Genova, 12 Dicembre 2017 04.34





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI »

 

12
NOVEMBRE
2017
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima doppia Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che ricostruisce in modo stupendo la vicenda del grande conquistatore mongolo Gengis Khan.

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Segue una recensione del romanzo ad opera di Maria Antonietta Novara Biagini:

FRANCO FORTE, Gengis Khan, Edizioni Mondadori, Milano, 2014.

Siamo di fronte ad un capolavoro perfino più bello di Caligola. Tipica di questo autore è la capacità, ben presente in Caligola, di descrivere in modo efficace e accattivante la psicologia, lo sviluppo, il modo di vita di bambini e giovani, avvincendo l’interesse del lettore. Un’altra impressionante caratteristica di questo autore, anche questa notata in Caligola, sono le incursioni nel soprannaturale degli sciamani e di Gengis Khan stesso, stupende e di intensità quasi dantesca.

Già da giovanissimo, Temugin, che venne chiamato Gengis solo dopo la sua incoronazione a Khan supremo, dimostrò grande intelligenza. Durante un assedio ad una città riuscì ad introdurvisi, ne ammirò la bellezza e chiese a suo padre di non distruggerla, ma il genitore rispose che le città ostacolavano il libero spostamento delle greggi e la vita nomade dei mongoli e distrusse la città con un particolare tipo di fuoco greco che impiegava come combustibile grasso di cadaveri (il fuoco greco originario sembra invece che fosse alimentato da pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva). Viene qui esemplificato con efficacia uno dei tratti più significativi della storia mondiale: il contrasto fra agricoltura, città, vita stabile da una parte e il mondo nomade vivente di pastorizia e incursioni.

Notevole il modo con cui il geniale condottiero seppe trasformare un’orda di selvaggi in un corpo sociale e militare altamente organizzato, facendo loro conseguire una straordinaria efficienza militare. Se prima gli ordini si davano a voce, col rischio di grande confusione, egli organizzò un sistema di segnalazioni mediante bandiere colorate. Strutturò la cavalleria in unità di cento uomini (guran) che si muovevano all’unisono, in silenzio grazie alle segnalazioni con bandierine, terrorizzando il nemico proprio per questo loro silenzio, aprivano e chiudevano i ranghi secondo le necessità tattiche manovrando come un sol uomo e si potevano raggruppare in unità maggiori (tuman) di diecimila uomini, parimenti capaci di movimenti precisi. Istituì un servizio di corrieri, i corrieri-dardo per raccogliere il maggior numero di informazioni nel più breve tempo possibile. Acuto osservatore delle tecniche di altri popoli, adottò fra l’altro le potenti macchine da assedio dei cinesi dopo che ne ebbe conquistato il paese e, cosa ancor più importante, apprese la scrittura dagli uiguri ed imparò egli stesso a leggere e a scrivere, promulgando così una legislazione scritta (Jassa) per il suo impero e lasciando un’importante raccolta dei suoi saggi detti (Biliq), raccolti dal fedele guardasigilli uiguro Tata T’onga.

In religione tendeva alla tolleranza, mentre si faceva strada in lui la nozione di un dio unico a cui tutto è soggetto. Bello il senso della famiglia, l’affezione verso il padre e la madre, l’attaccamento alla propria terra, che gli fa rimpiangere sempre la yurta anche quando si trova nei luoghi più affascinanti. Volle essere sepolto nella sua terra e la corteo che trasportava il suo corpo uccideva tutti gli esseri viventi che incontrava, ma la maggior parte della gente non fuggiva: al contrario, si preparava in ginocchio sulla via della carovana, ritenendo un onore poter raggiungere un così grande capo nell’aldilà, tanta era la devozione che aveva suscitato.

Era poligamo, collezionava mogli da tutti i popoli sconfitti e giunse ad avere cinquecento concubine, ma la prima moglie Börte godeva dei massimi onori come consorte reale. Quando Gengis Khan morì, lei sola aveva diritto di avvicinarsi al feretro, ma pretese che la seconda moglie Ujsul, di cui era diventata amica inseparabile, vi si accostasse con lei.

La figura del condottiero che emerge dalle magistrali pagine di Franco Forte assurge a dimensioni epiche, dando luogo ad un romanzo di indimenticabile potenza.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

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