Genova, 12 Dicembre 2017 04.24





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

09
NOVEMBRE
2012
Articolo letto 1891 volte

 

“Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina”.

L’autrice di questo brano è una mistica contemporanea, che appena adesso (e non senza opposizione da parte di chierici progressisti, come già si era verificato per San Padre Pio) si comincia a conoscere e ad apprezzare: Maria Valtorta (Caserta 1897-Viareggio 1961) (vedi ), una persona di limitata cultura, che aveva compiuto solo studi tecnici, il cui unico pregio intellettuale era quella di avere un’eccellente memoria, che le permise di riportare nei minimi dettagli ciò che vedeva. La Valtorta fu paralitica per gran parte della sua vita. Inchiodata a letto senza avere la possibilità di compiere alcuna ricerca, senza conoscere alcuna lingua orientale, senza aver mai lasciato l’Italia, descrisse in modo dettagliatissimo la vita del Salvatore, dimostrando di conoscere perfino la conformazione del territorio, incluse descrizioni di peculiari formazioni rocciose (confermato da un geologo che aveva lavorato in Palestina) e le minute differenze di pronuncia della lingua ebraica tra la Galilea e la Giudea. Costei più volte ebbe la visione della rosa paradisiaca e più volte la descrisse, anche in assai maggior dettaglio rispetto alle poche righe riportate sopra. La visione corrisponde esattamente all’immagine del Paradiso nella Divina Commedia come “candida rosa” (Canto XXXI, 1-3), oggetto di una delle più impressionanti tavole disegnate dal Doré nella grande edizione illustrata del Poema.

 

 

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21
LUGLIO
2012
Articolo letto 1479 volte

DIRITTO DI FAMIGLIA

Atto unico

 

Personaggi:

CANDIDO Speranza, venticinquenne, prossimo al matrimonio, sprizzante ottimismo, almeno all’inizio;

GIOCONDO Speranza, zio di Candido, cinquantenne, molto male in arnese;

un CAMERIERE.

 

Un tavolo al bar.

 

CANDIDO — O zio, come stai? È un bel po’ che non ci vediamo.

GIOCONDO — Sì, un “Po” di tempo con la maiuscola.

CANDIDO — Hai sempre voglia di scherzare. Vieni, sediamoci un momento al bar.

GIOCONDO — Non che ci sia gran che da scherzare, sai? Penso che tu abbia saputo...

CANDIDO — Sss... sì... mi hanno detto qualcosa...

GIOCONDO — E tu stai per sposarti?

CANDIDO — Sì, zio, e sono felice. Stavo giusto andando a cercare gli anelli.

GIOCONDO — Mmmm...

CANDIDO — Mamma e papà sono così contenti... e anche i genitori di lei... Ma tu mi sembri...

GIOCONDO — ... mal messo? Altroché mal messo...

CANDIDO — Vuoi un caffè?

GIOCONDO — Meglio un tramezzino.

(Il cameriere si avvicina.)

CANDIDO — Hai proprio fame. Cameriere, un tramezzino, e due cappuccini. Ti va bene il cappuccino, zio?

GIOCONDO — Va benissimo.

CAMERIERE — Subito, signore. (Esce per eseguire.)

CANDIDO — Ti ci vorrebbe anche un nuovo vestito... Oh, scusa...

GIOCONDO — Non ti scusare. Non posso certo nascondere che ho toccato il fondo... o sto per toccarlo...

CANDIDO — Ma cos’è successo, di preciso?

GIOCONDO — È una storia squallida e miserabile.

CANDIDO — Se ti fa troppo male, non dire niente, zio.

(Arriva il cameriere e porta le ordinazioni. Giocondo comincia avidamente a mangiare il tramezzino e per un poco nessuno dei due parla.)

GIOCONDO — Vedi, anch’io vent’anni fa ero entusiasta come te e stavo per sposarmi. Tutto sembrava a posto e non c’era motivo di sospettare... o di temere... (Continua ad addentare il resto del tramezzino.)

CANDIDO — Mi spaventi.

GIOCONDO — Fai bene a spaventarti. Ero felicemente sposato, con due figlie, come saprai, e guadagnavo bene come ingegnere. Un giorno, di ritorno a casa dopo il lavoro, ho trovato... (Si interrompe, abbassa gli occhi e si concentra sull’ultimo boccone del tramezzino.)

CANDIDO — Qualcosa di terribile...

GIOCONDO — Solo le mie due valige, davanti alla porta chiusa...

CANDIDO — E poi...

GIOCONDO — ... e poi, attraverso la porta chiusa, senza neppure aprire uno spiraglio, mia moglie mi ha detto di andarmene. Voleva il divorzio. Aveva parlato con l’avvocato. L’avvocato le aveva detto di fare così... che andava bene così... che era suo pieno diritto fare così...

CANDIDO — Ma come?

GIOCONDO — È il nuovo diritto di famiglia.

CANDIDO — Mostruoso.

GIOCONDO — Ho dovuto tornare da mia madre, dalla nonna, sai... che è morta di crepacuore pochi mesi dopo.

CANDIDO — E la casa? Era tua.

GIOCONDO — Non più. È il nuovo diritto di famiglia. La puttana si era incapricciata di un teppista con l’orecchino e la coda di cavallo. Naturalmente ho scoperto tutto quanto dopo... Un giovinastro senza arte né parte, più giovane di lei di quindici anni. Si è presa l’appartamento e mi frappone difficoltà d’ogni genere per non farmi incontrare con le mie figlie. Due povere adolescenti, che chissà cosa diventeranno con una madre come quella e in una situazione come quella?

CANDIDO — Ma è atroce...

GIOCONDO — Dice, la puttana, che se le incontrassi, le metterei contro di lei. Sempre in combutta con quell’azzeccagarbugli, sempre a trovare nuovi cavilli per tenermi lontano dalle mie figlie...

CANDIDO — Non immaginavo tutto questo. In casa non ne parlano.

GIOCONDO — La vergogna la sentono gli innocenti. Le carogne, invece...

CANDIDO — Ma non li hai denunciati?

GIOCONDO — Denunciati? La legge è dalla loro parte. È il nuovo diritto di famiglia.

CANDIDO — Ma in questo modo si distrugge una società.

GIOCONDO — È già bell’e che distrutta. Il padre non esiste più. Le femministe vomitano liquame di fogna contro la figura del padre... il “patriarcato”, come lo chiamano...

CANDIDO — È un’infamia.

GIOCONDO — Col nuovo diritto di famiglia è scomparso il reato di adulterio. Ci s’è messo anche il vomito di fogna della cosiddetta scienza dell’evoluzionismo: l’adulterio è determinato geneticamente, dicono, la colpa non esiste.

CANDIDO — Dai frutti si riconosce l’albero.

GIOCONDO — Così la legge è dalla loro parte: niente più reato, tanto meno peccato, di adulterio. La moglie tradisce ed è autorizzata a tenersi i figli e a spogliare il marito. Ero un rispettato professionista e guadagnavo bene. Continuo a guadagnare bene e devo consegnare quasi tutto a lei, che ci si mantenga il suo “fidanzatino”, e io... io... sai cosa faccio?

CANDIDO — Cosa?

GIOCONDO — Vado a prendere la minestra dai frati.

CANDIDO — La minestra dai frati!?

GIOCONDO — Sì, la minestra dai frati... E cosa credi? Ce ne sono migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia come me... Normali padri di famiglia spogliati di tutto da mogli puttane...

CANDIDO — Non ho parole.

GIOCONDO — Che vuoi farci? È la “civile conquista del divorzio”. Nipote mio, non ti sposare; piuttosto vai a convivere. Altrimenti potresti svegliarti un giorno con la serpe che ti sei scaldata in seno pronta a gettarti fuori di casa tua perché ha trovato uno che la soddisfa di più a letto.

CANDIDO — Ma la Chiesa? Il santo matrimonio?

GIOCONDO — (con indignazione) La Chiesa... la Chiesa è stata mooooolto prudente quando si è trattato di combattere il divorzio. Quante volte gli attivisti del referendum si sono visti chiudere in faccia le porte delle parrocchie?... Ed ora è lo stesso con l’aborto e altre oscenità... Ma per carità... Monsignor Tentenna docet: vivere tranquilli... non scuotere la barca... prudenza... prudenza... prudenza... andare d’accordo col mondo moderno... coi laicisti... con tutti, fuorché col proprio gregge abbandonato ai lupi...

CANDIDO — Mi hai fatto venire la pelle d’oca. Non so più cosa pensare.

GIOCONDO — I monsignori... se lo tengano il loro sale insipido... Poi pretendono le virtù eroiche da noi... pretendono l’obbedienza...

CANDIDO — Ma non tutta la gerarchia...

GIOCONDO — Sì, l’ho sentita questa storia: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce... eccetera. È quello che si dice sempre, ma intanto il sale resta insipido.

CANDIDO — Non dovrei sposarmi?

GIOCONDO — Secondo me no. Con queste leggi immonde, ammantate di buonismo, è un rischio troppo grande. E ora senti, salutami i tuoi e grazie del tramezzino, ma è quasi l’ora della minestra dai frati.

CANDIDO — I frati, almeno...

GIOCONDO — Qualcuno... fanno quel che possono... ciao...

(E l’ingegner Giocondo Speranza, estratto il bolacchino per la minestra da sotto il cappotto sdrucito, corre via.)

CANDIDO — Ma perché mi è toccato nascere in quest’epoca infame?

 

Digrignando per la rabbia, cala la tela

 


28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1310 volte

DAL VOLUME DI RACCONTI "L'ALBERO SECCO"

 

DI MARIA ANTONIETTA BIAGINI

 

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LA GRANDE SCOPERTA

Era una sera buia e tempestosa, e la spedizione scientifica sotto l’alto patronato dell’ONU e del Museo della Scienza di Londra, risaliva una gelida valle della Corea del Nord. A scanso di guai, gli scienziati erano ben protetti da una nutrita scorta di guardie armate, messa a disposizione dal benefico regime del padre della patria Kim Jon Il. Sembra che quelle guardie fossero state momentaneamente sottratte ai loro normali compiti di sorveglianza dei cimiteri. Perché ci fosse bisogno di sorvegliare i cimiteri non era chiaro. La propaganda fascista e capitalista insinuava che i sudditi del felice regno comunista nord-coreano rubassero i cadaveri per sfamarsi. E forse una spedizione disarmata di cadaveri ancora vivi (per il momento), e quindi ancora freschi, avrebbe attirato gli appetiti dei felici sudditi ancor più di un cimitero.

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28
GIUGNO
2012
Articolo letto 1739 volte

STRALCIO DAL ROMANZO "LA NUOVA TERRA"

 

DI EMILIO BIAGINI

 

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Prologo

 

1

Le trafitture venivano a ondate, sempre più frequenti e profonde, dal ventre gonfio della donna che si muoveva con disperata lentezza, come un animale ferito. Eppure la legna doveva portarla fino alla cucina, altrimenti la padrona l’avrebbe battuta di nuovo.

La padrona era molto più vecchia di lei e sformata dalle continue gravidanze, e non amava certo che il marito trascorresse le notti con la schiava. E poi la casa era già piena di bambini o, come diceva il predikant girovago, “benedetta da abbondante prole”. Perché aumentare ancora il numero degli hotnot? Ce n’erano già a sufficienza per tagliare la legna e trasportare l’acqua. Questo diceva la padrona, questo ripeteva sempre la padrona alle amiche delle fattorie vicine, la Visser, la Schoeman e la van der Merwe, sempre le stesse amiche, sempre le stesse parole. Per raggiungere le altre fattorie occorreva un viaggio di alcuni giorni sul carro trainato da buoi, e si finiva per andarci assai di rado. Le poche idee non circolavano molto velocemente.

La donna aveva anche un nome, con cui i padroni avevano deciso di chiamarla. Ma in quel momento non riusciva neppure a ricordarlo. Troppo atroce era il dolore. La legna le sfuggì e si sparse per l’aia. Ella si accucciò, poi si distese nella polvere e urlò.

La padrona si affacciò sulla porta:

— Che c’è, cagna? È il tuo bastardo che arriva? —

Un’altra schiava, giovanissima, dal corpo ancora acerbo, uscì di corsa dalla grande casa, si precipitò giù dallo stoep (lo zoccolo rialzato che correva tutto intorno alla casa) e corse ad aiutarla. Anche lei aveva un nome: ed anche un cognome, quello stesso dei padroni: van der Ross. Nessuno schiavo aveva un cognome di sua scelta, e del resto a che serve un nome se si è schiavi? “Ehi tu”, o “cane”, o “lurido hotnot” sono più che sufficienti. La nuova arrivata aveva i lineamenti marcati della mezzosangue ottentotta. Quella che giaceva a terra aveva i tratti più fini, orientali, ed era molto scura di carnagione.

Quando l’ondata del dolore si ritirò per un attimo, la donna si alzò, sostenuta dall’altra, ed entrò, il volto contratto e madido di sudore, nella casa dei van der Ross. Anche lei era una van der Ross, in fondo. Non aveva nessun altro cognome.

Nel grumo di case di mattoni e di vie fangose, che solo da poco era apparsa sulle carte geografiche come Kaapstad (e non sapeva ancora che sarebbe stata tradotta in Cape Town, Città del Capo), dove sedeva il governatore e tutta la gente importante della colonia, il divieto della Nederlandsche Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali di detenere schiavi cristiani era stato proclamato da due settimane, ma nessuna notizia ne era ancora giunta in quella remota valle. Sessantaquattro anni dopo, nel 1834, la schiavitù sarebbe stata abolita dal governo britannico, causando le ire dei coloni Afrikaner, molti dei quali dovevano emigrare all’interno fondando le repubbliche boere. Ma le comunicazioni ufficiali, col sigillo in ceralacca rossa, che differenza avrebbero fatto? Le leggi non possono cambiare il colore della pelle. Così erano condannati ad esistere, nelle generazioni a venire, van der Ross bianchi, e van der Ross meticci, e van der Ross dal colore incerto.


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • LE RAPALLIADI RELOADED

    Degni son di laudi e onori

    questi bei ‘ministratori

    dell’amena cittadina

    che somiglia a una vetrina,

    e che fa rima con sballo,

    e con callo e con cavallo,

    ma purtroppo, senza appello,

    non fa rima con cervello.

     

    Terza laude

     

    Cala il sole molto presto

    e d’inverno è buio pesto;

    nelle curve alquanto oscure

    non si vedon le fessure,

    nel sinistro marciapiede

    a tuo rischio metti il piede.

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 1 copia

    “Di lampion ce n’è abbastanza

    abbastanza e ce n’avanza”,

    dice l’amministratore

    con serafico candore,

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 2 copia

    “che la gente stia più attenta

    e mi paghi la rumenta,

    e tra vincoli e tributi

    siano i sudditi spremuti.”

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 3 copia

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