Genova, 21 Agosto 2018 09.55





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

01
GENNAIO
2018
Articolo letto 429 volte

BUON SENSO

 

Non di rado gli studenti dimostrano più buon senso dei professori. Nel mio testo Ambiente, conflitto e sviluppo (che si trova ampiamente recensito in questo stesso sito internet, sezioni “Saggistica” e “Humanae Litterae”) avevo riportato alcune frasi di Turco (non in lingua turca, ma scritte da un certo Angelo Turco, le cui opere sono recensite nell’articolo Pensiero debole per menti deboli in questo stesso blog, sezione “Saggistica”).

 

 

 

Di fronte alle parole turchesche i miei studenti mi domandarono spaventati: “Ma professore, dobbiamo proprio studiare questa roba?”

Dovevo rassicurarli: “No, no, se leggete con attenzione i miei commenti, vedrete che quelle frasi sono state citate solo come esempi da non imitare. Se l’insegnamento dev’essere formazione, non deve limitarsi a fornire nozioni e idee, ma deve anzitutto dare esempi di come si ragiona e si scrive, ed anche gli esempi negativi servono a questo. Ricalca il metodo che usavano gli antichi romani: facevano ubriacare uno schiavo e lo mostravano ai figli perché ne avessero disgusto ed evitassero in futuro di rendersi a loro volta disgustosi. Non sempre funzionava, ma il principio era buono.”

I miei studenti comprendevano benissimo, e va a loro onore aver percepito al volo il vero valore (nullo) delle frasi reboanti e vuote come quelle del Turco, mentre non mi resta che commiserare quelli che invece hanno dovuto impararle e prenderle (o fingere di prenderle) sul serio per passare l’esame.

EMILIO BIAGINI


23
DICEMBRE
2017
Articolo letto 586 volte

Eterno insegnamento di San Paolo, Parola di Dio.

Romani 1, 26-27 – Per questo Dio li ha abbandonati a delle turpi passioni. Le loro donne infatti hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; e gli uomini pure, abbandonato l’uso naturale della donna, si sono accesi di perversi desideri gli uni per gli altri, commettendo turpitudini maschi con maschi, ricevendo in se stessi la mercede meritata dal loro pervertimento.

1 Corinti 6, 9-10 – Attenti a non illudervi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti o pederasti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio.

1 Timoteo 1, 9-10 – Ma bisogna  tener presente che la Legge non è fatta per il giusto, bensì per i cattivi e i ribelli, gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, i parricidi e i matricidi, gli omicidi, gli impudichi, i sodomiti, i commercianti di uomini, i mentitori, gli spergiuri e per qualunque altro vizio contrario alla santa dottrina.

 

Inutile digrignare di fronte alla Parola eterna e immutabile.

Il cielo e la terra passeranno, ma la Parola di Dio no.


19
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 290 volte

Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 3a

Biologia

1. Flora

Le descrizioni valtortiane della flora sono sempre perfettamente coerenti con le condizioni di salsedine, di maggiore o minore umidità, e con le fasce floristiche altitudinali. Esemplare la descrizione della vegetazione alofila e degli effetti desertificanti della salsedine fatta da Gesù (Cap. 80.7) il quale, naturalmente onnisciente, spiega il fenomeno ai discepoli Simone, Giovanni e Giuda di Keriot: si tratta dell’infiltrazione di sale dal Mar Morto che rende sterile la zona. Risalta la meravigliosa umanità di Gesù, il quale non esita ad insegnare ai discepoli anche le scienze naturali: la figura del Redentore acquista così un commovente rilievo umano che non appare negli stringatissimi Vangeli canonici.

In molti casi, tuttavia, la Valtorta è incerta sulle specie vegetali che osserva, o dà indicazioni generiche come: “alberi da frutto”, “altre erbe dalle larghe foglie pelose”, “altre erbe di odori”, “altre piante da fiore”, “altre piante delle sabbie”, “altre piante gentili”, “altre resine”, “altri alberi d’alto fusto”, “altri erbaggi”, “altri fiori”, “arrampicanti (sic) porpurei” (l’espressione “porpureo, porpurea”, direttamente derivata da porpora, viene costantemente usata dalla Valtorta, in luogo della più comune “purpureo, purpurea”), “calici di un fiore” di cui dichiara di non sapere il nome, “campanule” di cui la veggente ignora il nome ma dice che devono essere fiori notturni, “fiori imprecisati”, “fragoloni o lamponi”, “frutte (sic) d’altro genere”, “ginepro (o simile pianta)”, “graminacee (imprecisate), “insalate”, “nocchi” (in italiano il nocchio è solo un nodo in un tronco o in un ramo, forse dal longobardo knohhil;  non è chiaro che genere di pianta la Valtorta intenda con tale termine, ma forse si tratta di parola dialettale indicanti i noccioli), “piante da balsami”, “specie non identificata”, “virgulti mangerecci” di cui dichiara di non sapere il nome.

Nonostante le occasionali imprecisioni, peraltro ben comprensibili, dato che non era certo un’investigazione botanica ciò che interessava alla veggente, Maria Valtorta si dimostra osservatrice efficace delle condizioni floristiche. Ad esempio, ella nota che nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine o per i venti che vengono dalle cime più alte dei monti della Giudea, o per qualche altra ragione, la fioritura continua mentre altrove gli alberi danno già i frutti (Cap. 581.1). Alla Cena di Betania il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme (Cap. 586.4) vengono serviti fichi novelli, finocchio, mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, poponi e frutti d’altro genere, e la Valtorta rileva che la frutta proviene in parte dalle sponde oltre Gaza e in parte dalle terrazze solari sopra la casa all’uso romano. Non avrebbe potuto maturare nella zona di Gerusalemme.

Le specie vegetali nominate sono circa 140, che nell’insieme danno un coerente quadro del mondo vegetale mediterraneo, naturale e coltivato. Ricorrono con maggior frequenza (dell’ordine delle decine di ricorrenze): rose (nel Cap. 78.8 sono citate “le famose rose di Engaddi”), ulivi, viti, gelsomini, meli, mughetti, mandorli, fichi, gigli, lauri, salici.

Piante tipicamente mediterranee abbondanti in Palestina e citate dalla Valtorta sono le “anaci” o anici (Pimpinella anisum), le cosiddette “code di volpe” (Alopecurus pratensis), le convallarie (Convallaria sp.), il nenufaro o ninfea gialla (Nuphar lutea), lo spigonardo (Lavandula dentata), il terebinto (Pistacia terebinthus). Il terebinto è spesso menzionato nella Bibbia, fra l’altro perché in un albero di questa specie Absalom, figlio ribelle di David, sconfitto in battaglia, rimase impigliato coi lunghi capelli durante la fuga, ciò che gli costò la vita (Samuele 18, 9).

Notevole il teak d’Arabia (Ordia amplifolia), visto nelle vicinanze delle piscine di Salomone (Cap. 208.5):

(…) un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco (…) un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

Qualche difficoltà potrebbe sorgere nel caso di piante di origine americana, che si ritiene siano giunte in Europa e nel Mediterraneo solo dopo la Scoperta dell’America, come i fichi d’India (Capp. 147.1, 217.4, 221.1, 254.4), le agavi (Capp. 67.1, 102.3, 127.1, 221.1, 412.1), l’erba cedrina (Cap. 604.21), la spinalba (Cap. 543.5) che forma addirittura delle siepi. Il fatto che la citazione di tali piante non sia stata soppressa è prova della sincerità della veggente. In realtà le piante apparentemente “intruse” non inficiano l’autenticità delle visioni valtortiane, dato che specie simili di solito sono presenti in Asia da tempi remotissimi e si spiega facilmente come abbiano potuto raggiungere la Palestina prima dell’età di Cristo.

L’Asia meridionale e l’Africa orientale, infatti, da secoli erano percorse da reti di carovaniere, tramite le quali la diffusione “casuale” di semi era assicurata. Gli storici hanno individuato tre vie principali: della seta, dell’incenso e del cinnamomo.

La via della seta si diramava in diversi itinerari che collegavano la Cina con l’Occidente attraverso l’Asia centrale oppure l’India; servendosi di essa i due imperi, romano e cinese, intrattennero perfino saltuari contatti diplomatici.

La via dell’incenso conduceva dall’Arabia meridionale alle coste orientali del Mediterraneo attraverso la città di Petra. Nell’Esodo (30, 7) ne è prescritto l’uso rituale sull’altare dei profumi.

Il cinnamomo, meglio noto come cannella, compare anch’esso nell’Esodo (30, 23) tra gli ingredienti prescritti da Dio a Mosè per la composizione dell’olio per l’unzione sacra. La via del cinnamomo partiva dall’Indonesia, raggiungeva il Madagascar e di là il porto di Rhapta, controllato dagli arabi, sulla costa dell’Africa orientale, dalla quale si diramavano diverse vie carovaniere che percorrevano la regione fino a raggiungere il Nilo, mediante il quale la pregiata spezia (e gli eventuali semi d’altro genere intrufolatisi nei carichi) raggiungeva le terre mediterranee.

Riguardo al fico d’India, l’onnipresente enciclopedia on-line sentenzia (http://it.wikipedia.org/wiki/Opuntia_ficus-indica):

Il fico d’India (assieme all’Agave, altra specie messicana) compare sempre negli esterni dei film sulla vita di Gesù, come elemento caratteristico della flora della Palestina di quei tempi. Questo incredibile anacronismo è costante. Per tutti si veda il “Gesù di Nazareth“ di Zeffirelli.

Peccato che il fico d’India fosse consumato regolarmente come frutta nell’Egitto faraonico (Wenzel 1999). Non è quindi neppure necessario ricordare, come fa il Lavère (cit., p. 181), che vi erano fichi d’India originari da Goa, “noti a Plinio, Teofrasto e Strabone”. Vista la stretta contiguità tra Egitto e Terra Santa, sarebbe stato molto strano piuttosto non trovare questa pianta in Palestina.

Il benzoino (Styrax benzoin), pianta di origine indonesiana, dovette seguire la via del cinnamomo, la spezia di origine indonesiana che fu osservata dalla Valtorta a Engaddi (Cap. 389): era tutt’altro che improbabile che semi di benzoino, annidati nei carichi della pregiata spezia, raggiungessero Israele fin dall’antichità. L’erba cedrina, una Verbenacea (Laoysia citrodora), è tipica del Sud America, ma si confonde facilmente con un’erba europea detta pure erba cedrina (Lippia citriodora). La spinalba (Eryngium sp.) è un genere che comprende specie messicane, ma anche mediterranee (es. Eryngium maritimum), presenti lungo le coste del Mediterraneo, incluse quelle della Palestina.

Più serio è il problema dell’agave, di origine messicana, mai citata in alcun dizionario biblico e, secondo i testi botanici, giunta nelle terre mediterranee solo dopo la Scoperta colombiana. Il Lavère (2012, pp. 179-180) affronta il problema con notevole superficialità, dando per scontato che, se l’agave si trova oggi allo stato selvatico nelle zone mediterranee, dovesse trovarvisi anche al tempo di Gesù. In realtà il problema merita ben altro approfondimento. Non si può invocare una possibile confusione di Maria Valtorta con altre piante della famiglia delle Agavacee; è vero che alcune specie di dracene hanno foglie talmente simili a quelle delle agavi da indurre in errore un inesperto, specie se la sua attenzione è rivolta altrove, come nel caso della veggente, costantemente attenta al “suo” Gesù. Le dracene sono presenti allo stato naturale in Africa orientale, proprio dove passava la via del cinnamomo, e potevano quindi agevolmente raggiungere la Terra Santa, ma non può trattarsi di esse, perché l’Evangelo nomina sistematicamente il gigantesco fiore “a candelabro”, proprio delle sole agavi: ne parla il discepolo Gionata (Cap. 102.3), lo descrive la Valtorta nella visione del miracolo delle lame spezzate alla porta dei Pesci (Cap. 67.1) e in quella del discorso all’Acqua Speciosa sul comandamento “Non tentare il Dio tuo” (Cap. 127.1), se ne serve come esempio Gesù stesso nel suo insegnamento (Cap. 221.1), lo nomina Giuda di Keriot (Cap. 412.1). Anzi, dalla descrizione valtortiana, la specie sembra essere proprio l’Agave americana, una delle più grandi e spettacolari.

Dato che le agavi non sono nominate nella Bibbia, Lavère conclude abbastanza ovviamente che la Valtorta non ha tratto ispirazione dal sacro testo, ma non tenta di spiegare come tale specie, originaria dell’America, abbia potuto trovarsi in Palestina un millennio e mezzo prima della Scoperta colombiana. Il Lavère sembra non avere affatto chiaro il problema, anche perché ne parla come di “questa stupefacente cactacea”, mentre il genere Agave non è mai stato ritenuto una cactacea. Inizialmente fu incluso tra le Amaryllidacee. Oggi è classificato in una famiglia propria, quella delle Agavacee (ordine Liliales secondo il sistema di classificazione Cronquist, ordine Asparagales secondo il sistema APG).

In mano ai nuovi farisei, il problema “agavi” avrebbe potuto essere un argomento di un certo peso nei loro affannosi tentativi di contestare l’autenticità delle visioni valtortiane, se solo si fossero dati la pena di studiarle sul serio. Tuttavia, il problema sarebbe davvero grave solo se si trattasse di una specie coltivata. Le piante coltivate sono modificate da una selezione artificiale e mirata che le rende poco adatte a sopravvivere alla competizione delle specie selvatiche in un ambiente naturale, prive dell’assistenza dell’uomo. Prima della Scoperta dell’America, era praticamente impossibile per una specie coltivata del Nuovo Mondo, come la patata o il pomodoro, insediarsi nel Vecchio Mondo senza continue cure, ma per una specie selvatica e resistente come l’Agave americana, sarebbe stato tutt’altro che impossibile, nel corso della preistoria, insediarsi in Asia, e quindi in Palestina, e proliferarvi.

Le specie vegetali viaggiano. La flora irlandese, ad esempio, annovera interessanti endemismi di origine americana (es. Eriocaulon aquaticum), che indicano l’arrivo di sementi trasportate su “zattere” naturali ad opera delle correnti marine, secondo un ben noto processo di diffusione delle specie vegetali.

Più importante ancora è il trasporto eolico, ossia operato dai venti. I semi, non più grandi di qualche millimetro, delle agavi, come di altre piante, possono facilmente essere trasportati, entrando a far parte del cosiddetto plancton aereo. Questo è costituito da organismi anche di dimensioni ben maggiori di un seme di agave o di altri vegetali: vi si trovano semi, spore, insetti (spesso di specie non dotate di ali), ragni e una grande varietà di detriti organici. Il plancton aereo può raggiungere la stratosfera e viaggiare anche a grandi distanze. L’altopiano messicano è attraversato dal Tropico del Cancro, e nella fascia tropicale settentrionale i venti alisei soffiano da nord-est verso sud-ovest, e quindi dal Messico verso il Pacifico, oltre il quale si incontra l’Asia meridionale: questo in condizioni di tempo non perturbato. E col tempo perturbato, quante tempeste vi saranno state, nel corso della preistoria, capaci di trapiantare specie americane in Asia? Né va dimenticato che le osservazioni botaniche si sono moltiplicate e affinate solo a partire dal sec. XVIII, per cui la comparsa di nuove piante, anche se spettacolari, poteva benissimo non lasciare traccia scritta nei documenti dei viaggiatori.

Proprio l’apparente stranezza di trovare specie vegetali americane in Palestina, lungi dal costituire una prova di inaffidabilità del Tesoro valtortiano, potrebbe imprimere una svolta alle ricerche geobotaniche, così come le descrizioni valtortiane del territorio palestinese dell’epoca di Gesù hanno permesso di scoprire costruzioni e città sepolte di cui si era perduta traccia.

2. Fauna

La descrizione della fauna non presenta particolari problemi: non desta alcuna sorpresa il fatto che la veggente abbia visto o sentito nominare animali vertebrati come aquile, aspidi, bisce, capre, colombi, colubri, conigli selvatici, donnole, gufi, lucertole, merli, pettirossi, pipistrelli, ramarri, rospi o ranocchi; e insetti come api, calabroni, cicale, farfalle, grilli, libellule, moscerini. Queste segnalazioni faunistiche sono sempre in perfetto accordo con i vari ambienti e le diverse condizioni stagionali. Caratteristica è la presenza, al lago di Tiberiade, di un uccello acquatico, (martin pescatore, Alcedo atthis, che la Valtorta indica col nome vernacolo toscano “piombino”), che suscita tra i discepoli (Cap. 187.2):

(…) una più viva esclamazione di ammirazione davanti al gioiello vivo di un piombino che viene a volo, portando alla compagna un pesciolino d’argento.

Strani animali domestici escono da una bella casa di Betania, al seguito di una giovane donna, forse greca o romana, che fa un sorriso sprezzante alla vista di Gesù e dei suoi discepoli e si allontana seguita da un drappello di trampolieri multicolori (Cap. 135.1):

(...) candide ibis, multicolori fenicotteri e due gralle tutte fuoco con una coroncina tremolante sulla testa che pare d’argento mentre il resto del piumaggio è tutto color oro.

Pochissimi esperti di zoologia sapevano che nel Nahal Tainninim (il fiume che alimentava l’acquedotto di Cesarea Marittima, costruito dai Romani), esistevano coccodrilli nani, introdotti dai fenici che li ritenevano animali sacri, al pari degli egizi che veneravano il dio-coccodrillo Sobek. Secondo Laurentin, Debroise & Lavère (2012), questi rettili sarebbero stati direttamente introdotti dagli egizi, che per secoli dominarono o mantennero un protettorato sulla zona. L’origine egizia o fenicia ha comunque poca importanza. Divenuti piccoli ma ugualmente pericolosi, erano oggetto di caccia da parte dei Romani, e con la loro pelle si confezionavano molti oggetti. A poco a poco furono sterminati, ma ve n’erano ancora nel sec. XIX d.C. All’epoca della Valtorta erano ormai estinti, ma la veggente poté vederli e descriverli (Cap. 254.1-2).

Un ambiente malsano e improduttivo divennero i campi del fariseo Doras, uomo di estrema malvagità che schiavizzava, affamava e opprimeva i suoi contadini fino a farli morire. Per punirlo, Gesù maledisse i suoi campi (Cap. 109.12), che da allora pullularono di animali nocivi. Lo stesso Doras, imprecando e senza mostrare segno di pentimento, domandò (invano) a Gesù di togliere la maledizione (Cap. 127.2):

Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico.

Confesso di non essere riuscito a individuare la classificazione zoologica dei “grillovampiri”, usciti dalla sgangherata fantasia del fariseo disperato; potrebbe forse trattarsi di grillotalpe (Gryllotalpa gryllotalpa, una specie di ortottero della famiglia Gryllotalpidae). Un rilevamento più pacato e realistico del disastro nei campi di Doras, da parte dei poveri contadini (Cap. 190.2), parla di afidi, bruchi, farfalline, lombrichi, lumache e altri parassiti.

Come nel caso della flora, anche nella fauna la Valtorta non sempre è precisa, specialmente quando la visione è notturna; infatti troviamo generiche indicazioni di “animali notturni”, “altre specie di uccellini”, “altre brutte bestie”. Spesso nominati gli uccellini, in particolare i passeri, che Nostro Signore amava moltissimo, come si rileva anche dai Vangeli canonici. Un passerotto caduto dal nido, salvato da Gioacchino e donato alla Madonna treenne (Cap. 7.5), fu la prima creaturina sulla quale la Santissima Vergine cominciò ad esercitare le proprie cure materne.

BIBLIOGRAFIA

LAURENTIN R., DEBROISE M. & LAVÈRE J.-V. (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Éditions Salvator

LAVÈRE J.-F. (2012) L’enigma Valtorta, Isola del Liri, CEV (trad. d. francese)

WENZEL G. (1999) “La vita domestica e la casa come spazio vitale”, in Schultz M. & Seidler R. (cur.) L’Egitto: la terra dei faraoni, Köln, Könemann, pp. 398-409


19
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 309 volte

Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 2a

Geomorfologia e geografia

Di grande interesse geografico l’analisi delle piogge compiuta dal De Caro (2018), da cui risulta la perfetta concordanza delle osservazioni valtortiane ne L’Evangelo con i dati forniti dal Servizio Meteorologico Israeliano. In entrambi i casi si osserva la caratteristica curva a campana con il massimo delle precipitazioni tra dicembre e febbraio, conforme alle condizioni del clima mediterraneo.

Maria Valtorta delinea i paesaggi in modo assolutamente esatto e sorprendente, da autentica testimone oculare. Un esempio fra moltissimi: una descrizione di fantasia avrebbe nominato tutte e tre le grandi piramidi d’Egitto; la Valtorta ne vede una sola perché, dalla zona di Matarea, dove la Sacra Famiglia aveva trovato rifugio, la piramide di Cheope, più grande, nasconde quelle di Chefren e di Mykerinos.

Il pastore battista americano David J. Webster, convertitosi al cattolicesimo dopo aver studiato per sei anni l’Opera valtortiana, ha individuato 255 siti menzionati ne L’Evangelo e li ha elencati in una relazione dattiloscritta, diffusa nel 2004 e citata dal Lavère. Di questi 255, ben 79 sono sconosciuti nell’edizione del 1939 della International Standard Bible Encyclopedia. Tra questi 79, 62 non sono neppure citati nel Macmillan Bible Atlas del 1968 e 52 non appaiono nella Bibbia. Tuttavia 29 di questi sono stati autenticati successivamente grazie allo studio di fonti antiche e appaiono ora nell’edizione del 1989 dell’Harper Collins Atlas of the Bible.

Secondo Laurentin, Debroise & Lavère (2012), l’Opera valtortiana descrive con esattezza un numero ancor maggiore di località, circa 450, alcune delle quali ignote alla sua epoca e solo più tardi riscoperte dagli archeologi; dimostra una stupefacente conoscenza delle usanze e dei costumi vigenti in Palestina duemila anni fa, nonché della flora e della fauna, descrive il succedersi delle stagioni, le attività rurali e pescherecce nei loro esatti ritmi stagionali quali esistevano in Palestina nel primo secolo, fra l’altro spiegando dettagliatamente la misteriosa fabbricazione della porpora, e dimostra di conoscere i sistemi monetali, tutt’altro che semplici, vigenti in Palestina all’età di Gesù; dà 5000 indicazioni cronologiche e 230 descrizioni delle fasi lunari di incredibile precisione ma, come abbiamo visto, le conclusioni tratte da queste descrizioni astronomiche sono state corrette dal De Caro.

Il riferimento fondamentale per lo studio geografico e geomorfologico della Terra Santa al tempo di Gesù secondo gli Scritti della Valtorta è dato dalla carta, con relativa descrizione delle singole località, dell’ingegnere agronomo Hans J. Hopfen (2014). Le notazioni in questo campo sono numerosissime. Se ne elencano solo alcune.

Lazzaro, ammalato e costretto in casa, legge molto: conosce le sabbie mobili e la loro distribuzione: dice che ve ne sono in Siria, in Egitto e presso i Caldei (Cap. 84.5).

Parlando con Simone Zelote, Gesù dà una spettacolare descrizione della Galilea, descrivendo i colori cangianti dei monti nello scorrere del giorno, nelle diverse condizioni di luce (Cap. 85.2). Come poteva Maria Valtorta immaginare una descrizione così precisa?

I Corni di Hattin vengono descritti con assoluta precisione, e pure disegnati dalla veggente, come luogo del Discorso della Montagna (Cap. 169.1), e si trovano a 3 km dal luogo designato ufficialmente come monte delle Beatitudini, per evidenti motivi turistici e non unanimemente.

A Corozim Gesù mostra a Maria Valtorta lo sbocco del Giordano nel lago di Tiberiade, a Betsaida, e le spiega che oggi la città non è più in riva al lago come ai suoi tempi a causa dell’interramento del lago (Cap. 179.1):

Mi dice Gesù mostrandomi il corso del Giordano, meglio, lo sbocco del Giordano nel lago di Tiberiade, là dove è stesa la città di Betsaida sulla riva destra del fiume, rispetto a chi guarda il nord: “Ora la città non sembra più sulle rive del lago, ma un poco in dentro nel retroterra. E ciò sconcerta gli studiosi. La spiegazione si deve cercare nell’interramento del lago da questa parte, dovuto a venti secoli di terriccio depositato dal fiume e ad alluvioni e frane scese dai colli di Betsaida. Allora la città era proprio all’imbocco del fiume nel lago, e anzi le barche più piccole, e nelle stagioni più ricche d’acqua, risalivano per un buon tratto, fino a quasi l’altezza di Corozim, il fiume stesso serviva però sempre da porto e ricovero sulle sue rive alle barche di Betsaida nei giorni di burrasca del lago. Questo non è per te, alla quale poco importa, ma per i dottori difficili.”

Il lago di Genezaret, il cui nome deriva da Kinneret (arpa), ai tempi di Gesù era più esteso di oggi poiché, come tutti i laghi, tende ad insabbiarsi. La grande veggente scrive che verso nord lambiva Betsaida, mentre verso sudest raggiungeva gli strapiombi dell’altipiano orientale formando dei minuscoli “fiordi” (termine inesatto: i fiordi sono vallate sovraescavate da lingue glaciali; in questo caso si tratta invece di gole fluviali) allo sbocco dei torrentelli, verso sud si estendeva con una piccola baia poco profonda oltre il promontorio di Tarichea (Cap. 179.1). Ovviamente le imprecisioni nell’uso dei termini scientifici non toccano minimamente il valore della rivelazione valtortiana: lo scopo del Divino Maestro non era certo quello di tenere un corso scientifico.

La descrizione valtortiana del lago di Genezaret è confermata dallo studio geomorfologico: infatti lungo la riva sudorientale, al piede dell’altopiano, a oriente dell’odierna larga riviera che vi si trova, sono state rinvenute alcune pietre miliari romane, indicanti l’esistenza di una strada lungo la riva al lago situata ben più a oriente di quella attuale e quindi una maggior estensione del lago che, all’epoca di Gesù, doveva giungere a lambire i precipizi dell’altopiano. Movimenti tellurici (terremoti e bradisismi), frane, erosioni e relativi depositi alluvionali fecero retrocedere il lago presso Betsaida, emergere il suo alto fondale sudorientale, insabbiare la baia a sud di Tarichea e forse abbassare la sponda occidentale.

Il pellegrinaggio a Betlemme durante il secondo anno di vita publica, compiuto da Gesù con la Madre, il gruppo apostolico e le discepole (L’Evangelo, Cap. 207), rivela le straordinarie conoscenze della Valtorta: sulla via dalla tomba di Rachele alla Grotta della Natività i pellegrini passano davanti alle “macerie della torre di Davide”. Si tratta dei resti del palazzo fatto costruire da re Davide a Betlemme che cadde in rovina dopo l’esilio babilonese. Johann Nepomuk Sepp (1853-1862) ritiene che la stessa Grotta della Natività fosse parte delle rovine di tale palazzo. Per giungere alla Grotta, i pellegrini valicano un piccolo rio su una tavola che fa da ponte: il ruscello Oued El Djemel, ancora rilevabile sulle carte fino al 1860 e oggi scomparso. Dopo che Maria ha rievocato con parole commoventi la Nascita del Figlio, domanda a Gesù dove potranno mangiare, ed Egli risponde: “A Jala. È vicino”. Il villaggio citato è effettivamente a 3 km dalla Grotta e si chiama oggi Beit Jala. Si tratta di un luogo non menzionato neppure in tutta la Bibbia ed è umanamente inspiegabile come la veggente abbia potuto conoscerlo.

Nella costa di Ascalona la veggente descrive una baia oggi scomparsa (Cap. 218.1): “Una bella città marittima è a due buoni chilometri di distanza, stesa lungo la riva sulla scogliera semilunata (…)”. Oggi quella costa è sabbiosa e rettilinea, ma che in passato vi fosse una baia è storicamente accertato (Maspero 1903).

L’antica Jabnia, a nord della moderna Javne, aveva originariamente un suo porto omonimo sul mare, con il quale era collegata anche per via fluviale dal fiume Sorek, collegamento che venne meno con lo spostamento del letto del fiume verso nord nel suo ultimo tratto attraverso la pianura filistea (Capp. 222.1, v. Hopfen 2014, pp. 68-69).

Gesù parla della foresta pietrificata che ha visto in Egitto da bambino (Cap. 248.13-14, corsivo nel testo); e in effetti ve n’è una 17 km a sud-est di Matarea, luogo di esilio della Sacra Famiglia:

Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano (...)

(...) esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme. Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra.

Il lago di Meron, di recente prosciugato per interventi di bonifica, era poco profondo, era attraversato dal Giordano da nord a sud, e si estendeva, ai tempi di Gesù, a sud fino alla via di Damasco, che ivi scavalcava lo sbocco del fiume con il cosiddetto ponte di Giacobbe, mentre col passare dei secoli si restrinse ritirandosi verso nord. La Valtorta lo descrive in un fosco giorno di pioggia, “tutto bigio e giallognolo per il fango di mille ruscelli e per il cielo novembrino pieno di nuvole” (Cap. 298.1-3).

Le miniere di piombo e le cave di marmo dell’Anatolia (Cap. 312.14), dove Giovanni di Endor era stato deportato per aver ucciso l’amante romano di sua moglie, sono storicamente ben attestate.

Spaventevole la descrizione del monte di Jiftael (Cap. 317.1-2), dove Gesù si ritira a pregare: sentiero terribile, quasi un graffio nella montagna, col rischio di precipitare, lacerandosi nei rovi, spezzandosi le reni contro i tronchi rigidi sporti sull’abisso, fino ad affogare nelle acque violente sugli scogli puntuti del torrente che scorre in fondo. Il sentiero finisce bruscamente per una frana. Sotto il balzo vi è una fessura che immette in una vasta grotta con un corridoio che trafora il monte e lascia intravedere in fondo una striscia di luce e un lontano apparire di boschi, percorso il quale si giunge a vedere i monti che contornano il lago di Galilea oltre la valle e in direzione nord-est splende il grande Ermon nella sua veste di neve. Una primordiale scaletta è scavata nel fianco del monte che qui non è così verticale, né nel salire né nello scendere, e questa scaletta conduce alla via mulattiera che è nella valle e anche alla vetta dove è il paese di Jiftael. Nella grotta, in un angolo, si vedono poche e piccole stalattiti dove forse è il punto più soggetto al lavorio delle acque interne (Cap. 317.3).

Il territorio intorno ad Aczib (Cap. 325.1) viene descritto dalla veggente allegando pure uno schizzo topografico, che ho provveduto a confrontare con la relativa carta geografica. Risultato del confronto: le località indicate sono presenti ma il disegno, ad esempio la linea di costa, appare assolutamente impreciso, sebbene non sia da escludersi che cambiamenti intervenuti in duemila anni abbiano modificato il litorale. Ma ciò che conta non è la precisione del disegno. Maria Valtorta stessa confessava la propria incapacità in materia. Quello che è straordinario è l’esistenza stessa di questo e di altri schizzi geografici simili: un’inferma inchiodata a un letto, per la quale sbirciare dalla porta finestra comportava fatica tremenda e dolore pressoché insopportabile, è tuttavia in grado di disegnare, in modo, per quanto approssimativo, di sicuro riconoscibile, la geografia di un luogo lontano migliaia di chilometri (es. la zona di Aczib), e ne traccia uno schizzo cartografico del raggio approssimativo di una trentina di chilometri, che per il teorema secante-tangente corrisponde ad un punto di osservazione alto una settantina di metri dalla superficie, come visibile da un aereo o da un elicottero. Non aveva carte geografiche, né tanto meno topografiche, della Terra Santa da copiare, e dichiara costantemente di disegnare quello che vede. Di simili, umanamente inspiegabili, disegni è costellata l’Opera. Anche la descrizione della zona di Ramot riportata sopra fa pensare ad una visione dall’alto, e non ad una che si potrebbe avere a livello del piano di campagna.

Il monte Hermon era probabilmente più alto ai tempi di Gesù (Hopfen 2014, p. 67), e si abbassò col tempo per effetto di erosione. La Valtorta ne fornisce uno schizzo al Cap. 339.6 de L’Evangelo.

La forma del Tabor è a cono semitronco (Cap. 349.2), che alla Valtorta ricorda la lucerna dei carabinieri vista di profilo.

Nella zona fra Hammatha e Gadara percorsa dal fiume Yarmuk (o Yarmoc, o Yarloc) affioravano sorgenti solforose. Gli accenni nell’Evangelo (Cap. 356.3) suggeriscono che da Hammatha a Gadara il fiume seguisse un corso più lineare rispetto ad oggi: avrebbe in seguito divagato formando meandri, secondo un ben noto processo geomorfologico tipico dei fiumi in pianura. Nell’attraversare il ponte sul fiume, la Valtorta avverte gli acri odori delle acque solforose delle vicine terme. Va notato che questo fiume non è neppure nominato nella Bibbia, ma solo nel Talmud, che ben difficilmente la Valtorta avrebbe potuto conoscere.

Il Carit è un affluente del Giordano. La Bibbia di Gerusalemme (Ed. Dehoniane, 1974) lo colloca ad est del Giordano, e quindi come affluente di sinistra. Al contrario, l’Evangelo valtortiano (Cap. 380.1), il Macmillan Bible Atlas (2011) e la tradizione segnalano il Carit a ovest del Giordano (quindi affluente di destra).

La Valtorta descrive correttamente il Mar Morto (Cap. 389.1), distinguendo con esattezza le due rive che umanamente non ha mai visto: quella occidentale che ha un piccolo spazio pianeggiante, e quella orientale con i monti che scendono quasi a picco nel bacino lacustre.

L’osservazione dell’attuale tracciato del fiume Giordano e delle curve di livello fa supporre che, ai tempi di Gesù, il fiume nel suo insieme scorresse più lineare e si riversasse nel lago Meron con un braccio solo e non con due, come avviene oggi, poiché allo sbocco in questo lago il fiume ha formato una diffluenza in seguito all’accumularsi dei detriti. Si deduce pure che all’altezza di Doco il fiume descriveva un “arco” (altra inesattezza terminologica; il termine esatto è meandro) molto più marcato dell’attuale (Hopfen 2014, p. 59). Vari corsi d’acqua scendono dagli altopiani erodendone le pendici. L’erosione vi si è molto accentuata per il diradarsi delle coperture boschive, con relative frane fino alla scomparsa di città antiche, fra le quali forse Jabes Galaad (Cap. 524.6). Sul versante orientale della valle i torrenti hanno eroso anche parte di un terrazzamento che si estendeva parallelo al Giordano con inizio nell’alto fondale sudorientale del lago di Genezaret, mentre si hanno emergenze verso sud formanti un pianoro sopraelevato intermedio tra il fondovalle e l’altopiano della Perea (Capp. 358.1, 360.1). La valle del Giordano è la sezione più settentrionale della vastissima fossa tettonica che continua verso sud nel Mar Rosso e nei grandi laghi dell’Africa orientale. La regione è sede di poderose spinte di tettonica distensiva che continuano tuttora ad ampliare la fossa del Giordano, con varie conseguenze nella morfologia superficiale, per cui non sorprende affatto se le descrizioni valtortiane non sempre coincidono con la realtà odierna. Lo sbocco dello Uadi Fara nel Giordano si trova oggi spostato di circa 7 km più a sud di quanto lo era all’epoca di Gesù, come si comprende dalla confluenza di alcune strade verso il traghetto di Adamah, oggi sostituito dal ponte Adamo (Hopfen 2014, p. 37).

Impressionante la geomorfologia della zona di Gofenà, dove si svolge il colloquio notturno di Gesù con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Mannaen: una profondissima gola nella roccia, come un corridoio roccioso e nudo. Vi è anche un altro corridoio roccioso ma chiuso in alto come un androne (Cap. 560.1).

BIBLIOGRAFIA

AHARONI Y., AVI-YONAH M., RAINEY A.F., SAFRAI Z. & KARTA F. (2011) The Macmillan Bible Atlas, London, Macmillan, 5th ed.

DE CARO L. (2014) I cieli raccontano, Isola del Liri, CEV

DE CARO L. (2015) I cieli raccontano, vol. 2°, Prefazione di don Nicola Bux, Isola del Liri, CEV

DE CARO L. (2018) “L’analisi delle piogge”, La presenza di Maria, febbraio, p. 43

HOPFEN H.J. (2014) Indice e Carta della Palestina per “L’Evangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta, Isola del Liri, CEV, rist.

LAURENTIN R., DEBROISE M. & LAVÈRE J.-V. (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Éditions Salvator

MASPERO G. (1903) History of Egypt, Chaldea, Syria, Babylonia and Assyria, London, Grolier

SEPP J.N. (1853-1862) Das Leben Jesu Christi. Regensburg, Manz, 2. Auflage, 6 Bände


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