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AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

09
AGOSTO
2015
Articolo letto 596 volte

 

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una fondamentale opera filosofica coraggiosamente controcorrente:

PiIERO VASSALLO (2014) PENSIERI TEOLOGICAMENTE SCORRETTI, Genova, Edizioni Radio Spada

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

   

Recens.Piero Vassallo-Pensieri teologicamente scorretti copia

 

VASSALLO P. (2015) Pensieri teologicamente scorretti, Milano, Radio Spada

Questa importante opera di Piero Vassallo dimostra come la distanza tra cattolicesimo ed ebraismo non può essere colmata dalla melassa buonista e conciliarista, ma piuttosto da una disamina attenta della complessità ebraica.

Indiscutibile anzitutto è la radice ebraica del Cristianesimo: i fedeli cristiani e gli ebrei credenti sono segretamente uniti nell’attesa dei tempi ultimi, mentre le ideologie anticristiane messe in circolazione da intellettuali ebrei della diaspora erano paradossalmente radicate non nell’ebraismo ma nell’antiebraismo: come il comunismo, la psicanalisi freudiana e la gnosi francofortese. Questi anticristiani erano sì ebrei ma niente affatto ortodossi, ben lontani dal vero ebraismo.

La complessità ebraica richiede un’analisi altrettanto complessa dei rapporti del mondo ebraico con il resto del mondo, analisi che l’autore svolge con profonda competenza. Anzitutto vi è l’insorgere della spinosa questione palestinese, legata alla disintegrazione dell’Impero ottomano e alle insensate decisioni di francesi e inglesi che avevano preso il posto dei turchi sconfitti, con in più l’aggravante dell’ossessione petrolifera anglo-americana. E tutto ciò non facilita certo il dialogo fra cristiani ed ebrei.

Col caso Mortara, il bambino ebreo divenuto prete cattolico, la setta massonica si è scatenata per attaccare la Chiesa, cinicamente distorcendo la verità per scavare un solco tra cattolici ed ebrei: vera opera di “colui che divide”. L’autore dimostra invece come non vi fosse, da parte della Chiesa, alcun desiderio di far torto agli ebrei. Il piccolo si era trovato in punto di morte, e una serva cattolica lo aveva battezzato: un atto irreversibile, che, data l’efficacia soprannaturale del Sacramento, rese indispensabile accoglierlo in seno alla Chiesa. Alla maggiore età, il giovane era stato lasciato libero di scegliere se restare cattolico o rientrare nell’ebraismo, ma fu egli stesso a decidere irrevocabilmente per la Chiesa, al punto di voler diventare sacerdote.

Un’altra semina di zizzania è la spuria teologia gnostica, incompatibile sia con l’ebraismo ortodosso sia con il cristianesimo, e affine alla dialettica nichilista di Hegel. Anche questa la dobbiamo ad ebrei dissidenti e non certo ad ebrei credenti. L’anarchismo elucubrato dagli ultimi utopisti atei e le fantasticherie della teologia deragliata dei progressisti hanno entrambe radice nel modernismo. Non a caso, la leggenda nera di Pio XII “papa di Hitler” nasce negli anni del postconcilio, a sottolineare una presunta cesura tra la Chiesa “cattiva” antecedente al Concilio e quella “buona” scaturita dal Concilio stesso, in cui dovrebbe attuarsi la disintegrazione morale e il capovolgimento delle gerarchie sociali. La diffamazione di Pio XII ha alimentato l’eresia che tormenta sia il mondo cattolico che quello ebraico, per opporre il politicamente corretto all’ortodossia profana e democratica, in modo da convincere i cattolici dubbiosi che ogni resistenza alla sovversione morale del postmoderno (aborto legale e “matrimonio” pederastico), sia destinata a naufragare nel nazismo e nel crimine. Fin troppo semplice per l’autore, demolire questa leggenda nera, sulla scorta di una seria documentazione storica.

Il delitto “umanitario” per far nascere il mondo nuovo parte dalla rivoluzione francese, che mira a sterminare gli “impuri”, avviando l’umanità sui sentieri violenti della purificazione “umanitaria” all’insegna della macelleria. I delitti nazisti sono gli unici ad occupare costantemente la prima pagina, facendo dimenticare quelli perpetrati dai sovietici e dagli “liberatori” anglo-americani. Il pensiero moderno è ancora prigioniero del solco dialettico dei macellai rivoluzionari in quanto l’autorità morale che la tragedia dell’olocausto ha conferito agli ebrei serve agli ebrei apostati per giustificare il comunismo. Solgenitsin ha dimostrato l’incompatibilità tra il comunismo ateo e l’autentico ebraismo che si basa sul riconoscimento dell’unico Dio. La partecipazione degli ebrei ai crimini staliniani fu esclusivamente opera di ebrei apostati, mentre quelli ortodossi furono aspramente perseguitati.

L’ostilità dell’ebreo apostata Marx verso l’ordine costituito è radicata nella negazione pessimistica e nel disprezzo verso il creato. L’ateismo per lui si attua mediante l’annientamento dell’istituto familiare, che inevitabilmente conduce al caos, e quindi non stupisce trovare tra gli ex marxisti di oggi una tendenza a favorire il regresso all’anarchia primordiale. Secondo maestri postmoderni come Gershom Sholem, la mistica sarebbe una ripresa di esperienze mitiche e costituirebbe il nuovo orizzonte della modernità. Il moderno dopo Marx è una teologia panteistica e nichilistica e, come acutamente osserva l’autore, “non è dunque un caso che l’ultimo intellettuale di sinistra, il crepuscolare Eugenio Scalfari, abbia dichiarato, in una delle patetiche omelie domenicali pubblicate sul quotidiano Repubblica, che i maestri della modernità sono Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche.” Ne La questione ebraica, Marx vede nell’era cristiana l’epoca nella quale si compirà la natura plutocratica e perversa della religione ebraica, portando all’autoestraniazione dell’uomo da sé e dalla natura. In tal modo Marx apre la strada alla totale negazione e devastazione dell’ebraismo tradizionale da parte degli apostati che imperverseranno nel Novecento, versando fiumi di inchiostro per screditare la morale, correndo dietro a una illusoria felicità, fino a scardinare il principio di realtà al punto di considerare di poter scegliere il proprio sesso.

Questa devastazione è stretta parente dell’odio antisemita. Luteranesimo e hitlerismo hanno comuni radici esoteriche. Ebrei apostati collaborarono in gran numero con i nazisti, come Hjalmar Schacht, l’autore del miracolo economico vantato da Hitler e migliaia di militanti nelle SS, fra cui Reinhold Heydrich. L’antisemitismo coincide con la radice neopagana dei sistemi della menzogna. I nazisti non odiavano solo gli ebrei, ma Dio stesso. Sarebbe una follia cercare nel Nuovo Testamento l’istigazione a perseguitare gli ebrei. Estremamente bizzarro appare il tentativo di von Harnack che definisce la finalità teologica del razzismo, cioè spezzare l’unità della Bibbia, staccando l’Antico Testamento dal Nuovo, fornendo così un alibi alla delirante teoria di Houston Stewart Chamberlain, secondo cui Gesù era ariano e non ebreo.

L’autore esamina le fonti penultime dell’antisemitismo: le elucubrazioni di von Harnack a lode della dottrina eretica di Marcione, le furenti pagine di Marx sulla questione ebraica, le invettive di Freud contro Mosé, il delirio mistico delle società teosofiche e antroposofiche, tutte idee deliranti che mostrano una evidente ed antica radice anticattolica. Negli ambienti dell’eterodossia ebraica sono diffusi principi ateologici marcionitici che stanno a monte dell’antisemitismo. Secondo Ernst Bloch, uno dei più virulenti filosofi ebraici eterodossi, l’apparente antisemitismo di Marcione sarebbe più vicino alla spiritualità messianica di tutta la successiva economia di salvezza, giungendo alla mistica dell’Antitesi, fondamento dell’ideologia postmoderna, per cui la volontà del Dio sconosciuto è anti-legge, anti-giustizia, anti-creatore, anti-reggitore del mondo. Il “dio” che demistifica l’Antico Testamento sarebbe “Acher”, altro. Altro da creazione, da ordine, da legge, da vita. Una divinità antagonista che si manifesta agli uomini per condurli all’ebbrezza dissolutoria e alla morte.

Nel delirio postmoderno si distingue specialmente Jacob Taubes, “il più rigoroso maestro dell’estremismo berlinese”, la cui tracotanza atea lo pone come “primo nella classe del delirio postmoderno”, intento a sdoganare quanto vi sarebbe di “valido” nel ripugnante Hitler-pensiero: l’avversione, di matrice luterana, al diritto romano e il furore, di matrice gnostica, contro il Dio della Bibbia, aprendo “due nuove vie di impostura”: il Vangelo come dichiarazione di guerra a Roma e lo stravolgimento dell’Epistola ai Romani per far apparire un san Paolo immaginario, “banditore dell’empietà e dell’avversione al Dio della Bibbia”.

Giustamente Giovanni Paolo II, nella sua riflessione sull’Olocausto del 1997, attribuisce a Marcione l’origine dell’odio antisemita, consentendo finalmente di vedere “la profonda solidarietà della persecuzione antiebraica e della guerra al Cristianesimo”. Purtroppo, lamenta l’autore, molti intellettuali cattolici tradizionalisti non hanno capito che il perdono chiesto dal grande Papa agli ebrei non è soltanto un atto di pacificazione, ma anche “il fondamento dell’argine che il magistero sta costruendo contro l’insorgenza dell’errore nazicomunista” (p. 114). In America, invece, “studiosi ebraici di fede ortodossa hanno recepito il messaggio del Papa, iniziando studi approfonditi sulla nefasta influenza marcionitica nella cultura contemporanea” (ibidem). Non altrettanto avvertiti sono, finora, gli intellettuali cattolici, ai quali sfugge l’opportunità di colmare le lacune che li separano al tempo stesso dal Magistero e dalla cultura ebraica seriamente aggiornata.

L’angoscia per la feroce persecuzione nazista ispirò ad alcuni intellettuali dell’eterodossia ebraica un drastico rifiuto del Dio dell’Antico Testamento: secondo Simon Weil, in sintonia con Nietzsche, l’onnipotenza divina non sarebbe che il prodotto dell’immaginazione umana. Dichiaratamente estranea alla teologia ortodossa della sinagoga, la Weil scindeva il Dio veterotestamentario potente ma non buono e il padre, buono ma impotente, di Gesù. Hannah Arendt osserva che la Bibbia non parla del sadismo e per questo Tertulliano e san Tommaso d’Aquino annoverano la contemplazione dei dannati all’inferno tra i piaceri dei santi in paradiso, e dimostra così di ignorare che, mentre nell’aldiquà è dovere dei cristiani pregare per la salvezza dei peccatori, la prospettiva muta completamente nell’aldilà. Lassù i beati, perfettamente conformati alla volontà di Dio, non possono che rallegrarsi della giustizia divina; e non dice forse una delle beatitudini (Matteo 5, 6): “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”?

L’influsso di Nietzsche, che aveva dichiarato guerra alla ragione, si fa sentire anche nell’epiteto “fascista” scagliato da Herbert Marcuse al principio di non contraddizione. La rivolta nietzschiana nega la giustizia, e la Arendt fa propria questa negazione, ritenendo che tutti i peccati in un modo o nell’altro non sono che il risultato della debolezza umana, ma escludendo da questa indulgenza proprio il “malvagio” Dio dell’Antico Testamento che punisce i peccatori. Così, il male in ogni sua forma è giustificato, mentre unica condannata è la giustizia divina.

Un nodo particolarmente difficile nei rapporti tra Chiesa e sinagoga è il dogma trinitario, sul quale non è possibile transigere, né vale baloccarsi con l’idea delle “tre grandi religioni monoteiste” che parrebbero essere dopotutto non tanto in disaccordo. Questa ambiguità dell’ecumenismo non facilita certo la comprensione tra la Chiesa e la sinagoga. Accusa di antisemitismo ad alcuni principi tradizionali della dottrina cattolica e accuse immotivate a figure cattoliche che hanno eroicamente contrastato l’antisemitismo, il tutto accompagnato da silenzio pavido o accettazione da parte dei più stolti fra gli esponenti cattolici, di tesi teologiche giudicate aberranti proprio dagli studiosi ebrei, completano un quadro non proprio confortante dello stato attuale della teologia cattolica.

Questa nuova e profonda opera di Piero Vassallo è di fondamentale importanza per comprendere la vera natura tutt’altro che compatta dell’ebraismo, e la presenza nel suo seno di correnti eterodosse ostili al cristianesimo e nocive all’ebraismo stesso, che ne viene gravemente stravolto. Molto più vicino al Cristianesimo è l’ebraismo autentico, quello ortodosso, fedele all’Antico Testamento, che è sempre e comunque infallibile Parola di Dio e radice inestirpabile del Nuovo Testamento e quindi del cristianesimo. Veramente radicate nella cultura biblica vivente sono in particolare le minoranze costituite in Israele dagli ebrei messianici che riconoscono in Gesù l’atteso Messia, e a questo riconoscimento sono giunti non grazie ad alcuna azione di proselitismo cristiano, ma semplicemente meditando senza preconcetti le profezie dell’Antico Testamento, ed è questa la vera strada della comprensione tra Chiesa e sinagoga.

Su questo illuminante saggio vi è da rilevare, dal punto di vista critico, un errore nella citazione dalla Marsigliese: non “qu’un sang impur arrose nos sillons” (p. 71), ma “abreuve nos sillons”, quindi non “annaffi” ma “abbeveri i nostri solchi”, che è espressione, se possibile, ancor più demoniaca e degna della macelleria rivoluzionaria. Inoltre, sul piano del libro come oggetto, è un vero peccato che un’opera di questa importanza sia stampata così male.

EMILIO BIAGINI

 


26
LUGLIO
2015
Articolo letto 508 volte

 

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un impegnativo saggio critico:

MARIA CRISTINA SOLFANELLI (2014) PASCOLI E GLI ANIMALI DA CORTILE, Chieti, Tabula Fati

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

SOLFANELLI M.C. (2014) Pascoli e gli animali da cortile, Chieti, Tabula Fati

 

Recens.M.C.Solfanelli Pascoli e animali da cortile copia

 

 

Maria Cristina Solfanelli è una giovane e promettente studiosa nel campo della saggistica letteraria. In quest’opera presenta un’interessante analisi del rapporto tra Giovanni Pascoli e gli animali: una chiave indispensabile per comprendere il mondo del poeta.

 

Nella scelta degli animali che compaiono nell’opera pascoliana, l’autrice individua anzitutto una motivazione conscia: il poeta è attratto dalla semplicità e dalla purezza dell’animale, che sta vicino all’uomo ma non giudica, ed è a suo modo perfetto, mai contro natura. A questa si aggiunge una motivazione ideologica: il rifiuto della vita urbana e industriale, che sembra però estendersi ad un rifiuto della vita associata in genere, probabile conseguenza delle terribili disgrazie che funestarono la vita del poeta. Vi infine una motivazione simbolica: dagli animali, infatti, il Pascoli trae simboli di grande suggestione, quali la morte sentita come un minaccioso scalpitìo lontano, o l’immagine positiva del nido che ricorre assai spesso, o il cieco e il pellegrino quali segni della cattiveria umana.

 

La presenza degli animali evidenzia i cambiamenti dal “precedente” al “nuovo”. L’utopica tranquillità e l’equilibrio della natura si contrappongono, per Pascoli, alla città, all’industria, alla scienza. Quest’ultima è fallita, incapace di dare risposte ai problemi ultimi. Il mito del progresso non ha alcuna presa sul poeta, che preferisce guardare indietro e affidarsi al sogno per entrare in contatto coi suoi cari defunti, o rifarsi a temi classici, come quello dell’ordalia, ne “La cavallina storna”, o al passerino di Lesbia immortalato da Catullo, se non che gli uccellini del Pascoli sono seriamente impegnati a nutrire la prole, mentre quello di Catullo gioca e scherza finché lo coglie la morte. Sarebbe stato interessante accennare almeno ad un confronto anche con Il passero solitario di Giacomo Leopardi, lirica nella quale il poeta esplicitamente si paragona all’uccelletto, e in genere con la visione leopardiana del dolore cosmico.

 

L’animo ferito del Pascoli lo porta a rifugiarsi nel “guscio” della famiglia, o di quanto ne resta, con un attaccamento speciale alle due sorelle più giovani, Ida e Maria (Mariù). Come scrive Mario Luzi: “Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.”

 

Ecco spiegato l’“anomalo attaccamento alle sorelle”, come lo definisce l’autrice. In effetti non pare affatto normale che un uomo rinunci a sposarsi perché morbosamente attaccato alle sorelle, una delle quali, Ida, a un certo punto, forse stanca di quel fratello perennemente depresso, e comprensibilmente desiderosa di una vita normale, si sposa e abbandona il “nido”.

 

Resta così, fanaticamente, la sola Mariù, gelosissima del fratello: una gelosia che si risolve in opposizione a qualunque timido piano di vita normale di Giovanni, al punto di fargli rompere il fidanzamento con la cugina Imelde Mori. Al posto della famiglia restano solo gli animali: un rapporto che si presta ad un’ipotesi psicanalitica. Sarebbe in gioco un meccanismo di protezione: i sentimenti negativi verrebbero proiettati sugli animali, con un processo di identificazione che, come nella Pet Therapy, si serve dell’animale per aiutare la persona a ricostruire la propria identità, con in più, secondo l’autrice, la volontà inconscia di prendersi cura di se stesso. Vi potrebbe essere anche un meccanismo di spostamento, in cui l’animale funge da sostituto in una relazione affettiva che non c’è mai stata, per sentirsi ancora utile a qualcuno; e ancora la teoria dell’attaccamento, che avrebbe spinto il poeta, dopo la perdita della madre a tredici anni, a concentrarsi sul tema della maternità, non trovando nelle sorelle un adeguato sostituto alla figura materna.

 

Spesso ripiegato su se stesso e a volte monotono, il Pascoli sembra incapace di prendere virilmente in mano la propria vita, sebbene non gli mancasse il successo come poeta e professore universitario. Da questo studio profondo e dettagliato emerge la paurosa depressione che tormentò Pascoli per tutta l’esistenza, facendogli trasferire sugli animali la vita che a lui mancava. Era un’anima ferita, ma da questa ferita, come ben evidenzia l’autrice, venne la sua grandezza poetica.

 

EMILIO BIAGINI

 


08
LUGLIO
2015
Articolo letto 670 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una fondamentale opera storica coraggiosamente controcorrente:

JULIO LOREDO (2014) TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE. UN SALVAGENTE DI PIOMBO PER I POVERI, Siena, Cantagalli

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE:

UNA FAVOLA DIABOLICA E DEMENZIALE

  

 

Il saggio di Julio Loredo Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, edito da Cantagalli di Siena nel 2014, è un profondo e documentatissimo studio sull’inquietante realtà della cosiddetta “Teologia della liberazione” (Tdl), uno studio che si segnala anche per la nitidezza didattica, che ne farebbe un ideale testo universitario, se solo l’università italiana non fosse marcia di omocrazia e di mafie delle cattedre.

 

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01
LUGLIO
2015
Articolo letto 503 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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FRANCESCO MAJ (2015) Carmi, Torino, Opera Diocesana Preservazione Fede

Siccome non siamo del tutto convinti, per ragioni che illustriamo qui di seguito, si tratta di un'Aquila dimezzata.

Segue una critica dell'opera a firma di Emilio Biagini:

Questi carmi, assai meno compiuti delle altre opere, si discostano dalla produzione precedente anche per l’impostazione teologica, che sembra inclinare verso un panteismo non proprio conciliabile con la retta dottrina della Santa Madre Chiesa. E infatti, sono diretti a quelli che in qualche modo avvertono la “funzione essenziale dell’universo”, che sarebbe “una macchina destinata a creare divinità” (sic). La divinità sarebbe dunque “creata” dall’evoluzione della materia? Che ne è del Dio trascendente, onnipotente ed eterno, creatore del Cielo e della terra?


Trovo assai inquietante questa espressione bergsoniana premessa al volume. Bergson non era certo cattolico, anche se si dice che, col tempo, si sarebbe in qualche modo avvicinato al cattolicesimo. Le sue tesi, però, hanno ispirato i “cattolici” modernisti, ossia eretici che devastavano (e tuttora devastano) la Chiesa dall'interno, e ciò non stupisce affatto, date le strampalate idee di una creazione continua senza una teleologia espresse dal filosofo francese. La sua “evoluzione creatrice” e il suo “slancio vitale” conducono al panteismo, e in definitiva all’ateismo (perché se Dio è il mondo, che bisogno c’è più di Dio? basta il mondo), e queste non sono assolutamente idee conciliabili col Magistero.

Una nota a margine: cos’è il “lungopeolo”? (p. 39). Forse un refuso per “lungopeplo”?

In conclusione, fermo restando il giudizio positivo sulla qualità poetica di Francesco Maj (in genere, al suo meglio però non qui ma soprattutto in composizioni intimistiche come, ad esempio, “Il giorno dei morti”), direi che questo volume non aggiunge gran che al riconosciuto valore dell’opera del Maj.

Piuttosto, questo volune richiederebbe un accurato ripensamento sul piano dottrinale, per non portare acqua al mulino dell’eterodossia, che ne riceve già fin troppa dall’infelice mondo laicista.

 EMILIO BIAGINI


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  • Medaglia Gramaglia 

    Dopo attenta valutazione, la commissione composta 1) dal mio barbiere, 2) dall’aiuto barbiere esperto in psicopatologia, e 3) dallo yeti, ha unanimemente ritenuta degna della Medaglia Gramaglia

    La redazione di “Riscossa cristiana”

    con la seguente motivazione:

    Nel corso di violenta battaglia tra la nave di Pietro (insidiata pure dai Giuda sabotatori interni) da una parte, e le corazzate “Satanasso”, “Belzebù”, “Legione”, “Compasso e Grembiulino” (armate di artiglierie pesanti e lanciamissili) dall’altra, si interponeva eroicamente la combattiva barchetta a remi “Riscossa cristiana” guidata dall’intrepido Paolo Deotto e armata fino ai denti come qui sotto si può ammirare:

    Tappi

    Nel pieno dello scontro, interveniva in soccorso alla nave di Pietro una nuova potente nave da battaglia inviata dal Divino Maestro che ama parlare attraverso i piccoli (come una contadinella dei Pirenei, tre pastorelli di Fatima, o una povera semiparalitica di Viareggio), e non certo mediante i blateronti accademici, gonfi della loro presunta “scienza”.

    Dando immediatamente prova di acuto discernimento, e con fine intuito tattico, la ben guidata barchetta, invece di cercare di far qualcosa (quel poco o nulla che poteva fare) contro i veri nemici, girava l’impavida prora contro la nave di soccorso, colpendola con le proprie formidabili armi. Avvertita dell'errore, rifiutava non solo di correggere il tiro, ma perfino di rispondere a chi cercava di farle intendere ragione. Fulgido esempio di intelligenza e sprezzo del ridicolo.

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