Genova, 21 Febbraio 2018 09.20





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

08
OTTOBRE
2017
Articolo letto 192 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un bellissimo romanzo storico di grandissimo interesse, che ha pienamente meritato il primo posto al premio letterario nazionale "Raccontami la storia" del 2017 per la narrativa storica.

 

 Recens.FrancoForte-Caligola

 

FRANCO FORTE, Caligola. Impero e follia, Edizioni Mondadori, Milano, 2016.

Sostenuto da un’accurata documentazione, questo magistrale romanzo di ambientazione antica romana, traccia la vita di Caligola fin da bambino, delineandone con grande acume psicologico lo sviluppo in un ambiente quanto mai ostile.

Suo padre Germanico, un famoso condottiero della famiglia imperiale, stimato e venerato dai suoi soldati, porta con sé in Germania la moglie Agrippina e il figlioletto Gaio. Questi adora il padre mentre è infastidito dalle attenzioni della madre che sente prive di affetto. Il piccolo Caligola cresce tra i soldati, che lo iniziano alla ginnastica amatoria.

Tornato a Roma per il trionfo del padre, mentre si aggira furtivo nel palazzo, ascoltando i discorsi dei grandi, viene a conoscenza dell’assassinio del genitore e vede la madre che ben presto si consola tra le braccia di un soldato. Fin dalla più tenera età comprende che la sua vita è in pericolo, e per difendersi cerca in tutti i modi di rendersi invisibile. È intelligente e colto ma nasconde le sue virtù, striscia nell’ombra e nei condotti dei palazzi per ascoltare e spiare tutti i suoi possibili futuri nemici, che purtroppo non sono una sua fantasia ma una triste realtà.

Uno dopo l’altro tutti i membri della sua famiglia vengono uccisi ma Gaio, che ha deciso di farsi chiamare Caligola, il soprannome che gli avevano dato i soldati di suo padre, riesce a sopravvivere, grazie alla sua abilità nel tenere un basso profilo. Strepitosa la descrizione della danza di morte dopo l'avvelenamento, vera e propria visione dell'Averno.

Divenuto imperatore, l’unico vero affetto della sua breve vita è l’amore incestuoso per la sorella Drusilla, e quando anche lei viene uccisa si scatena la crudele violenza di Caligola, sulla scena di una Roma ancora fortissima militarmente e politicamente ma già moralmente degradata, che portava in sé i primi germi del declino.

Un romanzo potente e bellissimo, che coglie perfettamente l’atmosfera di intrighi e corruzione in cui si muove Caligola fin da bambino. L’autore non cede alla tentazione di abbondare in descrizioni di paesaggio, nella quale cadono molti scrittori di romanzi storici. Il libro si esplica solo attraverso i personaggi, che balzano dalle pagine con vivezza, evocati da uno stile forte, scorrevole ed elegante, che rivela con grande maestria il vero volto del paganesimo: un’orgia pagana di sangue e atrocità, un mondo di esseri malvagi e corrotti che si illudono di essere dei. Ma la scrittura piacevole fa sì che le frequenti ed esplicite scene di sesso non riescano affatto urtanti.

Un solo, piccolo appunto: che c’entra un centurione namibiano? La Namibia (già Africa del Sud-Ovest) cominciò ad essere conosciuta dagli europei solo nel sec. XIX. Con ogni probabilità si tratta di un errore del correttore automatico per nubiano (abitante della valle del Nilo a monte della prima cateratta).

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


03
OTTOBRE
2017
Articolo letto 67 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

And the winner is …….

Un romanzo che avremmo molto volentieri premiato con l'Aquila d'oro, ma al quale dobbiamo purtroppo affibbiare la Vipera di latta:

Recens.Rita Coruzzi-Matilde copia


Con nostro grande dispiacere dobbiamo infatti attribuire a quest'opera non l'Aquila d'oro che, trattandosi di opera cattolica, avremmo assai volentieri concesso, ma la Vipera di latta, soprattutto perché, stravolgendo la realtà storica, viene qui diffamato un santo della Chiesa cattolica, l'austero vescovo S. Anno (o Annone) di Colonia, difensore della Fede, promotore della riforma della Chiesa e fermo oppositore delle prevaricazioni imperiali, il quale, in totale spregio ai fatti storici ben accertati dalla causa di canonizzazione, viene invece presentato come un malvagio debosciato e corruttore, dedito alla crapula e traditore della causa cattolica.
 
Segue un commento di Maria Antonietta Novara:

CORUZZI R. (2015) Matilde. Per grazia di Dio se è qualcosa, Segrate, Piemme

Abbastanza buono l’avvio del libro, che dimostra discrete capacità di stile, ma purtroppo si perde ben presto in descrizioni pedanti. Alcune situazioni sono trattate in modo sbrigativo, senza i necessari approfondimenti. Ad esempio, non si spiega come mai il seguito di Bonifacio non abbia neppure tentato di individuare e catturare l’arciere che ha colpito il suo signore, com’era suo dovere nella rigorosa etica feudale, che considerava disonorati i seguaci che sopravvivevano al loro signore. Eppure, come riportano gli epitomatori di Donizone, il monaco autore del panegirico Vita Mathildis, non doveva essere inafferrabile, tanto che se ne conosce persino il nome: un certo Scarpetta de’ Canevari di Parma. E come potevano i libelli propagandistici essere riprodotti così rapidamente in migliaia (sic!) di copie (nel sec. XI, quando l’analfabetismo era ancora estremamente diffuso e i copisti capaci di riprodurre scritti erano pochi e chiusi nei monasteri)?

Assai carente la prospettiva storica. La lotta delle investiture è solo superficialmente accennata. È ignorato il fatto che ad Enrico IV era stato prestato, dal potente duca di Rodolfo di Svevia (1025-1080), un giuramento di fedeltà condizionale, valido solo se egli si fosse ben comportato, per cui la sua posizione era debole in partenza, ciò che rendeva molto più facile al papa e a Matilde fargli opposizione. Rodolfo di Svevia fu infatti eletto re di Germania (re dei Romani) in opposizione a Enrico IV di Franconia e fu anti-re fino al 1080Ma avrebbe dovuto anche risaltare il fatto che la situazione era non meno pesante per la Chiesa, poiché da poco il papato era uscito dal terribile saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che aveva generato la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei. La drammatica situazione di questi due poteri, entrambi rosi alle fondamenta dai peccati e dalle rivalità, sfugge totalmente all’autrice.

Infatti i dialoghi sono piatti e banali, come banali sono i personaggi, che non escono dalla mentalità ristretta dei giorni nostri. A tratti sembra di avere tra le mani un libro per bambini, che elude la tragica realtà degli avvenimenti. Un personaggio della statura di san Pier Damiani, che per primo ebbe il coraggio di denunciare la devastante e diffusissima (allora come oggi) piaga della sodomia tra gli ecclesiastici (Liber Gomorrhianusdel 1051), tratta con gli altri personaggi, come se fossero amici al bar. Manca del tutto la nobiltà di linguaggio che quella gente doveva avere: manca infatti il senso del rango, che in una società medievale era molto sviluppato; se ai genitori non si dava del tu, è difficile immaginare che si desse del tu a un cardinale.

Sul piano dei rapporti tra i sessi, occorre osservare che nel Medioevo le donne avevano molta più libertà rispetto ad epoche successive e di certo non sentivano il bisogno di affermazioni di tipo femminista. In Liguria, poi, anche successivamente, sono state abituate a restare sole, dato che i mariti andavano per mare, così che: da secoli avevano imparato a cavarsela (non a caso una delle più famose località liguri ha preso il nome di “Casa delle mogli”, ossia Camogli). Anche qui non c’è mai stato bisogno di femminismo. Donne forti e senza complessi non ne hanno bisogno.

Assai tedioso è il continuo richiamo alla grandezza e al destino di Matilde, la cui figura risalterebbe meglio senza questo tedioso “culto della personalità”. Ella era certamente una grande donna, e non aveva bisogno che gli altri glielo ricordassero continuamente in una specie di esaltazione femminista. Di fronte a lei, persino Gregorio VII, un grandissimo papa, è ridotto a un ometto insignificante. Matilde, però, sembra avere una personalità dissociata, che da una parte anela alla vita contemplativa nel chiostro e dall’altra non esita ad ammazzare a destra e a manca, a parte il fatto che riesce molto difficile credere che Matilde fosse una guerriera così formidabile da decidere con la sua spada un’intera battaglia come l’autrice vorrebbe farci credere: sembra infatti di assistere alle gesta di un eroe dell’Iliade che fa strage dei nemici a destra e a manca. Neppure il monaco Donizone ricordato sopra, il quale non tralascia nulla per adulare Matilde, accenna a un qualche suo combattimento in prima linea o a suoi esercizi con la spada.

Ma questo non è nulla in confronto al totale stravolgimento della verità in punti essenziali e di intenso significato morale del racconto. Infatti, ci si aspetta, in un’opera narrativa, di trovare caratteri positivi e negativi sia tra gli uomini che tra le donne, come è nella realtà. In questo romanzo, invece, le donne sono tutte, senza eccezione, di specchiata bontà e alto sentire. Tutto il male e la mediocrità sono invece dalla parte degli uomini, fino alla più drastica forzatura dei fatti storici, come nel fondamentale episodio del “rapimento di Kaiserwerth”, che nel romanzo è del tutto, e imperdonabilmente, travisato.

Di tale episodio ci è avvenuto di doverci documentare già da alcuni anni in relazione al nostro, tuttora inedito, romanzo storico dell’Austria “Il prato alto”. Essendo la storia austriaca strettamente connessa a quella tedesca, era inevitabile che i fatti della storia tedesca dovessero venire accertati con precisione. Ora, essendo la lotta per le investiture di così grande importanza, non abbiamo potuto ignorare, pur occupandoci dell’Austria, il cosiddetto “rapimento di Kaiserwerth”, che infatti viene ricordato anche nel nostro romanzo. Il “rapimento di Kaiserwerth” aveva lo scopo di educare Enrico e instillargli il giusto rispetto per la Chiesa, sottraendo il giovane imperatore alla pessima influenza di sua madre, una reggente politicamente incapace, la quale non faceva che alienare feudi e incoraggiava il figlio nella politica anti-papale e contraria alla riforma della Chiesa. Infatti Agnese avversava il papa, mentre nel romanzo è arbitrariamente collocata nello schieramento opposto e non fa che piagnucolare sul figlio che si oppone alla Chiesa.

Le esternazioni dei vari personaggi su Kaiserwerth sono semplicemente deliranti. Arduino (quello inventato dall’autrice) blatera: “Quei vescovi tedeschi che l’hanno rapito gli hanno riempito la testa di idiozie, di malvagità e di errato senso di onnipotenza. Ecco perché è diventato quello che è.” (sic!). Matilde (quella inventata dall’autrice) ribadisce: “La colpa è di Annone e Adalberto, quei vescovi malvagi e corrotti (sic!) che lo hanno trasformato in un mostro. Non sarebbe così spietato se non lo avessero educato alla crudeltà.” (sic!). E Gregorio (quello inventato dall’autrice) delira, stravolgendo disastrosamente la storia: “Ah, se solo Agnese avesse potuto mantenere la reggenza e continuare a educare suo figlio! Le cose sarebbero sicuramente andate diversamente.” (sic!).

La realtà storica è esattamente l’opposto. Il vescovo Anno (o Annone) era un sant’uomo, noto per la sua severità e per la sua difesa dei diritti di Dio e della Chiesa, e per questo odiato da molti abitanti di Colonia, più amici della crapula che della Santa Chiesa Cattolica, che insorsero contro di lui nel 1074. Sulla sua santità non vi è il minimo dubbio, tanto che è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1136 ed elevato a santo patrono di Colonia, per lo zelo dedicato alla riforma della Chiesa e per la sua vita austera. Nel romanzo, come abbiamo visto, viene invece descritto come un idiota, malvagio, corrotto e corruttore, responsabile di aver rovinato l’imperatore fanciullo e di averlo aizzato contro la Chiesa. Questo è imperdonabile, perché, oltre che una gravissima menzogna e un insulto alla storia, è la diffamazione di un santo.

La bibliografia storica, a riprova di quanto affermato sopra, riguardo al santo vescovo Anno, ad Agnese e al “rapimento di Kaiserwerth” è sterminata. Vanno almeno ricordate le opere di Mechthild Black-Veldtrup, Marie-Luise Buhlst-Thiele e T. Struve sull’imperatrice Agnese, di Wilfried Hartmann e Hermann Jakobs sulla lotta per le investiture, di Friedrich Wilhelm Oediger, Friedrich Wilhelm Bautz, George Jenal, Dieter Lück e Jörg Kastner, sul santo vescovo Anno, al quale T. J. Campbell ha dedicato un articolo sull’Enciclopedia Cattolica. Ma anche senza scomodare simili opere di livello accademico, sarebbe bastato un click su Wikipedia per accertare i fatti, almeno a livello elementare.

Ora, ad un romanziere si può concedere anche di travisare la storia, deformando i fatti per costruire un racconto fantastico, ma in questo caso non si può più parlare di narrativa storica. Si tratta invece di narrativa ucronica, quella che racconta una storia mai avvenuta: un ramo perfettamente legittimo della narrativa, di cui costituisce un sottogenere particolare nell’ambito del genere pulp-fiction, per intenderci una storia in cui Hitler ha vinto la seconda guerra mondiale, o gli indiani d'America hanno scoperto l'Europa. Ma la vera narrativa storica, rispettosa della realtà, e che si permette qualche volo di fantasia solo nei personaggi d’invenzione che non intaccano i fatti storici accertati, è tutt’altra cosa, e infatti ha saputo produrre capolavori come “I promessi sposi” e “Guerra e pace”, ciò che la narrativa ucronica non è mai stata capace di ottenere, e secondo il mio modesto avviso mai sarà capace di ottenere.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


01
OTTOBRE
2017
Articolo letto 137 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Lo studio di un eminente storico che illustra la figura e il pensiero del grande pensatore cattolico Plinio Correa de Oliveira, il quale, in modo impareggiabile, ha saputo spiegare il fenomeno della Rivoluzione ed ha illustrato le prospettive del futuro Regno di Maria che porrà fine all'attuale deriva diabolica:

Recens.R.De Mattei-Plinio Corra de Oliveira

DE MATTEI R. (2017) Plinio Corrêa de Oliveira. Apostolo di Fatima. Profeta del Regno di Maria, Edizioni Fiducia, Roma

Questo prezioso studio illustra il pensiero e l’azione di Plinio Corrêa de Oliveira, entrambi fondati su due pilastri: la ragione e la fede cattolica. Nel nostro tempo sembra che in difesa della fede agisca soprattutto la Santissima Vergine, ed è particolarmente significativo che il libro appaia nel centenario delle apparizioni di Fatima.

L’insegnamento di Plinio va necessariamente seguito secondo un itinerario che partendo dai fondamenti della ragione giunge alle vette della fede. Egli non è un semplice ripetitore di san Tommaso, ma un pensatore originale, che sviluppa e approfondisce molti punti del pensiero dell’Aquinate. In epoca di morte o di atrofia della ragione, tutta l’opera del pensatore brasiliano è un richiamo al ruolo dell’intelligenza umana. La fede supera la ragione, ma non può contraddirla, perché ha in essa il suo fondamento. Oggi si è smarrita la vera nozione di fede, perché la si riduce a esperienza sentimentale, dimenticando che essa è un atto della ragione, che ha come oggetto la verità. Il pensiero ha le sue regole che non nascono dai libri ma dalla realtà. L’essere delle cose precede la conoscenza umana. Solo che, al giorno d’oggi, rinnegati il principio di identità e quello di non-contraddizione, si sono estinte le fonti della razionalità, la ragione ha perso il suo oggetto ed hanno preso il sopravvento gli istinti e le pulsioni più vergognose, e la via è aperta per i “guru”, i demagoghi, gli imbonitori intellettuali che fanno appello ai sentimenti e ai moti irriflessivi dell’animo umano. Con l’eclissi dell’intelligenza, calano le tenebre sul mondo.

Curioso è il fatto che la Russia, nonostante settant’anni di ateismo di stato e di martellante propaganda anticristiana, abbia invece mantenuto il senso dell’Essere, e quindi la Fede, meglio dell’Occidente “libero”. Il senso dell’essere è intrinseco al pensiero russo, tanto che la lettera Я (ya) significa da sola l’affermazione del Dio del Sinai “Io sono”, e per questo le era riservato il primo posto nell’alfabeto, finché Stalin, in spregio alla religione, ordinò che venisse retrocessa all’ultimo posto, senza però poterne intaccare il significato mistico.

“Nel suo libro, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe, Plinio aveva sviluppato i lineamenti di una società organica, in cui l’individuo è inserito in un insieme di corpi e di ordini sociali che lo proteggono e lo aiutano a perfezionarsi e a sviluppare la propria individualità. Il fondamento della società organica è la famiglia, che offre nella sua struttura un vero e proprio modello sociale. In essa il padre era un re in miniatura, così come il Re era “Padre” del suo popolo. La società medievale si conformava armonicamente all’ordine naturale disposto da Dio stesso nella creazione dell’universo e all’ordine soprannaturale inaugurato con la Redenzione e comunicato dalla Chiesa. Fu questa la grande civiltà che emerse sotto l’influsso delle energie naturali e soprannaturali dei popoli battezzati e ordinati a Cristo. Gli Stati e le nazioni del Medioevo e dell’Ancien Régime costituiscono “società organiche” formate da un insieme di famiglie e di corpi intermedi, posti tra il semplice individuo e il vertice dello Stato. Purtroppo l’avanzare dell’assolutismo minò tutto questo, preparando la via alla rivoluzione, il cui obiettivo finale è una società di individui isolati, soli davanti al Moloch statale, fondato sulla gnosi.

Questa è la quintessenza di tutte le eresie, il cui principio comune è l’esoterismo gnostico: l’idea di un insegnamento riservato ai soli iniziati che si sarebbe conservato dall’antichità e che sarebbe stato tradito dalla Chiesa cattolica. La gnosi ha pesantemente influenzato il pensiero moderno, soprattutto attraverso il romanticismo e l’idealismo tedesco, da Schelling a Hegel: è rivendicata dalla teosofia e dal “tradizionalismo” di René Guénon; influenza la psicanalisi, soprattutto la “psicologia del profondo” di Carl Gustav Jung, il surrealismo, la cultura “new age”; permea il modernismo e il progressismo cattolico del Novecento.

Emanazionismo ed egualitarismo sono le due fondamentali caratteristiche dello gnosticismo. Nel tutto divino, che è un dio in potenza, definito dagli gnostici ‘pleroma’, avverrebbe una lacerazione, da cui deriverebbero, per emanazione, tutte le realtà che compongono l’universo. La lacerazione del pleroma porterebbe a un sistema con due divinità, una buona e una cattiva, in continua lotta. La gnosi si oppone alla visione articolata e gerarchica della metafisica cattolica, propugnando invece un panteismo egualitario che favorisce la rivoluzione. Odia ciò che è specifico, determinato, definito; e, affermando l’indeterminazione di tutte le cose, favorisce il relativismo e l’evoluzionismo. Quest’ultimo è una favola pseudoscientifica che pretende di spiegare la realtà dell’universo come materia in perenne trasformazione, per giustificare una radicale avversione ai principi metafisici di trascendenza, di causalità e di ordine, dissolvendo la natura gerarchica del reale e l’essenza stessa della creazione in un panteismo confuso ed egualitario.

L’uomo sarebbe l’autocoscienza dell’universo e lo scienziato il mago che può evocarla. Ecco dunque l’occultismo gnostico, l’“esperienza mistica” di un nichilismo che apre la strada al demonio, principe di quegli abissi in cui non si può che odiare la verità e la bellezza dell’Essere. Una catena iniziatica collega coloro che tramandano questa visione capovolta dell’universo che trascina tutti quanti vi aderiscono nell’abisso della perdizione. È questo il nucleo più intimo di quel mysterium iniquitatis della Rivoluzione che Plinio ha saputo rivelare.

Il rimedio al mistero dell’iniquità è, per Plinio, il ritorno ad una spiritualità combattiva e cavalleresca che ridoni dignità all’uomo, non secondo una concezione antropocentrica che pone il supremo valore nell’uomo, per cui non c’è altro valore che possa essere anteposto alla vita umana, ma piuttosto secondo la concezione teocentrica, che ammette valori trascendenti l’uomo, ai quali egli dev’essere pronto a sacrificare la propria vita. Questi sono l’onore di Dio, alla patria, all’onore della propria famiglia, fino all’onore di sé che si esprimeva soprattutto nella parola data, e nell’insieme costituiscono il sentimento dell’onore della civiltà cristiana, un sentimento spinto, se necessario, fino al sacrificio. Plinio Corrêa de Oliveira considera “la lotta della Contro-Rivoluzione come una lotta dell’onore contro il disonore”.

Questa militanza contro-rivoluzionaria ha come punto di forza la devozione alla Vergine Santissima e alla Santa Madre Chiesa, spinta fino al sacrificio, senza voler sfuggire alla sofferenza. In questa visione trova posto anche l’odio verso il male. Di qui lo spirito delle Crociate, e la principale ragione per cui fallirono fu proprio l’affievolirsi del sentimento di indignazione e santa collera necessario per annientare i nemici della fede cattolica e della Civiltà cristiana. Questo affievolirsi è ben documentato dal grande poema “Van del lande van oversee” del poeta duecentesco fiammingo Jacob van Maerlant, che depreca il fallimento delle Crociate proprio a causa dei peccati commessi dai cristiani.

La misericordia divina ha attribuito alla Madonna la missione di soccorrere i miseri in questa valle di lacrime. Una seria devozione alla Madonna richiede una conoscenza profonda della propria miseria. Uomini che rifiutano di riconoscere la propria miseria sono abbagliati dal mito del progresso, che domina le principali correnti del pensiero europeo dell’Ottocento, penetrando anche all’interno della Chiesa col modernismo. In Rivoluzione e Contro-Rivoluzione Plinio Corrêa de Oliveira descrive magistralmente il succedersi delle rivoluzioni che aggredirono la civiltà cristiana. La prima è quella dell’umanesimo che, attraverso figure come Erasmo da Rotterdam, generò la Rivoluzione protestante. Questa spianò la via alla Rivoluzione francese, e quest’ultima a sua volta preparò la Rivoluzione bolscevica. Quando fu chiaro che il comunismo si avviava al fallimento, la mira della Rivoluzione si spostò investendo ogni possibile aspetto della vita umana, soprattutto ad opera della nefasta scuola francofortese: in diabolica sintonia con “colui che divide”, non venne più propugnata la divisione tra ricchi e proletari, ma fra il colonialismo e i popoli ex-colonizzati, fra uomo e donna, fra persone normali e invertiti, fra l’umanità e la natura, l’uomo e gli animali, l’uomo e le piante. Ed ecco quindi nascere il terzomondismo, il femminismo, l’ideologia gender, l’ambientalismo, l’animalismo, il piantismo.

Quest’ultima ondata, che trovò il suo momento critico nel famigerato Sessantotto con l’infame motto “vietato vietare”, mira alla disgregazione della stessa natura umana, conglobando in un unico coacervo di male tutte le aggressioni precedenti, col sostegno delle passioni disordinate che alimentano l’odio delle diseguaglianze del creato e verso l’essere: quello limitato delle creature e soprattutto l’Essere per essenza, cioè Dio. L’assurdità, la contraddittorietà di questi conati diabolici sono evidenti, dato che l’egualitarismo è comunque irrealizzabile. Nessuno è più elitista e gerarchico dei rivoluzionari. Si provi a dire al barone universitario, andato in cattedra per meriti di partito, che l’umile aspirante ad un posto di ricercatore è uguale a lui. Proprio dalle università, e di conseguenza dalle scuole, discende la cascata dell’iniquità in forma di psicanalisi radicale, marxismo libertario, strutturalismo, fisica indeterministica, sociobiologia, “ecologia profonda”, animalismo, e tesi di laurea su tesi di laurea che trattano solennemente, quasi fosse cosa seria, della “teoria dei generi”.

Tutto ciò viene spacciato come “teoria della complessità”, ma secondo il De Mattei può essere meglio definita come “teoria del caos”, fondata sulla “negazione del principio di ordine e di identità-causalità in ogni aspetto del reale e l’affermazione del caos come principio originario e dominante del mondo, dal campo psicologico a quello fisico, da quello politico a quello economico.”

È tuttavia il caso di ricordare che il termine “teoria del caos” ha un significato scientifico ben preciso: è lo studio dei sistemi fisici che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali, studio compiuto mediante modelli di fisica matematica. Sebbene i sistemi di questo tipo siano governati da leggi deterministiche, nell’evoluzione delle variabili dinamiche essi possono esibire una casualità empirica. Tale casualità è solo apparente, poiché si manifesta nel momento in cui si confronta l’andamento temporale asintotico di due sistemi con configurazioni iniziali arbitrariamente simili tra loro. Inoltre la fisica indeterministica è ineludibile, poiché non si può sfuggire al principio di indeterminazione di Heisenberg: infatti determinando la posizione di una particella atomica se ne altera la velocità e viceversa, così che non è possibile determinarne contemporaneamente posizione e velocità. Ma se queste idee autenticamente scientifiche vengono usate dai fautori della Rivoluzione per fomentare il disordine, si tratta di un abuso che con la scienza non ha niente a che fare, così come priva di fondamento scientifico è la cosiddetta “nuova cosmologia scientista”.

Divulgata da autori come Fritjof Capra, questa pretesa “nuova cosmologia” vede l’universo come una rete di inter-azioni, in cui ogni individuo ed ogni realtà sono destinati a dissolversi e a fondersi. In questa trama vorticosa, il ‘principio di complessità’, antitetico a quello di identità e non contraddizione, è elevato a criterio pervasivo della realtà, privando la conoscenza umana di ogni verità o certezza oggettiva. Bisognerebbe dunque smettere di cercare un fondamento al sapere per naufragare nell’“intelletto collettivo” evocato da Pierre Lévi e dai teorici del “comunismo mentale. Si tratta di una visione aberrante, gnostica e panteista, secondo la quale l’universo sarebbe formato da un’immensa trama di relazioni in modo tale che ciascun essere vive mediante l’altro, e la Divinità si rivela come la “autocoscienza” dell’universo, che evolvendosi si fa cosciente della propria evoluzione (sic!?). Ovviamente nessuna prova a sostegno di ciò, ma solo chiacchiere ideologiche alle quali può aderire solo chi ha perduto il senso della realtà, avendo sostituito alla ragione la frenesia delle più disordinate passioni.

Infatti, se le prime tre Rivoluzioni furono condotte in nome della ragione, con la Quarta Rivoluzione “è iniziata l’estinzione del lumen rationis”. I guru postmoderni, sostituiscono al pensiero le tecniche magiche. La nuova religiosità dagli anni Settanta in poi sprofonda nell’attrazione per la magia e nelle teorie orientali del “vuoto” e del “nulla”, nello spiritismo, nelle medicine cosiddette alternative, nelle tecniche mantra, yoga, zen, nei riti tribali africani a base di sostanze allucinogene. È la Rivoluzione in delirio, che si manifesta nelle sue più caratteristiche espressioni. Infatti, puntualizza l’autore, “chi rifiuta l’ordine naturale cade nel regno del caos, che è il sogno, o meglio il delirio del demonio (…). Il fine della Rivoluzione è l’instaurazione (…) del regno del demonio sulla terra: demonio visibile, conosciuto come tale e come tale servito e glorificato.”

La Contro-Rivoluzione deve opporsi a tutto questo, animando “un vasto movimento che comprende non solo i cattolici, ma tutti coloro che difendono l’ordine naturale, riassunto dai principi perenni del Decalogo. La difesa della legge naturale non è solo opera teorica e concettuale. La natura umana si difende vivendo secondo natura, cioè secondo una legge comune a tutti gli uomini, invariabile ed eterna.” È una lotta difficile, perché il demonio è riuscito persino a mettere in crisi la Chiesa, giungendo fino alle inaudite richieste di apertura alle coppie omosessuali in un Sinodo straordinario di vescovi convocato da un Papa in Vaticano. Fu il “papa buono” ad aprire ingenuamente la strada ad esiziali infiltrazioni rinunciando a condannare il comunismo in Concilio, ottenendo in cambio il piatto di lenticchie rappresentato dalla partecipazione di osservatori del Patriarcato di Mosca (spie del Kgb) al Concilio Vaticano II. Il tema del Concilio Vaticano II è stato magistralmente trattato dal Prof. De Mattei nel suo volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta.

Né gli errori del “papa buono” si fermano qui: nel 1960 avrebbe dovuto rivelare il terzo segreto di Fatima, che (al pari degli Scritti della Valtorta ricordata sopra) conteneva una dura denuncia della grave corruzione morale e dottrinale delle gerarchie ecclesiastiche. Disobbedendo all’esplicito comando della Madonna, Roncalli temerariamente segretò il messaggio. Una petizione firmata da quatrocentocinquanta padri conciliari, nella quale si chiedeva la condanna esplicita del comunismo, anziché essere messa ai voti, fu insabbiata. Roncalli respinse pure la richiesta di numerosi padri conciliari di proclamare i dogmi della Madonna Corredentrice e della Madonna Mediatrice di tutte le grazie. Abolì la festa del miracoloso ritrovamento del corpo di santo Stefano (3 agosto): via il soprannaturale che ostacolava il mirabile dialogo con gli eretici protestanti. Sotto il pontificato del ‘papa buono’ venne resa possibile la devastazione della liturgia, compiuta poi sotto il suo successore, e coronata dall’abolizione della preghiera a san Michele Arcangelo dopo ogni Messa; pratica introdotta, com’è noto, da Papa Leone XIII, in seguito ad un’importante rivelazione privata, proprio per contrastare l’azione del demonio in vista del secolo funesto durante il quale il maligno sarebbe stato libero. Per tutto il tempo in cui la salutare pratica fu in vigore, venne preservata dall’attacco demoniaco almeno la natura umana; solo quando la preghiera al Principe delle schiere celesti non fu più recitata alla fine di ogni Messa si scatenò il Sessantotto con tutte le sue mostruose conseguenze: a mio modesto avviso questa coincidenza non è casuale. Con Roncalli si perpetrò la peggiore persecuzione contro Padre Pio, spinta fino alla’installazione di microfoni nel confessionale, e fu messa all’indice l’Opera di Maria Valtorta.

Se solo si ascoltassero gli ammonimenti di Cristo espressi attraverso l’obbediente penna della grande veggente! Invece modernisti e tradizionalisti sono tristemente accomunati in un superficiale quanto aprioristico rifiuto, senza aver mai aperto i libri della grande veggente o dopo aver dato appena “uno sguardo a tutto” (sic). Giova ricordare quanto, sotto dettato divino, scrisse Maria Valtorta a proprio a proposito della Rivoluzione (Quaderni del 1944, 25 gennaio, corsivo nel testo), commentando l’Apocalisse: “La potenza voluta, spinta, imposta sino al delitto, è la terza bestia. Dato che è potenza umana, ossia vendutasi a Satana pur di esser sempre più potente, contro ogni legge divina e morale, essa genera il suo mostro che ha nome Rivoluzione e che, come è della sua natura, porta nelle protuberanze della sua mostruosità tutti i più biechi orrori delle rivoluzioni, naufragio sociale del Bene e della Fede.

Mentre i vertici della Chiesa cedono alla totale acquiescenza verso tutto ciò che non è cattolico, “oggi l’Islam sta diventando il comunismo del XXI secolo, riproponendo all’Occidente, in termini nuovi, la dimensione messianica e pseudo-religiosa del totalitarismo del XX secolo. Le religioni secolari del Novecento facevano appello all’esigenza di sacro insita nell’anima umana. Nel momento in cui, con la caduta dell’Unione Sovietica, la Rivoluzione comunista sembra essersi dissolta nel pragmatismo della società tecnologica, il momento di religione secolare del marxismo viene recuperato dal radicalismo islamico all’interno della lotta contro l’Occidente corrotto e sfruttatore. L’Islam, come annunciava Roger Garaudy, passando dalla fede comunista a quella musulmana, recupera quella dimensione profetica della Rivoluzione che ha caratterizzato i grandi movimenti sovversivi della storia occidentale, dagli anabattisti al comunismo. L’ispirazione gnostica e nichilista della moderna Jihad, sottolineata da alcuni studiosi, la pone in diretta continuità con il processo rivoluzionario descritto da Plinio Corrêa de Oliveira.”

La situazione, da punto di vista umano, appare spaventosa. Il successo del demonio sembra completo, perché Dio trova solo pochissimi pronti a servirLo, mentre il diavolo di servi ne trova quanti vuole, come disse alla Valtorta il Divino Maestro, il quale disse pure: “Satana si dà da fare a spegnere il sacerdozio e creare il caos mentale e quello spirituale, così che verranno tempi tremendi di persecuzione. Non solo i laici ma anche gli ecclesiastici perdono sempre più fermezza di fede, di carità, di forza, di purezza, di distacco dalle tentazioni e lasceranno sprofondare le anime nelle tenebre preparando il tempo dell’anticristo.” (Quaderni del 1943, 23 luglio, corsivo nel testo). Ma su questo orizzonte, afferma l’autore, “si posa un altro sguardo che lo illumina e trasforma la morte im vita, la paura in speranza, la speranza in fiduciosa certezza. È lo sguardo misericordioso del Cuore Immacolato e Sapienziale di Maria.” Possiamo quindi non solo sperare, ma avere la certezza che il diavolo, vincitore in tante battaglie, è destinato alla sconfitta finale.

Plinio Corrêa de Oliveira ripeté in numerose occasioni che il trionfo di Maria “non è una semplice vittoria: è una vittoria ammantata di gioia e splendore”. Le ragioni del trionfo di Maria Santissima esposte da san Luigi Maria Grignon de Monfort sono pienamente concordanti con quanto rivelato a Maria Valtorta, alla quale il Divino Maestro disse espressamente che uno degli obiettivi della rivelazione privata da Lui fatta alla grande veggente era mettere maggiormente in rilievo il ruolo vitale di Sua Madre, troppo lasciata in ombra dagli Evangelisti. Se appare preoccupante il fatto che le tendenze del Concilio Vaticano II e del nefasto post-Concilio, specie sotto Bergoglio, puntino in direzione diametralmente opposta, per non offendere gli eretici e non turbare le mirabili prospettive ecumeniche, è pure certo che il Cuore Immacolato di Maria finirà per trionfare, in questo aiutato dalle anime vittime.

Infatti, sottolinea l’autore, “La tradizione della Chiesa ha conosciuto l’esistenza di anime vittime che offrono la propria vita in espiazione dei peccati del mondo. Si tratta di una elevata vocazione che può nascere solo da una particolare ispirazione della Spirito Santo, a cui l’anima corrisponde con abnegazione e generosità. (…) Numerose sono (…) le anime che fecero questo voto radicale, da santa Veronica Giuliani, (…) santa Mariana de Jesus, (…) santa Gemma Galgani, (…) santa Teresa di Gesù Bambino (…).”. A queste anime elette si affianca senza dubbio quella di Maria Valtorta, che si era consacrata alla giustizia divina, accettando di soffrire per la salvezza delle anime, e alla quale il Divino Maestro disse, alla conclusione de L’Evangelo come mi è stato rivelato (Cap. 613.13): “Non sarai grande per le contemplazioni e i dettati. Questi sono miei. Ma per il tuo amore. E l’amore più alto è nella compartecipazione al dolore.”

Grazie a Maria Santissima, coadiuvata dalle anime vittime, la Rivoluzione sarà certamente schiacciata, ma le passioni disordinate continueranno a fermentare in ogni uomo fino alla fine del mondo, rappresentando una “spada di Damocle” sul Regno di Maria. Dopo il trionfo vi sarà perciò una nuova ricaduta, in seguito alla quale si verificherà la Parusia, il trionfo finale di Cristo.

Giunto alla fine dell’opera, l’autore esprime lo sgomento che l’ha assalito “di fronte all’evidente impossibilità di racchiudere in un modesto volume, un insegnamento che si dilata in centinaia di migliaia di pagine ma che, soprattutto, è talmente ricco e multiforme da richiedere, per essere adeguatamente esposto, l’impegno di numerosi studiosi di diverse discipline, teologiche, filosofiche e storiche.” E prosegue: “Mi auguro che ciò possa avvenire in futuro e, da parte mia, mi accontenterei se fossi almeno riuscito a trasmettere lo spirito che animò il ‘Crociato del XX secolo’.” Se tale è il sentire dell’insigne storico, a molto maggior ragione deve dire lo stesso il recensore, che si è sforzato di presentare nei limiti della sue capacità questo magnifico volume: un’opera che dovrebbe essere meditata da tutti i teologi e letta in tutti i seminari, dove invece, ahimé, spesso si studia tutt’altro.

Il libro termina con un’Appendice filosofica che pone in evidenza lo sfacelo del pensiero moderno che gira a vuoto, lungo l’itinerario di una progressiva distruzione di ogni verità. Il pensiero postmoderno, poi, dissolve le regole della logica e la sostanza stessa delle cose. Così, credendo di affermare la propria autosufficienza, l’intelligenza umana segna il suicidio del pensiero: un itinerario verso la sragione e la follia dovuto alla perdita dei supremi principi metafisici e morali. Un’analisi, questa, che offre un magistrale inquadramento filosofico, a coronamento di quest’opera di altissima dottrina.

EMILIO BIAGINI


26
SETTEMBRE
2017
Articolo letto 112 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Uno studio storico che condanna senza appello interi secoli di menzogne contro la Chiesa, redatto da un protestante mentre i cattolici stanno con le mani in mano e si lasciano insultare:

  

STARK R. (2016) False testimonianze. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica, Torino, Lindau (trad. d. inglese)

Secoli di odio anticattolico hanno accumulato contro la Chiesa una montagna di menzogne. La Chiesa sarebbe colpevole di antisemitismo, di aver fatto “sparire” i Vangeli apocrifi, di persecuzione dei “tolleranti” pagani, di aver provocato il crollo culturale dei “Secoli Bui”, di aver promosso le Crociate combattute in stile colonialistico per terre e bottino e conversioni, di aver generato i mostri dell’Inquisizione, di aver combattuto la scienza, di aver promosso lo schiavismo e l’autoritarismo. Frattanto, al contrario, risplendeva la “modernità” protestante.

Tutto falso, come l’autore dimostra, prove alla mano. La Chiesa protesse gli ebrei, non fece “sparire” i Vangeli apocrifi ma semplicemente li mise da parte perché erano dei falsi, le persecuzioni dei “tolleranti” pagani furono una pura e semplice invenzione dei nemici della Chiesa, i “Secoli Bui” non furono affatto bui ma anzi proprio durante il Medioevo la Chiesa fondò le università e promosse un validissimo ed originale sviluppo culturale, le Crociate furono tutt’altro che episodi di colonialismo ma vennero combattute proprio per recuperare il Santo Sepolcro e assicurare che i pellegrini cristiani potessero recarsi in Terra Santa senza essere martirizzati dai musulmani, l’Inquisizione era umana e moderna ed assolveva quasi tutti gli accusati, la Chiesa non combatté mai la scienza e il “caso Galileo” venne gonfiato e deformato oltre ogni limite per calunniare la Chiesa, e quanto all’autoritarismo la Chiesa fu piuttosto nemica dei tiranni e quando prese posizione fu perché era attaccata in modo insopportabile. Notevole il fatto che l’autore dichiara, nella Prefazione: “non sono cattolico e non ho scritto questo libro per difendere la Chiesa. L’ho scritto per difendere la storia.”

L’autore, tuttavia, tralascia di rilevare alcuni aspetti di notevole importanza. Furono piuttosto gli ebrei a perseguitare i cristiani ogni volta che ne ebbero occasione. Le stesse persecuzioni anticristiane dei pagani nel mondo romano furono spesso istigate dagli ebrei. Perfino nell’Arabia preislamica, dove esistevano fiorenti comunità cristiane, dal 470 al 475, l’usurpatore del trono nel regno himairita, nell’Arabia meridionale, l’ebreo Yussuf (Dhu Nuwas) usurpò il trono himairita e ordinò il massacro dei cristiani; solo l’intervento del re Khaleb di Etiopia, che inviò una spedizione militare in soccorso delle popolazioni perseguitate, eliminò Yussuf e instaurò in Arabia un regno cristiano, che fu protettorato etiope fino alla conquista islamica.

Un punto che merita particolare correzione riguarda la data delle feste cristiane. L’autore in questo caso non ha saputo distaccarsi dalla nozione politicamente corretta secondo cui “molti dei continuarono a esistere sotto tenuissime coperture cristiane.” È lecito dubitarne: i santi cristiani erano martiri e il loro sangue segna il calendario. Forse che i cristiani fissarono il Natale al 25 dicembre per oscurare la festa pagana del Sol Invictus? Anche questa è una delle tesi favorite dei laicisti, ma è vero il contrario: ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324), il culto alla divinità solare veniva celebrato, a Roma, il 19 dicembre, non il 25. Di contro, la fonte più antica conosciuta, che fissa al 25 dicembre la nascita di Gesù, è quella di Ippolito di Roma, del 204, oltre un secolo prima. Furono quindi i pagani a tentare di oscurare il Natale cristiano spostando la festa del Sol Invictus. Secondo un’altra versione, quando la Chiesa stabilì una data per il Natale fu scelta quella della celebrazione pagana dei Saturnalia, dato che “la Bibbia non dice quando nacque Gesù”. Da buon protestante, l’autore crede che la Bibbia sia tutto, e che i primi cristiani dovessero basarsi sulla Bibbia, e quindi su Vangeli ancora da scrivere, per sapere quando era nato Gesù. Invece ricordavano benissimo ciò che era accaduto solo poco tempo prima: c’era la Tradizione, su cui si fondarono gli stessi Vangeli, scritti alcuni anni dopo i fatti, attingendo appunto alla Tradizione. Le date liturgiche tradizionali delle varie feste cristiane sono state confermate con analisi astronomica delle effemeridi computerizzate in base alle visioni di Maria Valtorta. I cristiani, dunque, andavano per la loro strada, fissando fin dall’inizio le date che conoscevano benissimo per aver assistito agli eventi o per averne sentito raccontare dal padre, senza curarsi delle festività pagane.

L’autore sbaglia pure nell’affermare che “L’ingresso della musica in un ambiente sacro deve ovviamente essere attribuito agli antichi culti”, intendendo i culti pagani, in questo seguendo il MacMullen. Ma il canto antico romano, da cui derivò poi il gregoriano, deriva soprattutto dal canto sinagogale, non certo dalla musica pagana. Infatti quest’ultima faceva largo uso di strumenti, mentre in sinagoga e in chiesa gli strumenti erano banditi ed era ammessa soltanto la voce umana; solo più tardi, e non senza opposizioni, in chiesa venne ammesso il solo organo che, in quanto strumento riservato alla celebrazione dell’imperatore, sembrava adatto a celebrare il Re dell’universo.

Un’affermazione particolarmente insostenibile dell’autore è che non ci fu quasi alcun progresso tecnologico in epoca romana. In realtà i Romani realizzarono imponenti opere tecnologiche sia in campo ingegneristico, come acquedotti e cloache, sia militare, poiché la costruzione delle artiglierie pesanti a torsione usate dai Romani richiedevano la soluzione di equazioni di terzo grado, come è stato dimostrato dall’archeologia sperimentale, che ricostruisce in laboratorio i prodotti della cultura materiale delle civiltà del passato. Se da una parte sarebbe ora che enciclopedie e dizionari la smettessero con il mito negativo del Medio Evo, come auspica l’autore, sarebbe anche ora di smettere di sminuire Roma. Non solo, ma la cavalleria pesante non è stata inventata dai Franchi: già ne disponevano i Romani del Basso Impero, e chiamavano tali militari specializzati clibanarii.

Neppure si può condividere l’ammirazione dell’autore per Descartes, colui che spianò la strada e impersonò l’Età della Ragione. L’autore afferma che costui prese a modello i suoi predecessori Scolastici quando, partendo dal più basilare degli assiomi (“Penso, quindi sono”), cercò di ragionare sui fondamenti della fede cristiana. Descartes quindi non si sarebbe ribellato all’Età della Fede, ma al contrario sarebbe stato perfettamente a proprio agio nell’estendere alla ragione la lunga tradizione dell’impegno cristiano. È lecito dubitare di questa continuità fra Descartes e la Tradizione cristiana. Il filosofo francese, infatti, svaluta il concetto di Essere, e quindi porta ad un regresso della filosofia rispetto a san Tommaso d’Aquino. Se a persuadermi del fatto di esistere dev’essere il fatto di pensare, significa che non c’è un Essere precedente al mio pensare, e questo è il primo germe del funesto relativismo.

A proposito della magia, l’autore accoglie l’assurdità protestante e laicista secondo cui vi sarebbe stata una “magia della Chiesa”, equiparando evidentemente alla magia la preghiera e l’intercessione di Maria Santissima e dei santi, e le grazie ottenute in tal modo. Invece la differenza tra magia e preghiera è abissale, e dovrebbe essere ovvia. Dio non è al nostro servizio, siamo noi al Suo servizio, e se otteniamo qualche grazia è un’elargizione gratuita da parte divina. La magia comincia quando si cerca di ottenere qualcosa con mezzi diversi dalla preghiera, evocando spiriti che non possono essere che diabolici. Infatti è possibile, in modo limitato, comandare ai demoni grazie al fatto che essi sono dannati, e quindi in certo modo si sono resi inferiori a coloro che potrebbero ancora (forse) salvarsi. Ecco perché l’evocazione magica dell’aldilà per ottenerne favori non può che attirare spiriti malvagi e non deve quindi essere mai tentata: sciagurato colui che ottiene simili favori, perché il demonio esige sempre di essere pagato, e l’unica moneta che accetta in pagamento è l’anima immortale. Come non esiste “magia della Chiesa”, così non esiste magia bianca, ma solo nera, e praticarla è peccato gravissimo.

Infine l’autore cade in una trappola tipicamente protestante quando afferma che la teologia cristiana “non si è mai cristallizzata. Il fatto che Dio intendesse che la Sacra Scrittura sarebbe stata compresa in modo più adeguato, a mano a mano che gli esseri umani avessero acquisito maggior sapere ed esperienza, garantì una continua rielaborazione di dottrine e interpretazioni.” Qui l’autore confonde la dottrina, che è immutabile, con gli adattamenti di natura pastorale, resi necessari dal mutare dei tempi, ma che non possono mai andare contro il Depositum fidei di cui unica legittima custode è la Chiesa cattolica.

Tutte queste critiche non inficiano tuttavia il valore d’insieme di un’opera che coraggiosamente mette a nudo le menzogne diaboliche accumulatesi nei secoli contro la Chiesa. È tuttavia sintomatico delle tristi condizioni in cui versa la Chiesa stessa che, all’epoca attuale, non si veda una sacrosanta levata di scudi del clero contro tali menzogne, ma un cieco belato di irenismo, pacifismo, ambientalismo e cedimento alle più vergognose pretese di un mondo assatanato. Per assistere finalmente ad un attacco alla muraglia dell’anticattolicesimo digrignante e preconcetto ci è voluto un protestante.

EMILIO BIAGINI


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  • Emilio Biagini

    GUAI A VOI QUANDO TUTTI GLI UOMINI PARLASSERO BENE DI VOI

    Ascoltiamo i Vangeli. “Guai a voi quando tutti gli uomini parlassero bene di voi; poiché lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Luca 6, 26). E per contro: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
 Rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Matteo 5, 11-12).

    Infatti il mondo è del diavolo, che è l’autore della morte, l’unica cosa che Dio non aveva creato, e che Egli distruggerà nell’ultimo giorno. Quindi meglio essere invisi al mondo che lodati dal mondo. Non vi è paese dove i cristiani, su impulso del demonio, non siano perseguitati, con la violenza o con la calunnia e il dileggio. Ma le persecuzioni indicano solo che siamo sulla buona strada, sulla quale voglia Dio mantenerci.

    I comunisti persecutori sono sempre gli stessi, sotto qualunque maschera, ma, per salvarsi dal naufragio, causato dalla bestialità della loro dottrina, hanno cercato un nuovo padrone: la grande finanza usuraia, mondialista, abortista, assassina, omosessualista, che ha fatto alleanza con la morte e bestemmia nei Gay Pride, ma si offende per ogni osservazione men che servile.

    Ma è bene aspettare con pazienza, perché la giustizia non mancherà. Per quanto mi riguarda, abbraccerei volentieri quelli a cui non vanno a genio i miei libri e il mio credere e difendere la verità, quelli che hanno sparlato di me e cercato di recarmi danno, a scuola, all’università e altrove. O meglio, li abbraccerei, se non mi facessero un po’ senso.

     

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