Genova, 19 Agosto 2017 01.52





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

21
FEBBRAIO
2016
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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

VINCENZO CERRI, La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2015.

 

 

Segue un commento di Emilio Biagini.

 

CERRI V. (2015) La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta, con supplemento di Ugo Bertolami, Isola del Liri, CEV (pubbl. la 1a volta 1978 con imprimatur ecclesiastico)

 

Un’opera che si occupa degli Scritti valtortiani in modo positivo e riceve l’imprimatur ecclesiastico è forse un piccolo segno che qualcosa si muove in direzione di un atteggiamento meno arcigno della gerarchia verso la Valtorta? Probabilmente no, anche perché un singolo vescovo ben disposto non rappresenta una gerarchia sorda e in tutt’altre faccende affacendata. L’imprimatur, poi, è vecchio, e da allora nulla si è più mosso. Anzi, la posizione ufficiale  sembra essere tuttora quella di “permettere” ai fedeli di leggere la Valtorta purché non la ritengano opera ispirata, il che equivale a dire che doveva essere una bugiarda o una pazza, dal momento che lei, nel modo più reciso e solenne, afferma esattamente il contrario.

 


 

Neppure è servito che le fossero favorevoli lo stesso papa Pio XII e autorevoli prelati come il grande e santo cardinale Siri. Il 25 ottobre 1948 il Santo Padre aveva consigliato una più sicura approvazione per salvaguardare l’opera da insidie future; era stato interpellato il vescovo di Sora, Costantino Barneschi, Vicario apostolico dello Swaziland, il quale aveva già concesso l’imprimatur ad un opuscoletto dal titolo Parole di vita eterna che presentava un breve stralcio dell’Opera. Non è vero quindi che agli Scritti manchi del tutto l’imprimatur: una parte, sia pur piccola, lo ha ricevuto. Il 29 novembre, quando le rotative stavano per mettersi in moto, il Santo Uffizio fece chiamare il Padre Procuratore Generale dell’Ordine dei Servi di Maria e gli intimò di imporre a Padre Berti e Padre Migliorini di non occuparsi più dell’opera se non volevano essere colpiti dai decreti del Santo Uffizio stesso per aver abusivamente carpito l’approvazione di Monsignor Barneschi, contrariamente alle norme del diritto canonico perché detto Monsignore non è il vescovo della casa editrice né dell’autore “e soprattutto perché è il vescovo degli zulu”.

I nuovi farisei, fra l’altro, confondendo gli swazi con gli zulu, avevano fatto qualcosa come confondere i belgi con i tedeschi. L’invidia (perché sarebbe stata scelta una misera donnàcola e non Io?) e l’orgoglio (come si permette di dire che i suoi Scritti sarebbero dati per sostituire i troppi pulpiti vuoti o male occupati?) davano fuoco alla persecuzione scatenata dai gerarchi, dimentichi dei detti evangelici “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Marco 10, 43-44) e “ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11, 25).

Ed ecco un esempio di sapienti ed intelligenti della gerarchia all’opera. Quando venne proposto di datare la Sindone col metodo del radiocarbonio l’arcivescovo di Torino Anastasio Ballestrero si affidò nel 1988 a tre laboratori di paesi protestanti, massonici e ultralaicisti, a Oxford, Tucson e Ginevra, con i risultati disastrosamente falsi ben documentati da Emanuela Marinelli & Marco Fasol (Luce dal sepolcro, Verone, Fede & Cultura, 2015). Prontamente venne la resa dell’arcivescovo stesso che, contro ogni evidenza, definì la Sindone una semplice “icona”. La teoria dell’icona, formulata in ambienti laicisti, è infatti assolutamente screditata: il Telo non reca tracce di colori, è impresso su un solo lato (mentre nei dipinti il colore penetra arrivando dall’altra parte), ha invece macchie di sangue (precisamente del raro gruppo AB, che è frequente soltanto nel Medio Oriente), le immagini vi si distinguono solo ad almeno tre metri di distanza, e quale artista lavorerebbe ad una così assurda distanza dalla tela?

Nonostante ciò, il danno è ormai fatto, perché i laicisti hanno comunque qualcosa a cui attaccarsi. Sugli autori dell’“indagine” piovvero lodi sperticate e finanziamenti di milioni di dollari da parte di ben noti circoli massonici. Cominciarono ad apparire, specie in Gran Bretagna, libercoli schiamazzanti di “mafia della Sindone” e di “divino imbroglio”. La scarsissima attendibilità che spesso accompagna le datazioni al radiocarbonio (a un corno per bere di età vichinga è stata attribuita una data nel futuro, all’inizio del terzo millennio; una chiocciola appena morta è stata datata a cinquemila anni addietro), e il fatto che i risultati dei “carbonisti” fossero in totale contrasto con tutti i risultati delle ricerche precedenti (inclusa la scoperta delle impronte di monete dell’età di Ponzio Pilato e delle tracce della scritta col nome, in greco, del condannato, “Gesù di Nazareth”, vedi Maria Grazia Siliato, Sindone: mistero dell'impronta di duemila anni fa, Casale Monferrato, Piemme, 1997) non venne neppure preso in considerazione dai potenti mass media controllati dalla massoneria. Al pomposo Museo della Scienza di Londra, un’intera vetrina dedicata alla datazione al radiocarbonio porta come unico esempio dei “successi” di tale tecnica, la datazione “medioevale” della Sindone.

Il Cerri pubblicò i risultati della sua pluridecennale ricerca tre anni prima dello scandalo del radiocarbonio e delle importanti ricerche successive, su cui danno conto Marinelli e Fasol, citati sopra. Tuttavia lo studio del venerando sacerdote, morto nel 2011 all’età di novantasette anni, Prelato d’Onore di Sua Santità dal 1979, è tuttora di notevole interesse per le profonde osservazioni che presenta e per essere l’unico studioso a mettere costantemente a confronto la Sindone con gli Scritti valtortiani.

Sulla venerabile reliquia la Valtorta scrive (Quaderni del 1943, dettato del 22 luglio):

 Dice Gesù: “Potete voi dire che io non ho amato questa terra dove ho portato le reliquie della mia vita e della mia morte: la casa di Nazaret dove venni concepito in un abbraccio di luminoso ardore tra il Divino Spirito e la Vergine, e la Sindone dove il sudore della mia morte ha impresso il segno del mio dolore, sofferto per l’umanità?”

E più tardi ribadisce (Quaderni del 1943, dettato del 23 ottobre):

 

Dice Gesù: “O Italia, Italia alla quale tanto ho dato e che mi hai dimenticato e hai dimenticato i miei benefizi! E da quel Piemonte, dove è una testimonianza di Dio non inferiore a quella del Tabernacolo mosaico – perché se in esso erano due tavole scritte dal profeta di Dio, qui vi è la storia della mia Passione scritta con inchiostro di Sangue divino sul lino che la pietà offerse ad avvolgere la mia nudità di Immolato (…)”

 

Ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (609.12) la grande veggente sottolinea:

 

Il Volto ha già l’aspetto che vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte (…)

 

Il sanguinoso e divino messaggio della Sindone e il Divino Maestro che dettò le Sue pagine sublimi a Maria Valtorta non possono non confermarsi a vicenda. Sono entrambi documenti della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, e come tali a loro volta confermano in pieno il racconto dei Vangeli canonici, i quali sono l’insostituibile pilastro della Verità cristiana e più specialmente cattolica.

All’inizio della Passione, nell’orto del Getsemani Nostro Signore soffrì in modo tanto atroce per l’abbandono del Padre (conseguenza dell’essersi caricato di tutti i nostri peccati, consacrandosi così alla Giustizia come anima vittima) da essere colpito da ematoidrosi: un’intensa vasodilatazione dei capillari cutanei che si rompono a contatto del cul di sacco delle ghiandole sudoripare, inondando la pelle di sangue (dettato del 6 luglio 1944, corsivo nel testo):

Mi hai chiesto: “Quante sono le agonie del Getsemani che mi dai?”

Oh! tante! Non per piacere di tormentarti. Unicamente per bontà di Maestro e Sposo. Non potrei su te, piccola sposa, abbattere tutto insieme il cumulo di desolazione che mi accasciò quella sera e che nessuno intuì, che nessuno comprese fuorché mia Madre e il mio Angelo. Ne morresti pazza. E allora ti dò adesso un briciolo, domani un altro, di modo da farti gustare tutto il mio cibo e di ottenere dal tuo soffrire il massimo di amore di compassione per il tuo dolente Sposo e di redenzione per i tuoi fratelli. Ecco perché ti dò tante ore di Getsemani. Uniscile e, come il mosaicista unendo le tessere piano piano vede formarsi il quadro completo, tu, riunendo nel tuo pensiero il ricordo delle diverse ore, vedrai l’Agonia vera del tuo Signore.

Rifletti come ti amo. La prima volta ti ho dato soltanto la vista della mia smania fisica. E tu, soltanto per vedermi col Volto stravolto, andare e venire, alzare le braccia, torcermi le mani, piangere e abbattermi, ne hai avuta tanta pena che per poco non mi moristi.

Ti ho presentato quella tortura visibile più e più volte sinché l’hai conosciuta e l’hai potuta sopportare. Poi, volta per volta, ti ho svelato le mie tristezze. Le mie tristezze di uomo. Tutte le passioni dell’uomo si sono drizzate come serpi irritate, fischiando i loro diritti d’essere, ed Io le ho dovute strozzare una per una per esser libero di salire il mio Calvario.

(…)

Ed ero solo. Cioè: ero con Satana.

La prima parte dell’orazione era stata penosa, ma ancora potevo sentire lo sguardo di Dio e sperare nell’amore degli amici. La seconda fu più penosa perché Dio si ritirava e gli amici dormivano. Riconfermavano il sibilo di Satana e la voce della vita’. “Ti sacrifichi per nulla. Gli uomini non ti ameranno per il tuo sacrificio. Gli uomini non comprendono” .

La terza... la terza fu la demenza, fu la disperazione, fu l’agonia, fu la morte. La morte dell’anima mia. Non è risorto soltanto il corpo mio. Anche la mia anima ha dovuto risorgere. Poiché conobbe la Morte.

Non vi paia eresia. Cosa è la morte dello spirito’? La separazione eterna da Dio. Ebbene: Io ero separato da Dio. Il mio spirito era morto. È la vera ora di eternità che Io concedo ai miei prediletti. Quella che tu, piccola sposa, ti sei chiesta che fosse da quando ti hanno detto che tu hai sorte simile a Veronica Giuliani, che al termine della esistenza conobbe questo strazio superiore a tutti gli strazi sovrumani.

Noi conosciamo la morte dello spirito, senza averla meritata, per comprendere l’orrore della dannazione che è tormento dei peccatori impenitenti. La conosciamo per ottenere di salvarli. Lo so. Il cuore si spezza. Lo so. La ragione vacilla. So tutto, anima diletta. L’ho provato prima di te. È l’orrore infernale. Siamo in balia del Demonio poiché siamo separati da Dio.

(…)

“Ho risposto... Maria, ho risposto radunando le forze, bevendo pianto e sangue che colavano dagli occhi e dai pori, ho risposto: ‘Non ho più madre. Non ho più vita. Non ho più divinità. Non ho più missione. Nulla ho più. Fuorché fare la Volontà del Signore mio Dio. Va’ indietro, Satana! L’ho detto la prima e la seconda volta. Lo ridico per la terza: “Padre, se è possibile passi da Me questo calice. Ma però non la mia: la tua Volontà sia fatta’. Va’ indietro, Satana. Io son di Dio!’”

Maria, ho risposto cosi... E il Cuore si è franto nello sforzo. Il sudore è divenuto non più stille, ma rivoli di sangue. (…)

Tanto sangue potrebbe aver bagnato anche la Sindone, ma poi sarebbe stato dilavato dal sudore e assorbito dalla veste durante le successive fasi della Passione.

Nella flagellazione hanno lasciato tracce solo quei colpi di flagrum che hanno prodotto un’escoriazione o una piaga contusa, per cui probabilmente Gesù ricevette molti più colpi di quanto non ne risultino dal sacro Telo, in cui comunque ne appaiono moltissimi. Gesù dovette essere legato in posizione eretta come scrive la Valtorta. In posizione curva su una colonna bassa, i carnefici non avrebbero potuto colpirlo sul davanti come risulta chiaramente dalla Sindone.

Sulla corona di spine si è molto discusso, ma dagli scarsi segni di spine impressi sulla Sindone pare si trattasse di un semplice cordone spinoso ripiegato a cerchio, non di una calotta né di una cuffia o di un fascio. La visione di Maria Valtorta, in pieno accordo con la Sindone e con l’iconografia tradizionale. Gesù portò la corona durante l’ascesa al Calvario: il braccio verticale della croce premeva sulla corona di spine, causando rigagnoletti di sangue nitidamente impressi sul Telo.

Com’era la croce? Non vi era una struttura e una pratica d’impiego unica e immutabile. La croce poteva essere divisa in due travi (verticale o stipes, lasciata in permanenza sul luogo destinato alle esecuzioni, e orizzontale o patibulum, portata dal condannato); o poteva essere intera e completa, a forma di T (commissa) o a croce latina (capitata); o anche ad “X” (croce di Sant’Andrea); a volte il condannato veniva inchiodato al solo palo verticale; una croce più alta del solito poteva essere usata quando si voleva dare maggior rilievo al supplizio, come appunto fu fatto per Gesù. Data la difficile situazione in Palestina appare improbabile che si volesse lasciare le travi verticali continuamente in piena vista, un segno della potenza romana che avrebbero eccitato gli spiriti già ribollenti degli zeloti. Assai più verosimile è quindi che le croci venissero portate intere e infisse in fori appositamente preparati e riempiti di pietre, che venivano tolte quando necessario. Ed è proprio questo che la Valtorta vide e descrisse. Pure in tutti gli altri dettagli, le conoscenze storiche, i Vangeli canonici e le visioni valtortiane sono in pieno accordo. Anche il particolare dello straccio fornito ai condannati per coprire le parti intime è segno di adattamento degli usi romani alla “pudicizia” dei giudei. La Valtorta scrive che la Madonna diede al Figlio il suo velo perché non si cingesse con uno straccio come gli altri condannati.

Nel caso di Gesù, doveva trattarsi di una croce “capitata”, altrimenti non si sarebbe potuto inchiodare sopra il capo di Lui la scritta col motivo della sentenza (titulus). A favore della descrizione fornita dalla Valtorta stanno i seguenti fatti: 1) non dice nulla che contraddica il Vangelo; 2) l’espressione di Giovanni “bajulans sibi crucem” contraddice l’ipotesi del Ricci secondo cui avrebbero legato Gesù il solo patibulum; 3) è conforme alla tradizione cristiana che ha sempre visto Gesù carico della croce intera; 4) la croce, per quanto pesante, poteva essere portata da una sola persona perché il braccio verticale posava per terra e veniva più trascinata che portata di peso; 5) le valutazioni dello spessore della croce in base alla piaga che si riscontra su spalla tendono ad essere esagerate perché quell’impronta è costituita verosimilmente da alcune ferite della flagellazione allargate e confuse per sfregamento e non corrisponde al reale spessore della trave; 6) i modi per costringere condannati a portare la croce e crocifiggere erano diversi da luogo a luogo; 7) le tre cadute di Gesù sulla via del Calvario potevano essere causate da debolezza e dal peso della croce intera senza ricorrere alle legature descritte dal Ricci; 8) se Cristo avesse portato il solo patibulum si sarebbero dovute trovare impronte sulla colonna vertebrale che invece non ci sono; 9) la maggior parte dei sindonologi ed esegeti concordano nel ritenere che i piedi di Gesù distassero dal suolo circa un metro, è ciò è conforme all’altezza della croce di Gesù stimata dalla Valtorta in quattro metri.

Come già osservato, l’esecuzione non era un rito immutabile. È assai probabile che gli altri due crocifissi fossero fissati con corde. Durante le tre ore di agonia, sottoposto alla continua tortura dei nervi mediani lesi dai chiodi, Gesù non poté che pronunciare poche parole, quando riusciva a sollevarsi per respirare, sforzandosi sul chiodo dei piedi e su quelli delle mani, mentre gli altri due crocifissi, essendo soltanto legati, poterono parlare liberamente e a lungo. Ecco perché durarono più a lungo, e inoltre erano inebetiti dal beveraggio anestetico di vino e mirra, e anche questo dovette conferire loro maggior resistenza. Fu necessario eseguire su di loro il crucifragium, ossia lo spezzamento delle gambe; tuttavia avrebbero potuto continuare a respirare anche così e il tempo stringeva, dato che mancavano poche ore al sabato, che cominciava al tramonto del venerdì. In quei casi non restava che procedere in modo ancor più energico. La Valtorta dice infatti che dopo lo spezzamento delle gambe furono finiti a colpi di clava sferrati anche al cuore.

Per quanto riguarda la morte di Gesù, varie sono le ipotesi scientifiche in contrasto tra loro: infarto cardiaco, pericardite traumatica, embolia, sincope, crampi tetanici e soffocazione, fame e sete. La Valtorta offre la spiegazione migliore (609.19, corsivo nel testo):

Tornano le valanghe di dolore desolato che già l’avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocifiggente della croce stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio lo ha abbandonato e che la preghiera non sale a Lui…

Ed è il tormento finale. Quello che accelera la morte, perché spreme le ultime gocce di sangue dai pori, perché stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi! Dopo il tuo abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e, spirituale come è l’intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l’innocentissimo Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e dai nostri peccati.

 Sopravvenuta la morte, e nell’imminenza del sabato, il sacro Corpo fu staccato e deposto dalla croce, e trasportato in posizione orizzontale, così che il sangue dalla vena cava inferiore e dalle vene epatiche non poteva uscire tanto facilmente, per cui la colata trasversale posteriore potrebbe essersi formata nel sepolcro, dato che la rigidità cadaverica in individui robusti morti di morte violenta ritarda alquanto. I coaguli sanguigni intorno alle reni paiono dovuti al lino che cingeva i fianchi di Gesù, mescolandosi a quelli formati delle piaghe della flagellazione riaperte dalla forzata tensione dell’epidermide e dallo sfregamento contro il legno della croce. Come abbiamo visto, la presenza del lino era una concessione romana al “pudore” ebraico, e il lino fu dato dalla stessa Maria Vergine (Cap. 609. 2-3):

 Viene dato l’ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l’odio fa amici. (…)

I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all’inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio l’Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti.

Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare.

Ora Gesù si volge verso la folla. E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite dai flagelli. All’altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l’arco costale sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione sanguinante.

La folla lo schernisce come in coro: “Oh! Bello! Il più bello dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...”. E intona, con tono di salmo: “Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non d’acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani tornite come lavoro d’orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi d’oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell’alto cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia”; e ridono e urlano anche: “Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma no! L’aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei uno straccio impotente e schifoso”.

 Data l’imminenza del sabato, venne compiuta da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo solo la prima parte della pratica funeraria israelita. Il Corpo fu avvolto con teli insieme ad aromi e posto sulla tavola dell’imbalsamazione. Dal racconto valtortiano si deducono i seguenti particolari: 1) il Corpo non venne lavato, forse usata solo un po’ d’acqua; 2) le bende furono inzuppate di aromi; 3) il Corpo fu spalmato di unguenti; 4) la mistura degli aromi era appiccicosa, dato che riusciva a trattenere in posizione le mani del Corpo: 5) venne usata una sindone monda, diversa da quella usata per il trasporto; 6) i piedi conservarono un diversa posizione, uno più dritto l’altro più steso; 7) al volto di Gesù venne legata una fascia mentoniera; 8) il Corpo avvolto nella sindone, appoggiando sul viso un sudario di lino, poi vennero sovrapposte alla sindone altre larghe striscie o bende per mantenere la sindone stessa aderente al Corpo, ottenendo così un embrione di fasciatura completa ma affrettata.

I dettagli trovano sorprendente riscontro negli usi dell’epoca. L’analisi elettronica al computer effettuata al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena dimostra che al volto dell’Uomo della Sindone fu applicata la mentoniera. Maria Valtorta l’aveva già scritto nel 1944.

Alla risurrezione, il Corpo uscì dalla fasciatura senza guastare le numerosissime impronte sanguigne rimaste intatte e conservando l’aspetto tipico del coagulo normale col relativo alone di siero. Il Cerri si concentra sulla narrazione valtortiana del comportamento di Pietro e Giovanni e trascura il problema della formazione dell’immagine, che pare sia avvenuta in seguito ad una smaterializzazione del Corpo: infatti, il Risorto attraversava i muri e la materia solida. La smaterializzazione pare sia avvenuta con un lampo di energia, le cui tracce sono state effettivamente riscontrate sulla Sindone. Le fasce che avevano avvolto il corpo, più pesanti, si afflosciarono, mentre il sudario, più leggero e “inamidato” dall’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò sollevato, apparendo così a Pietro e Giovanni “in una posizione unica”, che modellava la forma del corpo che vi era stato avvolto. Il lampo di luce venne visto e descritto dalla Valtorta come una sfera di fuoco che precipitò dall’alto ed entrò nel sepolcro (Cap. 617.3-4).

 La meteora si abbatte contro l’inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell’Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore. Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell’aria immobile, lo Spirito si rinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.

Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l’apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido...

Il “Voglio” del divino Spirito alla sua fredda Carne non ha suono. Esso è detto dall’Essenza alla Materia immobile. Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano. La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro... Null’altro per qualche minuto.

Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal “niente” in cui era, vive dopo essere stata morta. Certo il cuore si desta e dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.

Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante. Così repentino che, dall’attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lasciandolo Lui, l’occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi. Ed ora lo ammira: così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite né sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piaghe e si emana da ogni poro della sua epidermide.

Il racconto valtortiano della Passione spiega perfettamente una ad una le piaghe di Cristo riscontrabili sulla Sindone: la tumefazione  della parte centro-destra del volto (terza e completa caduta, Cap. 609.6), tumefazione della guancia destra e bocca ferita (colpo di asta sul viso dopo la flagellazione, Cap. 604.30), escoriazioni all’apice del naso e occhio destro quasi chiuso (corrisponde alla descrizione della Vittima crocifissa, Cap. 609.12), bocca leggermente deviata a destra (contrazione spasmodica del volto sulla croce, Cap. 609.22), fuoruscita di sangue e saliva sul lato destro della bocca (sulla croce, quando si avvicina la fine, Cap. 609.21), impronte delle ferite sui flagelli durante la via crucis (Cap. 608.5) e prima della crocifissione (Cap. 609.2-3), piaga del costato (Cap. 609.27), piaghe alle mani e un braccio più corto dell’altro di circa 4 centimetri (risultato della slogatura inflitta durante l’inchiodamento alla croce, Cap. 609.5). La Valtorta descrisse questa slogatura quattro anni prima che fosse diagnosticata da alcuni medici consultati dal professor Lorenzo Ferri.

La statura, il volto e il fascino di Gesù, come traspaiono dall’immagine sindonica, così corrispondono puntualmente alle descrizioni valtortiane. Il Redentore era alto circa m 1,80, maestoso e bellissimo.

Poiché il Cerri trascura il problema della formazione dell’immagine, lascia spazio ad un supplemento a firma di Ugo Bertolami, che si domanda come mai l’autore non abbia preso in considerazione l’importante dettato valtortiano proprio su questo argomento (Cap. 613.7-8):

 Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.

Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: “Ciò è opera di Dio” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!

Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche – povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare – sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio Cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile.

La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d’acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.

Tu l’hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittime senza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l’aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.

Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.

Questo conferma la teoria vaporigrafica formulata da Paul Vignon, professore di biologia dell’Institut Catholique di Parigi nel 1902 e da lui dimostrata esponendo una tela di lino simile all’originale in presenza di aloe, mirra e vapori di urea. La teoria ha attratto numerose critiche. Secondo Pierluigi Baima Bollone, professore di medicina legale all’università di Torino, tale teoria non sarebbe accettabile perché: 1) la trasformazione avviene con un certo ritardo, anche di giorni, 2) i vapori non possono muoversi in modo perfettamente ortogonale in modo da dare un’immagine precisa, 3) per la grandezza dell’immagine sindonica sarebbe state necessarie grandi quantità di urea.

La prima obiezione diventa piuttosto una prova a favore: infatti i Vangeli canonici non la menzionano al momento della scoperta della tomba vuota. La Valtorta racconta esplicitamente che l’immagine si formò a poco a poco. Infatti alcuni giorni dopo la risurrezione Nicodemo, alla presenza dell’apostolo Giovanni, di Giuseppe d’Arimatea e di Lazzaro risuscitato, consegna alla Madonna la Sindone, spiegando (Cap. 644.6-7):

(…) la seconda sindone, che fu su di lui dalla sera di Parasceve all’aurora di Risurrezione, deve venire a te. E – te ne avverto, perché tu non debba commuoverti troppo nel vederla – e sappi che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro. Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l’impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l’impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?”.

“Oh! Nicodemo! Ma questo era il mio supremo desiderio! Tu lo dici d’aspetto pacificato... Oh! poterlo vedere così, non con quell’espressione torturata che è sul velo di Niche!”, risponde Maria congiungendo le mani sul suo cuore.

Allora i quattro spostano la tavola per avere più spazio; poi, stando Lazzaro e Giovanni da un lato, Nicodemo e Giuseppe dall’altro, svolgono lentamente la lunga tela. Appare per prima la parte dorsale, iniziando dai piedi; poi, dopo la quasi congiunzione delle teste, quella frontale. Le linee sono ben chiare, e chiari i segni, tutti i segni, della flagellazione, coronazione di spine, sfregamento della croce, contusioni da colpi ricevuti e cadute fatte, e le ferite dei chiodi e della lancia.

Maria cade in ginocchio, bacia il telo, carezza quelle impronte, bacia le ferite.

 La seconda obiezione cade se si considera che comunque il formarsi dell’immagine è dovuto a un miracolo, alla luce della risurrezione le cui tracce sono state pure individuate sulla sindone. La terza obiezione non regge, dati i colpi di flagello che causarono un blocco renale e relativa uremia.

Riguardo alla ferita al costato, l’opinione generalizzata è che l’immagine si sia formata all’interno del Telo, in modo che l’immagine sindonica sarebbe vista di riflesso, come in uno specchio. Partendo da tale assunto, le ricostruzioni tridimensionali del Corpo (come quelle di Mons. Ricci e dello scultore Luigi De Mattei) mostrano la grande piaga triangolare causata dal peso della croce sulla spalla sinistra di Gesù, mentre nella sindone è invece sulla spalla destra. È come se il miracoloso lampo di luce della risurrezione avesse proiettato l’immagine sull’esterno del Telo.

Ciò è confermato dagli scritti valtortiani, che più volte indicano la sindone come la sua vera effige di Gesù, sacra e vera immagine, e non immagine riflessa. I Vangeli canonici non parlano della piaga della spalla, che fu rivelata per la prima volta da Gesù a san Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), abate e dottore della Chiesa. Questi domandò a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua passione. Gli fu data questa preziosa rivelazione privata:

Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce. Questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore più di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; e a tutti quelli che per amore di Essa mi onoreranno con tre Padre Nostro, Ave e Gloria al giorno, perdonerò i peccati veniali, non ricorderò più i mortali, non morranno di morte subitanea e in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine conseguendo ancora grazia e misericordia.

Dopo la morte di Padre Pio si scoprì che anche il santo stimmatizzato di Pietrelcina aveva sofferto di tale piaga, evidentemente a completamento delle sofferenze della Passione da lui sperimentate. Infatti, evidenti macchie di sangue sulla spalla destra appaiono sulla tonaca portata dal frate.

La sindone ci mette davanti al mistero divino, che noi possiamo adorare, ma restando ben lontani dal comprenderlo. E il Bertolami, opportunamente conclude la sua appendice allo scritto di don Vincenzo Cerri con un significativo dettato di Gesù a Maria Valtorta (Quaderni, 20 maggio 1049):

Mi dice il Signore, mentre io penso a tutt’altro che a cose mistiche e lavoro d’ago riparando la biancheria di casa:

“La mia Sindone, o Maria, per chi sa vedere, è non soltanto testimonianza che Io sono veramente morto e sono risorto, ma anche testimonia di come fui concepito e nacqui non secondo le leggi dell’umanità. È quindi conferma alle verità che la Religione mia insegna: il mio concepimento per opera dello Spirito Santo; la divina maternità di Maria; la sua verginità perpetua; la mia passione e morte; la mia risurrezione gloriosa. Ma ciò è conferma a chi, nella luce di Dio, è dato di vedere.”

EMILIO BIAGINI


21
FEBBRAIO
2016
Articolo letto 409 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

FRANCESCO AGNOLI, Scienziati dunque credenti, Cantagalli, Siena, 2012.

FRANCESCO AGNOLI, La forza della preghiera nelle parole degli scienziati, Fede & Cultura, Verona, 2015.

Segue un commento di Emilio Biagini.

AGNOLI F. (2012) Scienziati dunque credenti, Siena, Cantagalli

AGNOLI F. (2015) La forza della preghiera nelle parole degli scienziati, Verona, Fede & Cultura

 Tra i dogmi della superstizione relativista

, imposta dai sinistri pappagalli infeudati nelle università di stato a suon di minacce, aizzamento di studenti comunisti e mobilitazione di giornali idioticamente corretti, vi è il dogma mentecatto, imposto in codici e(me)tici, secondo cui si “condanna ogni forma di (…) idea di supremazia o superiorità morale di un gruppo rispetto ad un altro”. Quindi vietato dire che il Cristianesimo è superiore al satanismo, o che la conquista spagnola ha il merito di aver fatto cessare i sacrifici umani nelle “civilissime” società precolombiane, o meno che mai che la scienza è nata in Europa.

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21
FEBBRAIO
2016
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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

EMILIO PISANI, Quello che i Vangeli non dicono, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2015.

Quello_che_i_Vangeli_non_dicono.jpg

Segue un commento di Emilio Biagini.

PISANI E. (2015) Quello che i Vangeli non dicono, Isola del Liri, Centro Editoriale Valtortiano

Questo nuovo prodotto dell’inesauribile officina di Isola del Liri offre una serie di confronti tra i Vangeli canonici e le private rivelazioni valtortiane. Vengono esaminati ventuno argomenti, con l’avvertenza dell’autore che altri se ne possono aggiungere, ripresentando il saggio in futuro sempre più arricchito. Già dalla lettura de Il Vangelo come mi è stato rivelato appare evidente che il principale pregio dell’Opera valtortiana è quello di illustrare e rendere più comprensibili gli episodi chiave del messaggio evangelico, anche se riporta ogni tanto episodi non presenti nei Vangeli canonici, che comunque non recano alcun mutamento alla dottrina.

 Molti altri argomenti si potrebbero aggiungere, come quello dell’uomo che chiede a Gesù di intervenire presso il fratello perché questi acconsenta a dividere con lui l’eredità (Luca 12, 13-14) sembra quasi che Gesù rifiuti di esaudire una giusta richiesta, mentre ne L’Evangelo come mi è stato rivelato, l’episodio è molto più completo e più chiaro: il postulante era un essere avido al pari del fratello; non aveva fede e chiedeva l’intervento di Gesù solo come rabbi autorevole in grado di emettere un giudizio a suo favore e di costringere suo fratello a piegarsi.

EMILIO BIAGINI


25
GENNAIO
2016
Articolo letto 464 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una valida opera di poesia drammatica tesa ad esplorare la condizione umana:

FRANCESCO MAJ (2006) RAPPRESENTAZIONI, Firenze, L'Autore Libri

Segue una recensione ad opera di Emilio Biagini:

 

MAJ F. (2006) Rappresentazioni, Firenze, L’Autore Libri

 

Volume di poesia drammatica, formato da diciotto “sacre rappresentazioni” in versi, adatte ad essere rappresentate in un teatro dall’atmosfera surreale, con personaggi che trascendono lo spazio e il tempo.

Bello nell’insieme, ma sussiste qua e là qualche dubbio su taluni versi che potrebbero far pensare ad una concezione panteista più che cattolica.

Notevole il “Canto di Natale”, sia pure alquanto venato di panteismo, come nel componimento “Magnificat”:

 

L’ora presente si rivela un’alba:

d’essere già vissuta io sento altrove,

in altri tempi ho detto la preghiera

con padri profetanti lungo il viaggio.

Ho udito le promesse del Signore

mentre mangiavo il pane dell’esilio.

 

Qui non si capisce bene quale personaggio parli: il titolo suggerisce che si tratti della Santa Vergine, ma come può essere vissuta altrove in un altro tempo? Per un cattolico la reincarnazione è improponibile. Forse si tratta di una metafora dell’immedesimazione di tutte le donne (o di tutti gli esseri umani) nella vicenda dell’Incarnazione? Comunque non è molto chiaro.

Apprezzabile comunque nell’insieme, e bella la preghiera conclusiva “di un disperato”:

 

O tu che appari, stella solo luce,

seguita a illuminare questa notte!

Alati messaggeri, puro canto,

ripetete l’annunzio nell’attesa!

Breve fiammella nata dalla Terra

invoco imprigionato nella fuga,

debole orecchio aperto alle risposte

io chiedo un cenno della tua presenza!

O Tu che ascolti, illumina e rispondi

ultima meta, puro fondamento!

 

Notevole il canto dei Magi, in cui gli stessi doni prendono la parola: l’oro e l’incenso si rivelano fuggevoli e ingannatori; solo la mirra rimane:

 

Io sono la creatura dell’oriente

e ti ricordo l’ultimo regalo:

il dono da nessuno valutato.

A Te recai dolore onnipresente

delle pietre che scoppiano nel sole,

delle piante bruciate dall’incendio,

dell’uomo senza pace e maledetto.

Son l’unico regalo che ti resta!

 

Il Canto della Via Crucis contiene momenti di riflessione profonda e varietà di personaggi e di punti di vista. Non mancano punti deboli per mancata aderenza alla Scrittura e alla Tradizione: non si parla della tempesta e del terremoto, storicamente ben documentati; e il centurione disse subito: “Costui veramente era il Figlio di Dio.” Non vi è nemmeno il nome: dalla Tradizione si sa che si chiamava Longino e che, pienamente convertito, morì martire a Mantova. È santo sia della Chiesa cattolica e di quella ortodossa. Secondo il poeta, invece, si limita a rimuginare.

Il Canto di Pasqua è sviluppato con maestria, ma desta qualche perplessità sul piano storico, riguardo all’atteggiamento dei legionari romani, che sembra fossero assai favorevoli a Gesù, poiché predicava la pace e certo non la ribellione a Roma, mentre nel Canto pare non ricordino neppure come si chiamava, ciò che sembra un po’ strano, anche con riferimento alla conversione di San Longino, ricordato sopra. I militi messi a guardia del Sepolcro, poi, non erano affatto legionari romani, ma guardie del Tempio: i romani avrebbero saputo fare buona guardia perché erano disciplinati, mentre la soldataglia al soldo del Tempio dormiva e non vide affatto il Risorto. Nicodemo e Giuseppe di Arimatea appaiono tremolanti, depressi e pieni di dubbi, e invece ebbero il coraggio di richiedere il Sacro Corpo per la sepoltura, onde evitare che finisse in una fossa comune. Tommaso poi disposto “a mille volpi”? È un’espressione un po’ oscura, anche se, riflettendo, si capisce che si intendono “astuzie”; ma non sembra che Tommaso fosse sull’orlo di diventare miscredente; piuttosto riteneva difficile credere che il Salvatore avesse ancora voglia di avere a che fare con l’umanità dopo quello che Gli avevano fatto, ed anche questo era certamente mancanza di Fede, ma non così grave come appare dalle parole che il Poeta gli attribuisce. Infine, i discepoli non stettero quaranta giorni “incerti se la barca procedesse”: durante quei quaranta giorni il Divino Risorto assistette costantemente i Suoi, già incoraggiati dal fatto stesso di rivederLo vivo, e li istruì sul Regno di Dio e su quanto restava da fare per propagare la Fede.

Il Viaggio verso Emmaus è una sacra rappresentazione più lirica che drammatica, in pratica una meditazione di profonda ricerca spirituale, priva però di veri spunti drammatici.

Il Canto di Maria, fatta salva, a tratti, la bellezza dei versi, non è molto aderente alla personalità della protagonista e alla sua grandezza di Madre di Dio. Ma come può interrogare il figlio chiedendoGli chi Egli sia? Lo sapeva benissimo Chi era, già dall’Annunciazione. In più conosceva le profezie e il suo strazio per tuta la vita dovette essere quello di sapere fin dall’inizio di quale morte il Figlio sarebbe morto. Resta alquanto difficile, poi, capire che significhi “Lo intesi come lamina affermare (…)”; cos’è, in questo particolare contesto, una lamina? Che sia un errore di stampa? Ma non si riesce a capire che altra parola avrebbe dovuto esserci. E arriviamo alla Passione e alla Resurrezione: ancora una volta la Madonna appare smarrita e lacrimante; certo che piangeva, ma era anche la più grande eroina che il mondo abbia mai conosciuto, l’unica che non perdette mai la fede: sapeva che sarebbe risorto anche se il diavolo la tentava a crederLo morto per sempre, e con le sue santissime e potenti preghiere affrettò di molto la Resurrezione. Cristo doveva restare nel sepolcro tre giorni interi, mentre vi rimase solo trentotto ore. Un altro verso suscita non poca perplessità: “Tu non attendi alcuna apparizione.” Ma perché? Se doveva risorgere, ed era profezia certa e infallibile che lo avrebbe fatto, doveva pure apparire. E infatti apparve per prima alla Madre, sebbene i Vangeli parlino solo delle apparizioni ad apostoli e discepoli. Ma non c’è solo la Scrittura (altrimenti saremmo protestanti), c’è pure la Tradizione a dirci del ruolo fondamentale ed eroico della Santissima Vergine. Trovo poi quanto meno inaspettato l’ultimo brano: un “prologo” davvero “stranissimo”, che appare alla fine invece che al principio del Canto e deride le apparizioni della Madonna; naturalmente molte di queste sono false, ma ve ne sono anche autentiche e preziose, dalla Vergine del Pilar apparsa a San Giacomo, a quella di Guadalupe, La Salette, Lourdes, Fatima, Medjugorje. Ora, l’interpretazione che appare più probabile di questo brano è che voglia raffigurare l’insidia diabolica che vuole neutralizzare l’azione benefica, taumaturgica, profetica e ammonitrice, della Santissima Vergine nella storia.

Nel Canto di Giuseppe, “uomo che, guidato da Dio, diventa grande attraverso la vita quotidiana”, il padre putativo del Redentore è rappresentato come un essere comune, innamorato di Maria come chiunque poteva esserlo. Niente è più lontano dalla realtà: era di stirpe reale, decaduto per colpa degli erodiani che l’avevano spogliato di quasi tutto. Non poteva guardare alla casa di Maria con desiderio, anzitutto perché lei non c’era, essendo una vergine del Tempio dall’età di tre anni, in secondo luogo perché votato alla castità. Divenne sposo di Maria perché, secondo l’uso ebraico che prevedeva il matrimonio delle vergini del Tempio quando avessero raggiunto i quindici anni, si recò insieme ad altri candidati al Tempio recando una verga. Sarebbe stato prescelto quello la cui verga fosse fiorita, e appunto la sua fiorì. Anche Maria aveva fatto voto di castità perpetua e di conseguenza nessuna difficoltà alla loro vita comune come fratello e sorella. Giunto il “momento della prova” non era quindi questione di “cuore innamorato” e geloso, ma di preoccupazione per il voto violato. Appare comunque ben rappresentato il momento della rivelazione della verità in sogno. Nell’epilogo ritornano immagini panteistiche non proprio in linea con la Tradizione cristiana:

 

O gocce che mi avete preceduto,

o gocce che lontane mi seguite,

solo nel calmo respiro del mare

io potrò riconoscere chi sono.

 

L’immagine delle gocce, prive di individualità, non rende giustizia all’individualità umana e all’unicità dell’individuo, garantita dall’anima immortale. Le gocce si dissolvono e si fondono tra loro, le anime no: sono dotate di essere, a immagine e somiglianza dell’Essere, ossia Dio. Prive di essere, le gocce non sono che semplici accidenti. Queste gocce ricordano da vicino le “onde”, anch’esse accidenti privi di individualità, di Baruch Spinoza, filosofo ebraico antesignano della dissoluzione del concetto di “essere”, e quindi assolutamente incompatibile con il Cristianesimo. Certo, in questo caso, il poeta ci presenta immagini poetiche e non certo prese di posizione filosofiche, tuttavia la consonanza con l’immagine spinoziana suscita ugualmente un certo disagio a chi ha a cuore l’ortodossia che lo scrittore cattolico è chiamato a difendere.

 Il Canto di Giovanni (Battista) è ben articolato, con vari personaggi che si alternano offrendo riferimenti all’età contemporanea. Non si capisce, però, l’ambiguo personaggio  dell’angelo “in forma di Erodiade”: che razza di angelo poteva essere quello che rappresenta un essere diabolico? Più grave è il dubbio di Giovanni, non suffragato da alcuna fonte: quando infatti mandò i suoi discepoli a chiedere a Gesù se era il Messia, non era per dubbio proprio, ma per persuadere loro, in modo che si unissero al Redentore. Egli infatti aveva predetto che lui, esaltato come profeta, avrebbe dovuto diminuire, mentre “Colui che veniva dopo di lui”, e al quale egli non era degno di slacciare i sandali, doveva crescere. Giovanni, che esultò nel seno di sua madre all’avvicinarsi della Santa Vergine recante nel grembo il Salvatore, fu sempre una roccia di fede, come, con felice intuizione, lo rappresenta il poeta nei versi di apertura, chiamandolo “l’ostinato scoglio”.

Il Canto di Giuda inizia molto bene, inquadrando la sete di potere del traditore e la sua speranza di ottenere grandi vantaggi da quello che reputava un Messia terreno e la sua progressiva delusione. Le parole di un Demonio colgono nel segno la corruzione del potere e dei metodi per conseguirlo. Poi le immagini si fanno più sfuocate: Giuda diventa quasi sincero, mentre era ben deciso a tradire, legato da sette demoni, in precedenza ladro. Getta i trenta denari in faccia ai sacerdoti non perché pentito, ma perché si rende conto di essere perduto: il suo tradimento gli ha chiuso tutte le porte. Il personaggio completamente sbagliato, però, è Giovanni: di certo il discepolo che più amava Gesù non avrebbe avuto dubbi sulle intenzioni del Maestro, né mai avrebbe pensato che il Figlio di Dio, onnisciente, potesse “illudersi” di salvare Giuda; né tanto meno avrebbe pronunciato, dopo la Crocifissione, parole di bestemmia come queste:

 

Chiamo la terra intera a testimone.

Gli spiriti celati nell’abisso,

gli angeli luminosi di ogni cielo:

se tocca questa sorte all’uomo giusto,

occorre protestare presso Dio

e chiedere giustizia bestemmiando;

se così muore il Figlio dell’Altissimo,

disperazione è l’unica risposta.

 

Questo è un Giovanni troppo umano, non l’apostolo più perfettamente conformato alla volontà del Maestro, tristissimo, certo, ma non ribelle, e sostenuto dalla fede della Madonna, sua nuova madre, la quale mai perdette di vista le profezie e quindi la promessa della risurrezione, e certamente seppe illuminare il figlio adottivo: un apostolo che non avrebbe mai disperato. La disperazione era propria di Giuda Iscariota, non di Giovanni. Giuda disperato, poi, mai e poi mai avrebbe pregato all’ultimo istante l’Onnipotente. I demoni che erano in lui non glielo avrebbero permesso. Allora perché Gesù Cristo, onnisciente, accettò il traditore tra gli apostoli? Per un motivo molto semplice: per dare un esempio ai futuri direttori spirituali, perché comprendessero la necessità di non tralasciare alcuno sforzo nel tentativo di salvare le anime, anche le più nere.

Molto bella la sacra rappresentazione del Canto di Lazzaro, abbastanza fedele al testo  evangelico, con l’unica eccezione di una improbabile Maria Maddalena che dubita del Maestro: non era da lei, così focosa nella lussuria come nella conversione, di carattere intrepido e fermo, a differenza della più debole Marta, adorante il suo Gesù senza esitazioni e senza limiti, dubitare di Lui. Sarebbe stato bene anche introdurre i farisei, lividi di odio e di invidia, accorsi come avvoltoi in casa di Lazzaro ad attenderne la morte e, delusi dal miracolo di Gesù, e ben lungi dal convertirsi, complottarono di uccidere anche Lazzaro perché molti credevano al Redentore proprio grazie a quel miracolo.

Decisamente valido il Canto di Nicodemo, che ben ne rappresenta la ricerca della luce. Solo, manca il nascondimento del protagonista “propter metu Judeorum”.

Molto ben riuscita è la sacra rappresentazione de Il Canto del Figliol Prodigo, profonda esplorazione dei sentimenti e delle motivazioni dei protagonisti, della illimitata misericordia del Padre e del divergente ma simile comportamento dei due figli, il minore che si ribella clamorosamente e il maggiore che tradisce silenziosamente. Straordinaria appare poi l’immagine della “Maga fiammeggiante”, potente simbolo della tentazione che distrugge l’uomo e lo trasforma in animale: evidente il richiamo, in chiave cristiana, all’Odissea e alla Maga Circe. Anche il figliol prodigo è una sorta di Ulisse, perduto nel mondo e fra le tentazioni del mondo. A differenza di Ulisse non è perseguitato da una divinità, ma dal proprio stesso io, che si piega alle tentazioni; non ha da temere che se stesso, un po’ come tutti noi. Il suo ritorno al Padre è l’approdo finale del vagabondo che ha finalmente compreso la vanità del mondo che tenta e inganna; e a questo proposito un simbolo potente ed originale è quello della “danzatrice molle di profumi” che si trasforma in uno scheletro. Alla fine anche il figlio maggiore si rivela bisognoso della misericordia paterna, ricordandoci che tutti, anche se ligi al dovere, siamo solo dei poveri peccatori.

Delicato il Canto della madre, che accosta idealmente ogni maternità a quella della Santissima Vergine. I versi scorrono disegnando un destino che potrebbe essere lieto o terribile, perché “uragani infesti sono figli / di luminose soste meridiane”, e il figlio tanto atteso potrebbe rivelarsi un trionfo, ma anche un disastro. Ciò non deve tuttavia impedire alla vita di andare avanti. È la madre sempre e comunque che tesse il futuro.

Giungiamo così ad una vera perla, il Canto di Maria Goretti che segue la vicenda della giovanissima santa, vera anima vittima, in un succedersi commovente, profondo e ricco di bellissimi versi, come in “Chiaro di Luna”:

 

Vedo specchiarsi candida tra i giunchi

immobile la luna dell’estate…

La bellezza dell’attimo improvviso

si scioglie in cuore, seme sotto terra.

 

o in “A Messa”:

O Tu che in rapimento mi consegni

nuovamente ai sentieri della Terra

ignara del domani che mi insegue,

Padre buono, mi libera dal male!

 

Un solo punto di dubbio: in “Dal cuore dell’uomo”, i versi, peraltro bellissimi che dicono:

 

O cuore umano, mare senza riva,

di tali meraviglie sei sorgente

che illumini di gioia il paradiso

e di tali misfatti sei l’origine

per cui trema l’inferno di spavento!

 

Il dubbio è: ma l’inferno può tremare di spavento di fronte ai misfatti dell’uomo? Dato che il demonio è un tale concentrato di male da rallegrarsi soltanto di fronte alle atrocità commesse dall’umanità, tremerà piuttosto di delizia diabolica.

Sublime “Il passaggio”, quando l’anima beata della santa raggiunge il meritato premio:

 

Si aprì la porta e subito scomparve.

Più la luce terrena non risplende;

la campana non suona della sera;

le piaghe hanno cessato di bruciare.

O sonno non turbato da visioni,

ristorami di tutte le vicende!

Insegnami, silenzio profondissimo,

quanto fu puro suono e solo immagine!

O spazio senza limiti si ostacoli

Conducimi per secoli lontano!

Il mare irrompe nella breve goccia

E senza turbamento la rinnova,

Una strada lunghissima si schiude

E nasce una pianura sconfinata

E quanto fu memoria si rinnova,

trasfigurato torna il mio passato.

Un’unica Presenza tutto illumina.

Ricordi, desideri si dilatano

In voli che non hanno più confine.

O Vita Nuova, donami di vivere!

 

In questa prospettiva di paradiso, anche l’immagine della “goccia” che, in altri contesti, poteva richiamare concetti panteistici, non essendo la goccia di per sé dotata di individualità, assume una prospettiva decisamente più chiara e teologicamente accettabile. Infatti è possibile pensare ad un Divino Oceano infinito che crea, e poi richiama a sé, le gocce che sono le anime che Egli ha creato. È evidente infatti che la “goccia” continua ad esistere come individuo anche dopo essere tornata all’Oceano divino, altrimenti non potrebbe richiamare a sé e redimere la goccia “colpevole” che viene redenta. Ciò appare ancora più chiaro dal bellissimo “Congedo”:

 

La Voce senza suono parla in cuore

mentre ricordo e medito pregando

la sorte della martire sorella.

Io vivo nella Notte, eppure avverto

in regni liberati dallo spazio,

ardenti fiamme, spiriti celesti

convivere nell’aria luminosa.

E vedo umani cuori e volti umani

rapiti in comunione senza tempo

nella Presenza fonte della vita…

Ivi il tormento crudo della terra

libera al volo il canto della gioia

e, offerta pura in calici viventi,

si sciolgono le torbide vicende,

e quanto fu presagio e appena cenno

illimitatamente si distende.

Ivi Alessandro vive con Maria

ed il ferro omicida sulla terra

risplende d’oro come una ghirlanda

e la palude è tutta in fioritura.

O tu che viaggi curvo sulla terra

dubbioso nella nebbia dell’istante

e nella calca vivi da Nessuno,

respirando l’affanno dell’insidia,

non avverti la nascita incessante

che ti affatica, nell’attesa memore

delle schiere celesti vittoriose?

All’effimera luce tentennando,

o ancora senza nome pellegrino,

a piene mani semina nel tempo!

 

Segue immediatamente un’altra perla, Il Transito: una splendida meditazione sulla morte che contiene versi commoventi e profondi, dei quali appare necessario riportare almeno qualche esempio.

 

A una ad una, strade del passato,

volti veduti e voci appena udite,

alberi, sassi, nuvole e torrenti,

io vi saluto mentre me ne vado

e vi ringrazio con affetto memore…

e come dono splendere vi avverto

della sorgente che mi diede vita.

 

Di fronte al giudizio, il poeta si pone in atteggiamento di supplica, secondo la lunga e santa tradizione cattolica che ha un modello esemplare nel Dies irae:

 

Angeli dell’aurora sempre nuova,

cori di santi, spiriti in attesa

con fiamme pure, dono dell’amore,

redimete l’immondo che vi supplica,

calmate il vuoto ardente che mi piaga.

 

Il bellissimo canto termina con un’intuizione del Paradiso, in cui tuttavia riemergono espressioni di sapore alquanto panteistico:

 

L’origine comune si rivela,

tutto rinnova e porta a compimento

e sono cibo e sono commensale,

vento che soffia e foglia trasportata,

uno e diviso, a tutto compartecipe.

 

Il Canto di un soldato, ben congegnato, scorrevole e largamente condivisibile, avrebbe potuto essere un capolavoro se non per un dettaglio che lo rovina alquanto. In “Un’occasione soltanto mia!”, il protagonista ha l’opportunità di eliminare un soldato nemico, ma non spara. Benissimo: alla fine arriva la disfatta. Le truppe avversarie incalzano, i nostri crollano, il protagonista fa una morte poco eroica. Ma viene da chiedersi: quanti di quei nemici che hanno massacrato i nostri sono stati risparmiati da poveri diavoli che non se la sono sentita di sparare, come appunto ha fatto il nostro soldatino? E così, uno spirito un po’ maligno esclamerebbe: “Ti sta bene! L’hai risparmiato? Ma lui non ti ha ricambiato il favore!” Non sarebbe stato meglio, sia dal punto di vista drammatico che da quello poetico, rinunciare al buonismo di risparmiare l’avversario? Successivamente il protagonista, colto dal rimorso, avrebbe fornito una migliore occasione per drammatizzare l’evento e meglio sottolineare la condanna della guerra. Così, invece, un filino di ridicolo si insinua in un Canto altrimenti validissimo, a riprova dell’adagio, ben noto a tutti gli scrittori, che dal sublime al ridicolo c’è solo un passo.

Il Salto degli sposi racconta una leggenda della Val di Scalve: il suicidio, avvenuto due secoli fa, del musicista polacco Massimiliano Paihoska e di sua moglie Anna Stareat, che insieme, vestiti a festa, si gettarono al sorgere della luna abbracciati nel precipizio. Forse a spingerli al disperato gesto fu la paura del futuro, ossia il timore che l’amore finisse, o più probabilmente l’angoscia della separazione, quando uno inevitabilmente sarebbe morto lasciando solo l’altro. Il componimento è una sequenza di versi bellissimi e romantici, sebbene desti non poca inquietudine l’esaltazione del suicidio ne “L’ultima preghiera”:

 

Lo Sposo:

Amara è la vita per chi resta sola.

Non puoi tu, Signore, donarmi di vivere

con lei che rimane e insieme morire?

La Sposa:

Morire è pur dolce se è morte d’amore…

Non puoi tu, Signore, donarmi la morte

con lui che scompare per vivere insieme?

Lo Sposo e la Sposa:

La vita e la morte non hanno confine,

l’amore soltanto ci dona di esistere.

È dolce morire per vivere insieme!

 

Eh no, ragazzi, un momento: anche Paolo e Francesca morirono insieme e insieme restarono a vivere anche nell’altra vita, ma all’inferno; e non erano neppure colpevoli di suicidio ma erano stati ammazzati a tradimento, quindi più degni di compassione. Comunque “Un ammonimento a chi resta”, che conclude il Canto, ed è di grande valore poetico, al pari di tutta l’opera del Maj, l’ammonitore esorta giustamente a non giudicare, perché solo nell’aldilà potremo conoscere quello che il velo della carne ci impedisce di vedere:

 

Io sono quel mistero da sempre interrogato

che imprime ad ogni evento il nome che non muta.

 

Io sono quel Silenzio che ascolta le parole,

il desiderio insegue e legge nella mente.

 

Io sono quell’Oceano a cui le gocce mobili

in mille e mille fiumi domandano la pace.

 

La Stella non visibile io sono che ricorda

ad ogni navigante la traccia da seguire…

 

A te che ancora interroghi la sorte degli sposi

io dico di tacere: risposta non attendere!

 

Io sono quel Mistero che solo si rivela

all’ultimo momento nell’ultima Parola.

 

L’ultimo Canto, “Il testamento di Carlo Michelstaedter”, è dedicato a un giovane filosofo goriziano, suicidatosi a ventitré anni perché si persuase che non esistesse un valore assoluto a fondamento all’esistenza. In definitiva un disgraziato che, ubriacato dalla propria presunzione di potere con le proprie forze scoprire l’Assoluto, finì per approdare a “La bestemmia finale”, che forma l’ultima parte del Canto, che così termina:

 

O nulla che divori e non intendi

e illudendo torturi inconsapevole

indifferente mostro senza nome

io so come spezzare la catena

innocente che strazia ed abbandona…

Ora ho compreso ed ora ti rispondo.

più non intendo bere la lusinga

delle promesse a facili domani.

Invoco il maledetto che in futuro

sappia carpire l’ultimo segreto

che tutto annienti, fulmine non visto,

e sorridendo, bello di vendetta,

ti spenga in ogni dove eternamente.

Io lo precedo, lucido ribelle,

e ti rinnego finalmente libero

nel silenzio infinito della morte.

 

Questa conclusione richiama la poesia satanica in voga nell’Ottocento e ai primi del Novecento, e non tanto l’Inno a Satana del Carducci che lo stesso autore più tardi definì “una chitarronata”, quando piuttosto le poesie giovanili di Karl Marx, cupe e sinistre, del futuro estensore di “Das Kapital”, poesie nelle quali il poetastro di Treviri si scaglia contro quello che chiama “il nano gigantesco”, cioè Dio, come la sua mente distorta lo concepiva. È merito non da poco del Maj, l’aver saputo cogliere in modo così drammatico e profondo un atteggiamento mentale che certamente gli è estraneo. È ciò infatti che distingue il vero drammaturgo: saper mettere in bocca ai propri personaggi le parole che essi direbbero e penserebbero, e non le opinioni dell’autore stesso. Questo canto finale è un’interessante e profonda esplorazione del nulla che attanaglia l’infelice che non crede, e quindi nel nulla della morte eterna precipita senza speranza.

Sebbene non sia facile dare un giudizio d’insieme di questo volume, formato da opere bellissime e da altre che, pur esteticamente pregevoli, possono suscitare qualche perplessità, non si può non concludere ammirando il talento poetico dell’Autore, che meriterebbe di essere assai più conosciuto e rappresentato in scena. Solo che il regime relativista dominante giocherella con le medesime idee di Carlo Michelstaedter, senza avere nemmeno il coraggio di levarsi di torno, e promuove agli onori delle cronache robaccia che domani non servirà nemmeno a far fuoco. Ma sia pure conosciuta da pochi, l’opera del Maj resterà.

EMILIO BIAGINI

 


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