Genova, 30 Aprile 2017 12.57





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

20
GIUGNO
2015
Articolo letto 513 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

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Abbiamo il piacere di conferire una doppia aquila d’oro a Emanuela Marinelli e Marco Fasol per il saggio:

 EMANUELA MARINELLI & MARCO FASOL, Luce dal sepolcro. Indagine sull’autenticità della Sindone e dei Vangeli, Verona, Fede & Cultura, 2015, € 15,50.
 
Recens.Marinelli-Fasol copia

Segue un commento dell'opera a cura di Emilio Biagini:

Questo saggio, scritto a due mani, si propone, con pieno successo, di porre in evidenza non solo l’autenticità della preziosa reliquia di Torino e dei Santi Vangeli, ma di mostrare come queste due fonti si integrino a vicenda, e trovino conferma l’una nell’altra. Premetto che non ho competenza specifica di studi sindonici, che mi sono limitato a seguire, semplicemente documentandomi su quanto si veniva via via pubblicando, dopo essere stato introdotto a questo tema affascinante dal mio venerato maestro, il salesiano Prof. Pietro Scotti.

Emanuela Marinelli ha due lauree, in Scienze Naturali e in Geologia, ed è forse la massima autorità al mondo in fatto di studi sulla Sindone, sulla quale ha scritto una montagna di articoli e sedici libri tradotti in varie lingue. Ricercata conferenziera, ha tenuto conferenze sul Sacro Telo in tutto il mondo.

Marco Fasol, laureato in Filosofia alla Cattolica di Milano e diplomato in Scienze religiose presso lo Studio Teologico “San Pietro Martire” di Verona, è autore di vari saggi, ed è particolarmente esperto di apocrifi gnostici, oltre ad aver approfondito il tema centrale dell’amore cristiano a confronto con il concetto pagano di amore.

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20
MARZO
2015
Articolo letto 1418 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Per straordinario incasinamento delle sacre Verità della Fede, concediamo solennemente una meritatissima doppia VIPERA DI LATTA all'immane papocchio pseudo teologico e pseudoscientifico che va sotto il nome di "Genesi biblica", di cui il primo colpevole è un certo don Guido Bortoluzzi, seguito da un corteo di amabili sprovveduti e con probabile sostegno di denari sonanti, vista l'invadenza con cui il papocchio viene tuttora sostenuto perfino da preti (vergogna!), fra mostre d'"arte" (si fa per dire) a Montecarlo (che certo non sono gratis), altri libri, lussuose presentazioni, ecc. Tutte risorse che per iniziative culturali ben più meritevoli (vedi ad esempio la stupenda opera poetica di Francesco Maj recensita in questo stesso sito) non vengono mobilitate affatto.

A differenza di quanto è nostra abitudine in questa rubrica, evitiamo di mettere riproduzioni delle copertine dei libri del papocchio, onde evitare di offrire loro una pubblicità che non meritano. E' già abbastanza preoccupante che roba simile continui ad andare in giro e trovi degli sprovveduti che le danno credito.

Segue una recensione, anche troppo mite e comprensiva, di Emilio & Maria Antonietta Biagini, che spiega alcuni aspetti di questo inquietante e disastroso papocchio:

 

DON GUIDO BORTOLUZZI FRA PSEUDOTEOLOGIA E PSEUDOSCIENZA:

UN PREOCCUPANTE ESEMPIO DI FALSA RIVELAZIONE

A CONFRONTO CON GLI SCRITTI VALTORTIANI

Indicazioni bibliografiche:

BORTOLUZZI don G. (dagli scritti di, cur. Renza Giacobbi) (2010) Genesi biblica, Luogo di edizione non indicato (Belluno?), Grafica5 Edizioni, 4a ed.

MENEGHELLO G. & PRIULI F.M. (2015) Dio spiega la Bibbia attraverso suor Faustina Kowalska, Maria Valtorta, don Guido Bortoluzzi e don Stefano Gobbi, Verona, Fede & Cultura

Ed ecco il commento:

La incautamente pubblicizzata Genesi biblica (Bortoluzzi 2010) è un gravissimo esempio di falsa rivelazione. Anzitutto il “veggente” mostra una volontà di penetrare i misteri, di sapere non per adorare, ma per curiosità fine a se stessa, ciò che è soltanto vanagloria: precisamente quello che Cristo ha condannato nei Suoi dettati a Maria Valtorta, e che gli autentici veggenti, come la stessa Valtorta, i veggenti di Medjugorje, di Fatima, di La Salette ecc. si sono sempre ben guardati dal coltivare.

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17
MARZO
2015
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un dramma di eccezionale profondità spirituale e poetica:

DI GUALDO A.S.L. (2009) Nada te turbe, Acireale-Roma, Bonanno Editrice

Recens.Levi Di Gualdo Nada te turbe copia

  

Ariel Stefano Levi di Gualdo, autore di varie opere di saggistica e direttore della collana teologica del Gruppo Editoriale Bonanno, è un sacerdote che unisce profonda cultura (allievo del teologo gesuita Peter Gumpel, formato al collegio San Bernardo in Urbe presso i cistercensi e sotto la guida dei benedettini al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, oltre a corsi di approfondimento in Germania) ad un non comune talento letterario, ben dimostrato da questo capolavoro assoluto che scava in profondità nel mistero della Fede e del martirio, e che l’Autore stesso definisce “una meditazione eucaristica scritta in forma di romanzo storico”.

 

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28
FEBBRAIO
2015
Articolo letto 728 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un poema drammatico che rivela un talento letterario non comune:

MAJ F. (2011) In cammino, Firenze, L’Autore Libri

 Recens.F.Maj In cammino.Copertina copia

 

 

Un grande talento poetico al servizio della Verità ci presenta questo poema drammatico sui Dieci Comandamenti, che ha l’andamento solenne di una sacra rappresentazione medievale, ma con una maturità poetica e una profondità teologica che le rappresentazioni medievali non possedevano. Voci dall’alto parlano a Mosè, e parla Mosè, e parlano voci maligne e insinuanti, che tentano di sviare l’uomo dal retto cammino. E parla pure gente comune, disorientata, che si domanda come distinguere il bene dal male.

 


 

I Comandamenti si susseguono, presentati come in una sinfonia di voci celesti, umane e diaboliche. La contraddizione demoniaca non può naturalmente confrontarsi con la Verità, ma cerca di sviare l’uomo tendendogli trappole che fanno appello agli istinti, all’avidità, alla brama di potere. Così al primo comandamento (Non avrai altro Dio fuori di me) si oppone la falsa divinità Mammona, che promette gloria terrena e piacere; al secondo (Non nominare il nome di Dio invano) si oppone un “personaggio nero” che vuole atteggiarsi a profeta e imporre ai fedeli una miriade di precetti fastidiosi e inutili, tali da allontanare gli uomini dall’Altissimo, proprio come fecero i farisei; al terzo (Santifica la festa) si oppone un “personaggio strano” che tenta l’uomo all’evasione dal lavoro quotidiano per immergersi in piaceri carnali senza mai riflettere e soprattutto senza pensare al tentatore, che lavora meglio nell’oscurità.

Serrati dialoghi tra il Signore e diversi interlocutori umani danno luogo ad una sublime rappresentazione del Sacramento matrimoniale e della famiglia, insostituibile cellula della società umana se cementata dall’amore divino e dall’obbedienza al quarto comandamento (Onora il padre e la madre). Odiatore di Dio e dell’uomo, il demonio oppone a questa verità consigli astuti e apparentemente molto umani agli sposi (soddisfare i desideri carnali, non procreare perché i figli sono un fastidio) e ai figli (ribellarsi, perché sono stati trascinati nella vita senza il loro consenso e stretti in una rete di compiti e di obblighi, rinfacciare ai genitori lo “scherzo atroce” di averli messi al mondo, farsi mantenere e far loro intendere che sono nati per un “momento di libidine” che i genitori stessi dovranno scontare). Al cemento dell’amore, il maligno oppone il veleno dell’odio, per trasformare la famiglia in un inferno, e in che misura il piano diabolico riesca lo si vede fin troppo nei disastri familiari che la “progredita” società odierna ci pone ogni giorno sotto gli occhi.

Il poeta apre il discorso sul quinto comandamento (Non uccidere) con un severo ammonimento agli scienziati, arroganti mosche cocchiere che credono di tenere in pugno i segreti della vita, come il ricercatore che — immagine poetica davvero geniale — “afferra l’ombra e crede spento il sole”. Segue un duplice inno alla vita, poi una bellissima preghiera a più voci e le parole di un veggente: altissima poesia piena di meraviglia di fronte al mistero insondabile della creazione. In forma subdola risponde l’abisso demoniaco per bocca di enigmatici “viaggiatori” i quali abilmente insinuano che il prossimo è un concorrente, quindi da combattere, o peggio una preda che si deve sfruttare. Risponde una vera sinfonia di voci: una donna che invita all’accettazione e al rispetto dell’altro, un saggio che invita alla calma e alla condivisione, Dio in persona che ammonisce a non sentenziare sputando bestemmie perché Egli solo è padrone e signore della vita e soltanto Lui può dare la pace. Due profeti rispondono con cantici bellissimi esortando a non uccidere l’innocente e a non sottrarsi alla vita. Interviene il poeta con una vibrante condanna dell’aborto, con la bruciante immagine della terra assediata dalle anime dei bambini non nati ai quali è stato negato il diritto di vivere. Un saggio depreca la crudele vanità della guerra. Gli risponde un “guerriero”, difendendo invasioni, aggressioni e stragi, che non sono delitti, purché l’aggressore vinca: infatti a scrivere la storia sono i vincitori. Ed ecco, evidentemente evocato dall’inferno, apparire l’utopista Robespierre, che esalta la rivoluzione, l’odio di classe, il Terrore, facendo balenare il fantasma del progresso che ne dovrebbe scaturire, della concordia e del benessere futuri che giustificherebbero ogni delitto. Gli fa eco il demonio, che lega il progresso alla guerra, ma è un progresso di cui nessuno conosce la direzione e il risultato. Poi riprende il demonio, presentando l’orrore dell’eutanasia, mascherato da pietà per il sofferente. Infine, una preghiera corale a Gesù Cristo, l’unico capace di sconfiggere il male e consolare le vittime.

Il sesto comandamento (Non commettere adulterio) è occasione per il poeta di rievocare il matrimonio sacro e indissolubile, e quindi l’origine stessa del genere umano (“maschio e femmina Dio li creò”), per irrevocabile decreto divino. Stupendo il soliloquio di Adamo ancora solo e quasi smarrito, cui risponde la Voce divina decretando: “Non è bene che l’uomo sia solo.” Dolcissimo è l’incontro di Adamo con Eva e altissima poesia il momento dell’estasi-dono. Ma contro il meraviglioso progetto trama l’Ombra demoniaca, che si propone di far leva sul libero arbitrio. L’uomo, incerto di fronte alla tentazione, dialoga con Dio che gli ricorda la tremenda condanna di chi corrompe l’innocenza. Ma la Nube nera torna alla carica proponendosi di trasformare gli uomini in “spavaldi grufoloni”, ossia maiali. Bellissimo l’interludio classico di Catullo a Lesbia, che ricorda come “il piacere vuole sofferenza”, a cui immediatamente segue la disperata angoscia della prostituta. Il dialogo si fa serrato tra propositi diabolici e preghiere, e si conclude con l’affermazione della Donna senza macchia che schiaccerà la serpe.

Voci celesti introducono il settimo comandamento (Non rubare), illustrando le immense ricchezze della terra che vanno colte con cuore grato e senza derubare la vedova, l’orfano, il prossimo. Ma si insinua la tentazione dall’ombra nera, che insegna l’utopia, l’invidia, la menzogna ambientalista e assassina fatta apposta per soffocare l’umanità. Il poeta evoca la torre di Babele, immensa impresa dissennata, e un narratore ne descrive il fallimento causato dai vizi capitali, ciascuno dei quali, in modo diverso, corrompe e annulla l’agire degli uomini. Qui, in forma di dialogo tra l’avaro e la morte, s’inserisce una potente allegoria dell’avarizia. Uno strano personaggio, che poi altro non è che il diavolo, commenta la cacciata dei mercanti dal tempi e giustifica questi ultimi che cercano di far soldi con mezzucci consentiti dall’occasione. Chiude questo “canto” la voce di san Francesco d’Assisi, che esorta a seguire madonna povertà, poiché se anche la terra porgesse all’uomo tutti i tesori, questi non avrebbe in pugno altro che vento che sfugge.

La preghiera è il miglior modo di accostarsi ai comandamenti. L’ottavo (Non testimoniare il falso) è introdotto dalle parole di un orante che si rivolge alla Realtà, “dimora stabile dell’Essere”, domandando mente lucida, cuore pronto, orecchio attento. Una voce dall’alto (è Dio che parla, ma il poeta usa frequenti perifrasi per sacrosanto rispetto) concede all’orante tutte le grazie necessarie per farlo “costruttore” di se stesso perché possa giungere alla Verità. Ma un personaggio comune, evidentemente senza troppa familiarità con la preghiera, e confidando quindi solo sulle sue forze, si trova del tutto smarrito. E qui si inserisce il maligno, proponendosi di far leva sulle chiacchiere filosofiche per portare l’uomo al relativismo, di cui il demonio stesso è l’inventore. È la cattiva filosofia dei sofisti, enunciata da Gorgia di Lentini, senza punti fermi, cinica, amorale, profittatrice, che libera l’uomo dal rimorso e giustifica ogni eccesso perché “rende sacrosanta la passione”; il male è monotono, e infatti nulla è mutato dal tempo di Gorgia. Un comune viandante osserva l’immensa varietà dei messaggi scritti e filmati e l’agitarsi degli uomini: “barbe viventi o tramontate di severi filosofi” intenti “a decifrare austeri detti forse senza senso... Ma più c’è vuoto, più c’è da mangiare!”; e scienziati che domandano soldoni per le loro ricerche e il progresso, e si offendono se si domanda: “Ma che ricerche sono e per che cosa?”; e sacerdoti che parlottano con formule sfuggenti che neppure loro comprendono; e giudici e avvocati concordi nell’unica certezza che “più si litiga più la pappa è grossa”. Di fronte a tale verminaio umano, il Signore ammonisce di non badare all’urlo delle folle o al trionfo dei malvagi, e di non scendere a compromessi curvando la fronte al prepotente o incoraggiando “l’artista che si vende alla menzogna”, e neppure di parlare del male per non propagarlo. Ma l’astuto demonio consiglia di non parlare di cose sante, di cui non possono occuparsi degnamente, ma di dedicarsi invece a descrivere a fondo il vizio, la malvagità, il furto, evitando i buoni libri e cercando invece quelli che descrivono casi estremi di gente patologica. La verità naturalmente non significa nulla per il giornalista, al quale solo importa servire l’opinione dominante e favorire “sondaggi pilotati da qualche finanziere senza scrupoli”. Conclude questa alterna sinfonia di voci contrastanti la parola di un orante che, assediato dalle nebbie del mondo, chiede lumi a Dio, l’unico in grado di salvare l’uomo.

Si inserisce a questo punto un bellissimo intermezzo che ha per tema il cuore dell’uomo, con i suoi misteri e le sue serpi insidiose. Combattono per la signoria del cuore umano Dio e la satanica Nube nera. Dio è paziente perché “abisso non compiuto è il cuore umano”, mentre la Nube nera si pasce della speranza di condurre l’uomo alla rovina mediante malefiche utopie di “società mirabili e perfette” che porteranno a lotte disperate “per un’ombra”. Su tutto prevale, naturalmente, Dio onnipotente, con la Sua divina pazienza, che accetta di procedere tra il male perché solo Egli dal male può trarre il bene e la salvezza.

Il nono comandamento (Non desiderare la donna d’altri) è un breve dialogo tra la donna, che rivendica di non essere un ornamento qualunque, ma figlia e serva dell’Altissimo, mentre dalla Nube nera il demonio ordina di non parlare di peccato e pone al suo servizio “scrittori assai brillanti, dottori in gamba astuti dichiarati che sforneranno tutte le ricette per allettare i cuori sempre deboli”. E infatti nella profondamente corrotta epoca attuale si è perduta l’idea stessa del peccato, spesso purtroppo anche tra molti chierici, mentre cultura ed arte sono di frequente al servizio del male.

Il decimo comandamento (Non desiderare la roba d’altri) si apre con un calmo colloquio in cui parlano esseri umani che appaiono soddisfatti di ciò che hanno, e grati al Padre celeste per i Suoi doni. Ma Arpagone, a colloquio con l’oro, propone una visione diametralmente opposta, di feroce avidità. Segue immediatamente l’azzeccatissimo discorso del demonio sulla Borsa di Milano, tempio della divinità denaro che tutti adorano ottenendo come risultato la discordia. (Ma che dire allora della Borsa di Wall Street, che è il cuore delle speculazioni e della forsennata invadenza dei poteri forti? Dove poche centinaia, forse solo poche decine di squali decidono l’avvenire di interi paesi e guidano la scristianizzazione e la corruzione del mondo, preparando tempi di orrore quali nessuno riesce ad immaginare, ma che sono stati adombrati dalle rivelazioni alla grande mistica Maria Valtorta?). Parla quindi Dio onnipotente, ricordando come egli manderà nei secoli profeti che “ricorderanno la strada da percorrere” (e anche qui non può che ricorrere il pensiero a Maria Valtorta, o meglio alle rivelazioni che le fece il suo Divino Maestro). In modo stupendo conclude il poeta questo canto con la potente allegoria dell’invincibile Colonna, eretta a ricordare l’eternità dei Comandamenti e, di riflesso, l’assoluta inanità dei vaneggiamenti relativistici.

Chiude questo stupendo poema una serie di preghiere in cui si alternano personaggi diversi: una donna, Aronne, Mosè in dialogo con la divina Nube luminosa, un ebreo che riconosce come la terra non è la sua sede definitiva, e una donna che gli fa eco riconoscendo che non è definitivo neppure il suo stesso corpo. Stupenda la successiva preghiera di Mosè: nessun uomo è un assoluto per un altro, soltanto l’Unico rimane. Un uomo prega riconoscendo che nessun traguardo umano è definitivo. Ritorna Mosè con estrema umiltà che, pur riconoscendosi non migliore di nessun altro, obbedisce al divino comando e procede, e proclama che Dio è ovunque ed è il Dio di tutti. Alla preghiera di un sacerdote, risponde il Signore che insegna come pregare: per chi non si sente degno interviene lo Spirito Santo che sopperisce alle nostre lacune e incertezze. Stupendo il dialogo conclusivo tra Dio e Mosè, che insegna come il perdono sia il supremo segno dell’amore.

In fondo al volume si incontra un’appendice, “Il canto di Abramo”, che secondo l’autore potrebbe fare da preistoria a “In cammino”, poiché la vicenda di Abramo non solo è cronologicamente anteriore a quella di Mosè, ma “interessa in varie forme chiunque è in viaggio per la salvezza”. Anche qui si alternano molte voci: il narratore, Abramo, Isacco, il Signore, il poeta. Si tratta di uno stupendo poema da leggersi anche a sé stante, nel quale si adombra l’interrotto sacrificio di Isacco e l’Albero della Vita, che preannuncia l’apertura della terra intera al mistero della Redenzione.

Dovendo, in conclusione, dare un giudizio complessivo di tanta opera, non resta che ammirarne la profondità teologica, la bellezza e l’altezza poetica, che ben altre lodi meriterebbero di quelle che possa offrire il sottoscritto, al quale purtroppo manca l’accesso alle riviste letterarie. Ma il poeta Francesco Maj è certamente il primo a insegnarci che la lode umana è “flatus vocis”, e che un’Autorità inappellabile renderà merito al merito e sgonfierà i palloni gonfiati che vanno oggi per la maggiore in questo piccolo mondo.

EMILIO BIAGINI


I TRIGOTTI

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  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Terza puntata

    Arriviamo così a uno dei punti che più prudono al PAG: il vergognoso trattamento inflitto al “povero Giuda”, per il quale il tenero cuore del PAG sanguina profusamente per almeno una decina di pagine. Ecco infatti l’instabilità psichica della Valtorta che (p. 134) “si manifesta preferibilmente nei rapporti di Giuda con Gesù. Giuda è continuamente bistrattato (sic!) come serpe viscida e priva di coscienza, che va a donne e pensa solo ad un regno messianico terrestre e politico. Nei rari momenti in cui il traditore non dà fastidio al Maestro o ai compagni, Gesù, piagnucoloso e amoreggiante, diventa pure ossessivo e squilibrato, preoccupato solo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvarlo dalla dannazione eterna, benché quell’essere demoniaco fosse segnato già dal principio.”

    Infelice Giuda bistrattato e afflitto da un Gesù piagnucoloso, amoreggiante, ossessivo, squilibrato! E pensare che invece col PAG sarebbe andato così d’accordo!

    Povero Giuda, com’eri capitato male (pp. 134-135): “Ecco una scena tragicomica. Gesù prende Giuda fra le braccia, gli parla gota a gota presso l’orecchio, i capelli d’oro cupo del Maestro divino si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda. Gli rivela che sta per morire martire per tutta l’umanità, gli piacerebbe (sic!) anzi patire tre volte per salvare il suo Giuda: ‘Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso.’ E Giuda consola il piangente Gesù, promettendo amore e vigilanza: ‘Mi basta che tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, e per tua protezione.” Purtroppo il bacio viene interrotto dai discepoli che portano formaggio fresco.”

    Sotto la penna brutale del PAG ogni episodio evangelico, avulso dal cotesto, deformato e ridotto a caricatura, diventa una oscenità il cui eroe, non a caso, è sempre Giuda.

    Gesù consola la madre di Giuda dell’imminente dolore e le promette un posto in cielo (L’Evangelo Cap. 395), e il partigiano cuneese di Giuda riattacca (p. 135): “La amabile scrittrice può così ritornare con il cuore sereno a torturare in modo disgustoso (sic!) e morboso (sic!) la figura del povero (sic!) Giuda! In un’altra scena veramente sadica (sic!) Giuda professa il suo amore e chiede un bacio al Maestro”.

    A questo punto il povero barbitonsore cominciò a chiedersi, con gli occhi fuori della testa: “Ma lo sa il PAG cosa vuol dire sadico?” Indubbiamente ha qualche lacuna nel vocabolario, così com’è estremamente povero di argomenti, noioso e ripetitivo nella sua sterile e controproducente polemica antivaltortiana.

    E la sarabanda farneticante continua ininterrotta. In una nota a p. 136 ecco la “ridicola e noiosa conversazione di Gesù con Giuda, che continua ad assicurargli di amarlo (…); altra scena da circo equestre (sic!) nella quale Giuda dopo aver rubato soldi dalle offerte fatte ai discepoli, partecipa al raduno dei nemici di Gesù, tutto piagnucoloso e incerto perché il Maestro gli penetra i pensieri, continua ad amarlo e non lo caccia dal gruppo degli apostoli.”

    Povero Giuda, oppresso e incompreso!

    “Inframmezzata a queste pagine, in una continua altalena di rimorsi e di perversione, la tortura sulla figura di Giuda si diverte di tanto in tanto a farlo piangere di dolore” (p. 137).

    Ecco di nuovo il povero piccolo, innocente Giuda, seviziato dalla sadica Valtorta!

    Infatti, l’illuminato PAG si degna di insegnarci (p. 138) che “la persona del traditore diventa così un puro e malsano gioco della Valtorta, incapace di trovare una soluzione meno infantile per presentare la sublimità del suo Gesù, tutto Pazienza e Amore, già da tempo a conoscenza che Giuda si è venduto al Sinedrio per tradirlo; tale quadro offre una cornice al desiderio morboso (sic!) di punzecchiare continuamente il discepolo maledetto, che osò tradire il ‘suo’ caro Gesù. Ecco perché si susseguono vari episodi nei quali la Valtorta tramite i suoi personaggi si diverte sadicamente (sic!) a far notare che Giuda ha sempre torto e sbaglia sempre, qualunque cosa faccia o dica; anche Gesù ad un certo punto rifiuta di lasciarsi abbracciare dal discepolo maledetto e spesso, quando lo vede, si mette a piangere. In un dettato Gesù-Valtorta (sic!) si sfoga in modo estremamente indecoroso contro quel serpe di Giuda che fa ribrezzo per il suo desiderio di denari, di donne e di prestigio umano.”

    Desiderio che evidentemente il PAG ritiene perfettamente comprensibile e legittimo in un discepolo di Gesù, e quindi in un prete. Superfluo ogni commento sul desiderio “sadico e morboso” (sic!) di “tormentare” il povero, calunniato Giuda Iscariota, che il PAG, nella sua delirante fabulazione parapsicologica, attribuisce alla Valtorta.

    Non solo, ma secondo l’illuminato PAG “il gusto malsano del demoniaco trova sempre modo di compiacersi” (ibid.).

    Ecco che, nella sua frenesia persecutoria contro il povero, piccolo, perseguitato Giuda, la veggente non si chiama neppure più Maria Valtorta ma si identifica col “gusto malsano del demoniaco” che l’illuminato studioso di spiritismo certo conosce molto bene.

    A questo punto, il povero figaro ha gettato la spugna e, dopo una mezz’ora trascorsa nel bagno a vomitare, mi ha chiamato al telefono dicendo che non si sentiva bene.

    – Le avrà fatto male qualcosa – gli ho detto cadendo nella più vieta banalità, ultima risorsa dei miei pochi neuroni superstiti.

    – Sì, m’ha quasi ammazzato quella specie di galleria della bestemmia travestita da libro. –

    – Ma come? Un autore così blasonato… –

    – A dottò, lassamo perde. A proposito, come va la barba? –

    – Ha smesso di crescere da quando mi sono messo a leggere libri gialli. –

    – Ottimo, continui a leggere quelli. Io studierò dove andare in vacanza per riprendermi. Intanto lascio il compito al mio assistente che ha seguito il mio lavoro finora. Stia bene, dottò. –

    E così di Giuda all’Ultima Cena ha dovuto occuparsi il povero aiuto-figaro, il quale ha affrontato il compito con tutto l’entusiasmo della giovinezza. Infatti lavora come aiuto barbiere solo per pagarsi gli studi in psichiatria, e, nella sua qualità di aspirante psichiatra (AP) ha subito detto che il caso gli sembrava di estremo interesse.

    Infatti (pp. 138-140), “terminata l’ultima cena [notare le minuscole, ha subito osservato l’AP: tanto era una cena qualunque inventata dalla nota sadica demente nelle sue fabulazioni in trance leggera], Gesù confida agli altri discepoli che Giuda è una incarnazione di Satana, un posseduto, anzi un ‘annullato in Satana’ (…) emergono in modo impressionante i vari squilibri psichici della Valtorta, soprattutto nel sadismo con cui ella rovescia su Giuda il bisogno di trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare l’aggressività repressa, nella ripetizione morbosa del tic sessuale e nel parossismo paranoico vengono artificiosamente create situazioni e reazioni affettive intorno alle persona di Gesù. L’occasione è offerta da un incidente farsesco: Giovanni e Gesù scoprono Giuda mentre forza un cofano ferrato per rubare denaro. Il fattaccio è creato ad arte per poter poi sbrodolare intensi momenti intimi tra i due innamorati che si terranno abbracciati per consolarsi.

    Postilla dell’AP (aspirante psichiatra): parrebbe esservi qui un’ambiguità malsana, è lecito il dubbio che il paziente attribuisca alla Valtorta il tic sessuale di cui è lui stesso a soffrire.

    Continua il PAG a fabulare da par suo: “Giovanni reagisce come una suora che trova finalmente l’occasione per dimostrare alla superiora le sue tenerezze esclusive. (…) La scena che segue è di rara comicità, se non fosse che rivela l’animo malato della Valtorta. Gesù (…) si mette a gridare, lasciandosi sfuggire con mesi di anticipo notizie riservate sulla sua passione.

    Postilla dell’AP: la “p” minuscola segnala un tasso di devozione inferiore a quello di uno scimpanzé, e l’illuminato evoluzionista PAG certo non si offenderà del confronto. Speriamo che non si offendano gli scimpanzé. (…).

    Il PAG imperterrito prosegue: “Nella scena interferisce di tanto in tanto la Valtorta con commenti sempre più sadici (…). Di fronte a questo Giuda (…) pronto ad assalire come un cane feroce, Gesù si mette a parlare di donne e di sesso. Gli rinfaccia di essersi venduto a Satana e di averlo servito in tutte le tentazioni presentategli, gli rivela confidenze molto intime sul come egli riuscì invece sempre a superare il desiderio sessuale di giacere con donne (…) gli comunica che Dio è senza lussuria e che Lui, Figlio di Dio, patì le tentazioni oscene per dimostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria, anzi si fa sempre più confidenziale con colui che proprio pochi minuti prima pareva una apparizione demoniaca.”

    Postilla dell’AP: il tentativo di salvare Giuda e la sacrosanta affermazione della purezza di Gesù, che tutti i suoi discepoli sono tenuti ad imitare, appaiono all’autore solo come qualcosa di farsesco. Si palesa quindi una grave anomia: il paziente appare del tutto fuori posto nel ruolo di prete che si ostina ad occupare.

    (continua)

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