Genova, 19 Agosto 2017 01.54





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI »

 

27
GIUGNO
2017
Articolo letto 81 volte

 

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

 

I TRIGOTTI

 

-Figura_aquila

 

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questo interessante saggio, del quale condividiamo in pieno la tesi, sebbene in alcuni punti alquanto criticabile, a causa del suo laicismo e delle sue nostalgie illuministiche. Esso è comunque utile nello smascherare le vergognose calunnie e persecuzioni che colpiscono la Russia:

 

 

METTAN G. (2016) Russofobia, Roma, Sandro Teti Editore, trad. d. francese, ed. originale Russie-Occident, une guerre de mille ans. La russophobie de Charlemagne à la crise ukrainienne, Paris, Editions des Syrtes, 2015

 

Recens.G.Mettan-Russofobia copia 

 

Questo libro si articola in due linee distinte. La prima è quella giornalistica, documentatissima, che dimostra bene la profonda ingiustizia della russofobia e delle infami persecuzioni e provocazioni a cui la Russia viene assoggettata dai poteri forti della finanza usuraia e petrolifera. La seconda è quella storico-filosofica che è invece molto carente. L’autore avrebbe fatto bene a scrivere un libro più agile, tralasciando gli argomenti per il quale non è attrezzato. Così come ha fatto, pur avendo pienamente ragione, non ha reso un buon servizio alla causa della giustizia.

Molte le affermazioni discutibili. Il “discorso ostile sull’alterità russa è fondativo per un’identità occidentale mai raggiunta. L’Europa in crisi e divisa, ha bisogno del nemico russo per realizzare la sua unità.” (p. 26). Affermazione quanto meno bizzarra. La russofobia esisteva già molto prima che si parlasse di identità occidentale.

Gli Stati Uniti “condividono una frontiera con la Russia” (sic, p. 28). Ma quando mai? Mai sentito parlare dello Stretto di Bering? Geografia zoppicante.

Lirico, il Mettan si augura “Che la memoria dei 69 giornalisti uccisi nel 2014 e delle 17 vittime degli attentati contro Charlie Hebdo possa ricordarci che le minacce alla libertà di espressione non provengono sempre da un nemico esterno, ma scaturiscono anche dal profondo di noi stessi.” (p. 29). A parte che si tratta per lo più di vittime degli islamici, le maggiori minacce alla libertà di espressione vengono dalle ideologie abortista e omosessualista, non “dal profondo di noi stessi”, che è solo un’espressione retorica vuota di significato.

Altra divagazione retorica: “La russofobia, come tutte le cattive passioni, come l’antisemitismo e l’islamofobia (sic!), si insinua dappertutto; impregna gli animi fino ai loro ultimi recessi.” (p. 45). Che significa? E cos’è l’islamofobia? Con migliaia di cristiani perseguitati e massacrati dai musulmani, l’autore dimentica l’autentica piaga della cristianofobia. Quanto all’antisemitismo, oggi si corre il rischio di essere accusati ingiustamente di antisemitismo solo per aver detto che i banchieri usurai di Wall Street che strangolano l’economia e promuovono contraccezione, aborto e omosessualismo sono ebrei, mentre lo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto, di Israele insiste ad accusare di antisemitismo la Chiesa e Pio XII, che ha salvato dai nazisti 800.000 ebrei.

L’autore sottolinea il bisogno per la Russia di “ricostruire un’economia devastata dalle privatizzazioni” (p. 24), dato che “(…) nell’era El’cin (…) con la scusa della liberale ‘terapia shock’ ispirata dal Fmi e dalla Banca mondiale, gli oligarchi fecero man bassa delle sue ricchezze“. (p. 41). Ma l’economia non era già devastata dal comunismo? Il regime comunista non aveva forse imposto un’industrializzazione al servizio esclusivo della potenza militare, trascurando la produzione di beni di consumo e rovinando l’agricoltura? Le privatizzazioni selvagge al massimo avranno dato il colpo di grazia, con i gerarchi del partito che si appropriavano di pezzi dell’economia: il comunismo anche di questo è responsabile, perché soltanto i grandi gerarchi erano in grado di trarre profitto dalla situazione, trasformandosi in oligarchi.

Ma il Mettan tenta di attenuare le responsabilità di quel regime. Sostiene infatti “che sia stata la Grande guerra a provocare le sregolatezze inaudite che portarono alla Germania nazista e al suo codice morale di distruzione delle razze inferiori, e che sia stata questa guerra – molto più che la natura stessa del comunismo – a permettere gli eccessi, le purghe e il gulag successivi alla Rivoluzione del 1917. Spazzato via dal gas e dalla guerra a oltranza il vecchio codice morale bellico che prevedeva il rispetto dei vinti e dei civili, il fallimento della civiltà avrebbe dunque avuto origine a partire dal 1914 nelle trincee di Verdun e non negli scossoni successivi della Rivoluzione russa come pretendono gli storici anticomunisti e antirussi.” (pp. 367-368).

Ma le due interpretazioni non si escludono a vicenda; abbiamo due barbarie: quella della guerra e quella comunista. E poi quali “eccessi” seguiti alla Rivoluzione d’Ottobre? Una rivoluzione non genera eccessi; è un eccesso essa stessa. Se non si capisce questo, si finisce nella banalità secondo cui “l’idea era buona ma è stata applicata male”. Piuttosto bisogna rimarcare, a rimprovero dell’Occidente, che il marxismo, il socialismo, il comunismo, sono nati in Occidente, in Germania, che i padroni del mondo della finanza usuraia e criminale di Wall Street foraggiarono Trockij (ancora peggiore di Stalin perché fautore di un comunismo integrale che non avrebbe neppure permesso i piccoli appezzamenti privati che tennero in vita l’agricoltura sovietica boccheggiante) e poi sostennero l’URSS di Stalin. La stessa Rivoluzione d’Ottobre non fu che il risultato di un’operazione dello spionaggio tedesco.

Sorprende il fatto che Mettan abbia trascurato di rilevare questo punto che scagiona ampiamente i russi, vittime in questo caso di una follia tutta occidentale, ma forse si spiega col fatto che lo stesso Mettan è piuttosto tenero col marxismo, non perché sia apertamente marxista, ma perché ammiratore dei mitici “Lumi”, e quindi della Rivoluzione francese, antesignana dell’atrocità comunista.

Egli infatti si interroga: “Il problema è di ordine più globale e filosofico. Cos’è accaduto a noi eredi dei Lumi, perché rinunciassimo completamente allo spirito critico e all’esercizio della ragione quando esaminiamo le vicende russe?” (p. 110). “Includere, reincludere a un livello paritario la Russia in Europa; non è forse questo il vero senso dei valori che i fermenti illuministici francesi e inglesi avevano proclamato nel XVIII secolo, prima che le ambizioni imperialiste e la volontà di dominio li traviassero?” (p. 382).

Ma è proprio lì l’errore, proprio nei Lumi dell’Illuminismo che non hanno mai illuminato niente, che hanno solo distrutto il tesoro della ragione e della Fede. C’era ben poco da traviare, perché al di là delle chiacchiere buoniste che chiunque è capace di blaterare, il materialismo illuminista ha prodotto solo aggressioni e imperialismo. Se oggi agli occidentali fa comodo distruggere la Russia per saccheggiarne le immense ricchezze, questo è conseguenza proprio dell’Illuminismo, che odiava la Fede e la morale (è anche l’epoca di De Sade, fra l’altro). È colpa dell’Illuminismo che ha coperto di fango la Chiesa cattolica (creatrice della scienza, delle università, degli ospedali), che ha generato il falso razionalismo, la falsa scienza al servizio del potere, i carnai della Rivoluzione francese, del marxismo, dell’imperialismo inglese e americano. Infinitamente più saggio, il grande poeta Giovanni Meli (Palermo, 1740-1815), sentenziò contro l’Illuminismo, purtroppo inascoltato:

Pri nui stu seculu,

ch’è sedicenti

luminusissimu,

nun luci nenti.

Di voli altissimi

sarrà capaci;

ma unn’è giustizia?

unn’è la paci?

Unni si trovanu

virtù e costumi?

dunca a chi servinu

sti tanti lumi?

Cu l’oru sbuccanu

da un novu munnu

li guai, chi abbundanu

cchiù chi nun sunnu.

La genti a st’idolu

stendi li manu,

e anchi offri vittimi

di sangu umanu.

Virtuti e meriti

sagrificati

sunnu a sta barbara

divinitati.

La ricostruzione storica del Mettan è infiorettata di errori, specie per la parte medievale. L’autore, infatti fa risalire la russofobia, o almeno i suoi prodromi, al conflitto tra Bisanzio e l’Impero carolingio, e data la scissione religiosa tra Roma e Costantinopoli a 12 secoli fa, mentre si consumò meno di 10 secoli fa, nel 1054.

Altri errori: Bisanzio sarebbe stata portatrice del cirillico: niente affatto, era portatrice del glagolitico, il cirillico è uno sviluppo slavo successivo: “l’alfabeto degli Slavi ortodossi”, come correttamente lo definisce la Treccani.

L’autore confonde teologia e ideologia, minimizzando la disputa del Filioque, e questo dimostra solo superficialità laicista di stampo calvinista. Con l’aggiunta del Filioque nel Credo, la Chiesa non fece che attingere alla Sacra Tradizione (è lo scambio di amore tra il Padre e il Figlio a generare lo Spirito Santo), e il patriarcato costantinopolitano si impuntò, per motivi puramente politici, contro tale Tradizione di cui è unica custode la Chiesa di Roma.

Ancora: sarebbero state le crociate e la conquista di Costantinopoli da parte dei latini nel 1204 a infliggere un colpo fatale a Bisanzio. Qui l’autore dimentica due fatti fondamentali: 1) senza le atrocità bizantine contro i mercanti italiani (mogli incinte sbudellate e simili piacevolezze) non si sarebbe mai arrivati all’attacco crociato; 2) la vera causa del crollo bizantino risale ben più addietro, al 1071, con la battaglia perduta di Manzikert che regalò ai turchi dapprima l’Anatolia interna e successivamente l’intera penisola, ed aprì loro la conquista della stessa Costantinopoli e dei Balcani. Non solo, ma il disastro di Manzikert segue tanto da vicino lo scisma da far pensare a un vero atto di giustizia divina, tanto più che il disastro divenne irreversibile per le lotte intestine degli stessi bizantini: la potente famiglia Ducas, che aspirava al trono, indebolì l’esercito trattenendo le riserve nel momento cruciale dello scontro; l’imperatore Romano IV Diogene, sconfitto, venne catturato dal condottiero selgiuchide Alp Arslan ma trattato con ogni riguardo e con l’assicurazione che il territorio bizantino non sarebbe stato invaso; ma quando Romano, liberato una settimana dopo dai turchi, tornò dai suoi, venne trattato come un nemico dai Ducas, accecato e torturato a morte. Poiché i turchi, come tutti i popoli tribali, riconoscevano solo trattati personali e non fra Stati, si ritennero liberi dall’impegno di non invadere il territorio bizantino e dilagarono in Anatolia, minando così il punto di forza dei bizantini, perché lì si reclutava la potente cavalleria catafratta che era il nerbo degli eserciti bizantini. A quel punto il disastro era inevitabile, e la spedizione punitiva dei crociati contro la città colpevole del massacro degli italiani non fece che accelerarlo.

Pasticciatissima poi la storia del canto gregoriano, argomento sul quale l’autore ha idee quanto mai nebulose, e che comunque non c’entra nulla con l’argomento del libro.

Ma la perla più bella è questa: “Il titolo di zar, contrazione della parola Caesar, segna la sua rivendicazione di una doppia filiazione al contempo bizantina e mongola per la consonanza delle due lingue” (p. 142): così apprendiamo con somma meraviglia che il nome “Caesar” sarebbe di derivazione greco-mongola; pensare che nella nostra ingenuità credevamo che fosse un nome latino, mentre il sovrano a Costantinopoli era chiamato “Basileus” e sotto le yurte mongole il capo si chiamava “Khan”; dov’è la consonanza con Caesar?

Nel suo esagitato anticlericalismo, l’autore se la prende con la profezia di Fatima (p. 147) e con i missionari cattolici che sarebbero stati mandati a convertire i popoli, non rischiando il martirio e difendendo gli indigeni come avvenne in realtà, ma “spesso a suon di fucilate” (sic, p. 149).

Altra affermazione estremamente azzardata è che “senza Bisanzio nessun Rinascimento italiano” (p. 151): a parte il fatto che il principale contributo degli esuli bizantini all’Italia fu quello di filosofastri che vi introdussero il veleno della gnosi, le opere letterarie antiche erano state salvate soprattutto dai copisti dei monasteri, in primis da quelli irlandesi. E certo gli italiani non avevano bisogno di questi esuli per costruire splendide chiese e palazzi, né per dipingere e scolpire capolavori. La delirante esaltazione di Bisanzio giunge al punto di affermare che “Bisanzio ha in effetti superato Roma di mille anni, e per giunta disponendo di molti meno mezzi, visto che si è sempre trovata in prima fila di fronte alle invasioni barbare, persiane, arabe e turche.” (p. 153): i persiani sarebbero “barbari”? e in che cosa Bisanzio avrebbe superato Roma?

Non si capisce come ad uno studioso come al professor Franco Cardini siano sfuggiti simili errori ed esagerazioni nel testo del quale ha scritto l’introduzione, ma che forse non ha letto con sufficiente attenzione.

Un po’ meglio se la cava l’autore quando cerca di tracciare la storia della russofobia in epoche più recenti, presso i francesi, i tedeschi, gli inglesi e gli americani. Egli collega la storia di tale atteggiamento, in particolare presso i francesi, a quello che chiama “il mito del dispotismo orientale”. Ma dalla sua trattazione, come dall’estesa bibliografia, sono del tutto assenti i testi fondamentali sull’argomento, ossia il Bernier, lo Heichelheim e il Wittfogel. In realtà il dispotismo orientale è un fatto ben documentato, in India (dove per primo lo descrisse il Bernier, medico di corte del Gran Moghul), in Cina, nel mondo arabo, in Africa e nella stessa Russia. Nel suo discorso estremamente sbilanciato, l’autore liquida l’idea del dispotismo orientale come un “mito”, che non dovrebbe dunque applicarsi alla Russia, perché nella sua mente il modello insuperabile è quello anticristiano e ateo scaturito dalla “riforma” protestante, dai Lumi, dagli “immortali principi” della Rivoluzione francese, dal marxismo, che egli cita con la massima approvazione, fino a spingersi a sostenere che i crimini dei dittatori come Mao e Pol Pot sarebbero dovuti a “distorsioni dell’ideologia comunista” (sic, p. 254) e non all’intrinseca natura criminale del comunismo.

Non c’è nessun bisogno di negare il dispotismo orientale per esaltare la Russia. Anche sotto il dispotismo orientale non si sta affatto peggio che nella tanto esaltata democrazia occidentale, che di democratico ha ben poco, dato che le decisioni vengono prese a porte chiuse da gruppi ristrettissimi di speculatori finanziari multimiliardari capaci di comprarsi qualunque parlamento e di manipolare a piacimento l’opinione pubblica. Dov’è quindi la “superiorità” della “democrazia” sul dispotismo orientale? Meglio il Gran Moghul, meglio l’imperatore della Cina, meglio lo zar, piuttosto che George Soros e la sua ghenga.

I francesi oscillarono fra il totale disprezzo verso la Russia e un’attenzione più benevola impregnata delle solite idee illuministiche in base alle quali si attribuiva alla Russia di Pietro il Grande e dei suoi successori una spinta al “progresso”. Ma il “progresso” non è che un concetto fasullo generato dallo stesso Illuminismo. Il filosofo Diderot si recò a San Pietroburgo, attratto da questo vacillante sogno progressista, ma l’autore dimentica che dovette fuggire di là con vergogna. Peccato, perché la storia è divertente e significativa.

Diderot, uno dei blateronti atei scaturiti dai fuochi fatui dell’Illuminismo, invitato alla corte di Caterina di Russia a San Pietroburgo, passava i suoi ozi a spargere l’ateismo tra i cortigiani. La zarina invitò allora il grande matematico Leonardo Eulero a porre fine alla pagliacciata. Sapendo che Diderot non capiva un’acca di matematica, gli si fece sapere che un insigne matematico possedeva la prova algebrica dell’esistenza di Dio e gliela avrebbe esposta se avesse desiderato ascoltarla. Diderot assentì con piacere. Eulero avanzò solennemente e, con l’aria di parlare sul serio enunciò: “Signore, a+b alla n, fratto n, uguale a x; dunque Dio esiste: rispondete”. Del tutto confuso, e fra le risate generali della corte, il grande illuminato filosofo, dovette chiedere alla sovrana il permesso di lasciare la Russia. Chissà perché, i laicisti preferiscono ignorare questo interessante episodio? Esso sottolinea una (per loro) scomoda realtà: gli scienziati, soprattutto quelli più grandi, erano e sono credenti, perché nella perfezione e nell’ordine matematico della natura leggono l’impronta della mente divina, mentre i cosiddetti “filosofi” illuministi e razionalisti non fanno che ululare alla luna le loro arroganti farneticazioni atee.

Se la russofobia francese era alimentata da un ingiustificabile senso di superiorità e da fisime intellettualoidi, quella inglese era invece saldamente fondata sugli isterismi imperialistici di una nazione convinta di dover dominare il mondo per vocazione divina, a somiglianza di Roma. Solo che il dominio di Roma aveva, sia pure inconsciamente, la vocazione universale di facilitare la diffusione della Fede cristiana, mentre l’Inghilterra non faceva che scimmiottare Roma, diffondendo lo scisma e l’eresia. Caduto l’impero inglese, ne doveva prendere il posto quello americano, ancor più corrotto e malvagio, dietro un’ipocrita nebbia propagandistica di “libertà” e “democrazia”.

Gli inglesi prima (invasione iniziale nel 1839, che diede la stura a tutta una serie di catastrofi) e peggio ancora gli americani poi, vennero a capo di rovinare l’Afghanistan, che da paese tranquillo e civile fu spinto a trasformarsi in un covo di estremisti, dopo essere stato maltrattato e ingiustamente umiliato in ogni modo, come dimostra William Dalrymple nel fondamentale studio Return of a king. E dietro tutto questo, che gli inglesi cinicamente chiamavano “il grande gioco” (il quale avrà la sua celebrazione letteraria nel romanzo Kim di Rudyard Kipling), stava la paura che la Russia infrangesse il predominio britannico in India e nel Mediterraneo. Che c’entrava poi l’Inghilterra col Mediterraneo e con l’India? Chi le dava il diritto di spadroneggiare in casa d’altri?

Niente di nuovo, del resto: già alle soglie del Trecento, il Sommo Poeta pronunciava la sua condanna (Paradiso, XIX, 121-123):“Lì si vedrà la superbia ch’asseta, / 
che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
 / sì che non può soffrir dentro a sua meta.” (in italiano moderno: “si vedrà la superbia che asseta e rende pazzo lo scozzese e l’inglese, così che non sopporta di starsene entro i suoi confini”).

Già subito dopo la sconfitta napoleonica, alla quale i russi avevano eroicamente contribuito in modo decisivo, i circoli imperialisti britannici cominciarono a guardare con sospetto alla Russia. L’opinione pubblica britannica venne quindi intensamente manipolata agitando lo spettro della “minaccia” russa. Ogni movimento della Russia divenne sospetto, anche se le sue direttrici di espansione non toccavano affatto le sfere d’interesse britanniche, per cui Londra impedì ai russi di intervenire a difesa delle popolazioni ortodosse oppresse dai turchi, fino a scatenare l’insensata guerra di Crimea (1854-55), una guerra che servì anche ad avvicinare l’ambizioso regime dei Savoia all’Impero britannico e preparò la strada all’aggressione “risorgimentale” all’Italia. La quale, da paese tranquillo, ordinato, credente, con una bassa tassazione e nessuna spinta ad emigrare, si trasformò in nel permanente disastro che tutti conosciamo. Ci sarebbe da scrivere un intero volume dal titolo Italofobia, che risvegli i poveri inglesi che stanno lì con gli occhioni innocenti spalancati a domandarsi il perché dei guai dell’Italia, e non si accorgono di averli provocati loro.

Naturalmente “gli inglesi non si fecero problemi a far avanzare le proprie pedine nel Mediterraneo; sull’onda della Prima guerra mondiale finirono per occupare Cipro.” (p. 219). “A ogni modo avevano trovato soddisfazione grazie e Bismarck, grande organizzatore del Congresso di Berlino che nel 1878 mise fine alla guerra russo-turca obbligando i russi, ancora una volta, a cedere le loro conquiste. Con il desiderio di conciliarsi le grazie degli inglesi e degli austriaci dopo la guerra condotta contro la Francia e dopo la creazione dell’Impero tedesco nel 1870, il cancelliere di ferro aveva deciso di cambiare schieramento e di tradire la Russia.” (ibid.).

Lo stesso mito di Dracula, oggetto del famoso romanzo dell’anglo-irlandese Bram Stoker (1897), servì ad infangare la Russia. “Innumerevoli studi dedicati al romanzo di Stoker mostrano (…) che l’autore si ispirò ampiamente all’attualità e ai pregiudizi del suo tempo e che egli farcì il suo romanzo di allusioni ai russi e alla Russia, e che Vlad l’impalatore, il principe valacco preso a modello, servì solo come semplice pretesto. (…) Numerosissimi sono i dettagli, dalla scelta del luogo della storia, della collocazione del castello del conte, delle diverse peripezie che impreziosiscono il romanzo fino agli anagrammi di nomi russi che rendono il testo esplicito.” (p. 221).

“Fra il 1941 e il 1945 Stati Uniti e Unione Sovietica avevano lottato insieme contro un temibile nemico comune, la Germania nazista. A guerra conclusa, gli Stati Uniti non erano minacciati né nella loro sicurezza né nei loro interessi vitali, possedevano la bomba atomica quando l’Urss ancora non l’aveva; erano usciti dalla guerra più ricchi che mai mentre l’Unione Sovietica era stata devastata. E tuttavia bastarono pochi mesi perché nuovamente un impero anglosassone ingaggiasse una battaglia senza quartiere contro l’alleato russo e si lanciasse in una guerra di propaganda che 70 anni dopo non si è ancora esaurita. – Fenomeno tanto più curioso se si considera che né nel 1815 né nel 1945 la Russia aveva conquistato nuovi territori. Le conquiste successive alla vittoria e le rispettive zone di influenza erano state oggetto di lunghe trattative durante il Congresso di Vienna nel 1815, e a Teheran, Yalta e Potsdam tra il 1943 e il 1945. Nei due casi la Russia si era attenuta scrupolosamente ai trattati. Come spiegare questo inasprimento del sentimento antirusso a un secolo e mezzo di distanza? – (…) la russofobia inglese e americana è stata in primo luogo generata dalle ambizioni imperiali di questi due paesi, dal loro irreprimibile desiderio di dominare il mondo. Entrambe hanno cercato – e una di esse tuttora cerca – di imporre la propria supremazia con ogni mezzo (…).” (pp. 225-226).

Giustamente rileva l’ex ministro e saggista libanese George Corm, citato dall’autore: “Il fatto che l’Inghilterra, posta a Nord dell’Europa, sia riuscita a dominare il Mediterraneo, l’oceano Atlantico e l’oceano Indiano non crea alcun problema nella maggior parte dei manuali di storia, ma il fatto che la Russia zarista o bolscevica, le cui frontiere sono poste a pochissima distanza dal Mediterraneo, abbia voluto ottenervi un accesso è sempre stato denunciato come una forma perversa di imperialismo slavo o bolscevico. Oggi il fatto che gli Stati Uniti, posti a 15.000 km dal Medio Oriente, vi dettino legge e occupino l’Iraq non crea scandalo, ma il fatto che l’Iran o la Siria, potenze regionali importanti, vogliano esercitare una propria influenza ed essere ascoltate, questo è considerato come un atto ostile e ci spinge sull’orlo della guerra.” (p. 227).

La russofobia tedesca nasce dalla frenesia espansionista che raggiunse livelli mostruosi con il Drang nach Osten nazista. Anche prima del nazismo, del resto, l’immagine dei russi presso i tedeschi era di “sottouomini”, da sottomettere, sterminare e sostituire con l’Herrenvolk. Piano sanguinosamente fallito, per somma fortuna, ma è tuttora ben attiva la russofobia americana, infinitamente più astuta, che non mira alla banale acquisizione di territori, ma al controllo e allo sfruttamento indiretti attraverso Quisling locali, teste di legno elette con la manipolazione dell’opinione pubblica e i brogli o, al limite, non eletti da nessuno, dopo che i bombardieri, i droni, i sicari, hanno tolto di mezzo ogni ostacolo. Basti pensare all’assassinio, nel 1962, di Enrico Mattei, il fondatore della compagnia petrolifera nazionale ENI, che disturbava i finanzieri usurai e petrolieri: infatti anche il caso dell’Italia, conquistata dai “liberatori”, è un esempio da manuale di quell’imperialismo americano che ha preso il posto di quello inglese, e perseguita la Russia e chiunque si opponga alle sue mire espansionistiche.

Sotto questo aspetto la diagnosi dell’autore è pienamente condivisibile. “La russofobia americana inizia lì dove finisce quella francese, inglese e tedesca. È una sintesi dinamica della russofobia democratico-liberale francese e delle russofobie imperialiste inglese e tedesca. Dalla Francia prende in prestito la filosofia e i princìpi: libertà e diritti dell’uomo. Dagli inglesi attinge gli obiettivi – il dominio dei mari e degli accessi ai principali mercati continentali – nonché la strategia – la supremazia militare grazie a un budget per la difesa che supera tutti gli altri messi insieme – e il controllo della comunicazione attraverso una mobilitazione permanente delle risorse del soft power. Quanto ai tedeschi, essi forniscono la cassetta degli attrezzi – le tecniche di propaganda – sia il motivo ideologico – la lotta contro un avversario ideale: il bolscevismo sovietico. Storicamente la russofobia americana appare solo dopo il 1945 (…) L’esplodere della russofobia americana ha seguito un percorso molto simile a quello della russofobia inglese. Essa è apparsa in circostanze analoghe: stessa alleanza contro un nemico comune, la Francia di Napoleone e poi la Germania di Hitler, si trasformò in lotta fratricida non appena conseguita la vittoria. Come nel caso della Gran Bretagna nel 1815, anche gli Stati Uniti si rivoltarono contro la Russia in maniera improvvisa e violenta. I due Paesi si trovavano in effetti in una situazione simile: vittoriosi, ma fiancheggiati da un alleato che, a causa della sua massa e della sua potenza, era divenuto da un giorno all’altro tanto ingombrante che si rese necessario combatterlo o, come minimo, contenerlo.” (pp. 272-273).

“Dato che gli Stati Uniti forniscono il loro sostegno all’organizzazione di colpi di stato e all’instaurazione di dittature militari conservatrici nella maggior parte dei territori che controllano – regimi militari in America Latina, monarchie nel golfo Persico e in Iran, altre dittature in Asia – accade che la parola “dittatura” venga poco alla volta bandita per essere rimpiazzata dalla parola “totalitarismo”, la quale meglio permette di distinguere i regimi amici dai regimi socialisti da combattere” (p. 281).

“Alla caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991, i difensori della libertà, da quarant’anni abituati a combattere il totalitarismo comunista, avevano (…) pensato che la loro missione fosse conclusa e che potessero lasciare che la Russia, divenuta democratica, si ricostruisse in pace. (…) I più onesti di loro si sarebbero presto ricreduti. Non si stava infatti tenendo conto delle rivalità geopolitiche e delle aspirazioni alla supremazia mondiale dei falchi americani.” (pp. 286-287).

Zbigniew Brzezinski, di origine polacca, molto vicino agli ambienti nazionalisti baltici antirussi, ex consigliere per la sicurezza nazionale sotto Jimmy Carter, ex democratico passato ai repubblicani per tornare ai democratici con Obama, si inserisce nella più autentica tradizione geo-imperialista di Mahan, Mackinder e Spykeman, in totale contraddizione con coloro che, essendo caduta l’Unione Sovietica, ritenevano concluso il conflitto antirusso. “Nel 1997 pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 (La vera scelta), per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese. (…) Le sue tesi sono svergognatamente imperialistiche. Scrive che ‘L’Eurasia resta la scacchiera sulla quale si svolge la lotta per il primato mondiale (…) l’obiettivo di questo libro è di riformulare una politica geostrategica sul continente eurasiatico coerente per l’America’.” (p. 288).

Per portare a compimento questo programma militarista, Brzezinski suggerisce senza mezzi termini di frammentare la Russia. “‘Una Russia decentralizzata avrebbe meno mire imperialiste. Una confederazione russa più aperta, idealmente formata da una Russia europea, una repubblica di Siberia e una repubblica di estremo Oriente, stabilirebbe più facilmente rapporti economici stretti con l’Europa, con i nuovi Stati dell’Asia Centrale e con l’Oriente, il che accelererebbe anche il suo proprio sviluppo’. Ciascuna di queste tre entità consentirebbe inoltre un più idoneo sfruttamento del potenziale creativo locale, soffocato per secoli dalla pesante burocrazia di Mosca.’ Cosa direbbero gli americani se si proponesse loro di frammentare gli Stati Uniti in tre nuovi stati, uno atlantico, uno ispanico e uno pacifico, al fine di meglio sviluppare il potenziale creativo di ciascuno? I profeti della fine degli imperi classici e i teorici del potere immateriale (…), così pronti a far notare che la Russia ‘si riallaccia alle tradizioni superate dell’imperialismo’ quando cerca di proteggere le minoranze russe calpestate dai nuovi Stati indipendenti, dovrebbero chiedersi anche se, invadendo l’Afghanistan e l’Iraq e bombardando la Libia e la Siria, le forze della Nato abbiano davvero cestinato nella spazzatura della storia il concetto militare del potere.” (pp. 290-291).

La Russia inoltre dovrebbe piegarsi al soft power, ossia alla propaganda (esaltazione del modello americano, della democrazia pluralista, del liberalismo economico), che viene massicciamente impiegata a fianco del potere militare. “Lo studioso e politico francese Sami Naïr propone in questo senso un’analisi dei mutamenti mondiali ‘a partire da una visione più radicale: benché mai il potere dell’America sia stato così grande, non è questo che definisce l’originalità del nostro mondo, ma piuttosto la formazione su scala planetaria di un vasto impero commerciale, con una propria dinamica. Esso tende a conformare ovunque dei sistemi politici, culturali, sociali, nonché dei discorsi di legittimazione della propria potenza per assicurare la sola trasformazione radicale che esso porta: l’estensione illimitate del potere delle merci sulle persone’. (…) – Dopo la letteratura, come si è visto con Rudyard Kipling e Bram Stoker ai tempi dell’imperialismo britannico, il cinema costituisce oggi uno dei principali vettori del soft power americano. Ma non è affatto l’unico. I think tank, i circoli di riflessione e gli esperti, che proliferano senza sosta attraverso ogni specie di fondazione dal nome roboante, forniscono la materia prima che alimenta i media tramite commenti, analisi gratuite e interviste sugli argomenti caldi del momento. Allo stesso modo le Ong sono sorte una dopo l’altra e costituiscono ormai il grosso degli effettivi di una società civile che si è slanciata alla conquista dello spazio mediatico, delle aule dell’Onu nonché di altre organizzazioni internazionali multilaterali quali il Consiglio di sicurezza a New York e il Consiglio dei diritti dell’uomo a Ginevra. – Questa società civile, da quando Kofi Annan le ha generosamente dato accesso all’Onu, ha un nome che ben le si addice: si tratta del braccio armato degli Usa, poiché queste organizzazioni sono il più delle volte dirette da americani e finanziate da governi occidentali attraverso una rete molto torbida di fondazioni private, tra le quali la Open Society Foundation del miliardario ebreo magiaro-americano George Soros è una delle più conosciute.” (pp. 295-296).

“Gli attori della lobby antirussa negli Stati Uniti sono in effetti numerosi, variegati e potenti, mentre la lobby filorussa è quasi inesistente malgrado il milione di russi emigrati negli Stati Uniti. Andrej Cygankov li classifica in tre categorie.

“(1) I falchi militari vogliono fare degli Stati Uniti la potenza egemone o il centro imperiale del mondo e ridurre la Russia a uno stato suddito. I centri di aggregazione sono il Wall Street Journal, l’Eurasia Daily Monitor, il Center for Strategic and International Studies, la fondazioni Jamestown e Heritage, l’Hudson Institute e la Brookings Institution. Essi non hanno mai cessato di denunciare le ‘ambizioni imperialiste’, il ‘ricatto energetico’ e la ‘selvaggia ferocia’ dei russi.

“(2) I falchi liberali hanno colonizzato le pagine del New York Times e del Washington Post. Sono aggressivi nei confronti della Russia quanto il primo gruppo. Ma, spesso di origine democratica, essi differiscono dai primi su alcune questioni di politica interna statunitense. Sono attivi nel Carnegie Endowment for International Peace, nella Freedom House, nel National Center for Democracy, nel National Democratic Institute, nella Fondazione Soros o nel German Marshall Fund. Alcuni erano persino in stretti contatti con il Project for a New American Century, fortemente reazionario, animato da Robert Kagan, da William Kristol, dal senatore John McCain e dall’ex direttore della Cia James Woolsey. Altre personalità come Madeleine Albright, Richard Holbrooke, Larry Diamond, Stephen Sestanovich o l’attuale vicepresidente Joe Biden [al tempo della pubblicazione del libro, vicepresidente degli Stati Uniti sotto l'amministrazione Obama dal 2009 al 2017] sono più conosciuti in Europa. Più a loro agio con le parole che con le armi, gli ambienti liberali antirussi hanno anzitutto mobilitato le risorse del soft power contro Mosca finanziando in particolare le numerose Ong create per l’occasione e concepite per suscitare rivoluzioni arancioni, come quelle riuscite in Ucraina nel 2004 e nel 2014, in Georgia nel 2004, nel Kirghizistan nel 2005.” (p. 297).

“3) il gruppo dei nazionalisti esteuropei appoggia soprattutto i nazionalismi polacco e baltico contro la Russia. Si possono così vedere Madeleine Albright schierarsi a fianco dei cechi, Paul Goble prendere le parti dei baltici, Tom Lantos e George Soros quelle degli ungheresi, Paul Dobrianski e di nuovo George Soros pronunciarsi a favore degli ucraini occidentali, Zbigniew Brzezinski e Richard Pipes con i polacchi e Stephen Sestanovich contro i serbi. I rappresentanti di questo gruppo sono responsabili dell’organizzazione della Captive Nations Week (Settimana delle nazioni prigioniere) che commemora a Washington, ogni anno nel mese di luglio, il ‘milione di persone incatenate dalla Russia comunista’ partecipando anche all’elaborazione di un ostracismo della memoria contro la Russia. – Dotata di una forza d’urto davvero notevole, la lobby americana antirussa può fare affidamento su una fittissima rete di esperti accademici e di universitari in tutta Europa. Nel paesi dell’Europa dell’Est, in particolare, molti ricercatori hanno beneficiato di borse di studio nelle università americane e sono rientrati nei propri paesi per fondare degli istituti e dei centri di studio che costituiscono altrettanti snodi della rete. Fluenti in inglese, essi vengono regolarmente invitati nelle università, alle conferenze internazionali e pubblicano sui giornali più importanti grazie alla loro affiliazione alla rete Project Syndicate di George Soros, che traduce e fa circolare i loro articoli in tutte le lingue europee.” (p. 298).

“L’arresto dell’oligarca Michail Chodorkovskij proprio quando costui si apprestava a vendere una quota maggioritaria delle azioni della sua società petrolifera Yukos alla società texana Exxon Mobil scatenò definitivamente la rabbia della lobby antirussa, storicamente vicina agli interessi petroliferi americani.” (p. 300).

L’autore, in quanto esperto giornalista, non ha difficoltà a spiegare le finezze della malafede americana nell’infangare la Russia.

“La tecnica più semplice per screditare la Russia si basa sulla scelta delle parole. Nella copertura del conflitto ucraino, parlare di ‘ribelli separatisti del Donbass’ non ha affatto lo stesso significato che parlare di ‘resistenza antiucraina’. Allo stesso modo ‘annessione della Crimea da parte della Russia’ non ha certo la stessa connotazione del ‘ritorno della Crimea nel grembo della madre patria russa’. Si tratta tuttavia degli stessi uomini e della stessa realtà. Non è indifferente parlare della ‘autoproclamata Repubblica’ di Doneck e del ‘governo legittimo di Kiev’, di ‘terroristi armati dai russi’ in opposizione ai ‘soldati dell’esercito regolare ucraino’. Stessa cosa per il ‘presidente Porošenko’ di fronte all’‘autocrate Putin’. E che dire delle vittime che sono sempre ‘ucraine’ e degli aggressori che sono sempre ‘russi’ o ‘filorussi’, come se, attraverso una sorta di illusione surrealista, tutte le granate lanciate durante la guerra provenissero dal campo filorusso e cadessero su povere vittime ucraine.” (p, 318).

“I media tracciano senza pietà, e a ragione, il denaro dei politici, ma le Ong non sono mai rimesse in causa per quanto riguarda le scelte dei loro obiettivi e le fonti dei loro finanziamenti. Ora, la maggior parte di quelle che combattono per i diritti dell’uomo o per la libertà di espressione sono finanziate da organismi privati o pubblici occidentali con interessi ben marcati. Il che spiega perché esse mantengano così spesso un’elegante discrezione nei confronti degli ‘amici’ e degli alleati, mostrandosi invece molto vendicative nei confronti di governi giudicati ostili (…)” (p. 324).

Quando i falchi americani della Brookings Institution, a inizio febbraio 2015, si sono mossi per promuovere la vendita di armi americane all’Ucraina, “nessun giornale si è chiesto chi fossero questi ‘esperti’, quali fossero i loro interessi implicati e perché avessero pubblicato il loro rapporto proprio in quel momento, quando l’offensiva ucraina contro i separatisti volgeva verso la sconfitta dopo la distruzione dell’aeroporto di Doneck. Questa iniziativa non era forse legata alla pubblicazione, qualche giorno prima, di una presa di posizione nella grande stampa internazionale, cofirmata da George Soros e Bernard Henri Lévy, facente appello al salvataggio della nuova Ucraina e a un incrementato sforzo finanziario da parte dell’Unione europea per sostenere il nuovo governo di Kiev, dato che ‘i riformatori filo europei hanno disperatamente bisogno di un aiuto finanziario per sopravvivere agli assalti dei russi.’ (…) Non ci deve dunque stupire se la protesta della madre di un soldato russo riceve un’attenzione enorme, a tal punto che si potrà ascoltare la sua intervista su tutte le emittenti radio e televisive occidentali, mentre le madri dei soldati ucraini che protestano contro le autorità di Kiev non saranno mai intervistate.” (p. 325).

“Tutti coloro che hanno seguito lo svolgimento degli eventi saranno rimasti colpiti dalla consuetudine presa dai grandi media antirussi di datare il conflitto ucraino a marzo 2014, cioè al momento in cui l’‘annessione della Crimea’, come essi la chiamano, ebbe luogo. Le manifestazioni di Maidan sono quasi scomparse nella questione della datazione della crisi, per la semplice ragione che far risalire la crisi della Crimea e del Donbass al mese di febbraio costringerebbe a ricordare che il nuovo governo di Kiev era l’esito di un colpo di stato imposto dalla strada e che la prima decisione presa dai golpisti era stata di abolire l’insegnamento della lingua russa in Ucraina, anche se era parlata dal 45% della popolazione. Invece facendo risalire le cause all’annessione della Crimea da parte della Russia, si punta il dito sulla sola ed unica responsabilità della Russia nello scoppio della crisi. – Questa forma di distorsione gioca molto sul fattore tempo (…), il primo a parlare è colui che ha maggiore possibilità di determinare il discorso futuro. (…) Una volta che il cattivo è stato designato, grazie alla raffica di accuse, il pubblico si fa la sua opinione ed è difficilissimo che la cambi.” (p. 327, corsivo aggiunto).

Nadežda Savčenko, “un’eroica ucraina internata in un manicomio russo” in attesa di giudizio per complicità nell’omicidio di due giornalisti russi, secondo il giornale Le Temps, gennaio 2015, era in realtà un ex pilota di elicottero in Afghanistan, arruolata volontaria nel battaglione di estrema destra Azov, e la sua missione era di fornire all’artiglieria ucraina i dati per bombardare la popolazione civile del Donbass (p. 347, nota 13).

Andrej Cygankov spiega “come la lobby antirussa americana sia giunta a creare una distanza tra noi e loro attraverso il condizionamento ideologico sostenuto da tutta una serie di azioni concrete, aventi come obiettivi: rimettere in questione l’identità storica e statale della Russia, rimetterne in questione il sistema politico facendo passare la Russia per un’autocrazia neostalinista, rimettere in questione il ruolo della Russia in materia di sicurezza facendola passare per uno Stato neoimperialista, stigmatizzare il ricatto energetico russo.

“Come riassumere la russofobia occidentale? Contrariamente alle asserzioni che vorrebbero far passare Putin per un adepto della forza militare secondo i vecchi schemi della Guerra fredda e che pretendono che gli occidentali abbiano invece superato questo stadio volgare a vantaggio della padronanza dei simboli, la sola cosa che conta nell’era digitale, gli Stati Uniti restano più che mai sostenitori della forza bruta militare. La loro spesa per gli armamenti, presa da sola, è superiore a quella di tutti gli altri Stati messi insieme.” (p. 344).

“Per convincere non è sufficiente mettere in fila delle parole. Ribadire continuamente le stesse frasi sull’espansionismo e sul dispotismo russo finisce per stancare. La costruzione del discorso è dunque una tappa necessaria ma non sufficiente. Per essere efficaci e arrivare al grande pubblico bisogna anche elaborare un racconto, narrare una storia che abbia senso. Bisogna costruire un mito che sia facile da inserire nell’immaginario collettivo. – La costruzione del racconto russo è dunque infinitamente complessa. Più che un racconto, si tratta di un metaracconto, come dicono gli analisti del linguaggio. È una narrazione nella narrazione, con intrecci e incastri come una matrioska… – Un fatto rinvia a un altro, un evento a una serie di eventi, un’opinione ad altre opinioni in altre epoche, altre culture, in altri continenti. Ma sempre queste storie hanno a che fare con l’Occidente, l’Europa, gli Stati Uniti, Questo agglomerato di racconti finisce per costituire un iperromanzo, dando origine a una nuova mitologia, quella del feroce orso (…). Ma per far ciò il metaracconto deve anche trasformare il passato. Il che spiega perché il discorso russofobo predominante aneli tanto a una riscrittura della storia. L’ostracismo della memoria di cui abbiamo parlato ha come missione fondamentale quella di cancellare il ruolo storico della Russia in Europa per far spazio alla mitologia postmoderna di un’Europa unita e atlantista attorno a un asse Varsavia-Berlino-Bruxelles-Pargi-Londra-Washington.” (p. 250-251).

Ecco quindi che “ogni dettaglio, ogni minuscolo avvenimento deve trovare collocazione nell’immensa griglia interpretativa antirussa. La minima dichiarazione di Putin, la più piccola granata separatista, l’incertezza del rublo, il fallito lancio di un razzo, l’incontro del Primo ministro greco con un ambasciatore russo, la fronte aggrottata del rappresentante russo al Consiglio di sicurezza, il più insignificante tweet di un oppositore filoccidentale, tutto deve essere analizzato, vivisezionato, riformattato ed eventualmente amplificato per trovare il suo posto nell’immensa e cangiante tavola degli orrori che la Russia prepara per compromettere la gloriosa edificazione di un’unione euro atlantica ben determinata nel suo proposito di costruire la pace, la democrazia e la prosperità dei propri popoli nei secoli dei secoli contro ogni nemico che cerchi di sabotarla.” (p. 352).

“La demonizzazione del nemico e della figura del suo capo è certo antichissima. Si tratta di una pratica nota fin dalle società primitive che avevano l’abitudine di caricaturare il capo avversario o divorare simbolicamente il suo cuore prima di entrare in battaglia. A dispetto della sua retorica modernità e delle sue nuove tecnologie di comunicazione, l’Occidente continua a procedere esattamente in questo identico modo. Ricordiamoci di Saddam Hussein, subissato di elogi quando dichiarò guerra all’Iran dell’Āyatollāh Khomeyni, nemico numero uno degli Stati Uniti all’inizio degli anni Ottanta, e improvvisamente divenuto l’uomo da eliminare quando cercò, nel 1991, di recuperare il Kuwait, emirato petrolifero creato artificiosamente dal colonialismo inglese su un territorio strappato a forza all’Iraq storico nel 1914). Finì impiccato nel 2004 dopo aver perso la guerra mossagli con il pretesto di armi di distruzione di massa che non erano mai esistite.” (p. 353). Si aggiunga che il Kuwait rubava, e probabilmente ruba ancora, il petrolio irakeno mediante perforazioni oblique che pescavano negli adiacenti giacimenti irakeni.

“Il caso di Saddam Hussein richiama quello del presidente serbo Slobodan Milošević, anche lui accusato di ogni nefandezza durante la guera in Jugoslavia dal 1992 al 1999. Il suo paese fu bombardato dalla Nato in violazione al diritto internazionale, dato che l’Onu non l’aveva approvato. Questo insulto al diritto ricevette tuttavia il complessivo avallo dei paesi europei, i quali sono invece inflessibili a proposito del rispetto dei diritti in Crimea. Come in Iraq, gli interventi militari in Jugoslavia cominciarono con accuse gratuite, come la vicenda del bosniaco Fikret Alić a torso nudo dietro una barriera di filo spinato nel luglio 1992: la stampa scandalistica inglese la pubblicò sotto il titolo Bergen-Belsen 1992, a suggerire che Alić fosse stato rinchiuso dai serbi in un campo di concentramento. La stessa operazione fu ripetuta nell’inverno 1999 quando diversi giornali pubblicarono una foto di presunti civili albanesi massacrati dai serbi nel villaggio kosovaro di Račac. – Nel caso di Vladimir Putin entra in gioco la stessa tecnica di costruzione del cattivo. Salvo che qui, grazie a un incredibile sangue freddo, il Presidente russo non ha mai ceduto alle provocazioni ed è sempre riuscito a mantenere la calma, rimanendo nei limiti della legalità internazionale vigenti in Occidente. Le sanzioni economiche stabilite dagli Stati Uniti e dall’Unione europea non rispettano invece alcun valore di legalità internazionale.” (p. 354).

“È interessante notare dei punti di continuità con il passato. La rivista austriaca News titola così: Vladimir Putin, il nemico del mondo, con un fotomontaggio che rappresenta il Presidente russo nei panni di un vampiro, con un sorriso insanguinato come quello di Dracula. Ora, proprio così i disegnatori inglesi della metà del XIX secolo caricaturavano lo zar Nicola I, e l’autore di Dracula, (…) Bram Stoker, assimilava il conte Dracula agli zar russi. All’epoca lo zar era caricaturato con gli stessi tratti diabolici: lo si vedeva sorvolare l’Europa con le sue ali di vampiro, falce alla mano, o suonare il pianoforte sbattendo le ali per meglio sottolineare la sua gioia per la morte di una personalità europea. Come Vladimir Putin – e Stalin all’inizio della Guerra fredda – lo si disegnava come il grande organizzatore del ballo dei vampiri, pronti a succhiare il sangue dell’innocente Europa.” (p. 357).

L’autore dimostra di aver penetrato a fondo il problema dell’etnocentrismo occidentale, incapace di comprendere la Russia.

“Essere libero per un russo, un cinese o un indiano, significa assicurarsi che nessuna potenza straniera gli dica cosa deve fare. Egli non ama essere umiliato, in particolar modo da un potere esterno, L’Occidente, che opprime il resto del mondo con le sue risorse militari ed economiche, che impone la sua superiorità culturale, i suoi valori e la sua supremazia al resto del mondo con la sicumera di essere dalla parte della ragione, non può evidentemente comprendere questo linguaggio. – La Russia ha anche un diverso rapporto con la proprietà. In un paese che si estende su undici fusi orari, il catasto non ha certo la stessa importanza che a Londra, Ginevra o New York. Le condizioni di vita durissime fanno sì che per sopravvivere risulti preferibile contare sul proprio vicino piuttosto che sul proprio titolo di proprietà. La nozione di krugovaja poruka, mai discussa dagli esperti occidentali, è tuttavia essenziale per comprendere il funzionamento sociale e politico della Russia. Questa nozione implica la responsabilità congiunta tra due contraenti, colui che riceve l’aiuto e colui che lo fornisce. Essa è legata all’antica comune russa, la obščina, ed è fondata sulla forza dei legami interpersonali e degli scambi informali di beni e servizi, principio totalmente sconosciuto nelle società individualiste occidentali, nelle quali i legami sociali si limitano a un’attività di atomi consumistici. Si tratta di una forma di assicurazione collettiva che garantisce un sostegno ai membri della comunità e che permette di gettare una luce diversa su dei fenomeni tanto biasimati in Occidente quali la burocrazia e la corruzione. – Tutto questo mostra che la Russia non è né l’Europa né l’Asia e che non è riconducibile ad alcuna categoria della filosofia e della politica occidentali. L’Occidente vede ciò come una provocazione insopportabile. Ma non riesce a capire che questa provocazione non viene dalla Russia, bensì è lui stesso a infliggersele, perché rifiuta di ammettere che le proprie categorie smettono di funzionare e che le idee di libertà e di democrazia possono essere concepite in maniera differente dalle proprie anguste vedute.” (pp. 370-371).

“Milan Kundera, come Havel, attribuì un potere demoniaco, malefico, alla Russia, accusata di aver distrutto la cultura secolare della Mitteleuropa, quando è stato invece Hitler a invadere per primo l’Europa centrale, instaurando regimi dittatoriali e riducendo in briciole le vecchi tradizioni culturali della Mitteleuropa asburgica. Questo astio dei nuovi governi centroeuropei e baltici contro la Russia aveva e ha tuttora la funzione di sottolineare la loro europeità, e dunque la loro legittimità in seno all’Unione europea e alla Nato; la Russia ha rinunciato a ogni ingerenza nei loro affari nazionali e si era accontentata di protestare contro le condizioni quasi di apartheid applicate nei confronti della minoranza russe che, come in Estonia, si ritrovano prive di patria e di diritti politici. – “La rancorosa ricerca di identità dei paesi dell’Europa centrale, pur condotta da scrittori di talento come Milan Kundera e Vaclav Havel, è un elemento in più che va a incastonarsi nel gigantesco fondale, nella trama del meta racconto antirusso intessuta dall’Occidente. Questa trama è costituita da due grandi fili, il filo verticale del patrimonialismo moscovita e il filo orizzontale della dipendenza di percorso. Su questa trama vengono ricamati innumerevoli racconti locali e temporanei – russofobia dell’Europa centrale, discorso anti Putin, critiche all’autocrazia – che evolvono col passare del tempo, a seconda che il Presidente sia patriota o filoccidentale. – Questi racconti spesso si contraddicono, affermando talvolta che Putin è l’erede di Stalin e un nostalgico dello zarismo, oppure dando l’impressione di dispiacersi del fatto che Stalin abbia vinto la guerra contro Hitler, e tutto ciò in un’evidente cacofonia che si presenta come un ricco dibattito di idee e una pluralità di opinioni, un invito a nozze per i media. In realtà (…) queste divergenze sono solo apparenti; visti nel loro insieme, tutti questi discorsi non comunicano che un unico e solo messaggio: la Russia è governata da un presidente aggrappato al potere che dirige il proprio paese contro i suoi veri ‘interessi’ e la Russia è una potenza che ci vuole male. – Tale è l’essenza del mito antirusso. Tutto il resto non conta.” (pp. 372-373).

Decisamente ben informata e condivisibile è dunque la ricostruzione dell’attualità. Giustamente egli rileva che “Il giornalista del 2015 è paralizzato dalla paura di perdere il lavoro. Non se la sente più di resistere alle pressioni del ‘politicamente corretto’ e alle richieste del desk centrale di dare al suo argomento un taglio conforme ai pregiudizi prevalenti nonché ai suggerimenti dei gruppi di pressione dominanti. Disponendo di tempo e autonomia limitati, cede alla forza dell’abitudine alla confortevole sensazione di confondersi nella corrente maggioritaria, alla maniera dei politici, per i quali è un suicidio avere ragione da soli, mentre avere torto in branco è un’assicurazione sulla vita.” (p. 24).

“Da alleato nella lotta contro il terrorismo, il Presidente russo divenne persona non grata per aver avuto la cattiva idea di opporsi all’invasione dell’Iraq e al progetto Opa che i petrolieri americani avevano avanzato nei confronti dei giacimenti petroliferi russi acquistando a un prezzo stracciato la società Yukos dal suo proprietario Michail Chodorkoskkij.” (p. 41).

“La manovra è abile: basta fare in modo che si scambi l’effetto con la causa. Si fa perciò finta che il fuoco del Pravyj Sektor contro i manifestanti di Maidan, l’accordo disatteso del 21 febbraio, il massacro di Odessa, la violazione del diritto alla lingua e alla cultura dei cittadini delle province orientali, la promessa di cedere la base navale di Sebastopoli alla Nato, il furto di gas russo nei gasdotti ucraini, la totale incertezza sull’origine del colpo mortale contro l’aereo della Malysia Airlines, il bombardamento sui civili residenti nel Donbass e la violazione della Convenzione di Ginevra, il massiccio aiuto militare fornito dagli americani al governo ucraino non siano mai esistiti e siano solo manovre della propaganda russa. Il trucco sta tutto nel far credere che la Russia abbia agito, allorché in realtà non faceva che reagire a degli eventi che non aveva assolutamente né previsto né voluto. È il motivo per cui opinionisti e politici occidentali evitano ad ogni costo di far coincidere l’inizio della crisi ucraina con la decisione del governo provvisorio di Kiev di vietare la lingua russa nelle parti russofone del paese. Non è forse proprio questa decisione ciò che ha causato la secessione della Crimea e del Donbass?” (p. 50).

La ricostruzione dell’incidente aereo di Überlingen (2002) fatta dall’autore è magistrale. “Primo luglio 2002, ore 23.35: un Tupolev della Bashkirian Airlines entra in collisione con un Boeing della compagnia Dhl sopra la piccola città di Überlingen, in Germania meridionale, a pochi chilometri dal confine svizzero. Bilancio: 72 morti, di cui 52 bambini russi che andavano in vacanza in Spagna.” La maggior parte degli articoli dedicati al disastro raccoglievano tutti gli stereotipi occidentali nei confronti dei russi. “Il pilota russo parlava male inglese e per questa ragione non ha potuto comprendere le indicazioni del centro di coordinamento aereo. Nessun aereo russo è affidabile. Non sono dotati di alcun sistema di sicurezza e la manutenzione è pessima. Per mancanza di fondi, i piloti russi non effettuano aggiornamenti, il che compromette la loro professionalità. Avendo uno stipendio basso, per arrivare a fine mese devono arrotondare come conducenti di taxi, e di conseguenza arrivano al lavoro stanchi e spesso ubriachi. La compagnia aerea Bashkirian Airlines è stata fondata in buona sostanza per le necessità della mafia russa. – Invece ciò che è accaduto è esattamente il contrario: il pilota russo era molto competente e parlava perfettamente inglese, l’aereo aveva appena superato la revisione ed era in perfette condizioni di funzionamento, ed è stato accertato che la tragedia si è prodotta in seguito a una concatenazione di errori da parte del controllo aereo svizzero, che aveva lasciato ai comandi il controllore da solo per tutta la notte, quando il sistema di allerta collisione (Stca) era scollegato per manutenzione.” (pp. 51-52). – “A partire dal 5 luglio, la rivelazione del contenuto delle scatole nere metteva fine ai dubbi maligni (…). Il dramma riprenderà vita due anni più tardi, nel 2004, quando il marito e padre disperato di tre vittime dell’incidente ucciderà a coltellate il controllore di volo che era di servizio quella tragica note di luglio.” (p. 53).

Un’ altra tragedia che i media occidentali hanno vergognosamente sfruttato in chiave antirussa è il sequestro di Beslan. “In cinque anni, dai primi attentati del 1999, gli attacchi terroristici islamici hanno fatto 1.005 vittime civili in Russia. (…) Primo settembre 2004 (…) un commando formato da 32 uomini e donne fa irruzione nella scuola Numero uno di Beslan, dove si trovano studenti dai sette ai dieci anni. La maggior parte degli assalitori indossa un passamontagna nero e alcuni portano una cintura esplosiva. Più di 1.300 persone si ritrovano prese in ostaggio, una cinquantina riesce a fuggire nella confusione iniziale. – Già in partenza gli assalitori uccidono una ventina di adulti a scopo intimidatorio nei confronti delle forze di sicurezza. Nelle ore successive si istituisce intorno alla scuola un cordone formato da agenti di polizia russi e membri delle forze speciali, mentre alcuni genitori degli studenti, per la disperazione, imbracciano le armi per provare ad attaccare i sequestratori. I terroristi, allora, fanno riunire gli ostaggi in palestra e minano gli altri edifici. Per mantenere un clima di terrore, minacciano di eliminare 50 ostaggi per ogni rapitore ucciso e 20 per ogni ferito; minacciano inoltre di far saltare la scuola al minimo tentativo di intervento da parte delle forze speciali. Sulle prime il governo russo prova a negoziare e invia il pediatra Leonid Rošal’, che aveva già partecipato alle trattative in occasione del sequestro di ostaggi nel teatro della Dubrovka di Mosca nel 2002. (…) – I terroristi non acconsentono che si portino cibo e aiuti medici, e persino che si portino via le vittime dell’assalto. Molti ostaggi, specialmente i bambini, sono costretti a spogliarsi per il calore soffocante all’interno della palestra; soffrono la sete e devono bere la loro urina (…). Dopo atrocità a non finire “il bilancio delle vittime è esorbitante: 331 bambini e insegnanti, 19 membri delle forze dell’ordine più almeno uno dei civili che avevano partecipato allo scontro, 31 dei 32 sequestratori. La tragedia viene prontamente sfruttata in Occidente non per condannare i criminali islamici, ma per attaccare la Russia con indecenti insinuazioni: le autorità russe avrebbero mentito, i media russi sarebbero asserviti a Putin, i russi tratterebbero male i poveri ceceni. “Improvvisamente i media americani si riempirono di articoli che facevano pressioni sul Cremlino per una negoziazione con i ‘moderati’ (come se esistessero islamici, e in particolare ceceni, “moderati”) o ‘per dare ai ceceni un territorio proprio’ e che facevano appello a una linea politica americana molto più dura nel confronti della Russia.” (pp. 55-59).

Altri russofobi blaterarono di “Beslan come immagine del terrore russo in Cecenia”. L’ex consigliere del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski “arriverà addirittura a comparare Putin a Mussolini sulle colonne del Wall Street Journal (in pratica organo ufficiale della finanza usuraia mondiale) del 20 settembre 2004.” Insomma, vergogna dell’Occidente e autorevole, quanto irresponsabile, incoraggiamento ai terroristi islamici. La tragedia di Beslan è stata vergognosamente strumentalizzata, sempre nel 2004, in una lettera aperta di 115 firmatari atlantisti organizzata dall’ex presidente ceco Vaclav Havel, nella quale si accusa pesantemente Putin di portare la Russia alla dittatura. “Dieci anni dopo bisogna riconoscere che la Russia, malgrado tutte queste accuse, non è diventata la dittatura che si prevedeva. Curiosamente, questa lettera non fa alcun riferimento alle misure di restrizione della libertà prese negli Stati Uniti all’indomani degli attentati dell’11 settembre tramite il Patriot Act, misure liberticide almeno quanto quelle prese dai russi nella lotta contro i propri terroristi islamici. E che dire della prigione di Guantanamo, di cui all’epoca si ignorava ancora l’esistenza, o dell’intercettazione sistematica di tutte le comunicazioni private da parte dell’Nsa, della cui esistenza si verrà a sapere qualche anno dopo grazie ad Assange e Edward Snowden? (…) – I 115 firmatari sono per metà esperti ed ex diplomatici americani che gravitano intorno al senatore repubblicano John McCain e all’ex capo della Cia, il democratico neoconservatore James Woosley. Tutti sono convinti della ‘eccezionalità’ americana e della vocazione degli Stati Uniti alla guida mondiale e alla difesa della democrazia. Dal lato europeo si ritrovano intellettuali, esperti ed alti funzionari di destra come di sinistra, provenienti soprattutto dai paesi nordici e dall’Europa dell’Est, e uniti dalla medesima ossessione di una Russia dittatoriale e smaniosa di ricostruire il proprio impero.” (pp. 60-62).

“La repressione inglese a Belfast, protrattasi per decenni, non è stata diversa da quella dei russi a Grožnyj. Forse che la stampa francese, spagnola e inglese protestò e pretese che si cedesse alle richieste dei terroristi e si concedesse l’indipendenza a quelle province? E tuttavia questi tre casi sono molto simili a quelli della Cecenia, benché la violenza degli indipendentisti baschi, irlandesi e corsi non avesse nulla a che vedere con la follia omicida dell’emirato ceceno. E non risulta che nessuno dei 115 firmatari della lettera a Putin abbiano protestato contro i governi occidentali quando malmenavano i ‘poveri’ combattenti baschi, corsi o irlandesi. Ultima osservazione: all’indomani dell’attentato di Parigi del gennaio 2015 la magistratura e il governo francesi avevano sporto 54 querele per ‘apologia di terrorismo’ nei confronti del comico Dieudonné e di altri. Quali urla di indignazione sarebbero risuonate se il governo russo, all’indomani della tragedia di Beslan, avesse sporto querela nei confronti di Anna Politkoskaja e dei firmatari della Lettera aperta per apologia di terrorismo islamista ceceno? Non si sarebbe persa occasione, sulle prime pagine dei giornali e a colpi di editoriali vendicativi, di denunciare le insostenibili minacce alla libertà di espressione mosse dal ‘regime kappagibista di Putin’.” (p. 67).

Le seconda guerra in Ossezia (2008) fu provocata dalla sanguinosa aggressione del corrotto regime georgiano di Mikheil Saak’ashvili per impadronirsi dell’Ossezia del Sud (che in due referendum, nel 1992 e nel 2006, aveva scelto l’indipendenza). La Russia reagì con moderazione, respingendo gli aggressori e tornando sulle proprie precedenti posizioni. I media occidentali si sono subito schierati a sostegno degli aggressori georgiani e solo qualcuno di essi, gradualmente e parzialmente ha corretto il tiro. “Come i professionisti dei media sanno fin troppo bene, ogni notizia è soggetta a una dinamica di soglia in cui le prime impressioni hanno un’importanza decisiva. Una volta raggiunta la saturazione mediatica, un eventuale disdetta non sarà mai in grado di infrangere le immagini iniziali che si saranno nel frattempo cristallizzate in opinioni comuni. I filtri cognitivi saranno stati ormai chiusi per sempre.” (pp. 67-73).

Perfino i giochi olimpici di Soči del 2014 (organizzati in modo impeccabile) sono serviti come scusa per infangare in ogni modo la Russia e Putin. (pp. 74-78).

Agghiacciante la parzialità occidentale nel caso del conflitto con l’Ucraina. (pp. 83-111). “Veniamo al referendum sulla Crimea organizzato con il sostegno della Russia il 16 marzo 2014. I media benpensanti hanno seguito il parere della Casa Bianca che aveva dichiarato qualche giorno prima che ‘il proposto referendum sul futuro della Crimea violava la costituzione ucraina e il diritto internazionale’ e che dunque non sarebbe stato valido. Il fatto che il 95% degli abitanti della Crimea si sia pronunciato a favore dell’unione con la Russia non ha avuto alcuna importanza. Se i corrispondenti occidentali avessero fatto bene il loro lavoro, avrebbero tuttavia potuto sottolineare che questo referendum non faceva che confermare un voto precedente, quello che le nuove autorità ucraine avevano organizzato in maniera assolutamente legittima il 12 gennaio 1991 e che avevano visto un tasso di partecipazione del 81,37%: il 94,3% dei votanti si era pronunciato a favore della ricostituzione di una repubblica di Crimea indipendente che fosse membro del nuovo Trattato di unione proposto da Gorbačëv. Un risultato sotto ogni aspetto simile a quello del 31 marzo 2014. Ma nel 1991 come nel 2014, la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, si era affrettata a far annullare il referendum: nel febbraio 1991, su consiglio di George Soros, il parlamento ucraino ritornava sulla sua decisione e deliberava d’urgenza una legge retroattiva per cassare il voto degli abitanti della Crimea. Era fuori discussione lasciarsi scappare la base navale di Sebastopoli e offrire alla Russia un accesso gratuito al Mar Nero. Nella confusione del momento nessuno vi prestò attenzione e la storia è stata dimenticata da tutti… salvo che dagli abitanti della Crimea, spogliati della loro decisione democratica. In Kosovo nel 2008 non c’è stato un doppio referendum e tuttavia la provincia ha ottenuto la sua indipendenza. Esistono media che abbiano ricordato questi fatti contraddittori? (pp. 90-91).

Ma a questo punto occorre rilevare che i kosovari sono islamici, e quindi da trattare con ogni riguardo, così che la minoranza cristiana serba vive nel terrore e le chiese vengono fatte saltare in aria dai musulmani sotto lo sguardo compiacente dell’Onu; in Crimea invece non vi sono che cristiani russi e quindi da trattare a calci, perché chi comanda negli USA è Soros e la sua cricca, tutti banchieri usurai ebrei.

Opportunamente l’autore si chiede: ”perché diffondere con tanto compiacimento le false accuse dei militari ucraini a riguardo di un’invasione russa del Donbass che non ha mai avuto luogo? In sei mesi il giornale svizzero Le Temps ha annunciato non meno di trentasei volte (…) un’invasione russa” (p. 91). Mai avvenuta.

“Quando – alla domanda di una giovane studentessa al forum Seliger del 29 agosto 2014 sulla crisi ucraina e sul suo effetto sul Kazakhstan alleato alla Russia nel quadro dell’unione doganale con la Bielorussia – il presidente Putin dichiara che il Kazakhstan non è mai stato uno stato indipendente ma che, contrariamente all’Ucraina, ha saputo costruire in vent’anni una struttura statale solida e stabile, media occidentali e siti nazionalistici kazaki traducono in inglese solo la prima parte della frase ignorando deliberatamente la seconda, per far credere che il Presidente russo volesse intenzionalmente svalutare il Kazakhstan per poterlo più agevolmente smembrare.” (pp. 106-107).

Paul Craig Roberts, ex vice ministro delle Finanze di Ronald Reagan ed ex capo redattore aggiunto del Wall Street Journal, “accusatore intransigente del bellicismo e dell’egemonismo americano (…) ritiene che i governi europei e i media occidentali abbiano messo il mondo in pericolo accettando la propaganda e l’ostilità del governo degli Stati Uniti contro la Russia. Ricorrendo a vere e proprie menzogne, Washington è riuscita a demonizzare Mosca, presentandola come guidata da un novello Hitler o novello Stalin (…) Washington si è arrogata il privilegio di popolo eletto” e “dà per scontato che all’estero la legge statunitense prevalga sulle leggi nazionali”, esattamente come ebbe modo di sperimentare la Francia quando, nel giugno 2014, Bnp Paribas fu costretta a pagare una multa di 8 miliardi di dollari per aver fatto da intermediario al petrolio iraniano, o la Svizzera, le cui banche sono state costrette a denunciare i loro clienti al fisco americano. “Non è complicato accertare la verità sul fatto che Washington abbia organizzato il colpo di stato che ha rovesciato il governo designato dalle elezioni e sostenga la repressione di coloro che vi si oppongono.” Roberts menziona poi un progetto di cui i giornali europei non hanno mai parlato, il progetto della legge senatoriale 2277 che prevede “lo stato di allerta delle forze stanziate ai confini della Russia e la promozione dell’Ucraina allo status di ‘alleato degli Usa’ per permettere alle truppe statunitensi di assistere Kiev nella sua lotta ai ‘terroristi del Donbass’ (…). È la strategia di espansione aggressiva della Nato ad aver motivato il bisogno dei russi a reagire nei confronti degli incessanti sconfinamenti americani nella loro sfera di influenza. Che ci piaccia o no, vi sono certamente più giustificazioni per l’intervento russo in Crimea – la quale era già russa dal 1783 – e in Ucraina di quante ce ne siano mai state per gli Stati Uniti nei loro interventi recenti.” (pp. 94-96).

“Perché nei nostri giornali, nelle nostre emittenti radio e televisive non ci si interroga mai sulla legalità, sulla legittimità e soprattutto sull’efficacia degli interventi militari dell’Occidente, mentre invece siamo pronti a denunciare senza pietà la volontà di difesa delle potenze ritenute subalterne? L’efficienza è universalmente indicata come un criterio di eccellenza, ma perché non la si nomina mai quando si tratta di tirare il bilancio delle operazioni militari condotte da 25 anni a questa parte? La Somalia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e ora i bombardamenti contro l’Isis sono stati forse dei successi? Questa politica delle cannoniere ci ha portato la pace? (…) Le migliaia di miliardi di dollari divorati in bombe a frammentazione, droni teleguidati e società private di mercenari non sarebbero state meglio investite per eliminare le miseria, la povertà, la disperazione e la mancanza di educazione che sono alla radice della proliferazione del terrorismo in quei paesi?” (pp. 98-99).

Qui si richiede una correzione: alla radice del terrorismo non c’è affatto l’arretratezza. È la solita vecchia solfa di sinistra che sostiene l’eliminazione del terrorismo attraverso lo sviluppo, come se i terroristi non fossero invece gente benestante. Molto spesso i terroristi sono immigrati di seconda o terza generazione, ben inseriti nelle società che li hanno incautamente accolti.

L’autore, tuttavia, ha ragione nel sottolineare che “i media che sono quasi tutti nelle mani di grandi famiglie o di corporazioni, non si pongono mai la questione delle implicazioni di interesse e della propria fedeltà all’ideologia difesa dal loro padrone? Davvero non ha nessuna influenza il fatto di lavorare in un giornale vicino alle banche, all’industria degli armamenti o al Ministero degli Esteri? Perché mai questa vicinanza non dovrebbe contaminare i giornalisti come accade con il Partito Comunista cinese? – I media non sono mai stati indipendenti e i giornalisti sanno che l’obiettività non esiste che nei manuali di etica. Ma da 15 anni la crisi dei media tradizionali, in seguito al crollo degli introiti pubblicitari e all’ascesa dei social media, ha gravemente compromesso l’attenzione alla verità. La questione è tabù per i giornalisti; e questo succede poiché la paura di perdere il proprio posto, di offendere gli sponsor e di vedersi privati del sostegno dei poteri pubblici è diventata una ragione sufficiente per spazzar via la curiosità e conformarsi alle presunte attese dei poteri politici o economici.” (p. 100).

“Forse la Russia non ha eliminato la minaccia che l’Unione Sovietica faceva gravare sull’Occidente, quella dei missili nucleari e delle migliaia di carri armati accalcati in Europa dell’Est? Non ha ritirato le sue truppe a 2.000 km da Berlino mentre gli Stati Uniti hanno avanzato le proprie in Polonia, in Repubblica Ceca e nei paesi baltici, senza dismettere i loro missili in Turchia e le loro basi navali ovunque nel mondo? La spesa militare statunitense non è forse andata alle stelle negli ultimi 25 anni, a Guerra fredda terminata? Chi è la minaccia, chi è che si arma a colpi di 500 miliardi di dollari all’anno?”

E ci sarebbe da aggiungere: chi organizza, arma e protegge l’Isis, che senza l’appoggio americano sarebbe scomparsa da un pezzo o probabilmente non sarebbe neppure nata? E che dire di Yves Chandelon, capo revisore contabile della Nato, che è stato trovato morto nella città di Andenne nelle Ardenne belghe? Il corpo senza vita del contabile è stato ritrovato con una pistola nella mano destra quando era mancino, in un apparente tentativo di suicidio. Chandelon aveva scoperto la prova registrata che l’Isis è stato pesantemente finanziato dal governo degli Stati Uniti attraverso la Nato. L’imperialismo americano ha bisogno di nemici per giustificare le sue aggressioni.

Non è vero infatti ciò che dichiara Henry Kissinger nella rivista tedesca Spiegel, e che l’autore cita con apparente approvazione: “la demonizzazione di Putin non può prendere il posto della politica: essa procura semplicemente un alibi per la mancanza di politica.” (p. 108). Ma la politica c’è. È la politica di distruzione delle identità nazionali e del cristianesimo, a danno della Russia come dell’Italia, per instaurare il regime mondialista dominato dagli Stati Uniti, o meglio dalla cricca giudaico massonica di Wall Street.

Il libro si conclude col rifacimento della storia di Biancaneve come “Biancarussia” oppressa dalla cattiva matrigna. Questo apologo è una bizzarria che non aggiunge nulla al valore del libro. Molto più semplicemente si doveva concludere rilevando l’innegabile fatto storico che la Russia è stata invasa innumerevoli volte dagli occidentali, mentre non ha mai invaso l’Occidente. Gli unici casi in cui truppe russe vi sono entrate lo hanno fatto come alleate di altre potenze per soffocare le sanguinose aggressioni di fanatici come Napoleone e Hitler. I russi hanno combattuto eroicamente nel 1812-15 e nel 1941-45 e così hanno salvato l’Europa. Se poi l’Europa sprofonda sotto l’oppressione mondialista atea non è certo colpa dei russi. Onore alla Santa Madre Russia!


Recens.G.Mettan-Russofobia copia

 

 EMILIO BIAGINI

I nostri articoli sono stati letti
volte
 
 
© I TRIGOTTI
Tutti i diritti riservati - Informativa Cookies

Credits www.dpsonline.it