cominciato per la rivalità del gruppo tedesco, che non rispettava la morale cristiana, essendo coinvolto nella distribuzione di preservativi in America Latina, ed il Grande Maestro, Fra’ Matthew Festing, inglese che godeva della protezione del cardinale Burke. Si giunse così alla disputa su un grosso lascito amministrato da una fiduciaria di Ginevra, ben nota per la sua gestione in una serie di paradisi fiscali. Vi era una causa in corso tra l’Ordine e la fiduciaria ginevrina, che rischiava di far apparire il pesante coinvolgimento del Gran Cancelliere dell’Ordine, il tedesco Albrecht Boeselager, nella fiduciaria medesima. Boeselager venne costretto alle dimissioni, ma, per quanto dimissionario, e quindi a rischio di una esposizione dei suoi rapporti con la fiduciaria ginevrina, aveva modo di manovrare dietro le quinte, poiché suo fratello Georg era stato appena nominato al Consiglio di Soprintendenza delle Opere di Religione, in altre parole era diventato uno dei governatori della banca vaticana. Quindi Bergoglio intervenne, obbligando alla dimissioni Festing, mentre il Boeselager è stato reintegrato come Gran Cancelliere. Così, grazie alla “misericordia” bergogliana, l’uomo dei preservativi, sospettato di inosservanza dell’insegnamento morale della Chiesa, è stato premiato, e il superiore che aveva cercato di sanzionarlo ha perso la carica.

     

    Questa vittoria non mancava di aspetti gratificanti per certuni: nel 1952 il Vaticano aveva perso una causa contro l’Ordine di Malta, ed aveva così la sua rivalsa; ma soprattutto gratificante era la vendetta di Bergoglio per l’opposizione che gli era stata manifestata da membri dell’Ordine quando era arcivescovo di Buenos Aires; e con ogni probabilità vi era pure vendetta per la sconfitta argentina nella guerra delle Falkland. Il vero risultato è stato quello di sostenere un colpo di Stato aristocratico nell’Ordine di Malta, essendo Boeselager e i suoi sostenitori tutti aristocratici tedeschi, esattamente l’opposto della strombazzata posizione di Bergoglio contro i privilegi. Ma il contraccolpo più significativo è stato l’indebolimento del Cardinale Raymond Burke, contro il quale Bergoglio aveva orchestrato una delegittimazione segreta fin dalla pubblicazione dei dubia. Infatti l’incarico di Burke come Cardinale Patrono dell’Ordine è stato sospeso, e Monsignor Becciu ha ricevuto la nomina di delegato speciale per dirigere l’Ordine stesso, in spregio allo status sovrano da questo sempre goduto. L’Ordine di Malta è stato quindi posto sotto tutela, e non è stato distrutto solo perché si è arreso. Vari giuristi italiani hanno osservato che, se tale era il rispetto che il Vaticano aveva per la sovranità, nulla poteva impedire allo Stato italiano di inviare la polizia a investigare sulle finanze vaticane. Né va dimenticata l’interferenza bergogliana negli affari interni italiani, non certo per esortazioni apostoliche al bene, ma per far rimuovere da Roma i duecento manifesti che lo satireggiavano e per fermare il camion vela che si permetteva (scandalo!) di riaffermare che i bambini sono maschi e le bambine femmine, e un altro camion vela che recava il ritratto del Cardinale Caffarra (dichiarato dai poliziotti “un eretico” perché si opponeva al “papa”). La dittatura di Bergoglio ci ha dato anche questo: i poliziotti italiani che trinciano giudizi teologici a vanvera.

     

    Da Santa Marta, Bergoglio dispensa punizioni a quelli che gli sono antipatici e premia i suoi scherani. Prima della sua elezione era in urto con l’argentino Istituto del Verbo Incarnato, ed aveva antipatia per il vescovo di Ciudad del Este, in Paraguay, Monsignor Rogelio Livieres. Entrambi godevano di ottimo successo pastorale, evidenziato dal grande numero di vocazioni. Bergoglio, raggiunto il potere, ha disperso i loro seminaristi e distrutto il loro lavoro. Evidentemente anch’essi aderendo, come i Francescani dell’Immacolata, alla Tradizione e dimostrandone il successo pastorale contrastante con lo sfacelo progressista, andavano schiacciati per sopprimere scomodi termini di confronto.

     

    L’atmosfera in Vaticano è divenuta irrespirabile. Prima di Bergoglio vigeva la consuetudine dell’“udienza di tabella”, che garantiva ai capi dei dicasteri vaticani due udienze papali al mese, che si svolgevano in clima amichevole per discutere i vari problemi. Bergoglio le ha abolite; pochissimi riescono a parlargli e in modo irregolare, in base al capriccio del despota. E questa sarebbe la “collegialità”. Il controllo della Segreteria di Stato sul resto della Curia è diventato più assoluto che mai. Cardinali e monsignori sono estenuati da continui rimproveri, sgarbate critiche pubbliche, licenziamenti e minacce. Per un certo tempo il Segretario di Stato Pietro Parolin è stato favorito, ma da qualche tempo Bergoglio si avvale di più del Sostituto di Parolin, Monsignor Angelo Becciu, strumento più adatto ai suoi scopi perché ha più da guadagnare dal suo padrone. È nello stile bergogliano non permettere che alcuno di senta troppo sicuro fra quelli che compiono il lavoro sporco per lui.

     

    In un regime del genere, i prelati che godono del favore sono gli adulatori, come il cardinale Coccopalmerio che ha protetto il prete pedofilo Inzoli, e che si è avvalso come segretario di monsignor Luigi Capozzi, fino a quando costui è stato arrestato in un festino omosessuale a base di droga. O un affarista senza scrupoli come il cardinale Calcagno, il cui losco passato come vescovo di Savona non gli ha impedito di essere il responsabile del patrimonio della Chiesa. O il cardinale Baldisseri, abile manipolatore della “misericordia” nei Sinodi sulla Famiglia.

     

    I cardinali in disgrazia sono quelli nei quali Benedetto XVI aveva posto la sua fiducia: Burke, Müller e Sarah. Anche Ouellet è stato messo in disparte perché troppo indipendente. Nell’estate del 2016, tre funzionari del cardinale Müller sono stati convocati da Bergoglio e licenziati con l’accusa di averlo criticato; il cardinale Müller ha provato a difenderli e, in un’udienza ottenuta dopo diversi mesi, si è lamentato che i tre erano tra i migliori del suo dicastero, ma Bergoglio ha respinto ogni protesta, concludendo: “Io sono il papa e non ha bisogno di dare spiegazioni per nessuna delle mie decisioni. Ho deciso che se ne devono andare e se ne devono andare.” Il cardinale Sarah è stato privato di tutti i suoi collaboratori alla Congregazione per il Culto Divino, sostituiti da ventisette nuovi membri, lasciando così il cardinale del tutto isolato. Questo modo di procedere rientra nel metodo di Bergoglio di dare assicurazioni prima di fare un brusco voltafaccia, attaccando quelli che ritiene suoi nemici per isolarli e lasciarli senza risorse. In questo trova sostegno nei suoi lacché, incaricati di minacciare scomuniche e privazioni della dignità cardinalizia.

     

    La dittatura bergogliana non si basa soltanto sui lacché a sua disposizione in Vaticano, ma spazia per il mondo. Alcuni dei quarantacinque firmatari della lettera inviata il 29 giugno 2016 ai cardinali e ai patriarchi, nella quale si domandava loro di chiedere spiegazioni sulle proposizioni dubbie di Amoris laetitia, sono stati perseguitati, uno licenziato, un altro colpito da proibizione di parlare pubblicamente dell’esortazione “papale”, e così via; presumibilmente è stato risparmiato chi non era perseguitabile perché, in quanto laico, non era soggetto alla disciplina ecclesiastica. È da sottolineare che i firmatari chiedevano solo chiarimenti e non formulavano alcuna critica, ma sotto Bergoglio è vietato chiedere chiarimenti.

     

    Alcuni zeloti papisti, evidentemente malati di papolatria, hanno costituito un Osservatorio per l’Attuazione della Riforma della Chiesa di Papa Francesco. Questo gruppo ha iniziato nel corrente anno accademico un controllo di tutte le pubblicazioni e lezioni del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, onde accertare se seguono le nuove direttive, prevedendo anche di interrogare gli studenti all’uscita dalle lezioni, con l’evidente intento di servirsene cone spie. In pratica non si deve proporre un “ideale astratto” di matrimonio, cioè il matrimonio cristiano, ma adattarsi alle “situazioni concrete”, cioè agli adulteri, ai divorzi, alle famiglie in pezzi, eccetera. È l’applicazione letterale della teologia della rivoluzione, che capovolge la teologia: non si parte dal dato e dal precetto rivelato per calarlo nella realtà e lottare contro il peccato, ma si parte dalla realtà piena di peccato per adattarvi la Rivelazione a comodo dei peccatori. Come già osservato, il diavolo vuole apparire più buono di Dio.

     

    I risultati della mirabile “rivoluzione” bergogliana sono ben noti: estraniamento dei fedeli, crollo della frequenza alle funzioni religiose; e di certo il crollo sarebbe ancor più grave se tutti i vescovi e tutti i preti si comportassero in modo bergogliano, ma per fortuna ve ne sono ancora che tengono fede alla dottrina di sempre e sono seguiti dai fedeli. Le presenze alle udienze generali in Piazza San Pietro sono crollate da oltre cinquantamila nel 2013 a poche migliaia, e non vengono più fornite statistiche in materia dal 2016. Perfino in ambienti liberali si ammette il generale fallimento; gli stessi prelati che hanno spinto per l’elezione di Bergoglio sono ormai persuasi che si sia trattato di un tragico errore e pensano di farlo dimettere.

     

    La scomparsa della Clinton dalla scena politica ha lasciato solo Bergoglio nel suo folle piano di coalizzare contro gli USA l’America Latina e l’Europa, a formare “la patria grande”. La Brexit ha lasciato soli Macron e la Merkel rannicchiati intorno al fantasma dell’ordine liberale e della cospirazione mondialista, senza contare che Africa e Islam vi sono assolutamente estranei ed ostili. Il governo statunitense ha probabilmente in mano le prove che l’Obolo di San Pietro è stato usato per sostenere la campagna elettorale della (abortista e filomosessualista) Clinton, e potrebbe decidersi ad usarle dopo il brutale allontanamento dal Vaticano di Libero Milone, personaggio vicino agli USA.

     

    Ma Bergoglio è ancora fortissimo per il gran numero di sostenitori, e perché i nemici laici della Chiesa, che controllano i mass media, hanno investito molto su di lui, ed ora cercano di far passare la menzogna di un “papa” desideroso di riforme ma “impedito a metterle in opera” da una subdola opposizione interna. È chiaro invece che si tratta di un “papa” esclusivamente politico che sognava di diventare capo della sinistra mondiale. Non gli interessano né la dottrina né la liturgia, e non a caso non si inginocchia mai davanti al Santissimo. Si è formato in un Ordine come quello gesuita, squassato dal disastro del Sessantotto, e questo non l’ha certo formato in senso ortodosso e non gli ha ispirato riverenza di fronte al Mistero Divino. Dal modo come parla e agisce si direbbe che la sua formazione abbia molto risentito anche della sua già ricordata attività come buttafuori da locale notturno.

     

    Tuttavia, se anche si riuscisse a deporre Bergoglio, o se la natura lo eliminasse, non si sa cosa potrebbe succedere, perché i cardinali da lui nominati sono una grave incognita e la mafia di San Gallo potrebbe far eleggere al suo posto Parolin, che sarebbe un’altra iattura. C’è solo da pregare che la nuova elezione si svolga sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, come dovrebbero essere tutte le elezioni papali, senza blasfemi accordi preventivi, contrastanti con la disciplina della Universi Dominici gregis.

     

    Milita a favore dell’attendibilità di quanto rivelato dall’autore il fatto, già ricordato, che si tratta in gran parte di cose ben conosciute. Inoltre l’imponente apparato di note documenta passo per passo ogni affermazione.

     

    A metà del volume, l’autore offre un’interessante galleria fotografica dei protagonisti e comprimari dell’edificante vicenda: la faccia di Bergoglio, sorridente da una parte e truce dall’altra come Giano bifronte, ed i suoi complici e lacché, i delinquenti pedofili da lui protetti, ed infine le sue vittime, cioè i pochi che cercano di difendere la Fede e la giustizia.

     

    Questo libro andrebbe letto da ogni cattolico, ma soprattutto dai papolatri, quei sostenitori ad oltranza di Bergoglio che ritengono la figura del “papa” sempre moralmente inattaccabile, e accusano chi ne discute le mancanze come nemico della Fede. Costoro dovrebbero anzitutto informarsi sulla storia del papato, e rendersi conto che se da una parte vi sono stati Papi santi, ve ne sono stati altri che hanno causato immensi danni alla Chiesa: sul Soglio di Pietro si sono seduti fornicatori e assassini, nepotisti ed eretici. Il Papa è infallibile solo in rarissimi casi, codificati dal Concilio Vaticano I; in ogni altra occasione è un uomo fallibile come chiunque altro.

     

    L’atteggiamento corretto da adottare è quello del Padre Dante, il quale univa alla venerazione per l’ufficio papale (“le somme chiavi”) ad un giusto giudizio sui papi negativi per la Chiesa, e infatti non esitò a metterne alcuni all’inferno, insieme a prelati e chierici. Proprio l’altezza della funzione sacerdotale e, a maggior ragione, di quella papale, fa sì che, se colui che la riveste cade, sprofondi peggio del comune peccatore. Ma in ogni caso, proprio il disastroso comportamento di molti consacrati è prova dell’origine divina della Chiesa: qualunque altra organizzazione, servita così male, sarebbe da tempo crollata, e invece resiste, e resisterà fino alla fine dei tempi ed oltre, come Chiesa trionfante. Questo insegna la teologia, e questo dice San Tommaso d’Aquino, rigorosamente seguito dal Padre Dante.

     

    In conclusione, non è strano che un libro del genere sia stato pubblicato esclusivamente in forma elettronica. Qualunque editore che avesse osato stamparlo in forma cartacea, avrebbe sprecato il suo denaro perché le copie sarebbero state immediatamente sequestrate, senza contare possibili ulteriori spiacevoli conseguenze, visto il fatto che anche la polizia dello Stato italiano prende ordini da Bergoglio. E i soloni della sinistra laicista così pronti a latrare contro ogni interferenza vaticana, vera o presunta, davanti all’arroganza di Bergoglio, si comportano come le famose tre scimmiette: “Non parlare, non vedere, non udire”.

     

    EMILIO BIAGINI

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