Genova, 20 Novembre 2017 07.31





 
HUMANAE LITTERAE

 

Humanae Litterae

19
NOVEMBRE
2017
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Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 3°

Biologia

1. Flora

Le descrizioni valtortiane della flora sono sempre perfettamente coerenti con le condizioni di salsedine, di maggiore o minore umidità, e con le fasce floristiche altitudinali. Esemplare la descrizione della vegetazione alofila e degli effetti desertificanti della salsedine fatta da Gesù (Cap. 80.7) il quale, naturalmente onnisciente, spiega il fenomeno ai discepoli Simone, Giovanni e Giuda di Keriot: si tratta dell’infiltrazione di sale dal Mar Morto che rende sterile la zona. Risalta la meravigliosa umanità di Gesù, il quale non esita ad insegnare ai discepoli anche le scienze naturali: la figura del Redentore acquista così un commovente rilievo umano che non appare negli stringatissimi Vangeli canonici.

In molti casi, tuttavia, la Valtorta è incerta sulle specie vegetali che osserva, o dà indicazioni generiche come: “alberi da frutto”, “altre erbe dalle larghe foglie pelose”, “altre erbe di odori”, “altre piante da fiore”, “altre piante delle sabbie”, “altre piante gentili”, “altre resine”, “altri alberi d’alto fusto”, “altri erbaggi”, “altri fiori”, “arrampicanti (sic) porpurei” (l’espressione “porpureo, porpurea”, direttamente derivata da porpora, viene costantemente usata dalla Valtorta, in luogo della più comune “purpureo, purpurea”), “calici di un fiore” di cui dichiara di non sapere il nome, “campanule” di cui la veggente ignora il nome ma dice che devono essere fiori notturni, “fiori imprecisati”, “fragoloni o lamponi”, “frutte (sic) d’altro genere”, “ginepro (o simile pianta)”, “graminacee (imprecisate), “insalate”, “nocchi” (in italiano il nocchio è solo un nodo in un tronco o in un ramo, forse dal longobardo knohhil;  non è chiaro che genere di pianta la Valtorta intenda con tale termine, ma forse si tratta di parola dialettale indicanti i noccioli), “piante da balsami”, “specie non identificata”, “virgulti mangerecci” di cui dichiara di non sapere il nome.

Nonostante le occasionali imprecisioni, peraltro ben comprensibili, dato che non era certo un’investigazione botanica ciò che interessava alla veggente, Maria Valtorta si dimostra osservatrice efficace delle condizioni floristiche. Ad esempio, ella nota che nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine o per i venti che vengono dalle cime più alte dei monti della Giudea, o per qualche altra ragione, la fioritura continua mentre altrove gli alberi danno già i frutti (Cap. 581.1). Alla Cena di Betania il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme (Cap. 586.4) vengono serviti fichi novelli, finocchio, mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, poponi e frutti d’altro genere, e la Valtorta rileva che la frutta proviene in parte dalle sponde oltre Gaza e in parte dalle terrazze solari sopra la casa all’uso romano. Non avrebbe potuto maturare nella zona di Gerusalemme.

Le specie vegetali nominate sono circa 140, che nell’insieme danno un coerente quadro del mondo vegetale mediterraneo, naturale e coltivato. Ricorrono con maggior frequenza (dell’ordine delle decine di ricorrenze): rose (nel Cap. 78.8 sono citate “le famose rose di Engaddi”), ulivi, viti, gelsomini, meli, mughetti, mandorli, fichi, gigli, lauri, salici.

Piante tipicamente mediterranee abbondanti in Palestina e citate dalla Valtorta sono le “anaci” o anici (Pimpinella anisum), le cosiddette “code di volpe” (Alopecurus pratensis), le convallarie (Convallaria sp.), il nenufaro o ninfea gialla (Nuphar lutea), lo spigonardo (Lavandula dentata), il terebinto (Pistacia terebinthus). Il terebinto è spesso menzionato nella Bibbia, fra l’altro perché in un albero di questa specie Absalom, figlio ribelle di David, sconfitto in battaglia, rimase impigliato coi lunghi capelli durante la fuga, ciò che gli costò la vita (Samuele 18, 9).

Notevole il teak d’Arabia (Ordia amplifolia), visto nelle vicinanze delle piscine di Salomone (Cap. 208.5):

(…) un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco (…) un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.

Qualche difficoltà potrebbe sorgere nel caso di piante di origine americana, che si ritiene siano giunte in Europa e nel Mediterraneo solo dopo la Scoperta dell’America, come i fichi d’India (Capp. 147.1, 217.4, 221.1, 254.4), le agavi (Capp. 67.1, 102.3, 127.1, 221.1, 412.1), l’erba cedrina (Cap. 604.21), la spinalba (Cap. 543.5) che forma addirittura delle siepi. Il fatto che la citazione di tali piante non sia stata soppressa è prova della sincerità della veggente. In realtà le piante apparentemente “intruse” non inficiano l’autenticità delle visioni valtortiane, dato che specie simili di solito sono presenti in Asia da tempi remotissimi e si spiega facilmente come abbiano potuto raggiungere la Palestina prima dell’età di Cristo.

L’Asia meridionale e l’Africa orientale, infatti, da secoli erano percorse da reti di carovaniere, tramite le quali la diffusione “casuale” di semi era assicurata. Gli storici hanno individuato tre vie principali: della seta, dell’incenso e del cinnamomo.

La via della seta si diramava in diversi itinerari che collegavano la Cina con l’Occidente attraverso l’Asia centrale oppure l’India; servendosi di essa i due imperi, romano e cinese, intrattennero perfino saltuari contatti diplomatici.

La via dell’incenso conduceva dall’Arabia meridionale alle coste orientali del Mediterraneo attraverso la città di Petra. Nell’Esodo (30, 7) ne è prescritto l’uso rituale sull’altare dei profumi.

Il cinnamomo, meglio noto come cannella, compare anch’esso nell’Esodo (30, 23) tra gli ingredienti prescritti da Dio a Mosè per la composizione dell’olio per l’unzione sacra. La via del cinnamomo partiva dall’Indonesia, raggiungeva il Madagascar e di là il porto di Rhapta, controllato dagli arabi, sulla costa dell’Africa orientale, dalla quale si diramavano diverse vie carovaniere che percorrevano la regione fino a raggiungere il Nilo, mediante il quale la pregiata spezia (e gli eventuali semi d’altro genere intrufolatisi nei carichi) raggiungeva le terre mediterranee.

Riguardo al fico d’India, l’onnipresente enciclopedia on-line sentenzia (http://it.wikipedia.org/wiki/Opuntia_ficus-indica):

Il fico d’India (assieme all’Agave, altra specie messicana) compare sempre negli esterni dei film sulla vita di Gesù, come elemento caratteristico della flora della Palestina di quei tempi. Questo incredibile anacronismo è costante. Per tutti si veda il “Gesù di Nazareth“ di Zeffirelli.

Peccato che il fico d’India fosse consumato regolarmente come frutta nell’Egitto faraonico (Wenzel 1999). Non è quindi neppure necessario ricordare, come fa il Lavère (cit., p. 181), che vi erano fichi d’India originari da Goa, “noti a Plinio, Teofrasto e Strabone”. Vista la stretta contiguità tra Egitto e Terra Santa, sarebbe stato molto strano piuttosto non trovare questa pianta in Palestina.

Il benzoino (Styrax benzoin), pianta di origine indonesiana, dovette seguire la via del cinnamomo, la spezia di origine indonesiana che fu osservata dalla Valtorta a Engaddi (Cap. 389): era tutt’altro che improbabile che semi di benzoino, annidati nei carichi della pregiata spezia, raggiungessero Israele fin dall’antichità. L’erba cedrina, una Verbenacea (Laoysia citrodora), è tipica del Sud America, ma si confonde facilmente con un’erba europea detta pure erba cedrina (Lippia citriodora). La spinalba (Eryngium sp.) è un genere che comprende specie messicane, ma anche mediterranee (es. Eryngium maritimum), presenti lungo le coste del Mediterraneo, incluse quelle della Palestina.

Più serio è il problema dell’agave, di origine messicana, mai citata in alcun dizionario biblico e, secondo i testi botanici, giunta nelle terre mediterranee solo dopo la Scoperta colombiana. Il Lavère (2012, pp. 179-180) affronta il problema con notevole superficialità, dando per scontato che, se l’agave si trova oggi allo stato selvatico nelle zone mediterranee, dovesse trovarvisi anche al tempo di Gesù. In realtà il problema merita ben altro approfondimento. Non si può invocare una possibile confusione di Maria Valtorta con altre piante della famiglia delle Agavacee; è vero che alcune specie di dracene hanno foglie talmente simili a quelle delle agavi da indurre in errore un inesperto, specie se la sua attenzione è rivolta altrove, come nel caso della veggente, costantemente attenta al “suo” Gesù. Le dracene sono presenti allo stato naturale in Africa orientale, proprio dove passava la via del cinnamomo, e potevano quindi agevolmente raggiungere la Terra Santa, ma non può trattarsi di esse, perché l’Evangelo nomina sistematicamente il gigantesco fiore “a candelabro”, proprio delle sole agavi: ne parla il discepolo Gionata (Cap. 102.3), lo descrive la Valtorta nella visione del miracolo delle lame spezzate alla porta dei Pesci (Cap. 67.1) e in quella del discorso all’Acqua Speciosa sul comandamento “Non tentare il Dio tuo” (Cap. 127.1), se ne serve come esempio Gesù stesso nel suo insegnamento (Cap. 221.1), lo nomina Giuda di Keriot (Cap. 412.1). Anzi, dalla descrizione valtortiana, la specie sembra essere proprio l’Agave americana, una delle più grandi e spettacolari.

Dato che le agavi non sono nominate nella Bibbia, Lavère conclude abbastanza ovviamente che la Valtorta non ha tratto ispirazione dal sacro testo, ma non tenta di spiegare come tale specie, originaria dell’America, abbia potuto trovarsi in Palestina un millennio e mezzo prima della Scoperta colombiana. Il Lavère sembra non avere affatto chiaro il problema, anche perché ne parla come di “questa stupefacente cactacea”, mentre il genere Agave non è mai stato ritenuto una cactacea. Inizialmente fu incluso tra le Amaryllidacee. Oggi è classificato in una famiglia propria, quella delle Agavacee (ordine Liliales secondo il sistema di classificazione Cronquist, ordine Asparagales secondo il sistema APG).

In mano ai nuovi farisei, il problema “agavi” avrebbe potuto essere un argomento di un certo peso nei loro affannosi tentativi di contestare l’autenticità delle visioni valtortiane, se solo si fossero dati la pena di studiarle sul serio. Tuttavia, il problema sarebbe davvero grave solo se si trattasse di una specie coltivata. Le piante coltivate sono modificate da una selezione artificiale e mirata che le rende poco adatte a sopravvivere alla competizione delle specie selvatiche in un ambiente naturale, prive dell’assistenza dell’uomo. Prima della Scoperta dell’America, era praticamente impossibile per una specie coltivata del Nuovo Mondo, come la patata o il pomodoro, insediarsi nel Vecchio Mondo senza continue cure, ma per una specie selvatica e resistente come l’Agave americana, sarebbe stato tutt’altro che impossibile, nel corso della preistoria, insediarsi in Asia, e quindi in Palestina, e proliferarvi.

Le specie vegetali viaggiano. La flora irlandese, ad esempio, annovera interessanti endemismi di origine americana (es. Eriocaulon aquaticum), che indicano l’arrivo di sementi trasportate su “zattere” naturali ad opera delle correnti marine, secondo un ben noto processo di diffusione delle specie vegetali.

Più importante ancora è il trasporto eolico, ossia operato dai venti. I semi, non più grandi di qualche millimetro, delle agavi, come di altre piante, possono facilmente essere trasportati, entrando a far parte del cosiddetto plancton aereo. Questo è costituito da organismi anche di dimensioni ben maggiori di un seme di agave o di altri vegetali: vi si trovano semi, spore, insetti (spesso di specie non dotate di ali), ragni e una grande varietà di detriti organici. Il plancton aereo può raggiungere la stratosfera e viaggiare anche a grandi distanze. L’altopiano messicano è attraversato dal Tropico del Cancro, e nella fascia tropicale settentrionale i venti alisei soffiano da nord-est verso sud-ovest, e quindi dal Messico verso il Pacifico, oltre il quale si incontra l’Asia meridionale: questo in condizioni di tempo non perturbato. E col tempo perturbato, quante tempeste vi saranno state, nel corso della preistoria, capaci di trapiantare specie americane in Asia? Né va dimenticato che le osservazioni botaniche si sono moltiplicate e affinate solo a partire dal sec. XVIII, per cui la comparsa di nuove piante, anche se spettacolari, poteva benissimo non lasciare traccia scritta nei documenti dei viaggiatori.

Proprio l’apparente stranezza di trovare specie vegetali americane in Palestina, lungi dal costituire una prova di inaffidabilità del Tesoro valtortiano, potrebbe imprimere una svolta alle ricerche geobotaniche, così come le descrizioni valtortiane del territorio palestinese dell’epoca di Gesù hanno permesso di scoprire costruzioni e città sepolte di cui si era perduta traccia.

2. Fauna

La descrizione della fauna non presenta particolari problemi: non desta alcuna sorpresa il fatto che la veggente abbia visto o sentito nominare animali vertebrati come aquile, aspidi, bisce, capre, colombi, colubri, conigli selvatici, donnole, gufi, lucertole, merli, pettirossi, pipistrelli, ramarri, rospi o ranocchi; e insetti come api, calabroni, cicale, farfalle, grilli, libellule, moscerini. Queste segnalazioni faunistiche sono sempre in perfetto accordo con i vari ambienti e le diverse condizioni stagionali. Caratteristica è la presenza, al lago di Tiberiade, di un uccello acquatico, (martin pescatore, Alcedo atthis, che la Valtorta indica col nome vernacolo toscano “piombino”), che suscita tra i discepoli (Cap. 187.2):

(…) una più viva esclamazione di ammirazione davanti al gioiello vivo di un piombino che viene a volo, portando alla compagna un pesciolino d’argento.

Strani animali domestici escono da una bella casa di Betania, al seguito di una giovane donna, forse greca o romana, che fa un sorriso sprezzante alla vista di Gesù e dei suoi discepoli e si allontana seguita da un drappello di trampolieri multicolori (Cap. 135.1):

(...) candide ibis, multicolori fenicotteri e due gralle tutte fuoco con una coroncina tremolante sulla testa che pare d’argento mentre il resto del piumaggio è tutto color oro.

Pochissimi esperti di zoologia sapevano che nel Nahal Tainninim (il fiume che alimentava l’acquedotto di Cesarea Marittima, costruito dai Romani), esistevano coccodrilli nani, introdotti dai fenici che li ritenevano animali sacri, al pari degli egizi che veneravano il dio-coccodrillo Sobek. Secondo Laurentin, Debroise & Lavère (2012), questi rettili sarebbero stati direttamente introdotti dagli egizi, che per secoli dominarono o mantennero un protettorato sulla zona. L’origine egizia o fenicia ha comunque poca importanza. Divenuti piccoli ma ugualmente pericolosi, erano oggetto di caccia da parte dei Romani, e con la loro pelle si confezionavano molti oggetti. A poco a poco furono sterminati, ma ve n’erano ancora nel sec. XIX d.C. All’epoca della Valtorta erano ormai estinti, ma la veggente poté vederli e descriverli (Cap. 254.1-2).

Un ambiente malsano e improduttivo divennero i campi del fariseo Doras, uomo di estrema malvagità che schiavizzava, affamava e opprimeva i suoi contadini fino a farli morire. Per punirlo, Gesù maledisse i suoi campi (Cap. 109.12), che da allora pullularono di animali nocivi. Lo stesso Doras, imprecando e senza mostrare segno di pentimento, domandò (invano) a Gesù di togliere la maledizione (Cap. 127.2):

Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico.

Confesso di non essere riuscito a individuare la classificazione zoologica dei “grillovampiri”, usciti dalla sgangherata fantasia del fariseo disperato; potrebbe forse trattarsi di grillotalpe (Gryllotalpa gryllotalpa, una specie di ortottero della famiglia Gryllotalpidae). Un rilevamento più pacato e realistico del disastro nei campi di Doras, da parte dei poveri contadini (Cap. 190.2), parla di afidi, bruchi, farfalline, lombrichi, lumache e altri parassiti.

Come nel caso della flora, anche nella fauna la Valtorta non sempre è precisa, specialmente quando la visione è notturna; infatti troviamo generiche indicazioni di “animali notturni”, “altre specie di uccellini”, “altre brutte bestie”. Spesso nominati gli uccellini, in particolare i passeri, che Nostro Signore amava moltissimo, come si rileva anche dai Vangeli canonici. Un passerotto caduto dal nido, salvato da Gioacchino e donato alla Madonna treenne (Cap. 7.5), fu la prima creaturina sulla quale la Santissima Vergine cominciò ad esercitare le proprie cure materne.

BIBLIOGRAFIA

LAURENTIN R., DEBROISE M. & LAVÈRE J.-V. (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Éditions Salvator

LAVÈRE J.-F. (2012) L’enigma Valtorta, Isola del Liri, CEV (trad. d. francese)

WENZEL G. (1999) “La vita domestica e la casa come spazio vitale”, in Schultz M. & Seidler R. (cur.) L’Egitto: la terra dei faraoni, Köln, Könemann, pp. 398-409


19
NOVEMBRE
2017
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Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 2°

Geomorfologia e geografia

Maria Valtorta delinea i paesaggi in modo assolutamente esatto e sorprendente, da autentica testimone oculare. Un esempio fra moltissimi: una descrizione di fantasia avrebbe nominato tutte e tre le grandi piramidi d’Egitto; la Valtorta ne vede una sola perché, dalla zona di Matarea, dove la Sacra Famiglia aveva trovato rifugio, la piramide di Cheope, più grande, nasconde quelle di Chefren e di Mykerinos.

Il pastore battista americano David J. Webster, convertitosi al cattolicesimo dopo aver studiato per sei anni l’Opera valtortiana, ha individuato 255 siti menzionati ne L’Evangelo e li ha elencati in una relazione dattiloscritta, diffusa nel 2004 e citata dal Lavère. Di questi 255, ben 79 sono sconosciuti nell’edizione del 1939 della International Standard Bible Encyclopedia. Tra questi 79, 62 non sono neppure citati nel Macmillan Bible Atlas del 1968 e 52 non appaiono nella Bibbia. Tuttavia 29 di questi sono stati autenticati successivamente grazie allo studio di fonti antiche e appaiono ora nell’edizione del 1989 dell’Harper Collins Atlas of the Bible.

Secondo Laurentin, Debroise & Lavère (2012), l’Opera valtortiana descrive con esattezza un numero ancor maggiore di località, circa 450, alcune delle quali ignote alla sua epoca e solo più tardi riscoperte dagli archeologi; dimostra una stupefacente conoscenza delle usanze e dei costumi vigenti in Palestina duemila anni fa, nonché della flora e della fauna, descrive il succedersi delle stagioni, le attività rurali e pescherecce nei loro esatti ritmi stagionali quali esistevano in Palestina nel primo secolo, fra l’altro spiegando dettagliatamente la misteriosa fabbricazione della porpora, e dimostra di conoscere i sistemi monetali, tutt’altro che semplici, vigenti in Palestina all’età di Gesù; dà 5000 indicazioni cronologiche e 230 descrizioni delle fasi lunari di incredibile precisione ma, come abbiamo visto, le conclusioni tratte da queste descrizioni astronomiche sono state corrette dal De Caro.

Il riferimento fondamentale per lo studio geografico e geomorfologico della Terra Santa al tempo di Gesù secondo gli Scritti della Valtorta è dato dalla carta, con relativa descrizione delle singole località, dell’ingegnere agronomo Hans J. Hopfen (2014). Le notazioni in questo campo sono numerosissime. Se ne elencano solo alcune.

Lazzaro, ammalato e costretto in casa, legge molto: conosce le sabbie mobili e la loro distribuzione: dice che ve ne sono in Siria, in Egitto e presso i Caldei (Cap. 84.5).

Parlando con Simone Zelote, Gesù dà una spettacolare descrizione della Galilea, descrivendo i colori cangianti dei monti nello scorrere del giorno, nelle diverse condizioni di luce (Cap. 85.2). Come poteva Maria Valtorta immaginare una descrizione così precisa?

I Corni di Hattin vengono descritti con assoluta precisione, e pure disegnati dalla veggente, come luogo del Discorso della Montagna (Cap. 169.1), e si trovano a 3 km dal luogo designato ufficialmente come monte delle Beatitudini, per evidenti motivi turistici e non unanimemente.

A Corozim Gesù mostra a Maria Valtorta lo sbocco del Giordano nel lago di Tiberiade, a Betsaida, e le spiega che oggi la città non è più in riva al lago come ai suoi tempi a causa dell’interramento del lago (Cap. 179.1):

Mi dice Gesù mostrandomi il corso del Giordano, meglio, lo sbocco del Giordano nel lago di Tiberiade, là dove è stesa la città di Betsaida sulla riva destra del fiume, rispetto a chi guarda il nord: “Ora la città non sembra più sulle rive del lago, ma un poco in dentro nel retroterra. E ciò sconcerta gli studiosi. La spiegazione si deve cercare nell’interramento del lago da questa parte, dovuto a venti secoli di terriccio depositato dal fiume e ad alluvioni e frane scese dai colli di Betsaida. Allora la città era proprio all’imbocco del fiume nel lago, e anzi le barche più piccole, e nelle stagioni più ricche d’acqua, risalivano per un buon tratto, fino a quasi l’altezza di Corozim, il fiume stesso serviva però sempre da porto e ricovero sulle sue rive alle barche di Betsaida nei giorni di burrasca del lago. Questo non è per te, alla quale poco importa, ma per i dottori difficili.”

Il lago di Genezaret, il cui nome deriva da Kinneret (arpa), ai tempi di Gesù era più esteso di oggi poiché, come tutti i laghi, tende ad insabbiarsi. La grande veggente scrive che verso nord lambiva Betsaida, mentre verso sudest raggiungeva gli strapiombi dell’altipiano orientale formando dei minuscoli “fiordi” (termine inesatto: i fiordi sono vallate sovraescavate da lingue glaciali; in questo caso si tratta invece di gole fluviali) allo sbocco dei torrentelli, verso sud si estendeva con una piccola baia poco profonda oltre il promontorio di Tarichea (Cap. 179.1). Ovviamente le imprecisioni nell’uso dei termini scientifici non toccano minimamente il valore della rivelazione valtortiana: lo scopo del Divino Maestro non era certo quello di tenere un corso scientifico.

La descrizione valtortiana del lago di Genezaret è confermata dallo studio geomorfologico: infatti lungo la riva sudorientale, al piede dell’altopiano, a oriente dell’odierna larga riviera che vi si trova, sono state rinvenute alcune pietre miliari romane, indicanti l’esistenza di una strada lungo la riva al lago situata ben più a oriente di quella attuale e quindi una maggior estensione del lago che, all’epoca di Gesù, doveva giungere a lambire i precipizi dell’altopiano. Movimenti tellurici (terremoti e bradisismi), frane, erosioni e relativi depositi alluvionali fecero retrocedere il lago presso Betsaida, emergere il suo alto fondale sudorientale, insabbiare la baia a sud di Tarichea e forse abbassare la sponda occidentale.

Il pellegrinaggio a Betlemme durante il secondo anno di vita publica, compiuto da Gesù con la Madre, il gruppo apostolico e le discepole (L’Evangelo, Cap. 207), rivela le straordinarie conoscenze della Valtorta: sulla via dalla tomba di Rachele alla Grotta della Natività i pellegrini passano davanti alle “macerie della torre di Davide”. Si tratta dei resti del palazzo fatto costruire da re Davide a Betlemme che cadde in rovina dopo l’esilio babilonese. Johann Nepomuk Sepp (1853-1862) ritiene che la stessa Grotta della Natività fosse parte delle rovine di tale palazzo. Per giungere alla Grotta, i pellegrini valicano un piccolo rio su una tavola che fa da ponte: il ruscello Oued El Djemel, ancora rilevabile sulle carte fino al 1860 e oggi scomparso. Dopo che Maria ha rievocato con parole commoventi la Nascita del Figlio, domanda a Gesù dove potranno mangiare, ed Egli risponde: “A Jala. È vicino”. Il villaggio citato è effettivamente a 3 km dalla Grotta e si chiama oggi Beit Jala. Si tratta di un luogo non menzionato neppure in tutta la Bibbia ed è umanamente inspiegabile come la veggente abbia potuto conoscerlo.

Nella costa di Ascalona la veggente descrive una baia oggi scomparsa (Cap. 218.1): “Una bella città marittima è a due buoni chilometri di distanza, stesa lungo la riva sulla scogliera semilunata (…)”. Oggi quella costa è sabbiosa e rettilinea, ma che in passato vi fosse una baia è storicamente accertato (Maspero 1903).

L’antica Jabnia, a nord della moderna Javne, aveva originariamente un suo porto omonimo sul mare, con il quale era collegata anche per via fluviale dal fiume Sorek, collegamento che venne meno con lo spostamento del letto del fiume verso nord nel suo ultimo tratto attraverso la pianura filistea (Capp. 222.1, v. Hopfen 2014, pp. 68-69).

Gesù parla della foresta pietrificata che ha visto in Egitto da bambino (Cap. 248.13-14, corsivo nel testo); e in effetti ve n’è una 17 km a sud-est di Matarea, luogo di esilio della Sacra Famiglia:

Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano (...)

(...) esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme. Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra.

Il lago di Meron, di recente prosciugato per interventi di bonifica, era poco profondo, era attraversato dal Giordano da nord a sud, e si estendeva, ai tempi di Gesù, a sud fino alla via di Damasco, che ivi scavalcava lo sbocco del fiume con il cosiddetto ponte di Giacobbe, mentre col passare dei secoli si restrinse ritirandosi verso nord. La Valtorta lo descrive in un fosco giorno di pioggia, “tutto bigio e giallognolo per il fango di mille ruscelli e per il cielo novembrino pieno di nuvole” (Cap. 298.1-3).

Le miniere di piombo e le cave di marmo dell’Anatolia (Cap. 312.14), dove Giovanni di Endor era stato deportato per aver ucciso l’amante romano di sua moglie, sono storicamente ben attestate.

Spaventevole la descrizione del monte di Jiftael (Cap. 317.1-2), dove Gesù si ritira a pregare: sentiero terribile, quasi un graffio nella montagna, col rischio di precipitare, lacerandosi nei rovi, spezzandosi le reni contro i tronchi rigidi sporti sull’abisso, fino ad affogare nelle acque violente sugli scogli puntuti del torrente che scorre in fondo. Il sentiero finisce bruscamente per una frana. Sotto il balzo vi è una fessura che immette in una vasta grotta con un corridoio che trafora il monte e lascia intravedere in fondo una striscia di luce e un lontano apparire di boschi, percorso il quale si giunge a vedere i monti che contornano il lago di Galilea oltre la valle e in direzione nord-est splende il grande Ermon nella sua veste di neve. Una primordiale scaletta è scavata nel fianco del monte che qui non è così verticale, né nel salire né nello scendere, e questa scaletta conduce alla via mulattiera che è nella valle e anche alla vetta dove è il paese di Jiftael. Nella grotta, in un angolo, si vedono poche e piccole stalattiti dove forse è il punto più soggetto al lavorio delle acque interne (Cap. 317.3).

Il territorio intorno ad Aczib (Cap. 325.1) viene descritto dalla veggente allegando pure uno schizzo topografico, che ho provveduto a confrontare con la relativa carta geografica. Risultato del confronto: le località indicate sono presenti ma il disegno, ad esempio la linea di costa, appare assolutamente impreciso, sebbene non sia da escludersi che cambiamenti intervenuti in duemila anni abbiano modificato il litorale. Ma ciò che conta non è la precisione del disegno. Maria Valtorta stessa confessava la propria incapacità in materia. Quello che è straordinario è l’esistenza stessa di questo e di altri schizzi geografici simili: un’inferma inchiodata a un letto, per la quale sbirciare dalla porta finestra comportava fatica tremenda e dolore pressoché insopportabile, è tuttavia in grado di disegnare, in modo, per quanto approssimativo, di sicuro riconoscibile, la geografia di un luogo lontano migliaia di chilometri (es. la zona di Aczib), e ne traccia uno schizzo cartografico del raggio approssimativo di una trentina di chilometri, che per il teorema secante-tangente corrisponde ad un punto di osservazione alto una settantina di metri dalla superficie, come visibile da un aereo o da un elicottero. Non aveva carte geografiche, né tanto meno topografiche, della Terra Santa da copiare, e dichiara costantemente di disegnare quello che vede. Di simili, umanamente inspiegabili, disegni è costellata l’Opera. Anche la descrizione della zona di Ramot riportata sopra fa pensare ad una visione dall’alto, e non ad una che si potrebbe avere a livello del piano di campagna.

Il monte Hermon era probabilmente più alto ai tempi di Gesù (Hopfen 2014, p. 67), e si abbassò col tempo per effetto di erosione. La Valtorta ne fornisce uno schizzo al Cap. 339.6 de L’Evangelo.

La forma del Tabor è a cono semitronco (Cap. 349.2), che alla Valtorta ricorda la lucerna dei carabinieri vista di profilo.

Nella zona fra Hammatha e Gadara percorsa dal fiume Yarmuk (o Yarmoc, o Yarloc) affioravano sorgenti solforose. Gli accenni nell’Evangelo (Cap. 356.3) suggeriscono che da Hammatha a Gadara il fiume seguisse un corso più lineare rispetto ad oggi: avrebbe in seguito divagato formando meandri, secondo un ben noto processo geomorfologico tipico dei fiumi in pianura. Nell’attraversare il ponte sul fiume, la Valtorta avverte gli acri odori delle acque solforose delle vicine terme. Va notato che questo fiume non è neppure nominato nella Bibbia, ma solo nel Talmud, che ben difficilmente la Valtorta avrebbe potuto conoscere.

Il Carit è un affluente del Giordano. La Bibbia di Gerusalemme (Ed. Dehoniane, 1974) lo colloca ad est del Giordano, e quindi come affluente di sinistra. Al contrario, l’Evangelo valtortiano (Cap. 380.1), il Macmillan Bible Atlas (2011) e la tradizione segnalano il Carit a ovest del Giordano (quindi affluente di destra).

La Valtorta descrive correttamente il Mar Morto (Cap. 389.1), distinguendo con esattezza le due rive che umanamente non ha mai visto: quella occidentale che ha un piccolo spazio pianeggiante, e quella orientale con i monti che scendono quasi a picco nel bacino lacustre.

L’osservazione dell’attuale tracciato del fiume Giordano e delle curve di livello fa supporre che, ai tempi di Gesù, il fiume nel suo insieme scorresse più lineare e si riversasse nel lago Meron con un braccio solo e non con due, come avviene oggi, poiché allo sbocco in questo lago il fiume ha formato una diffluenza in seguito all’accumularsi dei detriti. Si deduce pure che all’altezza di Doco il fiume descriveva un “arco” (altra inesattezza terminologica; il termine esatto è meandro) molto più marcato dell’attuale (Hopfen 2014, p. 59). Vari corsi d’acqua scendono dagli altopiani erodendone le pendici. L’erosione vi si è molto accentuata per il diradarsi delle coperture boschive, con relative frane fino alla scomparsa di città antiche, fra le quali forse Jabes Galaad (Cap. 524.6). Sul versante orientale della valle i torrenti hanno eroso anche parte di un terrazzamento che si estendeva parallelo al Giordano con inizio nell’alto fondale sudorientale del lago di Genezaret, mentre si hanno emergenze verso sud formanti un pianoro sopraelevato intermedio tra il fondovalle e l’altopiano della Perea (Capp. 358.1, 360.1). La valle del Giordano è la sezione più settentrionale della vastissima fossa tettonica che continua verso sud nel Mar Rosso e nei grandi laghi dell’Africa orientale. La regione è sede di poderose spinte di tettonica distensiva che continuano tuttora ad ampliare la fossa del Giordano, con varie conseguenze nella morfologia superficiale, per cui non sorprende affatto se le descrizioni valtortiane non sempre coincidono con la realtà odierna. Lo sbocco dello Uadi Fara nel Giordano si trova oggi spostato di circa 7 km più a sud di quanto lo era all’epoca di Gesù, come si comprende dalla confluenza di alcune strade verso il traghetto di Adamah, oggi sostituito dal ponte Adamo (Hopfen 2014, p. 37).

Impressionante la geomorfologia della zona di Gofenà, dove si svolge il colloquio notturno di Gesù con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Mannaen: una profondissima gola nella roccia, come un corridoio roccioso e nudo. Vi è anche un altro corridoio roccioso ma chiuso in alto come un androne (Cap. 560.1).

BIBLIOGRAFIA

AHARONI Y., AVI-YONAH M., RAINEY A.F., SAFRAI Z. & KARTA F. (2011) The Macmillan Bible Atlas, London, Macmillan, 5th ed.

DE CARO L. (2014) I cieli raccontano, Isola del Liri, CEV

DE CARO L. (2015) I cieli raccontano, vol. 2a, Prefazione di don Nicola Bux, Isola del Liri, CEV

HOPFEN H.J. (2014) Indice e Carta della Palestina per “L’Evangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta, Isola del Liri, CEV, rist.

LAURENTIN R., DEBROISE M. & LAVÈRE J.-V. (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Éditions Salvator

MASPERO G. (1903) History of Egypt, Chaldea, Syria, Babylonia and Assyria, London, Grolier

SEPP J.N. (1853-1862) Das Leben Jesu Christi. Regensburg, Manz, 2. Auflage, 6 Bände


19
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 0 volte

Emilio Biagini

 

L’EVANGELO VALTORTIANO

E LE SCIENZE NATURALI

 

Parte 1°

Geologia

L’Evangelo come mi è stato rivelato è un libro di sterminata ricchezza e d’incredibile complessità, che contiene innumerevoli profondissime conoscenze umanamente inaccessibili alla Valtorta. Sebbene sia scritto in maniera piana e facile da intendere, tale da recare conforto alle anime semplici, una comprensione veramente completa di esso richiede contributi di innumerevoli specialisti nelle più svariate discipline. Le notazioni accuratissime della Valtorta sono dovute alle raccomandazioni del Divino Maestro che la esortava ad osservare tutto con la massima attenzione. Ubbidiente come sempre, lei faceva come le era stato detto, sebbene quei particolari non la interessassero. Ma, come sempre, il Divino Maestro aveva ragione: le osservazioni dettagliate dovevano provare l’autenticità delle visioni, almeno per coloro che non chiudono gli occhi rifiutando di vedere.

Così apprendiamo una miriade di particolari geologici di eccezionale esattezza, verificati in base alle carte geologiche della Palestina (Sneh, Bartov, Weissbrod, & Rosensaft 1998) e della Giordania (Bender 1974, Burdon & Quennell 1959), come avrebbe potuto rilevare un osservatore sul posto, e non una povera semiparalitica ignorante di geologia, inchiodata al suo letto di dolore dal 1934, a migliaia di chilometri di distanza.

Nei dintorni di Sichem la petrografia è caratterizzata da basalto (Cap. 558.3). Un fiumicello taglia la via per Aera gonfio per le piogge, di un colore giallo rossastro come se fosse passato in una zona di terreni ferrosi, che in effetti si trovano a monte (Cap. 296.1). A Gerico vortici di vento caldo sollevano un polverone rossastro che sembra venire da un deserto o per lo meno da luoghi incolti di terra rossastra (Cap. 417.1), causando difficoltà di respirazione: è la classica terra rossa che troviamo in ambienti calcarei con clima mediterraneo: si tratta del residuo silicatico di rocce calcaree disciolte dall’acqua contenente anidride carbonica. Questi silicati subiscono la scissione idrolitica completa, dando basi solubili, silice idrata colloidale e idrossidi di ferro e di alluminio. Allontanate dall’acqua le basi solubili e parte della silice colloidale, si depositano gli idrossidi e il resto della silice. Il colore rosso è dato dalla presenza del ferro ossidato.

Nel giardino di Anna e Gioacchino, genitori della Santa Vergine, presso Gerusalemme, in periodo di siccità si riscontra una terra di colore bianco lievemente tendente al rosa sporco, ma marrone rosso scuro dove bagnata dall’irrigazione, quindi terreno calcareo misto alla tipica terra rossa mediterranea (Cap. 5.1). Da Sichem a Berot si hanno caratteristici monti calcarei (Cap. 194.1). Presso Engaddi vi è roccia calcarea rossastra, ossia contenente ossidi di ferro: appunto i composti che conferiscono il colore alla terra rossa mediterranea (Cap. 389.2).

Un caso del tutto particolare si ha tra Ramot e Gerasa (Cap. 287.1), che la Valtorta descrive come una regione appoggiata su una piattaforma rocciosa sollevata fra una corona di picchi. Scrive la veggente:

Sembra un grande vassoio di granito con sopra appoggiate case, casette, ponti, fontane, per il divertimento di un bambino gigante. Le case sembrano intagliate nella roccia calcarea, che costituisce la materia base di questa zona. Squadrate a blocchi sovrapposti, quali senza intonaco, quali neppur sgrezzati, sembrano proprio casette di un paesello da presepio, costruito coi cubi da un grande bambino ingegnoso.

Ramot era una delle tre città di rifugio levitiche, e sembra corrispondere al sito dell’attuale Es-Sait, esattamente a metà strada tra Gerico e Gerasa. Il geologo Vittorio Tredici (Iglesias 1892 – Roma 1967), che aveva compiuto ricerche in Transgiordania (attuale Giordania), confermò l’esattezza delle descrizioni geologiche e mineralogiche di Maria Valtorta, avendo notato nella zona stranissimi “dicchi” apparentemente granitici, in realtà calcarei. Si consideri il termine “dicchi”: il dicco (dall’olandese dijk, diga) è un corpo roccioso di origine magmatica, tabulare di limitato spessore, generato per riempimento di discontinuità della rocce incassanti. Persino nella giacitura, dunque, il deposito calcareo di Ramot imita una struttura di origine magmatica. Rocce calcaree imitanti nell’aspetto esteriore le rocce magmatiche sono abbastanza rare, e si formano quando al carbonato di calcio si mescolano impurità che ne modificano il colore.

Ad esempio, nel bacino del fiume Wear, nell’Inghilterra nordorientale, dove mi è avvenuto di compiere ricerche, non è facile, a prima vista, distinguere il calcare dalla dolerite (roccia magmatica), essendo entrambi di colore scuro, quasi nero. Per una sicura diagnosi occorre impiegare una soluzione diluita di acido cloridrico, che reagisce col calcare secondo l’equazione:

CaCO3 + 2 HCl → CaCl2 + H2O +CO2

liberando, come si vede, anidride carbonica gassosa con caratteristica effervescenza; mentre al contrario non reagisce affatto con la dolerite (o diabase), che è costituita da minerali silicei (plagioclasi e pirosseni). La dolerite del Wear è uniforme, per cui non è difficile che il calcare della zona, carico di fini impurità sabbiose, ne imiti bene il colore.

Il granito ha invece un aspetto tutt’altro che omogeneo, tipicamente granulare (particolarità che gli ha dato il nome), del tutto diverso dal calcare, il quale ha invece formula chimica semplice (CaCO3). Il granito è composto, in media, da ossidi, fra i quali al 72% domina quello di silicio (SiO2), seguito da quello di alluminio (Al2O3) al 14,4%, di potassio (K2O) al 4,1%, di sodio (Na2O) al 3,7%, ed altri ossidi in percentuali minori. Il netto dominio del silicio assicura che il granito non possa reagire con l’acido cloridrico. Al tempo stesso, l’aspetto granulare e tutt’altro che uniforme del granito rende estremamente difficile che un calcare, con la sua semplice formula chimica, possa imitarne l’aspetto.

Eppure questo fortuito e rarissimo fenomeno si è verificato proprio a Ramot, in Giordania. Per un osservatore di passaggio, non particolarmente ferrato in geologia e privo dell’opportuna attrezzatura, scambiare il calcare di Ramot per una formazione granitica è inevitabile. Ora, Maria Valtorta non aveva mai studiato geologia e certo non si portava dietro acido cloridrico quando si aggirava in spirito per la Terra Santa di venti secoli fa, mentre si trovava nel suo letto a Viareggio, eppure vide e descrisse quella stranissima formazione geologica, più unica che rara, che, per il suo aspetto tipicamente granulare, le diede l’impressione che si trattasse di granito.

Le ricerche sul terreno di Vittorio Tredici confermarono l’esattezza della descrizione, e ciò venne fatto presente ai prelati della Curia romana che bloccavano la pubblicazione dell’Opera. Ciò avrebbe dovuto bastare a far comprendere che le visioni valtortiane non potevano essere inventate. Ma costoro non si resero conto, o non vollero rendersi conto, del grande valore probante di questo particolare geologico.

BIBLIOGRAFIA

BENDER F. (1974) Geology of Jordan, Berlin, Gebrüder Borntraeger

SNEH A., BARTOV Y., WEISSBROD T. & ROSENSAFT M. (1998) Geological Map of Israel, 1:200,000, Israel Geological Survey (4 sheets)


18
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 9 volte

FACENDO FORZA ALLA NOSTRA NATURALE MODESTIA,

ANDIAMO A PRESENTARE AI NOSTRI 23 LETTORI E MEZZO:

I BIAGINI:

UN CASO LETTERARIO

 

Non è certo frequente trovare una coppia di sposi tutti e due scrittori ed entrambi impegnati sul fronte della letteratura cattolica, non senza una mordente vena satirica.

Eccoci:

 

Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Prima di approdare alla cattedra universitaria e per ingannare il tempo, mentre scaldava i banchi all’università di Genova, ha preso tre lauree (Scienze naturali, Scienze biologiche e Geografia), imparato cinque lingue straniere (inglese, tedesco, nederlandese, afrikaans, russo e, senza sua colpa, francese) e vinto sei borse di studio all’estero, fra cui la Fulbright-Hays negli USA. Ma la sua principale vocazione non è mai stata quella del professore universitario. Ciò che gli interessa davvero è fare lo scrittore. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo insieme alla moglie Maria Antonietta), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013) e quattro volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, Verona, 2009; Satire clericali, Verona, 2014, Gaia: il pianeta sull’orlo di un crisi di nervi, Chieti, 2016) questi due ultimi insieme alla moglie Maria Antonietta). Insieme alla moglie, ha pubblicato il provocatorio testo di storia per ragazzi Le brutte storie, Verona, 2017, che racconta le vicende moderne come si sono davvero svolte non come le raccontano i vincitori e i loro lacché politicamente corretti. Ha ricevuto, nel 2012, il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa cattolica, e nel 2016 (insieme alla moglie Maria Antonietta) il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “Lo scudiero”.

Maria Antonietta Novara Biagini è nata a Genova. Ha frequentato fino alla maturità classica l’Istituto delle Suore dell’Assunzione. Si è poi iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Genova, senza però impegnarvisi al punto da giungere al conseguimento della laurea, preferendo occuparsi della sua famiglia invece di abbandonarla in mano a truppe mercenarie. Nello stesso tempo ha potuto sviluppare i propri interessi culturali e le proprie curiosità, anche attraverso viaggi in quasi tutte le parti del mondo, approfondendo e fortificando una formazione cattolica e controcorrente. Ha pubblicato il volume di racconti L’albero secco (Verona, 2010) e un romanzo storico dal titolo Nonna non raccontava le favole (Verona 2016), che tratteggia ambientato a Genova dall’Ottocento in poi. Insieme al marito Emilio ha pubblicato il romanzo La pioggia di fuoco (Verona, 2012) e le Satire clericali (Verona, 2014). Nel 2015 ha ricevuto a sua volta il premio letterario  “Fede e Cultura” per la narrativa e, insieme al marito Emilio, nel 2016, il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “I due cecchini”.

 

Ed ecco alcuni dei più recenti libri sfornati dalla dinamica coppia:

 

Il seme sepolto 

Quattro commedie giudiziarie, ambientate in una terra fantastica che simboleggia lo spirito umano. Valenti avvocati si battono per portare alla luce il seme sepolto della verità. È questo il quadro narrativo che viene precisandosi da un episodio all’altro, finché il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra Immortale, la Santa Madre, personificazione della Santa Madre Chiesa, si converte e crede. Anche lui è il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la Fede e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

 

Lalbero secco 

Quarantasei testi, uno al giorno per un mese e mezzo. Per ridere delle miserie del potere ottuso, che pretende tutto decidere, giudicare e governare; per farsi beffe del darwinismo, che pretende l’uomo “discendente” da “antenati” comuni alle scimmie e non si rende conto che alle scimmie sta tornando. In questo volume si possono trovare spassosi esempi di satire della sgangherata poesia moderna e delle molte idiosincrasie che rendono ridicola l’umanità; ma non solo, la lettura di quest’opera serve anche a far sorridere e commuovere pensando alla figura di Padre Pio e ai ricordi delle proprie radici.

 

 La nuova terra

La nuova terra, dove cessino le sofferenze e sia possibile trovare la serenità, è raggiungibile? Quello che appare essere un male può rivelarsi un bene? Esiste una prospettiva superiore che dà senso alla vita? Questo romanzo, ambientato nel Sudafrica dell’apartheid e poi nella multietnica Londra, offre una risposta positiva a tutte queste domande.

 

La pioggia di fuoco

L’avvento dell’anticristo e la fine del mondo: che temi allegri! Roba dell’altro mondo, proprio. Roba da fare scongiuri o da sbellicarsi dal ridere? La sindrome millenaristica, che di quando in quando attanaglia molta gente, è giustamente motivo di ilarità, specie quando deriva da fisime neopagane, come i calcoli basati sui calendari Maya, le elucubrazioni New Age ed altre ciarlatanerie. Ma spaventare la gente rende, ed ecco perché tanti ne scrivono. Bisogna allora dire due cose. Primo: non ci sono dubbi, succederà; tutte le religioni monoteistiche dicono chiaramente che il mondo è destinato a finire; lo stesso, con linguaggio diverso, dice la scienza. Secondo: non sappiamo quando avverrà, ma non è affatto imminente; non vedranno niente di simile né i nostri bisnipoti né i bisnipoti dei nostri bisnipoti, e via di generazione in generazione. Perciò riponete i cornetti e i ferri di cavallo e godetevi questo racconto.

 

Montallegro-copertina

Il primo di questi racconti, che dà il titolo alla serie, è una storia d’amore: quella fra la Santissima Vergine Maria e la città di Rapallo.

Anche gli altri racconti, in gran parte ambientati in Liguria (Genova e Savona, oltre che, occasionalmente, a Milano, in Germania e in Inghilterra), sono svergognatamente cattolici e offensivi per il sacro laicismo e per la rampante tirannia relativista.

 

I chierici sono stati spesso bersaglio di satira, a volte immeritatamente, da parte dei nemici, ma il sale insipido è purtroppo una distesa enorme come il Sahara e una minaccia gravissima di morte per le anime. Vi sono i tiepidi, i vigliacchi, quelli che contraddicono il Vicario di Cristo e lavorano sotto la chiglia della navicella di Pietro come teredini per sovvertire la verità. Contro costoro i cattolici hanno non il diritto, ma il dovere di prendere posizione. E poi vi sono quelli che credono di difendere la Tradizione combattendo e minimizzando le rivelazioni private, imponendo silenzio allo stesso Dio: che diamine, ha parlato una volta per tutte e loro sono gli unici custodi autorizzati della Parola. Atteggiamento pericolosissimo, perché facendo di ogni erba un fascio si toglie credibilità ai messaggi autentici e non si colpiscono abbastanza quelli falsi.

 

 

 Nonna non raccontava le favole

Una signora che non racconta favole, ma custodisce il tesoro della memoria. Una famiglia unita. Il contrasto fra la vita familiare improntata ai valori cristiani e vissuta nella Grazia divina, e tutto intorno il grigiore di un regime di politicanti sabaudo-massonici, emerso dagli intrighi del cosiddetto “risorgimento”, oppressore della Chiesa e delle identità locali, regionali e nazionale.

Un regime dedito all’avventura sanguinosa della guerra, incapace di contenere il giustificato malcontento popolare (che trova sfogo in tragiche rivolte soffocate nel sangue, e in una disperata emigrazione), sostituito poi da un altro regime altrettanto bellicista e votato alla rovina, che si lascia dietro un tragico strascico di odi e violenze, e a sua volta viene sostituito da un regime repubblicano-massonico, portatore di una prosperità ingannevole e di una fallimentare gestione condita di vigliaccheria e di retorica, sotto il tallone dei grandi usurai mondiali.

Una storia che si dipana lungo un secolo di vita di Genova, segnato dalla caducità di tutte le cose umane, da momenti irripetibili di gioia che passano per non tornare mai più, dal dolore di vite spezzate da insensate guerre scatenate dai malgovernanti. Ma tutto ciò senza mai scendere a compromessi col male, e senza perdere la speranza — sostenuta da una Fede senza incertezze — in un mondo nel quale sarà asciugata ogni lacrima.

 

 Gaia copertina copia

Bacilli del colera di tutto il mondo, unitevi. Rallegratevi ed esultate, zanzare, le vostre sofferenze sono alla fine: prima c’erano le bonifiche, adesso arrivano le malifiche. La serietà scientifica degli ambientalisti è pari al loro senso del ridicolo. Per non parlare della serietà dei teologi che, poverini, si addentrano nell’ecologia. Senza gli ambientalisti (teologi e non) il mondo sarebbe senz’altro più povero (di occasioni per la satira). Non c’è niente che metta in fuga il diavolo meglio di una presa in giro (parola di C.S. Lewis). Che serva anche contro gli ambientalisti (e i loro seguaci teologi)?

 

Le storie pi brutte-Copertina

Un agile libretto, destinato ai bambini ma adatto anche agli adulti, capovolge le menzogne incancrenite imposte dai vincitori e gabellate come indisscutibile scienza storica nei libri delle scuole statali: la "benefiche" rivoluzioni, il "radioso" risorgimento, la "gloriosa" resistenza. I signori della disinformazione sappiano che la Verità  non può essere soppressa per sempre.

 

ACHTUNG! ACHTUNG!

LA DINAMICA COPPIA STA PER DARE ALLE STAMPE IL PRATO ALTO, UNA GRANDE STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA, DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI, CHE HA NATURALMENTE MOLTO DA DIRE ANCHE SULLA STORIA ITALIANA.

 


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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    I BIAGINI:

    UN CASO LETTERARIO

     

    Non è certo frequente trovare una coppia di sposi tutti e due scrittori ed entrambi impegnati sul fronte della letteratura cattolica, non senza una mordente vena satirica.

    Eccoci:

     

    Emilio Biagini, nato a Genova, è stato professore ordinario di Geografia all’università di Cagliari. Prima di approdare alla cattedra universitaria e per ingannare il tempo, mentre scaldava i banchi all’università di Genova, ha preso tre lauree (Scienze naturali, Scienze biologiche e Geografia), imparato cinque lingue straniere (inglese, tedesco, nederlandese, afrikaans, russo e, senza sua colpa, francese) e vinto sei borse di studio all’estero, fra cui la Fulbright-Hays negli USA. Ma la sua principale vocazione non è mai stata quella del professore universitario. Ciò che gli interessa davvero è fare lo scrittore. Ha pubblicato quattro romanzi (La luce, Genova, 2006; Labirinto oscuro, Roma, 2008; La nuova terra, Verona, 2011; La pioggia di fuoco, Verona, 2012, quest’ultimo insieme alla moglie Maria Antonietta), due volumi di racconti (L’uomo in ascolto, Milano, 2008; Montallegro ed altri racconti, Verona, 2013) e quattro volumi di pièces teatrali satiriche (Saccenti ed altri serpenti, Genova, 2008; Il seme sepolto, Verona, 2009; Satire clericali, Verona, 2014, Gaia: il pianeta sull’orlo di un crisi di nervi, Chieti, 2016) questi due ultimi insieme alla moglie Maria Antonietta). Insieme alla moglie, ha pubblicato il provocatorio testo di storia per ragazzi Le brutte storie, Verona, 2017, che racconta le vicende moderne come si sono davvero svolte non come le raccontano i vincitori e i loro lacché politicamente corretti. Ha ricevuto, nel 2012, il premio letterario “Fede e Cultura” per la narrativa cattolica, e nel 2016 (insieme alla moglie Maria Antonietta) il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “Lo scudiero”.

    Maria Antonietta Novara Biagini è nata a Genova. Ha frequentato fino alla maturità classica l’Istituto delle Suore dell’Assunzione. Si è poi iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Genova, senza però impegnarvisi al punto da giungere al conseguimento della laurea, preferendo occuparsi della sua famiglia invece di abbandonarla in mano a truppe mercenarie. Nello stesso tempo ha potuto sviluppare i propri interessi culturali e le proprie curiosità, anche attraverso viaggi in quasi tutte le parti del mondo, approfondendo e fortificando una formazione cattolica e controcorrente. Ha pubblicato il volume di racconti L’albero secco (Verona, 2010) e un romanzo storico dal titolo Nonna non raccontava le favole (Verona 2016), che tratteggia ambientato a Genova dall’Ottocento in poi. Insieme al marito Emilio ha pubblicato il romanzo La pioggia di fuoco (Verona, 2012) e le Satire clericali (Verona, 2014). Nel 2015 ha ricevuto a sua volta il premio letterario  “Fede e Cultura” per la narrativa e, insieme al marito Emilio, nel 2016, il Premio Putiferio per la Satira, e nel 2017 il premio nazionale “Raccontami la storia” per racconti storici inediti col racconto “I due cecchini”.

     

    Ed ecco alcuni dei più recenti libri sfornati dalla dinamica coppia:

     

    Il seme sepolto 

    Quattro commedie giudiziarie, ambientate in una terra fantastica che simboleggia lo spirito umano. Valenti avvocati si battono per portare alla luce il seme sepolto della verità. È questo il quadro narrativo che viene precisandosi da un episodio all’altro, finché il pubblico accusatore, il nemico, il persecutore, affascinato da Petra, la Pietra Immortale, la Santa Madre, personificazione della Santa Madre Chiesa, si converte e crede. Anche lui è il seme sepolto, il peccatore che alla fine trova la Fede e si prepara ad affrontare la via crucis della salvezza.

     

    Lalbero secco 

    Quarantasei testi, uno al giorno per un mese e mezzo. Per ridere delle miserie del potere ottuso, che pretende tutto decidere, giudicare e governare; per farsi beffe del darwinismo, che pretende l’uomo “discendente” da “antenati” comuni alle scimmie e non si rende conto che alle scimmie sta tornando. In questo volume si possono trovare spassosi esempi di satire della sgangherata poesia moderna e delle molte idiosincrasie che rendono ridicola l’umanità; ma non solo, la lettura di quest’opera serve anche a far sorridere e commuovere pensando alla figura di Padre Pio e ai ricordi delle proprie radici.

     

     La nuova terra

    La nuova terra, dove cessino le sofferenze e sia possibile trovare la serenità, è raggiungibile? Quello che appare essere un male può rivelarsi un bene? Esiste una prospettiva superiore che dà senso alla vita? Questo romanzo, ambientato nel Sudafrica dell’apartheid e poi nella multietnica Londra, offre una risposta positiva a tutte queste domande.

     

    La pioggia di fuoco

    L’avvento dell’anticristo e la fine del mondo: che temi allegri! Roba dell’altro mondo, proprio. Roba da fare scongiuri o da sbellicarsi dal ridere? La sindrome millenaristica, che di quando in quando attanaglia molta gente, è giustamente motivo di ilarità, specie quando deriva da fisime neopagane, come i calcoli basati sui calendari Maya, le elucubrazioni New Age ed altre ciarlatanerie. Ma spaventare la gente rende, ed ecco perché tanti ne scrivono. Bisogna allora dire due cose. Primo: non ci sono dubbi, succederà; tutte le religioni monoteistiche dicono chiaramente che il mondo è destinato a finire; lo stesso, con linguaggio diverso, dice la scienza. Secondo: non sappiamo quando avverrà, ma non è affatto imminente; non vedranno niente di simile né i nostri bisnipoti né i bisnipoti dei nostri bisnipoti, e via di generazione in generazione. Perciò riponete i cornetti e i ferri di cavallo e godetevi questo racconto.

     

    Montallegro-copertina

    Il primo di questi racconti, che dà il titolo alla serie, è una storia d’amore: quella fra la Santissima Vergine Maria e la città di Rapallo.

    Anche gli altri racconti, in gran parte ambientati in Liguria (Genova e Savona, oltre che, occasionalmente, a Milano, in Germania e in Inghilterra), sono svergognatamente cattolici e offensivi per il sacro laicismo e per la rampante tirannia relativista.

     

    I chierici sono stati spesso bersaglio di satira, a volte immeritatamente, da parte dei nemici, ma il sale insipido è purtroppo una distesa enorme come il Sahara e una minaccia gravissima di morte per le anime. Vi sono i tiepidi, i vigliacchi, quelli che contraddicono il Vicario di Cristo e lavorano sotto la chiglia della navicella di Pietro come teredini per sovvertire la verità. Contro costoro i cattolici hanno non il diritto, ma il dovere di prendere posizione. E poi vi sono quelli che credono di difendere la Tradizione combattendo e minimizzando le rivelazioni private, imponendo silenzio allo stesso Dio: che diamine, ha parlato una volta per tutte e loro sono gli unici custodi autorizzati della Parola. Atteggiamento pericolosissimo, perché facendo di ogni erba un fascio si toglie credibilità ai messaggi autentici e non si colpiscono abbastanza quelli falsi.

     

     

     Nonna non raccontava le favole

    Una signora che non racconta favole, ma custodisce il tesoro della memoria. Una famiglia unita. Il contrasto fra la vita familiare improntata ai valori cristiani e vissuta nella Grazia divina, e tutto intorno il grigiore di un regime di politicanti sabaudo-massonici, emerso dagli intrighi del cosiddetto “risorgimento”, oppressore della Chiesa e delle identità locali, regionali e nazionale.

    Un regime dedito all’avventura sanguinosa della guerra, incapace di contenere il giustificato malcontento popolare (che trova sfogo in tragiche rivolte soffocate nel sangue, e in una disperata emigrazione), sostituito poi da un altro regime altrettanto bellicista e votato alla rovina, che si lascia dietro un tragico strascico di odi e violenze, e a sua volta viene sostituito da un regime repubblicano-massonico, portatore di una prosperità ingannevole e di una fallimentare gestione condita di vigliaccheria e di retorica, sotto il tallone dei grandi usurai mondiali.

    Una storia che si dipana lungo un secolo di vita di Genova, segnato dalla caducità di tutte le cose umane, da momenti irripetibili di gioia che passano per non tornare mai più, dal dolore di vite spezzate da insensate guerre scatenate dai malgovernanti. Ma tutto ciò senza mai scendere a compromessi col male, e senza perdere la speranza — sostenuta da una Fede senza incertezze — in un mondo nel quale sarà asciugata ogni lacrima.

     

     Gaia copertina copia

    Bacilli del colera di tutto il mondo, unitevi. Rallegratevi ed esultate, zanzare, le vostre sofferenze sono alla fine: prima c’erano le bonifiche, adesso arrivano le malifiche. La serietà scientifica degli ambientalisti è pari al loro senso del ridicolo. Per non parlare della serietà dei teologi che, poverini, si addentrano nell’ecologia. Senza gli ambientalisti (teologi e non) il mondo sarebbe senz’altro più povero (di occasioni per la satira). Non c’è niente che metta in fuga il diavolo meglio di una presa in giro (parola di C.S. Lewis). Che serva anche contro gli ambientalisti (e i loro seguaci teologi)?

     

    Le storie pi brutte-Copertina

    Un agile libretto, destinato ai bambini ma adatto anche agli adulti, capovolge le menzogne incancrenite imposte dai vincitori e gabellate come indisscutibile scienza storica nei libri delle scuole statali: la "benefiche" rivoluzioni, il "radioso" risorgimento, la "gloriosa" resistenza. I signori della disinformazione sappiano che la Verità  non può essere soppressa per sempre.

     

    ACHTUNG! ACHTUNG!

    LA DINAMICA COPPIA STA PER DARE ALLE STAMPE IL PRATO ALTO, UNA GRANDE STORIA ROMANZATA DELL'AUSTRIA, DALLA PREISTORIA AI TEMPI NOSTRI, CHE HA NATURALMENTE MOLTO DA DIRE ANCHE SULLA STORIA ITALIANA.

     

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