Genova, 21 Febbraio 2018 09.22





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

22
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 117 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un pregevolissimo studio dell'incontro con Dio del grandissimo Santo di Pietrelcina, ricco di spunti preziosi per la crescita spirituale del lettore.

 

GNOCCHI A. & TOGNETTI S. (2017) Padre Pio Santo Eremita. L’incontro con Dio sulle orme dei Padri del deserto, Verona, Fede & Cultura

 

Recens.Gnocchi  Tognetti-Padre Pio copia 

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

Questo pregevole libretto offre una prospettiva originale e perfettamente calzante su Padre Pio, inquadrandolo nella tradizione dei Padri del deserto. La pratica cristiana è più vigorosa in un clima di ostilità, mentre tende a rilassarsi nella sicurezza. Ciò è in accordo con il carattere del Fondatore, Gesù Cristo, che ebbe da combattere per tutti i tre anni del Suo ministero pubblico e patì infine la Croce per redimere l’umanità. Quando le persecuzioni finirono, nel timore più che giustificato di un intiepidirsi della Fede e la prospettiva dell’afflusso di neoconvertiti opportunisti, fra il IV e il VI secolo si assistette al fiorire dei Padri del Deserto, eremiti che si ritiravano nelle plaghe più desolate dell’Egitto, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione. La gente percorreva lunghi e disagevoli viaggi a piedi solo per udire una singola parola da uno di loro.

La superficialità laicista tende a considerare simili manifestazioni eccessive e fuori moda, preferendo la carità spettacolo, la misericordia gratuita e la lode del mondo. Il mondo merita invece solo di essere respinto e combattuto, in nome della totale sottomissione a Dio. Il monachesimo non è mai passato di moda perché Dio non può passare di moda. Colui che prega e contempla è infinitamente più utile di chi si affanna nel mondo. Le braccia alzate di Mosé durante battaglia coi madianiti decisero l’esito dello scontro: quando egli abbassava le braccia Israele retrocedeva e perdeva.

Il monachesimo pose radici sia in Oriente che in Occidente, ma in Oriente rimase più vivo. In Russia gli asceti cercarono solitudine non nel deserto ma nella foresta, dove fiorirono santi eccezionali, come Teodosio di Pečersk, Sergio di Radonež, Paisij Veličkovskij, Serafino di Sarov, Macario Glocharev, Partenio di Kiev, Teofane il recluso. Questi santi sapevano in anticipo ciò che il fedele che veniva a visitarli avrebbe detto, e questi si sentiva irresistibilmente spinto alla conversione. La trasparenza al divino veniva conquistata da questi santi con decenni di solitudine nella foresta.

Padre Pio aveva tale trasparenza al divino in massimo grado. Fin da giovane si consacrò alla giustizia divina per espiazione vicaria e per la salvezza anime. Era un’anima vittima che portava il peso del peccato del mondo, ed ottenne conversioni straordinarie. Notissime le sue stigmate, portate per cinquant’anni, notissimo il fatto che durante la Messa riviveva la Passione di Cristo, notissime le vessazioni che dovette subire da parte del demonio, nonché le persecuzioni e le calunnie di ogni genere cui fu sottoposto da parte delle autorità ecclesiastiche, specie sotto il campione dell’incontro col mondo, il “papa buono”, che diceva “la Chiesa non ha più nemici”, disobbedì all’ordine espresso della Santa Vergine di pubblicare il terzo segreto di Fatima entro il 1960, acconsentì al collocamento di microfoni spia nel confessionale di Padre Pio e lasciò mettere all’Indice gli scritti valtortiani.

Irresistibile è la tentazione di confrontare Padre Pio a Maria Valtorta, ella pure un’anima vittima consacratasi alla giustizia divina per la salvezza delle anime. Anche la veggente di Viareggio era dotata di discernimento delle anime, sia pure in misura minore: infatti sentiva quando un’anima era turbata e, spingendola a confidarsi, riusciva a prestarle aiuto. Padre Pio conosceva invece con grande chiarezza cosa si nascondeva dentro le anime e sapeva immediatamente cosa dire per aiutarle. Anche la Valtorta soffrì attacchi e persecuzioni sia dal demonio che dalle autorità ecclesiastiche. Due fari, asseriscono giustamente gli autori, orientano il cammino al tempo presente: Fatima e Padre Pio. Sommessamente, aggiungerei anche Maria Valtorta, la cui opera si diffonde continuamente in tutto il mondo vendendo milioni di copie e avendo già avuto oltre una trentina di traduzioni.

Questi due grandi mistici chiesero entrambi a Dio di non dare loro segni visibili: Padre Pio non fu esaudito, anzi Cristo gli rispose severamente che avrebbe portato le stigmate per cinquant’anni. La Valtorta invece fu esaudita: provò le sofferenze della Passione senza essere visibilmente stigmatizzata. Era l’unica grazia da lei chiesta al Signore per se stessa.

I due mistici non si incontrarono mai, ma, misteriosamente, Padre Pio conosceva molto bene Maria Valtorta. Un fedele chiese a Padre Pio di pregare per la Valtorta. Il grande santo di Pietrelcina rispose di conoscere la situazione, ma soggiunse: “Se potrò fare qualcosa sarà per la sua anima. Niente invece potrò per il suo corpo.” Infatti lei stessa si era offerta di soffrire nel corpo, e se ne fosse stata liberata, avrebbe di nuovo richiesto le sue pene. Mentre si svolgeva questo colloquio, presso Maria si avvertì, alla stessa ora. che fu poi verificata, una straordinaria ondata di profumo celestiale. Come Padre Pio, anche Maria Valtorta aveva intorno a sé profumi celestiali, che secondo i teologi rappresentano “odori del Paradiso”, i profumi dell’anima santa. Anche per Padre Pio, come per Maria Valtorta, venne inventata la calunnia che tenessero nascosti profumi.

Impossibile riassumere tutte le perle di saggezza di Padre Pio. Peschiamo qua e là tra il florilegio che ne danno gli autori, e che trovano esatta corrispondenza in molti degli insegnamenti impartiti dal Divino Maestro a Maria Valtorta. “L’unica cosa che ci invidiano gli angeli è la sofferenza e l’offerta”, ossia l’impossibilità di soffrire per Dio. I demoni “sono tanti che, se potessero assumere un corpo piccolo quanto un granello di sabbia, oscurerebbero il sole”. In una visione dell’aprile 1913, Padre Pio vide Cristo contemplare lo spettacolo dei numerosissimi preti tiepidi, che, con immenso dolore e disgusto, bollò come “macellai”.

 Non approvava i cedimenti al mondo, i compromessi della diplomazia e l’apertura ai servi del demonio. “Causa l’ingiustizia e il dilagante abuso di potere, – disse – siamo giunti al compromesso col materialismo ateo, negatore dei diritti di Dio. Questo è il castigo preannunciato a Fatima. Tutti i sacerdoti che sostengono la possibilità di un dialogo con i negatori di Dio e con i poteri luciferini del mondo, sono ammattiti, hanno perduto la fede, non credono più nel Vangelo. Il gregge è disperso quando i pastori si allineano con i nemici della verità di Cristo.” Parole tanto più significative di fronte all’attuale sfacelo postmoderno e postcomunista, ma tutt’altro che anticomunista, che mira alla disintegrazione della famiglia e dell’uomo, sull’onda lunga della bestialità sessantottarda.

Disse: “Questa è l’epoca della distruzione di tutti i valori.” “Confusione di idee e predominio di ladri.” “I nostri figli non avranno lacrime per piangere le colpe dei loro padri.” Aveva ben chiaro il fatto che Dio castiga anche su questa terra, un’idea che è anatéma per i deboli cervelli di oggi; a proposito dell’alluvione di Firenze, disse: “Sono flagelli. Beato chi sa comprendere.” Ben lontano dagli sdolcinamenti odierni di gratuita “misericordia” e di inferno “inesistente” o “vuoto”, disse : “O Dio, se tutti conoscessero la vostra severità, al pari della vostra dolcezza, quale creatura sarebbe così stolta che oserebbe offendervi?”

Quando, nel 1966, si parlò di nuove Costituzioni dell’Ordine, sbottò: “Tante chiacchiere e rovine!” E, presente il Definitore Generale dell’Ordine, esclamò: “Ma che state facendo a Roma? Ma che state combinando? Questi vogliono toccare persino toccare la Regola di San Francesco!” Infatti c’era, da parte di alcuni candidati all’ingresso nell’Ordine, la richiesta di un codice invertebrato e gradito al mondo. Il Definitore azzardò: “Si fanno alcuni cambiamenti perché i giovani non vogliono più saperne di tonsura, di piedi scalzi e anche di abito”. “Cacciateli via! – disse il Santo – Che, sono loro che fanno un piacere a San Francesco a prendere l’abito e la forma di vita, o è San Francesco che fa un dono a loro?”

Diede innumerevoli consolanti insegnamenti, per noi, gente che prega ma non ha certo gli slanci mistici dei santi. Disse infatti: “Dobbiamo essere perseveranti nella preghiera, anche se non sentiamo nulla. È la volontà che è premiata da Dio, non il sentimento.” Quando un tale gli confidò che riteneva che San Giuseppe fosse in cielo in anima e corpo, il Santo confermò: “Puoi crederlo.”

Pochi giorni prima di morire raccomandò di amare la Madonna, di farla amare e di recitare sempre il Rosario: una raccomandazione da tener presente in modo particolare in questi tempi sinistri di luteranizzazione antimariana in nome di un delirante “ecumenismo”. Di lui disse il Cardinale Giuseppe Siri: “quando nella storia appare qualche crocifisso, vuol dire che il peccato degli uomini è grande e che per salvarli occorre qualcuno che vada sul Calvario, rimonti sulla croce e stia lì a soffrire per i suoi fratelli. Qui c’è tutto il fatto di Padre Pio.”

Gli autori meritano lode per aver prodotto una sintesi tanto efficace ed intelligente del carattere e dei detti memorabili di Padre Pio. È questo un libro che merita di essere letto e meditato dai fedeli e nelle famiglie.

EMILIO BIAGINI


12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 73 volte

\ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che tratteggia con grande efficacia la caduta della grande civlità veneziana di antico regime:

 Recens.Sbuelz-Fragilit del leone copia

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ANTONELLA SBUELZ, La fragilità del leone, Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2016.

Questo romanzo rappresenta uno splendido affresco del crollo di una civiltà, condotto in modo elegante che dimostra le alte capacità narrative dell’autrice. Le descrizioni della natura, oltre a rivelare una profonda conoscenza della botanica, sono di delicata eleganza, a tratti quasi dannunziana.

La trama è condotta lungo due linee parallele, che alla fine si ricongiungono in un lieto fine che non ha nulla di forzato, ma scaturisce dalla naturale bontà dei due protagonisti, il pittore tedesco Thomas e l’adolescente Nastasia, poverissima e maltrattata dal mondo, che cerca di guadagnare qualcosa da mangiare per sé e per la famiglia facendo il pericoloso mestiere di contrabbandiera di tabacco.

Il grande e pienamente riuscito affresco storico è visto sia dal lato dei privilegiati dell’antico regime sia da quello dei poveri. I privilegiati non sono in grado di far fronte all’esistenza. Il senatore Alvise, corrotto ed effeminato, si sottrae alle sue responsabilità e ai debiti simulando il proprio suicidio e scomparendo. Sua moglie, dopo aver sedotto Thomas, parte per un lungo e irresponsabile viaggio senza ritorno, abbandonando la figlia.

A sopravvivere riescono invece i poveri. Tutti i più teneri episodi li vedono protagonisti: il disperato tentativo di Nastasia di imparare a leggere contrastato con brutale violenza ma che raggiunge comunque il suo limitato scopo, il cagnetto ferito che viene curato e adottato da Thomas e Nastasia, i primi commoventi tentativi di Nastasia di abituarsi a camminare con le sue prime scarpe esercitandosi in bilico su un tronco.

I nuovi tempi si annunciano, fra l’altro, col rifiuto dell’idea dell’inferno, quando il parroco di una chiesa di campagna, di cui il pittore Thomas andava restaurando gli affreschi, gli chiede di eliminare le immagini appunto dell’inferno, ritenute non più consone alle “magnifiche sorti e progressive”, come se cancellare un’immagine bastasse a sopprimere la realtà: ecco il principio del relativismo che fa capolino, e che sarà una delle piaghe dei tempi nuovi.

Il tramonto di una società aristocratica stratificata in ruoli ben precisi conduce verso l’ingannevole orizzonte di una maggior libertà individuale, secondo la demagogica triade giacobina liberté, egalité, fraternité. Il romanzo, ambientato com’è negli ultimi anni del sec. XVIII, mostra l’inizio di questo processo. Non mostra, ma non è suo compito, l’esito di questo rivolgimento sociale: con la disintegrazione della società organica e dei corpi intermedi, l’uomo si ritroverà isolato e come nudo di fronte allo Stato giacobino, nuovo feticcio succhiatore di tasse e portatore di sempre più rigidi controlli, impedimenti, lacci e lacciuoli.

Colpisce la miseria spaventosa del popolo di Terraferma sotto Venezia, quale nell’altra Serenissima, quella di Genova, pur ristretta fra mari e monti e con solo qualche fazzoletto di terra coltivabile, era invece impensabile. Il Genovesato conobbe una simile miseria solo dopo la brutale annessione al Regno di Sardegna: 1834, 1849, 1853, sono le date delle tre insurrezioni genovesi contro gli usurpatori sabaudi, insurrezioni sempre represse con la massima brutalità, poi ignorate e travisate dalla successiva storia scritta dai vincitori; le prime due miravano all’indipendenza, l’ultima fu provocata semplicemente dalla fame, fatto inaudito: nei sette secoli della Serenissima Repubblica di Genova mai si era verificato alcunché di simile. Anche da ciò si vede come i tempi nuovi dell’individualismo giacobino e dello Stato centralizzato erano molto peggio della società organica abbattuta dalla Rivoluzione.

Ma non tutto è perduto. La salvezza viene dalla Grazia, dalla confessione dei peccati, dal matrimonio, dalla fondazione di una nuova e solida famiglia. Anche se l’asprezza dell’esistenza ha fatto quasi dimenticare le preghiere, l’anima rimane naturaliter christiana e si salva grazie all’amore. Il punto di svolta è quando Nastasia va a confessarsi e può quindi, rigenerata dal Sacramento, andare incontro alla nuova vita che le si apre.

Proprio quello che manca invece nella corrotta aristocrazia, la quale sprofonda nel fallimento morale e materiale. La bambina di nascita aristocratica, ma afflitta da un labbro leporino, abbandonata dagli irresponsabili genitori, si salva solo perché adottata da Thomas e Nastasia.

Piccola svista: come fa un fucile fabbricato nel 1777, a risalire all’anno ottavo della rivoluzione che invece sarebbe scoppiata dodici anni dopo? Ma è un errore insignificante che si potrà facilmente risolvere in una successiva edizione, sopprimendo i superflui riferimenti cronologici. Non bastava dire che si trattava di un bel fucile, moderno per l’epoca?

EMILIO BIAGINI


12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 165 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima doppia Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che ricostruisce in modo stupendo la vicenda del grande conquistatore mongolo Gengis Khan.

 Recens.FrancoForte-Gengis Khan copia

Segue una recensione del romanzo ad opera di Maria Antonietta Novara Biagini:

FRANCO FORTE, Gengis Khan, Edizioni Mondadori, Milano, 2014.

Siamo di fronte ad un capolavoro perfino più bello di Caligola. Tipica di questo autore è la capacità, ben presente in Caligola, di descrivere in modo efficace e accattivante la psicologia, lo sviluppo, il modo di vita di bambini e giovani, avvincendo l’interesse del lettore. Un’altra impressionante caratteristica di questo autore, anche questa notata in Caligola, sono le incursioni nel soprannaturale degli sciamani e di Gengis Khan stesso, stupende e di intensità quasi dantesca.

Già da giovanissimo, Temugin, che venne chiamato Gengis solo dopo la sua incoronazione a Khan supremo, dimostrò grande intelligenza. Durante un assedio ad una città riuscì ad introdurvisi, ne ammirò la bellezza e chiese a suo padre di non distruggerla, ma il genitore rispose che le città ostacolavano il libero spostamento delle greggi e la vita nomade dei mongoli e distrusse la città con un particolare tipo di fuoco greco che impiegava come combustibile grasso di cadaveri (il fuoco greco originario sembra invece che fosse alimentato da pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva). Viene qui esemplificato con efficacia uno dei tratti più significativi della storia mondiale: il contrasto fra agricoltura, città, vita stabile da una parte e il mondo nomade vivente di pastorizia e incursioni.

Notevole il modo con cui il geniale condottiero seppe trasformare un’orda di selvaggi in un corpo sociale e militare altamente organizzato, facendo loro conseguire una straordinaria efficienza militare. Se prima gli ordini si davano a voce, col rischio di grande confusione, egli organizzò un sistema di segnalazioni mediante bandiere colorate. Strutturò la cavalleria in unità di cento uomini (guran) che si muovevano all’unisono, in silenzio grazie alle segnalazioni con bandierine, terrorizzando il nemico proprio per questo loro silenzio, aprivano e chiudevano i ranghi secondo le necessità tattiche manovrando come un sol uomo e si potevano raggruppare in unità maggiori (tuman) di diecimila uomini, parimenti capaci di movimenti precisi. Istituì un servizio di corrieri, i corrieri-dardo per raccogliere il maggior numero di informazioni nel più breve tempo possibile. Acuto osservatore delle tecniche di altri popoli, adottò fra l’altro le potenti macchine da assedio dei cinesi dopo che ne ebbe conquistato il paese e, cosa ancor più importante, apprese la scrittura dagli uiguri ed imparò egli stesso a leggere e a scrivere, promulgando così una legislazione scritta (Jassa) per il suo impero e lasciando un’importante raccolta dei suoi saggi detti (Biliq), raccolti dal fedele guardasigilli uiguro Tata T’onga.

In religione tendeva alla tolleranza, mentre si faceva strada in lui la nozione di un dio unico a cui tutto è soggetto. Bello il senso della famiglia, l’affezione verso il padre e la madre, l’attaccamento alla propria terra, che gli fa rimpiangere sempre la yurta anche quando si trova nei luoghi più affascinanti. Volle essere sepolto nella sua terra e la corteo che trasportava il suo corpo uccideva tutti gli esseri viventi che incontrava, ma la maggior parte della gente non fuggiva: al contrario, si preparava in ginocchio sulla via della carovana, ritenendo un onore poter raggiungere un così grande capo nell’aldilà, tanta era la devozione che aveva suscitato.

Era poligamo, collezionava mogli da tutti i popoli sconfitti e giunse ad avere cinquecento concubine, ma la prima moglie Börte godeva dei massimi onori come consorte reale. Quando Gengis Khan morì, lei sola aveva diritto di avvicinarsi al feretro, ma pretese che la seconda moglie Ujsul, di cui era diventata amica inseparabile, vi si accostasse con lei.

La figura del condottiero che emerge dalle magistrali pagine di Franco Forte assurge a dimensioni epiche, dando luogo ad un romanzo di indimenticabile potenza.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


10
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 132 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un'agile presentazione dell'economia in generale e dei problemi economici odierni da pare di un grande economista che avrebbe fatto molto bene al mondo se solo i lacché del diavolo gli avessero permesso di lavovare:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2017) Mammone: Basta una Ferrari per dirsi ricchi? (intervista con Paolo Gambi), Pubblicato indipendentemente

Recens.E.Gotti Tedeschi-Mammona copia

 

Segue una sintetica recensione dell'opera, che dovrebbe essere in tutte le case:

 

Ecco uno spiritoso e divertente libro che non solo spiega egregiamente l’economia ai profani, ma suggerisce anche il modo per raggiungere la prosperità obbedendo al Vangelo e facendo quindi l’esatto opposto di quanto oggi viene fatto dai padroni del pianeta.

L’economia non è una scienza, in quanto non si basa su prevedibili legami di causa ed effetto. È difficile definirla e comunque non è un fine ma un mezzo. Non è né buona né cattiva; la si rende buona o cattiva a seconda di come la si usa. I santi usano il denaro per fare del bene, ma purtroppo c’è di mezzo il peccato ed è quello che porta molti ad usare il denaro per il male.

Considerare l’economia una scienza ignora il fatto che l’uomo ha tre dimensioni: produttore di reddito, consumatore, investitore. Delocalizzare la produzione per farla costare meno, come oggi si fa in Occidente, e aumentare il potere di acquisto per incrementare i consumi, finisce per uccidere l’uomo produttore.

Gustosamente polemica è la definizione del profitto in contrapposizione a certi luoghi comuni buonisti che lo considerano alla stregua di Mammona: il profitto è “quella cosa che papa Francesco sembra disprezzare, tranne quando Galantino gli fa vedere gli introiti dell’8 per mille (…) quella cosa generata dai giornali, libri e gadget che parlano di papa Francesco e Galantino”.

Se l’economia non è Mammona, chi è allora la vera Mammona? È la rivoluzione culturale. La cultura (distorta) infatti può essere molto più pericolosa del denaro mal usato. Il pensiero di Gotti Tedeschi si incontra qui con quello di Plinio Corrêa de Oliveira, autore del celebre ed illuminante saggio Controrivoluzione. In esso il pensatore brasiliano individua le quattro tappe di un diabolico processo inaugurato dalla falsa “riforma” protestante che, attaccando l’unità della Chiesa, preparò la strada alla rivoluzione francese, la quale a sua volta attaccò la regalità; la terza tappa della rivoluzione fu quella comunista che si scagliò contro la proprietà, e tutte contribuirono a preparare la quarta, ossia il Sessantotto, che scatenò l’attacco alla famiglia e alla stessa integrità della natura umana.

Gotti Tedeschi sottolinea, brillantemente, che tali assalti diabolici prendono la forma di eresie. L’eresia protestante, separando fede da opere corrompe lo spirito del capitalismo cattolico e provoca la reazione marxista, da cui la controreazione di opportunismo economico che nega le leggi naturali e afferma “virtù” aberranti come creare valore a qualsiasi costo negando i veri valori morali e generando un mondo globale ingestibile considerato “realtà”: ed ecco quindi l’oscuramento della ragione noto come relativismo, nemico della realtà autentica, nell’illusione che, persuadendo un numero sufficiente di persone, si riesca a trasformare la menzogna in verità riconosciuta.

L’eresia attuale è il malthusianesimo ambientalista, che ha fatto passi da gigante grazie al funesto Sessantotto ricordato sopra, e considera l’uomo non creatura di Dio ma cancro della natura. Ciò è ben diagnosticato nelle encicliche Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II e Caritas in veritate di Benedetto XVI, mentre Lumen fidei, pubblicata da Bergoglio ma sostanzialmente anche questa opera di Benedetto XVI, propone la prognosi ma viene ignorata.

L’economista con una visione morale non viene ascoltato, viene escluso dai grandi mass media, perché considerato un portasfiga. Si preferisce lo sviluppo consumistico e sempre più a debito. La responsabilità di ciò va condivisa tra classe politica e preti responsabili dell’insegnamento morale, ma in realtà quasi sempre irresponsabili. Gli economisti non hanno fatto altro che giustificare scelte a monte fatte da decisori di tutt’altra scuola e aspirazioni.

Gotti Tedeschi sottolinea la vanità degli intellettuali che disprezzano l’economia perché non sanno produrre. Economia reale è lavorare per produrre. L’economia finanziaria è stata inventata per finanziare l’economia reale. Purtroppo si è arrivati a eccesso di finanziamento e si è sostituita l’economia reale con una crescita artificiale, fondata su una smodata crescita dei consumi individuali e sempre più a debito invece che sulla crescita reale basata su una equilibrata crescita della popolazione: è proprio ciò che è successo negli ultimi cinquant’anni. “Quando prevale l’economia reale chi conta è la Confindustria, quando prevale l’economia finanziaria, prevale Wall Street”, è la lapidaria definizione di Gotti Tedeschi.

L’economia si fonda sul saper fare famiglia. Per questo c’è bisogno di un santo sacerdote che formi i fedeli e li spinga a fondare famiglie. Il greco “oikos”, radice di economia, vuol dire “casa”, cioè famiglia. Quello della casa è il mercato economico trainante. Purtroppo gli Stati odierni, giacobini e miopi, si preoccupano solo di far soldi per i comodi immediati dei bonzi di regime e della burocrazia, per cui considerano la casa esclusivamente un bene da tassare.

Nella rappresentazione gauchista si confondono i ruoli: l’imprenditore è diventato il bieco sfruttatore, il consumatore è affamato, lo speculatore arriva in Ferrari e salva la sorella dell’affamato. In realtà l’origine dei mali non è l’inequità ma il peccato che enfatizza avidità, egoismo e indifferenza. È la miseria morale a provocare miseria materiale, non il contrario. Il rimedio è cambiare il cuore dell’uomo attraverso il magistero, la preghiera, i sacramenti (se solo l’uomo accettasse di farsi guidare dalla Fede, ciò che appare purtroppo improbabile).

Così, invece, il nuovo ordine mondiale si fonda sugli stessi principi del comunismo: controllare dirigisticamente l’uomo nei suoi pensieri e azioni (e naturalmente succhiare in modo sempre più pesante, man mano che la popolazione invecchia e diminuisce sotto le spinte malthusiane). A questo punto la tanto strombazzata democrazia serve solo come specchietto per le allodole: i governi non si eleggono più, si cooptano. Se viene eletto un governo “controcorrente” viene subito commissariato. È un’illusione pensare che il mercato neoliberista predichi la vera libertà economica. Sono le lobby, le imprese transnazionali e i grandi fondi di investimento in equity a dirigere i governi.

Ma i poteri forti non si limitano a questo. Vogliono cambiare il modo di pensare, e quindi attaccano l’educazione: dal modello educativo fondato sul sapere il perché delle cose, con un solido fondamento umanistico, si è passati ad un modello all’americana basato sui casi, impoverendo la cultura e rendendo ignoranti e incapaci di pensare intere generazioni. Anche questo modello poi è diventato obsoleto: i problemi restano irrisolti, quindi regna la disoccupazione, il turbamento sociale, il regresso economico, mentre l’accentramento del potere controlla via Web le popolazioni smarrite.

 L’Italia? La sua grandezza l’avevano fatta grandi e geniali imprenditori, poi si è deciso che lo Stato era più bravo, equo e giusto del privato e si giunse all’economia mista, seguì poi la privatizzazione della parte pubblica e lì iniziò la fine. L’Italia sta bene, e non ha problemi col debito pubblico come si vorrebbe far credere ma a causa di demenziali politiche di austerity, con tasse in aumento e compressione dei consumi, imposte dalla UE, con la complicità di personaggi esaltati all’esterno del paese ma dannosi al massimo grado per l’Italia. Sono i paradossi del mondo globale che Benedetto XVI aveva ben capito, ma (proprio per questo) è stato messo da parte, mentre uno stolto o un furbastro pronto a ingoiare le fandonie di Wall Street, dell’Onu, di Francoforte e di Bruxelles non avrebbe dato fastidio e lo avrebbero lasciato indisturbato sul soglio di Pietro.

L’euro è una valuta imposta ai paesi europei che non possono garantire il proprio debito, alla scadenza, verso i sottoscrittori. L’esigenza di indebitarsi con una moneta comune crea conflitto e debolezza nella UE, che è guidata da paesi intolleranti verso i difetti di altri paesi e molto indulgenti verso i propri.

Ammirevolmente competenti e chiare sono, come si vede, le spiegazioni dell’economia moderna fornite da uno dei massimi esperti mondiali, che certo sarebbe stato in grado di fare molto bene all’Italia e al mondo, se solo le diaboliche forze all’opera a servizio dell’Anticristo lo avessero permesso.

EMILIO BIAGINI


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  • Emilio Biagini

    GUAI A VOI QUANDO TUTTI GLI UOMINI PARLASSERO BENE DI VOI

    Ascoltiamo i Vangeli. “Guai a voi quando tutti gli uomini parlassero bene di voi; poiché lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Luca 6, 26). E per contro: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
 Rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Matteo 5, 11-12).

    Infatti il mondo è del diavolo, che è l’autore della morte, l’unica cosa che Dio non aveva creato, e che Egli distruggerà nell’ultimo giorno. Quindi meglio essere invisi al mondo che lodati dal mondo. Non vi è paese dove i cristiani, su impulso del demonio, non siano perseguitati, con la violenza o con la calunnia e il dileggio. Ma le persecuzioni indicano solo che siamo sulla buona strada, sulla quale voglia Dio mantenerci.

    I comunisti persecutori sono sempre gli stessi, sotto qualunque maschera, ma, per salvarsi dal naufragio, causato dalla bestialità della loro dottrina, hanno cercato un nuovo padrone: la grande finanza usuraia, mondialista, abortista, assassina, omosessualista, che ha fatto alleanza con la morte e bestemmia nei Gay Pride, ma si offende per ogni osservazione men che servile.

    Ma è bene aspettare con pazienza, perché la giustizia non mancherà. Per quanto mi riguarda, abbraccerei volentieri quelli a cui non vanno a genio i miei libri e il mio credere e difendere la verità, quelli che hanno sparlato di me e cercato di recarmi danno, a scuola, all’università e altrove. O meglio, li abbraccerei, se non mi facessero un po’ senso.

     

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