Genova, 21 Novembre 2018 00.36





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI »

 

04
LUGLIO
2018
Articolo letto 147 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore (anzi, la vincitrice) della prossima Aquila d’oro:

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

SOLFANELLI M.C. (2018) La figura e il ruolo di Maria nella Divina Commedia, Tabula Fati, Chieti

Pilastro vitale del cristianesimo, Maria Santissima non poteva mancare di ispirare l’ascesa di Dante alla redenzione e al conseguimento dei massimi vertici poetici. Uno studio sull’argomento è quindi particolarmente benvenuto. Dopo la brillante prova data dall’opera sugli animali nel Pascoli, l’autrice affronta ora questo tema chiave della critica dantesca.

Il libro si apre con una puntuale introduzione teologica, che compie un’approfondita analisi dell’importanza della Santa Vergine nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero della Chiesa. Maria è intimamente unita al Figlio e riflette in sé e le tre Persone divine: Vergine davanti al Padre, Madre del Verbo Incarnato, Sposa dello Spirito Santo. Piena conferma se ne ha negli Scritti di Maria Valtorta, dove si afferma che la Madonna contiene la Trinità e ne è contenuta. Maria non è solo Arca dell’Alleanza e Madre del Redentore, ma è pure Corredentrice. Lo testimonia il suo ruolo attivo nella lotta contro il male, il suo atto di schiacciare il capo al serpente, da cui si deduce pure che ella è il primo frutto della redenzione stessa.

Taluni aspetti si prestano alla discussione, come la tesi, riportata dall’autrice, espressa da Cettina Militello (p. 11), secondo cui la Madonna avrebbe inizialmente ignorato il terribile destino del Figlio. Al contrario, Maria sapeva fin da prima dell’Annunciazione che l’Eletta avrebbe conosciuto la Passione e la morte del Figlio, e cioè ancor prima di sapere che proprio Lei sarebbe stata l’Eletta. In Israele, infatti, erano ben note le profezie, e Lei, Vergine consacrata al Tempio, non poteva non conoscere il terribile destino che attendeva il Messia. Bastavano le parole di Isaia (53, 3-5): “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.” Una corretta prospettiva a questo proposito si trova, fra l’altro, in “Maria donna dei dolori”, di Lorenzo Cattaneo (https://lorenzocattaneo.files.wordpress.com) e nella citata rivelazione privata a Maria Valtorta ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (CEV, Isola del Liri, 2001, vol. 1).

Pure discutibile, e di sapore vagamente protestante, è il timore espresso da Ida Magli (p. 13), secondo cui la devozione popolare “esporrebbe il culto mariano all’imprudenza del sentimentalismo e ad un’astratta credulità”. Come la Solfanelli ricorda, l’amore per la Santissima Vergine Madre di Dio non è mai abbastanza: “De Maria numquam satis”, affermano i Padri dei primi secoli. Ne “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, il Divino Maestro rivela alla Valtorta che uno dei motivi della rivelazione privata è proprio quello di intensificare la devozione a Sua Madre, non abbastanza posta in rilievo nelle Scritture canoniche. Ad esempio gli Atti degli Apostoli non citano neppure la presenza della Santissima Vergine alla Pentecoste, mentre la Tradizione e le icone della Chiesa ortodossa la collocano al centro dell’evento. In quanto testimone della presenza divina, l’icona ha, nella tradizione orientale, valore pari a quello delle Sacre Scritture (vedi Leonid Uspenskij, La teologia dell’icona, Torino, San Paolo, 2005).

A completamento di questa rassegna di difetti marginali e facilmente correggibili in una seconda edizione dell’opera, va ricordata la trascrizione della forma greca dell’Ave Maria tradita, probabilmente in fase di impaginazione, dalla mancata inserzione di un opportuno font dell’alfabeto greco (p. 110, nota).

L’autrice ripercorre il cammino dantesco nelle cantiche del Poema. La Divina Commedia presenta fin dall’inizio una prospettiva profetica e salvifica, delineata a partire dalla visione delle tre fiere che impediscono a Dante l’ascesa al colle e rappresentano i tre peccati (lussuria, superbia, avarizia) o le tre disposizioni peccaminose (incontinenza, violenza, frode). Alle tre fiere si contrappongono le tre “donne benedette”: la Madonna (la grazia preveniente); Santa Lucia (la grazia illuminante), e Beatrice, immagine della verità filosofica e teologica, terrena e paradisiaca, morale e intellettuale, seducente e incontrovertibile. Visto l’impedimento delle tre fiere, la Vergine invia Santa Lucia da Beatrice, affinché l’amica di Dante soccorra colui che tanto l’aveva amata, e Beatrice, con l’approvazione di Maria, scende nel Limbo e induce Virgilio a farsi guida di Dante. La Madonna presiede dunque fin dall’inizio al progetto salvifico della Commedia: viaggio ultramondano di riconciliazione, che porta l’uomo dal peccato (Inferno), alla purificazione (Purgatorio), alla visione dell’Eterno (Paradiso).

La Vergine non può essere presente all’Inferno, dove non vi è luce di Dio. Il dannato porta con sé, per tutta l’eternità, il peso del peccato non perdonato, ed è punito, secondo la legge del contrappasso, ossia mediante quello con cui peccò: la classificazione infernale è quindi una classificazione di peccati. Quelli più lievi, perché dettati solo da incontinenza (lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira e accidia), sono puniti, in modo relativamente “leggero”, nella parte alta dell’abisso infernale, separata, per mezzo del fiume Stige, dalla città di Dite. In questa, con pene terribili, vengono puniti violenti, fraudolenti e traditori. Nella parte alta dell’Inferno, Dante incontra pochissimi diavoli e il suo peregrinare non viene fisicamente impedito. Al contrario, perché il Divino Poeta e la sua guida possano entrare nella città di Dite, è necessario l’intervento di un angelo mandato dal Cielo.

La ripartizione dell’Inferno descritta dall’Alighieri viene confermata, nelle sue linee principali, dalla visione di Santa Veronica Giuliani (1660-1727), avuta il 17 gennaio 1716: la santa descrive infatti un Inferno superiore, o “benigno”, che si spalancò davanti ai suoi occhi mostrando al suo interno abissi sempre più profondi e spaventosi, dove le anime subivano i più atroci supplizi.

Al contrario, l’anima del Purgatorio è stata perdonata, ma deve sradicare da sé l’inclinazione a peccare, che ha radice in comportamenti positivi o negativi connessi all’amore. Dante vede nella Madonna tutte le virtù contrarie ai sette vizi capitali e, di cornice in cornice, ella viene proposta come esempio alle anime purganti: in ogni balza il primo esempio di virtù è sempre ricavato dalla vita della Santa Vergine.

Dante si richiama a San Tommaso e, in pari misura, alla dottrina agostiniana della Trinità, che riconosce il ruolo di Maria nella sua veste di “Madre del Salvatore”. Va notato che sia Tommaso che Agostino propendevano per l’ipotesi “maculista”, secondo cui la Vergine sarebbe stata liberata dalla macchia del peccato originale solo dopo il concepimento, ma proprio al tempo di Dante grazie al Beato Duns Scoto, nato forse in quello stesso 1265 in cui vide la luce il Sommo Poeta, il “maculismo” fu abbandonato e venne finalmente riconosciuta la preservazione ab initio della Madonna dalla macchia che affligge tutta l’umanità.

Alla fine del Purgatorio, nel canto XXXIII, si concludono due attese escatologiche, che si sono dinamicamente intrecciate lungo l’intera cantica: l’auspicio di un rinnovamento morale, politico e civile della società e delle sue istituzioni, e la salvezza spirituale del poeta come individuo e dell’umanità.

La terza cantica si apre col presupposto dell’insufficienza dei mezzi espressivi della lingua umana di fronte allo splendore del Paradiso. Da una parte vi è l’idea esaltante di trovarsi davanti ai Santi, a Maria e all’inattingibile beatitudine della Trinità, dall’altra il Sommo Poeta è ben conscio della limitatezza della parola.

L’aspirazione di Dante alla salvezza trova ora il plauso nella conferma della solidità della propria fede (attraverso i discorsi di San Tommaso e di San Bonaventura), nella persuasione razionale dei principi teologici su cui poggia la sua stessa fede (nell’esame sostenuto davanti a San Pietro, a San Giacomo e a San Giovanni), nell’incontro mistico con Cristo e con Maria.

Con San Pier Damiano, Dante flagella la corruzione e la decadenza dei costumi della stessa Chiesa, i cui pastori, dimentichi della povertà di San Pietro e di San Paolo, per salire a cavallo devono farsi sorreggere da più braccia, tanto sono grassi e coperti da ampi mantelli, che coprono pure il destriero, “sicché due bestie van sott’una pelle”. Lo sdegno di San Pier Damiano fa prorompere i beati in un grido “di sì alto suono”, che lo stesso poeta ne rimane attonito. Con piena aderenza alla Fede e ai suoi altri principi morali, Dante univa alla sacrosanta venerazione per “le somme chiavi”, una chiara coscienza delle gravi insufficienze del clero, tanto che non esitò a porre all’Inferno papi, prelati e chierici.

Giunto ormai nell’Empireo, il Sommo Poeta sente crescere la proprie facoltà e vede un fiume di luce, segno della “grazia illuminante” che dal cielo scende sull’umanità. Poi il fiume si trasforma in un lago, l’insieme di angeli e beati diventa un colle verdeggiante e fiorito, e agli occhi di Dante appare una sorta di gradinata ristretta, con Dio alla sommità. È la “candida rosa” della “milizia santa”. Non è senza interesse notare che anche Maria Valtorta vide e descrisse la candida rosa, come se a questi due spiriti eletti fosse stata concessa un’analoga visione del Paradiso. Scrive infatti la grande veggente: “Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina.(Quaderni, visione del 6 marzo 1944). Le due visioni si completano e confermano a vicenda. I cattedratici razionalisti (non diversamente da tanti preti spaventati dall’idea di essere scoperti a credere in qualche cosa) inevitabilmente negano la realtà di simili esperienze soprannaturali, ma non dimentichiamo che Dante annotò esplicitamente, alla fine della Vita Nuova, di aver avuto la visione mistica dalla quale doveva scaturire il Divino Poema.

Particolare interesse presenta il confronto fra il tema della Veronica in Dante e nel Petrarca. Scrive l’autrice (p. 100, nota): “Il tema della Veronica ripropone alla memoria il famoso sonetto ‘Movesi il vecchierel’, in cui pure è rappresentato il pellegrino che scende alla città di Pietro per contemplare la Veronica, ma i due contesti psicologici e religiosi sono assai diversi e per nulla paragonabili, perché nel sonetto l’immagine della Veronica è evocata per introdurre il volto di Laura a cui tutto il componimento sostanzialmente tende e in cui la fantasia creatrice si risolve; qui, invece il volto trasfigurato di San Bernardo prepara l’estasi mistica in cui sarà rapito il poeta stesso.” Questo permette di misurare l’abisso fra la profondità di pensiero e l’eterno significato di Dante in confronto al vuoto di idee e alla superficiale eleganza del Petrarca. Il padre Dante fu esule e perseguitato per gli intrighi di un papa politicante e addirittura condannato al rogo in contumacia. Al contrario il Petrarca venne incoronato poeta in Campidoglio: ecco la profonda ingiustizia di un mondo anche allora sprofondato nello squallore politicamente corretto. Eppure il penoso storicismo di certa manualistica pone il Petrarca su un alto piedistallo perché “apre una nuova era”, mentre Dante viene segnato come colui che “chiude l’epoca precedente”.

In conclusione, quest’opera mette a fuoco, in modo magistrale e attentamente documentato, gli aspetti essenziali del Divino Poema sotto il profilo della devozione mariana, cardine della Fede cattolica di Dante e nostra. Un’estesa bibliografia completa l’opera.

EMILIO BIAGINI

I nostri articoli sono stati letti
volte
 
 
© I TRIGOTTI
Tutti i diritti riservati - Informativa Cookies

Credits www.dpsonline.it