Genova, 21 Giugno 2018 02.49





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

05
DICEMBRE
2017
Articolo letto 184 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Uno studio di profonda erudizione, piacevolmente scorrevole, ed estremamente attuale e necessario, sulle molteplici e deleterie eresie di Karl Rahner, ad opera dell'insigne teologo Padre Giovanni Cavalcoli.

Segue una recensione di Emilio Biagini

 

CAVALCOLI G. (2017) Karl Rahner. Il Concilio tradito, Verona, Fede & Cultura

 

 

 Ecco un libro che spiega in modo scorrevole e accessibile anche ai profani il groviglio di assurdità e di eresie del pensiero di Karl Rahner, purtroppo oggi molto influente presso un gran numero di teologi, meno tra i fedeli illuminati dallo Spirito Santo. Con prudenza e carità, profonda erudizione e dottrina, Padre Cavalcoli mette a nudo le false premesse e le disastrose conclusioni di Rahner, avvelenato dall’idealismo hegeliano e heideggeriano che lo porta a scivolare nel panteismo e nel protestantesimo, intossicato dal naturalismo massonico e da un buonismo insensato che nega l’eternità della pena per i peccatori impenitenti. La conclusione inevitabile è che il Magistero ha il dovere di attaccare frontalmente simili follie, sia pure con prudente gradualità, in modo da contrastare con decisione la deriva rahneriana.

Rahner porta alla dissoluzione della Verità evangelica, distorcendo il Magistero e tradendo il Concilio Vaticano II. Questo è stato un concilio essenzialmente pastorale che, non avendo promulgato alcun dogma, ma prodotto soprattutto estesi documenti di ricapitolazione delle verità già definite, è privo del rigore definitorio degli altri concili, e quindi si presta a varie e contrastanti interpretazioni. Se fosse stata accolta la supplica rivolta a Roncalli all’inizio del Concilio da numerosi illustri prelati per la proclamazione dei dogmi della Madonna Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie, le cose sarebbero con ogni probabilità andate in modo diverso, perché si sarebbero posti immediatamente dei paletti inamovibili di sacrosanta devozione per Maria Santissima, nemica dell’errore e vittoriosa sul serpente.

Purtroppo il “papa buono”, nella sua bizzarra persuasione che “la Chiesa non ha più nemici”, preferì accantonare la proposta, evidentemente per non turbare il mirabile dialogo ecumenico coi protestanti, aprendo la strada ad ulteriori cedimenti. La meritoria opera di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, nell’interpretare il Concilio in chiave ermeneutica di continuità, ha subito un netto capovolgimento nel presente pontificato, che tende piuttosto ad accettare le dubbie e contraddittorie proposte rahneriane.

Il testo di Padre Cavalcoli è comunque atto a fornire la base concettuale per l’indispensabile confutazione delle pericolose idee di Rahner, e dovrebbe essere letto e meditato in ogni seminario. È un libro che provocherà inevitabili reazioni da parte degli infatuati rahneriani, che si crogiolano nell’approvazione del mondo: il mondo sviolinante estatico dalle pagine delle gazzette, deliziato dall’idea rahneriana della salvezza universale, senza rischi di ustioni all’inferno, senza fastidiose rinunce ai propri vizi, senza neppure più l’idea di peccato. Contro gli infatuati occorre costantemente aver presente l’esempio di Cristo, che non ha mai cercato compromessi col mondo, fino alla morte di croce.

EMILIO BIAGINI


22
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 222 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un pregevolissimo studio dell'incontro con Dio del grandissimo Santo di Pietrelcina, ricco di spunti preziosi per la crescita spirituale del lettore.

 

GNOCCHI A. & TOGNETTI S. (2017) Padre Pio Santo Eremita. L’incontro con Dio sulle orme dei Padri del deserto, Verona, Fede & Cultura

 

Recens.Gnocchi  Tognetti-Padre Pio copia 

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

Questo pregevole libretto offre una prospettiva originale e perfettamente calzante su Padre Pio, inquadrandolo nella tradizione dei Padri del deserto. La pratica cristiana è più vigorosa in un clima di ostilità, mentre tende a rilassarsi nella sicurezza. Ciò è in accordo con il carattere del Fondatore, Gesù Cristo, che ebbe da combattere per tutti i tre anni del Suo ministero pubblico e patì infine la Croce per redimere l’umanità. Quando le persecuzioni finirono, nel timore più che giustificato di un intiepidirsi della Fede e la prospettiva dell’afflusso di neoconvertiti opportunisti, fra il IV e il VI secolo si assistette al fiorire dei Padri del Deserto, eremiti che si ritiravano nelle plaghe più desolate dell’Egitto, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione. La gente percorreva lunghi e disagevoli viaggi a piedi solo per udire una singola parola da uno di loro.

La superficialità laicista tende a considerare simili manifestazioni eccessive e fuori moda, preferendo la carità spettacolo, la misericordia gratuita e la lode del mondo. Il mondo merita invece solo di essere respinto e combattuto, in nome della totale sottomissione a Dio. Il monachesimo non è mai passato di moda perché Dio non può passare di moda. Colui che prega e contempla è infinitamente più utile di chi si affanna nel mondo. Le braccia alzate di Mosé durante battaglia coi madianiti decisero l’esito dello scontro: quando egli abbassava le braccia Israele retrocedeva e perdeva.

Il monachesimo pose radici sia in Oriente che in Occidente, ma in Oriente rimase più vivo. In Russia gli asceti cercarono solitudine non nel deserto ma nella foresta, dove fiorirono santi eccezionali, come Teodosio di Pečersk, Sergio di Radonež, Paisij Veličkovskij, Serafino di Sarov, Macario Glocharev, Partenio di Kiev, Teofane il recluso. Questi santi sapevano in anticipo ciò che il fedele che veniva a visitarli avrebbe detto, e questi si sentiva irresistibilmente spinto alla conversione. La trasparenza al divino veniva conquistata da questi santi con decenni di solitudine nella foresta.

Padre Pio aveva tale trasparenza al divino in massimo grado. Fin da giovane si consacrò alla giustizia divina per espiazione vicaria e per la salvezza anime. Era un’anima vittima che portava il peso del peccato del mondo, ed ottenne conversioni straordinarie. Notissime le sue stigmate, portate per cinquant’anni, notissimo il fatto che durante la Messa riviveva la Passione di Cristo, notissime le vessazioni che dovette subire da parte del demonio, nonché le persecuzioni e le calunnie di ogni genere cui fu sottoposto da parte delle autorità ecclesiastiche, specie sotto il campione dell’incontro col mondo, il “papa buono”, che diceva “la Chiesa non ha più nemici”, disobbedì all’ordine espresso della Santa Vergine di pubblicare il terzo segreto di Fatima entro il 1960, acconsentì al collocamento di microfoni spia nel confessionale di Padre Pio e lasciò mettere all’Indice gli scritti valtortiani.

Irresistibile è la tentazione di confrontare Padre Pio a Maria Valtorta, ella pure un’anima vittima consacratasi alla giustizia divina per la salvezza delle anime. Anche la veggente di Viareggio era dotata di discernimento delle anime, sia pure in misura minore: infatti sentiva quando un’anima era turbata e, spingendola a confidarsi, riusciva a prestarle aiuto. Padre Pio conosceva invece con grande chiarezza cosa si nascondeva dentro le anime e sapeva immediatamente cosa dire per aiutarle. Anche la Valtorta soffrì attacchi e persecuzioni sia dal demonio che dalle autorità ecclesiastiche. Due fari, asseriscono giustamente gli autori, orientano il cammino al tempo presente: Fatima e Padre Pio. Sommessamente, aggiungerei anche Maria Valtorta, la cui opera si diffonde continuamente in tutto il mondo vendendo milioni di copie e avendo già avuto oltre una trentina di traduzioni.

Questi due grandi mistici chiesero entrambi a Dio di non dare loro segni visibili: Padre Pio non fu esaudito, anzi Cristo gli rispose severamente che avrebbe portato le stigmate per cinquant’anni. La Valtorta invece fu esaudita: provò le sofferenze della Passione senza essere visibilmente stigmatizzata. Era l’unica grazia da lei chiesta al Signore per se stessa.

I due mistici non si incontrarono mai, ma, misteriosamente, Padre Pio conosceva molto bene Maria Valtorta. Un fedele chiese a Padre Pio di pregare per la Valtorta. Il grande santo di Pietrelcina rispose di conoscere la situazione, ma soggiunse: “Se potrò fare qualcosa sarà per la sua anima. Niente invece potrò per il suo corpo.” Infatti lei stessa si era offerta di soffrire nel corpo, e se ne fosse stata liberata, avrebbe di nuovo richiesto le sue pene. Mentre si svolgeva questo colloquio, presso Maria si avvertì, alla stessa ora. che fu poi verificata, una straordinaria ondata di profumo celestiale. Come Padre Pio, anche Maria Valtorta aveva intorno a sé profumi celestiali, che secondo i teologi rappresentano “odori del Paradiso”, i profumi dell’anima santa. Anche per Padre Pio, come per Maria Valtorta, venne inventata la calunnia che tenessero nascosti profumi.

Impossibile riassumere tutte le perle di saggezza di Padre Pio. Peschiamo qua e là tra il florilegio che ne danno gli autori, e che trovano esatta corrispondenza in molti degli insegnamenti impartiti dal Divino Maestro a Maria Valtorta. “L’unica cosa che ci invidiano gli angeli è la sofferenza e l’offerta”, ossia l’impossibilità di soffrire per Dio. I demoni “sono tanti che, se potessero assumere un corpo piccolo quanto un granello di sabbia, oscurerebbero il sole”. In una visione dell’aprile 1913, Padre Pio vide Cristo contemplare lo spettacolo dei numerosissimi preti tiepidi, che, con immenso dolore e disgusto, bollò come “macellai”.

 Non approvava i cedimenti al mondo, i compromessi della diplomazia e l’apertura ai servi del demonio. “Causa l’ingiustizia e il dilagante abuso di potere, – disse – siamo giunti al compromesso col materialismo ateo, negatore dei diritti di Dio. Questo è il castigo preannunciato a Fatima. Tutti i sacerdoti che sostengono la possibilità di un dialogo con i negatori di Dio e con i poteri luciferini del mondo, sono ammattiti, hanno perduto la fede, non credono più nel Vangelo. Il gregge è disperso quando i pastori si allineano con i nemici della verità di Cristo.” Parole tanto più significative di fronte all’attuale sfacelo postmoderno e postcomunista, ma tutt’altro che anticomunista, che mira alla disintegrazione della famiglia e dell’uomo, sull’onda lunga della bestialità sessantottarda.

Disse: “Questa è l’epoca della distruzione di tutti i valori.” “Confusione di idee e predominio di ladri.” “I nostri figli non avranno lacrime per piangere le colpe dei loro padri.” Aveva ben chiaro il fatto che Dio castiga anche su questa terra, un’idea che è anatéma per i deboli cervelli di oggi; a proposito dell’alluvione di Firenze, disse: “Sono flagelli. Beato chi sa comprendere.” Ben lontano dagli sdolcinamenti odierni di gratuita “misericordia” e di inferno “inesistente” o “vuoto”, disse : “O Dio, se tutti conoscessero la vostra severità, al pari della vostra dolcezza, quale creatura sarebbe così stolta che oserebbe offendervi?”

Quando, nel 1966, si parlò di nuove Costituzioni dell’Ordine, sbottò: “Tante chiacchiere e rovine!” E, presente il Definitore Generale dell’Ordine, esclamò: “Ma che state facendo a Roma? Ma che state combinando? Questi vogliono toccare persino toccare la Regola di San Francesco!” Infatti c’era, da parte di alcuni candidati all’ingresso nell’Ordine, la richiesta di un codice invertebrato e gradito al mondo. Il Definitore azzardò: “Si fanno alcuni cambiamenti perché i giovani non vogliono più saperne di tonsura, di piedi scalzi e anche di abito”. “Cacciateli via! – disse il Santo – Che, sono loro che fanno un piacere a San Francesco a prendere l’abito e la forma di vita, o è San Francesco che fa un dono a loro?”

Diede innumerevoli consolanti insegnamenti, per noi, gente che prega ma non ha certo gli slanci mistici dei santi. Disse infatti: “Dobbiamo essere perseveranti nella preghiera, anche se non sentiamo nulla. È la volontà che è premiata da Dio, non il sentimento.” Quando un tale gli confidò che riteneva che San Giuseppe fosse in cielo in anima e corpo, il Santo confermò: “Puoi crederlo.”

Pochi giorni prima di morire raccomandò di amare la Madonna, di farla amare e di recitare sempre il Rosario: una raccomandazione da tener presente in modo particolare in questi tempi sinistri di luteranizzazione antimariana in nome di un delirante “ecumenismo”. Di lui disse il Cardinale Giuseppe Siri: “quando nella storia appare qualche crocifisso, vuol dire che il peccato degli uomini è grande e che per salvarli occorre qualcuno che vada sul Calvario, rimonti sulla croce e stia lì a soffrire per i suoi fratelli. Qui c’è tutto il fatto di Padre Pio.”

Gli autori meritano lode per aver prodotto una sintesi tanto efficace ed intelligente del carattere e dei detti memorabili di Padre Pio. È questo un libro che merita di essere letto e meditato dai fedeli e nelle famiglie.

EMILIO BIAGINI


12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 168 volte

\ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che tratteggia con grande efficacia la caduta della grande civlità veneziana di antico regime:

 Recens.Sbuelz-Fragilit del leone copia

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ANTONELLA SBUELZ, La fragilità del leone, Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2016.

Questo romanzo rappresenta uno splendido affresco del crollo di una civiltà, condotto in modo elegante che dimostra le alte capacità narrative dell’autrice. Le descrizioni della natura, oltre a rivelare una profonda conoscenza della botanica, sono di delicata eleganza, a tratti quasi dannunziana.

La trama è condotta lungo due linee parallele, che alla fine si ricongiungono in un lieto fine che non ha nulla di forzato, ma scaturisce dalla naturale bontà dei due protagonisti, il pittore tedesco Thomas e l’adolescente Nastasia, poverissima e maltrattata dal mondo, che cerca di guadagnare qualcosa da mangiare per sé e per la famiglia facendo il pericoloso mestiere di contrabbandiera di tabacco.

Il grande e pienamente riuscito affresco storico è visto sia dal lato dei privilegiati dell’antico regime sia da quello dei poveri. I privilegiati non sono in grado di far fronte all’esistenza. Il senatore Alvise, corrotto ed effeminato, si sottrae alle sue responsabilità e ai debiti simulando il proprio suicidio e scomparendo. Sua moglie, dopo aver sedotto Thomas, parte per un lungo e irresponsabile viaggio senza ritorno, abbandonando la figlia.

A sopravvivere riescono invece i poveri. Tutti i più teneri episodi li vedono protagonisti: il disperato tentativo di Nastasia di imparare a leggere contrastato con brutale violenza ma che raggiunge comunque il suo limitato scopo, il cagnetto ferito che viene curato e adottato da Thomas e Nastasia, i primi commoventi tentativi di Nastasia di abituarsi a camminare con le sue prime scarpe esercitandosi in bilico su un tronco.

I nuovi tempi si annunciano, fra l’altro, col rifiuto dell’idea dell’inferno, quando il parroco di una chiesa di campagna, di cui il pittore Thomas andava restaurando gli affreschi, gli chiede di eliminare le immagini appunto dell’inferno, ritenute non più consone alle “magnifiche sorti e progressive”, come se cancellare un’immagine bastasse a sopprimere la realtà: ecco il principio del relativismo che fa capolino, e che sarà una delle piaghe dei tempi nuovi.

Il tramonto di una società aristocratica stratificata in ruoli ben precisi conduce verso l’ingannevole orizzonte di una maggior libertà individuale, secondo la demagogica triade giacobina liberté, egalité, fraternité. Il romanzo, ambientato com’è negli ultimi anni del sec. XVIII, mostra l’inizio di questo processo. Non mostra, ma non è suo compito, l’esito di questo rivolgimento sociale: con la disintegrazione della società organica e dei corpi intermedi, l’uomo si ritroverà isolato e come nudo di fronte allo Stato giacobino, nuovo feticcio succhiatore di tasse e portatore di sempre più rigidi controlli, impedimenti, lacci e lacciuoli.

Colpisce la miseria spaventosa del popolo di Terraferma sotto Venezia, quale nell’altra Serenissima, quella di Genova, pur ristretta fra mari e monti e con solo qualche fazzoletto di terra coltivabile, era invece impensabile. Il Genovesato conobbe una simile miseria solo dopo la brutale annessione al Regno di Sardegna: 1834, 1849, 1853, sono le date delle tre insurrezioni genovesi contro gli usurpatori sabaudi, insurrezioni sempre represse con la massima brutalità, poi ignorate e travisate dalla successiva storia scritta dai vincitori; le prime due miravano all’indipendenza, l’ultima fu provocata semplicemente dalla fame, fatto inaudito: nei sette secoli della Serenissima Repubblica di Genova mai si era verificato alcunché di simile. Anche da ciò si vede come i tempi nuovi dell’individualismo giacobino e dello Stato centralizzato erano molto peggio della società organica abbattuta dalla Rivoluzione.

Ma non tutto è perduto. La salvezza viene dalla Grazia, dalla confessione dei peccati, dal matrimonio, dalla fondazione di una nuova e solida famiglia. Anche se l’asprezza dell’esistenza ha fatto quasi dimenticare le preghiere, l’anima rimane naturaliter christiana e si salva grazie all’amore. Il punto di svolta è quando Nastasia va a confessarsi e può quindi, rigenerata dal Sacramento, andare incontro alla nuova vita che le si apre.

Proprio quello che manca invece nella corrotta aristocrazia, la quale sprofonda nel fallimento morale e materiale. La bambina di nascita aristocratica, ma afflitta da un labbro leporino, abbandonata dagli irresponsabili genitori, si salva solo perché adottata da Thomas e Nastasia.

Piccola svista: come fa un fucile fabbricato nel 1777, a risalire all’anno ottavo della rivoluzione che invece sarebbe scoppiata dodici anni dopo? Ma è un errore insignificante che si potrà facilmente risolvere in una successiva edizione, sopprimendo i superflui riferimenti cronologici. Non bastava dire che si trattava di un bel fucile, moderno per l’epoca?

EMILIO BIAGINI


12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 273 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima doppia Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che ricostruisce in modo stupendo la vicenda del grande conquistatore mongolo Gengis Khan.

 Recens.FrancoForte-Gengis Khan copia

Segue una recensione del romanzo ad opera di Maria Antonietta Novara Biagini:

FRANCO FORTE, Gengis Khan, Edizioni Mondadori, Milano, 2014.

Siamo di fronte ad un capolavoro perfino più bello di Caligola. Tipica di questo autore è la capacità, ben presente in Caligola, di descrivere in modo efficace e accattivante la psicologia, lo sviluppo, il modo di vita di bambini e giovani, avvincendo l’interesse del lettore. Un’altra impressionante caratteristica di questo autore, anche questa notata in Caligola, sono le incursioni nel soprannaturale degli sciamani e di Gengis Khan stesso, stupende e di intensità quasi dantesca.

Già da giovanissimo, Temugin, che venne chiamato Gengis solo dopo la sua incoronazione a Khan supremo, dimostrò grande intelligenza. Durante un assedio ad una città riuscì ad introdurvisi, ne ammirò la bellezza e chiese a suo padre di non distruggerla, ma il genitore rispose che le città ostacolavano il libero spostamento delle greggi e la vita nomade dei mongoli e distrusse la città con un particolare tipo di fuoco greco che impiegava come combustibile grasso di cadaveri (il fuoco greco originario sembra invece che fosse alimentato da pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva). Viene qui esemplificato con efficacia uno dei tratti più significativi della storia mondiale: il contrasto fra agricoltura, città, vita stabile da una parte e il mondo nomade vivente di pastorizia e incursioni.

Notevole il modo con cui il geniale condottiero seppe trasformare un’orda di selvaggi in un corpo sociale e militare altamente organizzato, facendo loro conseguire una straordinaria efficienza militare. Se prima gli ordini si davano a voce, col rischio di grande confusione, egli organizzò un sistema di segnalazioni mediante bandiere colorate. Strutturò la cavalleria in unità di cento uomini (guran) che si muovevano all’unisono, in silenzio grazie alle segnalazioni con bandierine, terrorizzando il nemico proprio per questo loro silenzio, aprivano e chiudevano i ranghi secondo le necessità tattiche manovrando come un sol uomo e si potevano raggruppare in unità maggiori (tuman) di diecimila uomini, parimenti capaci di movimenti precisi. Istituì un servizio di corrieri, i corrieri-dardo per raccogliere il maggior numero di informazioni nel più breve tempo possibile. Acuto osservatore delle tecniche di altri popoli, adottò fra l’altro le potenti macchine da assedio dei cinesi dopo che ne ebbe conquistato il paese e, cosa ancor più importante, apprese la scrittura dagli uiguri ed imparò egli stesso a leggere e a scrivere, promulgando così una legislazione scritta (Jassa) per il suo impero e lasciando un’importante raccolta dei suoi saggi detti (Biliq), raccolti dal fedele guardasigilli uiguro Tata T’onga.

In religione tendeva alla tolleranza, mentre si faceva strada in lui la nozione di un dio unico a cui tutto è soggetto. Bello il senso della famiglia, l’affezione verso il padre e la madre, l’attaccamento alla propria terra, che gli fa rimpiangere sempre la yurta anche quando si trova nei luoghi più affascinanti. Volle essere sepolto nella sua terra e la corteo che trasportava il suo corpo uccideva tutti gli esseri viventi che incontrava, ma la maggior parte della gente non fuggiva: al contrario, si preparava in ginocchio sulla via della carovana, ritenendo un onore poter raggiungere un così grande capo nell’aldilà, tanta era la devozione che aveva suscitato.

Era poligamo, collezionava mogli da tutti i popoli sconfitti e giunse ad avere cinquecento concubine, ma la prima moglie Börte godeva dei massimi onori come consorte reale. Quando Gengis Khan morì, lei sola aveva diritto di avvicinarsi al feretro, ma pretese che la seconda moglie Ujsul, di cui era diventata amica inseparabile, vi si accostasse con lei.

La figura del condottiero che emerge dalle magistrali pagine di Franco Forte assurge a dimensioni epiche, dando luogo ad un romanzo di indimenticabile potenza.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


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