Genova, 20 Settembre 2017 16.19





 
31
AGOSTO
2017
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La luce-copertina1 copia

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Il mattino seguente, benché avesse dormito poco, Paolo non si sentiva affatto stanco. Al contrario era così euforico e pieno di energia che giunse a scuola un quarto d’ora in anticipo. Tutto fu come al solito. Si ritrovò seduto nel banco, e Claudia dietro di lui. La rumorosa indisciplina dei compagni non permetteva un discorso delicato, ma nulla impediva di comunicare per mezzo di bigliettini. Marta non avrebbe potuto curiosare: i troppi dolci ingozzati alla festa l’avevano costretta a restarsene a casa.

La “lectio brevis” di quell’ultimo giorno cominciò in una baraonda ormai tollerata dall’insegnante, che si mise a discorrere con alcuni allievi, mentre altri invano supplicavano per conoscere i propri voti. Paolo estrasse un blocchetto per appunti e scrisse:

“Cara Claudia, ti amo tanto e vorrei chiederti...”.

Subito si fermò, con la certezza di aver scritto una puerilità. E poi se qualcuno l’avesse letto... Lacerato il foglio in minutissimi pezzetti, si mise in tasca i frammenti per disperderli più tardi, fuori della scuola, dove nessuno potesse rimetterli insieme. Questo si ripeté sei volte, prima che la forma del messaggio gli sembrasse soddisfacente:

“Cara Claudia, avrei voluto dirti tante cose, ma finora non ho trovato il coraggio. Posso vederti questo pomeriggio? — Paolo”.

Ripiegato con cura il foglio, lo passò trepidante al banco posteriore. Sentì con delizia le dita di lei sfiorare le sue nel prendere il messaggio. Ecco: il momento era giunto: si sentì battere leggermente sulla spalla, e lei gli porse lo stesso pezzetto di carta malamente ripiegato. Sotto le parole di lui aveva tracciato un grosso punto interrogativo. Nient’altro.

“Che significa?” pensò Paolo con ansia. Forse una richiesta di spiegazioni? Preparò dunque un altro biglietto.

“Cara Claudia, spero di non averti offesa. Desideravo solo offrirti un gelato e stare un po’ con te. Mi sembra che non ci sia niente di male”.

La risposta fu:

“Io adoro i gelati. Dove vuoi che ci vediamo?”.

Accettava. Paolo guardò quasi incredulo il biglietto di lei. Si volse a guardarla. Non gli era mai apparsa così bella e si sentì inondare di gioia. Subito pensò al luogo più adatto all’appuntamento: vicino alla casa di Claudia perché le riuscisse più comodo, ma abbastanza lontano dagli occhi dei genitori di tutti e due. I genitori erano un pericolo, fonte di minaccia e di crudele sarcasmo. L’immagine di sua madre ingigantiva nella mente di lui.

“Era un bambino dif-fic-cil-le”, con il solito imprecisato numero di consonanti doppie, aveva detto subito ad una compagna che, l’anno precedente, era semplicemente andata qualche volta a studiare da lui, senza che ci fosse alcuna intesa sentimentale fra loro. L’estranea andava subito messa in guardia, perché non nutrisse disegni su quel figlio che costava tanto. Una circostanza che Paolo ignorava era che, per maggior sicurezza, sua madre, di nascosto, aveva plasmato una rozza figurina di cera che avrebbe dovuto rappresentare l’estranea e l’aveva trafitta con un bel po’ di spilli, nascondendo poi il tutto nell’angolo più remoto di un cassetto dove soltanto lei era autorizzata a mettere le mani. Ogni ragazza che anche solo potenzialmente si profilasse all’orizzonte era “l’estranea”.

No, per carità, sua madre non doveva sapere nulla dell’“estranea”. O, almeno, se proprio era inevitabile, pensava Paolo, doveva saperlo il più tardi possibile, quando il loro rapporto si fosse consolidato, e meglio ancora quando lui fosse ormai in grado di mantenersi e di andar via da casa.

L’incontro con Claudia doveva essere un segreto. Ogni sguardo, ogni parola una gemma preziosa da custodire e celare a tutti gli altri, un dolcissimo ricordo da tener stretto per sempre. Scrisse ancora sul blocchetto:

“Davanti all’ingresso dei giardini pubblici alle quattro. Va bene?”

Rifletté qualche istante. Poi, gettata al vento ogni prudenza, aggiunse altre sei parole che a Claudia in tutta la sua vita non sarebbero mai più state rivolte con tale appassionata sincerità:

“Ti amo con tutta l’anima”.

Claudia, piena di trionfo, ma anche un po’ commossa (ma solo un po’, pochissimo, quasi niente), non gettò via subito quell’ultimo biglietto. Curvandosi verso il compagno gli sussurrò all’orecchio:

“Sei un simpaticone. Vacci ai giardini. È facile che venga.”

Le parole, il suono della voce, l’alito profumato della ragazza inebriarono Paolo. Il tempo volava, le cose avevano colori più belli, la luce non era più la stessa. Inaspettata per lui suonò la campanella del “finis”. Aveva sognato che quei momenti fossero eterni e dovette riscuotersi. Bisognava tornare alla realtà. Il chiasso dei compagni non gli era mai sembrato così molesto come quando si trattò di uscire e di separarsi da Claudia. Una sottile ansia entrò in lui.

Come puledri all’improvviso liberi, tutti i ragazzi si precipitarono tumultuando fuori dell’aula. Vi fu un gran stropiccìo di piedi, ribaltine dei banchi sbattute, schiocchi di serrature delle cartelle. Molti si affollavano intorno alla cattedra per fare gli auguri di buone vacanze all’insegnante, altri uscivano masticando amaro, prevedendo una brutta pagella. Alcuni si chiamavano ad alta voce. Ovunque incontenibile chiasso e confusione.

Paolo avrebbe voluto scambiare ancora qualche parola con Claudia, ma l’uscita della loro classe e delle altre che si mescolavano via via per i corridoi e le scale fu qualcosa di simile al Niagara. Stordito, si ritrovò in strada e, cercando con gli occhi la compagna prediletta, la vide allontanarsi insieme ad altri. In pochi balzi la raggiunse e le si mise a fianco. La “lectio brevis” era stata così “brevis” che erano appena le dieci. Una bella passeggiata in compagnia sembrava proprio adatta per concludere quella mattinata di festa. Sette ragazzi e tre ragazze. Nel gruppo dominava Andrea Falco, vivace come sempre. Stava attirando l’attenzione col movimentato racconto di una gara di sci cui aveva preso parte l’inverno scorso. Era arrivato ottavo, cadendo rovinosamente a venti metri dal traguardo e tagliandolo in uno strano groviglio di braccia, sci, gambe.

“Il bello è che non mi sono fatto niente, non mi sono rotto nessun osso. Ma sono rimasto così stordito che non riuscivo più a parlare. C’era un tapino all’altoparlante che continuava a ripetere: ‘Il numero, per favore, il numero del concorrente appena arrivato, comunicateci il numero, per favore’. Io non riuscivo a spiccicare parola e pensavo: ‘Possibile che non sappiano leggere?’. Il numero l’avevo sul maglione, davanti e dietro, a cifre grandi così.”

Tutti risero rumorosamente. Paolo pensava a quanto doveva essere bello poter sciare, se solo non ci fosse stato l’incubo del “pan dimandato”. Camminavano in gruppo per il centro. Ad un tratto sbucò davanti a loro un nutrito manipolo di goliardi con i caratteristici berretti. Erano in vena di scherzi e andavano molestando ragazze e passanti. Quando videro i liceali cominciarono ad avvicinarsi, con le mani in tasca, vociando che loro erano le colonne, e che ce l’avevano come una colonna, e se volevano vederlo. Non occorse altro perché Andrea, Paolo e tutti gli altri si precipitassero in rapida e prudente ritirata, prima ancora che qualcuno dicesse: “Gambe, ragazzi.”

“Però erano carini,” osservò Claudia, ansimando un poco “forse non era il caso di scappare così.”

“Ma non ti sei spaventata?” le domandò premurosamente Paolo, un po’ interdetto per l’uscita di lei.

“Io no, volevo solo allenarmi per le Olimpiadi, e tu?” ribatté Claudia ridendo. Aveva sempre la risposta pronta, ed egli non seppe cosa risponderle.

“A proposito di corse,” sparò fuori Andrea “sentite questa. Un signore compitissimo accompagna una signorina all’ippodromo. Alla ragazza vien voglia di scommettere e lo dice al suo cavaliere il quale, sempre compitissimo, studia un po’ i cavalli e propone: ‘Che ne direbbe se ci facessimo una bella accoppiata?’. E la ragazza: ‘Così, in mezzo a tutta questa gente?’.”

Paolo non capì, o meglio, ebbe solo una vaga intuizione di quel che la storiella voleva dire, ma si mise a ridere con gli altri per non passare da allocco.

“Ma Falco!” esclamarono le ragazze.

“Sì, avete ragione,” ammise Andrea “sentite quest’altra, ancora sulle corse. Al momento della partenza, fra il pubblico, intensa aspettativa ed eccitazione. Parte il colpo di pistola. Tutti trattengono il fiato, ma i cavalli non si muovono, anzi cadono addormentati sulla linea di partenza e i fantini crollano dalle selle vinti da un sonno irresistibile. Gran mormorio di delusione, poi una voce si leva dal fondo: ‘C’era da aspettarselo; è da tre mesi che si allenano’.”

Nessuno rise questa volta.

“È scema”, osservò deluso uno dei ragazzi.

“Lo so,” rispose Andrea “come volevasi dimostrare. Le barzellette sono di due tipi: o sporche o stupide.”

“No, di tre;” ribatté Marta, che non aveva riso né alla prima storiella né alla seconda” ci sono anche quelle che sono sporche e stupide.”

“Ah sì? allora sta a sentire questa.” riprese Andrea che non intendeva farsi mettere sotto “L’assessore alla cultura della nostra brillante amministrazione comunale telefona alla Scala per ottenere urgentemente un sostituto per una parte di tenore in un’opera che deve andare in scena qui da noi in capo a due giorni, dato che il titolare si è buscato il mal di gola e non può cantare. Gli passano il soprintendente, il quale avverte: ‘Sa, di tenori c’è penuria’. Risposta lapidaria del valente assessore: ‘Bene, me lo mandi’.”

“Ti concedo che questa è carina;” ammise Marta” ma dove l’hai pescata?”

“È autentica. Basta lasciar parlare i nostri politici, e da ridere ce n’è finché si vuole.”

“O da piangere”, completò Belmonte, che era sempre quello di umore meno allegro in tutta la compagnia.

La passeggiata continuò così per un’ora, fra scherzi e risate, poi il gruppo cominciò a sfilacciarsi, perché le ragazze presero a fermarsi incantate davanti alle vetrine di moda e parte dei ragazzi, con Andrea in testa, andarono avanti, mentre altri, fra cui Paolo, si fermavano ad aspettarle. Poi due dei più impazienti si staccarono dagli altri senza salutare ed entrarono in un bar a giocare al biliardino. Via via che il gruppo si trovava a passare nei pressi delle abitazioni dell’uno o dell’altro, si assottigliava sempre più, finché rimasero in due: Paolo e un tipo alto, bruno, con gli occhiali, piuttosto scontroso, che aveva pochi amici e amava le lunghe passeggiate. Con grave disappunto di Paolo, Claudia era stata fra i primi a tornarsene a casa. Comunque, assetato di compagnia com’era, e poco desideroso di rivedere il resto della famiglia, egli rimase insieme a quell’ultimo compagno e continuarono a camminare senza meta.

Quando si salutarono, mezzogiorno era passato da un pezzo, e Paolo arrivò a casa tardi, ad affrontare gli inevitabili rimbrotti materni e il solito ritornello “vita maledetta”. Ma era tutto eccitato e felice al pensiero del prossimo appuntamento e fece poco caso a ciò che usciva da quella bocca. A tavola mangiò poco e fu distrattissimo, mentre sua madre, che sedeva di fronte a lui, lo scrutava continuamente, intenta a fargli il processo alla faccia. Lo faceva spesso. Paolo aveva finito per considerarlo una specie di amaro gioco. Egli taceva e l’autrice dei suoi giorni si infuriava perché qualcosa nella sua espressione le dava fastidio, finché erompeva in imprecazioni su quell’impenetrabile figlio che le pareva nascondesse malignamente chissà quali inconfessabili segreti, finché giungeva all’inevitabile esplosione di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”. Anche quel giorno, per tutto il pranzo, il processo alla sua faccia andò avanti come da copione.

Dopo pranzo ecco il grave problema: sua madre gli avrebbe permesso di uscire?

“Non lasciarti trascinare troppo presto in amoretti e fantasie stupide. I frutti fuori stagione sono frutti cattivi.” Questo veniva dicendogli da un po’ di tempo, in modo calmo quando era calma, e con contorno di imprecazioni quando era agitata, ciò che avveniva piuttosto spesso. Il figlio era suo e doveva fare quel che voleva lei, o meglio non doveva far nulla. Lei sola lo avrebbe guidato quando fosse “venuto il tempo”. E quando sarebbe stato ciò? Nessuno lo sapeva, a cominciare da lei.

Confidarle tutto? Fuori questione. Era di gran lunga meglio dire che usciva a prendere una boccata d’aria. Naturalmente avrebbe voluto indossare il suo vestito migliore, ma anche questo era fuori questione. Si concesse solo la sua cravatta più bella, anche se un po’ lisa, fra le pochissime che possedeva. Con l’animo pieno di compromessi e sottintesi, abbordò la madre.

“Posso? vado a fare due passi.”

“Dove vai? quando torni?”

“Non so, dipende...”

“Come sarebbe a dire ‘dipende’?”

“Ma sì, dipende... dal tempo.”

“Non fare il cretino come al solito. Non credere di poter giocare d’audaccia con me.”

“Ma voglio solo uscire un po’.”

“Perché quella cravatta? Dimmi dove vai, disgraziato. Hai un appuntamento con qualche impiastro di ragazzetta. Di’ la verità.”

“Ma no, esco, e così puoi riposare in pace.” Il pomeriggio, infatti, sua madre doveva riposare perché era stanca, dopo aver passato la mattinata facendo lo “striglione” di casa. Voleva silenzio assoluto. Ma al tempo stesso proibiva che si chiudesse la porta della camera per attutire i rumori. Quella doveva restare aperta in modo che lei potesse controllare la situazione, perché “non si mai”. Dormire in pace e aver tutto sotto controllo. Così l’infelice marito e il malcapitato figlio dovevano fare ogni cosa in punta di piedi. La soluzione, qualche volta, era quella di andarsene di casa. Poteva essere una spiegazione plausibile per l’uscita. Ma la genitrice non la bevve.

“Mi prendi in giro. Cosa ci sto a fare io qui? lo striglione di casa?” urlò.

“Ma no, adesso non posso nemmeno uscire?”

“Ma dimmi dove vai.”

“Non lo so nemmeno io.”

“Bugiardo.”

“Ora basta, esco. Ciao.”

“Se esci da quella porta non tornare più a casa.”

“Andrò a dormire al ricovero di mendicità e dirò che mi ci ha mandato mia madre.”

“Sei sempre il solito. Vorrei sapere chi mi ha maledetto. Che male ho fatto in una vita precedente? Vita maledetta, maledetta, maledetta. Maledetto il giorno e l’ora che son nata. Che non si possa mai quietare con te.” La voce di lei era stridula.

“Vado a fare una passeggiata. Sono solo contento perché è finita la scuola.”

Ed egli uscì, inseguito da una sfilza di maledizioni, non dirette a lui, ma all’esistenza. Non avendo alcuna fiducia in se stessa, sua madre viveva odiandosi, odiando e tremando. La sua “oculatezza” nello spendere non era autentica avarizia, ma terrore della povertà. La sua ossessiva voglia di sapere e di controllare tutto ciò che faceva suo figlio era un misto di gelosia e di paura. Considerarsi l’indispensabile pilastro su cui si reggeva tutta la famiglia era l’autoinganno di uno spirito instabile e malsicuro. Non pensiamo troppo male della povera donna. Era la prima vittima di se stessa.

Paolo non era un fine psicologo, ma sentiva oscuramente come stavano realmente le cose. E poi era talmente abituato alle uscite di lei da lasciarsi dietro tutto quanto avveniva in casa non appena ne varcava la soglia per avventurarsi nel vasto mondo. Ora poi aveva ben altro cui pensare. Col cuore che batteva forte, si diresse a rapidi passi verso i giardini pubblici. Ad un tratto adocchiò un fioraio ambulante e, dilapidando quasi tutte le sue sostanze, acquistò un mazzolino di fiori da offrire alla compagna. Giunse al luogo fissato con venti minuti d’anticipo e, non potendo star fermo, prese a passeggiare nervosamente su e giù, guardando in continuazione l’orologio, l’unico che aveva e che spesso non portava con sé, nel timore che si guastasse o che glielo rubassero. Venne l’ora tanto attesa, e Claudia non appariva. Le quattro e un quarto: ancora niente.

“Le ragazze non sanno cosa sia la puntualità”, pensava Paolo con un po’ di sussiego, ma un orribile dubbio cominciò a insinuarsi in lui. Volle scacciarlo: tornava con insistenza. Era coperto di sudore per la corsa e il caldo. Cominciò a sentire il fastidio diffuso e indeterminato che si prova nell’incertezza, che ci fa quasi preferire il peggio, pur di sapere, purché sia finita. E al tempo stesso la speranza, contro ogni ragione, continua a tormentarci con i suoi miraggi.

Vennero le quattro e mezza, le quattro e tre quarti. L’attesa si faceva spasmodica. Intanto passavano coppiette di innamorati, che uscivano dai giardini o vi si addentravano fra le ombre amiche delle siepi e degli arbusti. Paolo cominciò a guardarle con rabbia. Un’ultima occhiata all’orologio: erano passate le cinque. Sentì una morsa gelida torcergli le viscere. Certo: lei si era presa gioco del suo amore. Fu in quell’attimo che vide una bella ragazza dai capelli rosso-bruni venirgli incontro: l’angoscia si dileguò d’incanto, si sentì sollevato in paradiso. Affrettandosi verso di lei, chiamò:

“Claudia.”

Quella, alzando il viso, trasalì, svoltò in fretta l’angolo più vicino e scomparve, mentre Paolo mormorava, pieno di vergogna:

“Mi scusi, credevo...”

Si appoggiò alla cancellata dei giardini. Qualcosa di simile all’odio e alla furia distruttiva si stava impossessando di lui. E allo stesso tempo ebbe voglia di piangere.

Si volse di scatto e s’allontanò stringendo in pugno i fiori, stritolandoli. Non seppe mai quanta strada percorse: camminava come un automa. Strade e case, volti e veicoli sfilavano davanti ai suoi occhi e nulla aveva più importanza o significato. Dopo lunghi giri giunse al fiume che attraversava la città. S’incamminò su uno dei ponti fermandovisi a guardare in giù.

L’acqua bassa scorreva lentamente. Vi affiorava ogni tanto un pezzo di legno marcio, una fronda strappata o qualche altro rifiuto. Il vento gli scompigliava i capelli, penetrando sotto il suo abito leggero, ma egli non vi badava. Scaraventò i fiori nella corrente e li seguì con lo sguardo mentre questa se li portava via piano piano, rifiuti in mezzo ad altri rifiuti, verso il Po, verso il mare.

Si distolse di là e riprese a vagare senza meta: il traffico veloce, i passanti frettolosi, il selciato grigio, le case tutte uguali con i muri gialli o biancastri e i tetti spioventi coperti di tegole rossastre, le coppie che passeggiavano tenendosi per mano. Ora prestava attenzione ad ogni particolare, con cura quasi morbosa. Il mondo era davvero ben congegnato, fin nei minimi ingranaggi. Solo un trascurabile dettaglio fuori posto: si erano dimenticati di lui. Perché tutti sembravano avere una creatura da amare e Paolo Donati no? — Ma a che serviva lamentarsi? chi gli avrebbe dato ascolto?

“Perché non è venuta? perché?” si chiedeva con angoscia.

A tratti si raffigurava Claudia gelida e indifferente. Poi non resisteva all’idea. La cancellava dalla fantasia. Gli appariva allora l’immagine della dolce fanciulla spasimante per lui, ma trattenuta dai genitori, dai fratelli... Anche lei aveva forse una madre che spiava ogni sua mossa, ogni piega del suo viso. Le aveva proibito di uscire. Aveva fatto una scenata maledicendo la vita. O almeno, così faceva l’unica madre che lui conosceva. Era così che facevano le madri, era il loro dovere materno. Colpa di lei quell’abbandono? Ma no di certo, povera piccola. Al contrario, ella invocava il nome di lui, rinchiusa in qualche segreta. Ed ecco lui correva a liberarla e, dopo eroica lotta, fuggivano insieme verso terre lontane.

Ma qualcosa era cambiato. I sogni fanciulleschi? dov’era la loro forza, ormai? E come spiegare questo nuovo senso della realtà? questa nuova coscienza dell’immutabilità, della granitica immutabilità dei fatti? Paolo vide, o meglio avvertì, un vuoto, una frattura imprevista, che non si sarebbe sanata mai più, ed ebbe paura.

Anche prima, nell’abbandonarsi alle fantasie, egli sapeva distinguere benissimo fra sogno e realtà. Non era mai stato un visionario. Ma era sempre esistita, o aveva creduto che esistesse, la ragionevole possibilità che il sogno, sia pure in forma diversa da quella avventurosa e fantastica immaginata, si avverasse. La decisione era posposta a un vago “domani”, che la mente poteva dipingere a piacimento. Ora, per la prima volta, il bel sogno di vetro colorato era infranto. La fanciullesca ingenuità viveva ancora in lui, per quanto ferita, ma ormai egli non era più soltanto un ragazzo.

Si era sentito pronto ad amare tutti. Avrebbe voluto far del bene. La vita, forse, non era del tutto squallida e dolorosa.

Ma adesso il mondo gli appariva contorto e disumano. Inutile sperare: stroncate e avvilite le più umili e spontanee aspirazioni. E ora? a chi aggrapparsi? Il miserabile diciassettenne che dà un appuntamento a una ragazza? Gli pareva di sentire le risate dei compagni, del mondo intero, intorno a sé. Eppure per lui l’episodio assumeva un’importanza gigantesca. Aveva cercato di allacciare un contatto umano, un legame d’affetto, un legame con la creatura amata, ed ecco un misero fallimento. Si sentì sperduto e impotente e desiderò morire, con l’incoscienza del ragazzo che non sa cosa significhi morire.

Non restava ormai che tornarsene a casa. Non prendeva sul serio la minaccia materna di non permettergli di rientrare. Era pur sempre sua madre, no? Le madri amano i figli. E lui aveva bisogno di una madre e di una casa. Era tardi. Nel suo vagabondare non aveva più fatto caso all’ora. Non si era neppure fermato, pur passandovi davanti due volte, alla solita vetrina di giocattoli, dove un trenino elettrico tesseva lunghe evoluzioni, sotto gli sguardi ammirati e cupidi dei bambini e dei “grandi”.

Sua madre lo attendeva con la faccia di pietra delle grandi occasioni. La cena era pronta, e fu a tavola che la tempesta scoppiò. La genitrice era esperta nella difficile arte dell’interpretazione fisionomica. Ogni minimo moto della faccia del figlio era sottoposto a rigoroso e continuo scrutinio. Da buona, anzi ottima, madre, quale era convinta di essere, era suo dovere non tralasciare nulla per sapere tutto del figlio e guidarlo in tutto e per tutto. Solo che lui si ribellava sempre. Non diceva nulla, ma proprio per questo era chiara la sua ribellione latente, che occorreva reprimere per il bene di lui. Nessuno meglio di una madre poteva sapere qual era il bene del figlio. Per scienza infusa, per illuminazione divina, lei sapeva cosa doveva dire e fare.

Quella sera la scienza fisionomica materna venne scatenata al massimo della potenza. Il silenzio di lui fece salire la febbre materna alle stelle. Certamente covava qualcosa di terribile, di pericoloso, di orrendo. Il suo istinto materno le gridava che doveva intervenire, presto, presto, presto. La sua voce saliva in crescendo dal ringhio fino all’urlo bestiale.

“Si può sapere cos’hai fatto?”

“Niente.”

“Come niente. Stai fuori tutto il giorno per non fare niente?”

Silenzio.

“Ti vuoi decidere a dirmi cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Maledizione, ma vuoi proprio far morire tua madre?”

Silenzio.

“Poi quando non ci sarò più, te ne accorgerai.”

Silenzio. Una lievissima smorfia attraversò per un attimo la faccia del cattivo figlio.

“Ecco, se ti vedessi, con quella faccia odiosa che hai. Si può sapere cosa nascondi? Vita maledetta.”

Finalmente il cattivo figlio si decise a arrischiare qualche parola.

“Ma se non ho fatto niente. Ho camminato. Vuoi che ti dica tutti i posti dove sono stato?”

“Dimmi con chi sei stato.”

“Ma con nessuno.”

“Bugiardo. Ah, questo figlio mi farà morire. Faresti scappare la pazienza a un santo.” Il sospetto di essere una santa aveva più volte attraversato le latébre cerebrali della madre di Paolo. Non ne era mai stata così certa come in quel momento. Sentiva quasi l’aureola che le stringeva un po’ la povera testa così piena di preoccupazioni e di sacra sollecitudine per quella sua sgangherata famiglia, della quale lei si sentiva l’unico baluardo che ne impediva la totale rovina e la discesa al livello del “pan dimandato”.

Silenzio.

“Ma io ti caccio di casa se continui in questo modo. Cosa credi, che io faccia lo striglione di casa per te? per te, bestia gramma? perché tu vada a torsio con chissà chi?” Mai immemore della sua genovesità, la signora infilava talora nel discorso, specie quando era eccitata, qualche espressione vernacola, come “andare a torsio”, ossia andare bighellonando perdendo tempo e — orrore — sprecando soldi.

Le cena andò avanti al suono di questa solfa fino all’ultimo boccone, gettato giù di premura per finire il più presto possibile.

Finita di ingurgitare la sbobba, il taciturno padrone di casa si alzò da tavola. Presa una doppia dose di medicine contro l’ulcera, andò nel soggiorno ad accendere la radio per seguire la radiocronaca di un’importante partita di calcio. Infatti la squadra locale si apprestava a prenderle di santa ragione dal Milan in notturna, in un incontro per la Coppa Italia.

“Eccolo di nuovo col calcio”, ringhiò sottovoce la matrona, spostando per un momento il tiro dei cannoni.

Anche Paolo si alzò e si ritirò nella sua camera, inseguito dalla madre urlante.

“Cosa credi di fare andandotene mentre ti sto parlando? Ma Dio ti vede, sai? Lui sa quanto fai soffrire una povera madre.”

Egli si voltò verso di lei, cercando di essere più calmo possibile:

“Mamma, non posso dirti quello che non esiste. Se sono andato a fare una passeggiata, sono andato a fare una passeggiata. Non è successo assolutamente niente.”

Il cuore materno si intenerì e passò al registro piagnucoloso.

“Oh, povero mio bambino. Lo vedo che non stai bene. Dimmi cosa ti è successo. Devi confidarti con la tua mamma.”

“Ma se ti dico che non ho fatto niente. Devo inventare qualcosa, allora?”

“Ah, tu giochi d’audaccia. Ti prendi gioco della tua povera mamma.” Il tono era ancora piagnucoloso, ma stava risalendo al livello di una Erinni.

Ma la nuova esplosione durò poco. Dopo qualche urlo e un discreto numero di “vita maledetta” e “maledetto il giorno e l’ora che son nata”, sua madre sentì di aver speso tutte le proprie energie per la salvezza del figlio e si ritirò in camera a piangere e a domandarsi se non fosse il caso di modellare un’altra immagine di cera da trafiggere con gli spilli. I rumori, per quanto attenuati, della radiocronaca sportiva, cui suo marito teneva tanto, le davano un enorme fastidio.

“E quel besugo non dice una parola. Sta sempre lì con la proposcide appiccicata alla radio per quel maledetto calcio.”

La matrona detestava lo sport. Infatti aveva ottenuto l’esenzione del figlio dall’educazione fisica “perché è tanto delicato”. Inoltre viveva nella persuasione che gli elefanti avessero la “proposcide” e non la comune proboscide. Per qualche ragione, l’idea dello sport in lei si associava sempre all’immagine di un elefante con la “proposcide”, levata in segno di minaccia. Il mondo era pieno di minacce per la povera donna.

Paolo, una volta libero della tenera sollecitudine materna, andò subito a letto. Rapidamente archiviò nel reparto “ordinaria amministrazione” la scenata di un’ora e mezza appena finita e ritornò col pensiero a Claudia. Aveva il cuore gonfio. Quel giorno, che si era annunciato così ricco di promesse, era tramontato su un disastro.

Il sonno tardava, ed egli rimase lungamente sveglio a rimuginare sulla sua lunga e inutile attesa all’appuntamento. Si domandò con angoscia che fare: cercarla a casa? telefonarle? e da dove? non poteva certo usare il telefono di casa. Avrebbe dovuto spiegare alla madre, per filo e per segno, il motivo di quella telefonata, e poi il telefono costa. E i parenti di lei gli avrebbero fatto una scenata? Di certo non avrebbero gradito un corteggiatore come lui, un miserabile sull’orlo del “pan dimandato”. Presentarsi con un pretesto, tanto per sondare l’ambiente; ad esempio fingendo di voler sapere il titolo di un libro? La scusa non stava in piedi. Una come Claudia non era tipo da consigliare letture agli altri, non parlava mai di libri e doveva leggere pochissimo.

Troppi ostacoli, troppe paure gli tagliavano la strada. Sentiva di posare i piedi sul nulla, senza alcun sostegno né materiale né morale da nessuna parte. E la paura più grande, quella che non avrebbe mai ammesso, era la paura di scoprire la verità. Scoprire una Claudia indifferente, innamorata di un altro? o incapace di voler bene a chiunque? Due eventualità una più orrenda dell’altra. Prendere qualsiasi decisione gli fu impossibile. Del resto, che poteva fare? Si rigirò a lungo nel letto senza trovar pace. Lo assalirono tentazioni violente. Resistette pregando con disperato fervore. Le superò, ma la calma non venne.

Una struggente malinconia lo invase: la certezza che la felicità è irraggiungibile, l’impressione di essere in fondo a un pozzo, senz’altro conforto che contemplare con infinito desiderio il breve tratto di cielo lassù in alto. Cresceva in lui l’idea di un insanabile contrasto fra i sogni e la realtà che non si piega ai desideri umani. Nebulosamente intuì che il suo mondo non avrebbe mai più potuto essere quello di prima. Un nodo gli strinse la gola e il pianto proruppe irrefrenabile: pianse a lungo senza consolazione, solo con se stesso. Di nuovo desiderò la morte; pensava al paradiso, un luogo dove non si soffra più. Ma se ne sentì indegno e giurò di confessarsi l’indomani. Intanto si chiedeva: “per quanto ancora? cosa mi riserverà la vita?”.

Alti clangori metallici si levavano a ondate dallo scalo merci. Trascorsero le ore, e solo a notte alta il sonno venne a dargli sollievo.

 

25
LUGLIO
2017
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore di una doppia Aquila d’oro:

Un saggio controcorrente di eccezionale profondità filosofica e scientifica, che dovrebbe essere meditato e letto da tutti:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2017) DIo è meritocratico, Prefazione del Rev. Prof. Nicola Bux, Editrice Giubilei Regnani

 Recens.E.Gotti Tedeschi-Dio  meritocratico

Segue una recensione a cura di Emilio Biagini 

 

Come sottolinea la prefazione del Rev. Prof. Nicola Bux, questo è un libro che viene in soccorso della Fede minacciata dai subdoli errori della gnosi e dal mito del “dialogo” che paralizza il giudizio e la testimonianza cristiana, vanificando il munus docendi, regendi et sanctificandi che è proprio della Chiesa.

Il libro, di straordinaria rilevanza e profondità, è diviso in tre parti: (1) Gli attacchi alla Chiesa, (2) Le prospettive confuse, (3) Le ragioni per reagire.

Gli attacchi alla Chiesa sono la manifestazione di un tragico regresso al paganesimo. Il comportamento di Pilato è da perfetto democratico odierno, relativista laico e opportunista che confonde i valori e affida il compito di stabilire il vero e giusto all’ondivaga maggioranza.

Il tentativo di relativizzare la Chiesa viene da lontano. L’Autore cita a questo proposito un libretto del 1906, di don Cabrol, abate di Saint-Michel, dal titolo Les origines liturgiques, che si direbbe abbia ispirato le infelicissime riforme liturgiche post-Concilio Vaticano II, e cerca di mettere in discussione la liturgia della tradizione, affermando, con zuccheroso buonismo, che: “Il culto cattolico non viene da Gesù. Gesù non aveva liturgia, era nemico delle formule vuote, delle pratiche esteriori, voleva un culto intimo, quello del cuore, ed era il culto libero del Padre, che consiste nella sottomissione filiale a Dio, nell’amore, nella fede; respinge i riti esteriori, vuole una religione senza sacerdoti e senza altari e non ammette altro tempio che l’anima.”

Val tuttavia la pena di ricordare se i nuovi farisei non avessero eretto una ferrea quanto iniqua barriera contro gli Scritti di Maria Valtorta, sarebbe chiaro che Cristo ha espressamente istituito tutti i sette Sacramenti. E se si minano i Sacramenti, con i quali, come ci ricorda il Rev. Prof. Bux nel suo prezioso libro Con i Sacramenti non si scherza, si cancella la grazia e viene minata tutta la dottrina.

Diventa allora più facile separare dogma e pastorale, poi dottrina e prassi. Così si lascia silenziosamente cadere nel dimenticatoio la Verità e non si evangelizza più, perché sarebbe proselitismo. Quando la gente non sa più il catechismo, è facile aggredire la dottrina. I principali argomenti sotto revisione progressista sono: 1) l’ateismo (atei = “credenti anonimi”, ma come può avere fede salvifica chi rifiuta coscientemente la Verità?; 2) il mistero trinitario e dell’Incarnazione (Gesù sarebbe una grazia assimilabile a una creazione, quindi una semplice creatura e non Dio): 3) esistenza di Satana (una semplice idea del male, come vaneggia il boss della ghenga gesuitica); 4) peccato originale (identificato con un generico “peccato del mondo”, e perciò diluito nel nulla); 5) umanizzazione di Cristo (trasformato in un semplice simbolo della fede, quindi senza funzione salvifica); 6) madre di Dio, Maria santissima (contro la quale vengono insinuate fandonie che ne mettono in dubbio la verginità perpetua); 7) autorità della Chiesa (che i progressisti vorrebbero cancellare, a meno che non siano i progressisti stessi collocati in posizioni chiave, dove poter far danno); 8) transustanziazione (negazione del sacrosanto dogma tridentino); 9) giustificazione (rivalutazione della giustificazione luterana per sola fede, con la comoda abolizione del Sacramento della Confessione); 10) “morale di situazione” (elastica secondo le mitiche “esigenze” dei tempi, ossia secondo il proprio comodo); 11) secolarizzazione del Cristianesimo e della Chiesa (accantonamento dei dogmi e chiese usate per funzioni laiche). Sotto molti punti di vista questa sembra la descrizione della neochiesa sotto la cura Bergoglio.

Nulla confonde le prospettive più della malefica gnosi (“conoscenza” offerta ad Adamo ed Eva da Lucifero, per illuderli di poter diventare come Dio). Dio sarebbe occulto e non conoscibile. Solo per “evoluzione” si convertirebbe nel mondo e nell’uomo stesso. La salvezza per l’uomo sarebbe nel mondo e in se stesso, grazie alla scienza e alla tecnica, senza più trascendenza. La teologia progressista si ispira a questo nichilismo per costruire lo “gnosticismo cristiano” che nega il peccato originale e la figura di Lucifero. L’uomo perciò non è corrotto e quindi non ha bisogno di Redenzione, né di Salvezza, né di Cristo né tanto meno della Chiesa, della Madre di Dio, dei Sacramenti.

Ecco la diabolica confusione mediante la quale la teologia diventa antropologia. La dottrina si luteranizza, separando fede da opere, contando sulla coscienza soggettiva, sulla grazia ottenuta senza merito e non sui Sacramenti, perdendosi in messaggi confusi su ambientalismo (recentemente anche neomalthusiano), ecumenismo, pacifismo, “accoglientismo” (migranti), anticapitalismo (le guerre le fa il potere economico) e simili, mentre è vero esattamente il contrario, poiché Dio, come l’autore giustamente non si stanca di sottolineare, è meritocratico, e la Sua grazia va meritata. La salvezza si ottiene lottando per imitare Cristo.

In quest’epoca di confusione gli ‘intellettuali cattolici’ sono divisi come non mai. C’è chi vorrebbe richiamarsi alla Tradizione (e viene zittito), e vi è chi invece inneggia al necessario “progresso” della dottrina (e viene esaltato). I primi sarebbero ciechi conservatori e ottusi reazionari. I secondi sarebbero invece la forza viva della Chiesa, e dispongono delle prime pagine dei maggiori mezzi di stampa e persino la protezione della gerarchia. Coloro che sono fedeli alla Tradizione, invece, parlano solo su internet, vengono rimproverati continuamente, e mentre criticano e denunciano si leggono e si ascoltano sostanzialmente fra loro.

Va tuttavia sottolineato che lo Spirito Santo agisce potentemente attraverso rivelazioni private a persone modeste come Maria Valtorta, le cui opere (in mano a un editore laico, perché la Chiesa le ha di fatto rifiutate) sono vendute a milioni di copie e tradotte in decine di lingue senza alcuna promozione pubblicitaria (che, anzi, si rivela controproducente, come se lo Spirito dicesse: “Lasciate fare a me”). Naturalmente i progressisti fingono di ignorare la Valtorta e la detestano. Ma quello che stupisce è la reazione stizzita di molti fedeli alla Tradizione che rifiutano simili aiuti celesti. Perché? Perché sono ingessati nella loro scienza, e non tollerano che Dio preferisca parlare attraverso i “piccoli”, come la povera semiparalitica Valtorta.

Il regno di Dio non è di questo mondo, che è invece “dominato” dall’angelo ribelle. Ma Dio permise che ne prendesse possesso, “incorporandosi” nel mondo stesso (e non a caso gli ambientalisti lo considerano sacro). Perché la Redenzione ha rimesso la colpa del peccato originale, ma ha lasciato il male derivato da questo peccato? Ha dato così all’uomo la possibilità di espiare la colpa con la pena, che rappresenta la nostra partecipazione alla Passione di Cristo. Ma resta sempre la domanda: perché non impedire il male? Perché Dio non ha impedito al serpente di entrare nel Paradiso Terrestre?

A queste inquietanti domande risponde la preziosa rivelazione a Maria Valtorta: l’uomo è perfettamente capace di scegliere il male anche da solo, senza alcuna tentazione diabolica, perché ha il libero arbitrio al pari degli angeli. Se il serpente non avesse causato il peccato originale, e quindi il germogliare del pentimento e dell’umiltà nell’uomo, sarebbe accaduto un disastro ben peggiore di quello attuale: dopo varie generazioni di vita pura e beata nel Paradiso terrestre, gli uomini avrebbero cominciato a illudersi di essere come Dio per virtù propria, e la Terra avrebbe finito per essere popolata di Luciferi. E neppure la prima caduta sarebbe bastata: Adamo ed Eva erano tutt’altro che consci del male compiuto: solo davanti al sangue di Abele i progenitori si resero conto di quello che avevano fatto, e solo allora iniziò il cammino di espiazione e redenzione del genere umano.

Il demonio naturalmente non demorde, non vuole che l’uomo venga redento, e tanto più si accanisce quanto più si accorge di avere sempre meno tempo prima del rendiconto finale. Il suo obiettivo è far accettare agli uomini un panteismo ambientalista gnostico, che dovrebbe diventare la religione universale, schiacciando la Chiesa, ostile al mondo, e quindi “nemica”.

Mentre i laicisti pretendono che la Chiesa relativizzi i suoi dogmi, i laici hanno creato i loro intangibili dogmi, e guai ad azzardarsi a contestarli, osservando quello che ognuno può vedere, ossia che “il re è nudo”. Sono i dogmi evoluzionista, ambientalista, neomalthusiano, omosessualista.

L’autore acutamente osserva che, paradossalmente, più l’Occidente si stacca dal cristianesimo per essere “laico”, meno lo diventa. Infatti vorrebbe imporre una religione alternativa gnostico-ambientalista-massonica, un’omogeneizzazione culturale che servirà al potere per imporre un totalitarismo razionalista e pragmatico, con relativa perdita di democrazia, finché, a forza di giochetti di controllo delle nascite e d’immigrazione forzata, si finirà per approdare a una società dominata dalla legge coranica in cui sarà impossibile essere “laici”. È chiaro che il progetto diabolico è contraddittorio e destinato al fallimento.

Sotto estremisti laicisti o islamici, o sotto entrambi, correremo il rischio di essere arrestati per pratiche superstiziose, quali assistere alla Santa Messa. Non a caso il Divino Maestro di Maria Valtorta ha profetizzato che la persecuzione finale sarà la più temibile e che all’avvento del “pastore idolo” sarà un bene la morte.

Forse convinti che la corsa sull’orlo del baratro faccia bene alla salute, i poteri del mondialismo laicista, per bocca del direttore Generale dell’OMS, Hiroshi Nakajima nel 1992, affermarono che “l’etica cristiana non potrà mai più essere applicata in futuro”. L’ex presidente Usa, Obama, nel 2009 chiarì che il cosiddetto “diritto alla salute” consisterebbe in: “aborto senza restrizioni, eutanasia indiretta grazie a limitazione delle cure, negazione al diritto di coscienza”. Naturalmente un “governicchio”, del tipo di quelli che malgovernano l’Italia, da nessuno eletto, ma solo cooptato dai poteri forti stranieri e nemici, non sarà mai capace di rifiutare l’applicazione di questi principi, anche se capisse qualcosa e avesse voglia di fare qualcosa.

È proprio del demonio tentare di confondere e far smarrire la ragione. Poiché non si può dimostrare che Dio non esiste, secolo dopo secolo, eretici e filosofi hanno manipolato la ragione umana, umiliandola fino alla negazione di poter conoscere Dio e la realtà: l’hanno trasformata in un’inventrice del reale, e quindi di Dio. Eresie e filosofie (umanesimo, empirismo, idealismo, razionalismo, positivismo ecc.) hanno progressivamente scardinato il pensiero e la fede religiosa, senza riuscire a sostituirla con alcunché di credibile.

L’autore individua correttamente nell’evoluzionismo l’arma principale del nemico. Nessuna teoria scientifica è così “politica” come quella evoluzionistica-anticreazionista. Fin dal suo inizio essa era fondamentale per giustificare le innumerevoli atrocità dell’imperialismo britannico: serviva a dimostrare che, per le “razze inferiori” (irlandesi, indiani, africani ecc.), avere sul collo il piede ferrato di Albione era altamente benefico. Poi l’evoluzionismo è stato imposto per regolare la vita umana in totale “anarchia”, con regole puramente umane, dettate da mode e abitudini, e slegate da qualsiasi senso di peccato. L’evoluzionismo è contrario alla stessa scienza, non essendo dimostrabile e contraddice non solo la fede, ma anche la ragione.

E vale qui la pena di aggiungere che nessuno ha mai osservato la nascita di una nuova specie, né in natura né in laboratorio. Esperimenti compiuti oltre settant’anni fa sulla Drosophila melanogaster per forzare (mediante radiazioni ionizzanti e composti alchilanti) la nascita di nuove specie sono falliti, poiché la specie originaria è stata soltanto rovinata, senza che comparisse alcun carattere genetico nuovo: si è verificata solo perdita di informazione genetica, senza acquisizione di alcun nuovo carattere. Ciononostante i testi della falsa scienza evoluzionistica, con perfetta malafede, presentano questi vecchi esperimenti falliti come un “successo” dell’evoluzionismo, benché dimostrino esattamente il contrario. Né sono stati tentati da allora nuovi esperimenti simili, non essendo possibile aspettarsi risultati differenti.

Ardimentoso è il programma di lotta tracciato dall’autore: 1) Non è vero che la nostra civiltà “cattolica” è morta (restasse un solo fedele in tutto il mondo, lì è la Chiesa); 2) Abbiamo trovato il colpevole dell’attentato (la gnosi evoluzionista-ambientalista-malthusiana-omosessualista); 3) Non dobbiamo abbandonare la battaglia e reagire (affinché l’avvento della Verità e della Giustizia, che inevitabilmente porrà fine all’infamia diabolica, ci trovi ancora in trincea a combattere).

Centrale a questo proposito è la riflessione sul male, e quindi sul demonio. Scrive l’autore: “Sant’Agostino aveva già definito gli ‘imbellettatori’ di satana, quelli cioè che ne ridimensionano il potere malefico (…): ‘i misericordiosi’. Ma questi ‘coccolatori’, ridimensionatori, leccacalzini, del ruolo del demonio, che avrebbero potuto essere suoi discepoli religiosamente devoti, siamo certi che oggi siano scomparsi?” Ricordiamo l’essenza del demonio come descritta nelle Sacre Scritture: “Volle esser come Dio, ma facendo a meno di Dio”. È l’identico peccato di superbia del moderno razionalismo, del modernismo, del progressismo teologico. “Ma chi doveva sorvegliare, dove stava?” esclama l’autore.

Non è difficile rispondere: chi doveva sorvegliare, tradizionalista o progressista che fosse, era occupato (oltre che a giocare con compassi e grembiulini, e in altre attività sulle quali è bene stendere un pietoso velo di silenzio) a difendere i suoi privilegi di unico interprete autorizzato del Depositum Fidei: a nessuno era permesso di interferire, meno che mai i “piccoli”, proprio coloro dei quali Cristo disse: “Ti ringrazio, Padre, perché hai celato le cose ai sapienti e ai grandi e le hai rivelate ai piccoli”. Ma i piccoli non contavano: contavano le conoscenze altolocate e le lauree in teologia in prestigiose università pontificie.

Così venivano tormentate e ridotte al silenzio le voci ispirate: ad esempio Maria Valtorta, la quale non volle piegarsi a permettere che i suoi Scritti venissero trattati da banale storia romanzata, come avrebbero voluto i Servi di Maria, i quali (oltre a fare spiritismo in convento) miravano ad arricchirsi sfruttando commercialmente gli Scritti medesimi, e furono diretta causa dei divieti di pubblicazione e della successiva messa all’Indice del Tesoro valtortiano.

L’autore propone quattro ragioni per reagire. “Perché è la religione cattolica a dare il senso vero della vita, come il Creatore l’ha data alla creazione e come la creatura deve darlo alle proprie azioni. (…) Perché è la religione cattolica a dare razionalità al pensiero e perché è la Fede che eleva la razionalità e la custodisce. La razionalità Dio ce l’ha data ben fatta. Se ora sembriamo sragionare è perché avversiamo Dio confondendo la stessa ragione. (…) Perché è la religione cattolica a permettere di “capire” la storia. La storia insegna che i fatti avvengono perché sono stati pensati. (…) Perché è la religione cattolica a permettere di “fare” (e non subire) la storia.”. Infatti, “quando il Creatore decise di fare la Creazione e poi la creatura, certo non lo fece per sbaglio, accidentalmente, bensì per uno scopo.”

L’autore affronta poi il problema su cosa dovrebbe fare la Chiesa oggi, e lo scioglie evidenziando ciò che il nemico vorrebbe che la Chiesa facesse, per sottolineare che è invece indispensabile fare l’esatto contrario.

Che vuole il nemico? Vuole, come si evince dai deliri di Paolo Flores d’Arcais e simili portavoce della dissoluzione, che la Chiesa: 1) rinunci a risvegliare e rievangelizzare il mondo per salvarlo; 2) cessi di combattere il relativismo, 3) non riproponga il problema antropologico, 4) non riaffermi l’infallibilità papale, 5) non confermi il primato delle idee sul cosiddetto “reale” (per “reale” dovendo intendersi il mondo sconvolto dal vizio e dai deliri dei cosiddetti intellettuali), 6) non contrasti più il pensiero debole e quello darwinista, 7) smetta di affermare il primato della libertà e di opporsi alle ideologie ambientalista e omosessualista, 8) smetta di affermare che la miseria morale genera quella materiale, 9) rinunci a una riforma liturgica che permetta un ritorno alla tradizione, 10) consideri peccaminoso fare proselitismo, 11) dichiari che si evangelizza meglio senza promuovere azioni attive (ossia in pratica non facendo nulla), 12) agisca in modo da dimostrare di aver “capito” il mondo.

La Chiesa, evidentemente, farebbe bene a fare l’esatto contrario di tutto ciò, contrastando frontalmente le pretese laiciste. La civiltà occidentale è fallita proprio perché ha rifiutato il cattolicesimo. Ed esso invece va riaffermato e riproposto nella sua integrità, perché è la Verità. Le strategie adottate dai laicisti sono le solite utilizzate dal fondamentalismo della gnosi: seduzione menzognera, svilimento della tradizione e intimidazione.

L’autore passa poi ad esaminare le ragioni per reagire. Opportunamente, vista l’attuale situazione della Chiesa, si domanda: “A che serve un’autorità morale che scusa errori, peccati, vizi ecc.? E magari rimprovera chi invece propone una penitenza e il cambiamento di vita?”

Come difendere la Fede? 1) Evitando l’errore di pensare che il maligno sia più forte di Dio, 2) Non aspettando soluzioni “miracolose” da parte della Chiesa, 3) Coltivando la necessaria certezza che all’origine di ogni problema c’è sempre la miseria morale.

Opportunamente, l’autore ricorda che “dopo la Resurrezione, Cristo esorta gli apostoli ad andare in tutto il mondo a predicare il Vangelo e ammaestrare le nazioni (…) ha anche spiegato che chi sarà battezzato sarà salvo. Non ha chiesto di occuparsi del giogo fiscale, militare e politico dell’occupazione romana o di fare ricerca medica per debellare la lebbra, né tantomeno della penuria di risorse terrene.” Al contrario, la Chiesa odierna sembra assorbita dal tentativo di assecondare il progetto orizzontale del laicismo, inclusa l’immigrazione selvaggia, che è pianificata per deformare la nostra civiltà e ridimensionare il cattolicesimo, mirando a una sola religione universale gnostica, come l’ambientalismo.

Nulla di nuovo, del resto. L’inno An die Freude di Schiller, musicato dalla Nona di Beethoven, prospetta esattamente questo: la magia della gioia massonica che ottiene il superamento delle varie religioni (le quali non sarebbero altro che frutto della “moda”) nel calderone da streghe dell’unica religione naturalista universale massonica. I versi non lasciano dubbi: Deine Zauber binden wieder, / was die Mode streng geteilt; / alle Menschen werden Brüder, / wo dein sanfter Flügel weilt. “Le tue magie legano di nuovo / ciò che la moda aveva fortemente diviso: / tutti gli uomini divengono fratelli / dove palpita la tua balsamica ala.” Pura menzogna, questa, dell’angelo caduto, nemico di Dio, che vuole apparire più buono di Dio e ci offre, come panacea, il frutto avvelenato della religione universale gnostica.

Se il mondo si è salvato finora è stato grazie proprio alla “intolleranza” dottrinale e dogmatica della Chiesa, finché essa ha combattuto senza fare sconti. Le cose sono cambiate negli ultimi quarant’anni dopo l’avvio del Nuovo ordine mondiale, il Concilio Vaticano II e l’attuale crisi economica. Non senza una comprensibile vena di pessimismo, l’autore scrive che “La tentazione da parte di una qualche intelligenza strategica superiore che riesca a fingere di adattarla [la Chiesa] alle esigenze della modernità per farla invece operare per convertire, vuole senza dubbio una assistenza speciale ‘dall’alto’. Senza quella non vedo altro che il martirio.”

Evidentemente non resta proprio altro che il martirio, come chiaramente profetizzato a Maria Valtorta dal Divino Maestro: tre quarti degli ecclesiastici apostateranno e la Chiesa si ridurrà negli ultimi tempi ad essere piccola e ferocemente perseguitata, ma tutta santa, come era agli inizi.

In conclusione, questo è un libro di altissimo valore, degno di essere letto e meditato da tutti quelli che hanno a cuore la Verità e cercano una guida nella mefitica palude degli errori e dei tradimenti contemporanei. Un unico appunto, che non riguarda certo la qualità spirituale e culturale del libro, ma solo il suo aspetto esteriore: la copertina è poco leggibile e decisamente brutta.

EMILIO BIAGINI

12
SETTEMBRE
2010
Articolo letto 8852 volte

EMILIO BIAGINI

AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO:

LE ISOLE BRITANNICHE NEL CONTESTO GLOBALE

GENOVA, 2a ed., 2007

 

RECENSIONE DI GIAN CAMILLO CORTEMIGLIA

 

Questa opera di Biagini riguardante le Isole Britanniche, già al solo primo impatto si potrebbe accreditare con l’aggettivazione di monumentale, non tanto per la mole dimensionale delle 1600 pagine che compongono i tre volumi, ma soprattutto per l’imponente massa di informazioni di tematica geografica, che, fornite con specifico e dettagliato indirizzo critico, rivelano l’apporto di una vasta cultura maturata nell’arco di una vita di ricerca e di studio.
Se si volesse documentare in maniera formale l’importanza di questo contributo sulla geografia delle Isole Britanniche basterebbe allora citare la circostanza che ne è stata pubblicata, cosa piuttosto rara per i geografi italiani, un’edizione inglese nel 2006, oppure sottolineare l’imponente bibliografia consultata e citata, ma così non renderemmo merito alla magistrale trattazione contenuta nell’opera.

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12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 8030 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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