Genova, 19 Agosto 2017 01.52





 
CAELI ENARRANT GLORIAM DEI

 

Humanae Litterae

29
MARZO
2015
Articolo letto 903 volte

DIFFIDATE DEL PROFETA CHE NON SUBISCE PERSECUZIONI:

LA FALSA RIVELAZIONE DI DON GUIDO BORTOLUZZI

 

Il segno della verità di un profeta è la persecuzione. Tutti i veri profeti, nessuno escluso, dall’Antico Testamento in poi, sono stati perseguitati, spesso usque ad effusionem sanguinis.

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27
GENNAIO
2015
Articolo letto 1218 volte

FRANCESCO MAJ, UN GRANDE POETA

Francesco Maj, Salesiano di Torino, ha molto da dire e lo esprime con poesia di altissima qualità e verità, proponendoci un grande poema drammatico sui Dieci Comandamenti, dal titolo In cammino, che ha l’andamento solenne di una sacra rappresentazione medievale, ma con una maturità poetica e una profondità teologica che le rappresentazioni medievali spesso non possedevano. Voci dall’alto parlano a Mosè, e parla Mosè, e parlano voci maligne e insinuanti, che tentano di sviare l’uomo dal retto cammino. E parla pure gente comune, disorientata, che si domanda come distinguere il bene dal male. I Comandamenti si susseguono, presentati come in una sinfonia di voci celesti, umane e diaboliche. La contraddizione demoniaca non può naturalmente confrontarsi con la Verità, ma cerca di sviare l’uomo tendendogli trappole che fanno appello agli istinti, all’avidità, alla brama di potere. Sublime l’esaltazione del Sacramento matrimoniale e della famiglia, insostituibile cellula della società umana se cementata dall’amore divino e dall’obbedienza al quarto comandamento. Severo è l’ammonimento agli scienziati, arroganti mosche cocchiere che credono di tenere in pugno i segreti della vita, come il ricercatore che — immagine poetica davvero geniale — “afferra l’ombra e crede spento il sole”. Vibrante la condanna dell’aborto, con la bruciante immagine della terra assediata dalle anime dei bambini non nati ai quali è stato negato il diritto di vivere.

In fondo al volume si incontra un’appendice, “Il canto di Abramo”, che secondo l’autore potrebbe fare da preistoria a “In cammino”, poiché la vicenda di Abramo non solo è cronologicamente anteriore a quella di Mosè, ma “interessa in varie forme chiunque è in viaggio per la salvezza”. Anche qui si alternano molte voci: il narratore, Abramo, Isacco, il Signore, il poeta. Si tratta di uno stupendo poema da leggersi anche a sé stante, nel quale si adombra l’interrotto sacrificio di Isacco e l’Albero della Vita, che preannuncia l’apertura della terra intera al mistero della Redenzione.

Nel potente poema drammatico Il canto di Mosè, il poeta ritorna la metafora della vita come viaggio, sull’esempio del grande profeta che vide Dio nel roveto ardente, ebbe la rivelazione del Nome divino che attesta l’essenza ontologica dell’Eterno, condusse il popolo eletto lontano dalla schiavitù in Egitto e nella lunga peregrinazione nel deserto ai margini della terra promessa, ebbe a lottare contro incomprensioni e ribellioni, e infine riuscì nell’immane compito che Dio gli aveva imposto. Opera difficile è scrivere quando la trama del racconto è già determinata e notissima. L’autore, tuttavia, è riuscito egregiamente ad animare lo svolgersi della storia, pur mantenendosi aderente al testo dell’Esodo. La forza del poema consiste nell’esplorazione del tormento di Mosè, dei suoi dubbi, delle sue umane paure di fronte al comando divino e alle opposizioni che incontra. Facile e insidiosa è la tentazione della vita comoda, ma Dio sospinge costantemente il Suo profeta che risponde con sofferta obbedienza. Narratori e diversi personaggi ben caratterizzati intervengono nell’azione, conferendole varietà e interesse. I versi sono fluidi e classici e il poema si presta ad essere rappresentato, possibilmente con opportuno commento musicale ed effetti di luce a sottolineare gli snodi drammatici, come le piaghe d’Egitto, magistralmente descritte da un narratore, e il passaggio del Mar Rosso, sottolineato da un drammatico succedersi di voci. Splendido è l’Intermezzo lirico che prospetta, come in un sogno del profeta, la tentazione nel Giardino dell’Eden e quindi il dilemma morale posto ad ogni creatura umana.

Un altro importante libro del Nostro, Testimonianze, è una magnifica antologia poetica di molte centinaia di liriche, frutto del lavoro di tutta una vita. La prima parte è strettamente personale, contiene suggerimenti di varia origine e momenti di riflessione, la seconda è di tipo provvisorio e occasionale, la terza di natura locale presenta quanto hanno “sussurrato” al poeta alcune lapidi dei cimiteri situati nella valle dove è nato, la quarta parte infine è strettamente familiare. Nell’insieme, compongono un diario personale “che termina quando l’autore non scrive più”. I versi si succedono, generalmente a due a due sulla stessa riga, intervallati da un breve spazio, “per agevolarne la lettura”, ma in realtà questa partizione ha un ulteriore risultato, forse non previsto: quello di dare un particolare dinamismo al respiro della poesia, per l’alternarsi di versi doppi (talora tripli o quadrupli) e singoli; questi ultimi acquistano un particolare rilievo come punti fermi del discorso poetico. Oppure, leggendo una sola colonna, si accentua in modo fascinoso il carattere un po’ ermetico che molti di questi componimenti posseggono. Impossibile dare un’idea completa di questa ricchissima raccolta. Limitiamoci a considerare una sola poesia, che ha per protagonista una semplice foglia.

Una foglia ammonisce...

Senza moto è la foglia che resta sulla pianta.

Ha fatto dono al ramo di ogni sangue

e vide le compagne cadere ad una ad una sfigurate.

Così talora sosto,

immobile lo sguardo, ad avvertire

che sono vivo ma devo venir meno!

La caducità, tema universale, non poteva trovare espressione più perfetta: il poeta infatti non si limita a lamentare la condizione umana, ma sa vedere che il singolo, per quanto condannato, ha operato per gli altri, come la foglia che sta per cadere ma intanto ha donato vita all’albero. È questa una visione che solo dalla fede e dalle virtù sorelle, speranza e carità, può trarre alimento, mentre colui al quale manca la fede non resta che la sfida prometeica assolutamente inutile o l’altrettanto inutile piagnisteo. Dispiace dover tacere, per la necessaria brevità, di tante altre poesie di grande e vera bellezza. Con questo importante volume Don Francesco Maj si conferma poeta di tutto rispetto, di stratosferica superiorità rispetto ai poeti di regime che vanno per la maggiore. La cultura odierna, dominata da una sinistra inamovibile che ha occupato tutti i posti chiave, non è in grado di apprezzare opere come questa, per non parlare della grossolanità della destra in tutt’altre faccende affacendata. Ma questo mondo passa e il bene fatto e le nostre opere, anche artistiche, saranno giustamente conosciute, preservate, valutate e premiate da un Tribunale che non è certo quello dei miserabili premi letterari istituiti da emerite nullità e pilotati da emerite nullità per premiare emerite nullità. Il poeta Francesco Maj è certamente il primo a insegnarci che la lode umana è “flatus vocis”, e che un’Autorità inappellabile sgonfierà i palloni gonfiati che vanno oggi per la maggiore in questo piccolo mondo e renderà merito al vero merito.

EMILIO BIAGINI


20
DICEMBRE
2014
Articolo letto 1018 volte

AL DIVINO MAESTRO DI MARIA VALTORTA NON SI SFUGGE

 

Il fatto che la Valtorta, o meglio il suo Divino Maestro, avesse profetizzato, settant’anni fa, i disastri che si sono poi abbattuti sulla Chiesa significa qualcosa per qualcuno, o vogliamo continuare a non leggere il Tesoro valtortiano e affidarsi al parere di ignoranti che hanno temerariamente osato giudicarla senza leggere, ripetendo le sciocchezze dette e scritte dalla gerarchia sull’argomento, o dando “uno sguardo a tutto” senza ricordarsi nemmeno se i volumi dell’Opera erano dieci o dodici?

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02
DICEMBRE
2014
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Laurentin Debroise  Lavre copia

LAURENTIN R., DEBROISE F.-M. & LAVÈRE (2012) Dictionnaire des personnages de l’Évangile selon Maria Valtorta, Paris, Salvator

Questo è un corposo dizionario dei personaggi dell’Evangelo come mi è stato rivelato (pp. 448), opera congiunta del teologo Laurentin, dell’economista politico Debroise e dell’ingegner Lavère. Dopo una sintetica presentazione del personaggio Maria Valtorta, anima offertasi vittima per la salvezza delle anime, e della sua straordinaria Opera, gli autori notano come nei Vangeli canonici siano nominati solo una sessantina di personaggi, mentre quelli dell’Evangelo sono molte centinaia. Gli autori ne catalogano 736, cui dedicano erudite schede. Di questi ben 262, ossia circa uno su tre, risultano storicamente identificati. Alcuni di essi, come il Centurione Cecilio Massimo, del tutto ignoti al tempo della Valtorta, sono stati identificati dopo la morte della veggente. I ritratti dei personaggi delineati nel testo valtortiano appaiono di magistrale vivezza, plausibilità e coerenza con lo svolgersi dell’azione.

Inoltre l’Opera valtortiana descrive con esattezza 450 località, alcune delle quali ignote alla sua epoca e solo più tardi riscoperte dagli archeologi; dimostra una stupefacente conoscenza delle usanze e dei costumi vigenti in Palestina duemila anni fa, nonché della flora e della fauna; dà 5000 indicazioni cronologiche e 230 descrizioni delle fasi lunari di incredibile precisione ed esattezza, verificate in base ad effemeridi computerizzate. In complesso, sui 10.000 dati de L’Evangelo recensiti da Jean-François Lavère per anni, sui più disparati argomenti, il 99,6% sono convalidati a diversi gradi. Solo una minima percentuale, dello 0,4%, è dovuta a valutazioni umane della scrivente.

Nel dettato finale dell’Opera, Gesù precisa le sette ragioni per le quali l’ha donata: 1) procurare alla Chiesa risorse per combattere gli errori del nostro tempo, 2) risvegliare nei preti e nei laici un vivo amore per il Vangelo, 3) aiutare nel loro ministero i direttori di anime, 4) riportare alla sua verità la figura del Cristo vero figlio di Adamo ma dell’Adamo ancora innocente, 5) far conoscere la complessità e la durata della Sua terribile Passione, 6) mostrare la potenza della Sua Parola, 7) far conoscere il mistero di Giuda.

Indubbiamente le ricerche di questi tre valenti studiosi hanno apportato conoscenze fondamentali sull’Opera valtortiana ed hanno inferto un colpo mortale alla desolante superficialità di coloro che in passato pensavano di poterla giudicare solo in base alle proprie personali fisime in fatto di stile.

Purtroppo, in questo pur valido volume non mancano errori, anche di considerevole portata. Sistematicamente ricorre la citazione di “Jaques a Voragine” (sic) al posto di Jacopo da Varagine (Varazze), ma le voragini non c’entrano proprio. Per motivi non chiari, il nome del sinedrita Callascebona è diventato Collascebona, mentre Qumran è diventato Qumram (pp. 134, 405). Erronea pure l’affermazione sulla data della scoperta di Qumran, che richiese parecchi anni, dal 1947 al 1956, e non avvenne solo nel 1948 come affermano gli autori (p. 405). E ancora: Laurentin, Debroise & Lavère scrivono che Gesù raccomanda ai discepoli di amare Sabea (p. 330), sulla quale grava il triste destino di essere profetessa: ma la raccomandazione è rivolta in realtà ai genitori della profetessa, sconvolti perché gli scribi, mentendo, hanno detto loro che Sabea è indemoniata e che lo stesso Gesù l’avrebbe riconosciuta tale.

Un errore più grave è quello riguardo alla tomba di San Pietro. Infatti gli autori scrivono (p. 311): “Nel 1939, su iniziativa di Pio XII, furono compiuti scavi sotto la basilica di San Pietro per localizzare la Tomba di Pietro. Sfociarono il 26 giugno 1968 nel riconoscimento ufficiale di Paolo VI delle ossa che vi erano state rinvenute. Lo scheletro è senza testa poiché questa è venerata dal sec. IX a San Giovanni in Laterano”. Dimostrano perciò di ignorare quanto scritto sull’argomento proprio da Maria Valtorta nei Quadernetti, pubblicati nel 2006: il Divino Maestro di lei contraddice in modo assoluto l’opinione ufficiale abbracciata dagli autori. In realtà la scoperta della tomba di San Pietro, nel disegno provvidenziale di Gesù che presiedeva alle rivelazioni valtortiane, doveva suggellare le rivelazioni stesse, attestandone ulteriormente la veridicità ed elargendo un premio alla Chiesa se questa avesse accettato il grande dono che andrebbe letto in ginocchio.

Ma lo scandalo dato dal clero in quasi ogni occasione, ingannando e tormentando la veggente paralizzata e in ristrettezze finanziarie, la cui unica consolazione era il Corpo di Cristo, negandole la Santa Comunione, disprezzando le parole rivelate e le visioni, ostacolandone la pubblicazione e tentando la Valtorta a negare l’origine divina dell’Opera (come del resto la tentava a fare anche satana) per poterla sfruttare commercialmente, rese impossibile la realizzazione del piano divino. Per castigo verso i chierici superbi, avari e iper-razionalisti, Gesù vietò alla Valtorta di rivelare il luogo della tomba del primo Papa, e lei, obbediente, tacque per sempre.

Anche non essendo disposti ad accettare questa ben diversa versione, che sicuramente comporta il rischio di cadere in disgrazia di fronte a certa gerarchia, si sarebbe dovuto almeno ricordarne l’esistenza.

EMILIO BIAGINI

 


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