Genova, 20 Ottobre 2017 12.22





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

21
MAGGIO
2016
Articolo letto 814 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una raccolta di conferenze di grande importanza e significato:

l'invito al risveglio dell'Europa cristiana da parte di uno dei più qualificati storici italiani.

ROBERTO DE MATTEI (2015) Europa Cristiana risvegliati, Roma, Quaderni della Fondazione Lepanto

Questo pregevole Quaderno della Fondazione Lepanto raccoglie tre autorevoli conferenze dell’insigne storico controcorrente Roberto De Mattei, noto per la sua fondamentale storia del Concilio Vaticano II, che oggi occorrerebbe rileggere e meditare, anche in considerazione dell’estrema attualità delle gravi implicazioni della parte ancora non ufficialmente rivelata del terzo segreto di Fatima finalmente portate all’attenzione dell’opinione pubblica dall’inquietante dichiarazione di Monsignor Ingo Döllinger.

Le tre conferenze riproposte in questo libretto sono state tenute rispettivamente nel Palazzo della Cancelleria a Roma, il 10 ottobre 2001 (a brevissima distanza di tempo dall’attentato alle Torri Gemelle), a Palazzo Pallavicini a Roma il 22 novembre 1986, e a Saint-Raphael il 1° ottobre 2011. Nell’insieme esse ripercorrono le tappe della difesa della Civiltà Cristiana dalla battaglia di Lepanto del 1571 fino alle imprese del grande principe Eugenio di Savoia, prestando particolare attenzione all’opera dei Papi nel tessere alleanze tra i principi cristiani per arrestare l’aggressione islamica.

A tali alleanze si sottrasse costantemente la Francia, di fatto alleata coi turchi, nel vano perseguimento di una supremazia europea che venne felicemente frustrata da una serie di sconfitte inflittele proprio dal principe Eugenio di Savoia. Il Re Sole aveva rifiutato al giovane principe un comando nell’esercito francese e dovette amaramente rimpiangere questo suo errore. Ancor più grave fu l’altro errore: l’aver rifiutato di consacrare la Francia al Sacro Cuore, come, per lume divino, lo esortava a fare Santa Margherita Maria Alacoque: un atto di disprezzo verso una grande rivelazione privata che fa il paio con la reticenza vaticana riguardo sia al terzo segreto di Fatima sia ad altri ammonimenti celesti per il bene della Chiesa, come quelli trasmessi dalla Beata Anna Caterina Emmerick e dalla perseguitata Maria Valtorta.

Ma nelle tre conferenze del Professor De Mattei vi è ben più. Vi troviamo sviluppato il concetto di guerra giusta che tende per sua natura alla pace, consistente nel ristabilimento dell’ordine cristiano. Giustamente l’autore individua come principale nemico quello interno: il disastroso relativismo, che rifiuta la distinzione tra bene e male, e si traduce in una tanatofila resa di fronte a nemici crudeli e determinati: lupi che certo non diventano agnelli quando si cerca vilmente di blandirli, siano essi assassini comunisti o terroristi musulmani. Un relativismo assurdo che pretende di far convivere tutto e il contrario di tutto: laicismo, femminismo, omosessualismo, islam, in un calderone di idee incompatibili che vengono imposte ai giovani dagli irresponsabili che controllano le istituzioni educative e i mezzi di comunicazione di massa. Un calderone che, in un futuro nemmeno troppo remoto, può soltanto esplodere con conseguenze disastrose.

Ho dei forti dubbi che il sacrosanto invito di Roberto De Mattei all’Europa a risvegliarsi verrà raccolto da un numero di persone sufficiente a fermare la corsa verso l’abisso, ma possiamo confidare nei miracoli, nella preghiera dei pochi che pregano e nell’intercessione della Vergine Santissima che già ha operato la prodigiosa conversione della Russia.


27
APRILE
2016
Articolo letto 417 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questo importantissimo saggio del coraggioso giornalista e scrittore MARIO GIORDANO:

MARIO GIORDANO, Profugopoli, Milano, Mondadori, 2016, € 18,50.

Questo interessante e documentatissimo libro si potrebbe pure intitolare “Gli apprendisti stregoni”, perché dipinge una realtà di degrado nazionale della quale dovremo pagare le amare conseguenze. È uno studio sull’immane scandalo dell’immigrazione selvaggia, un affare sul quale in Italia si sono buttati i personaggi più strani e inquietanti: operatori improvvisati allo sbaraglio, affaristi, colossi dell’“accoglienza” ai cosiddetti “profughi”, albergatori con poca voglia di lavorare, multinazionali, opportunisti, crimine organizzato, farabutti e sfruttatori vari, preti col vizietto che abusano di minori. In gran parte si tratta di figuri provenienti dalla sinistra laica o sedicente cattolica, ma tutte le tendenze politiche sono rappresentate. I profughi rendono più della droga e possono pure essere usati come manodopera gratuita, togliendo lavoro agli italiani.

Perché tanta gente si è buttata a pesce sull’affare dei “profughi”? Per lucrare sui finanziamenti statali, cioè sul denaro che il regime ci succhia con le tasse. Invece di darsi da fare per produrre reddito autentico, è meglio evidentemente attaccarsi alle mammelle statali. Società che faticavano a tirare avanti sono riuscite, grazie alle poppate da Mamma Stato, a raddoppiare, triplicare, decuplicare il fatturato; in molti casi sono diventate veri e propri colossi economici. I “profughi” sono oggetto di gare d’appalto, oppure assegnati “in trattativa privata” da prefetture o comuni.

E i poveretti sono contenti? Come no? Spesso e volentieri stipati all’inverosimile in strutture inadatte e fatiscenti, in condizioni indescrivibili di puzza e sudiciume, dove corrono coltellate e droga, e da cui talvolta partono incursioni criminali in case vicine e lontane. Non di rado i “profughi” vengono alloggiati in località turistiche di grande valore artistico, culturale e paesaggistico. Non mancano le proteste e i blocchi stradali, ogni tanto ci scappa la rissa e i feriti. I turisti scappano, i residenti si spaventano per l’invasione. Se qualcuno protesta, si fa presto: lo si taccia di “populismo” o “razzismo” (l’epiteto “fascista” è in declino e ha perso molto del suo potere deterrente).

Poi, perché questi “profughi” sono quasi tutti maschi giovani? In caso di guerra, non sarebbe più opportuno mettere al sicuro piuttosto le donne e i bambini? E “profughi” da che cosa? Se si va a vedere, quasi tutti vengono da paesi che non sono affatto in guerra. Non a caso, scarseggiando le giustificazioni valide, si comincia a parlare di “profughi climatici”, come se i (presunti) cambiamenti del clima fossero colpa del bieco capitalismo che deve porvi rimedio. Nel libro non si accenna a questo aspetto, ma può essere un buon spunto per una seconda edizione.

Il problema più grave, poi, è l’infiltrazione di terroristi islamici, di fronte alla quale il regime volta coscientemente la testa (o quanto ne rimane) dall’altra parte. Cosa devono ancora fare gli islamici per persuaderci che mirano apertamente a conquistarci? L’hanno affermato apertamente più di una volta che conquisteranno l’Occidente grazie ai ventri delle loro donne (mentre noi facciamo sempre meno figli), hanno proclamato che si impadroniranno di Roma e faranno di San Pietro una moschea, hanno perpetrato sanguinosi attentati, e i beoti che ci malgovernano si affrettano a chiudere gli occhi, così come li chiudevano di fronte al terrorismo comunista (sempre “sedicente”).

Pretendiamo di far convivere sullo stesso territorio tutto e il contrario di tutto: femminismo, omosessualismo, laicità estrema e islam, tutto insieme. Gli islamici ci disprezzano due volte: perché siamo cristiani e perché non lo siamo neppure più, e per loro l’uomo senza Dio è al di sotto del maiale (del resto, come dare loro torto?).

Frattanto andiamo perdendo il controllo del suddetto territorio: nel Centro-Nord d’Europa, a Londra, a Bruxelles, a Parigi, a Francoforte, già interi quartieri sono governati con la sharìa e la polizia dei vari regimi laicisti non vi entra; fra poco accadrà anche da noi. I poteri forti si affannano a distruggere la famiglia e le nostre radici cristiane, e così non abbiamo altro da opporre all’islam che una cultura tanatofila, una cultura della morte, una cultura del niente, pronta a disintegrarsi al primo urto perché già praticamente disintegrata.

Come ben sottolinea l’autore, questo aiutare gli altri a distruggerci è proprio delle civiltà giunte all’estrema decadenza. E non ci si venga a dire che è un’esagerazione. Non ci si venga a dire che è un discorso degno di Cassandra. Se i troiani avessero ascoltato la loro profetessa “verace sempre e non creduta mai”, Troia non sarebbe caduta.

EMILIO BIAGINI


21
FEBBRAIO
2016
Articolo letto 760 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

VITTORIO MESSORI, Patì sotto Ponzio Pilato, SEI, Torino, 1992.

VITTORIO MESSORI, Dicono che è risorto, SEI, Torino, 2000.

Segue un commento di Emilio Biagini.

MESSORI V. (1992) Patì sotto Ponzio Pilato? Un’indagine sulla Passione e morte di Gesù, Torino, SEI

MESSORI V. (2000) Dicono che è risorto. Un’indagine sul sepolcro vuoto, Torino, SEI

 

Per recensire libri come questi non è mai troppo tardi. Sono sempre di attualità. Due volumi che formano un tutto unico e rispondono con precisione, rigore e profonda erudizione ai molteplici attacchi contro la Verità rivelata, attacchi che, non provengono solo da nemici dichiarati ma, dolorosamente, proprio dall’interno del campo “cattolico”.

Alla critica biblica, con intenti distruttivi, dà la stura l’Illuminismo, ed è emblematica a questo proposito la figura di Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), un professore di Amburgo che sferra un pedante e sistematico attacco, tipicamente tedesco, contro ogni idea di soprannaturale, cominciando con quello testimoniato dalla Sacra Scrittura. Gesù sarebbe stato un semplice agitatore politico antiromano, crocifisso dopo il fallimento della rivolta.

 

 


 

 

Nata in ambiente incredulo, la critica biblica dilaga prima fra i protestanti e, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, anche tra gli studiosi che si dicono “cattolici”. Gli ipercritici delle varie confessioni esibiscono una ridicola idolatria della scienza, che, essi, bontà loro, sostengono, sarebbe “oggettiva” e “uguale per tutti”. I primi a negare una sciocchezza del genere sono proprio gli scienziati delle scienze più “dure” ed “esatte”. Sono invece gli “scienziati” delle discipline umanistiche a immaginare la scienza come qualcosa di superiore, capace di produrre certezze piramidali, che si imporrebbe come unica fonte di conoscenza. Così non fanno che trasformare la scienza in una forma di superstizione, che si chiama scientismo ed è la negazione della scienza autentica.

La figura di Gesù, d’altronde, è tale che dinanzi a Lui non si può restare neutrali, e anche questo contribuisce a smascherare le assurdità della cosiddetta critica “oggettiva” nata dal protestantesimo. È un caso classico di eterogenesi dei fini: i protestanti proclamavano di voler mettere la Sacra Scrittura in mano a tutti e hanno finito per farne un libro chiuso, riservato agli specialisti. Questi specialisti, con tanto di stipendio statale, sono obbligati, come tutti i tromboni accademici, a pubblicare studi e ricerche, originali quanto più possibile. I risultati sono spesso devastanti perfino in settori di ricerca secolari come la biologia e la medicina. Nel campo della teologia, dove ogni sforzo dovrebbe essere volto a conservare il Depositum Fidei, l’effetto non può che essere catastrofico. Ricordo che il mio venerato Maestro don Pietro Scotti usava citare il detto: “Theologus erat, fidem quidem habebat; o res miranda populo!”.

Dietro la frenesia ipercritica protestante sta l’ossessione dei tedeschi di liberarsi del Popolo eletto per mettersi al suo posto. Già Lutero si distingueva per un violentissimo antisemitismo, e fu Federico il Grande a far incidere “Gott mit uns” sulle cinture dei soldati. Con quella convinzione la Germania sfidò il mondo in due spaventose guerre mondiali, uscendone distrutta ma pronta a risorgere e ricominciare con la guerra, questa volta economica, e senza aver rinunciato all’ipercritica razionalista (vulgo demolizione) del Vangelo.

Ed ecco Rudolf Bultmann (1884-1976), “principe dei demitizzatori, che rifiutò di andare in Palestina perché “dell’ebreo Gesù nulla sappiamo e nulla ci deve importare di sapere”. Bultmann non fu molestato in alcun modo durante il periodo nazista e fu dipendente, quanto ad approccio filosofico, da Martin Heidegger, notorio amico e collaboratore dei nazisti. La Germania è infatti terra di filosofie e ideologie che segnano in modo disastroso la modernità. Marx e Freud erano ebrei ma profondamente tedeschi. Nietsche era “ariano” (per usare il termine allora in voga) e fu antesignano del nazismo, tanto che Hitler ne volle pubblicata l’Opera omnia e nel 1944 la morente RSI fece apporre una targa sulla casa di Torino dove Nietsche aveva abitato. Il Vangelo è stato dunque ridotto a ideologia, soprattutto ad opera dei tedeschi, con la loro enorme e minuziosa opera di “scavo”, ridotto a costruzione intellettuale secondo preordinate metodologie filosofiche e ideologiche.

Severi sono a questo proposito gli ammonimenti della Sacra Scrittura. Scrive Giovanni: “Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’Anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito…” (2a Lettera, 7 segg.). Un altro terribile monito viene da San Paolo: “Ed ecco, per la tua scienza va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!” (1a Corinzi 8, 11).

Con ragionamento serrato e solido, Messori esamina sotto ogni aspetto la Passione e la morte di Nostro Signore, dal tradimento di Giuda, alla figura di Barabba, ai due ladroni, all’intervento della moglie di Pilato in favore di Gesù, al carattere e al comportamento dello stesso Pilato, ad Erode Antipa, a Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, ad Anna e Caifa, a Simone Cireneo, alla cacciata dei mercanti dal Tempio, allo svolgimento della Passione, alla negazione di Pietro, alle ultime parole di Gesù sulla croce, alla scritta che sovrastava la croce di Gesù, al cataclisma seguito alla morte del Salvatore.

Messori sottolinea moltissimi casi di ciò che egli chiama “elementi di discontinuità”, ossia casi in cui, visto l’ambiente sociale in cui i fatti si svolsero, sarebbe stato logico attendersi un certo comportamento, mentre se ne riscontra un altro, inaspettato e “scandaloso”, ma che le Scritture della giovane comunità cristiana non potevano tacere neppure volendo, perché erano fatti universalmente noti e sarebbe stato facile verificare e smentire eventuali menzogne. Uno di questi casi, di enorme importanza, è il fatto che in tutti i Vangeli è raccontata la fuga generale degli Apostoli, con l’unica eccezione del più giovane, mentre le donne rimasero coraggiosamente al loro posto al fianco della Vittima. Nei Vangeli tutte le pessime figure toccano ai maschi, mentre le donne, con la sola eccezione di Erodiade (che però non ebbe nulla a che fare con la Passione di Cristo, ma piuttosto con quella di Giovanni Battista), dimostrarono sempre pietà, amore, coraggio. Questo in una società ferocemente maschilista come quella ebraica. Del resto gli ambienti ellenistici e romani non erano meno maschilisti. Le donne non potevano testimoniare nei processi, perché la loro testimonianza era giudicata senza valore, ma esse furono le prime a vedere il Risorto, e naturalmente gli uomini (che erano fuggiti) non credettero loro.

Da questo e simili esempi appare quanto false siano le prospettive razionaliste della Formgeschichte (Storia delle forme [letterarie]) e della Redaktionsgeschichte (Storia della redazione [dei Vangeli]), basate sull’idea che i Vangeli sarebbero stati elaborati tardi da un’anonima comunità cristiana: nessuna comunità scriverebbe dei resoconti storici dai quali appare evidente che le colonne portanti della comunità stessa si erano comportati in modo così vile, mentre lo stesso capo, la Pietra su cui doveva costruirsi la Chiesa, aveva rinnegato il Maestro ben tre volte, e non sotto pressione di tribunale o minaccia di tortura, ma semplicemente a causa delle chiacchiere di alcuni servitori. Lo stesso dicasi delle piccole divergenze dei diversi racconti evangelici, che non sarebbe stato affatto difficile far scomparire se questi fossero stati il risultato di un’elaborazione pianificata da parte della comunità cristiana primitiva. Non è così che si inventa, osserva il Messori.

Significative conferme all’analisi dei Messori vengono anche dalla già citata Valtorta: ad esempio a proposito del carattere debole e stupido di Ponzio Pilato, dell’identità del buon ladrone, del messaggio a Pilato da parte della moglie che secondo la Valtorta era effettivamente seguace di Gesù, e sulla questione di chi porti la maggior responsabilità per la tragedia della Passione.

Il Messori dimostra con argomentazioni cogenti l’errore dei razionalisti che vorrebbero dimostrare una volontà degli evangelisti di far gravare la responsabilità della condanna di Cristo sugli ebrei, mentre avrebbero cercato di sollevarne i romani per ingraziarseli. Non solo l’intero Nuovo Testamento è uno dei testi dell’antichità più ostili a Roma, ma la confessione ufficiale di fede cristiana, il Credo, di tutti i personaggi coinvolti ne cita solo uno: il Procuratore romano, mentre non parla né del Sinedrio né di Anna né di Caifa. Anche qui la Valtorta viene in aiuto spiegando che gli evangelisti non avevano alcun interesse a insistere sulle colpe degli ebrei più del minimo indispensabile, perché screditare l’ebraismo di fronte ai neofiti di origine pagana sarebbe stato controproducente, visto che la radice del cristianesimo era pur sempre l’ebraismo, che andava protetto in ogni modo, anche se persecutore (vedi il martirio di Stefano e quello di Giacomo, in cui i romani non ebbero alcuna parte).

Gli stessi antichi testi ebrei vanificano il tentativo attuale di lettura filo-ebraica che vorrebbe caricare l’intera colpa sui romani. Infatti un notissimo testo del Talmud babilonese recita: “Si appese Jeshu alla vigilia di Pasqua. E quaranta giorni prima l’araldo uscì (e gridò): ‘Egli esce per essere lapidato per magia e per aver traviato e allettato Israele. Chiunque possegga elementi a sua discolpa, venga e ce li illustri’. Ma non si trovarono elementi a sua discolpa. E alla vigilia di Pasqua lo appesero.” A sua volta, la biografia di parte giudaica Sefer Toledot Yeshu(ספרתולדותישו, The Book of the Generations/History/Life of Jesus) (X sec. ma probabilmente risalente a tradizioni del sec. VII) lo tratta come falso Messia legittimamente ucciso alla vigilia di Pasqua, dalle autorità ebraiche, senza alcuna menzione di intervento romano o di altri non ebrei. Il particolare del bando a Gesù pronunciato quaranta giorni prima della Passione è confermato dalla Valtorta, la quale aggiunge che questo bando venne redatto anche in forma scritta ed esposto in ciascuna delle oltre cinquecento sinagoghe di Gerusalemme e dintorni.

Vi è poi il problema morale della caduta, del tradimento e della sorte di Giuda. Forse che Gesù tendeva trappole ai suoi discepoli per farli cadere, o era così poco preveggente da non immaginare che quel discepolo era infido e pericoloso? A questo proposito, osserva il Messori (Patì ecc., p. 51): “anche il mistico ha forse qualcosa da dire”. A S. Caterina da Genova, a proposito dell’illimitata compassione divina, Cristo avrebbe detto: “Se tu sapessi quel che io ho fatto di Giuda…”. Ed ecco quello che si sentì dire l’altra S. Caterina, quella da Siena, dall’Eterno Padre, a proposito del maggior peccato dell’Iscariota, la disperazione: “Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia; perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro” (S. Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, c. 37).

Ma c’è di più: il bando pubblico attestato dal Talmud e dalle visioni valtortiane poneva le condizioni per l’arresto del Salvatore su istigazione di chiunque fosse disposto a fare la spia per conto del Sinedrio, spinto da odio o da bramosìa di ricompensa. Giuda, al contrario, avrebbe potuto anche non andare a Gerusalemme al tempo della Passione, potendo essere esentato dalla celebrazione per malattia (nel suo comportamento si riscontravano disturbi, dovuti a malattia mentale o possessione diabolica, o ad entrambe), come lo invitava a fare Gesù, nel racconto valtortiano. Ma il traditore, ormai deciso al mostruoso gesto, rifiutò quell’estremo tentativo di salvarlo.

Ecco una plausibile risposta a quei deragliati teologi che favoleggiano della “necessità” dell’Iscariota nel piano della redenzione e della finale salvezza del traditore, fra i quali si segnala Don Angelo Gramaglia nel suo sgangherato libello contro la veggente Maria Valtorta: una chiassata vergognosa dalla quale appare come il Gramaglia consideri l’Iscariota il più calunniato e il più simpatico degli Apostoli. In realtà la stessa Valtorta, nella sua preziosa rivelazione privata, pubblicata dapprima come Il Poema dell’Uomo-Dio, e successivamente col titolo (non proprio felice) L’evangelo come mi è stato rivelato, ha ben spiegato il ruolo della tragica figura di Giuda: un esempio per i futuri direttori di anime onde esortarli a sopportare anche i peggiori soggetti e a non lasciare nulla di intentato per salvarli. L’Iscariota, infatti, come appare dalla narrazione valtortiana, era non solo traditore fin da principio (tradì anche Simone di Endor e Sintica, costringendoli a separarsi dolorosamente dal Maestro e a rifugiarsi ad Antiochia), ma anche ladro e dedito a pratiche spiritiche, ossia sataniche, lussurioso e, perfino nel comportamento spicciolo di tutti i giorni, perfettamente insopportabile, tanto da mettere a dura prova tutti quelli con cui aveva a che fare; né riuscì mai a pentirsi.

Un altro serio problema è lo “scandalo” per l’invocazione di Gesù: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Parole che non si inseriscono in alcuna dogmatica cristiana. Esse vennero riportate solo perché erano state realmente pronunciate davanti a testimoni indipendenti e non era possibile negarle. Come spiegarle? Una spiegazione convincente è offerta dalla Valtorta: il Padre aveva veramente abbandonato il Figlio, perché si era caricato di tutti i peccati del mondo per redimere l’umanità, era perciò divenuto “abietto” agli occhi del Padre. In pratica il Figlio si era frapposto tra noi e la giustizia, accettando di esserne colpito al posto nostro: in tal modo era divenuto anima vittima per espiare i peccati dell’umanità. Questo già si vede nell’agonia del Getsemani, dove l’Uomo-Dio era rimasto solo a lottare contro Satana che lo tentava dicendogli che il suo sacrificio era inutile, che lasciarsi arrestare e torturare a morte sarebbe stato un’offesa alla sua Divinità e una mancanza grave verso sua Madre, obbligata a soffrire con Lui; secondo il tentatore, Cristo avrebbe dovuto difendersi, ricacciando coloro che venivano ad arrestarlo. Il Redentore vinse la tentazione con uno sforzo tale da sudare sangue, e la vinse con la sua parte umana, iniziando così la redenzione, poi perfezionata nel seguito della Passione. Così narra la Valtorta, che ha avuto dell’agonia del Getsemani diverse visioni, poiché il Divino Maestro non ha voluto mostrarle tutto in una volta, in modo che vi si abituasse a poco per volta, tanto atroce era l’insieme.

Un solo punto nella complessa e ottimamente argomentata analisi del Messori appare, a mio avviso, meno soddisfacente: la Madonna – scrive l’autore – non avrebbe toccato il cadavere del Figlio per non contaminarsi. Anche Giuseppe di Arimatea e Nicodemo non avrebbero toccato il cadavere per la medesima ragione. Ma dopo una simile tragedia, chi davvero amava Gesù avrebbe fatto caso a simili cose? Era un nuovo mondo, ormai, e nulla poteva più essere come prima. Alla morte di Lui perfino gli elementi sembravano essersi ribellati, i giudei che Lo avevano insultato fuggivano battendosi il petto, perfino i soldati romani avevano riconosciuto che era il Figlio di Dio. La Valtorta riporta che Nicodemo disse: “Il sabato è morto.” Il vecchio ebraismo non aveva più presa su chi più era stato vicino alla Vittima e l’aveva amata.

Un altro punto su cui si potrebbe discutere è la modalità della Via Crucis: secondo l’opinione pressoché generale i condannati portavano solo il patibulum, il braccio orizzontale della croce. La Valtorta vide invece una croce intera, e descrisse dettagliatamente le modalità della crocifissione: i condannati venivano inchiodati (o legati) con la croce distesa a terra; questa poi veniva innalzata e inserita in una delle apposite fosse scavate in cima al monte Calvario; tali fosse erano normalmente riempite di sassi, e venivano svuotate per l’inserzione delle croci quando necessario.

Altro punto degno di attenzione è l’anno della crocifissione. Messori dà per scontato che l’anno più probabile sia il 30 d.C., seguendo comprensibilmente l’ipotesi più accreditata. Ma è recentissima notizia che l’analisi dei dati astronomici introdotti nella sua narrazione dalla Valtorta come semplici descrizioni del cielo, senza che la veggente si rendesse conto del loro valore scientifico, hanno permesso al fisico Liberato De Caro di accertare, mediante sofisticati programmi di calcolo astronomico basati sulle effemeridi, che l’unico anno di crocifissione compatibile con la ricostruzione computerizzata delle posizioni degli astri all’epoca di Gesù è il 34. La complessa analisi, pubblicata nel 2015, dal titolo I cieli raccontano, vol. 2° (Isola del Liri, CEV); è di immenso interesse anche perché ha rivalutato tutte le date liturgiche, dall’Immacolata Concezione in poi, tramandate da tempo immemorabile dalla Chiesa e spesso ritenute, dagli ipercritici, artificiose e false.

Questi dettagli e aggiornamenti in base alle ricerche più recenti, non inficiano la validità della monumentale opera del Messori, estremamente persuasiva, e che dimostra una profonda erudizione e un’alta capacità logica. Significativi i suoi rilievi su diversi infelici passaggi nella traduzione CEI: ad esempio, Luca dice che alla morte di Gesù toù elíou eklipóntos, dove il verbo ekléipo in senso intransitivo significa “mancare, venir meno, cessare” e non “entrare in eclissi”. Invece la CEI traduce “il sole si eclissò”, mentre la traduzione esatta sarebbe invece “il sole venne meno”. Anche la Valtorta (o meglio il Divino Maestro che le dettava) rileva come in duemila anni la gerarchia ecclesiastica non ha saputo produrre traduzioni tali da eliminare equivoci pericolosi per la Fede, come ad esempio l’accenno ai “fratelli” di Gesù.

Il saggio successivo, Dicono che è risorto, magnifico e molto ben documentato, fa corpo col precedente, formando con esso un unico blocco, così come il “Mistero pasquale” stesso forma un blocco solo, costituito dai tre eventi chiave: Passione, Morte e Risurrezione. Questa unità, spesso sottovalutata, è oggi fortunatamente riscoperta, grazie anche ai movimenti carismatici.

Continuano ad essere protagoniste le donne: è a loro che appare il Risorto, anzitutto la Santissima Vergine. Eroicamente Ella fu l’unica conservare la Fede nella risurrezione. Non a caso, un’antichissima tradizione lega a Maria il giorno del sabato quando, tentata alla disperazione dal demonio che le insinuava che Gesù non sarebbe risorto, sola fra tutti e straziata dal dolore, conservò la fede, mentre tutti gli altri, a cominciare dagli apostoli, erano disanimati. La terribile prova da lei sostenuta è magnificamente descritta da Maria Valtorta. Questo completamento della Passione fa di Maria Santissima la grande Corredentrice.

L’autore riafferma, come nel volume precedente, l’importantissimo fatto che le donne non potevano testimoniare in alcuna causa perché “stolte, rissose, lunatiche”, come dice il libro dei Proverbi, e perché, come afferma l’Ecclesiaste, “è preferibile un uomo malefico a una donna benefica”. Nella Passione, Morte e Risurrezione, invece, esse sono testimoni di tutto. Paolo rincara la dose: “Nelle assemblee le donne tacciano”. Nella Prima ai Corinti, composta intorno al 50, Paolo dice che il Risorto “apparve a Cefa e quindi ai Dodici, in seguito apparve a più di cinquecento fratelli (…) quindi a Giacomo (…)”. Nessuna traccia di sorelle.

Secondo una certa critica sarebbe Paolo e non Cristo l’inventore del cristianesimo, e gli ebrei, mentre hanno attenuato la polemica contro Gesù, che forse poteva essere Messia ma non Dio, sono implacabili contro il “traditore” San Paolo che ha osato proclamarlo Dio, annunciandone la risurrezione, ancor prima che fossero redatti i Vangeli. A parte l’eccezione dei sadducei materialisti, gli ebrei credevano nella risurrezione, ma a quella generale, alla fine dei tempi, mentre non concepivano che il Messia dovesse risorgere singolarmente. Lo conferma anche la Valtorta: gli apostoli stessi non credevano affatto che Gesù dovesse morire e risorgere. Perfino dopo la risurrezione pensavano alla ricostituzione del regno di Israele.

Convincente è la spiegazione del Messori delle differenze tra i diversi Vangeli, in gran parte dovute ad esigenze apologetiche. Ad esempio, Matteo scrive per i giudeo-cristiani e, onde evitare il rischio che non sappiano staccarsi dalla vecchia legge, sottolinea che Gesù si mostrò nella sua gloria non in Giudea, ma nella disprezzata Galilea. Luca, al contrario, non ha alcuna difficoltà a parlare della glorificazione di Gesù in Giudea, poiché scrive per gli ellenisti che occorreva convincere che la salvezza viene dai giudei. Costoro disprezzavano tutti i non ebrei, e non ne facevano mistero, venendo inevitabilmente ricambiati della stessa moneta. Ciò è ben illustrato, del resto, da molti episodi dell’opera valtortiana, in cui emerge spesso la profonda antipatia che contrassegnava tutte le civiltà antiche e di certo non è affatto nata col cristianesimo.

Ai pregiudizi confessionali degli ipercritici si aggiunge la persuasione che l’uomo “moderno” non potrebbe accettare il miracolo, in quanto “adulto” e “critico”. A ben guardare, questo non è che un mito, comodo per tutelare le posizioni dei teologi, fra cui purtroppo anche quelli cattolici, che hanno costruito intere carriere accademiche spaccando razionalisticamente il capello in quattro. Il mitico “uomo moderno”, in realtà, se non crede più alle verità di Fede, Risurrezione e miracoli inclusi, non diventa certo più razionale; al contrario crede a tutto. L’abbandono della fede non ha portato le masse ad affinare il ragionamento, ma all’idolatria. E infatti si giunge all’ambientalismo, all’animalismo, al veganesimo, vere forme di idolatria della terra e degli animali.

L’esplosione di fede incrollabile, fino al martirio, degli apostoli e dei discepoli, un momento prima confusi e atterriti, si spiega solo con la risurrezione, con l’aver visto (e toccato) Cristo risorto. Di fronte a questo fatto si infrangono tutti i tentativi di fare credere che tutto fosse opera di “allucinazioni”, di “rumori nella notte”, di “improvvisi entusiasmi”, come Renan e tanti altri dopo di lui hanno voluto far credere.

Un punto non secondario è che per la guardia al sepolcro vennero impiegati gendarmi ebraici, e non dall’inizio, ma dopo un certo tempo. La delegazione ebraica presentatasi a Pilato affermò: “Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: ‘Dopo tre giorni risorgerò’…” (Matteo 27, 63). Perché quel “ci siamo ricordati”? Perché contromisure ad evitare il furto del cadavere non furono adottate immediatamente? Con argomentazione serrata e convincente, l’autore evidenzia come i farisei che spesso avevano disputato con Gesù, dovettero informare i sadducei, che non credevano alla risurrezione finale. Erano un piccolo ma potentissimo gruppo che poco si occupava del “profeta” galileo e poteva non essere informato quanto i farisei su tutto ciò che Cristo aveva detto. Il Sinedrio dovette decidersi a chiedere che il sepolcro venisse sorvegliato solo dopo che farisei e sadducei si furono consultati.

Di particolare significato è la rivisitazione dei versetti del Vangelo di San Giovanni che trattano della tomba vuota (Giovanni 20, 5-7). Secondo la traduzione ufficiale della CEI, l’evangelista, chinatosi, vide “le bende per terra”, mentre secondo don Antonio Persili, che ha dedicato l’intera vita allo studio del testo, l’originale keímena tà othónia dovrebbe tradursi come “le fasce distese”. Le fasce sarebbero dunque distese, intatte, non manomesse, non sciolte. Era assolutamente impossibile che un corpo uscisse dalle fasce senza scioglierle e scomporle, semplicemente rianimato o asportato che fosse. Inoltre le othónia keímena vengono nominate tre volte e i geometri dell’antica Grecia usavano quel termine nel senso di “figura in piano, orizzontale”. A contrario la sindón era in posizione rialzata: allà chorís entetligménon, un’espressione che viene tradotta dalla Cei con “ma piegato a parte”, e invece dovrebbe essere “ma al contrario avvolto”. Ossia il sudario si trovava in posizione diversa da quella delle fasce, non in un luogo diverso, a parte. Infatti eis éna tópon, che la Cei traduce “in un luogo a parte” andrebbe tradotto “in una posizione a parte”. Dunque, fasce distese sulla pietra sepolcrale, e sudario pure disteso sulla medesima pietra, ma sollevato come se avvolgesse ancora qualcosa, mentre non avvolgeva più nulla. Fasce sparse a terra e un sudario piegato a parte avrebbero anche potuto essere lasciate da intrusi che avessero portato via il corpo, e non avrebbero assolutamente avuto ugual potere probante: mai avrebbero spinto Giovanni a scrivere che “vide e credette”.

Doveva quindi essere accaduto qualcosa di straordinario, una smaterializzazione: infatti il Risorto entrava a porte chiuse, attraversando i muri. La smaterializzazione pare sia avvenuta con un lampo di energia, le cui tracce sono state effettivamente riscontrate sulla Sindone; le fasce che avevano avvolto il corpo, più pesanti, si afflosciarono, mentre il sudario, più leggero e “inamidato” dall’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò sollevato, apparendo così a Pietro e Giovanni “in una posizione unica”, che modellava la forma del corpo che vi era stato avvolto. Il lampo di luce venne visto e descritto dalla Valtorta come una sfera di fuoco che precipitò dall’alto ed entrò nel sepolcro.

L’episodio di Emmaus pone uno spinoso problema alla ricerca geografico-storica. L’autore espone le contrastanti identificazioni con Nicopolis, distante quasi 30 km da Gerusalemme, e con el-Qubeibeh, che ne dista 13 km. Sembra che scavi compiuti nel 2001 confermino l’identificazione valtortiana di Emmaus con Ammous, a 6 km da Gerusalemme, una distanza percorribile a piedi in un’ora, e la meglio compatibile con gli spostamenti dei discepoli in quel pomeriggio. La più accreditata identificazione precedente era con l’antica Nicopolis (Imwas), ma difficilmente i discepoli di Emmaus avrebbero potuto percorrere, nel breve tempo di un pomeriggio, la distanza fra Gerusalemme e Nicopolis e ritorno.

Con serrato ragionamento l’autore demolisce i miti dei Vangeli apocrifi e soprattutto l’assurda teoria di un Gesù “sepolto nel Kashmir”, propagandata dal movimento islamico settario degli Ahmadis. La risurrezione di Gesù sarebbe stata in realtà un rianimazione, dopo di che il redivivo si sarebbe spostato in Asia orientale: si tratta di un mito nato con l’illuminismo che cercava società non cristiane che permettessero di dimostrare “la miseria, il fanatismo, l’oscurantismo della Bibbia giudeo-cristiana”. A somiglianza di Lutero, Voltaire nutriva un viscerale odio antisemita, ed era pure un feroce razzista che sosteneva che l’origine dei negri fosse dovuta ad accoppiamenti fra donne e scimmie.

Correttamente Messori sottolinea che non è compito delle scienze storiche dare la fede, ma esse possono investigare i presupposti storici della fede, come la tomba vuota e le apparizioni del Risorto in carne e ossa. Il tema dell’Ascensione è invece “secondario” nella Tradizione. Viene descritta solo da Luca, mentre gli altri evangelisti la danno per scontata. La materialità visibile, infatti, aveva un’importanza relativa, data la certezza sua presenza invisibile del Redentore e la sua protezione dal Cielo, secondo la chiusa di Matteo: “Ed ecco io sono con voi fino alla fine del mondo”.

La forte evidenza a favore della storicità dei Vangeli non disarma purtroppo i distruttori, e quel che è peggio è che questi sono ben annidati proprio all’interno della Chiesa. Ne sono esempio le mostruosità insegnate da Uta Franke-Heinemann, figlia del presidente della Repubblica Federale di Germania dal 1969 al 1974, convertita dal protestantesimo al cattolicesimo, la prima donna abilitata all’insegnamento universitario della teologia e costantemente sostenuta da un episcopato tedesco evidentemente deragliato. Autrice di libri spaventosi come Eunuchi per il regno dei cieli e Così non sia, in quest’ultimo afferma che “i cristiani non sono che crudeli nemici della vita, veneratori della croce, smarriti in un crampo penitenziale, uccisori nemici del mondo, fanatici, uomini che hanno urgentemente bisogno di una redenzione: e, cioè, di una religione dell’uomo.” E altrove, nel medesimo libro: “attraverso la sua religione da sacrificio umano, il cristianesimo ha sostituito la parola di Gesù con una teologia da boia e arriva addirittura a una blasfema affermazione da assassino, quando sostiene che Dio voleva redimere l’umanità attraverso questa morte in croce”; e arriva a definire i Vangeli “quel complesso di favole neanche originali e con un finale dell’orrore.”

Teologi di questo genere, intenti solo a demolire, non mancano purtroppo neppure in Italia. ne è esempio il già citato don Pier Angelo Gramaglia, cultore di parapsicologia e feroce valtortofobo, ossia nemico e odiatore assoluto della Valtorta, ma in realtà ostile alla Sindone, a Padre Pio, e a qualunque cosa sappia di cristianesimo, e vero e proprio diffamatore della benemerita opera di Vittorio Messori che abbiamo illustrato.

Cristianità, 237-238 (1995) riporta infatti la seguente nota: “Contro l’opera di Vittorio Messori viene diffuso uno scritto diffamatorio di don Pier Angelo Gramaglia, docente di patrologia presso il Seminario di Torino, dal titolo Vittorio Messori: il cristotologo [sic] narcisista, inserito nel suo Gesù Cristo nella cultura laica, 2 voll., presso l’Autore, Torino 1993, vol. II, pp. 486-495. In tale scritto don Pier Angelo Gramaglia si scaglia con espressioni di inaudita volgarità e violenza contro Vittorio Messori e contro il volume Patì sotto Ponzio Pilato? Un’indagine sulla Passione e morte di Gesù, definendola ripetutamente “idiota” e coniando perfino i neologismi “idiotissima” e “straidiota” (op. cit., p. 494). Altri sostantivi e aggettivi utilizzati da don Pier Angelo Gramaglia per qualificare il volume o le tesi di Vittorio Messori sono “fanfaronate” (ibid., p. 486), “romanzetto a fumetti” (ibidem), “buffonaggine” (ibid., p. 488), “stupidità” (ibid., p. 489), “trovate demagogiche” (ibidem), “bravate” (ibid., p. 490), “prodezze da saltimbanco” (ibidem), “indecente” (ibid., p. 492), “capolavoro di stupidità demagogica” (ibid., p.493), “limite massimo delle idiozie filologiche” (ibidem), “sceneggiata” (ibid., p. 494). Quanto all’autore, Vittorio Messori viene qualificato come “intellettuale cattolico denutrito” (ibid., p. 489) o, più semplicemente, “un pazzo” (ibid., p. 494). Dopo avere osservato che “[...] Vittorio Messori non è tuttavia ingenuo [...]” e coltiva “[...] un subdolo secondo fine [...]”, che è quello di diffondere il “concordismo” a proposito dei Vangeli (ibid., p. 491) o, peggio ancora, l’”apologetica” (ibid., p. 493), don Pier Angelo Gramaglia conclude che “[...] sarebbe d’altronde eccessivo pretendere che egli [Vittorio Messori] riesca a svolgere con correttezza professionale anche solo una attività di informazione, quale esigerebbe il suo cosiddetto mestiere di giornalista” (ibid., p. 494).”

La nota prosegue: “Cristianità e Alleanza Cattolica — oggetto a loro volta in passato degli strali di don Pier Angelo Gramaglia, impegnato a difendere le tesi di un progressismo e di un dissenso cattolico che si credevano scomparsi da anni — hanno già avuto occasione di denunciare le polemiche deliranti condotte dal sacerdote torinese contro bersagli cattolici e non cattolici, non risparmiando neppure il Pontefice Giovanni Paolo II, accusato di “demagogia” (Idem, G. I. Gurdjieff e la quarta via, Tipografia Saviglianese, Savigliano [Cuneo] 1989, p. 6), e perfino la Santissima Vergine, a proposito della quale, esprimendo il suo scetticismo sulle apparizioni mariane, scriveva nel 1985: “Per principio, non ho difficoltà a credere alle apparizioni della Madonna; mi riservo solo di misurare il quoziente intellettuale dei suoi vari interventi, per vedere di volta in volta se progredisce” (Idem, Verso un “rilancio” mariano? Voci d’oltreterra, Claudiana, Torino 1985, p. 60). Cristianità ha pure denunciato i difetti di stile e di sostanza di don Pier Angelo Gramaglia nelle sue opere in tema di nuovi movimenti religiosi, che hanno indotto in gravi errori quanti le hanno incautamente seguite e citate (cfr. Massimo Introvigne, “La Civiltà Cattolica” e i Mormoni, in Cristianità, anno XXII, n. 234, ottobre 1994, pp. 17-27, in particolare pp. 24-25 e nota 42, a proposito di opere di don Pier Angelo Gramaglia).

“Di fronte agli insulti gratuiti che colpiscono ora anche un autore tanto benemerito per la cultura cattolica come Vittorio Messori, Alleanza Cattolica rileva che le opere di don Pier Angelo Gramaglia hanno ormai oltrepassato la soglia del mero cattivo gusto per trasformarsi in sequele di villanie gratuite, affabulazioni ripetitive e fantastiche dove si coltiva l’insulto per l’insulto come c’è un’arte per l’arte.

“La ripetizione ossessiva e maniacale degli stessi epiteti, mentre solleva seri dubbi sulle condizioni mentali dell’autore, non può tuttavia non indurre a chiedersi se — dopo oltre un decennio di offese e di villanie da parte di don Pier Angelo Gramaglia nei confronti dei più diversi soggetti — non sia opportuno un intervento dell’autorità ecclesiastica, per evitare che la pubblica esibizione di scurrilità — per tacere delle tesi soggiacenti — da parte di un sacerdote e di un professore di seminario nuoccia all’onore della Chiesa che a ogni fedele cattolico è anzitutto caro.”

Non si può che concordare in tutto e per tutto con questa sacrosanta protesta a sostegno di uno dei più validi scrittori cattolici italiani, che tanto ha fatto per indagare la storicità dei Vangeli e difendere la Fede contro i distruttori.

EMILIO BIAGINI


21
FEBBRAIO
2016
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ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

VINCENZO CERRI, La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2015.

 

 

Segue un commento di Emilio Biagini.

 

CERRI V. (2015) La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta, con supplemento di Ugo Bertolami, Isola del Liri, CEV (pubbl. la 1a volta 1978 con imprimatur ecclesiastico)

 

Un’opera che si occupa degli Scritti valtortiani in modo positivo e riceve l’imprimatur ecclesiastico è forse un piccolo segno che qualcosa si muove in direzione di un atteggiamento meno arcigno della gerarchia verso la Valtorta? Probabilmente no, anche perché un singolo vescovo ben disposto non rappresenta una gerarchia sorda e in tutt’altre faccende affacendata. L’imprimatur, poi, è vecchio, e da allora nulla si è più mosso. Anzi, la posizione ufficiale  sembra essere tuttora quella di “permettere” ai fedeli di leggere la Valtorta purché non la ritengano opera ispirata, il che equivale a dire che doveva essere una bugiarda o una pazza, dal momento che lei, nel modo più reciso e solenne, afferma esattamente il contrario.

 


 

Neppure è servito che le fossero favorevoli lo stesso papa Pio XII e autorevoli prelati come il grande e santo cardinale Siri. Il 25 ottobre 1948 il Santo Padre aveva consigliato una più sicura approvazione per salvaguardare l’opera da insidie future; era stato interpellato il vescovo di Sora, Costantino Barneschi, Vicario apostolico dello Swaziland, il quale aveva già concesso l’imprimatur ad un opuscoletto dal titolo Parole di vita eterna che presentava un breve stralcio dell’Opera. Non è vero quindi che agli Scritti manchi del tutto l’imprimatur: una parte, sia pur piccola, lo ha ricevuto. Il 29 novembre, quando le rotative stavano per mettersi in moto, il Santo Uffizio fece chiamare il Padre Procuratore Generale dell’Ordine dei Servi di Maria e gli intimò di imporre a Padre Berti e Padre Migliorini di non occuparsi più dell’opera se non volevano essere colpiti dai decreti del Santo Uffizio stesso per aver abusivamente carpito l’approvazione di Monsignor Barneschi, contrariamente alle norme del diritto canonico perché detto Monsignore non è il vescovo della casa editrice né dell’autore “e soprattutto perché è il vescovo degli zulu”.

I nuovi farisei, fra l’altro, confondendo gli swazi con gli zulu, avevano fatto qualcosa come confondere i belgi con i tedeschi. L’invidia (perché sarebbe stata scelta una misera donnàcola e non Io?) e l’orgoglio (come si permette di dire che i suoi Scritti sarebbero dati per sostituire i troppi pulpiti vuoti o male occupati?) davano fuoco alla persecuzione scatenata dai gerarchi, dimentichi dei detti evangelici “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Marco 10, 43-44) e “ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11, 25).

Ed ecco un esempio di sapienti ed intelligenti della gerarchia all’opera. Quando venne proposto di datare la Sindone col metodo del radiocarbonio l’arcivescovo di Torino Anastasio Ballestrero si affidò nel 1988 a tre laboratori di paesi protestanti, massonici e ultralaicisti, a Oxford, Tucson e Ginevra, con i risultati disastrosamente falsi ben documentati da Emanuela Marinelli & Marco Fasol (Luce dal sepolcro, Verone, Fede & Cultura, 2015). Prontamente venne la resa dell’arcivescovo stesso che, contro ogni evidenza, definì la Sindone una semplice “icona”. La teoria dell’icona, formulata in ambienti laicisti, è infatti assolutamente screditata: il Telo non reca tracce di colori, è impresso su un solo lato (mentre nei dipinti il colore penetra arrivando dall’altra parte), ha invece macchie di sangue (precisamente del raro gruppo AB, che è frequente soltanto nel Medio Oriente), le immagini vi si distinguono solo ad almeno tre metri di distanza, e quale artista lavorerebbe ad una così assurda distanza dalla tela?

Nonostante ciò, il danno è ormai fatto, perché i laicisti hanno comunque qualcosa a cui attaccarsi. Sugli autori dell’“indagine” piovvero lodi sperticate e finanziamenti di milioni di dollari da parte di ben noti circoli massonici. Cominciarono ad apparire, specie in Gran Bretagna, libercoli schiamazzanti di “mafia della Sindone” e di “divino imbroglio”. La scarsissima attendibilità che spesso accompagna le datazioni al radiocarbonio (a un corno per bere di età vichinga è stata attribuita una data nel futuro, all’inizio del terzo millennio; una chiocciola appena morta è stata datata a cinquemila anni addietro), e il fatto che i risultati dei “carbonisti” fossero in totale contrasto con tutti i risultati delle ricerche precedenti (inclusa la scoperta delle impronte di monete dell’età di Ponzio Pilato e delle tracce della scritta col nome, in greco, del condannato, “Gesù di Nazareth”, vedi Maria Grazia Siliato, Sindone: mistero dell'impronta di duemila anni fa, Casale Monferrato, Piemme, 1997) non venne neppure preso in considerazione dai potenti mass media controllati dalla massoneria. Al pomposo Museo della Scienza di Londra, un’intera vetrina dedicata alla datazione al radiocarbonio porta come unico esempio dei “successi” di tale tecnica, la datazione “medioevale” della Sindone.

Il Cerri pubblicò i risultati della sua pluridecennale ricerca tre anni prima dello scandalo del radiocarbonio e delle importanti ricerche successive, su cui danno conto Marinelli e Fasol, citati sopra. Tuttavia lo studio del venerando sacerdote, morto nel 2011 all’età di novantasette anni, Prelato d’Onore di Sua Santità dal 1979, è tuttora di notevole interesse per le profonde osservazioni che presenta e per essere l’unico studioso a mettere costantemente a confronto la Sindone con gli Scritti valtortiani.

Sulla venerabile reliquia la Valtorta scrive (Quaderni del 1943, dettato del 22 luglio):

 Dice Gesù: “Potete voi dire che io non ho amato questa terra dove ho portato le reliquie della mia vita e della mia morte: la casa di Nazaret dove venni concepito in un abbraccio di luminoso ardore tra il Divino Spirito e la Vergine, e la Sindone dove il sudore della mia morte ha impresso il segno del mio dolore, sofferto per l’umanità?”

E più tardi ribadisce (Quaderni del 1943, dettato del 23 ottobre):

 

Dice Gesù: “O Italia, Italia alla quale tanto ho dato e che mi hai dimenticato e hai dimenticato i miei benefizi! E da quel Piemonte, dove è una testimonianza di Dio non inferiore a quella del Tabernacolo mosaico – perché se in esso erano due tavole scritte dal profeta di Dio, qui vi è la storia della mia Passione scritta con inchiostro di Sangue divino sul lino che la pietà offerse ad avvolgere la mia nudità di Immolato (…)”

 

Ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (609.12) la grande veggente sottolinea:

 

Il Volto ha già l’aspetto che vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte (…)

 

Il sanguinoso e divino messaggio della Sindone e il Divino Maestro che dettò le Sue pagine sublimi a Maria Valtorta non possono non confermarsi a vicenda. Sono entrambi documenti della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, e come tali a loro volta confermano in pieno il racconto dei Vangeli canonici, i quali sono l’insostituibile pilastro della Verità cristiana e più specialmente cattolica.

All’inizio della Passione, nell’orto del Getsemani Nostro Signore soffrì in modo tanto atroce per l’abbandono del Padre (conseguenza dell’essersi caricato di tutti i nostri peccati, consacrandosi così alla Giustizia come anima vittima) da essere colpito da ematoidrosi: un’intensa vasodilatazione dei capillari cutanei che si rompono a contatto del cul di sacco delle ghiandole sudoripare, inondando la pelle di sangue (dettato del 6 luglio 1944, corsivo nel testo):

Mi hai chiesto: “Quante sono le agonie del Getsemani che mi dai?”

Oh! tante! Non per piacere di tormentarti. Unicamente per bontà di Maestro e Sposo. Non potrei su te, piccola sposa, abbattere tutto insieme il cumulo di desolazione che mi accasciò quella sera e che nessuno intuì, che nessuno comprese fuorché mia Madre e il mio Angelo. Ne morresti pazza. E allora ti dò adesso un briciolo, domani un altro, di modo da farti gustare tutto il mio cibo e di ottenere dal tuo soffrire il massimo di amore di compassione per il tuo dolente Sposo e di redenzione per i tuoi fratelli. Ecco perché ti dò tante ore di Getsemani. Uniscile e, come il mosaicista unendo le tessere piano piano vede formarsi il quadro completo, tu, riunendo nel tuo pensiero il ricordo delle diverse ore, vedrai l’Agonia vera del tuo Signore.

Rifletti come ti amo. La prima volta ti ho dato soltanto la vista della mia smania fisica. E tu, soltanto per vedermi col Volto stravolto, andare e venire, alzare le braccia, torcermi le mani, piangere e abbattermi, ne hai avuta tanta pena che per poco non mi moristi.

Ti ho presentato quella tortura visibile più e più volte sinché l’hai conosciuta e l’hai potuta sopportare. Poi, volta per volta, ti ho svelato le mie tristezze. Le mie tristezze di uomo. Tutte le passioni dell’uomo si sono drizzate come serpi irritate, fischiando i loro diritti d’essere, ed Io le ho dovute strozzare una per una per esser libero di salire il mio Calvario.

(…)

Ed ero solo. Cioè: ero con Satana.

La prima parte dell’orazione era stata penosa, ma ancora potevo sentire lo sguardo di Dio e sperare nell’amore degli amici. La seconda fu più penosa perché Dio si ritirava e gli amici dormivano. Riconfermavano il sibilo di Satana e la voce della vita’. “Ti sacrifichi per nulla. Gli uomini non ti ameranno per il tuo sacrificio. Gli uomini non comprendono” .

La terza... la terza fu la demenza, fu la disperazione, fu l’agonia, fu la morte. La morte dell’anima mia. Non è risorto soltanto il corpo mio. Anche la mia anima ha dovuto risorgere. Poiché conobbe la Morte.

Non vi paia eresia. Cosa è la morte dello spirito’? La separazione eterna da Dio. Ebbene: Io ero separato da Dio. Il mio spirito era morto. È la vera ora di eternità che Io concedo ai miei prediletti. Quella che tu, piccola sposa, ti sei chiesta che fosse da quando ti hanno detto che tu hai sorte simile a Veronica Giuliani, che al termine della esistenza conobbe questo strazio superiore a tutti gli strazi sovrumani.

Noi conosciamo la morte dello spirito, senza averla meritata, per comprendere l’orrore della dannazione che è tormento dei peccatori impenitenti. La conosciamo per ottenere di salvarli. Lo so. Il cuore si spezza. Lo so. La ragione vacilla. So tutto, anima diletta. L’ho provato prima di te. È l’orrore infernale. Siamo in balia del Demonio poiché siamo separati da Dio.

(…)

“Ho risposto... Maria, ho risposto radunando le forze, bevendo pianto e sangue che colavano dagli occhi e dai pori, ho risposto: ‘Non ho più madre. Non ho più vita. Non ho più divinità. Non ho più missione. Nulla ho più. Fuorché fare la Volontà del Signore mio Dio. Va’ indietro, Satana! L’ho detto la prima e la seconda volta. Lo ridico per la terza: “Padre, se è possibile passi da Me questo calice. Ma però non la mia: la tua Volontà sia fatta’. Va’ indietro, Satana. Io son di Dio!’”

Maria, ho risposto cosi... E il Cuore si è franto nello sforzo. Il sudore è divenuto non più stille, ma rivoli di sangue. (…)

Tanto sangue potrebbe aver bagnato anche la Sindone, ma poi sarebbe stato dilavato dal sudore e assorbito dalla veste durante le successive fasi della Passione.

Nella flagellazione hanno lasciato tracce solo quei colpi di flagrum che hanno prodotto un’escoriazione o una piaga contusa, per cui probabilmente Gesù ricevette molti più colpi di quanto non ne risultino dal sacro Telo, in cui comunque ne appaiono moltissimi. Gesù dovette essere legato in posizione eretta come scrive la Valtorta. In posizione curva su una colonna bassa, i carnefici non avrebbero potuto colpirlo sul davanti come risulta chiaramente dalla Sindone.

Sulla corona di spine si è molto discusso, ma dagli scarsi segni di spine impressi sulla Sindone pare si trattasse di un semplice cordone spinoso ripiegato a cerchio, non di una calotta né di una cuffia o di un fascio. La visione di Maria Valtorta, in pieno accordo con la Sindone e con l’iconografia tradizionale. Gesù portò la corona durante l’ascesa al Calvario: il braccio verticale della croce premeva sulla corona di spine, causando rigagnoletti di sangue nitidamente impressi sul Telo.

Com’era la croce? Non vi era una struttura e una pratica d’impiego unica e immutabile. La croce poteva essere divisa in due travi (verticale o stipes, lasciata in permanenza sul luogo destinato alle esecuzioni, e orizzontale o patibulum, portata dal condannato); o poteva essere intera e completa, a forma di T (commissa) o a croce latina (capitata); o anche ad “X” (croce di Sant’Andrea); a volte il condannato veniva inchiodato al solo palo verticale; una croce più alta del solito poteva essere usata quando si voleva dare maggior rilievo al supplizio, come appunto fu fatto per Gesù. Data la difficile situazione in Palestina appare improbabile che si volesse lasciare le travi verticali continuamente in piena vista, un segno della potenza romana che avrebbero eccitato gli spiriti già ribollenti degli zeloti. Assai più verosimile è quindi che le croci venissero portate intere e infisse in fori appositamente preparati e riempiti di pietre, che venivano tolte quando necessario. Ed è proprio questo che la Valtorta vide e descrisse. Pure in tutti gli altri dettagli, le conoscenze storiche, i Vangeli canonici e le visioni valtortiane sono in pieno accordo. Anche il particolare dello straccio fornito ai condannati per coprire le parti intime è segno di adattamento degli usi romani alla “pudicizia” dei giudei. La Valtorta scrive che la Madonna diede al Figlio il suo velo perché non si cingesse con uno straccio come gli altri condannati.

Nel caso di Gesù, doveva trattarsi di una croce “capitata”, altrimenti non si sarebbe potuto inchiodare sopra il capo di Lui la scritta col motivo della sentenza (titulus). A favore della descrizione fornita dalla Valtorta stanno i seguenti fatti: 1) non dice nulla che contraddica il Vangelo; 2) l’espressione di Giovanni “bajulans sibi crucem” contraddice l’ipotesi del Ricci secondo cui avrebbero legato Gesù il solo patibulum; 3) è conforme alla tradizione cristiana che ha sempre visto Gesù carico della croce intera; 4) la croce, per quanto pesante, poteva essere portata da una sola persona perché il braccio verticale posava per terra e veniva più trascinata che portata di peso; 5) le valutazioni dello spessore della croce in base alla piaga che si riscontra su spalla tendono ad essere esagerate perché quell’impronta è costituita verosimilmente da alcune ferite della flagellazione allargate e confuse per sfregamento e non corrisponde al reale spessore della trave; 6) i modi per costringere condannati a portare la croce e crocifiggere erano diversi da luogo a luogo; 7) le tre cadute di Gesù sulla via del Calvario potevano essere causate da debolezza e dal peso della croce intera senza ricorrere alle legature descritte dal Ricci; 8) se Cristo avesse portato il solo patibulum si sarebbero dovute trovare impronte sulla colonna vertebrale che invece non ci sono; 9) la maggior parte dei sindonologi ed esegeti concordano nel ritenere che i piedi di Gesù distassero dal suolo circa un metro, è ciò è conforme all’altezza della croce di Gesù stimata dalla Valtorta in quattro metri.

Come già osservato, l’esecuzione non era un rito immutabile. È assai probabile che gli altri due crocifissi fossero fissati con corde. Durante le tre ore di agonia, sottoposto alla continua tortura dei nervi mediani lesi dai chiodi, Gesù non poté che pronunciare poche parole, quando riusciva a sollevarsi per respirare, sforzandosi sul chiodo dei piedi e su quelli delle mani, mentre gli altri due crocifissi, essendo soltanto legati, poterono parlare liberamente e a lungo. Ecco perché durarono più a lungo, e inoltre erano inebetiti dal beveraggio anestetico di vino e mirra, e anche questo dovette conferire loro maggior resistenza. Fu necessario eseguire su di loro il crucifragium, ossia lo spezzamento delle gambe; tuttavia avrebbero potuto continuare a respirare anche così e il tempo stringeva, dato che mancavano poche ore al sabato, che cominciava al tramonto del venerdì. In quei casi non restava che procedere in modo ancor più energico. La Valtorta dice infatti che dopo lo spezzamento delle gambe furono finiti a colpi di clava sferrati anche al cuore.

Per quanto riguarda la morte di Gesù, varie sono le ipotesi scientifiche in contrasto tra loro: infarto cardiaco, pericardite traumatica, embolia, sincope, crampi tetanici e soffocazione, fame e sete. La Valtorta offre la spiegazione migliore (609.19, corsivo nel testo):

Tornano le valanghe di dolore desolato che già l’avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocifiggente della croce stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio lo ha abbandonato e che la preghiera non sale a Lui…

Ed è il tormento finale. Quello che accelera la morte, perché spreme le ultime gocce di sangue dai pori, perché stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi! Dopo il tuo abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e, spirituale come è l’intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l’innocentissimo Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e dai nostri peccati.

 Sopravvenuta la morte, e nell’imminenza del sabato, il sacro Corpo fu staccato e deposto dalla croce, e trasportato in posizione orizzontale, così che il sangue dalla vena cava inferiore e dalle vene epatiche non poteva uscire tanto facilmente, per cui la colata trasversale posteriore potrebbe essersi formata nel sepolcro, dato che la rigidità cadaverica in individui robusti morti di morte violenta ritarda alquanto. I coaguli sanguigni intorno alle reni paiono dovuti al lino che cingeva i fianchi di Gesù, mescolandosi a quelli formati delle piaghe della flagellazione riaperte dalla forzata tensione dell’epidermide e dallo sfregamento contro il legno della croce. Come abbiamo visto, la presenza del lino era una concessione romana al “pudore” ebraico, e il lino fu dato dalla stessa Maria Vergine (Cap. 609. 2-3):

 Viene dato l’ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l’odio fa amici. (…)

I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all’inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio l’Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti.

Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare.

Ora Gesù si volge verso la folla. E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite dai flagelli. All’altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l’arco costale sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione sanguinante.

La folla lo schernisce come in coro: “Oh! Bello! Il più bello dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...”. E intona, con tono di salmo: “Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non d’acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani tornite come lavoro d’orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi d’oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell’alto cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia”; e ridono e urlano anche: “Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma no! L’aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei uno straccio impotente e schifoso”.

 Data l’imminenza del sabato, venne compiuta da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo solo la prima parte della pratica funeraria israelita. Il Corpo fu avvolto con teli insieme ad aromi e posto sulla tavola dell’imbalsamazione. Dal racconto valtortiano si deducono i seguenti particolari: 1) il Corpo non venne lavato, forse usata solo un po’ d’acqua; 2) le bende furono inzuppate di aromi; 3) il Corpo fu spalmato di unguenti; 4) la mistura degli aromi era appiccicosa, dato che riusciva a trattenere in posizione le mani del Corpo: 5) venne usata una sindone monda, diversa da quella usata per il trasporto; 6) i piedi conservarono un diversa posizione, uno più dritto l’altro più steso; 7) al volto di Gesù venne legata una fascia mentoniera; 8) il Corpo avvolto nella sindone, appoggiando sul viso un sudario di lino, poi vennero sovrapposte alla sindone altre larghe striscie o bende per mantenere la sindone stessa aderente al Corpo, ottenendo così un embrione di fasciatura completa ma affrettata.

I dettagli trovano sorprendente riscontro negli usi dell’epoca. L’analisi elettronica al computer effettuata al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena dimostra che al volto dell’Uomo della Sindone fu applicata la mentoniera. Maria Valtorta l’aveva già scritto nel 1944.

Alla risurrezione, il Corpo uscì dalla fasciatura senza guastare le numerosissime impronte sanguigne rimaste intatte e conservando l’aspetto tipico del coagulo normale col relativo alone di siero. Il Cerri si concentra sulla narrazione valtortiana del comportamento di Pietro e Giovanni e trascura il problema della formazione dell’immagine, che pare sia avvenuta in seguito ad una smaterializzazione del Corpo: infatti, il Risorto attraversava i muri e la materia solida. La smaterializzazione pare sia avvenuta con un lampo di energia, le cui tracce sono state effettivamente riscontrate sulla Sindone. Le fasce che avevano avvolto il corpo, più pesanti, si afflosciarono, mentre il sudario, più leggero e “inamidato” dall’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò sollevato, apparendo così a Pietro e Giovanni “in una posizione unica”, che modellava la forma del corpo che vi era stato avvolto. Il lampo di luce venne visto e descritto dalla Valtorta come una sfera di fuoco che precipitò dall’alto ed entrò nel sepolcro (Cap. 617.3-4).

 La meteora si abbatte contro l’inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell’Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore. Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell’aria immobile, lo Spirito si rinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.

Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l’apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido...

Il “Voglio” del divino Spirito alla sua fredda Carne non ha suono. Esso è detto dall’Essenza alla Materia immobile. Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano. La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro... Null’altro per qualche minuto.

Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal “niente” in cui era, vive dopo essere stata morta. Certo il cuore si desta e dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.

Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante. Così repentino che, dall’attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lasciandolo Lui, l’occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi. Ed ora lo ammira: così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite né sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piaghe e si emana da ogni poro della sua epidermide.

Il racconto valtortiano della Passione spiega perfettamente una ad una le piaghe di Cristo riscontrabili sulla Sindone: la tumefazione  della parte centro-destra del volto (terza e completa caduta, Cap. 609.6), tumefazione della guancia destra e bocca ferita (colpo di asta sul viso dopo la flagellazione, Cap. 604.30), escoriazioni all’apice del naso e occhio destro quasi chiuso (corrisponde alla descrizione della Vittima crocifissa, Cap. 609.12), bocca leggermente deviata a destra (contrazione spasmodica del volto sulla croce, Cap. 609.22), fuoruscita di sangue e saliva sul lato destro della bocca (sulla croce, quando si avvicina la fine, Cap. 609.21), impronte delle ferite sui flagelli durante la via crucis (Cap. 608.5) e prima della crocifissione (Cap. 609.2-3), piaga del costato (Cap. 609.27), piaghe alle mani e un braccio più corto dell’altro di circa 4 centimetri (risultato della slogatura inflitta durante l’inchiodamento alla croce, Cap. 609.5). La Valtorta descrisse questa slogatura quattro anni prima che fosse diagnosticata da alcuni medici consultati dal professor Lorenzo Ferri.

La statura, il volto e il fascino di Gesù, come traspaiono dall’immagine sindonica, così corrispondono puntualmente alle descrizioni valtortiane. Il Redentore era alto circa m 1,80, maestoso e bellissimo.

Poiché il Cerri trascura il problema della formazione dell’immagine, lascia spazio ad un supplemento a firma di Ugo Bertolami, che si domanda come mai l’autore non abbia preso in considerazione l’importante dettato valtortiano proprio su questo argomento (Cap. 613.7-8):

 Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.

Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: “Ciò è opera di Dio” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!

Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche – povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare – sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio Cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile.

La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d’acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.

Tu l’hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittime senza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l’aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.

Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.

Questo conferma la teoria vaporigrafica formulata da Paul Vignon, professore di biologia dell’Institut Catholique di Parigi nel 1902 e da lui dimostrata esponendo una tela di lino simile all’originale in presenza di aloe, mirra e vapori di urea. La teoria ha attratto numerose critiche. Secondo Pierluigi Baima Bollone, professore di medicina legale all’università di Torino, tale teoria non sarebbe accettabile perché: 1) la trasformazione avviene con un certo ritardo, anche di giorni, 2) i vapori non possono muoversi in modo perfettamente ortogonale in modo da dare un’immagine precisa, 3) per la grandezza dell’immagine sindonica sarebbe state necessarie grandi quantità di urea.

La prima obiezione diventa piuttosto una prova a favore: infatti i Vangeli canonici non la menzionano al momento della scoperta della tomba vuota. La Valtorta racconta esplicitamente che l’immagine si formò a poco a poco. Infatti alcuni giorni dopo la risurrezione Nicodemo, alla presenza dell’apostolo Giovanni, di Giuseppe d’Arimatea e di Lazzaro risuscitato, consegna alla Madonna la Sindone, spiegando (Cap. 644.6-7):

(…) la seconda sindone, che fu su di lui dalla sera di Parasceve all’aurora di Risurrezione, deve venire a te. E – te ne avverto, perché tu non debba commuoverti troppo nel vederla – e sappi che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro. Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l’impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l’impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?”.

“Oh! Nicodemo! Ma questo era il mio supremo desiderio! Tu lo dici d’aspetto pacificato... Oh! poterlo vedere così, non con quell’espressione torturata che è sul velo di Niche!”, risponde Maria congiungendo le mani sul suo cuore.

Allora i quattro spostano la tavola per avere più spazio; poi, stando Lazzaro e Giovanni da un lato, Nicodemo e Giuseppe dall’altro, svolgono lentamente la lunga tela. Appare per prima la parte dorsale, iniziando dai piedi; poi, dopo la quasi congiunzione delle teste, quella frontale. Le linee sono ben chiare, e chiari i segni, tutti i segni, della flagellazione, coronazione di spine, sfregamento della croce, contusioni da colpi ricevuti e cadute fatte, e le ferite dei chiodi e della lancia.

Maria cade in ginocchio, bacia il telo, carezza quelle impronte, bacia le ferite.

 La seconda obiezione cade se si considera che comunque il formarsi dell’immagine è dovuto a un miracolo, alla luce della risurrezione le cui tracce sono state pure individuate sulla sindone. La terza obiezione non regge, dati i colpi di flagello che causarono un blocco renale e relativa uremia.

Riguardo alla ferita al costato, l’opinione generalizzata è che l’immagine si sia formata all’interno del Telo, in modo che l’immagine sindonica sarebbe vista di riflesso, come in uno specchio. Partendo da tale assunto, le ricostruzioni tridimensionali del Corpo (come quelle di Mons. Ricci e dello scultore Luigi De Mattei) mostrano la grande piaga triangolare causata dal peso della croce sulla spalla sinistra di Gesù, mentre nella sindone è invece sulla spalla destra. È come se il miracoloso lampo di luce della risurrezione avesse proiettato l’immagine sull’esterno del Telo.

Ciò è confermato dagli scritti valtortiani, che più volte indicano la sindone come la sua vera effige di Gesù, sacra e vera immagine, e non immagine riflessa. I Vangeli canonici non parlano della piaga della spalla, che fu rivelata per la prima volta da Gesù a san Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), abate e dottore della Chiesa. Questi domandò a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua passione. Gli fu data questa preziosa rivelazione privata:

Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce. Questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore più di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; e a tutti quelli che per amore di Essa mi onoreranno con tre Padre Nostro, Ave e Gloria al giorno, perdonerò i peccati veniali, non ricorderò più i mortali, non morranno di morte subitanea e in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine conseguendo ancora grazia e misericordia.

Dopo la morte di Padre Pio si scoprì che anche il santo stimmatizzato di Pietrelcina aveva sofferto di tale piaga, evidentemente a completamento delle sofferenze della Passione da lui sperimentate. Infatti, evidenti macchie di sangue sulla spalla destra appaiono sulla tonaca portata dal frate.

La sindone ci mette davanti al mistero divino, che noi possiamo adorare, ma restando ben lontani dal comprenderlo. E il Bertolami, opportunamente conclude la sua appendice allo scritto di don Vincenzo Cerri con un significativo dettato di Gesù a Maria Valtorta (Quaderni, 20 maggio 1049):

Mi dice il Signore, mentre io penso a tutt’altro che a cose mistiche e lavoro d’ago riparando la biancheria di casa:

“La mia Sindone, o Maria, per chi sa vedere, è non soltanto testimonianza che Io sono veramente morto e sono risorto, ma anche testimonia di come fui concepito e nacqui non secondo le leggi dell’umanità. È quindi conferma alle verità che la Religione mia insegna: il mio concepimento per opera dello Spirito Santo; la divina maternità di Maria; la sua verginità perpetua; la mia passione e morte; la mia risurrezione gloriosa. Ma ciò è conferma a chi, nella luce di Dio, è dato di vedere.”

EMILIO BIAGINI


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