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AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

26
LUGLIO
2015
Articolo letto 470 volte

 

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un impegnativo saggio critico:

MARIA CRISTINA SOLFANELLI (2014) PASCOLI E GLI ANIMALI DA CORTILE, Chieti, Tabula Fati

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

SOLFANELLI M.C. (2014) Pascoli e gli animali da cortile, Chieti, Tabula Fati

 

Recens.M.C.Solfanelli Pascoli e animali da cortile copia

 

 

Maria Cristina Solfanelli è una giovane e promettente studiosa nel campo della saggistica letteraria. In quest’opera presenta un’interessante analisi del rapporto tra Giovanni Pascoli e gli animali: una chiave indispensabile per comprendere il mondo del poeta.

 

Nella scelta degli animali che compaiono nell’opera pascoliana, l’autrice individua anzitutto una motivazione conscia: il poeta è attratto dalla semplicità e dalla purezza dell’animale, che sta vicino all’uomo ma non giudica, ed è a suo modo perfetto, mai contro natura. A questa si aggiunge una motivazione ideologica: il rifiuto della vita urbana e industriale, che sembra però estendersi ad un rifiuto della vita associata in genere, probabile conseguenza delle terribili disgrazie che funestarono la vita del poeta. Vi infine una motivazione simbolica: dagli animali, infatti, il Pascoli trae simboli di grande suggestione, quali la morte sentita come un minaccioso scalpitìo lontano, o l’immagine positiva del nido che ricorre assai spesso, o il cieco e il pellegrino quali segni della cattiveria umana.

 

La presenza degli animali evidenzia i cambiamenti dal “precedente” al “nuovo”. L’utopica tranquillità e l’equilibrio della natura si contrappongono, per Pascoli, alla città, all’industria, alla scienza. Quest’ultima è fallita, incapace di dare risposte ai problemi ultimi. Il mito del progresso non ha alcuna presa sul poeta, che preferisce guardare indietro e affidarsi al sogno per entrare in contatto coi suoi cari defunti, o rifarsi a temi classici, come quello dell’ordalia, ne “La cavallina storna”, o al passerino di Lesbia immortalato da Catullo, se non che gli uccellini del Pascoli sono seriamente impegnati a nutrire la prole, mentre quello di Catullo gioca e scherza finché lo coglie la morte. Sarebbe stato interessante accennare almeno ad un confronto anche con Il passero solitario di Giacomo Leopardi, lirica nella quale il poeta esplicitamente si paragona all’uccelletto, e in genere con la visione leopardiana del dolore cosmico.

 

L’animo ferito del Pascoli lo porta a rifugiarsi nel “guscio” della famiglia, o di quanto ne resta, con un attaccamento speciale alle due sorelle più giovani, Ida e Maria (Mariù). Come scrive Mario Luzi: “Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.”

 

Ecco spiegato l’“anomalo attaccamento alle sorelle”, come lo definisce l’autrice. In effetti non pare affatto normale che un uomo rinunci a sposarsi perché morbosamente attaccato alle sorelle, una delle quali, Ida, a un certo punto, forse stanca di quel fratello perennemente depresso, e comprensibilmente desiderosa di una vita normale, si sposa e abbandona il “nido”.

 

Resta così, fanaticamente, la sola Mariù, gelosissima del fratello: una gelosia che si risolve in opposizione a qualunque timido piano di vita normale di Giovanni, al punto di fargli rompere il fidanzamento con la cugina Imelde Mori. Al posto della famiglia restano solo gli animali: un rapporto che si presta ad un’ipotesi psicanalitica. Sarebbe in gioco un meccanismo di protezione: i sentimenti negativi verrebbero proiettati sugli animali, con un processo di identificazione che, come nella Pet Therapy, si serve dell’animale per aiutare la persona a ricostruire la propria identità, con in più, secondo l’autrice, la volontà inconscia di prendersi cura di se stesso. Vi potrebbe essere anche un meccanismo di spostamento, in cui l’animale funge da sostituto in una relazione affettiva che non c’è mai stata, per sentirsi ancora utile a qualcuno; e ancora la teoria dell’attaccamento, che avrebbe spinto il poeta, dopo la perdita della madre a tredici anni, a concentrarsi sul tema della maternità, non trovando nelle sorelle un adeguato sostituto alla figura materna.

 

Spesso ripiegato su se stesso e a volte monotono, il Pascoli sembra incapace di prendere virilmente in mano la propria vita, sebbene non gli mancasse il successo come poeta e professore universitario. Da questo studio profondo e dettagliato emerge la paurosa depressione che tormentò Pascoli per tutta l’esistenza, facendogli trasferire sugli animali la vita che a lui mancava. Era un’anima ferita, ma da questa ferita, come ben evidenzia l’autrice, venne la sua grandezza poetica.

 

EMILIO BIAGINI

 


08
LUGLIO
2015
Articolo letto 624 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una fondamentale opera storica coraggiosamente controcorrente:

JULIO LOREDO (2014) TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE. UN SALVAGENTE DI PIOMBO PER I POVERI, Siena, Cantagalli

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE:

UNA FAVOLA DIABOLICA E DEMENZIALE

  

 

Il saggio di Julio Loredo Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, edito da Cantagalli di Siena nel 2014, è un profondo e documentatissimo studio sull’inquietante realtà della cosiddetta “Teologia della liberazione” (Tdl), uno studio che si segnala anche per la nitidezza didattica, che ne farebbe un ideale testo universitario, se solo l’università italiana non fosse marcia di omocrazia e di mafie delle cattedre.

 

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01
LUGLIO
2015
Articolo letto 467 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
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I TRIGOTTI

And the winner is …….

FRANCESCO MAJ (2015) Carmi, Torino, Opera Diocesana Preservazione Fede

Siccome non siamo del tutto convinti, per ragioni che illustriamo qui di seguito, si tratta di un'Aquila dimezzata.

Segue una critica dell'opera a firma di Emilio Biagini:

Questi carmi, assai meno compiuti delle altre opere, si discostano dalla produzione precedente anche per l’impostazione teologica, che sembra inclinare verso un panteismo non proprio conciliabile con la retta dottrina della Santa Madre Chiesa. E infatti, sono diretti a quelli che in qualche modo avvertono la “funzione essenziale dell’universo”, che sarebbe “una macchina destinata a creare divinità” (sic). La divinità sarebbe dunque “creata” dall’evoluzione della materia? Che ne è del Dio trascendente, onnipotente ed eterno, creatore del Cielo e della terra?


Trovo assai inquietante questa espressione bergsoniana premessa al volume. Bergson non era certo cattolico, anche se si dice che, col tempo, si sarebbe in qualche modo avvicinato al cattolicesimo. Le sue tesi, però, hanno ispirato i “cattolici” modernisti, ossia eretici che devastavano (e tuttora devastano) la Chiesa dall'interno, e ciò non stupisce affatto, date le strampalate idee di una creazione continua senza una teleologia espresse dal filosofo francese. La sua “evoluzione creatrice” e il suo “slancio vitale” conducono al panteismo, e in definitiva all’ateismo (perché se Dio è il mondo, che bisogno c’è più di Dio? basta il mondo), e queste non sono assolutamente idee conciliabili col Magistero.

Una nota a margine: cos’è il “lungopeolo”? (p. 39). Forse un refuso per “lungopeplo”?

In conclusione, fermo restando il giudizio positivo sulla qualità poetica di Francesco Maj (in genere, al suo meglio però non qui ma soprattutto in composizioni intimistiche come, ad esempio, “Il giorno dei morti”), direi che questo volume non aggiunge gran che al riconosciuto valore dell’opera del Maj.

Piuttosto, questo volune richiederebbe un accurato ripensamento sul piano dottrinale, per non portare acqua al mulino dell’eterodossia, che ne riceve già fin troppa dall’infelice mondo laicista.

 EMILIO BIAGINI


22
GIUGNO
2015
Articolo letto 619 volte

 

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
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Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un capolavoro di saggezza purtroppo inascoltata:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2014) AMARE DIO E FARE SOLDI. MASSIME DI ECONOMIA DIVINA, Verona, Fede & Cultura

 

Recens.Ettore Gotti Tedeschi copia

Segue una recensione del libro ad opera di Emilio Biagini:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2014) Amare Dio e fare soldi. Massime di economia divina, Verona, Fede & Cultura

 

Potrebbe sembrare difficile riassumere un libro composto di massime staccate, ma una lettura attenta rivela una serie di idee profonde che formano nell’insieme un sistema di pensiero perfettamente coerente e attualissimo, e soprattutto intellettualmente e moralmente sano: cosa che i poteri forti annidati in Vaticano certo non potevano tollerare. Ai poteri forti giova la confusione di idee, la nebbia del relativismo, lo sfacelo del nichilismo, l’incubo dell’economia impazzita che si spaccia per fine mentre dovrebbe essere solo un mezzo. Ai poteri forti non si possono che contrapporre idee forti, come appunto fa l’Autore, e non certo i frutti marci del pensiero debole.

Una delle più forti tra le idee forti dell’Autore è quella di non confondere i fini con i mezzi. L’economia è un mezzo, non un fine: a quali risultati possa approdare dipende dai fini verso i quali è indirizzata. I fini possono essere buoni o cattivi, e possono orientarsi al bene solo se ispirati alla morale cattolica. Un errore esiziale è quello di intervenire contro la crisi facendo leva sui mezzi tecnici, mentre dovrebbero cambiare, ossia convertirsi, gli uomini.

Quali sono le cause della presente, gravissima crisi economica? La perdita di senso della vita, la distruzione della famiglia, il crollo delle nascite con il relativo aggravio insostenibile per il sistema pensionistico, non più sostenuto dai giovani, le cui coorti di età si assottigliano sempre più. Non è solo crisi economica, ma una vera corsa verso il suicidio. In una società organica la famiglia assisteva i deboli al proprio interno, invece di lasciarli in balìa dello Stato. Nella famiglia sana, motore dell’economia, si focalizzavano le principali funzioni economiche: risparmio, lavoro, consumo, investimento.

Ogni nuovo nato è, oltre che una benedizione del Cielo, un investimento per il futuro, ma la presuntuosa ideologia ambientalista e malthusiana dei poteri forti ha decretato che l’uomo è il cancro della terra, che le nascite vanno “controllate”, ossia perseguitate. Meno gente, però, non vuol dire terra più sana ed economia fiorente: al contrario, significa crollo della domanda, mercato in crisi, ristagno del PIL, fallimenti e povertà. La terra stessa inselvatichisce, perché era stata proprio l’iniziativa umana, specialmente dei monaci, a bonificarla, addolcirla, renderla produttiva.

L’Occidente intristito, traviato e corrotto non fa che sabotare la propria crescita, e cerca una crescita compensativa basata su un consumismo esasperato che distrugge il risparmio, delocalizza attività industriali nei Paesi emergenti, creando disoccupazione, e al tempo stesso cerca di sostenere la propria economia stagnante con manovre speculative che finiscono per produrre solo danni. Nel vuoto lasciato dalla famiglia disgregata entra di prepotenza lo Stato, con carichi impositivi sempre più gravosi, per sostenere la pletora burocratica. Si tratta di una spirale perversa, e uscirne richiederebbe tornare al Cristianesimo, cambiare gli uomini.

Cambiare gli uomini, però, è semplicemente impossibile. Per ignoranza, per vizio consolidato e “santificato”, per avidità di potere e di guadagno immediato, essi compromettono la vita delle generazioni future. Con sopraffina abilità mistificatoria, i poteri forti che conducono questa danza macabra, battono anch’essi con insistenza sul tasto della “responsabilità verso le generazioni future”, ma solo per agitare gli spauracchi ambientalisti delle “risorse in esaurimento”, del “riscaldamento globale”, dell’“impronta ecologica”, dell’“inquinamento”, dando fiato perciò alle diaboliche farneticazioni malthusiane che, come ben dimostra l’Autore, sono invece la vera causa del disastro.

L’uomo confida in se stesso e non in Dio, si atteggia a “dio” egli stesso, e non si accorge che da “dio”, e non più figlio di Dio, si degrada a bestia, frutto di una fantomatica evoluzione darwiniana e nocivo parassita della “sacra” terra, e del quale è augurabile l’estinzione. Il circolo è completo: la scalata al Cielo si conclude con la testa saldamente piantata nel fango. E di chi è la colpa, se non dei troppi cattivi sacerdoti? “La fede, il soprannaturale è semisparito dai cuori sacerdotali, in quasi tutti. E perciò il mondo si imbestia e Satana trionfa”, disse nel 1947 il Divino Maestro alla grande mistica Maria Valtorta (Quaderni, vol. II, p. 50). È evidente: siamo negli ultimi tempi, avviati verso una catastrofe che ha ben precise implicazioni economiche, descritte dall’Apocalisse come la caduta di Babilonia: “Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci…” (Ap 18, 11).

Molto altro è contenuto nel libro di Gotti Tedeschi, di cui non è possibile dar conto nello spazio di una recensione. Si può solo raccomandare la lettura dell’opera, che stilla saggezza da ogni pagina, e proprio questo è Gotti Tedeschi: più che uno studioso è un saggio. E, come tutti i saggi in questa infame epoca, è stato perseguitato, calunniato e cacciato dalla banca del Vaticano, mentre sarebbe degno e capace di guidare l’Italia intera, al posto di certi pinocchietti incompetenti e ridicoli.

EMILIO BIAGINI

 


I TRIGOTTI

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    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Terza puntata

    Arriviamo così a uno dei punti che più prudono al PAG: il vergognoso trattamento inflitto al “povero Giuda”, per il quale il tenero cuore del PAG sanguina profusamente per almeno una decina di pagine. Ecco infatti l’instabilità psichica della Valtorta che (p. 134) “si manifesta preferibilmente nei rapporti di Giuda con Gesù. Giuda è continuamente bistrattato (sic!) come serpe viscida e priva di coscienza, che va a donne e pensa solo ad un regno messianico terrestre e politico. Nei rari momenti in cui il traditore non dà fastidio al Maestro o ai compagni, Gesù, piagnucoloso e amoreggiante, diventa pure ossessivo e squilibrato, preoccupato solo di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per salvarlo dalla dannazione eterna, benché quell’essere demoniaco fosse segnato già dal principio.”

    Infelice Giuda bistrattato e afflitto da un Gesù piagnucoloso, amoreggiante, ossessivo, squilibrato! E pensare che invece col PAG sarebbe andato così d’accordo!

    Povero Giuda, com’eri capitato male (pp. 134-135): “Ecco una scena tragicomica. Gesù prende Giuda fra le braccia, gli parla gota a gota presso l’orecchio, i capelli d’oro cupo del Maestro divino si mescolano ai pesanti ricci bruni di Giuda. Gli rivela che sta per morire martire per tutta l’umanità, gli piacerebbe (sic!) anzi patire tre volte per salvare il suo Giuda: ‘Ti amo, Giuda, tanto ti amo. E vorrei, vorrei darti Me stesso, farti Me stesso, per salvarti da te stesso.’ E Giuda consola il piangente Gesù, promettendo amore e vigilanza: ‘Mi basta che tu non abbia affanno per me. Sei contento? Un bacio, Maestro, un bacio per tua benedizione, e per tua protezione.” Purtroppo il bacio viene interrotto dai discepoli che portano formaggio fresco.”

    Sotto la penna brutale del PAG ogni episodio evangelico, avulso dal cotesto, deformato e ridotto a caricatura, diventa una oscenità il cui eroe, non a caso, è sempre Giuda.

    Gesù consola la madre di Giuda dell’imminente dolore e le promette un posto in cielo (L’Evangelo Cap. 395), e il partigiano cuneese di Giuda riattacca (p. 135): “La amabile scrittrice può così ritornare con il cuore sereno a torturare in modo disgustoso (sic!) e morboso (sic!) la figura del povero (sic!) Giuda! In un’altra scena veramente sadica (sic!) Giuda professa il suo amore e chiede un bacio al Maestro”.

    A questo punto il povero barbitonsore cominciò a chiedersi, con gli occhi fuori della testa: “Ma lo sa il PAG cosa vuol dire sadico?” Indubbiamente ha qualche lacuna nel vocabolario, così com’è estremamente povero di argomenti, noioso e ripetitivo nella sua sterile e controproducente polemica antivaltortiana.

    E la sarabanda farneticante continua ininterrotta. In una nota a p. 136 ecco la “ridicola e noiosa conversazione di Gesù con Giuda, che continua ad assicurargli di amarlo (…); altra scena da circo equestre (sic!) nella quale Giuda dopo aver rubato soldi dalle offerte fatte ai discepoli, partecipa al raduno dei nemici di Gesù, tutto piagnucoloso e incerto perché il Maestro gli penetra i pensieri, continua ad amarlo e non lo caccia dal gruppo degli apostoli.”

    Povero Giuda, oppresso e incompreso!

    “Inframmezzata a queste pagine, in una continua altalena di rimorsi e di perversione, la tortura sulla figura di Giuda si diverte di tanto in tanto a farlo piangere di dolore” (p. 137).

    Ecco di nuovo il povero piccolo, innocente Giuda, seviziato dalla sadica Valtorta!

    Infatti, l’illuminato PAG si degna di insegnarci (p. 138) che “la persona del traditore diventa così un puro e malsano gioco della Valtorta, incapace di trovare una soluzione meno infantile per presentare la sublimità del suo Gesù, tutto Pazienza e Amore, già da tempo a conoscenza che Giuda si è venduto al Sinedrio per tradirlo; tale quadro offre una cornice al desiderio morboso (sic!) di punzecchiare continuamente il discepolo maledetto, che osò tradire il ‘suo’ caro Gesù. Ecco perché si susseguono vari episodi nei quali la Valtorta tramite i suoi personaggi si diverte sadicamente (sic!) a far notare che Giuda ha sempre torto e sbaglia sempre, qualunque cosa faccia o dica; anche Gesù ad un certo punto rifiuta di lasciarsi abbracciare dal discepolo maledetto e spesso, quando lo vede, si mette a piangere. In un dettato Gesù-Valtorta (sic!) si sfoga in modo estremamente indecoroso contro quel serpe di Giuda che fa ribrezzo per il suo desiderio di denari, di donne e di prestigio umano.”

    Desiderio che evidentemente il PAG ritiene perfettamente comprensibile e legittimo in un discepolo di Gesù, e quindi in un prete. Superfluo ogni commento sul desiderio “sadico e morboso” (sic!) di “tormentare” il povero, calunniato Giuda Iscariota, che il PAG, nella sua delirante fabulazione parapsicologica, attribuisce alla Valtorta.

    Non solo, ma secondo l’illuminato PAG “il gusto malsano del demoniaco trova sempre modo di compiacersi” (ibid.).

    Ecco che, nella sua frenesia persecutoria contro il povero, piccolo, perseguitato Giuda, la veggente non si chiama neppure più Maria Valtorta ma si identifica col “gusto malsano del demoniaco” che l’illuminato studioso di spiritismo certo conosce molto bene.

    A questo punto, il povero figaro ha gettato la spugna e, dopo una mezz’ora trascorsa nel bagno a vomitare, mi ha chiamato al telefono dicendo che non si sentiva bene.

    – Le avrà fatto male qualcosa – gli ho detto cadendo nella più vieta banalità, ultima risorsa dei miei pochi neuroni superstiti.

    – Sì, m’ha quasi ammazzato quella specie di galleria della bestemmia travestita da libro. –

    – Ma come? Un autore così blasonato… –

    – A dottò, lassamo perde. A proposito, come va la barba? –

    – Ha smesso di crescere da quando mi sono messo a leggere libri gialli. –

    – Ottimo, continui a leggere quelli. Io studierò dove andare in vacanza per riprendermi. Intanto lascio il compito al mio assistente che ha seguito il mio lavoro finora. Stia bene, dottò. –

    E così di Giuda all’Ultima Cena ha dovuto occuparsi il povero aiuto-figaro, il quale ha affrontato il compito con tutto l’entusiasmo della giovinezza. Infatti lavora come aiuto barbiere solo per pagarsi gli studi in psichiatria, e, nella sua qualità di aspirante psichiatra (AP) ha subito detto che il caso gli sembrava di estremo interesse.

    Infatti (pp. 138-140), “terminata l’ultima cena [notare le minuscole, ha subito osservato l’AP: tanto era una cena qualunque inventata dalla nota sadica demente nelle sue fabulazioni in trance leggera], Gesù confida agli altri discepoli che Giuda è una incarnazione di Satana, un posseduto, anzi un ‘annullato in Satana’ (…) emergono in modo impressionante i vari squilibri psichici della Valtorta, soprattutto nel sadismo con cui ella rovescia su Giuda il bisogno di trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare l’aggressività repressa, nella ripetizione morbosa del tic sessuale e nel parossismo paranoico vengono artificiosamente create situazioni e reazioni affettive intorno alle persona di Gesù. L’occasione è offerta da un incidente farsesco: Giovanni e Gesù scoprono Giuda mentre forza un cofano ferrato per rubare denaro. Il fattaccio è creato ad arte per poter poi sbrodolare intensi momenti intimi tra i due innamorati che si terranno abbracciati per consolarsi.

    Postilla dell’AP (aspirante psichiatra): parrebbe esservi qui un’ambiguità malsana, è lecito il dubbio che il paziente attribuisca alla Valtorta il tic sessuale di cui è lui stesso a soffrire.

    Continua il PAG a fabulare da par suo: “Giovanni reagisce come una suora che trova finalmente l’occasione per dimostrare alla superiora le sue tenerezze esclusive. (…) La scena che segue è di rara comicità, se non fosse che rivela l’animo malato della Valtorta. Gesù (…) si mette a gridare, lasciandosi sfuggire con mesi di anticipo notizie riservate sulla sua passione.

    Postilla dell’AP: la “p” minuscola segnala un tasso di devozione inferiore a quello di uno scimpanzé, e l’illuminato evoluzionista PAG certo non si offenderà del confronto. Speriamo che non si offendano gli scimpanzé. (…).

    Il PAG imperterrito prosegue: “Nella scena interferisce di tanto in tanto la Valtorta con commenti sempre più sadici (…). Di fronte a questo Giuda (…) pronto ad assalire come un cane feroce, Gesù si mette a parlare di donne e di sesso. Gli rinfaccia di essersi venduto a Satana e di averlo servito in tutte le tentazioni presentategli, gli rivela confidenze molto intime sul come egli riuscì invece sempre a superare il desiderio sessuale di giacere con donne (…) gli comunica che Dio è senza lussuria e che Lui, Figlio di Dio, patì le tentazioni oscene per dimostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria, anzi si fa sempre più confidenziale con colui che proprio pochi minuti prima pareva una apparizione demoniaca.”

    Postilla dell’AP: il tentativo di salvare Giuda e la sacrosanta affermazione della purezza di Gesù, che tutti i suoi discepoli sono tenuti ad imitare, appaiono all’autore solo come qualcosa di farsesco. Si palesa quindi una grave anomia: il paziente appare del tutto fuori posto nel ruolo di prete che si ostina ad occupare.

    (continua)

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