Genova, 12 Dicembre 2017 04.27





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 119 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima doppia Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che ricostruisce in modo stupendo la vicenda del grande conquistatore mongolo Gengis Khan.

 Recens.FrancoForte-Gengis Khan copia

Segue una recensione del romanzo ad opera di Maria Antonietta Novara Biagini:

FRANCO FORTE, Gengis Khan, Edizioni Mondadori, Milano, 2014.

Siamo di fronte ad un capolavoro perfino più bello di Caligola. Tipica di questo autore è la capacità, ben presente in Caligola, di descrivere in modo efficace e accattivante la psicologia, lo sviluppo, il modo di vita di bambini e giovani, avvincendo l’interesse del lettore. Un’altra impressionante caratteristica di questo autore, anche questa notata in Caligola, sono le incursioni nel soprannaturale degli sciamani e di Gengis Khan stesso, stupende e di intensità quasi dantesca.

Già da giovanissimo, Temugin, che venne chiamato Gengis solo dopo la sua incoronazione a Khan supremo, dimostrò grande intelligenza. Durante un assedio ad una città riuscì ad introdurvisi, ne ammirò la bellezza e chiese a suo padre di non distruggerla, ma il genitore rispose che le città ostacolavano il libero spostamento delle greggi e la vita nomade dei mongoli e distrusse la città con un particolare tipo di fuoco greco che impiegava come combustibile grasso di cadaveri (il fuoco greco originario sembra invece che fosse alimentato da pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva). Viene qui esemplificato con efficacia uno dei tratti più significativi della storia mondiale: il contrasto fra agricoltura, città, vita stabile da una parte e il mondo nomade vivente di pastorizia e incursioni.

Notevole il modo con cui il geniale condottiero seppe trasformare un’orda di selvaggi in un corpo sociale e militare altamente organizzato, facendo loro conseguire una straordinaria efficienza militare. Se prima gli ordini si davano a voce, col rischio di grande confusione, egli organizzò un sistema di segnalazioni mediante bandiere colorate. Strutturò la cavalleria in unità di cento uomini (guran) che si muovevano all’unisono, in silenzio grazie alle segnalazioni con bandierine, terrorizzando il nemico proprio per questo loro silenzio, aprivano e chiudevano i ranghi secondo le necessità tattiche manovrando come un sol uomo e si potevano raggruppare in unità maggiori (tuman) di diecimila uomini, parimenti capaci di movimenti precisi. Istituì un servizio di corrieri, i corrieri-dardo per raccogliere il maggior numero di informazioni nel più breve tempo possibile. Acuto osservatore delle tecniche di altri popoli, adottò fra l’altro le potenti macchine da assedio dei cinesi dopo che ne ebbe conquistato il paese e, cosa ancor più importante, apprese la scrittura dagli uiguri ed imparò egli stesso a leggere e a scrivere, promulgando così una legislazione scritta (Jassa) per il suo impero e lasciando un’importante raccolta dei suoi saggi detti (Biliq), raccolti dal fedele guardasigilli uiguro Tata T’onga.

In religione tendeva alla tolleranza, mentre si faceva strada in lui la nozione di un dio unico a cui tutto è soggetto. Bello il senso della famiglia, l’affezione verso il padre e la madre, l’attaccamento alla propria terra, che gli fa rimpiangere sempre la yurta anche quando si trova nei luoghi più affascinanti. Volle essere sepolto nella sua terra e la corteo che trasportava il suo corpo uccideva tutti gli esseri viventi che incontrava, ma la maggior parte della gente non fuggiva: al contrario, si preparava in ginocchio sulla via della carovana, ritenendo un onore poter raggiungere un così grande capo nell’aldilà, tanta era la devozione che aveva suscitato.

Era poligamo, collezionava mogli da tutti i popoli sconfitti e giunse ad avere cinquecento concubine, ma la prima moglie Börte godeva dei massimi onori come consorte reale. Quando Gengis Khan morì, lei sola aveva diritto di avvicinarsi al feretro, ma pretese che la seconda moglie Ujsul, di cui era diventata amica inseparabile, vi si accostasse con lei.

La figura del condottiero che emerge dalle magistrali pagine di Franco Forte assurge a dimensioni epiche, dando luogo ad un romanzo di indimenticabile potenza.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


10
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 85 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un'agile presentazione dell'economia in generale e dei problemi economici odierni da pare di un grande economista che avrebbe fatto molto bene al mondo se solo i lacché del diavolo gli avessero permesso di lavovare:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2017) Mammone: Basta una Ferrari per dirsi ricchi? (intervista con Paolo Gambi), Pubblicato indipendentemente

Recens.E.Gotti Tedeschi-Mammona copia

 

Segue una sintetica recensione dell'opera, che dovrebbe essere in tutte le case:

 

Ecco uno spiritoso e divertente libro che non solo spiega egregiamente l’economia ai profani, ma suggerisce anche il modo per raggiungere la prosperità obbedendo al Vangelo e facendo quindi l’esatto opposto di quanto oggi viene fatto dai padroni del pianeta.

L’economia non è una scienza, in quanto non si basa su prevedibili legami di causa ed effetto. È difficile definirla e comunque non è un fine ma un mezzo. Non è né buona né cattiva; la si rende buona o cattiva a seconda di come la si usa. I santi usano il denaro per fare del bene, ma purtroppo c’è di mezzo il peccato ed è quello che porta molti ad usare il denaro per il male.

Considerare l’economia una scienza ignora il fatto che l’uomo ha tre dimensioni: produttore di reddito, consumatore, investitore. Delocalizzare la produzione per farla costare meno, come oggi si fa in Occidente, e aumentare il potere di acquisto per incrementare i consumi, finisce per uccidere l’uomo produttore.

Gustosamente polemica è la definizione del profitto in contrapposizione a certi luoghi comuni buonisti che lo considerano alla stregua di Mammona: il profitto è “quella cosa che papa Francesco sembra disprezzare, tranne quando Galantino gli fa vedere gli introiti dell’8 per mille (…) quella cosa generata dai giornali, libri e gadget che parlano di papa Francesco e Galantino”.

Se l’economia non è Mammona, chi è allora la vera Mammona? È la rivoluzione culturale. La cultura (distorta) infatti può essere molto più pericolosa del denaro mal usato. Il pensiero di Gotti Tedeschi si incontra qui con quello di Plinio Corrêa de Oliveira, autore del celebre ed illuminante saggio Controrivoluzione. In esso il pensatore brasiliano individua le quattro tappe di un diabolico processo inaugurato dalla falsa “riforma” protestante che, attaccando l’unità della Chiesa, preparò la strada alla rivoluzione francese, la quale a sua volta attaccò la regalità; la terza tappa della rivoluzione fu quella comunista che si scagliò contro la proprietà, e tutte contribuirono a preparare la quarta, ossia il Sessantotto, che scatenò l’attacco alla famiglia e alla stessa integrità della natura umana.

Gotti Tedeschi sottolinea, brillantemente, che tali assalti diabolici prendono la forma di eresie. L’eresia protestante, separando fede da opere corrompe lo spirito del capitalismo cattolico e provoca la reazione marxista, da cui la controreazione di opportunismo economico che nega le leggi naturali e afferma “virtù” aberranti come creare valore a qualsiasi costo negando i veri valori morali e generando un mondo globale ingestibile considerato “realtà”: ed ecco quindi l’oscuramento della ragione noto come relativismo, nemico della realtà autentica, nell’illusione che, persuadendo un numero sufficiente di persone, si riesca a trasformare la menzogna in verità riconosciuta.

L’eresia attuale è il malthusianesimo ambientalista, che ha fatto passi da gigante grazie al funesto Sessantotto ricordato sopra, e considera l’uomo non creatura di Dio ma cancro della natura. Ciò è ben diagnosticato nelle encicliche Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II e Caritas in veritate di Benedetto XVI, mentre Lumen fidei, pubblicata da Bergoglio ma sostanzialmente anche questa opera di Benedetto XVI, propone la prognosi ma viene ignorata.

L’economista con una visione morale non viene ascoltato, viene escluso dai grandi mass media, perché considerato un portasfiga. Si preferisce lo sviluppo consumistico e sempre più a debito. La responsabilità di ciò va condivisa tra classe politica e preti responsabili dell’insegnamento morale, ma in realtà quasi sempre irresponsabili. Gli economisti non hanno fatto altro che giustificare scelte a monte fatte da decisori di tutt’altra scuola e aspirazioni.

Gotti Tedeschi sottolinea la vanità degli intellettuali che disprezzano l’economia perché non sanno produrre. Economia reale è lavorare per produrre. L’economia finanziaria è stata inventata per finanziare l’economia reale. Purtroppo si è arrivati a eccesso di finanziamento e si è sostituita l’economia reale con una crescita artificiale, fondata su una smodata crescita dei consumi individuali e sempre più a debito invece che sulla crescita reale basata su una equilibrata crescita della popolazione: è proprio ciò che è successo negli ultimi cinquant’anni. “Quando prevale l’economia reale chi conta è la Confindustria, quando prevale l’economia finanziaria, prevale Wall Street”, è la lapidaria definizione di Gotti Tedeschi.

L’economia si fonda sul saper fare famiglia. Per questo c’è bisogno di un santo sacerdote che formi i fedeli e li spinga a fondare famiglie. Il greco “oikos”, radice di economia, vuol dire “casa”, cioè famiglia. Quello della casa è il mercato economico trainante. Purtroppo gli Stati odierni, giacobini e miopi, si preoccupano solo di far soldi per i comodi immediati dei bonzi di regime e della burocrazia, per cui considerano la casa esclusivamente un bene da tassare.

Nella rappresentazione gauchista si confondono i ruoli: l’imprenditore è diventato il bieco sfruttatore, il consumatore è affamato, lo speculatore arriva in Ferrari e salva la sorella dell’affamato. In realtà l’origine dei mali non è l’inequità ma il peccato che enfatizza avidità, egoismo e indifferenza. È la miseria morale a provocare miseria materiale, non il contrario. Il rimedio è cambiare il cuore dell’uomo attraverso il magistero, la preghiera, i sacramenti (se solo l’uomo accettasse di farsi guidare dalla Fede, ciò che appare purtroppo improbabile).

Così, invece, il nuovo ordine mondiale si fonda sugli stessi principi del comunismo: controllare dirigisticamente l’uomo nei suoi pensieri e azioni (e naturalmente succhiare in modo sempre più pesante, man mano che la popolazione invecchia e diminuisce sotto le spinte malthusiane). A questo punto la tanto strombazzata democrazia serve solo come specchietto per le allodole: i governi non si eleggono più, si cooptano. Se viene eletto un governo “controcorrente” viene subito commissariato. È un’illusione pensare che il mercato neoliberista predichi la vera libertà economica. Sono le lobby, le imprese transnazionali e i grandi fondi di investimento in equity a dirigere i governi.

Ma i poteri forti non si limitano a questo. Vogliono cambiare il modo di pensare, e quindi attaccano l’educazione: dal modello educativo fondato sul sapere il perché delle cose, con un solido fondamento umanistico, si è passati ad un modello all’americana basato sui casi, impoverendo la cultura e rendendo ignoranti e incapaci di pensare intere generazioni. Anche questo modello poi è diventato obsoleto: i problemi restano irrisolti, quindi regna la disoccupazione, il turbamento sociale, il regresso economico, mentre l’accentramento del potere controlla via Web le popolazioni smarrite.

 L’Italia? La sua grandezza l’avevano fatta grandi e geniali imprenditori, poi si è deciso che lo Stato era più bravo, equo e giusto del privato e si giunse all’economia mista, seguì poi la privatizzazione della parte pubblica e lì iniziò la fine. L’Italia sta bene, e non ha problemi col debito pubblico come si vorrebbe far credere ma a causa di demenziali politiche di austerity, con tasse in aumento e compressione dei consumi, imposte dalla UE, con la complicità di personaggi esaltati all’esterno del paese ma dannosi al massimo grado per l’Italia. Sono i paradossi del mondo globale che Benedetto XVI aveva ben capito, ma (proprio per questo) è stato messo da parte, mentre uno stolto o un furbastro pronto a ingoiare le fandonie di Wall Street, dell’Onu, di Francoforte e di Bruxelles non avrebbe dato fastidio e lo avrebbero lasciato indisturbato sul soglio di Pietro.

L’euro è una valuta imposta ai paesi europei che non possono garantire il proprio debito, alla scadenza, verso i sottoscrittori. L’esigenza di indebitarsi con una moneta comune crea conflitto e debolezza nella UE, che è guidata da paesi intolleranti verso i difetti di altri paesi e molto indulgenti verso i propri.

Ammirevolmente competenti e chiare sono, come si vede, le spiegazioni dell’economia moderna fornite da uno dei massimi esperti mondiali, che certo sarebbe stato in grado di fare molto bene all’Italia e al mondo, se solo le diaboliche forze all’opera a servizio dell’Anticristo lo avessero permesso.

EMILIO BIAGINI


08
OTTOBRE
2017
Articolo letto 141 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un bellissimo romanzo storico di grandissimo interesse, che ha pienamente meritato il primo posto al premio letterario nazionale "Raccontami la storia" del 2017 per la narrativa storica.

 Recens.FrancoForte-Caligola

FRANCO FORTE, Caligola. Impero e follia, Edizioni Mondadori, Milano, 2016.

Sostenuto da un’accurata documentazione, questo magistrale romanzo di ambientazione antica romana, traccia la vita di Caligola fin da bambino, delineandone con grande acume psicologico lo sviluppo in un ambiente quanto mai ostile.

Suo padre Germanico, un famoso condottiero della famiglia imperiale, stimato e venerato dai suoi soldati, porta con sé in Germania la moglie Agrippina e il figlioletto Gaio. Questi adora il padre mentre è infastidito dalle attenzioni della madre che sente prive di affetto. Il piccolo Caligola cresce tra i soldati, che lo iniziano alla ginnastica amatoria.

Tornato a Roma per il trionfo del padre, mentre si aggira furtivo nel palazzo, ascoltando i discorsi dei grandi, viene a conoscenza dell’assassinio del genitore e vede la madre che ben presto si consola tra le braccia di un soldato. Fin dalla più tenera età comprende che la sua vita è in pericolo, e per difendersi cerca in tutti i modi di rendersi invisibile. È intelligente e colto ma nasconde le sue virtù, striscia nell’ombra e nei condotti dei palazzi per ascoltare e spiare tutti i suoi possibili futuri nemici, che purtroppo non sono una sua fantasia ma una triste realtà.

Uno dopo l’altro tutti i membri della sua famiglia vengono uccisi ma Gaio, che ha deciso di farsi chiamare Caligola, il soprannome che gli avevano dato i soldati di suo padre, riesce a sopravvivere, grazie alla sua abilità nel tenere un basso profilo. Strepitosa la descrizione della danza di morte dopo l'avvelenamento, vera e propria visione dell'Averno.

Divenuto imperatore, l’unico vero affetto della sua breve vita è l’amore incestuoso per la sorella Drusilla, e quando anche lei viene uccisa si scatena la crudele violenza di Caligola, sulla scena di una Roma ancora fortissima militarmente e politicamente ma già moralmente degradata, che portava in sé i primi germi del declino.

Un romanzo potente e bellissimo, che coglie perfettamente l’atmosfera di intrighi e corruzione in cui si muove Caligola fin da bambino. L’autore non cede alla tentazione di abbondare in descrizioni di paesaggio, nella quale cadono molti scrittori di romanzi storici. Il libro si esplica solo attraverso i personaggi, che balzano dalle pagine con vivezza, evocati da uno stile forte, scorrevole ed elegante, che rivela con grande maestria il vero volto del paganesimo: un’orgia pagana di sangue e atrocità, un mondo di esseri malvagi e corrotti che si illudono di essere dei. Ma la scrittura piacevole fa sì che le frequenti ed esplicite scene di sesso non riescano affatto urtanti.

Un solo, piccolo appunto: che c’entra un centurione namibiano? La Namibia (già Africa del Sud-Ovest) cominciò ad essere conosciuta dagli europei solo nel sec. XIX. Con ogni probabilità si tratta di un errore del correttore automatico per nubiano (abitante della valle del Nilo a monte della prima cateratta).

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


03
OTTOBRE
2017
Articolo letto 19 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

And the winner is …….

Un romanzo che avremmo molto volentieri premiato con l'Aquila d'oro, ma al quale dobbiamo purtroppo affibbiare la Vipera di latta:

Recens.Rita Coruzzi-Matilde copia


Con nostro grande dispiacere dobbiamo infatti attribuire a quest'opera non l'Aquila d'oro che, trattandosi di opera cattolica, avremmo assai volentieri concesso, ma la Vipera di latta, soprattutto perché, stravolgendo la realtà storica, viene qui diffamato un santo della Chiesa cattolica, l'austero vescovo S. Anno (o Annone) di Colonia, difensore della Fede, promotore della riforma della Chiesa e fermo oppositore delle prevaricazioni imperiali, il quale, in totale spregio ai fatti storici ben accertati dalla causa di canonizzazione, viene invece presentato come un malvagio debosciato e corruttore, dedito alla crapula e traditore della causa cattolica.
 
Segue un commento di Maria Antonietta Novara:

CORUZZI R. (2015) Matilde. Per grazia di Dio se è qualcosa, Segrate, Piemme

Abbastanza buono l’avvio del libro, che dimostra discrete capacità di stile, ma purtroppo si perde ben presto in descrizioni pedanti. Alcune situazioni sono trattate in modo sbrigativo, senza i necessari approfondimenti. Ad esempio, non si spiega come mai il seguito di Bonifacio non abbia neppure tentato di individuare e catturare l’arciere che ha colpito il suo signore, com’era suo dovere nella rigorosa etica feudale, che considerava disonorati i seguaci che sopravvivevano al loro signore. Eppure, come riportano gli epitomatori di Donizone, il monaco autore del panegirico Vita Mathildis, non doveva essere inafferrabile, tanto che se ne conosce persino il nome: un certo Scarpetta de’ Canevari di Parma. E come potevano i libelli propagandistici essere riprodotti così rapidamente in migliaia (sic!) di copie (nel sec. XI, quando l’analfabetismo era ancora estremamente diffuso e i copisti capaci di riprodurre scritti erano pochi e chiusi nei monasteri)?

Assai carente la prospettiva storica. La lotta delle investiture è solo superficialmente accennata. È ignorato il fatto che ad Enrico IV era stato prestato, dal potente duca di Rodolfo di Svevia (1025-1080), un giuramento di fedeltà condizionale, valido solo se egli si fosse ben comportato, per cui la sua posizione era debole in partenza, ciò che rendeva molto più facile al papa e a Matilde fargli opposizione. Rodolfo di Svevia fu infatti eletto re di Germania (re dei Romani) in opposizione a Enrico IV di Franconia e fu anti-re fino al 1080.

Ma avrebbe dovuto anche risaltare il fatto che la situazione era non meno pesante per la Chiesa, poiché da poco il papato era uscito dal terribile saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che aveva generato la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei. La drammatica situazione di questi due poteri, entrambi rosi alle fondamenta dai peccati e dalle rivalità, sfugge totalmente all’autrice.

Infatti i dialoghi sono piatti e banali, come banali sono i personaggi, che non escono dalla mentalità ristretta dei giorni nostri. A tratti sembra di avere tra le mani un libro per bambini, che elude la tragica realtà degli avvenimenti. Un personaggio della statura di san Pier Damiani, che per primo ebbe il coraggio di denunciare la devastante e diffusissima (allora come oggi) piaga della sodomia tra gli ecclesiastici (Liber Gomorrhianusdel 1051), tratta con gli altri personaggi, come se fossero amici al bar. Manca del tutto la nobiltà di linguaggio che quella gente doveva avere: manca infatti il senso del rango, che in una società medievale era molto sviluppato; se ai genitori non si dava del tu, è difficile immaginare che si desse del tu a un cardinale.

Sul piano dei rapporti tra i sessi, occorre osservare che nel Medioevo le donne avevano molta più libertà rispetto ad epoche successive e di certo non sentivano il bisogno di affermazioni di tipo femminista. In Liguria, poi, anche successivamente, sono state abituate a restare sole, dato che i mariti andavano per mar, così che: da secoli avevano imparato a cavarsela (non a caso una delle più famose località liguri ha preso il nome di “Casa delle mogli”, ossia Camogli). Anche qui non c’è mai stato bisogno di femminismo. Donne forti e senza complessi non ne hanno bisogno.

Assai tedioso è il continuo richiamo alla grandezza e al destino di Matilde, la cui figura risalterebbe meglio senza questo tedioso “culto della personalità”. Ella era certamente una grande donna, e non aveva bisogno che gli altri glielo ricordassero continuamente in una specie di esaltazione femminista. Di fronte a lei, persino Gregorio VII, un grandissimo papa, è ridotto a un ometto insignificante. Matilde, però, sembra avere una personalità dissociata, che da una parte anela alla vita contemplativa nel chiostro e dall’altra non esita ad ammazzare a destra e a manca, a parte il fatto che riesce molto difficile credere che Matilde fosse una guerriera così formidabile da decidere con la sua spada un’intera battaglia come l’autrice vorrebbe farci credere: sembra infatti di assistere alle gesta di un eroe dell’Iliade che fa strage dei nemici a destra e a manca. Neppure il monaco Donizone ricordato sopra, il quale non tralascia nulla per adulare Matilde, accenna a un qualche suo combattimento in prima linea o a suoi esercizi con la spada.

Ma questo non è nulla in confronto al totale stravolgimento della verità in punti essenziali e di intenso significato morale del racconto. Infatti, ci si aspetta, in un’opera narrativa, di trovare caratteri positivi e negativi sia tra gli uomini che tra le donne, come è nella realtà. In questo romanzo, invece, le donne sono tutte, senza eccezione, di specchiata bontà e alto sentire. Tutto il male e la mediocrità sono invece dalla parte degli uomini, fino alla più drastica forzatura dei fatti storici, come nel fondamentale episodio del “rapimento di Kaiserwerth”, che nel romanzo è del tutto, e imperdonabilmente, travisato.

Di tale episodio ci è avvenuto di doverci documentare già da alcuni anni in relazione al nostro, tuttora inedito, romanzo storico dell’Austria “Il prato alto”. Essendo la storia austriaca strettamente connessa a quella tedesca, era inevitabile che i fatti della storia tedesca dovessero venire accertati con precisione. Ora, essendo la lotta per le investiture di così grande importanza, non abbiamo potuto ignorare, pur occupandoci dell’Austria, il cosiddetto “rapimento di Kaiserwerth”, che infatti viene ricordato anche nel nostro romanzo.

Il “rapimento di Kaiserwerth” aveva lo scopo di educare Enrico e instillargli il giusto rispetto per la Chiesa, sottraendo il giovane imperatore alla pessima influenza di sua madre, una reggente politicamente incapace, la quale non faceva che alienare feudi e incoraggiava il figlio nella politica anti-papale e contraria alla riforma della Chiesa. Infatti Agnese avversava il papa, mentre nel romanzo è arbitrariamente collocata nello schieramento opposto e non fa che piagnucolare sul figlio che si oppone alla Chiesa.

Le esternazioni dei vari personaggi su Kaiserwerth sono semplicemente deliranti. Arduino (quello inventato dall’autrice) blatera: “Quei vescovi tedeschi che l’hanno rapito gli hanno riempito la testa di idiozie, di malvagità e di errato senso di onnipotenza. Ecco perché è diventato quello che è.” (sic!). Matilde (quella inventata dall’autrice) ribadisce: “La colpa è di Annone e Adalberto, quei vescovi malvagi e corrotti (sic!) che lo hanno trasformato in un mostro. Non sarebbe così spietato se non lo avessero educato alla crudeltà.” (sic!). E Gregorio (quello inventato dall’autrice) delira, stravolgendo disastrosamente la storia: “Ah, se solo Agnese avesse potuto mantenere la reggenza e continuare a educare suo figlio! Le cose sarebbero sicuramente andate diversamente.” (sic!).

La realtà storica è esattamente l’opposto. Il vescovo Anno (o Annone) era un sant’uomo, noto per la sua severità e per la sua difesa dei diritti di Dio e della Chiesa, e per questo odiato da molti abitanti di Colonia, più amici della crapula che della Santa Chiesa Cattolica, che insorsero contro di lui nel 1074. Sulla sua santità non vi è il minimo dubbio, tanto che è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1136 ed elevato a santo patrono di Colonia, per lo zelo dedicato alla riforma della Chiesa e per la sua vita austera. Nel romanzo, come abbiamo visto, viene invece descritto come un idiota, malvagio, corrotto e corruttore, responsabile di aver rovinato l’imperatore fanciullo e di averlo aizzato contro la Chiesa. Questo è imperdonabile, perché, oltre che una gravissima menzogna e un insulto alla storia, è la diffamazione di un santo.

La bibliografia storica, a riprova di quanto affermato sopra, riguardo al santo vescovo Anno, ad Agnese e al “rapimento di Kaiserwerth” è sterminata. Vanno almeno ricordate le opere di Mechthild Black-Veldtrup, Marie-Luise Buhlst-Thiele e T. Struve sull’imperatrice Agnese, di Wilfried Hartmann e Hermann Jakobs sulla lotta per le investiture, di Friedrich Wilhelm Oediger, Friedrich Wilhelm Bautz, George Jenal, Dieter Lück e Jörg Kastner, sul santo vescovo Anno, al quale T. J. Campbell ha dedicato un articolo sull’Enciclopedia Cattolica. Ma anche senza scomodare simili opere di livello accademico, sarebbe bastato un click su Wikipedia per accertare i fatti, almeno a livello elementare.

Ora, ad un romanziere si può concedere anche di travisare la storia, deformando i fatti per costruire un racconto fantastico, ma in questo caso non si può più parlare di narrativa storica. Si tratta invece di narrativa ucronica, quella che racconta una storia mai avvenuta: un ramo perfettamente legittimo della narrativa, di cui costituisce un sottogenere particolare nell’ambito del genere pulp-fiction, per intenderci una storia in cui Hitler ha vinto la seconda guerra mondiale, o gli indiani d'America hanno scoperto l'Europa. Ma la vera narrativa storica, rispettosa della realtà, e che si permette qualche volo di fantasia solo nei personaggi d’invenzione che non intaccano i fatti storici accertati, è tutt’altra cosa, e infatti ha saputo produrre capolavori come “I promessi sposi” e “Guerra e pace”, ciò che la narrativa ucronica non è mai stata capace di ottenere, e secondo il mio modesto avviso mai sarà capace di ottenere.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
I nostri articoli sono stati letti
volte
 
RICERCA

Per effettuare una ricerca interna al sito:

 
ULTIMO ARTICOLO
  • LE RAPALLIADI RELOADED

    Degni son di laudi e onori

    questi bei ‘ministratori

    dell’amena cittadina

    che somiglia a una vetrina,

    e che fa rima con sballo,

    e con callo e con cavallo,

    ma purtroppo, senza appello,

    non fa rima con cervello.

     

    Terza laude

     

    Cala il sole molto presto

    e d’inverno è buio pesto;

    nelle curve alquanto oscure

    non si vedon le fessure,

    nel sinistro marciapiede

    a tuo rischio metti il piede.

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 1 copia

    “Di lampion ce n’è abbastanza

    abbastanza e ce n’avanza”,

    dice l’amministratore

    con serafico candore,

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 2 copia

    “che la gente stia più attenta

    e mi paghi la rumenta,

    e tra vincoli e tributi

    siano i sudditi spremuti.”

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 3 copia

    Leggi tutto...

 
 
 
© I TRIGOTTI
Tutti i diritti riservati - Informativa Cookies

Credits www.dpsonline.it