Genova, 30 Aprile 2017 12.56





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

02
NOVEMBRE
2014
Articolo letto 888 volte


TRE BUONI MOTIVI PER ANDARE A PISTOIA

Firenze e Pisa per la maggior parte, Siena e Lucca in minor misura, attirano i turisti che visitano la Toscana, attratti dalle sue città d’arte. La scorsa settimana mio marito ed io abbiamo visitato Pistoia, una città che, a detta degli stessi abitanti, non è molto frequentata dai flussi turistici, e ne siamo rimasti incantati.

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07
OTTOBRE
2014
Articolo letto 913 volte

LE SATIRE CHE FUSTIGANO IL TRADIMENTO DEI CHIERICI

 

Il Giornale, 17 giugno 2014

 

Copertina finale copia

 

 

Vivono di politicamente scorretto, Maria Antonietta ed Emilio Biagini, instancabili coniugi genovesi che riescono ad essere contemporaneamente geografi ed autori quasi teatrali, polemisti e teologi, autori di satire e osservatori del mondo.

Ma Maria Antonietta ed Emilio sono nel mondo ma non sono del mondo. Non hanno paura del giudizio del mondo, opponendo ad esso la forza delle loro idee e della loro fede. E questa forza li accompagna in tutte le loro opere, ultima delle serie le Satire clericali illustrate da Elena Pongiglione, edite da Fede & Cultura (15 euro, www.fedecultura.com, disponibile anche in ebook) che raccontano già tutto a partire dalla copertina. Un gruppo di cardinali sono rappresentati di spalle, ciascuno con il suo bell’abito colorato e la mitria bianca. Ma un prelato, quello che siede in prima fila, al posto della mitria bianca ne ha una con i colori della bandiera arcobaleno.

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24
MAGGIO
2014
Articolo letto 1285 volte

Copertina finale copia

 

“Satire clericali”. Il volto empiamente grottesco della teologia “aggiornata”  -  di Piero Vassallo

By  On 24 maggio 2014 · Add Comment

Propone in questi giorni un appetitoso volume di “Satire clericali” la cucina letteraria, che è attivata in Genova-Castelletto da Maria Antonietta ed Emilio Biagini, coniugiscandalosamente felici (sono parole di Alberto Rosselli) e osservatori dotati di uno sguardo implacabile e tagliente, capace di denudare la banalità della teologia contagiata dal pensiero crepuscolare e lo sprezzo del ridicolo giacente sotto la parlantina piamente frivola e untuosa trionfalmente.

  1.  Canta il sommo Blateronte, portabandiera del pensiero postmoderno e seminatore di stati d’animo sentimentali/irrazionali nella Chiesa cattolica:

  Poiché tutto è relativo

io non so se sono vivo,

ma comunque salto e strillo

per il mondo come un grillo

la parola verità

sulle scatole mi sta

e una volta fatto il vuoto

dentro il nulla io ci nuoto.

 In risposta al fragore del venerato bla-bla i Biagini propongono una raccolta di esilaranti scenette, delle quali è principale protagonista don Tentenna, emblema del sacerdozio alterato e ribassato dalla teologia buonista e populista. Il cui inno recita:

 Con prudenza ed attenzione

prendiam tutti con le buone

della Croce che ce frega?

Evitiam sempre la bega.

Così senza tanti grilli,

noi viviamo più tranquilli

I racconti, nei quali balugina talora un umorismo di sano stampo boccaccesco, strappano la franca risata del lettore infastidito dal frusciante bla-bla,in discesa dai pulpiti dell’avventurismo teologico, insieme con un cacofonico accompagnamento di chitarre tormentate da monache incontinenti e di voci stridule, in uscita da cantori, che fanno pensare all’esito delle antiche mutilazioni norcine.

Dietro istigazione dell’editore sardonico/veronese Giovanni Zenone, i Biagini (non bigotti ma matematicamente trigotti) descrivono le varie figure della goffa ginnastica de-mentale, nella quale si cimenta un clero incalzato dall’implacabile vocazione all’aggiornamento e trascinato all’inseguimento acrobatico di pensieri da tempo estenuati e messi in fuga dal bastone della storia e dal freddo e implacabile pugnale dell’umorismo oggettivo.

Protagonisti dei fulminanti atti unici pubblicati e proposti da Fede & Cultura (e illustrati dalla  raffinata e pungente pittrice Elena Pongiglione) sono don Tentenna, sacerdote ambizioso e perciò deragliante nel pensiero delle avanguardie, e il suo suggeritore, il demone Fischione.

Frutti della collaborazione tra il nuovo prete e il suo infido e tenebroso consigliere sono pensieri, parole, opere ed omissioni conformi al disordine avanzante sulle ali della teologia affumicata e capovolta dal princeps huius mundi.

Don Tentenna, ad esempio, si rivolge a un educatore fedele alla tradizione cattolica e lo rimprovera sciorinando un discorso che alla fine deraglia – ridicolmente – nel parolame surrealista: “mi spiace ma lei non ha proprio assimilato il vento di rinnovamento che spira nell’ora che volge, lei non ha compreso il rispetto del diverso, la rispettosità della diverseria, la diversaggine della rispettanza, a lei fa difetto la prudenza conciliare, la pruderia conciliarizia. Evidentemente lei non ha letto il poderoso volume De barcamenando di monsignor Prudenzio Barcamenio.

Nella Chiesa postconciliare il conformismo è stimato e premiato e pertanto il vaniloquio fa guadagnare a don Tentenna l’ambito titolo di arcivescovo “ossia vescovo dell’Arci, in odore di prossimo cappello cardinalizio“.

Indossata l’autorevole veste episcopale, don Tentenna si improvvisa consigliere del sacerdote osservante, al quale è stata indirizzata la insensata richiesta di battezzare un cane.

Il prete compos sui riferisce al superiore: “Dopo il mio rifiuto il padrone del cane ha detto che era disposto a pagare addirittura trecentomila euro”. E l’arcivescovo Tentenna: “Deve essere ricco sfondato! Bisogna tenerlo d’occhio: abbiamo sempre bisogno di denaro per le nostre opere caritatevoli … Direi che per questa volta passi”.

La satira degli implacabili Biagini investe anche il quotidiano avveniristico “Il Futuricchio”, nella cui redazione si agitano curiosi giornalisti, che hanno nomi eloquenti: Falce, Martello e Modernino.  Questi imbratta carte vantano i successi ottenuti dalla lotta democratica, convergente e parallela: “Grazie alla democratica e progressista parte politica che sosteniamo, abbiamo raggiunto il meritorio traguardo dei (per ora) sei milioni di bambini di troppo che sono stati felicemente eliminati e molti trasformati in materia prima per le fabbriche di cosmetici”.

Divertente è il resoconto di un immaginario ma non impossibile convegno nel quale si cimentano, per il diletto del demone Fischione, Sua eminenza Tentenna, il dottor Catodico, vaselinoso presentatore televisivo in livrea, e l’economista Grullani, giullare della rubrica radiofonica Il Tafano, connessa all’autorevole quotidiano economico “La luna ventitré ore e tre quarti” , stampato su carta gialla in onore dei guanti indossati dagli strozzini.

Il pericolo avvertito e temuto dai convegnisti consiste in un libro estremista sulle ragioni della Bibbia: è possibile che i cristiani comincino a comprendere che “fra quello che credono e i fatti ci sia qualche rapporto e, quel che è peggio, che i non credenti comincino a pensare che noi pensiamo che fra quello che crediamo e i fatti ci sia qualche rapporto”.

Il card. Tentenna, pertanto, si affretta a contrastare le verità esposte nel libro, sostenendo che è il risultato di uno sforzo inteso “a far combaciare le attestazioni archeologiche e storiche con i dati biblici in una sovrimpressione di grande suggestione narrativa e fabulatoria (e questo è l’aspetto ancora attraente dell’opera) ma di scarsa attendibilità critica” .

  1. Liquidata dialetticamente la dimostrazione della verità dei testi sacri, la teologia dei Tentenna può procedere sulla trionfale strada dell’autodistruzione.

Emilio Biagini – Maria Antonietta Novara Biagini

Satire clericali - Raccontini dialogati sui tradimenti dei chierici

  1. Fede & Cultura – pagg. 240 – euro 15,00 - per acquisti on-line, CLICCA QUI


20
OTTOBRE
2013
Articolo letto 1937 volte

VALTORTA M. (1989) Autobiografia, Isola del Liri, Centro Editoriale Valtortiano, 2a ed.

 

Autobiografia.jpg

 

Questa opera venne scritta di getto, tra il 10 marzo e il 23 aprile 1943, Venerdì Santo, quando ebbe il primo dettato del Signore. La scrisse malvolentieri, su sollecitazione del suo direttore spirituale Padre Migliorini il quale, intuendone la santità, volle avere una documentazione di prima mano della vita di lei. Non era destinata alla pubblicazione, ma solo come documento per il confessore. Terminata l’autobiografia, la Valtorta scrisse quasi ogni giorno fino al 1947 e a intermittenze fino al 1951. In tutto i quaderni da lei riempiti sono 122, oltre ai 7 dell’autobiografia, per un totale di 129 quaderni e circa 15.000 pagine. Scriveva seduta sul letto, col quaderno appoggiato a un cartolare che aveva fatto lei stessa, senza preparare schemi, senza ripensamenti, senza sapere cosa avrebbe scritto giorno per giorno, talora senza capire il senso profondo di quanto scriveva, senza consultare libri, eccetto la Bibbia e il Catechismo di S. Pio X. Non la fermavano né i dolori atroci né le interruzioni per delle banalità, dopo le quali riprendeva a scrivere senza mai perdere il filo. “Tanto c’è Chi tiene il segno”, diceva a volte. L’Opera non fu scritta in ordine, ma gli episodi si inserirono tutti alla perfezione in un insieme organico. Oltre all’Opera maggiore scrisse molte altre opere di altissima teologia e apologetica. Quando scriveva per conto proprio soffriva orribilmente anche per una semplice lettera e si stancava spaventosamente, dati i terribili dolori che l’assalivano in tutto il corpo; al contrario quando riceveva i dettati, sostenuta da un aiuto soprannaturale, poteva scrivere di getto per molte ore, di giorno come di notte.

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I TRIGOTTI

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Ve lo diciamo in lingua matematica
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e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Terza puntata

    Arriviamo così a uno dei punti che più prudono al PAG: il vergognoso trattamento inflitto al “povero Giuda”, per il quale il tenero cuore del PAG sanguina profusamente per almeno una decina di pagine. Ecco infatti l’instabilità psichica della Valtorta che (p. 134) “si manifesta preferibilmente nei rapporti di Giuda con Gesù. Giuda è continuamente bistrattato (sic!) come serpe viscida e priva di coscienza, che va a donne e pensa solo ad un regno messianico terrestre e politico. Nei rari momenti in cui il traditore non dà fastidio al Maestro o ai compagni, Gesù, piagnucoloso e amoreggiante, diventa pure ossessivo e squilibrato, preoccupato solo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvarlo dalla dannazione eterna, benché quell’essere demoniaco fosse segnato già dal principio.”

    Infelice Giuda bistrattato e afflitto da un Gesù piagnucoloso, amoreggiante, ossessivo, squilibrato! E pensare che invece col PAG sarebbe andato così d’accordo!

    Povero Giuda, com’eri capitato male (pp. 134-135): “Ecco una scena tragicomica. Gesù prende Giuda fra le braccia, gli parla gota a gota presso l’orecchio, i capelli d’oro cupo del Maestro divino si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda. Gli rivela che sta per morire martire per tutta l’umanità, gli piacerebbe (sic!) anzi patire tre volte per salvare il suo Giuda: ‘Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso.’ E Giuda consola il piangente Gesù, promettendo amore e vigilanza: ‘Mi basta che tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, e per tua protezione.” Purtroppo il bacio viene interrotto dai discepoli che portano formaggio fresco.”

    Sotto la penna brutale del PAG ogni episodio evangelico, avulso dal cotesto, deformato e ridotto a caricatura, diventa una oscenità il cui eroe, non a caso, è sempre Giuda.

    Gesù consola la madre di Giuda dell’imminente dolore e le promette un posto in cielo (L’Evangelo Cap. 395), e il partigiano cuneese di Giuda riattacca (p. 135): “La amabile scrittrice può così ritornare con il cuore sereno a torturare in modo disgustoso (sic!) e morboso (sic!) la figura del povero (sic!) Giuda! In un’altra scena veramente sadica (sic!) Giuda professa il suo amore e chiede un bacio al Maestro”.

    A questo punto il povero barbitonsore cominciò a chiedersi, con gli occhi fuori della testa: “Ma lo sa il PAG cosa vuol dire sadico?” Indubbiamente ha qualche lacuna nel vocabolario, così com’è estremamente povero di argomenti, noioso e ripetitivo nella sua sterile e controproducente polemica antivaltortiana.

    E la sarabanda farneticante continua ininterrotta. In una nota a p. 136 ecco la “ridicola e noiosa conversazione di Gesù con Giuda, che continua ad assicurargli di amarlo (…); altra scena da circo equestre (sic!) nella quale Giuda dopo aver rubato soldi dalle offerte fatte ai discepoli, partecipa al raduno dei nemici di Gesù, tutto piagnucoloso e incerto perché il Maestro gli penetra i pensieri, continua ad amarlo e non lo caccia dal gruppo degli apostoli.”

    Povero Giuda, oppresso e incompreso!

    “Inframmezzata a queste pagine, in una continua altalena di rimorsi e di perversione, la tortura sulla figura di Giuda si diverte di tanto in tanto a farlo piangere di dolore” (p. 137).

    Ecco di nuovo il povero piccolo, innocente Giuda, seviziato dalla sadica Valtorta!

    Infatti, l’illuminato PAG si degna di insegnarci (p. 138) che “la persona del traditore diventa così un puro e malsano gioco della Valtorta, incapace di trovare una soluzione meno infantile per presentare la sublimità del suo Gesù, tutto Pazienza e Amore, già da tempo a conoscenza che Giuda si è venduto al Sinedrio per tradirlo; tale quadro offre una cornice al desiderio morboso (sic!) di punzecchiare continuamente il discepolo maledetto, che osò tradire il ‘suo’ caro Gesù. Ecco perché si susseguono vari episodi nei quali la Valtorta tramite i suoi personaggi si diverte sadicamente (sic!) a far notare che Giuda ha sempre torto e sbaglia sempre, qualunque cosa faccia o dica; anche Gesù ad un certo punto rifiuta di lasciarsi abbracciare dal discepolo maledetto e spesso, quando lo vede, si mette a piangere. In un dettato Gesù-Valtorta (sic!) si sfoga in modo estremamente indecoroso contro quel serpe di Giuda che fa ribrezzo per il suo desiderio di denari, di donne e di prestigio umano.”

    Desiderio che evidentemente il PAG ritiene perfettamente comprensibile e legittimo in un discepolo di Gesù, e quindi in un prete. Superfluo ogni commento sul desiderio “sadico e morboso” (sic!) di “tormentare” il povero, calunniato Giuda Iscariota, che il PAG, nella sua delirante fabulazione parapsicologica, attribuisce alla Valtorta.

    Non solo, ma secondo l’illuminato PAG “il gusto malsano del demoniaco trova sempre modo di compiacersi” (ibid.).

    Ecco che, nella sua frenesia persecutoria contro il povero, piccolo, perseguitato Giuda, la veggente non si chiama neppure più Maria Valtorta ma si identifica col “gusto malsano del demoniaco” che l’illuminato studioso di spiritismo certo conosce molto bene.

    A questo punto, il povero figaro ha gettato la spugna e, dopo una mezz’ora trascorsa nel bagno a vomitare, mi ha chiamato al telefono dicendo che non si sentiva bene.

    – Le avrà fatto male qualcosa – gli ho detto cadendo nella più vieta banalità, ultima risorsa dei miei pochi neuroni superstiti.

    – Sì, m’ha quasi ammazzato quella specie di galleria della bestemmia travestita da libro. –

    – Ma come? Un autore così blasonato… –

    – A dottò, lassamo perde. A proposito, come va la barba? –

    – Ha smesso di crescere da quando mi sono messo a leggere libri gialli. –

    – Ottimo, continui a leggere quelli. Io studierò dove andare in vacanza per riprendermi. Intanto lascio il compito al mio assistente che ha seguito il mio lavoro finora. Stia bene, dottò. –

    E così di Giuda all’Ultima Cena ha dovuto occuparsi il povero aiuto-figaro, il quale ha affrontato il compito con tutto l’entusiasmo della giovinezza. Infatti lavora come aiuto barbiere solo per pagarsi gli studi in psichiatria, e, nella sua qualità di aspirante psichiatra (AP) ha subito detto che il caso gli sembrava di estremo interesse.

    Infatti (pp. 138-140), “terminata l’ultima cena [notare le minuscole, ha subito osservato l’AP: tanto era una cena qualunque inventata dalla nota sadica demente nelle sue fabulazioni in trance leggera], Gesù confida agli altri discepoli che Giuda è una incarnazione di Satana, un posseduto, anzi un ‘annullato in Satana’ (…) emergono in modo impressionante i vari squilibri psichici della Valtorta, soprattutto nel sadismo con cui ella rovescia su Giuda il bisogno di trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare l’aggressività repressa, nella ripetizione morbosa del tic sessuale e nel parossismo paranoico vengono artificiosamente create situazioni e reazioni affettive intorno alle persona di Gesù. L’occasione è offerta da un incidente farsesco: Giovanni e Gesù scoprono Giuda mentre forza un cofano ferrato per rubare denaro. Il fattaccio è creato ad arte per poter poi sbrodolare intensi momenti intimi tra i due innamorati che si terranno abbracciati per consolarsi.

    Postilla dell’AP (aspirante psichiatra): parrebbe esservi qui un’ambiguità malsana, è lecito il dubbio che il paziente attribuisca alla Valtorta il tic sessuale di cui è lui stesso a soffrire.

    Continua il PAG a fabulare da par suo: “Giovanni reagisce come una suora che trova finalmente l’occasione per dimostrare alla superiora le sue tenerezze esclusive. (…) La scena che segue è di rara comicità, se non fosse che rivela l’animo malato della Valtorta. Gesù (…) si mette a gridare, lasciandosi sfuggire con mesi di anticipo notizie riservate sulla sua passione.

    Postilla dell’AP: la “p” minuscola segnala un tasso di devozione inferiore a quello di uno scimpanzé, e l’illuminato evoluzionista PAG certo non si offenderà del confronto. Speriamo che non si offendano gli scimpanzé. (…).

    Il PAG imperterrito prosegue: “Nella scena interferisce di tanto in tanto la Valtorta con commenti sempre più sadici (…). Di fronte a questo Giuda (…) pronto ad assalire come un cane feroce, Gesù si mette a parlare di donne e di sesso. Gli rinfaccia di essersi venduto a Satana e di averlo servito in tutte le tentazioni presentategli, gli rivela confidenze molto intime sul come egli riuscì invece sempre a superare il desiderio sessuale di giacere con donne (…) gli comunica che Dio è senza lussuria e che Lui, Figlio di Dio, patì le tentazioni oscene per dimostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria, anzi si fa sempre più confidenziale con colui che proprio pochi minuti prima pareva una apparizione demoniaca.”

    Postilla dell’AP: il tentativo di salvare Giuda e la sacrosanta affermazione della purezza di Gesù, che tutti i suoi discepoli sono tenuti ad imitare, appaiono all’autore solo come qualcosa di farsesco. Si palesa quindi una grave anomia: il paziente appare del tutto fuori posto nel ruolo di prete che si ostina ad occupare.

    (continua)

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