Genova, 20 Novembre 2017 07.18





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI »

 

12
NOVEMBRE
2017
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che tratteggia con grande efficacia la caduta della grande civlità veneziana di antico regime:

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Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ANTONELLA SBUELZ, La fragilità del leone, Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2016.

Questo romanzo rappresenta uno splendido affresco del crollo di una civiltà, condotto in modo elegante che dimostra le alte capacità narrative dell’autrice. Le descrizioni della natura, oltre a rivelare una profonda conoscenza della botanica, sono di delicata eleganza, a tratti quasi dannunziana.

La trama è condotta lungo due linee parallele, che alla fine si ricongiungono in un lieto fine che non ha nulla di forzato, ma scaturisce dalla naturale bontà dei due protagonisti, il pittore tedesco Thomas e l’adolescente Nastasia, poverissima e maltrattata dal mondo, che cerca di guadagnare qualcosa da mangiare per sé e per la famiglia facendo il pericoloso mestiere di contrabbandiera di tabacco.

Il grande e pienamente riuscito affresco storico è visto sia dal lato dei privilegiati dell’antico regime sia da quello dei poveri. I privilegiati non sono in grado di far fronte all’esistenza. Il senatore Alvise, corrotto ed effeminato, si sottrae alle sue responsabilità e ai debiti simulando il proprio suicidio e scomparendo. Sua moglie, dopo aver sedotto Thomas, parte per un lungo e irresponsabile viaggio senza ritorno, abbandonando la figlia.

A sopravvivere riescono invece i poveri. Tutti i più teneri episodi li vedono protagonisti: il disperato tentativo di Nastasia di imparare a leggere contrastato con brutale violenza ma che raggiunge comunque il suo limitato scopo, il cagnetto ferito che viene curato e adottato da Thomas e Nastasia, i primi commoventi tentativi di Nastasia di abituarsi a camminare con le sue prime scarpe esercitandosi in bilico su un tronco.

I nuovi tempi si annunciano, fra l’altro, col rifiuto dell’idea dell’inferno, quando il parroco di una chiesa di campagna, di cui il pittore Thomas andava restaurando gli affreschi, gli chiede di eliminare le immagini appunto dell’inferno, ritenute non più consone alle “magnifiche sorti e progressive”, come se cancellare un’immagine bastasse a sopprimere la realtà: ecco il principio del relativismo che fa capolino, e che sarà una delle piaghe dei tempi nuovi.

Il tramonto di una società aristocratica stratificata in ruoli ben precisi conduce verso l’ingannevole orizzonte di una maggior libertà individuale, secondo la demagogica triade giacobina liberté, egalité, fraternité. Il romanzo, ambientato com’è negli ultimi anni del sec. XVIII, mostra l’inizio di questo processo. Non mostra, ma non è suo compito, l’esito di questo rivolgimento sociale: con la disintegrazione della società organica e dei corpi intermedi, l’uomo si ritroverà isolato e come nudo di fronte allo Stato giacobino, nuovo feticcio succhiatore di tasse e portatore di sempre più rigidi controlli, impedimenti, lacci e lacciuoli.

Colpisce la miseria spaventosa del popolo di Terraferma sotto Venezia, quale nell’altra Serenissima, quella di Genova, pur ristretta fra mari e monti e con solo qualche fazzoletto di terra coltivabile, era invece impensabile. Il Genovesato conobbe una simile miseria solo dopo la brutale annessione al Regno di Sardegna: 1834, 1849, 1853, sono le date delle tre insurrezioni genovesi contro gli usurpatori sabaudi, insurrezioni sempre represse con la massima brutalità, poi ignorate e travisate dalla successiva storia scritta dai vincitori; le prime due miravano all’indipendenza, l’ultima fu provocata semplicemente dalla fame, fatto inaudito: nei sette secoli della Serenissima Repubblica di Genova mai si era verificato alcunché di simile. Anche da ciò si vede come i tempi nuovi dell’individualismo giacobino e dello Stato centralizzato erano molto peggio della società organica abbattuta dalla Rivoluzione.

Ma non tutto è perduto. La salvezza viene dalla Grazia, dalla confessione dei peccati, dal matrimonio, dalla fondazione di una nuova e solida famiglia. Anche se l’asprezza dell’esistenza ha fatto quasi dimenticare le preghiere, l’anima rimane naturaliter christiana e si salva grazie all’amore. Il punto di svolta è quando Nastasia va a confessarsi e può quindi, rigenerata dal Sacramento, andare incontro alla nuova vita che le si apre.

Proprio quello che manca invece nella corrotta aristocrazia, la quale sprofonda nel fallimento morale e materiale. La bambina di nascita aristocratica, ma afflitta da un labbro leporino, abbandonata dagli irresponsabili genitori, si salva solo perché adottata da Thomas e Nastasia.

Piccola svista: come fa un fucile fabbricato nel 1777, a risalire all’anno ottavo della rivoluzione che invece sarebbe scoppiata dodici anni dopo? Ma è un errore insignificante che si potrà facilmente risolvere in una successiva edizione, sopprimendo i superflui riferimenti cronologici. Non bastava dire che si trattava di un bel fucile, moderno per l’epoca?

EMILIO BIAGINI

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