Genova, 20 Novembre 2017 07.26





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1589 volte

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DAL ROMANZO "LA PIOGGIA DI FUOCO", CHE TRATTA DELL'ANTICRISTO,

CON QUALCHE RIFERIMENTO ALL'EPOCA CONTEMPORANEA

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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Il giorno del Signore verrà come un ladro;

allora i cieli con fragore passeranno,

gli elementi consumati dal calore si dissolveranno

e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.

 Seconda lettera di San Pietro, 3, 10

 

Dedicato alla maestra Cristina Vai

sospesa dall’insegnamento della religione

presso la scuola elementare “Bombicci”,

nella democratica Bologna rossa,

nel novembre dell’anno di Nostro Signore 2011,

perché “colpevole” di aver citato l’Apocalisse.

 

Con i più vivi complimenti alla curia di Bologna,

la quale ha prontamente nominato una nuova maestra,

avvallando la decisione delle autorità scolastiche:

così verrà risparmiato agli allievi il “turbamento”

di scoprire la differenza tra il bene e il male.

 

Ma soprattutto complimenti

alla deriva progressista postconciliare,

che ha dimenticato i quattro Novissimi

— Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso —,

le realtà assolute ed essenziali

per la salvezza delle anime,

non ultime quelle di preti e prelati.

LA PIOGGIA DI FUOCO


1

Tempi di guerra, in un piccolo pianeta a trentamila anni luce dal centro di una delle tante galassie, che fin dai tempi antichi gli uomini del pianeta avevano chiamato “Via lattea”.

Jehoshua Sunerazan alzò lo sguardo dalla Bibbia, la sua lettura preferita, e contemplò, con profonda preoccupazione, la carta geografica appesa alla sua destra. Questa mostrava, a scala piuttosto grande, il Medio Oriente, dove la pace ancora una volta era in pericolo. Nel vasto studio della grande villa di Taormina, inondato dalla luce mediterranea, l’alta ed austera figura di Sunerazan, dal viso sereno, i capelli incanutiti e alquanto lunghi, che parevano irraggiare luce, e gli occhi azzurri, sembrava il ritratto vivente della tradizionale immagine del Cristo. Il benessere del mondo intero, ossia di tutto quel piccolo pianeta, era oggetto delle sue costanti amorose cure.

La Banca Unitaria della Bontà Universale (BUBU), della quale era presidente onorario, aveva, fra le altre incombenze, l’incarico di sopperire alle necessità dei paesi poveri, ai quali veniva incontro con amorevoli piccoli prestiti di “mund”, la moneta unica mondiale che aveva sostituito il vecchio eurodollaro, e che il grande istituto di credito regolarmente stampava e distribuiva, essendo l’unico autorizzato all’emissione.

Amministratore unico della banca, che aveva la sede centrale a Strasburgo, di fronte al monumentale edificio del parlamento europeo, era un ottimo amico di Sunerazan, il plurilaureato (in economia, diritto e scienze politiche) dottor professor Peter Kefa, di Lutherstadt-Wittenberg, nella Sassonia-Anhalt di luterana memoria, uomo austero e di raffinata eleganza, fortunato proprietario di una sterminata collezione di cappotti “loden”, rettore magnifico della scuola superiore di economia “Sans souci” di Potsdam.

“Sans souci”: “senza preoccupazioni”. Non c’era davvero di che preoccuparsi con lui. Dotato di una faccia da maggiordomo del vampiro in un film horror, Kefa causava accessi di depressione in chiunque lo guardasse; per fortuna non si muoveva quasi mai dal suo ufficio con l’aria condizionata al centotreesimo piano del grattacielo della BUBU di Strasburgo, se non per andare in chiesa (con la moglie) e in loggia (senza la moglie). Da poco aveva concesso, in cambio di certe facilitazioni petrolifere, un generoso prestito a diversi paesi arabi i quali in realtà non ne avevano gran bisogno e purtroppo, con gran dispiacere di Jehoshua Sunerazan, l’avevano prontamente investito in armamenti. L’austero Kefa, invece, non aveva commentato: sembrava, nella sua austerità, non avere sentimenti. Non entravano nella sua contabilità.

Sunerazan, al contrario, irraggiava sentimenti. Amava tanto l’Oriente: si diceva che fosse di remota origine armena, forse della regione dell’Ararat, il monte “dove si era arrestata l’Arca”, dicevano alcuni. Altri facevano osservare che i traduttori sono spesso la quintessenza dell’idiozia, e che il diluvio non poteva esser salito fino al Grande Ararat, che è una montagna alta oltre cinquemila metri, e neppure fino al Piccolo Ararat, che ha pur sempre una vetta di quasi quattromila metri, mentre “arara” è una parola accadica che significa semplicemente “collina”, e con ogni probabilità era appunto su qualche collina della Mesopotamia che l’Arca era andata ad arenarsi alla fine del diluvio: evento del quale gli archeologi da secoli avevano trovato indiscutibili tracce negli strati sedimentari della Mesopotamia. Ma queste chiacchiere non illuminavano certo sulle origini di Sunerazan: un uomo interamente avvolto nel mistero, di profondissimo fascino, che irraggiava autorità, calma, padronanza di sé, un uomo che ispirava obbedienza e deferenza.


28
GIUGNO
2012
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DAL ROMANZO "IL PRATO ALTO",

STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI,

 

DI EMILIO E MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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60 a.C.

Ma era tutt’altro che finita. I confini settentrionali erano sempre pericolosi, e gli amici romani non avevano truppe sufficienti da impegnare in loro aiuto. Frattanto continuavano i miglioramenti tecnici, non senza conseguenze per la difesa. Da almeno un cinquantennio si produceva acciaio in forni ventilati con mantici, e si costruirono molte nuove strutture del genere, producendo spade di migliore qualità e in numero sempre maggiore.

Un nipote di Silvius, Valerius, possedeva uno di questi forni, alla periferia di Dolmynnydd, e fabbricava gladii che venivano venduti ad ottimi prezzi in tutta la vallata, dove si erano costituite unità ausiliarie di difesa mobili, che utilizzavano i migliori cavalli allevati sul posto.

I celti boi profughi, minacciati dai germani, si rifugiarono nella zona del clan Aiken, il cui nome celtico, insieme agli usi e ai costumi tradizionali, cominciava a romanizzarsi in Aicaenius. Sempre più si vedevano in giro uomini con i capelli tagliati alla romana, invece che lunghi in treccine; e indossanti la toga; sempre più i nomi che venivano imposti ai bambini erano latini. Sempre più si parlava latino, sia pure soltanto sermo rusticus, tanto che i profughi boi a stento si riconoscevano nei loro affini celtici del Norico.

Il druido Krom, giunse in quell’anno, con la sua famiglia, insieme ad altri sradicati dei boi, a Dolmynnydd, che qualcuno cominciava a chiamare Dolminius, anche se quella forma romana non prese mai il sopravvento sul nome celtico. La romanità restava pur sempre una mano di vernice superficiale, sotto la quale riaffiorava costantemente la rude superficie dell’arcaica, ma straordinariamente vitale, civiltà celtica.

Il caso volle che Krom, gallo per niente romanizzato, avesse una figlia, e che questa figlia, quattordicenne, di nome Klin, fosse una vera bellezza, con una folta e lunga chioma rossa e abbondanza di curve e mosse seducenti. Martius Aicaenius, figlio di Valerius, che aveva sedici anni, i capelli biondi tagliati alla romana e un bel portamento, se ne innamorò a prima vista.

I due cominciarono a lanciarsi occhiate, poi passarono alle parole (rigorosamente in celtico, perché lei non sapeva una parola di latino, neanche “rusticus”), poi ai fatti, nascosti dietro ogni possibile ostacolo, siepi, alberi, mucche e tutto ciò che poteva celare due corpi intenti ad esplorarsi a vicenda. Non arrivarono alla consumazione completa, per il momento, anche se ci andarono molto vicini.

Il problema era il solito dei matrimoni contrastati: i padri erano decisamente contrari da ambedue le parti. Il druido vide i due che si baciavano e si palpeggiavano e andò su tutte le furie.

Non aveva una spada, ma non l’avrebbe usata comunque. Aveva metodi più sottili. Era un druido di quelli più cattivi, ossia dei gradi più elevati dell’iniziazione segreta che, come tutti i segreti iniziatici, veniva dalla medesima fonte dai molteplici nomi: Doo, Baal, ed altri ancor meno piacevoli. Krom non si contentava di evocare spiriti e confezionare pozioni amorose o veleni, ma aveva compiuto sacrifici umani. La figlia “disonorata” poteva benissimo servire da vittima olocausta, ed egli, senza lasciar trasparire nulla, preparò la sua trappola. Radunò i boi e li arringò, con voce misurata e grande autorità:

— Figli di Tutates, ho avuto una rivelazione dal dio. Egli è irato con noi e ci ha scatenato contro i germani. Il perché ancora mi è oscuro, ma vi invito intanto a scrutare nei vostri cuori e a scrutarvi l’un l’altro, per scoprire se vi è fra noi qualche vittima che egli desideri gli sia offerta, perché gli dei talvolta hanno sete e noi dobbiamo placarli. —

Questo serviva a scatenare la caccia alle streghe all’interno della tribù, in modo che si accusassero l’un l’altro, “annusandosi” a vicenda, ossia cercando “segni” dimostranti che un membro, maschile o femminile, di essa, aveva recato offesa agli dei, o comunque era da loro desiderato come vittima. Perché questo era il lato oscuro del paganesimo: una fede in dei capricciosi, che a volte si comportavano con giustizia, altre volte infierivano senza un apparente motivo. Infatti, menti ancora primitive non riuscivano a distinguere il Bene supremo, dal quale avevano ricevuto la morale naturale, e che dava loro l’aspirazione alla giustizia e alla protezione del debole, dagli impulsi che provenivano da tutt’altra fonte.

All’atto pratico, le persone “annusate” erano — chissà perché? — quelle che davano ombra a qualcuno: le donne mature che stavano sfiorendo cercavano di inguaiare qualche bella giovane, il seduttore di rovinare il marito della propria amante per levarlo di mezzo, o il marito cercava di liquidare moglie e amante (più raffinato vederli bruciare vivi invece di un semplice e quasi indolore sbudellamento), il pastore che aveva bestie brutte e malate se la prendeva con quello che aveva greggi e armenti migliori.

E quando, a forza di guardarsi con sospetto l’un l’altro, fossero stati tutti coi nervi a fior di pelle, pronti ad estrarre la spada l’uno contro l’altro, il druido poteva finalmente annunciare che il dio gli aveva “rivelato” che la tale persona era per qualche motivo “desiderata” dal dio, così che poteva far fuori chi voleva. Non era bene che il padre dimostrasse di accorgersi che la figlia si dava a uno straniero, invece di aspettare che lui le si scegliesse un marito. Non era tanto la lussuria, ma la disobbedienza a costituire motivo di scandalo. Ma se fossero stati gli dei stessi a pronunciarsi, l’onta della figlia poteva lavarsi in modo impersonale e distaccato, senza perdere la faccia. La moglie avrebbe pianto un po’ per la perdita della sua creatura: era inevitabile, ma agli dei non si poteva dire di no.

Ma quale trionfo, quale potere gli offriva quell’occasione: al popolo avrebbe mostrato che la sua devozione religiosa era tale da non esitare perfino davanti al sacrificio dell’“adorata figlia”, mentre al cospetto dell’essere oscuro che serviva avrebbe acquisito un “merito” enorme. Un druido che aveva sacrificato un proprio figlio, aveva ottenuto il potere di uccidere col pensiero, ed egli sperava di riuscirci a sua volta. L’essere oscuro, lo scimiottatore di Dio, l’angelo caduto, andava pazzo per i sacrifici dei figli, dopo che, in Oriente, Abramo aveva condotto il figlio Isacco al sacrificio, ma naturalmente un angelo aveva fermato la mano del patriarca, perché il vero Dio non voleva sacrifici del genere.

I romani, pur essendo pagani, odiavano in sommo grado i sacrifici umani, e per questo li repressero sempre con estrema durezza ogni volta che capitò loro di incontrarli fra molte tribù celtiche, in particolare nelle profondamente barbariche isole britanniche e, nel Mediterraneo, tra i Fenici. La tutela della vita era maggiore, nella Roma pagana, come in Grecia, di quanto non sia oggi. Il giuramento di Ippocrate conteneva una formula contro l’aborto, che il digrignante neopaganesimo odierno, peggiore del vecchio paganesimo, ha abolito. Il diritto romano, nel primo secolo avanti Cristo, aveva da tempo elaborato il civilissimo principio conceptus pro nato habeto (il concepito sia considerato come già nato). I celti già romanizzati del Norico, e che neppure prima avevano mai pensato che gli dei potessero volere sacrifici umani rituali e formali (al massimo la Morrigan poteva accecarli nella furia dell’uccisione a caldo durante una battaglia), stavano per entrare in contatto con la realtà oscura del peggior paganesimo dei loro confratelli boi della remota Gallia.

Avanzava l’autunno, e si avvicinava il giorno dei sacrifici, quello che dopo l’effetto umanizzante del Cristianesimo si sarebbe ridotto a un semplice giorno di treat or trick (dolcetto o scherzetto) dei bambini: Halloween, che oggi non è che una festicciola idiota. A quell’epoca il significato di un simile giorno, che si chiamava Samhain, era ben diverso.

Klin non immaginava ancora la minaccia sospesa sulla sua testa, e tanto meno ne aveva idea Martius, sul quale, invece, la tempesta, per quanto assai più mite, era già scoppiata. L’avevano visto “in azione” con Klin, e il solito “qualcuno” ne aveva riferito a suo padre, che gli fece una lavata di capo. Anche qui la “colpa” non era la lussuria, anzi (le prove di virilità erano sempre ben viste), quanto piuttosto quella di danneggiare la famiglia mescolandosi a una tizia di quella congerie di cenciosi individui come i boi.

Per Ercole! Martius era “di buona famiglia”, con eccellenti prospettive di matrimonio, e quello stupido non si limitava a spassarsela, ma dichiarava chiaro e tondo che senza Klin non poteva vivere, e che l’avrebbe sposata a tutti i costi. Allora suo padre che, all’inizio del colloquio, era piuttosto divertito che adirato, divenne furibondo. La lussuria andava benissimo, l’amore no, perché si scontrava con la prevaricazione familiare, l’ipocrisia, l’interesse e il satanismo druidico.

Nessuno dei due ragazzi sospettava quanto stava per accadere. Mancavano due giorni al momento fatale. Pioveva a dirotto, e questo era un bene, perché i roghi non bruciano bene sotto la pioggia. Martius non aveva incontrato Klin quel giorno, perché suo padre, senza dare minimamente segno di quello che stava tramando, aveva caricato la figlia di tante piccole incombenze da non darle tempo di incontrare il ragazzo, e infine l’aveva mandata ad attingere ad un lontanissimo ruscello, con la scusa che l’acqua lì era migliore. Martius andò a letto col cuore stretto. Prima di addormentarsi, in preda ad una profonda nostalgia, pregò caldamente Giove Ottimo Massimo di fargliela almeno vedere in sogno.

Si svegliò verso l’alba, cioè all’ora che molti popoli antichi ritenevano fosse riservata ai sogni veritieri e premonitori. Era coperto di sudore, angosciato, terrorizzato. Ricordava in ogni dettaglio l’incubo orrendo appena sofferto. Aveva visto un demone spaventoso curvo su Klin addormentata, con le fauci grondanti sangue, e aveva sentito che era preda di una terribile droga che non le avrebbe permesso di fuggire o difendersi. Per un attimo il demone aveva assunto le sembianze, mostruosamente distorte, del padre di lei. Poi afferrava la vittima con gli artigli e la portava verso un orrendo rogo. Investita dalle fiamme, lei si dibatteva, spalancava gli occhi e guardava verso di lui, supplicando aiuto, e lui non poteva muoversi, come inchiodato al suolo. Si rivolgeva a suo padre, implorando il suo intervento, e quello rideva. E intorno al rogo ballavano e ululavano innumerevoli mostri e mostriciattoli di forme mai viste, tutti zanne insanguinate e artigli.

Si alzò, indossò la toga e mise ai piedi i calzari. Stava ancora piovendo e non aveva alcun riparo, ma uscì ugualmente di casa di soppiatto e si diresse verso l’accampamento dei boi. Una luce livida cominciava a filtrare tra le nubi a oriente. Tutti dormivano. Trovò a tastoni, o forse guidato da un Dio, la tenda di lei. Improvvisamente, come se il medesimo Dio la guidasse, lei fece capolino dalla tenda, Era stravolta. Vicino a lei, padre e madre dormivano, russando.

— Ah, grazie a Tutates, sei tu — bisbigliò lei.

— Vieni fuori, devo dirti una cosa. —

— Anch’io. —

Si allontanarono insieme, in tutta fretta, camminando a caso. Si fermarono sotto una quercia che li riparava un po’ dalla pioggia.

— Ho avuto un incubo spaventoso ... — cominciò lui.

— Anch’ io — ripeté lei.

Martius allora le raccontò quello che aveva sognato. E lei raccontò l’identico sogno, visto dalla parte di lei. Non poteva muoversi, e un mostro orrendo era curvo su di lei, e così via. Tutto identico.

— Klin, non può essere un caso. Ricordo di aver pregato Giove Ottimo Massimo perché potessi vederti almeno in sogno, e questo è il risultato. —

— E io ho pregato Tutates. —

— Tuo padre fa sacrifici umani? —

— Li ha fatti, ma credo che gli dei lo vogliano. —

— Ma quali dei? Non possono essere che demoni. —

— Cosa facciamo? —

— Fuggiamo. —

— Ma come? dove? — Tre millenni erano trascorsi dall’epoca di Kijr e Alin, quando una coppia poteva svignarsela nei boschi e, vivendo di caccia, attraversare mezza Europa. Martius, giovane civilizzato con la toga e i calzari di lusso, e la sua Klin, non sarebbero sopravvissuti. Egli se ne rendeva conto benissimo. Boschi e selvaggina ce n’era ancora a iosa, ma erano l’addestramento e la resistenza che mancavano.

— Mio padre è nostro nemico — constatò sconsolato Martius.

— E anche il mio, se il sogno non ci ha ingannato. —

— C’è una debole speranza. Qui vicino c’è la villa di mio zio Marcus, una grande villa, con le terme. è un uomo autorevole, fratello maggiore di mio padre. A volte è stato in contrasto con lui, non so perché. è l’unica nostra speranza. —

— Ci caccerà. Perché dovrebbe aiutarci? Voi norici odiate noi boi. Ci odiate e ci disprezzate. —

— Gli racconteremo del sogno. Crede nei presagi. E odia i sacrifici umani, come tutta la gente civile. Non li fanno i romani, non li fanno i greci. —

— Va bene, proviamo. —

Era metà mattinata quando giunsero alla villa di Marcus, l’edificio più importante di tutta la zona. Alla gente del posto sembrava uno spettacolare monumento, ma di fronte alle vere ville romane del sud avrebbe fatto una magra figura. Lo schiavo portinaio riconobbe Martius e condusse i due ragazzi nel peristilio, dove, seduto davanti ad un tavolo, stava lo zio. Aveva un rotolo di papiro davanti e stava leggendo, arrotolandolo lentamente con una mano dalla parte superiore e srotolandolo da quella inferiore. Si trattava del De agricultura di Catone.

— Vale, Martie, quid novi? Quis est pulchra puella ista? — Lo zio era l’unico uomo della regione a parlare un latino che non avrebbe fatto troppo sbellicare dal ridere i veri romani.

In un “sermo rusticus” appena un po’ incivilito, Martius raccontò tutto. Tremava di paura e di freddo, e la ragazza più di lui.

— Quod dicis valde horrendum est — commentò lo zio.

— Horrendum sed verum; — riprese Martius — pater puellae druidus est. Humana holocausta iam multa fecit. —

— Horrendum hoc est, — ripeté lo zio — nefas apud Jovem Optimum Maximum. —

— Quid agimus? —

— Nonne me quaeris quid facere? —

— Rogo te ut aliquid agas. —

Ma non era semplice decidere. Il Norico era stretto alleato di Roma, amicus Populi romani, tuttavia non era ancora provincia dell’impero. Se lo fosse stato, si sarebbe potuto avvertire il magistrato locale, che avrebbe istruito un processo, non per quello che intendeva fare, ovviamente, ma per i sacrifici già compiuti. Crimini del genere comportavano la pena di morte. Infine lo zio decise di agire con i propri mezzi. Era abbastanza importante da poterlo fare, senza che alcuno osasse chiedergliene conto. Mandò un servo a prendere vestiti asciutti per i due ragazzi, un altro ad avvertire il fratello che Martius era presso di lui e doveva restarvi. Poi ordinò di radunare il reparto di cavalleria territoriale che era sotto il suo comando. In tutto sessanta uomini, che furono in sella e armati già nel primo pomeriggio.

Martius e Klin rimasero nella grande villa, sotto la protezione dell’imponente matrona, moglie dello zio, con contorno di fedeli schiavi armati, nel timore che i boi venissero a sapere dove si trovava la figlia del druido e facessero qualche colpo di testa. Stranamente, i ragazzi sembrarono gradire poco di essere sorvegliati a vista. Infatti si appartarono in una stanza e si dedicarono a conoscersi meglio. E la matrona, sentendo quello stavano facendo, si domandava, con un po’ d’invidia, come mai suo marito non fosse mai arrivato a farla gemere così.

Lo zio, dopo un breve pranzo, si era messo alla testa dei cavalieri e si diresse verso l’accampamento dei profughi boi. Lo trovò in subbuglio. Il druido aveva parlato alla folla, blaterando che un grave sacrilegio era stato perpetrato. La vittima olocausta indicata dagli dei, era stata rapita da una mano sacrilega, e bisognava cercarla. Intanto aveva smesso di piovere, e il rogo avrebbe potuto venire benissimo, illuminando piacevolmente la serata.

Ma i boi, che erano diverse centinaia, riluttavano a muoversi. Era ospiti mal tollerati, fra gente forte che sapeva difendersi. Il druido era furioso e stava nuovamente arringando la folla. Gli dei erano gli dei, per Tutates, e non si poteva deluderli o resistere alla loro volontà, gli dei avrebbero senz’altro punito chi tardava a fare la loro volontà, che si rivelava solo ai druidi. Nel bel mezzo del suo comizio, arrivarono i soldati. Marcus a cavallo gli si fece incontro e lo affrontò. Parlando in celtico, lo accusò di fronte alla folla senza mezzi termini, mentre i sessanta cavalieri stavano rigidi e tesi, in doppia linea, dietro di lui, con le lance spianate.

— Siete venuti a cercare rifugio fra noi e vi abbiamo accolto come fratelli. Ma voi pretendete di portare qui le vostre usanze barbare che suscitano l’ira degli dei. Tu, druido, sei bandito per aver compiuto sacrifici umani, dei quali siamo ben informati. Chi vuole può seguirti, chi preferisce restare può restare, ma tu ripasserai il dio Danuvius e mai più, a nessun patto, rimetterai piede in queste terre, pena la morte. —

La faccia del druido si contrasse in un’espressione di furore che lo fece somigliare in modo straordinario al mostro dell’incubo di Martius e di Klin.

— Uomo, tu non puoi vincere gli dei — ruggì.

— I miei dei non sono i tuoi. I miei dei sono dei di popoli civili, e odiano i sacrifici umani. Nel caso che tu rifiuti di obbedire o che ritorni qui, sarai immediatamente messo a morte, e gli dei, i miei dei, approveranno. Muoviti. —

E il druido si mosse, maledicendo tutti. Con la moglie e le sue poche cose, scortato da una pattuglia, si avviò verso il settentrione. Dei boi non lo seguì nessuno. I cavalieri lo scortarono fino al Danuvius e lo obbligarono a passarlo su una piccola barca abbandonata e mezza marcia che trovarono nei pressi. Restarono a guardare il druido e la moglie che faticosamente remavano verso la riva settentrionale, tenendoli sotto mira con gli archi. Una grossa banda di germani bivaccava nei pressi. I barbari furono molto interessati a quella strana coppia celtica e il capo interrogò i due, ma visto che non capiva un’acca di quello che rispondevano, lasciò che i suoi si divertissero un po’ con loro, solleticandoli e tagliuzzandoli con le spade, prima di farli decapitare e di infilare le loro teste su dei pali lungo la riva.

L’incontro fra il padre di Martius e l’autorevole zio fu tempestoso, ma quest’ultimo ebbe la meglio. La conservazione e l’accrescimento della ricchezza che tanto stava a cuore al fratello minore, non era un bene assoluto, spiegò. Essere appagati nella vita significava ben altro, e chi è appagato e sereno starà meglio anche dal lato materiale.

Frattanto si annunciò un nipotino, perché Martius e Klin, che aveva deciso di mutare il suo nome in Livia e di imparare al più presto il latino, si erano dati parecchio da fare, e questo finì per rasserenare l’atmosfera, e il padre permise al figlio di tornare a casa. I due ragazzi si sposarono con la confarreatio, il rito solenne romano, che rendeva il matrimonio indissolubile. Era per la prima volta che lo si celebrava nel Norico. Fu un matrimonio fecondo e felice, nei molti anni che Giove Ottimo Massimo, o piuttosto l’unico vero Dio che stava per incarnarsi, concesse loro.

 


08
FEBBRAIO
2012
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RICORDO DI MADRE LUCIA DE GASPERI NELLA RICORRENZA DEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE

 Madre De Gasperi

Ho frequentato l’Assunzione di Genova dal 1952 (asilo) fino alla maturità classica (1966). Madre Lucia De Gasperi (della quale ricorre quest'anno il cinquantenario della morte: 1966-2016) era insegnante delle “grandi” (ginnasio-liceo). Nel 1962 ricorrevano i quindici anni di entrata all’Assunzione di Madre Lucia e nello stesso giorno della sua “gemella” Madre Clara Lucilla e pensammo al regalo che avrebbe potuto far piacere a tutte e due. Poiché ci chiamavano “le bambine”, anche se noi a quindici anni ci sentivamo già grandi, una di noi che sapeva disegnare molto bene disegnò con i gessetti colorati sulla lavagna due balie in vestiti ottocenteschi che spingevano una sontuosa carrozzella con quindici bambine, ognuna col palloncino che recava scritto il proprio nome, e scrivemmo sotto: “Grazie, siete state delle ottime balie”. Il tutto accompagnato da un concerto di cori di montagna. Madre Lucia e Madre Clara erano felici e commosse e chiesero che il disegno venisse riportato su un cartoncino, cosa che fu subito fatta. Madre Lucia conservò il cartoncino fra le sue cose più preziose e alla sua morte il disegno passò a Madre Clara che, pochi anni fa, durante la sua permanenza a Genova, lo mostrò raccontando l’episodio.

Nel 1963 andammo in gita scolastica ad Assisi. Fra le altre cose visitammo l’eremo delle carceri. Ci accompagnavano Madre Clara e Madre Lucia. Il vescovo di Assisi aveva messo a disposizione un’automobile per le Madri. Madre Clara, che non era molto sportiva, ne approfittò, mentre Madre Lucia fece a piedi con noi il lungo tragitto. Al ritorno ci colse un’improvvisa nevicata, la quale però non smorzò l’entusiasmo di quella magnifica passeggiata nella natura. Madre Lucia davanti a tutte guidava felice il gruppo.

 

L’UDIENZA CON SUA SANTITÀ PAOLO VI

Nel 1965, durante la gita scolastica a Roma, fummo ricevute in udienza da Papa Paolo VI. Le udienze all’epoca si svolgevano in una cappella lunga e stretta e noi eravamo situate in fondo, vicino alla porta d’ingresso. Per fortuna il Papa usava ancora la sedia gestatoria, per cui dall’ingresso riuscimmo almeno a vederLo e Lui riuscì a vedere noi. Mi colpirono gli occhi che aveva grandi e azzurri.

Portato sul trono in fondo alla sala, cominciò a salutare i presenti all’udienza. Alla fine del lungo elenco di nomi di varie associazioni udimmo con sorpresa queste parole:

“Mi è parso di vedere in fondo, vicino alla porta, un gruppo di studentesse dell’Istituto dell’Assunzione.”

All’uscita, di nuovo in sedia gestatoria, rivolto verso di noi, fece un cenno alle madri che ci accompagnavano, che erano Madre Lucia, Madre Paola Teresa e Madre Clara Lucilla, e diede ordine che venissero condotte fuori dalla sala e si trattenne con loro e con due studentesse per alcuni minuti. In mezzo alla folla aveva riconosciuto Madre Lucia e Madre Paola Teresa, e aveva voluto far loro questo magnifico dono.

Quando raggiungemmo Madre Lucia era illuminata da un sorriso gioioso e si lanciò giù di corsa per quello scalone seguita da tutte noi, fino a raggiungere piazza San Pietro dove l’aspettavano la mamma e due delle sorelle.

 

MADRE LUCIA E LA MONTAGNA

Nella tarda primavera del 1966, era l’anno della nostra maturità e della chiusura dell’Assunzione. Molte di noi frequentavano l’Assunzione fin dall’asilo, per cui oltre alla preoccupazione per gli esami vi era anche il dispiacere per la fine di quella che era stata la parte più consistente della nostra vita fino allora. Madre Lucia iniziò la sua lezione d’italiano ma, dopo alcuni minuti, tutte noi eravamo intorno alla cattedra:

“Madre Lucia, cantiamo.”

Succedeva di rado, ma ogni tanto improvvisavamo piccoli concerti di canti di montagna. Quel giorno accondiscese con gioia. Dopo alcuni canti, le domandammo:

“Madre Lucia, qual è il canto di montagna che preferisce?”

Madre Lucia rispose:

“Vi sono molti canti di montagna belli. Quello che preferisco, tuttavia, non si può definire un coro di montagna ma è un canto bellissimo che si intitola ‘Stelutis alpinis’. È molto difficile da cantare ed anche da comprendere perché è in dialetto friulano. Affinché possiate capirlo, ve lo recito strofa per strofa in friulano, poi ve lo traduco e alla fine ve lo canto.”

E iniziò:

Se tu vens cà sù ta' cretis,

là che lôr mi àn soterât,

al è un splàz plen di stelutis:

dal miò sanc 'l è stât bagnât.

 

Par segnâl une crosute

jé scolpide lì tal cret:

fra chês stelis nàs l'arbute,

sot di lôr jo duâr cuièt.

 

Ciol sù, ciol une stelute:

je ‘a ricuarde il néstri ben,

tu ‘i darâs 'ne bussadute,

e po' plàtile tal sen.

 

Quant che a ciase tu sês sole

e di cûr tu preis par me,

il miò spirt atòr ti svole:

jo e la stele sin cun té.

 

La traduzione di questo commovente canto è la seguente:

 

Se tu vieni quassù tra le rocce,

laddove mi hanno sepolto,

c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:

dal mio sangue è stato bagnato.

 

Come segno una piccola croce

è scolpita lì nella roccia:

fra quelle stelle nasce l'erbetta,

sotto di loro io dormo sereno.

 

Cogli cogli una piccola stella:

a ricordo del nostro amore,

dalle un bacio,

e poi nascondila in seno.

 

Quando a casa tu sei sola

e di cuore preghi per me,

il mio spirito ti aleggia intorno:

io e la stella siamo con te.

 

Dopo di che iniziò a cantare con la sua bella voce. Non so se sapesse già allora che ci avrebbe abbandonate presto, ma l’ultima strofa di “Stelutis” ci insegna che lei è sempre con noi.

 

IL FUNERALE

Il 5 dicembre 1966 ricevemmo una triste telefonata: “È morta Madre Lucia”. Subito corremmo tutte in Corso Firenze all’Assunzione di Genova. La sera dopo venne organizzato un viaggio in treno e partimmo numerose per andare al funerale a Roma. Il viaggio notturno fu molto triste. Rivedo ancora l’immagine dell’arrivo alla Stazione Termini. I taxi sui quali salimmo partirono tutti insieme per Viale Romania. All’ingresso nella chiesa già gremita di gente fui colpita da diversi banchi dove erano sistemati i personaggi più in vista della politica italiana, in particolare ricordo il presidente Leone. Lì ebbi la netta percezione che quella che per noi era stata sempre Madre Lucia a Roma era Lucia De Gasperi.

 

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


20
OTTOBRE
2011
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Anno Domini 1575.

In una fredda mattina di gennaio, una nutrita folla si dirigeva verso l’ingresso del Palazzo Ducale di Genova. Nuvole di vapore si levavano dalle bocche della folla pesantemente vestita. Era formata in parte dall’equipaggio di una caracca ragusea, la “Santa Maria della Grazia”, e in parte maggiore da cittadini del piccolo borgo di Rapallo, affluiti alla capitale per un’importante causa che li riguardava.

 


MONTALLEGRO

Anno Domini 1575.

In una fredda mattina di gennaio, una nutrita folla si dirigeva verso l’ingresso del Palazzo Ducale di Genova. Nuvole di vapore si levavano dalle bocche della folla pesantemente vestita. Era formata in parte dall’equipaggio di una caracca ragusea, la “Santa Maria della Grazia”, e in parte maggiore da cittadini del piccolo borgo di Rapallo, affluiti alla capitale per un’importante causa che li riguardava.

“N’assidente a lu”, esclamò un popolano rapallino.

“E n’a vöan purtà via”, inveì un altro popolano rapallino.

In testa alla folla vi era il capitano raguseo Nicolò De Allegretis aitante e robusto, sulla quarantina, con lunghi baffi neri. Il mozzo Marcolin, un diciannovenne biondo non meno aitante lo seguiva, insieme ad altri sedici marinai ragusei, e a numerosi popolani rapallini, oltre a qualche curioso genovese di passaggio. La Ragusa da cui i marinai forestieri provenivano aveva in comune con l’omonima città siciliana soltanto il nome, ed era invece un’orgogliosa repubblica indipendente della Dalmazia, nella quale si parlava un dialetto veneto, poiché la progredita età del nazionalismo e delle foibe era ancora lontana.

Fra le donne rapalline si distinguevano due giovanissime, fra i quindici e i vent’anni, semplicemente vestite, ma in modo più elegante delle altre donne. Entrarono per ultime. Marietta era cieca e guidata dalla sorella maggiore Manuelina:

“Sta attenta, che qui cominciano i gradini”, la avvertì, protettivamente, quando ebbero varcata la soglia.

La scalinata finì e la folla timidamente entrò nell’aula del tribunale. Ragusei e rapallini si raggrupparono ai lati opposti della sala, guardandosi in cagnesco.

“Te vegnisse n’assidente...”, mormorò tra i denti un pescatore rapallino grande e grosso, squadrando il capitano raguseo.

“Sta’ sittu, che n’arrestan”, lo ammonì il suo vicino.

Nell’aula c’erano solo due armigeri, di guardia presso la porta, ma ben presto si spostarono, disponendosi fra i due gruppi di litiganti, onde prevenire scontri, certamente obbedendo a precise istruzioni ricevute.

L’ambiente era carico di tensione. Marietta piangeva silenziosamente, aggrappata alla sorella, che cercava di invano di consolarla. Né la cieca né quella che ci vedeva si accorsero che Marcolin stava fissandole, con un’espressione di intenso interesse.

“A legnae bösögnava piggiàli”, imprecava intanto un altro dei rapallini.

“Amia che chi semmu in ta cittae duminante...”, ammonì preoccupata una delle rapalline.

E un’altra lamentò:

“Questi chi nu ghe pensan due votte a da raxun ai furesti.”

La terza rapallina rincarò la dose:

“Pensan sulu ae palanche.”

Gli armigeri squadravano minacciosi i rivieraschi, e uno dei rapallini, un poco intimidito, si sentì in dovere di esclamare:

“Va ben, va ben, emmu capiu.”

Miope e con la pancetta, fece il suo solenne ingresso il cancelliere del tribunale, che prese posto, in piedi, dietro il tavolo, sparso di carte, e con penne e inchiostro con le quali doveva redigere gli atti della causa e cominciò a brancicare sul tavolo, cercando di mettere ordine e di capire qualcosa di quel che doveva fare. Dopo essere riuscito in qualche modo ad organizzarsi, l’importante personaggio annunciò solennemente:

“Udite, udite, udite. In nome del senato e del popolo genovese, il tribunale è ora in sessione, aprendo la prima seduta di questo anno di grazia 1575. Entra la corte. Presiede il magnifico giudice Paolo Fregoso.”

Una porta laterale si aperse e i seggi cominciarono a riempirsi di brutti vecchiacci pronti a vendere la pelle della madre, se ci fosse stata la mitica “cunveniensa”. Facce severe e antipatiche, di gente impregnata d’invidia reciproca e di latenti rivalità, che si lanciavano a vicenda occhiate in tralice di profonda antipatia o guardavano fissi davanti a sé con fiero cipiglio. Erano la potente aristocrazia genovese, arricchita dai traffici e dai tradimenti, come quel Branca Doria la cui anima precipitò all’inferno mentre era ancora vivo, come testimonia il Sommo Poeta. Per non parlare del grande Andrea Doria che combatteva il nemico islamico da una parte e commerciava con esso dall’altro, catturava pirati barbareschi che torturavano le coste italiane per liberarli poco dopo intascando sostanziosi riscatti (c’era la mitica” cunveniensa”), così che quelli potevano tornare al loro consueto mestiere di massacrare, rapire e stuprare.

“Chi ha cause da sottoporre a questo serenissimo tribunale, si faccia avanti”, proclamò il cancelliere.

Accigliato e severo, il capo dei ragusei avanzò verso il cancelliere:

“Io sono il capitano Nicolò De Allegretis, comandante della caracca ‘Santa Maria della Grazia’, della libera città di Ragusa, e accuso di furto sacrilego e di mendacio gli uomini di Rapallo, che custodiscono una preziosa icona misteriosamente scomparsa dalla chiesa cattedrale della nostra città diversi anni fa, diciassette o diciotto, per la precisione, se la memoria non m’inganna. Chiedo pertanto a codesto magnifico tribunale di raddrizzare un così grave torto alla santa religione e al diritto delle genti.”

“Che rispondono gli accusati? Chi rappresenta la controparte?”, domandò il giudice Fregoso.

A farsi avanti fu un prete di mezza età:

“Sono Antonio Merello, cappellano della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio in Rapallo, incaricato di rappresentare la nostra parte dal reverendo arciprete Andrea Massa, rimasto ad attendere alla cura d’anime. Ha inviato me poiché io fui testimone dei fatti che riguardano la causa. A nome di tutti i cittadini del borgo di Rapallo, respingo con sdegno le infami accuse della parte avversa. Nessuno di noi oserebbe mai stendere una mano sacrilega per rubare una sacra immagine. Sappiamo che susciteremmo dal cielo piuttosto punizioni che grazie e protezione. Non siamo pagani, come gli antichi popoli, che prendevano prigioniere le immagini degli dei altrui, pensando di guadagnarne il favore. I Romani stessi, prima di essere convertiti alla salvezza di Cristo, non si trattenevano dal portar via le statue dei popoli vinti. Pratica infame e superstiziosa è questa.”

Mentre il cappellano parlava, uno dei giudici notò le due ragazze, Marietta e Manuelina, e cominciò a rivolgere loro uno sguardo obliquo e sfacciato. Marietta restò priva di espressione, non potendo accorgersi del modo in cui il vecchio la guardava. Manuelina, invece, ci vedeva benissimo e distolse disgustata lo sguardo dal vecchio repellente.

Antonio Merello continuava:

“Noi siamo cristiani, e sappiamo bene che vi è un solo Dio Onnipotente, che vede tutte le azioni degli uomini, e a tutti impartisce la Sua giustizia infallibile. La sacra immagine, che è oggetto del contendere, venne a noi in modo miracoloso e inaspettato, come accertò a suo tempo l’accurata inchiesta della Curia arcivescovile della Serenissima città di Genova, condotta con esemplare diligenza da Monsignor Egidio Falceta.”

Con fare altezzoso, il giudice domandò:

“Avete voi, reverendo Merello, l’ausilio di un giurisperito? Ne desiderate uno?”

“Il nostro borgo è povero, magnifico giudice;” rispose Merello “hanno incaricato la mia umile persona di rappresentarli e, per quanto posso, farò del mio meglio. Confidiamo nella giustizia, perché se l’uomo non farà giustizia, Dio la farà.”

Il giudice Fregoso riprese la parola:

“E voi, capitano De Allegretis, desiderate l’ausilio di un giurisperito?”

“Neppure noi siamo ricchi,” replicò l’interpellato “e l’avidità dell’argentiere (o fràvegu, come dite voi) di Rapallo ci ha portato via molto denaro, quando siamo andati ad ordinargli l’ex voto per recarlo alla Santissima Vergine, senza contare il tempo che ci costa questa causa, e il tempo è denaro. Ad ogni modo il nostro diritto parla da solo, come questa magnifica corte avrà modo di constatare.”

“Cancelliere, a voi;” concluse il giudice Fregoso “la giustizia abbia corso.”

Lento e solenne, conscio (anche troppo) della sua importanza, il cancelliere si alzò in piedi e, dopo aver rovistato alquanto fra le carte, tirò fuori un foglio e proclamò le formule di rito:

“Il magnifico tribunale della Serenissima Repubblica di Genova udrà la causa del capitano Nicolò De Allegretis contro la comunità di Rapallo, accusata di sacrilego furto dell’immagine della Santa Vergine, che, a quanto risulta a questo tribunale, dall’anno di grazia 1557 trovasi nel santuario del Mons Laetus, o Monte Lieto o Montallegro presso Rapallo. Secondo quanto afferma l’attore della causa, tale immagine sarebbe stata sottratta alla chiesa cattedrale della città di Ragusa. L’attore presenta istanza per la restituzione di detta immagine.”

I rapallini assistevano, in piedi, dando segni di sconforto e di sofferenza, già presentendo che le cose si sarebbero messe male. Manuelina tirò fuori un rosario da una borsettina appesa alla cintura e cominciò silenziosamente a sgranarlo. Altri suoi concittadini la imitarono, e a quel punto cominciarono a sgranare rosari anche alcuni dei ragusei. Il giudice Paolo Fregoso guardava divertito, scuotendo la testa, quella “guerra dei rosari”. Era un uomo superiore, che tuttavia non sapeva di essere precursore dei laicisti odierni:

“Questi villici...”, bisbigliò nell’orecchio del vecchio collega che stava alla sua sinistra. Poi, memore della sua alta funzione, si rivolse al cancelliere, ingiungendogli di procedere al giuramento dei rappresentanti delle contrapposte parti.

L’interpellato si alzò in piedi, facendo volare un po’ di carte, che riacchiappò fortunosamente al volo e rimise sul tavolo. La tensione si allentò per un momento nell’aula, mentre sia i rapallini che i ragusei sorridevano della goffaggine del cancelliere, il quale, riassestata la scrivania, ingiunse:

“I rappresentanti delle due parti si avvicinino.”

Merello e De Allegretis obbedirono. Non si giurava sulla Bibbia, la Parola che i protestanti considerano loro supremo riferimento, dopo che Lutero l’aveva ampiamente sforbiciata a suo comodo e capriccio. Il simbolo usato era invece quello della Presenza reale del Dio Incarnato, che è il vero e supremo messaggio del Cristianesimo. Infatti il cancelliere sollevò dal tavolo un Crocifisso e lo presentò ai due:

“Capitano Nicolò De Allegretis, alzate la mano destra. Giurate su questa santa Croce di dire l’intera verità, senza riserva alcuna, di fronte a questo serenissimo tribunale, e così vi aiuti Iddio.”

“Lo giuro, e così mi aiuti Iddio.”

“Cappellano Antonio Merello, alzate la mano destra. Giurate su questa santa Croce di dire l’intera verità, senza riserva alcuna, di fronte a questo serenissimo tribunale, e così vi aiuti Iddio.”

“Lo giuro, e così mi aiuti Iddio.”

“Il tribunale ascolterà per primo il capitano Nicolò De Allegretis”, ordinò il giudice Fregoso.

“Il testimone può sedere”, annunciò il cancelliere, tornando alle sue carte per stendere il verbale.

I ragusei stavano silenziosi con aria di sfida, eccetto Marcolin, che non aveva occhi che per Marietta. E la ragazza, pur essendo cieca, “sentiva”, in qualche modo misterioso, la presenza di qualcuno che la guardava con interesse, e, d’istinto, muoveva il capo rivolto verso l’alto, al modo dei ciechi, come a cercare l’altra persona. Marcolin, inspiegabilmente, arrossì. Un’ombra di dolore gli passò sul volto, mentre pensava: “Peccato che sia cieca.”

Fra i due gruppi contrapposti vi erano mormorii irosi. Un raguseo digrignò:

“Ma cosa vogliono questi da noi?”

Un rapallino che aveva sentito, rispose:

“Vogliamo solo essere lasciati in pace.”

“Anzitutto, dov’è questa immagine che è oggetto del contendere?” domandò il giudice Fregoso.

“Si trova tuttora nella cappella sul monte che sovrasta Rapallo, per quanto ne so;” rispose il capitano “il clero e i villici si sono assolutamente rifiutati di spostarla. Io avrei ben voluto che fosse portata dinanzi a questo tribunale, ma non mi fu dato ascolto.”

“E con quale giustificazione?”

“Hanno detto che non era possibile recarla in altro luogo.”

La voce del giudice Fregoso era ironica:

“È forse troppo pesante per uomini mortali? O è troppo fragile e delicata? Si teme forse che il legno n’abbia a soffrir danno?”

“Né l’una né l’altra cosa, magnifico giudice. Mi fu risposto che l’immagine, come mossa da volontà propria, e forse da mani angeliche trasportata, ritorna sempre al luogo dove, secondo la superstizione popolare sarebbe stata collocata per volontà della Santa Vergine stessa.”

Mormorii indistinti di malcontento si udirono fra i rapallini.

“Silenzio in aula;” ammonì il giudice Fregoso e, poiché i mormorii non accennavano a diminuire, aggiunse: “non saranno tollerati altri segni di indisciplina e di mancanza di rispetto a questo serenissimo tribunale...”

Ma solo il cappellano Antonio Merello, facendo energici segni con le mani, riuscì a riportare l’ordine. Sotto i suoi silenziosi ammonimenti, i rapallini a poco a poco si calmarono.

“Torniamo al dibattimento;” riprese il giudice Fregoso “di che stavamo parlando? Ehi, cancelliere... cancelliere...”

“Eh?” fece il cancelliere, preso alla sprovvista.

“A che punto siamo arrivati? Ehi, cancelliere...”

“Mi pare che... si parlasse di...”

Il capitano intervenne:

“Si parlava della pretesa che l’icona non possa essere spostata... manco fosse un macigno.”

“Credete voi a ciò?” domandò il giudice Fregoso.

“No di certo, magnifico giudice. Non si è mai udito di quadri che da soli si spostano, scegliendo, quasi animati da propria volontà, il luogo dove stare. Ed è blasfemo attribuire alla Santa Vergine il furto dell’immagine.”

Di nuovo i rapallini si impennarono in modo incontenibile:

“Voi siete i ladri.”

“Voi bestemmiate.”

“E si dicono buoni cristiani...”

“E dopo aver ricevuto la grazia...”

“Fossero affondati...”

“Sembravano tanto amici...”

“Non fatevi più vedere a Rapallo, o guai a voi...”

La voce del giudice risuonò severa, cercando di dominare il tumulto:

“Silenzio in aula o darò ordine di sgombero... Cancelliere... ehi, cancelliere... fate chiamare altri uomini d’arme.”

“E non ce n’è”, fece presente il cancelliere, con voce strascicata.

“Come non ce n’è? La gloriosa repubblica non ha truppe, bombarde, spingarde...?” esclamò con indignato stupore il giudice Fregoso.

“La gloriosa repubblica” strascicò il cancelliere “è piena di truppe, bombarde, spingarde, serpentoni e colubrine, ma le consorterie e gli alberghi se le tengono ben strette. Può darsi che riusciamo a racimolare qualche altro armigero per il momento della sentenza, ma adesso abbiamo solo altri due giovanotti di sotto, all’ingresso, e quelli non li possiamo muovere di lì.”

“E perché?”

“E perché altrimenti ci sparisce la dogale argenteria.”

“Insomma, cerchiamo di andare avanti”, esclamò il giudice Fregoso, esasperato.

Il capitano insistette:

“Confermo quanto ho deposto, magnifico giudice, io so quel che dico, e così lo sanno i miei uomini.”

“Narrate dunque, per ordine, come avvenne che scopriste l’immagine sul monte di Rapallo.”

“Eravamo partiti da Ragusa, con un carico di stoffe ed altre mercanzie, ed eravamo diretti verso questa città di Genova. Da buoni cristiani, quali siamo, e come forse qualcuno dubita invece che noi possiamo essere,” e la voce del capitano ebbe una nota di sarcasmo nei confronti dei rapallini “ci raccomandammo vivamente, prima e durante il viaggio, alla Santissima Vergine e a San Trifone, nostro protettore, che voi ben conoscete, poiché la Vostra Serenissima Repubblica ne acquistò da noi una reliquia or sono due secoli.”

“Anche i santi si vendono, quei buoni cristiani”, commentò a bassa voce un rapallino, ma non tanto piano da non essere udito da tutti.

Il giudice finse di non aver sentito, e il capitano continuò il suo racconto:

“Per grazia di Dio, senza incontrare molestie di sorta, giungemmo in vista della Gorgona, ma, appena oltre l’isola, il mare principiò ad ingrossarsi, e per due giorni e due notti fummo in balìa della tempesta. Passammo un Natale miserabile, sempre più convinti che il cielo avesse deciso di punirci per i nostri peccati, finché, il giorno di Santo Stefano, in vista di punta Mesco e del borgo di Monterosso...”

***

Il capitano raccontava molto vividamente. Aveva una bella voce virile, che fece impressione a Marietta e Manuelina. Nonostante fosse, in quel momento, un nemico, anzi “il nemico”, le due ragazze seguivano quel racconto incantate. Pareva loro di sentire il fragore di tempesta, il vento ululante, i sinistri scricchiolii della nave. Manuelina cercava di immaginare il minaccioso alternarsi di buio e lampi accecanti, i castelli di prua e di poppa spazzati alternativamente dalle onde, le figure dei poveri naviganti abbarbicate ad ogni sostegno disponibile: cavi, gomene, bitte, mentre la nave ballava furiosamente sulle onde. Le due sorelle seguirono con ansia l’incidente del mozzo Marcolin, che aveva sbattuto il capo contro l’albero maestro e anche lì, nell’aula del tribunale, aveva ancora la testa fasciata. Rabbrividirono quando sentirono parlare dei fuochi di sant’Antonio, che la superstizione popolare riteneva anime di morti: morti viventi che venivano a prendere gli sfortunati marinai.

Ad un marinaio che era stato colto da una crisi di terrore all’apparire di quelle fiammelle in mezzo all’uragano, e urlava come un ossesso, il capitano aveva gridato, severo:

“E piantala, menagramo della malora, sta’ zitto.”

Ma il timoniere, con una voce che sembrava venire dall’oltretomba, aveva comunicato che il timone non rispondeva più, e lui non era più in grado di governare la nave.

“Capitano, cosa facciamo?” aveva gridato Marcolin.

E il capitano De Allegretis aveva risposto:

“Non c’è che pregare. Un voto solenne alla Madonna. Preghiamo tutti insieme. Ripetete con me.”

E il capitano riferì, parola per parola, quell’improvvisata, semplice preghiera che tutto l’equipaggio aveva ripetuto dopo di lui:

“Madre di Dio, tu che ai piedi della Croce ci hai accolti come tuoi figli, nella persona del discepolo diletto, soccorrici in quest’ora. Se scampiamo alla tempesta, andremo tutti in devoto pellegrinaggio al Tuo santuario più vicino. Madre di Dio, abbi pietà di noi, aiutaci. Amen.”

Buio e lampi avevano subito cominciato ad attenuarsi, mentre la luce aumentava a poco a poco. Era apparsa l’alba, mentre gli scrosci, gli schianti, l’ululare del vento, i tuoni, si trasformavano in echi lontani.

“Eravamo esausti, e solo a stento ci riprendemmo,” concluse il capitano De Allegretis “e proseguimmo la nostra rotta verso il primo porto che ci si presentava sulla rotta di Genova, quello di Rapallo.”

“Siete certo che la salvezza della nave sia dovuta ad una grazia celeste?” lo interrogò il giudice Fregoso:

“Assolutamente.”

“Che cosa vi dà questa certezza?”

“La sensazione del miracolo, della presenza reale di un Essere superiore che ci ama ed interviene a nostro favore, è impossibile a comunicarsi. Appena formulammo il nostro voto, la tempesta cominciò a placarsi. Avvenne subito, non passò neppure un istante, e non può essere un caso. Un attimo prima eravamo sull’orlo dell’abisso, un attimo dopo ci sentivamo sorretti come se fossimo in braccio a nostra madre.”

“Nessuno fu ferito?”

“Solo il mozzo Marcolin cadde e si ferì, ma fu cosa da poco, subito curata dal miglior medico che esista: la gioventù.”

“Spesso chiamiamo bontà divina quello che è semplicemente il corso naturale degli eventi.”

“Con tutto il rispetto, serenissimo giudice, Dio onnipotente ci è assai più vicino di quanto crediamo, e mi pare che la Santa Vergine sia stata molto buona con noi, mentre già sentivamo la morte vicina.”

“Procedete dunque con la vostra narrazione.”

“Come Dio volle, giunti a Rapallo, subito domandammo dove si trovasse il più vicino santuario per assolvere il nostro voto e cercare di pagare il nostro immenso debito con la Santa Madre di Dio.”

“Certo, certo. E poi la fede è un grande aiuto.”

“È una grande realtà”, ribatté il capitano De Allegretis. E riprese: “Ammainata la scialuppa, scendemmo a terra, ci presentammo ai villici del luogo e domandammo qual era il più vicino santuario sacro alla Santa Vergine. Ci fu indicato il Mons Laetus, tre miglia all’interno, e con una bella salita. Ma la montagna ci è familiare come il mare, anche dalle nostre parti. E saremmo saliti fosse stato dieci volte più alto e più ripido. Lo dovevamo a Nostra Signora. Un pescatore ci disse: ‘Lassù, quando ero ancora bambino, è apparsa la Madre di Dio e le abbiamo edificato un santuario; è piccolo, ma noi siamo poveri’. Intanto si era radunata parecchia gente, e io ho domandato se c’era qualcuno, in quel borgo, che potesse prepararci un dono per Nostra Signora, dato che non potevamo certo salire lassù a mani vuote. Mi fu indicato l’unico fràvegu, come dite voi, insomma l’argentiere, al quale ordinai un ex voto in argento che mi fu promesso due giorni dopo, e che mi costò ben tre lire genovesi d’oro. Si tratta di una laminetta d’argento recante incisa una nave nella tempesta e la scritta in latino che dice come ‘il giorno di Santo Stefano 1574, presso Monterosso, io Nicolò De Allegretis, raguseo, dedico per voto e grazia ricevuta alla Madre di Dio’.”

“Aveste difficoltà di sorta con la gente di Rapallo?” domandò il giudice Fregoso.

“No, magnifico giudice. L’argentiere fu di parola, e dopo due giorni trascorsi sulla nave a riposare e a compiere riparazioni all’alberatura e alle vele, lasciammo il vascello in custodia a certi buoni cittadini di Rapallo, che ci furono raccomandati dall’arciprete, e ascendemmo al monte della Santissima Vergine, detto ‘il monte allegro’.”

“Andaste dunque tutti?”

“Sì, magnifico giudice. Nessuno volle restare indietro. Avevamo tutti ricevuto la medesima grazia, tutti eravamo scampati ad un terribile naufragio e a morte certa. Tutti eravamo desiderosi di ringraziare la Santa Vergine, benché sapessimo bene come il nostro ringraziamento fosse nulla di fronte alla grazia ricevuta. Di fronte a Dio e alla Sua Santa Madre l’uomo è nulla. Qualunque cosa facciamo è nulla in confronto all’Eterno, ma, nella nostra pochezza, è bene fare quello che si può.”

Il giudice Fregoso non badò a quelle sincere espressioni di fede, ma continuò ad attenersi ai punti d’interesse legale:

“Mancò qualcosa dalla nave così abbandonata e lasciata in custodia di estranei?”

“Non mancò assolutamente nulla. È ben vero che pagammo, com’è giusto, i due guardiani lasciati sulla nave.”

“Dunque non avete di che lamentarvi dell’onestà e dell’ospitalità dei rapallini”, concluse il giudice.

“No di certo. E infatti fu per noi una vera sorpresa quando scoprimmo, dopo la lunga e faticosa ascesa, che la preziosa icona scomparsa dalla nostra cattedrale...”

E il racconto prese una piega che Marietta e Manuelina conoscevano bene, essendone state protagoniste.

***

“Manuelina, dov’è la Madonna?” aveva domandato Marietta, mentre le due sorelle stavano pregando nel santuario.

“Proprio davanti a te, Marietta.”

Tendendo le mani come a cercare la luce, Marietta aveva esclamato, con una voce piena di lacrime:

“Perché hai sanato solo mia sorella e me no?”

“Marietta, perché dici così?”

“Forse non avevi abbastanza miracoli? Li hai finiti quando hai sanato lei?”

“Zitta, zitta, non si parla così alla Madonna.”

“Ma io la prego solo di avere pietà di me.”

“Marietta, smettila, ci sono tanti che soffrono, tanti ciechi che non si lamentano. Tu invece non fai che lamentarti e smaniare, come se il tuo dolore fosse l’unico.”

E le due sorelle si erano abbracciate, piangendo. Poi Marietta aveva alzato le mani come se pregasse:

“Stanotte ho sognato la luce. Non ho mai visto la luce coi miei occhi spenti, ma in sogno l’ho vista, e una voce dentro di me mi ha detto che quello splendore era luce. Dentro la luce c’era una figura.”

“Quale figura?”

“Non lo so. So solo che era così bella. Potessi rivederla almeno una volta. Potessi vedere com’è fatto il mondo di Dio.”

“Marietta, se potessi accetterei di ridiventare storpia per darti la vista”, aveva singhiozzato fra le lacrime la sorella.

In quel momento un crescere di rumori esterni aveva attratto la loro attenzione. Marietta, voltando gli occhi ciechi in direzione del rumore aveva esclamato:

“Sta arrivando qualcuno, molta gente. Chi sono?”

La porta del santuario si era aperta ed era entrato per primo il capitano De Allegretis, poi Marcolin con la testa fasciata e un involtino in mano, e altri sedici marinai. Man mano che entravano, i nuovi venuti piegavano il ginocchio fino a terra, e si facevano il segno della croce, mostrando di essere gente timorata di Dio.

Le due sorelle si erano sciolte dall’abbraccio e avevano seguito i movimenti dei nuovi venuti; Marietta, col solo udito, ancor più acutamente della sorella che ci vedeva. I ragusei, man mano che si avvicinavano all’altare, avevano tutti quanti salutato, con un cenno del capo, le due giovani. Manuelina aveva inclinato leggermente il capo, con la modestia che si conveniva al secolo in cui vivevano, e che il progresso avrebbe a poco a poco sconciato e distrutto.

Il capitano aveva fatto silenziosamente cenno a Marcolin di passargli l’involtino che il ragazzo teneva in mano. Ne aveva tratto l’ex voto d’argento. Poi si era avvicinato all’altare. Un profondo stupore gli si era dipinto sul volto, quasi si era lasciato sfuggire l’oggetto di mano. Tutti i ragusei sembravano gelati dallo sbigottimento. Dopo un tempo che sembrava non finire mai, il capitano aveva ritrovato finalmente la parola:

“Ma quella... ma quella è...”

“Capitano...” aveva esclamato, esitante, Marcolin, non riuscendo a spiegarsi l’atteggiamento del suo superiore.

“... quella...” era finalmente riuscito ad articolare il capitano De Allegretis” quella è la nostra icona... che era sparita dalla nostra cattedrale a Ragusa... Tanto l’abbiamo cercata...”

Tutti i ragusei avevano fatto a gara per esaminare da vicino la piccola tavola, commentando il fatto incredibile, mentre Marietta e Manuelina, in preda all’angoscia, si prendevano per mano.

Le esclamazioni dei ragusei si susseguivano come raffiche di mitraglia:

“Ecco chi l’ha rubata.”

“Dobbiamo riprendercela.”

“Fermo, fermo, non possiamo impossessarcene e basta.”

“Ma è proprio la nostra.”

“Non possiamo lasciargliela.”

“È proprio la nostra, ti dico.”

“Ma non possiamo prendercela da soli. Dobbiamo ricorrere alla legge.”

“Ma ci daranno retta? Siamo stranieri.”

“Dovranno per forza. La ragione e la Madonna sono dalla nostra parte.”

“La Madonna non potrà tollerare di stare con gente così cattiva da rubare il suo quadro.”

“E poi i genovesi ci tengono a commerciare con noi. Non pensano che ai soldi.”

Marietta era in preda allo spavento:

“Manuelina, che vuol dire? Chi è questa gente.”

Dubbiosa, Manuelina aveva replicato:

“Non lo so, Marietta. Sembrano veneti... o dalmati...”

“Ma cosa dicono? Che la Madonna è loro?”

Manuelina, costernata, aveva scosso il capo:

“Non capisco.”

I ragusei non cessavano di dare sfogo alla propria eccitazione:

“Non me ne staccherei mai.”

“Speriamo di riuscire a riportarla a casa.”

“Erano diciassette anni fa quando ce l’hanno rubata, me ne ricordo bene, per san Trifone.”

“Ma che succede, capitano?” aveva domandato Marcolin, disorientato.

“Tu sei troppo giovane per ricordartene, ma quella è proprio la nostra icona, che è sparita da Ragusa tanti anni fa.”

Manuelina era insorta:

“Come osate darci dei ladri? La Madonna è venuta qui da sé. L’abbiamo trovata su questo monte.”

“L’hanno portata gli angeli”, aveva aggiunto Marietta.

I ragusei erano scoppiati a ridere:

“Ah, ah, figuriamoci... gli angeli... ah, ah, ah...”

Marcolin non aveva detto nulla, ma si era guardato intorno, irato per il modo in cui i suoi compagni avevano deriso Marietta.

Il capitano li aveva rimproverati con durezza:

“Uomini, in chiesa non si ride, e soprattutto non si deridono le donne sole. Sicuramente non sono state loro a portar via la nostra Madonna.”

E, rivolto a Marietta e Manuelina, aveva aggiunto:

“Vi prego di scusare i miei uomini.”

Nell’aula del tribunale, col volto levato in alto, Marietta si passò le mani sugli occhi quasi a voler fugare una sorta di nebbia. Sì, non c’era nulla da dire, il capitano, nella sua deposizione, aveva riferito fedelmente i fatti.

“Non vorrete portarci via la Madonna, la nostra vita”, ricordava di aver gridato Marietta.

“Forse dobbiamo rinunciare noi alla nostra vita?” aveva replicato uno dei ragusei.

Il capitano era intervenuto in modo cortese, spiegando:

“Fanciulle, tutti noi qui riconosciamo l’icona. Era nella nostra cattedrale, e Ragusa intera la venerava. Come vedete, non è un’immagine comune: rappresenta il pio transito della Santa Vergine in modo inconfondibile.”

Marietta si era messa a piangere, ignorando la spiegazione, e rivolgendosi direttamente alla Madonna:

“Santissima Vergine, voi sola sapete che inferno fosse la vita da noi, prima che veniste a proteggerci. I nostri vecchi non ne vogliono parlare, ma solo dimenticare, perché pensarci fa troppo male.”

***

Il ricordo di quell’affannata disputa nel santuario svanì, e le due sorelle udirono, nell’aula del tribunale, il capitano che concludeva:

“Così scoprimmo la nostra preziosa icona. Certamente non l’avevamo regalata né venduta ad alcuno, ma era misteriosamente sparita. Ora sappiamo a vantaggio di chi, ed è per questo che ci siamo presentati a chiedere giustizia.”

Con grande sussiego, il giudice Fregoso aveva risposto:

“Il tribunale esaminerà la vostra richiesta di restituzione non prima di aver ascoltato l’altra parte in causa. ‘Audiatur et altera pars’ era e rimane l’aurea norma del diritto romano. Il testimone può andare. Cancelliere, a voi.”

“Questo tribunale ascolterà la testimonianza del reverendo cappellano Antonio Merello”, annunciò solenne il cancelliere.

“Reverendo Merello,” ammonì il giudice Fregoso “vi ricordo che siete sotto giuramento. Questo tribunale è pronto ad ascoltare la vostra testimonianza.”

I rapallini si guardarono sollevati, con aria d’intesa, come a dire: “adesso gli fa vedere lui”. Finalmente aveva finito di blaterare quel raguseo... il “nemico”.

***

“Serenissimo giudice,” esordì Merello, con la calma interiore e la confidenza nell’Onnipotente di chi sa di difendere una giusta causa “la nostra opposizione alle pretese dei nostri accusatori è netta e recisa. La Santissima Vergine ci ha recato questo pegno del suo amore. La sua venuta è stata la nostra benedizione. Conducevamo una vita miserabile prima che la Madonna si degnasse di visitarci, e questo dimostra che la Sua venuta non è stata un caso. Perché nella vita nulla avviene per caso, ma è sempre guidato dalla Provvidenza divina.”

Il giudice Fregoso ritenne opportuno intervenire:

“Questo non sembra del tutto pertinente alla causa.”

Merello replicò deciso:

“Oh, sì, magnifico giudice, sì. È molto pertinente. È proprio questo che dimostra come la visitazione della Madonna fosse voluta da Dio per salvarci. I saraceni erano una continua minaccia, e venne quell’atroce giorno del 1549. Come fiere urlanti si riversarono sul nostro borgo, ammazzando, distruggendo e incendiando. Trucidarono il prevosto Domenico Della Torre e rapirono una sua nipotina di cinque anni. Portarono via ad un’orrenda schiavitù ad Algeri donne e ragazzi. Erano guidati dal terribile capopirata Dragut, che solo una decina d’anni fa trovò la fine che si meritava durante l’assedio di Malta. Una felice eccezione, purtroppo veramente unica, fu quella del nostro eroico concittadino Bartolomeo Maggiocco, che salvò la sua adorata fidanzata Giulia Giudice, che poi sposò. Ma lui era grande come un armadio e aveva un’ascia che non perdonava, e i vigliacchi preferivano prendersela con i deboli incapaci di difendersi. E non è tutto, purtroppo. Vi erano continue lotte intestine, nella città dominante della Serenissima Repubblica, a Rapallo, in tutte le Riviere. Il sangue correva per le strade: sangue fraterno, sangue cristiano, mentre la minaccia saracena avrebbe dovuto far radunare tutte le forze per proteggere le nostre donne e i nostri giovani da un’orribile schiavitù in mano agli infedeli.”

“Non ci state raccontando nulla che già non sappiamo”, cercò di interromperlo il giudice Fregoso.

“Le strade erano malsicure;” continuò il cappellano di Rapallo senza far caso all’interruzione “malfattori si nascondevano dietro ogni masso, pronti a gettarsi sui viandanti per rapinarli, anche solo per un misero soldo. La cattiveria, ma anche la povertà, erano responsabili delle nostre tristi condizioni, e scontavamo così duramente i nostri peccati. Avidi, impazienti, violenti, crudeli, per la minima offesa si vedevano uomini arrancare la daga e saltare alla gola l’uno dell’altro.”

“Vorreste dire che la Serenissima Repubblica di Genova non è capace di assicurare l’ordine?” sibilò il giudice Fregoso.

“Sto solo esponendo i fatti;” replicò Merello, imperterrito “e a questi mali si aggiungevano le minacce bibliche dello scisma, della guerra, della peste, della carestia. Serpeggiava l’eresia luterana. Francesi e spagnoli si contendevano l’Italia, e i loro eserciti portavano peste e carestie. Eravamo puniti per i nostri peccati, senza che apparisse dal cielo una luce di consolazione. E poi, senza alcun nostro merito, quella luce si è accesa. Ne fu testimone un nostro concittadino, Giovanni Chichizola, persona irreprensibile.”

“Sentiamo che successe alla persona irreprensibile,” invitò il giudice Fregoso che, quasi suo malgrado, non riusciva a trattenersi da un atteggiamento di sufficienza di fronte al rappresentante di quei poveri villici.

Merello spiegò, senza far caso alle osservazioni irriverenti del giudice che, come tutti i giudici, si sentiva superiore al resto dell’umanità, abituato com’era appunto a giudicarla, l’umanità, o almeno qualche esemplare di essa:

“Chichizola abitava sul monte, e si mise a sorvegliare il suo gregge, ma era molto stanco e si addormentò. Fu un’improvvisa luce a svegliarlo. La luce aveva un nucleo centrale più intenso di forma ovale, come una ‘mandorla’ luminosa, all’interno della quale si intravedeva la figura di una Signora di bellezza celestiale. Chichizola cadde in ginocchio davanti a lei. La ‘mandorla’ di luce interna, più intensa, cominciò a pulsare appena la Signora parlò.”

“E cosa disse?” incalzò il giudice che, abituato alle imprecisioni dei testimoni e alla loro labile memoria, tendeva a quel sistematico scetticismo che nei secoli successivi sarebbe diventato una specie di “virtù” laica, passaporto indispensabile al prestigio sociale, alle cattedre universitarie, ai più rinomati club, ai più alti livelli di iniziazione nelle logge, al successo mondano, e ad un posto ben caldo nell’aldilà.

“Come riporta l’inchiesta di monsignor Falceta, inviato dalla Curia arcivescovile di questa Città dominante,” replicò Merello “la Santa Vergine disse a Chichizola, che era caduto in ginocchio: ‘Levati su e non temere; ma vanne allegramente al popolo di Rapallo e predica pure per le piazze e le contrade come ti è apparsa la Madre di Dio su questo monte. E quivi per mano degli angeli ha lasciato il sacro pegno del suo misterioso quadretto o ritratto, rappresentante il suo glorioso Transito, dalla Grecia trasportato. Digiunate il sabato! Digiunate!’. Chichizola, con le lacrime agli occhi, era completamente sopraffatto e seppe solo ripetere più volte: ‘Oh, Signora... oh, Signora...’. Per rassicurarlo, la Madonna riprese: ‘Non temere, Giovanni! Sono la Madre di Dio. Ti ho scelto a messaggero del mio materno volere. Vai agli ecclesiastici di Rapallo e fa loro sapere che la Madre di Dio ha prescelto questo luogo a sua perpetua dimora e desidera che qua sia eretta una chiesa’. Ma Chichizola riuscì solo a singhiozzare ancora: ‘Oh, Signora... oh, Signora... Signora... Signora...’. Quando l’apparizione svanì, egli ebbe quasi l’impressione di essere stato lasciato orfano. Balzò in piedi tremando e fece un passo esitante verso l’icona, poi ritirò la mano e cadde nuovamente in ginocchio col capo tra le mani.”

“Quali testimonianze esistono a questo proposito, oltre a quelle del veggente?” domandò il giudice.

“Molte, serenissimo giudice, perché, non sapendo che fare, Chichizola cominciò a gran voce a chiamare i vicini. Accorsero, fra gli altri, Nicolò Baliano, Giobatta della Torre, Marcellino Monteprovenzo. Più tardi si aggiunse Gregorio di Pianezza, uomo degno di fede, colto, che sapeva leggere e scrivere. Tutti videro il quadretto miracolosamente apparso.”

“Che cosa raffigura codesto quadretto?”

“Tre figure in una, la Santissima Trinità, in atto di accogliere un’anima, quella della Santa Vergine, in stile greco molto antico, non al modo dei quadri che fanno qui da noi.”

“Dunque proviene dall’impero scismatico ed eretico, ora caduto per i suoi peccati nelle feroci mani dei turchi infedeli.”

“Senza dubbio,” rispose Merello “ma da principio non era né scismatico né eretico, anzi viveva nel seno della Santa Madre Chiesa, e Costantinopoli era la Nuova Roma, quella che il pio imperatore Costantino aveva voluto rifondare come Roma cristiana, la Nuova Roma che ha prosperato finché è rimasta in comunione con la Chiesa di Cristo e col Santo Padre, ed ha cominciato a rotolare verso la rovina non appena è diventa preda dello scisma e dell’eresia. Ed è forse per i tristi avvenimenti di laggiù, e per le sconfitte che la Fede vi ha subito, che il quadretto è giunto da noi, portato dagli angeli. Vorrei ricordare, magnifico giudice, che questo caso non è affatto unico. Anche la Santa Casa di Loreto fu trasportata in Italia dagli angeli per impedire agli infedeli di profanarla.”

***

Questo paragone fece impressione alla corte. In quell’epoca di Fede, sebbene già intaccata dalle rivoluzionarie convulsioni della “riforma” protestante e dall’incredulità della gente materiale, attenta solo al denaro, nessuno si sognava, almeno fra i cattolici, di dubitare del miracolo della Santa Casa. Nessuno avrebbe pensato di “ispezionarla” con dubbio “scientifico”. Nessuno avrebbe escogitato una simile grottesca teoria razionalistica: la Santa Casa sarebbe stata smontata da mani umane e accuratamente ricostruita, mentre la “leggenda” degli angeli sarebbe nata perché il trasferimento ha avuto luogo all’epoca della dinastia bizantina degli Angeli.

Inutile far notare che quella dinastia appartiene al periodo di piena decadenza dell’impero di Bisanzio, il quale da secoli aveva perduto ogni controllo sulla Palestina. È pure vano rilevare che i musulmani avevano travolto i crociati in Terra Santa, per cui era alquanto improbabile che le loro orde vittoriose e urlanti, dedite al saccheggio, al massacro, alla schiavizzazione e allo stupro, lasciassero indisturbata un’operazione tanto delicata.

Quale operazione? Una vera e propria spedizione in grande stile, forzatamente condotta non in segreto e da poche persone, ma da una numerosa e ben visibile schiera di cristiani i quali, con tutta la calma e l’attenzione necessaria, presumibilmente sotto la guida di un esperto architetto, avrebbero dovuto smontare accuratamente la casa, numerare le pietre per poterle rimontare nell’esatto ordine originale e, fatto ciò, trasportarle per monti e per valli e infine stivarle ordinatamente su una nave. A questo punto l’allegra brigata non avrebbe dovuto far altro che partirsene serena e tranquilla, con la benedizione degli imam.

Pur di negare il miracolo, non si esita a sfidare il ridicolo. E i primi a rotolare giù per questa china sono tanti, tantissimi preti.

Circa duemila anni dopo la storia di salvezza che aveva avuto principio in quella casa, una squadra (équipe, per i malati di esterofilia) di archeologi (chissà che si aspettavano di trovare? qualche codice segreto dei Templari? qualche codice Stravinci?) si recò a Loreto per studiarla da cima a fondo, e trovò che si trattava proprio di una dimora di tipo palestinese del primo secolo, assolutamente senza fondamenta, cementata con malta palestinese, completamente diversa dalla quella ottenibile nella zona di Loreto, proprio come se fosse stata sollevata e trasportata dal luogo di origine e delicatamente depositata in un luogo non raggiunto (ancora) dai nemici del Cristianesimo.

Gli antichi non avevano conferme “scientifiche” e credevano. I moderni le hanno e non credono. È il progresso in marcia: qualche idiota ha detto che la “cultura”, per essere moderna, dev’essere “laica” e scettica, e non c’è stato un coro di pernacchie sufficiente a farlo tacere.

***

“Così,” continuò il cappellano Merello “Chichizola scese dal monte e si mise a predicare, come in estasi, proclamando il messaggio della Madre di Dio. Gli astanti lo deridevano, perché la nostra gente è rozza e non facile a persuadersi. Noi stessi, cioè io e l’arciprete Paolo Pansa, avevamo forti dubbi e lo interrogammo a lungo. Ci parve assolutamente sincero. Se fosse stato un altro a raccontare una storia del genere, avremmo avuto dubbi ancor maggiori e i più gravi sospetti. C’erano inquieti monaci agostiniani apostati che giravano disseminando assurdità luterane, e una falsa apparizione era proprio quello che sarebbe servito loro per screditare la Chiesa. Tuttavia, l’apparizione aveva lasciato la prova tangibile di quel quadretto e decidemmo di recarci appena possibile a vederlo, guidati da Chichizola, che continuava ad apparire in estasi. Una folla di abitanti di Rapallo ci seguì. I villici del monte, frattanto, avevano avvisato anche il rettore di Sant’Ambrogio della Costa, Rocco Luchetti che trovammo sul posto quando ascendemmo la montagna. Nessuno aveva osato muovere quella tavoletta, cosa sacra che soltanto mani consacrate potevano toccare. Con grande gioia, constatammo che Chichizola aveva detto il vero. Non solo, ma presso il quadretto era scaturita una fonte d’acqua viva, dove prima c’erano solo erbe e sassi.”

“C’era anche una nuova fonte?” domandò il giudice “Ma che c’è di strano? Una fonte può scaturire da una montagna in qualsiasi momento. Tutti sanno che il suolo contiene acqua. Basta che piova e l’acqua arriva.”

Fregoso cercava di sminuire, quasi senza rendersene conto, quegli strani fatti, perché aveva già deciso in cuor suo, da bravo genovese attaccato alle palanche, quello che conveniva fare: Ragusa era troppo importante per il commercio della Serenissima Repubblica perché si potesse rischiare di scontentarla. I ragusei erano gente di fede? Benissimo: meglio non scontentarli e continuare, con il loro tramite, a spremere soldi dall’Oriente.

“Magnifico giudice,” ribatté Merello “da molte settimane non pioveva, e poi la fonte era sulla cima della montagna, proprio vicino all’icona. Le fonti hanno bisogno di avere terra e rocce sopra di loro, dove l’acqua che Dio manda possa accumularsi e scaturire all’aperto per nascoste vene sotterranee. Ma una fonte sulla cima di una montagna non si era mai vista. Ed è ancora là. Moltissimi che si sono bagnati in quella fonte sono guariti in modo miracoloso. Una bambina, divenuta storpia per una brutta caduta, ed era storpia già da tre anni, guarì miracolosamente. Ora è cresciuta, ed è qui fra noi. Si chiama Manuelina: volete interrogarla?”

Il cappellano fece cenno alla ragazza di avvicinarsi. Lei arrossì e mosse un passo, ma il giudice Fregoso aveva fretta e assicurò il cappellano che non era necessario:

“Va bene, va bene, vi credo, reverendo. Andate avanti.”

“Con infinita cautela, il buon confratello Pansa sollevò l’icona usando il pallio che portava e ci preparammo a scendere in processione a Rapallo. Non ci pareva possibile lasciare lì la fragile tavoletta dipinta, all’aperto, esposta alle intemperie, appoggiata ad un roccione della cima. Rocco Luchetti, il rettore di Sant’Ambrogio della Costa, ci accolse dicendo: ‘Reverendi fratelli, constatate con i vostri occhi. Io non volevo credervi, quando il mio parrocchiano Monteprovenzo è venuto ad avvisarmi. Falsi miracoli e false apparizioni sono frequenti inganni usati dal demonio per traviare le menti degli uomini, ma qui non è possibile dubitare. Questa è una grande benedizione.’ Ma intendeva soprattutto che la vera benedizione fosse la fonte, perché sul quadretto ebbe a ridire. Quella figura a tre teste gli pareva avere un che di mostruoso e di eretico. Ma Paolo Pansa, già conquistato dall’aura di miracolo che spirava in quel luogo, rispose: ‘Se è stata la Vergine in persona a portarlo, che volete che vi sia di eretico? È solo un dipinto, e quindi non è che un’opera umana, e l’uomo fa sempre una grande fatica a rappresentare gli ineffabili misteri di Dio’. Io feci presente che, trattandosi di un quadro molto antico, avremmo dovuto studiarlo un poco, anche perché prima o poi avremmo dovuto spiegarlo alla gente. Tanti non sanno leggere, e bisogna annunciare loro le verità e le gioie della nostra santa Fede con le immagini. Allora anche Luchetti fu improvvisamente colpito da una sorta di estasi, e riconobbe che il quadretto aveva un fascino straordinario. Pensammo che avremmo avuto tempo di esaminarlo quando l’avessimo messo al sicuro a Rapallo.”

“E invece cosa accadde?”

“Dopo aver recitato il Santo Rosario, la solenne preghiera raccomandata dal Santo Padre Pio V, dopo la grande vittoria di Lepanto, discendemmo il monte in solenne processione. Il reverendo Pansa reggeva con venerazione l’oggetto avvolto in un lembo della stola; il popolo ci seguiva, felice. Ricordo che qualcuno, fra i villici, cominciò a cantare l’‘Adoro Te devote’, e via via altre voci si aggiunsero al canto. Pochi di loro sanno leggere e scrivere, ma ricordano gli inni della chiesa: non ne comprendono il senso, ma che importa? Dio è mistero: cercare di capire troppo può essere fonte di vanagloria. La dolcezza della melodia basta ad elevare il cuore alla luce dell’eternità. Il canto era pure incongruo a quell’occasione, perché è un inno eucaristico, e quello che trasportavamo non era il Santissimo Sacramento, l’unico a cui si deve adorazione. Ma noi preti non ci sentimmo di rimproverare alcuno. Ci pareva d’essere in paradiso. E poi, la Madre di Cristo non può che avere un legame strettissimo con la presenza reale nell’Eucarestia. Così, lieti di una profonda letizia soprannaturale, portammo solennemente la sacra icona a Rapallo. La collocammo nella sacrestia della nostra chiesa parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio, ben chiusa dentro un robusto armadio. Il mattino dopo, volendo osservarla per comprenderne bene i reconditi misteri teologici, aprimmo l’armadio e la cercammo. Non c’era, da nessuna parte. Già temevamo di aver a che fare con un furto sacrilego, quando arrivò da noi, trafelato, Marcellino Monteprovenzo, gridando che il quadretto era misteriosamente riapparso nel luogo preciso della prima apparizione, presso la nuova fonte. Di nuovo lo riportammo a Rapallo, chiudendolo in un cassone robustissimo, sul quale montammo costantemente la guardia, alternandoci con alcuni dei nostri più fedeli parrocchiani. E il mattino dopo l’icona era già misteriosamente sparita e riapparsa al solito posto sul monte.”

I vecchi giudici si guardarono l’un l’altro, sbalorditi, scambiandosi commenti:

“È mai possibile?...”

“Ma cosa racconta?...”

“E se fosse vero...”

“Sembra sincero...”

“Non so che dire...”

“Allora” continuò Merello “comprendemmo quello che la Santa Vergine aveva voluto dirci: essere onorata nel luogo preciso dove era apparsa. E un’altra cosa comprendemmo, che è d’importanza vitale per la vita di ogni uomo o donna, come di tutti i popoli.”

“E sarebbe?” domandò acido il giudice Fregoso, al quale dava un po’ fastidio quella specie di “Trionfo della Fede”, che si andava delineando, come un quadro dell’incipiente Controriforma cattolica, mentre lui preferiva di gran lunga i dipinti del Rinascimento che, con la scusa di soggetti “mitologici”, si popolavano di bellezze femminili più o meno senza veli.

“La Madre di Dio” rispose Merello, quasi in estasi, rievocando quei giorni gloriosi “vuole che ascendiamo, non che restiamo in pianura, comodi. Vuole vederci arrivare con fatica e sacrificio. Il monte è il simbolo della via stretta che porta al cielo. E il monte scalato, conquistato, diventa il segno della conquista del cielo. Diventa un monte allegro, mentre prima era chiamato il ‘monte della morte’. Quella è l’aspirazione e il sommo bene dell’umanità: stare in allegria con Dio e la Madonna, stare ai piedi della Santa Madre che ci vuole tutti allegri, perché ci ama.”

Con lieve sorriso di superiorità, ma anche un po’ d’invidia per quella gioia che non arrivava a comprendere, il giudice Fregoso domandò:

“Dunque siete allegri a Rapallo?”

“Abbiamo costruito alla Santa Vergine un piccolo santuario sul monte, dove aveva detto di voler essere onorata;” rispose Merello “future generazioni, meno povere di noi, sapranno forse dare alla Madonna una casa più ricca. Ma in quel piccolo santuario c’è il nostro cuore.”

Sempre con lieve sorriso di superiorità, il giudice Fregoso cercò di riallacciarsi ad un appiglio legale, che era quello che comprendeva meglio:

“Questi avvenimenti straordinari, furono investigati dalla competente autorità ecclesiastica? Mi sembra che abbiate accennato, prima, ad un’inchiesta della Curia di questa Serenissima Città di Genova.”

Merello estrasse delle carte spiegazzate dalla borsa che portava appesa alla cintura:

“È così, magnifico giudice. Ho potuto prendere visione, presso la Curia, di questa inchiesta, e ne ho annotato alcuni passaggi. Col permesso della Corte, vorrei leggerne qualcuno.”

“Ne avete facoltà”, rispose Fregoso.

“La Diocesi di Genova” cominciò Merello, a mo’ d’introduzione, mentre cercava fra le sue carte “prese molto sul serio l’apparizione, e le numerose grazie che ne seguirono, ed inviò a Rapallo, a compiere le debite diligenze, un autorevole prelato, il quale confermò i fatti che io, con povere parole, ho appena riferito. Monsignor Falceta, ché tale è il nome dell’insigne prelato, scrive di Montallegro...”

“È vero, ora mi ricordo...”, esclamò uno dei giudici, battendosi la mano sulla fronte.

Merello cominciò a leggere:

“‘Ivi è apparsa la Madonna, lo testimoniarono e lo testimoniano coloro che, vessati dai demoni, ne furono liberati, i ciechi di nuovo veggenti, gli zoppi che miracolosamente camminano, moltissimi che, paralizzati nelle mani e in tutto il corpo, andati lassù, rifugiatisi presso la Vergine, ne tornarono liberi, per la sua virtù, da ogni male’.”

“Avete altro da testimoniare presso codesta corte?” domandò Fregoso, come di rito.

“No, magnifico giudice”, fu la risposta.

“La controparte vuole replicare?”

“Magnifico giudice,” commentò il capitano De Allegretis “è una storia leggiadra assai. Ma noi rivogliamo la nostra icona. Se ha tale potere qui, vogliamo che effonda le sue grazie su di noi, ché sono stati i nostri a formare quell’immagine, e ci appartiene.”

Ottenuta quella conferma il giudice Fregoso continuò con un’altra necessaria domanda di rito:

“Una delle opposte parti ha qualcosa da aggiungere?”

Silenzio. Nell’aula si sentiva solo il continuo scricchiolìo della penna del cancelliere sulla carta.

Il giudice allora poté chiudere il dibattimento:

“Abbiamo udito le due parti. Cancelliere...”

“Il magnifico tribunale si ritira per deliberare”, annunciò il cancelliere con un certo sollievo. Non ne poteva più di star seduto a scrivere e la mano destra gli doleva non poco.

***

Mentre i giudici si ritiravano in camera di consiglio, qualcuno di loro aiutandosi col bastone e trascinandosi a stento, i rapallini uscirono, commentando il dibattito appena finito, un paio di loro con speranza in una buona conclusione, ma i più con amarezza:

“Figgêu, anemmu a faa ün gìu, che chi tia brütta aia...”

“Quel capitano è un uomo deciso e il senato genovese, invece...”

“Non sanno nemmeno cosa sia la giustizia...”

“Anch’io ho un brutto presentimento”, sussurrò Marietta.

“Non ti abbattere”, la pregò Manuelina.

“Più abbattuta di così”, fu la replica.

I ragusei non si mossero. Preferirono evitare incontri per le strade con qualche rapallino infuriato, in quella città straniera e ferocemente attaccata ai soldi. Marcolin guardò intento in direzione di Marietta che si allontanava, fece anche il gesto di andarle dietro, poi dovette fermarsi all’improvviso per un’occhiataccia del capitano, e continuò a seguirla solo con lo sguardo. Ormai nell’aula c’erano solo i ragusei. Anche gli armigeri si erano momentaneamente allontanati.

“Capitano, e se avessero ragione loro?” se ne uscì d’improvviso Marcolin.

Il capitano tacque.

“Ma cosa dici?” il nostromo si sentì in dovere di ammonire il ragazzo.

Ma nelle anime semplici di quei marinai, ora che i loro avversari erano usciti e la tensione era calata, cominciavano ad insinuarsi vaghe incertezze. Infine il capitano, esausto e in preda al dubbio, si riscosse e, dopo lunga esitazione, rispose:

“Non so, Marcolin, non so proprio.”

Seguì un lungo silenzio, poi De Allegretis riprese:

“Non so... forse stiamo lottando contro qualcosa che è più grande di noi...”

“Ha proprio ragione, capitano;” assentì il nostromo, che non aveva capito nulla “la Repubblica di Genova è potente, e non so proprio se ce la faremo a ottenere giustizia.”

“Non intendevo questo”, rispose De Allegretis, con una voce che si udiva appena.

***

Intanto, nella camera di consiglio, molto più piccola dell’aula, intorno ad un tavolo circondato da sedie, gli undici giudici presero posto. Nella sua qualità di presidente del tribunale, Fregoso arringò il gruppo:

“Serenissimi colleghi, non è necessario che vi ricordi che il nostro alto incarico ci impone di amministrare imparzialmente la giustizia, dando ad ognuno il suo, dopo aver attentamente soppesato il pro e il contro. L’essenza della giustizia è l’equilibrio nel valutare le ragioni dell’una e dell’altra parte, dopo aver accertato la verità. Per parte mia, ho sempre amato la giustizia, perseguìto la giustizia, avuto fame e sete di giustizia. La giustizia è ciò che permette allo Stato di vivere nella generale soddisfazione dei sudditi. La giustizia è soprattutto una vocazione che noi tutti abbiamo abbracciato per il bene comune. Ora il problema che abbiamo di fronte è quello di salvaguardare il bene supremo della Repubblica. Serenissimi colleghi, qui siamo di fronte ad un incidente internazionale, e il bene della Repubblica dev’essere anteposto ad ogni altra considerazione. E qual è il bene supremo della Repubblica?”

Un mormorio indistinto si levò dal resto dei giudici:

“Il traffico...”

“Il commercio...”

“Le finanse...”

“Le palanche...”

“Scudi, fiorini, ducati...”

“La cunveniensa...”

“Giusto...”

“Verissimo...”

Il giudice Fregoso riprese:

“Vedo che avete pienamente compreso il problema che ci sta di fronte, illustri e venerabili colleghi. Noi siamo mercanti, e abbiamo tanti interessi in oriente. È vero che abbiamo acquistato molto anche a ovest, e abbiamo in mano gran parte delle finanze di Spagna, così che un buon rigagnolo delle ricchezze del Nuovo Mondo scoperto dal buon Cristoforo finisce nelle nostre casse, e noi sappiamo farle rendere mentre quei gran sbruffoni di spagnoli non fanno che sperperarli in palazzi grandiosi, ville, castella, mobili, quadri e statue, ma non possiamo trascurare l’oriente: di là vengono l’allume per la mordenzatura dei tessuti e infinite altre mercatanzie. I turchi controllano quelle vie di traffico, ma accordano protezione ai ragusei, che sono ottimi intermediari. Sarebbe forse vantaggioso guastarci con Ragusa? No di certo; danneggerebbe i ragusei e noi. I ragusei, non dimentichiamolo, sono sempre stati nostri amici e, quel che più conta, nemici dei veneziani... illustri e magnifici colleghi... nemici dei veneziani, non ce lo dimentichiamo. Diamo dunque ai ragusei quello che vogliono, e che sia finita. Questo è il mio parere. Magnifici senatori, siamo tutti d’accordo?”

Un giudice vecchio, brutto e antipatico assentì:

“Ma sì, ma sì, Madonne ne abbiamo tante, e poi la Madonna è dappertutto. Una più, una meno, che differenza fa?”

Un altro giudice, con una faccia furbastra:

“E se quel che abbiamo sentito è vero, il quadretto potrebbe ritornare da solo. E senza spesa per noi. Così potremmo tenerci il dipinto e conservare l’amicizia ragusea.”

Un terzo giudice, con una faccia bitorzoluta, quello che aveva guardato Marietta e Manuelina con aria libidinosa:

“Che ritorni o no, la cunveniensa prima di tutto. Non vedo perché dovremmo inimicarci Ragusa solo per far piacere a quattro bifolchi della Riviera.”

Un quarto giudice, con una faccia viziosa, evidentemente compare del precedente:

“Anch’io ho commerci in oriente. Turchi, cristiani, giudei, tutto fa brodo, purché arrivino le palanche. Questa storia del quadretto che cammina mi sembra un po’ ridicola.”

Un quinto giudice, con una faccia più presentabile, interloquì:

“Ma, venerabili colleghi, se fosse vera? E poi non abbiamo neppure considerato il merito della causa.”

Il quarto giudice insistette:

“E quale sarebbe il merito?”

Quello replicò:

“Il merito è che i rapallini sono sinceri. Il quadretto non l’hanno rubato. Non dobbiamo punirli.”

Il terzo giudice intervenne con grande convinzione:

“Nessuno dice di punirli. Si tratta solo di restituire il quadro. Anche i ragusei sono sinceri. Sono convintissimi di quel che dicono.”

L’altro non era persuaso e riprese:

“Ma togliere loro il quadro vuol dire proprio punirli.”

Ma il terzo giudice tagliò corto:

“E poi, quando mai la giustizia ha avuto a che fare con la buona fede e la verità?”

Il presidente Fregoso concluse autorevolmente la discussione sulla base dei suoi alti principi morali e giuridici:

“La sincerità non c’entra. Non si discute la buona fede degli uni o degli altri. Sono tutti in buona fede. Ma il quadretto viene da Ragusa. E Ragusa è un buon mercato e un ottimo intermediario, col quale non dobbiamo guastarci. Se non restituiamo il quadretto potete star certi che questi marinai se ne andrebbero ciarlando contro di noi non solo a Ragusa, ma per tutto il Mediterraneo. Il nostro credito ne soffrirebbe. La cosa potrebbe risapersi anche in Spagna, e sapete bene quanto sono bigotti laggiù: i nostri sacrosanti traffici in Castiglia, nelle Fiandre, alle fiere della Champagne e nel Nuovo Mondo potrebbero soffrirne. Questo dovrebbe contare più di qualunque altra considerazione. Si tratta di semplice realismo e buon senso. Allora, possiamo concludere? Tutti d’accordo? Qualcuno è contrario? Qualcuno si astiene? Approvato all’unanimità. Possiamo pronunciare la sentenza.”

***

La decisione era presa, e il solenne collegio dei giudici rientrò in aula, annunciato dal cancelliere, che aveva velocemente scribacchiato qualche frase di circostanza su un foglio. Ben quattro armigeri entrarono a loro volta e si disposero a separare i due gruppi contrapposti. Il giudice Fregoso lesse la sentenza, mentre gli altri giudici, simili ad una moderna commissione di concorso universitario, guardavano fissi davanti a sé con aria antipatica e furbastra:

“Questo serenissimo tribunale, attentamente pesate le ragioni delle contrapposte parti, esposte dai rispettivi rappresentanti, e sulla base delle vigenti leggi e dei sacrosanti e irrinunciabili principi di equità, tenuto conto del diritto delle genti e dei consolidati precedenti dei nostri avi, ha formulato ed approvato all’unanimità la seguente sentenza: ‘In nome della Serenissima Repubblica di Genova. In questo anno di grazia 1575, il giorno 11 gennaio, dedicato a Sant’Igino Papa e martire, si presentò a noi in qualità di querelante il capitano Nicolò De Allegretis da Ragusa, richiedendo la restituzione alla chiesa cattedrale della prefata città di Ragusa di una certa sacra immagine oggi conservata nel santuario del monte detto dell’Allegrezza, a tre miglia da Rapallo, facente opposizione a detta richiesta la comunità del borgo di Rapallo, rappresentata dal cappellano della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, Antonio Merello. Udite le parti avverse e soppesate le contrastanti ragioni, solennemente pronunciamo e dichiariamo l’istanza del prefato capitano De Allegretis pienamente giustificata...’”

Scoppiò l’inferno. I rapallini mandarono un grido. Le donne si portarono le mani al capo e alcune caddero in ginocchio. Gli uomini si lanciarono sui ragusei, travolgendo i quattro armigeri che finirono seduti per terra e si guardarono bene da qualunque iniziativa. Scoppiò una vera e propria rissa all’irlandese, dove un abitante di Dublino o di Cork dell’Ottocento si sarebbe trovato perfettamente a suo agio. Il cappellano Merello si sforzò invano di riportare la calma:

“Ma siete pazzi. Fermi, fermi...”

Il giudice Fregoso gridò:

“Non sono tollerati disordini. Tutti fuori dall’aula.”

Ma nessuno vi fece caso. Molti non udirono neppure. Merello, mentre la battaglia infuriava, esclamò:

“Ma siete cristiani. Vi comportate come bestie feroci...”

Cercò di interporsi fisicamente tra i contendenti, e si prese accidentalmente una sberla da uno dei rapallini:

“Oh, sciaa scüse, reverendu”, esclamò il gagliardo combattente, continuando a fare a pugni.

Una selvaggia rissa del genere non poteva naturalmente piacere al giudice Fregoso:

“Ma questo è inaudito...”

Poi si rivolse al suo collaboratore:

“Ma cancelliere, faccia qualcosa...”

“Cosa vuol che faccia? Che mi faccia ammazzare?” rispose l’interpellato.

“Che modo di rispondere a un magnifico della repubblica!” replicò, offeso, il giudice.

“Mi attaccherò alla campana civica...” replicò cantilenando il cancelliere, visibilmente seccato.

“Il tribunale è profondamente offeso; non metta la rissa nel verbale”, articolò, col fiato in gola il grande giurista Fregoso, rivolto al cancelliere.

“Lasciamo che si levino un po’ di polvere di dosso”, rispose cinicamente quel funzionario.

Uno dei giudici sporcaccioni che aveva guardato Marietta e Manuelina come due vecchioni fecero con una certa Susanna di biblica memoria, espresse le sue preferenze:

“Io tengo per i ragusei.”

L’altro giudice sporcaccione lo secondò:

“Anch’io.”

Il capitano combatté insieme ai suoi uomini, perché, dopotutto, erano stati i rapallini a cominciare. Marcolin, al contrario, cercò solo di interporsi per proteggere le due ragazze, gridando:

“Le donne, non toccate le donne...”

L’unico risultato che Marcolin ottenne fu di essere scaraventato a terra. Nel divampare della rissa, uno dei ragusei urtò malamente Marietta che barcollò, ma a quel punto entrò in azione Manuelina. Prima sorresse Marietta, rimettendola in equilibrio, poi, in preda ad una furia selvaggia contro l’uomo che aveva osato urtare sua sorella cieca, si voltò come una tigre e sganciò un diretto di inaspettata potenza su un occhio del malcapitato, che crollò sul duro pavimento. Questo improvviso sviluppo mise fine alla rissa. Tutti si fermarono stupiti di fronte all’energia di quella ragazza. E poi i ragusei le avevano prese di santa ragione e cominciavano ad averne abbastanza.

“E adesso piantatela prima che perda la pazienza;” ruggì Manuelina” avete capito, brutti scimmioni?”

Sorpresi da quell’esplosione, tutti tacquero.

“Dove sei, Manuelina?” gemette Marietta, annaspando alla ricerca della sorella “Hanno finito di picchiarsi?”

“Sì, Marietta, hanno capito che non sta bene infrangere le leggi della Repubblica.”

“Meno male;” sospirò Marietta “sono arrivati gli armigeri in forze?”

“Sì, Marietta, sono arrivati i lanzichenecchi”, rispose Manuelina, massaggiandosi il pugno un po’ indolenzito.

***

Quel pomeriggio stesso, la triste processione dei rapallini un po’ acciaccati si rimise in marcia per portare un ultimo saluto alla Madonna che stava per lasciarli. La caracca ragusea, col suo equipaggio anch’esso acciaccato, mise la prua su Rapallo il giorno dopo la conclusione del processo. A bordo vi era un piccolo reparto di armigeri genovesi di scorta, armati di archibugi a ruota e alabarde. Il capitano De Allegretis era al timone, e i pensieri si rincorrevano nella sua testa: “Avremo fatto bene? L’orgoglio mi ha trascinato. Il miraggio di tornare trionfatore a Ragusa con l’icona ritrovata... E se davvero l’avessero portata gli angeli?... Forse noi non saremmo degni di custodirla?... Ma perché non ne saremmo degni?... E chi mai è degno di fronte a Dio?”

I marinai invece si vantavano:

“Gliel’abbiamo fatta vedere, eh?”

“Credevano di farla franca, credevano.”

“Però, quella ragazza, che pugno.”

“Chi la sposa dovrà rigare dritto.”

“Io subito me la sposerei.”

“Ci aspettano”, osservò un marinaio particolarmente preoccupato, avendone prese veramente tante durante la rissa.

“E sono pronti a dar battaglia”, soggiunse un altro.

“Bah, il governo della Repubblica ci ha dato la scorta”, cercò di rassicurare i compagni il coriaceo nostromo, che invece si era battuto come un leone.

Mentre la caracca si avvicinava alla costa, sulla spiaggia si era radunata una folla. I rapallini, uomini e donne, erano furibondi. Molti agitavano forconi e bastoni, alcuni ragazzi raccoglievano pietre. Il cappellano Antonio Merello ammoniva:

“Figlioli, non fate pazzie. La Santa Vergine non vuole certo spargimenti di sangue.”

La nave ammainò le vele e gettò l’ancora, vennero calate due scialuppe piene di marinai e di armigeri armati fino ai denti. Con loro era anche il cancelliere del tribunale, tutt’altro che contento di partecipare a quella specie di spedizione militare. Per primi scesero a terra una dozzina di armigeri, con fare baldanzoso. Saltando dalle barche nell’acqua bassa con gli stivali alti, raggiunsero la spiaggia come un esercito invasore. Li comandava un sergente pettoruto e molto conscio della propria importanza che, sbarcato per primo, presentò impavido il petto al “nemico”. Seguì lo sbarco, dall’altra scialuppa, del capitano De Allegretis, con una decina di marinai, fra cui Marcolin, e dal cancelliere del tribunale.

Tra i rapallini serpeggiavano i mugugni:

“Eccoli che arrivano...”

“Accidenti a loro...”

“La peste se li porti...”

“Hanno pure la forza pubblica...”

“Potevano spararci coi cannoni dalla nave, già che c’erano...”

“È arrivata la maestà della repubblica...”

Dalla riva risuonò qualche potente e profondamente sentita pernacchia.

Il cappellano Antonio Merello, rivestito dei sacri paramenti, si interpose fra i militi e i ragusei appena sbarcati da una parte e la folla ostile dei rapallini dall’altra, e proclamò a voce altissima:

“Chiunque si azzarderà a commettere un atto ostile sarà immediatamente scomunicato.”

I ragazzi che avevano raccolto sassi cominciarono a lasciarli cadere, la gente cessò di commentare e minacciare. Scese uno strano silenzio, mentre, accompagnato dal rettore di Sant’Ambrogio, Rocco Luchetti, e da numerosi chierichetti, arrivò l’arciprete Andrea Massa. I due sacerdoti erano rivestiti dei sacri paramenti e Massa reggeva, avvolta nel pallio, l’icona contesa. Il corteo clericale fendette la folla, che si fece premurosamente da parte. Tutti, rapallini, ragusei, armigeri, si segnarono. Diverse donne di Rapallo, e anche qualche uomo, piangevano. Il capitano De Allegretis si inginocchiò, tenendo in mano un ricco panno in cui avvolgere l’icona, mentre il cancelliere faceva la sua parte, cominciando a leggere il proclama appositamente preparato:

“In nome del Senato e del popolo della Serenissima Repubblica di Genova, rendiamo noto qui il solenne decreto...”

Dalla folla si levò un grido isolato:

“Stròzzati.”

“Silenzio;” gridò Merello “è nostro dovere ubbidire. L’autorità viene da Dio...” si trattenne in tempo per non aggiungere: “... anche quando è amministrata da gentaglia”.

Marietta e Manuelina piangevano a dirotto, tenendosi per mano, mentre, ricevuta la preziosissima icona, l’intera spedizione di ragusei e armigeri si reimbarcava in fretta sulle scialuppe. Per primo risalì sulla barca il capitano, tenendo stretta al petto la preziosa tavoletta. Quando le scialuppe cominciarono ad allontanarsi, la rabbia dei rapallini esplose.

“E se m’immaginavo che finiva così, trenta lire d’oro dovevo fargli pagare altro che tre, a quel pezzo di...” esplose il fràvegu Bertumé.

Gli altri commenti erano in carattere:

“Poscitu incuntrà u leviatan...”

“Poscitu incurnate in tu primmu scöggiu...”

“Poscitu faa indigestiun d’aegua saà...”

(Per i non indigeni: “Possa tu incontrare il leviatano”, “Possa tu incornarti nel primo scoglio”, “Possa tu fare indigestione d’acqua salata”.)

Merello, irato, ammonì i concittadini:

“E voi sareste buoni cristiani? Vergognatevi.”

Poco dopo, sulla nave ragusea, i marinai levarono le ancore e sciolsero le vele. La nave fece rotta verso Genova per riaccompagnare alla Dominante il cancelliere del tribunale e gli armigeri. A bordo regnava l’esultanza. L’equipaggio della caracca si abbandonava a commenti trionfali:

“Ce l’abbiamo fatta.”

“Li abbiamo suonati per bene.”

“Nessuno può misurarsi con noi.”

“Chissà che trionfo ci aspetta a Ragusa!”

Il capitano aveva subito rinchiuso la preziosa e disputata icona, avvolta nel ricco panno, nella forte credenza del quadrato di poppa della nave. Un armigero e un marinaio furono lasciati di guardia. Il comandante in persona richiuse a chiave lo sportello, si infilò la chiave in tasca e, prima di andarsene, ammonì severamente gli uomini:

“Resteranno qui di guardia, giorno e notte, un armigero e un mio marinaio. Turni di due ore. Nessuno, per nessun motivo, deve entrare qui e avvicinarsi a quella credenza.”

L’ordine fu scrupolosamente eseguito.

“Ma è proprio necessaria questa guardia?” si chiese uno degli armigeri.

“Ci è costata cara, quella madonna;” rispose il marinaio che divideva il turno di guardia con costui “ce l’avevano rubata, ma adesso è di nuovo nostra.”

“E chi vuoi che la rubi,” sorrise l’armigero “qui, in mezzo al mare?”

Due ore dopo, la porta si aprì ed entrò il capitano, seguito da altri due uomini, un marinaio e un armigero, per il cambio.

“Fatto buona guardia?” domandò.

Il marinaio e l’armigero risposero ad una voce:

“Sì, capitano.”

“Successo niente?”

“Che vuole sia succ...?” cominciò l’armigero, ma subito si riprese: “voglio dire: non è successo niente, niente del tutto, capitano.”

“Niente, niente”, fece eco il marinaio.

“Potete andare. Ho con me i cambi. Un momento, però.”

Il capitano estrasse la chiave e andò verso la credenza, infilò la chiave nella serratura dello sportello dove aveva rinchiuso l’icona due ore avanti. Girò la chiave, aperse e si trovò davanti il panno in cui era stata avvolta la piccola tavola. Ma il quadretto non c’era. Palpeggiò freneticamente il tessuto, lo gettò a terra, si voltò con gli occhi spiritati, poi cominciò a frugare febbrilmente nello scomparto. Rovistò in tutti gli altri scomparti della credenza, gettando all’aria tutto quanto. Infine si voltò e pronunciò, stravolto, una sola parola:

“Sparita.”

Armigeri e marinai si guardarono a vicenda sbalorditi. Il capitano si appoggiò alla credenza. Aveva spalancato tutti gli sportelli e gettato fuori oggetti d’ogni genere, come tovaglie, posate, pentolame. Sembrava fuori di sé ma, d’un tratto, il suo volto si illuminò, come se avesse finalmente capito qualcosa d’importanza vitale:

“Crediamo di essere forti, ma non si può combattere contro Dio”, esclamò, profondamente commosso.

Quegli uomini caddero in ginocchio, tutti e cinque simultaneamente, e si fecero il segno della croce.

***

In quel momento, nella modestissima cappella che costituiva allora l’intero santuario di Montallegro, Marietta e Manuelina, sedevano su una panca di fronte all’altare. Apparivano esauste e abbattute.

“Il nostro santuario...” esclamò Marietta piangendo.

“Quanto ci ha lavorato il nostro papà...” rievocò Manuelina, anche lei col pianto nella voce “e tutti i vicini, con tanto entusiasmo. Ce lo raccontano ancora adesso. E ora è vuoto, è orfano...”

“Noi siamo orfane. Abbiamo ancora papà e mamma, però siamo orfane lo stesso...”

“Ci è rimasta solo la fonte.”

“Almeno quella non hanno potuto portarla via.”

“La mamma ti ha bagnato gli occhi nella fonte appena è scaturita, ma niente miracolo.”

“Lo so. Me l’ha raccontato tante volte. Ma adesso rinuncerei alla guarigione. Rinuncio alla vista per sempre, purché la Madonna non ci abbandoni. Rinuncio alla salute del corpo, pur di sentire vicina la Madonna come la sentivo quando c’era qui la sua immagine.”

In quel momento sugli occhi ciechi di Marietta, quasi impercettibilmente, si posò una striscia di luce che aumentava sempre più. E, improvvisamente, inaspettatamente, quegli occhi si spalancarono.

“La luce, la luce, quanta luce...” gridò la fanciulla.

La chiesa si stava riempiendo di luce soffusa. Nella cavità vuota al di sopra dell’altare, a poco a poco riapparve l’icona, dapprima circondata da un alone luminoso, che lentamente sparì. Il quadretto era di nuovo al suo posto, come se nulla fosse accaduto. Marietta si guardò intorno, guardò la sorella, guardò l’altare. Manuelina a sua volta guardava sbalordita la sorella. Tutte e due caddero in ginocchio.

“È tornata...” esclamò Manuelina, estatica “è tornata!” la sua voce si alzò fino a diventare un urlo: “è tornataaaaa!”

“La vedo anch’io”, la voce di Marietta tremava.

“Ma tu ci vedi!” esclamò Manuelina.

“La vedo...” urlò a sua volta Marietta “è tornata. È un miracolo.”

“Sono due miracoli.”

“Dobbiamo dirlo a tutti, presto.”

“A tutti, a tutti.”

“Corri, corri.”

“Marietta stai attenta.”

“Ma se ci vedo benissimo.”

Le due ragazze si alzarono di scatto ed uscirono di corsa dal santuario. Eccitatissime, Marietta e Manuelina gridavano mentre correvano. Una contadina di mezza età arrivò correndo e alzò le braccia in preda allo stupore.

“Venite, venite gente”, chiamava Manuelina.

“È tornata, è tornata la Madonna...” proclamava Marietta con quanto fiato aveva in gola.

“Venite a vedere, venite, presto”, ripeteva Manuelina.

“L’ho vista, l’ho vista”, gridava Marietta.

“Cosse gh’é?” domandò la contadina.

“Venite a vedere”, la esortò Marietta.

“Ma tu non eri cieca?” domandò la contadina, sbalordita.

“Entrate in chiesa, presto, e guardate chi c’è...” insistette Marietta, rivolta alla contadina e a tutti gli altri villici che stavano accorrendo.

“Oh, Santa Maria... Oh, Santa Maria...” gridò la contadina, entrando nel santuario.

Le tre donne rientrarono di corsa e caddero in ginocchio di fronte all’icona. Altri villici entrarono, uno dopo l’altro, e tutti, senza parlare, alzavano gli occhi all’icona e cadevano silenziosamente in ginocchio. D’un tratto Manuelina si riscosse:

“Bisogna correre a dirlo ai preti.”

La contadina si offerse di precipitarsi a parlarne a don Luchetti, in Sant’Ambrogio della Costa. Manuelina corse giù al borgo di Rapallo, e a Marietta disse:

“Tu resta qui, vallo a dire ai nostri genitori.”

“Corro”, rispose la miracolata.

“E stai attenta”, raccomandò Manuelina.

Manuelina cominciò a percorrere il sentiero che scendeva al borgo. Mentre scendeva felice, pregava, recitando il Magnificat, in latino, perché, all’epoca, anche gli analfabeti imparavano a memoria le preghiere, e la Chiesa pregava in quella nobile lingua. Nel secolo XVI la memoria orale della gente era meglio esercitata di oggi.

“Magnificat anima mea Dominum, et exsultavit spiritus meus in Deo, salutari meo...”.

***

Più tardi, nel pomeriggio, a Rapallo si vide arrivare la caracca ragusea. Sulla spiaggia, si radunò una folla.

“Guarda: un’altra caracca come quella dei ragusei”, esclamò un popolano.

“Sembra proprio quella”, osservò un altro.

“Ma è quella”, esclamò una donna.

“Cosa vengono ancora a cercare qui?” si domandò un terzo popolano.

“Ormai la nostra Madonna l’hanno avuta”, ringhiò un’altra donna.

“Ma sei proprio tonta;” la redarguì la prima “lo sanno tutti che è ritornata. Sono appena stata lassù. Ci sono andati quasi tutti.”

“Oh, che meraviglia, che meraviglia;” fece l’altra, illuminandosi “ma io non lo sapevo. Sono appena tornata da Chiavari. Ho venduto le pecore.”

Gli uomini sapevano già del miracolo, ed erano appena ridiscesi dal santuario, e commentavano:

“E adesso cosa vengono a fare?”

“Forse vengono a chiedere perdono.”

“Forse vengono a cercare di riprendersi la Madonna.”

La caracca giunse e calò l’ancora. Se ne distaccarono due scialuppe, cariche di marinai e di armigeri, ma privi di armi, che puntarono verso la spiaggia, dove si radunava sempre più gente. Si udirono numerosi commenti e mormorii:

“Sono di nuovo qui.”

“Questa volta li accogliamo a bastonate.”

“Io vado a prendere l’archibugio.”

“Ma no, ma no. Non vedete che vengono in pace?”

“È vero, non hanno armi.”

“Verranno in pellegrinaggio.”

“Ormai non possono più riprendercela.”

“Lo vedranno anche quei farabutti di giudici che la Madonna vuol stare qui.”

“A Genova hanno la foia dei soldi e basta.”

“Perché, noi no?”

“Con la differenza che loro i soldi ce l’hanno sul serio.”

“Finitela di ciarlare;” ammonì l’arciprete Andrea Massa “sono qui.”

Giunsero ben presto anche il cappellano Antonio Merello, vestito, come Massa, della semplice talare, senza paramenti. Quando le due scialuppe approdarono, i rapallini arretrarono per far posto ai nuovi venuti. Primo a scendere e terra fu il capitano che andò incontro ai rapallini, disteso, amichevole e sorridente. Di fronte ai due ecclesiastici piegò il ginocchio e baciò loro le mani:

“Voi già sapete perché siamo ritornati. La sacra immagine, per quanto ben custodita, è scomparsa dalla nostra nave e non può essere che qui da voi, portata dagli angeli di Dio. Veniamo in pace a renderle omaggio per l’ultima volta, prima di far vela per la nostra patria. Concedete, buoni cristiani, che ascendiamo ancora una volta al vostro sacro monte, e perdonateci.”

Con le lacrime agli occhi, l’arciprete rispose:

“Siate benvenuti, cari fratelli in Cristo. La Santissima Vergine non mancherà di proteggervi, anche se la Sua immagine, che è stata oggetto di così aspra contesa resterà qui. Piace al Signore che si veneri Sua Madre, e la nostra disputa Gli ha dimostrato quanto amiamo averLa sempre con noi. Saliamo insieme al santuario a pregare.”

Come d’incanto, non vi furono più rapallini e ragusei, liguri e dalmati: solo cristiani e fratelli. I due gruppi si mescolarono con segni di affetto fraterno. Tutti sorridevano e si abbracciavano. Non c’erano vinti. Non c’erano vincitori. Uno solo era il vincitore: Cristo, attraverso la Sua Santa Madre.

Seguiti da una processione di rapallini, tutti i ragusei ascesero nuovamente al santuario. La piccola chiesa traboccava di gente. Rapallini, ragusei e armigeri della Repubblica, si affollavano davanti alla porta spalancata del piccolo edificio, occupando interamente la radura. Dall’interno della chiesa echeggiarono le parole dell’arciprete Andrea Massa:

“Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis: et vidimus gloriam ejus, gloriam quasi Unigeniti a Patre, plenum gratiae et veritatis.”

“Deo gratias”, rispose Antonio Merello.

Quando la Messa finì, tutti si inginocchiarono per ricevere la benedizione e si fecero il segno della croce. Mentre si rialzavano, i pochi fedeli che avevano trovato posto nella chiesetta cominciano ad uscire: fra essi il capitano De Allegretis, il mozzo Marcolin, Marietta e Manuelina. Per ultimi uscirono l’arciprete Massa e il cappellano Merello, che si erano svestiti dai paramenti sacri indossati durante la Messa e indossavano la semplice tonaca.

Tra la folla, Marcolin guardava Marietta, che a sua volta guardava Marcolin, poi abbassava gli occhi e arrossiva.

L’arciprete Massa si arrampicò su un ciglione e si rivolse alla folla:

“Buoni amici nostri da Ragusa e da Genova, non abbiamo ancora qui un’osteria o una locanda per accogliere i pellegrini, ma di certo vi sono, tra i buoni cristiani di qui, molti che saranno lieti di accogliervi e dividere con voi il desco familiare.”

Manuelina tirò per la manica Marietta e le sussurrò all’orecchio. Marietta a sua volta sussurrò nell’orecchio della sorella:

“E su, diglielo”, esortò Manuelina.

“Diglielo tu, Manuelina.”

“Eh no, sembra che gli faccia la corte io.”

“Mi vergogno.”

“E fai presto, prima che lo inviti qualcun altro;” insistette Manuelina “deciditi.”

“Mah...”

“È l’unica occasione che hai. A me piace il capitano, ma sarà già sposato, e poi per me è un po’ vecchio.”

Marcolin guardava le due ragazze con aria interrogativa. Non udiva quello che stavano dicendo, ma lo intuiva. D’impulso, con la voce che gli tremava per la commozione, si rivolse al capitano:

“Perdonate, voi siete stato per me come un padre, dopo che i miei sono morti, ma io sento di non poter abbandonare la nostra Madonna. Vorrei restare qui.”

De Allegretis sorrise:

“Ti capisco benissimo, tanto più che, oltre alla nostra santa Regina, vi sono, eh, eh... altre bellezze...”

“Scusate, capitano,” replicò Marcolin, rosso come un peperone “sono io che non capisco voi.”

“Va là, che hai capito benissimo. Per parte mia, tu hai la mia benedizione, anche se mi dispiace perdere il mozzo migliore che abbia mai avuto, e il più fedele. Ti darò la paga che ti spetta, e anche qualcosa di più. Come si chiama la tua... bella?”

Arrossendo ancora di più, Marcolin rispose:

“Non lo so... ancora...”

Fu la giovane miracolata a porre fine a quel dialogo, avvicinandosi:

“Perdonate, signori, mi chiamo Marietta. I nostri genitori hanno una fattoria qui vicino sul monte e... se vi piace il formaggio...”

“Gentile fanciulla,” rispose con galanteria il capitano, anche a nome del giovane mozzo che stava per lasciarlo “verremo senz’altro e saremo onorati di essere vostri ospiti.”

Le due sorelle e i due ragusei, si misero in cammino verso la fattoria, Marietta dimenticò improvvisamente la sua timidezza e cominciò a parlare a raffica a Marcolin:

“Sai, noi siamo due sorelle. Eravamo malate tutte e due, ma la Madonna ci ha guarite. Però i nostri genitori diventano vecchi, e avrebbero bisogno di aiuto, ma non hanno avuto figli maschi, ma sono sicura che se tu...”

Tutti e quattro si fecero strada tra la folla, che non mancò di notare l’improvviso interesse del giovane mozzo per la ragazza miracolata.

***

La voce di Marietta si spense lentamente, man mano che la sua figura, come quella degli altri tre, si faceva sempre più piccola, lontana nel tempo e nello spazio.

Sì, tutta questa lotta per una santa icona portata dagli angeli ha avuto luogo tanto tempo fa, in un’altra epoca, in un’altra stagione del mondo. Il mondo è cambiato, non certo in meglio. Coloro che hanno vissuto in quel luogo e in quel tempo non ci sono più. Ma non dobbiamo pensare a loro come a dei morti. Sulla terra, da qualche parte, sono rimaste soltanto le loro spoglie mortali, ma essi sono vivi, vivi come mai erano stati, felici come mai erano stati, nel loro peregrinare terreno. Vivono in eterno, come in eterno può vivere chiunque lo voglia. La Madre di Dio ci aspetta.

EMILIO BIAGINI


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • FACENDO FORZA ALLA NOSTRA NATURALE MODESTIA,

    ANDIAMO A PRESENTARE AI NOSTRI 23 LETTORI E MEZZO:

    I BIAGINI:

    UN CASO LETTERARIO

     

    Non è certo frequente trovare una coppia di sposi tutti e due scrittori ed entrambi impegnati sul fronte della letteratura cattolica, non senza una mordente vena satirica.

    Eccoci:

     

    Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Prima di approdare alla cattedra universitaria e per ingannare il tempo, mentre scaldava i banchi all’università di Genova, ha preso tre lauree (Scienze naturali, Scienze biologiche e Geografia), imparato cinque lingue straniere (inglese, tedesco, nederlandese, afrikaans, russo e, senza sua colpa, francese) e vinto sei borse di studio all’estero, fra cui la Fulbright-Hays negli USA. Ma la sua principale vocazione non è mai stata quella del professore universitario. Ciò che gli interessa davvero è fare lo scrittore. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo insieme alla moglie Maria Antonietta), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013) e quattro volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, Verona, 2009; Satire clericali, Verona, 2014, Gaia: il pianeta sull’orlo di un crisi di nervi, Chieti, 2016) questi due ultimi insieme alla moglie Maria Antonietta). Insieme alla moglie, ha pubblicato il provocatorio testo di storia per ragazzi Le brutte storie, Verona, 2017, che racconta le vicende moderne come si sono davvero svolte non come le raccontano i vincitori e i loro lacché politicamente corretti. Ha ricevuto, nel 2012, il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa cattolica, e nel 2016 (insieme alla moglie Maria Antonietta) il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “Lo scudiero”.

    Maria Antonietta Novara Biagini è nata a Genova. Ha frequentato fino alla maturità classica l’Istituto delle Suore dell’Assunzione. Si è poi iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Genova, senza però impegnarvisi al punto da giungere al conseguimento della laurea, preferendo occuparsi della sua famiglia invece di abbandonarla in mano a truppe mercenarie. Nello stesso tempo ha potuto sviluppare i propri interessi culturali e le proprie curiosità, anche attraverso viaggi in quasi tutte le parti del mondo, approfondendo e fortificando una formazione cattolica e controcorrente. Ha pubblicato il volume di racconti L’albero secco (Verona, 2010) e un romanzo storico dal titolo Nonna non raccontava le favole (Verona 2016), che tratteggia ambientato a Genova dall’Ottocento in poi. Insieme al marito Emilio ha pubblicato il romanzo La pioggia di fuoco (Verona, 2012) e le Satire clericali (Verona, 2014). Nel 2015 ha ricevuto a sua volta il premio letterario  “Fede e Cultura” per la narrativa e, insieme al marito Emilio, nel 2016, il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “I due cecchini”.

     

    Ed ecco alcuni dei più recenti libri sfornati dalla dinamica coppia:

     

    Il seme sepolto 

    Quattro commedie giudiziarie, ambientate in una terra fantastica che simboleggia lo spirito umano. Valenti avvocati si battono per portare alla luce il seme sepolto della verità. È questo il quadro narrativo che viene precisandosi da un episodio all’altro, finché il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra Immortale, la Santa Madre, personificazione della Santa Madre Chiesa, si converte e crede. Anche lui è il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la Fede e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

     

    Lalbero secco 

    Quarantasei testi, uno al giorno per un mese e mezzo. Per ridere delle miserie del potere ottuso, che pretende tutto decidere, giudicare e governare; per farsi beffe del darwinismo, che pretende l’uomo “discendente” da “antenati” comuni alle scimmie e non si rende conto che alle scimmie sta tornando. In questo volume si possono trovare spassosi esempi di satire della sgangherata poesia moderna e delle molte idiosincrasie che rendono ridicola l’umanità; ma non solo, la lettura di quest’opera serve anche a far sorridere e commuovere pensando alla figura di Padre Pio e ai ricordi delle proprie radici.

     

     La nuova terra

    La nuova terra, dove cessino le sofferenze e sia possibile trovare la serenità, è raggiungibile? Quello che appare essere un male può rivelarsi un bene? Esiste una prospettiva superiore che dà senso alla vita? Questo romanzo, ambientato nel Sudafrica dell’apartheid e poi nella multietnica Londra, offre una risposta positiva a tutte queste domande.

     

    La pioggia di fuoco

    L’avvento dell’anticristo e la fine del mondo: che temi allegri! Roba dell’altro mondo, proprio. Roba da fare scongiuri o da sbellicarsi dal ridere? La sindrome millenaristica, che di quando in quando attanaglia molta gente, è giustamente motivo di ilarità, specie quando deriva da fisime neopagane, come i calcoli basati sui calendari Maya, le elucubrazioni New Age ed altre ciarlatanerie. Ma spaventare la gente rende, ed ecco perché tanti ne scrivono. Bisogna allora dire due cose. Primo: non ci sono dubbi, succederà; tutte le religioni monoteistiche dicono chiaramente che il mondo è destinato a finire; lo stesso, con linguaggio diverso, dice la scienza. Secondo: non sappiamo quando avverrà, ma non è affatto imminente; non vedranno niente di simile né i nostri bisnipoti né i bisnipoti dei nostri bisnipoti, e via di generazione in generazione. Perciò riponete i cornetti e i ferri di cavallo e godetevi questo racconto.

     

    Montallegro-copertina

    Il primo di questi racconti, che dà il titolo alla serie, è una storia d’amore: quella fra la Santissima Vergine Maria e la città di Rapallo.

    Anche gli altri racconti, in gran parte ambientati in Liguria (Genova e Savona, oltre che, occasionalmente, a Milano, in Germania e in Inghilterra), sono svergognatamente cattolici e offensivi per il sacro laicismo e per la rampante tirannia relativista.

     

    I chierici sono stati spesso bersaglio di satira, a volte immeritatamente, da parte dei nemici, ma il sale insipido è purtroppo una distesa enorme come il Sahara e una minaccia gravissima di morte per le anime. Vi sono i tiepidi, i vigliacchi, quelli che contraddicono il Vicario di Cristo e lavorano sotto la chiglia della navicella di Pietro come teredini per sovvertire la verità. Contro costoro i cattolici hanno non il diritto, ma il dovere di prendere posizione. E poi vi sono quelli che credono di difendere la Tradizione combattendo e minimizzando le rivelazioni private, imponendo silenzio allo stesso Dio: che diamine, ha parlato una volta per tutte e loro sono gli unici custodi autorizzati della Parola. Atteggiamento pericolosissimo, perché facendo di ogni erba un fascio si toglie credibilità ai messaggi autentici e non si colpiscono abbastanza quelli falsi.

     

     

     Nonna non raccontava le favole

    Una signora che non racconta favole, ma custodisce il tesoro della memoria. Una famiglia unita. Il contrasto fra la vita familiare improntata ai valori cristiani e vissuta nella Grazia divina, e tutto intorno il grigiore di un regime di politicanti sabaudo-massonici, emerso dagli intrighi del cosiddetto “risorgimento”, oppressore della Chiesa e delle identità locali, regionali e nazionale.

    Un regime dedito all’avventura sanguinosa della guerra, incapace di contenere il giustificato malcontento popolare (che trova sfogo in tragiche rivolte soffocate nel sangue, e in una disperata emigrazione), sostituito poi da un altro regime altrettanto bellicista e votato alla rovina, che si lascia dietro un tragico strascico di odi e violenze, e a sua volta viene sostituito da un regime repubblicano-massonico, portatore di una prosperità ingannevole e di una fallimentare gestione condita di vigliaccheria e di retorica, sotto il tallone dei grandi usurai mondiali.

    Una storia che si dipana lungo un secolo di vita di Genova, segnato dalla caducità di tutte le cose umane, da momenti irripetibili di gioia che passano per non tornare mai più, dal dolore di vite spezzate da insensate guerre scatenate dai malgovernanti. Ma tutto ciò senza mai scendere a compromessi col male, e senza perdere la speranza — sostenuta da una Fede senza incertezze — in un mondo nel quale sarà asciugata ogni lacrima.

     

     Gaia copertina copia

    Bacilli del colera di tutto il mondo, unitevi. Rallegratevi ed esultate, zanzare, le vostre sofferenze sono alla fine: prima c’erano le bonifiche, adesso arrivano le malifiche. La serietà scientifica degli ambientalisti è pari al loro senso del ridicolo. Per non parlare della serietà dei teologi che, poverini, si addentrano nell’ecologia. Senza gli ambientalisti (teologi e non) il mondo sarebbe senz’altro più povero (di occasioni per la satira). Non c’è niente che metta in fuga il diavolo meglio di una presa in giro (parola di C.S. Lewis). Che serva anche contro gli ambientalisti (e i loro seguaci teologi)?

     

    Le storie pi brutte-Copertina

    Un agile libretto, destinato ai bambini ma adatto anche agli adulti, capovolge le menzogne incancrenite imposte dai vincitori e gabellate come indisscutibile scienza storica nei libri delle scuole statali: la "benefiche" rivoluzioni, il "radioso" risorgimento, la "gloriosa" resistenza. I signori della disinformazione sappiano che la Verità  non può essere soppressa per sempre.

     

    ACHTUNG! ACHTUNG!

    LA DINAMICA COPPIA STA PER DARE ALLE STAMPE IL PRATO ALTO, UNA GRANDE STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA, DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI, CHE HA NATURALMENTE MOLTO DA DIRE ANCHE SULLA STORIA ITALIANA.

     

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