Genova, 21 Giugno 2018 02.44





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

21
DICEMBRE
2017
Articolo letto 131 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


Meritevole dell'alto riconoscimento, è questo significativo documento di una realtà umana ed economica genovese ormai purtroppo tramontata per sempre:

 

Recens.Erika Dellacasa copia

 

DELLACASA E. (2012) I Costa. Storia di una famiglia e di un’impresa (Presentazione di Giuseppe Costa, Prefazione di Sergio Maria Carbone), Venezia, Marsilio

 

Leggendo il libro si è tentati di fare un paragone tra la Genova dell’epoca dei primi Costa e la Roma antica, quando vigeva l’onestà e la morigeratezza, quando regnava il principio “Deorum manium iura sancta sunto”. Questa solidità morale si fondava non su astratti principi etici, quali vengono banditi oggi per farsene beffe subito dopo nella gran Babele del relativismo, ma su una Fede cattolica fortemente sentita. La preghiera comune cementava la famiglia e la rendeva simile a una piccola Chiesa: proprio ciò che una vera famiglia deve essere.

Il forte senso religioso e morale che animava i Costa non era minimamente contrario all’attività imprenditoriale, perseguita con grande slancio. Una rigorosa vita cristiana e morale sosteneva un eccezionale coraggio d’impresa, dando un esempio di come si possa ottimamente conciliare la Fede con l’iniziativa privata e l’accumulo di ricchezza, in contrasto con le sterili teorie del pauperismo e del buonismo lacrimoso di certa deriva pseudo-cattolica. I Costa operarono fattivamente per il bene del prossimo con numerose e nobili iniziative di solidarietà cristiana, quelle che la sinistra ama chiamare “paternalismo”.

L’autrice ripercorre il complicato itinerario delle attività dei Costa, dal commercio dell’olio, al tessile, all’armamento navale, mettendo in rilievo anche l’alto livello estetico di queste iniziative. I Costa amavano il bello, e lo si vede dalla grafica pubblicitaria dell’olio ai magnifici tessuti d’alta moda, che giunsero a conquistare la stessa capitale della haute couture, Parigi. Lo si apprezza in modo superlativo nell’arredamento delle navi e nelle soluzioni grafiche dei vari marchi Costa. Non a caso, la famiglia dimostrò sempre il più alto apprezzamento della musica e dell’arte.

La forza dei Costa fu per lungo tempo il loro sempre crescente numero. Da matrimoni rigorosamente cristiani nacquero infatti numerosi figli, i quali in genere trovavano collocazione in ditta, cominciando l’apprendistato ai livelli più bassi. Il tutto era sostenuto da una salda solidarietà cristiana. Lo stesso alto numero di membri doveva tuttavia rivelarsi più tardi uno svantaggio: infatti non tutti, inevitabilmente, avevano le stesse doti imprenditoriali e manageriali.

Sindacati prepotenti, brigate rosse, sordità di una città che sempre più si ripiegava su se stessa nella falsa sicurezza delle famigerate “partecipazioni statali”, furono il contorno della crisi finanziaria generata dal prepotente avanzare degli squali della finanza che sempre più insidiò le aziende Costa. Genova, a parte qualche meritoria eccezione, si rivelò incapace di comprendere il valore delle loro iniziative.

Oltre alla storia della famiglia, il libro fornisce un’accurata analisi delle strutture societarie e delle trasformazioni a cui queste andarono incontro, per cui, oltre a porre in evidenza i lati umani e cristiani di questa eccezionale famiglia, offre pure uno spaccato sulla storia economica e sociale di Genova negli ultimi cento anni. E la Genova di oggi, dopo aver perduto trecentomila abitanti negli ultimi cinquant’anni, sotto l’inamovibile e fallimentare gestione della sinistra, esce devastata dal confronto.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


18
DICEMBRE
2017
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un avvincente giallo storico ambientato nella Milano del Cinquecento, al tempo del grande e santo Cardinale Carlo Borromeo e durante una tremenda epidemia di peste.

 

 

 

 

FRANCO FORTE, Il segno dell’untore, Edizioni Mondadori, Milano, 2012.

Questo stupendo giallo storico si svolge tutto in un giorno, il 12 agosto 1576. Mi ha subito colpito la descrizione della peste, potente, reale, superiore a quella del Manzoni. Molto ben presentato anche l’intrico delle autorità nella Milano dominata dagli spagnoli e sconvolta dal morbo. I personaggi sono scolpiti con efficacia, e le precise le descrizioni dell’ambiente, delle usanze e della moda testimoniano l’accuratezza dell’ambientazione storica. Il linguaggio dei personaggi, pur inevitabilmente modernizzato, è perfettamente consono all'epoca.

La trama intricata viene padroneggiata con somma maestria, e conduce ad una brillante ed inaspettata soluzione, sebbene rimangano inevitabilmente insoluti gli intrighi politici che stanno dietro alla catena di delitti, e che l’abilissimo investigatore, il notaio criminale Niccolò Taverna, scioglierebbe se il potere politico non glielo impedisse.

Si intuisce comunque che vi è una congiura volta a screditare il Cardinale Carlo Borromeo, mediante il furto della preziosa reliquia custodita nel Duomo in costruzione: un chiodo della Crocifissione. Il Cardinale, unico fra i personaggi dotati di autorità, zelante per la costruzione della grandiosa cattedrale, si rivela vero uomo di Dio, e la sua umanità contrasta con l’arroganza spagnolesca di tutti gli altri potenti.

Le tecniche investigative, nei limiti delle tecnologie dell’epoca, e quindi facendo a meno di impronte digitali e analisi del sangue e del DNA, ma con l’aiuto di una logica serrata, aiutata dall’intuizione, riuscivano ugualmente ad ottenere brillanti risultati.

L’epilogo, che si svolge quindici giorni dopo, mette in scena un enigmatico serial killer armato di balestra che assassina la gente per il gusto di uccidere, e la cui vicenda resta in sospeso, ad indicare l’ininterrotta catena di crimini che Niccolò Taverna è costretto ad affrontare, e al quale l’autore probabilmente dedicherà una prossima opera.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI


17
DICEMBRE
2017
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon e-book

Recens.Marcantonio Colonna-Il papa dittatore

Un saggio fondamentale per comprendere la grande apostasia che sta travolgendo tanti uomini di Chiesa:

 

MARCANTONIO COLONNA [pseudonimo] (2017) Il papa dittatore, Amazon, e-book

 

Ecco un libro che espone fatti, molti dei quali già ben noti, accanto a diversi altri meno noti, e che ha il grande pregio di sintetizzarli in modo efficace, così che scolpisce a tutto tondo l’immagine non proprio edificante del sedicente papa che sta tentando di scardinare la Chiesa (e che fallirà miseramente). Perché sedicente? Perché, a parte le molte eresie che già basterebbero a squalificarlo, la sua elezione è stata del tutto irregolare. Infatti il documento papale ufficiale di San Giovanni Paolo II, Universi Dominici gregis, che regola il conclave, vieta categoricamente, sotto pena di scomunica latae sententiae, ai cardinali elettori ogni forma di accordo preventivo o campagna elettorale. La scomunica colpisce anche il candidato che dà il proprio assenso a questa forma di sostegno. Un papa scomunicato, eletto da una cricca di scomunicati, evidentemente non può essere papa di fronte a Dio.

 

Bergoglio quindi non è papa, poiché la congiura a suo favore ci fu, ed egli non solo aveva dato il proprio assenso, ma attendeva con ansia il risultato. Già da arcivescovo di Buenos Aires aveva rivelato la sua ambiguità tipicamente argentina di marca peronista: dare ragione a tutti, non importa se di idee totalmente opposte; e infatti già allora era conservatore con i conservatori, estremista con i lugubri seguaci della cosiddetta “teologia della liberazione”. Tra il 2001 e il 2005 si compì la sua svolta a sinistra, che lo avvicinò a Martini e alla mafia di San Gallo, ma con tipica ambiguità sostenne apparentemente l’ortodossia, frenando al tempo stesso quelli che volevano opporsi con maggior energia alla svolta laicista del governo argentino, quando nel 2010 questo approvò il “matrimonio” omosessuale, e in tal modo vanificò l’opposizione cattolica lasciando tuttavia l’impressione di essere un difensore dell’ortodossia. Esattamente l’opposto del “sì-sì, no-no” evangelico.

 

Mentre stava per raggiungere i settantacinque anni che lo avrebbero costretto a ritirarsi, si verificarono le dimissioni di Benedetto XVI, che lo rimisero in gioco. Lo scandalo Vikileaks del 2012 aveva rivelato l’impotenza di Papa Ratzinger a controllare il caos delle finanze vaticane, nonché la spaventosa corruzione morale del Vaticano. Occorreva chi potesse bonificare la palude, e il conclave del 2013 si svolse in un clima di paura, che non è certo lo stato d’animo migliore per fare una buona scelta. Per giunta, Bergoglio, erede politico di Juan Peron, è stato eletto in base ad una votazione discutibile e in sospetto di nullità per vizio procedurale.

 

Abile manipolatore, con alle spalle un’esperienza come buttafuori di locali notturni di periferia prima di farsi prete, falso verso tutti e seminatore di terrore tra i suoi collaboratori, ama circondarsi di mediocrità che non gli danno ombra e che può facilmente controllare. Notevole la sua falsa umiltà, sempre manifestata in modo da attirare l’attenzione, fino a prendere ostentatamente la metropolitana di Buenos Aires portandosi dietro il fotografo per immortalare l’evento. La sua tendenza a ignorare le persone di rilievo per chiacchierare con gli umili, non è umiltà ma espressione di diffidenza e di severo controllo psicologico. Usando la sua rete di delatori nei punti chiave a Buenos Aires come a Roma, Bergoglio ha prodotto una vasta ragnatela di menzogne e di terrore.

 

Navigato politico, si è spregiudicatamente servito dei mass media per presentarsi come il grande riformatore. In realtà nella diocesi di Buenos Aires aveva ottenuto solo risultati disastrosi: uno spaventoso calo di adesione alla Chiesa e il crollo delle vocazioni sacerdotali e religiose. Su scala maggiore ha ottenuto i medesimi risultati a Roma. Alla sua elezione vi erano tre gravi problemi: 1) lo scandalo della Curia romana, 2) gli abusi sessuali del clero, 3) il disastro delle finanze vaticane.

 

La situazione era già grave al tempo di Pio XII, che non poté porvi rimedio. Aggiungo che i monsignori di Curia si guardavano bene dall’obbedirgli a tal punto che il Santo Padre una volta commentò: “Certo è che così io non ho degli aiutanti, ma dei Giuda” (Maria Valtorta, Lettere a Madre Teresa Maria, vol. II, p. 281). Sotto ogni successivo Papa, la palude vaticana andò peggiorando, perfino con San Giovanni Paolo II che era certamente un grande e santo papa, ma che trascurò interamente la fogna romana. L’unico che fece qualcosa fu Benedetto XVI, che destituì diverse decine di vescovi e centinaia di preti per il peccato contro natura, ma finì per dimettersi, sopraffatto da una situazione insostenibile (anche, sembra, per l’ostilità della venefica amministrazione Obama, che pare sia giunta ad impiegare hacker per bloccare i bancomat del Vaticano).

 

Ma Bergoglio non ha fatto assolutamente nulla, a parte le chiacchiere buoniste di “misericordia” e di “chi sono io per giudicare?” Costui ha messo tutti i poteri, incluse polizia e giustizia, nelle mani dei responsabili della corruzione, così che la manovra contro la corruzione stessa è stata ridotta a parodia dai funzionari corrotti. Vengono invece spietatamente perseguitati tutti coloro che tentano di denunciare la corruzione. Vi è un capillare spionaggio interno che passa al setaccio ogni e-mail e registra tutte le telefonate, e guai se qualcuno osa chiamare una ditta esterna per verificare le manomissioni del suo computer.

 

Bergoglio ha manipolato i Sinodi per la famiglia del 2014 e del 2015, sabotando la posta in modo che non pervenisse ai Padri sinodali il libro Permanere nella Verità di Cristo che difendeva la dottrina immutabile della Chiesa, e violando spudoratamente in tutti i modi le norme che regolano i Sinodi stessi. Nonostante l’opposizione della grande maggioranza alla “proposta Kasper” (che in termini ambigui suggeriva di avviare la Chiesa verso la tolleranza dell’adulterio e del peccato impuro contro natura, e minava il diritto dei genitori di educare i figli), i Padri se la sono ritrovata costantemente riproposta come se nulla fosse. Bergoglio e i suoi accoliti hanno forzato il Sinodo ordinario imponendo una disgregazione della pastorale, abbandonata all’arbitrio delle singole conferenze episcopali, in barba all’unità della Chiesa e all’ortodossia.

 

Successivamente “papa” Francesco ha pubblicato l’esortazione apostolica Amoris laetitia nella quale “apre” alla Comunione agli adulteri impenitenti. Quattro cardinali (Burke, Caffarra, Meisner e Brandmuller), sostenuti da numerosi altri prelati e da personalità laiche, si sono permessi di chiedere delucidazioni private alle quali non è stata data risposta; allora hanno pubblicato le loro richieste, i famosi dubia, anch’essi rimasti senza risposta. Bergoglio ha invece spinto i suoi complici a screditare i firmatari. Infine uno dei più fidi bergogliani, Coccopalmerio, si è degnato di riaffermare, lo scardinamento delle norme morali in nome di generici sdilinquimenti buonisti per le “famiglie ferite”, in base ai quali la legge naturale non sarebbe più vincolante, ma una semplice “fonte di ispirazione” (qualunque cosa ciò voglia dire). Mi permetto di commentare che si sente in ciò il sibilo del serpente che si finge “più buono” di Dio.

 

La Pontificia Accademia Pro Vita è stata poi erosa con la nomina a suo capo del carrierista Fisichella, cha ha dato subito l’impressione di essere favorevole all’aborto. Allontanato in seguito allo scandalo, è stato tuttavia ricompensato con la carica di capo del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Al suo posto è andato Vincenzo Paglia, sostenitore dell’educazione sessuale (che in pratica è corruzione di minorenni) e committente del noto affresco pornografico omosessuale blasfemo nella cattedrale di Terni. Bergoglio ha poi fatto piazza pulita nell’Accademia, con nuovi statuti, nuovi membri e la nuova direzione impressa dall’Amoris laetitia. Nel 2016, infatti tutti i membri sono stati licenziati ed è stata spalancata la porta ai non cattolici, mentre si è abolito il giuramento di fedeltà che obbligava i membri all’adesione alla dottrina cattolica. In parallelo a questa degna vicenda di normalizzazione bergogliana è stato pure messo all’angolo il Pontificio Istituto Teologico per Studi su Matrimonio e Famiglia: escluso dal Sinodo, e successivamente epurato.

 

Il “pontificato” di Bergoglio è all’insegna dell’ambiguità, ma è più che lecito il sospetto che tutto ciò non sia prova d’incertezza, ma nasconda un disegno ben preciso di snaturare la Fede e la morale. Se questa non è la grande apostasia e l’abominio della desolazione non si sa proprio come chiamarla. Siamo di fronte al “pastore idolo” che idolatra se stesso e maltratta il gregge mentre fa le moine ai lupi? Dice il profeta Zaccaria: “… ecco, io susciterò nel paese un Pastore che non si curerà delle pecore che periscono, non cercherà le disperse, non guarirà quelle ferite, non nutrirà le sane, ma mangerà la carne delle grasse, e strapperà loro perfino le unghial Pastore stolto che abbandona il gregge!” (Zaccaria 11, 16–17). E il Divino Maestro disse alla veggente Maria Valtorta: “Fra i grandi della Chiesa vi sarà demoniaca vendemmia come dice l’Apocalisse, ma la Luce non può morire anche nell’orrore della prova. Allora verrà il pastore idolo e per i vivi di quel tempo sarà un bene la morte.” (I Quaderni del 1943, 9 dicembre).

 

In effetti l’essenza della misericordia bergogliana è fatta proprio di maltrattamenti inflitti al gregge. Lo dimostra in modo lampante la persecuzione contro i Francescani dell’Immacolata che si attenevano rigorosamente al voto di povertà, celebravano la Santa Messa secondo il rito antico e attraevano un grandissimo numero di vocazioni, oltre a spingersi nella loro opera missionaria dove altri non andavano. La gente li seguiva e mostrava di preferirli agli altri ordini secolarizzati. Proprio per questo, sono stati commissariati, calunniati e distrutti, senza tener alcun conto della legge della Chiesa che prevede i principi della prova e dell’equo processo.

 

Per la distruzione dei Francescani dell’Immacolata non è stata fornita alcuna spiegazione, nessuna accusa credibile è stata formulata, a parte le calunnie fatte filtrare sulla stampa, in perfetto stile dittatoriale. Monsignor José Rodriguez Carballo, numero due della Congregazione per gli Istituti della Vita Consacrata e quindi secondo firmatario, dopo il proprio diretto superiore, del decreto di commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, ha un interessante curriculum. È stato la prima nomina importante di Bergoglio a meno di un mese dal conclave; i suoi “meriti”, nei dieci anni in cui è stato Ministro Generale dell’Ordine francescano, includono un grande scandalo finanziario, con frode e appropriazione indebita di decine di milioni di euro che avevano messo in ginocchio le finanze dell’Ordine, ed erano stati investiti in società offshore in Svizzera, coinvolte nel commercio di armi, nel traffico di droga e nel riciclaggio di denaro.

 

Su ordine di Bergoglio, il commissario imposto ai Francescani dell’Immacolata, padre Fidenzio Volpi, ha imposto sullo sventurato Ordine un vero regno del terrore, senza che mai venisse specificata e tanto meno provata alcuna loro irregolarità, e senza dare ai perseguitati il modo di difendersi, violando così le più elementari norme del diritto canonico. Volpi ha accusato Padre Mannelli di aver distratto fondi, una calunnia mai provata. Padre Mannelli ha risposto con una querela per diffamazione ottenendo piena soddisfazione dal tribunale di Avellino che ha imposto a Volpi di scusarsi e gli ha comminato una pesante multa. A tutte le personalità laiche indignate per il trattamento inflitto ai Francescani dell’Immacolata non è stata data alcuna risposta. È stato probabilmente costretto alle dimissioni un vescovo delle Filippine che aveva accolto sei frati dell’Immacolata fuggitivi, che avrebbero voluto rifondare l’Ordine nella sua diocesi.

 

Analoga persecuzione ha colpito le Suore dell’Immacolata, accusate di amare il Rito antico della Messa, di “pregare troppo” e di fare “troppe penitenze”. La Suore si sono appellate al Tribunale della Segnatura Apostolica guidato dal cardinale Burke, il quale ha dato loro ragione. Quattro mesi dopo Bergoglio lo ha rimosso dalla carica.

 

La vera causa della persecuzione contro i frati e le suore dell’Immacolata non è difficile da comprendere. Il loro enorme successo pastorale faceva sfigurare gli altri Ordini, che si erano adeguati alla deriva postconciliare, ed erano abbandonati dai fedeli, senza vocazioni e in pieno sfacelo. In altre parole, facevano risaltare il fallimento della Chiesa “progressista”.

 

Il caso dei Legionari di Cristo, dove realmente vi era del marcio, e non poco, sta in forte contrasto con la gratuita persecuzione e la macchina del fango scatenata contro gli innocenti Padri dell’Immacolata. I Legionari di Cristo erano stati fondati da Marcel Maciel, tossicodipendente e sessualmente promiscuo, che ha dedicato il tempo alle sue amanti e a rastrellare soldi. Essi sono stati sì investigati, ma nel modo più paterno e benevolo. La procedura era stata avviata nel 2005 da Benedetto XVI e chiusa all’inizio del 2014, poco dopo l’insediamento di Bergoglio. La ricchezza dei Legionari di Cristo è stata un importante fattore nell’occhio di riguardo riservato alle loro magagne. I Francescani dell’Immacolata erano poveri e contro di loro non si è avuto alcun riguardo, sebbene fossero innocenti.

 

Altro affare poco edificante è quello dei Cavalieri di Malta, ordine ospedaliero sovrano attivo in gran parte del mondo. Tutto è cominciato per la rivalità del gruppo tedesco, che non rispettava la morale cristiana, essendo coinvolto nella distribuzione di preservativi in America Latina, ed il Grande Maestro, Fra’ Matthew Festing, inglese che godeva della protezione del cardinale Burke. Si giunse così alla disputa su un grosso lascito amministrato da una fiduciaria di Ginevra, ben nota per la sua gestione in una serie di paradisi fiscali. Vi era una causa in corso tra l’Ordine e la fiduciaria ginevrina, che rischiava di far apparire il pesante coinvolgimento del Gran Cancelliere dell’Ordine, il tedesco Albrecht Boeselager, nella fiduciaria medesima. Boeselager venne costretto alle dimissioni, ma, per quanto dimissionario, e quindi a rischio di una esposizione dei suoi rapporti con la fiduciaria ginevrina, aveva modo di manovrare dietro le quinte, poiché suo fratello Georg era stato appena nominato al Consiglio di Soprintendenza delle Opere di Religione, in altre parole era diventato uno dei governatori della banca vaticana. Quindi Bergoglio intervenne, obbligando alla dimissioni Festing, mentre il Boeselager è stato reintegrato come Gran Cancelliere. Così, grazie alla “misericordia” bergogliana, l’uomo dei preservativi, sospettato di inosservanza dell’insegnamento morale della Chiesa, è stato premiato, e il superiore che aveva cercato di sanzionarlo ha perso la carica.

 

Questa vittoria non mancava di aspetti gratificanti per certuni: nel 1952 il Vaticano aveva perso una causa contro l’Ordine di Malta, ed aveva così la sua rivalsa; ma soprattutto gratificante era la vendetta di Bergoglio per l’opposizione che gli era stata manifestata da membri dell’Ordine quando era arcivescovo di Buenos Aires; e con ogni probabilità vi era pure vendetta per la sconfitta argentina nella guerra delle Falkland. Il vero risultato è stato quello di sostenere un colpo di Stato aristocratico nell’Ordine di Malta, essendo Boeselager e i suoi sostenitori tutti aristocratici tedeschi, esattamente l’opposto della strombazzata posizione di Bergoglio contro i privilegi. Ma il contraccolpo più significativo è stato l’indebolimento del Cardinale Raymond Burke, contro il quale Bergoglio aveva orchestrato una delegittimazione segreta fin dalla pubblicazione dei dubia. Infatti l’incarico di Burke come Cardinale Patrono dell’Ordine è stato sospeso, e Monsignor Becciu ha ricevuto la nomina di delegato speciale per dirigere l’Ordine stesso, in spregio allo status sovrano da questo sempre goduto. L’Ordine di Malta è stato quindi posto sotto tutela, e non è stato distrutto solo perché si è arreso. Vari giuristi italiani hanno osservato che, se tale era il rispetto che il Vaticano aveva per la sovranità, nulla poteva impedire allo Stato italiano di inviare la polizia a investigare sulle finanze vaticane. Né va dimenticata l’interferenza bergogliana negli affari interni italiani, non certo per esortazioni apostoliche al bene, ma per far rimuovere da Roma i duecento manifesti che lo satireggiavano e per fermare il camion vela che si permetteva (scandalo!) di riaffermare che i bambini sono maschi e le bambine femmine, e un altro camion vela che recava il ritratto del Cardinale Caffarra (dichiarato dai poliziotti “un eretico” perché si opponeva al “papa”). La dittatura di Bergoglio ci ha dato anche questo: i poliziotti italiani che trinciano giudizi teologici a vanvera.

 

Da Santa Marta, Bergoglio dispensa punizioni a quelli che gli sono antipatici e premia i suoi scherani. Prima della sua elezione era in urto con l’argentino Istituto del Verbo Incarnato, ed aveva antipatia per il vescovo di Ciudad del Este, in Paraguay, Monsignor Rogelio Livieres. Entrambi godevano di ottimo successo pastorale, evidenziato dal grande numero di vocazioni. Bergoglio, raggiunto il potere, ha disperso i loro seminaristi e distrutto il loro lavoro. Evidentemente anch’essi aderendo, come i Francescani dell’Immacolata, alla Tradizione e dimostrandone il successo pastorale contrastante con lo sfacelo progressista, andavano schiacciati per sopprimere scomodi termini di confronto.

 

L’atmosfera in Vaticano è divenuta irrespirabile. Prima di Bergoglio vigeva la consuetudine dell’“udienza di tabella”, che garantiva ai capi dei dicasteri vaticani due udienze papali al mese, che si svolgevano in clima amichevole per discutere i vari problemi. Bergoglio le ha abolite; pochissimi riescono a parlargli e in modo irregolare, in base al capriccio del despota. E questa sarebbe la “collegialità”. Il controllo della Segreteria di Stato sul resto della Curia è diventato più assoluto che mai. Cardinali e monsignori sono estenuati da continui rimproveri, sgarbate critiche pubbliche, licenziamenti e minacce. Per un certo tempo il Segretario di Stato Pietro Parolin è stato favorito, ma da qualche tempo Bergoglio si avvale di più del Sostituto di Parolin, Monsignor Angelo Becciu, strumento più adatto ai suoi scopi perché ha più da guadagnare dal suo padrone. È nello stile bergogliano non permettere che alcuno di senta troppo sicuro fra quelli che compiono il lavoro sporco per lui.

 

In un regime del genere, i prelati che godono del favore sono gli adulatori, come il cardinale Coccopalmerio che ha protetto il prete pedofilo Inzoli, e che si è avvalso come segretario di monsignor Luigi Capozzi, fino a quando costui è stato arrestato in un festino omosessuale a base di droga. O un affarista senza scrupoli come il cardinale Calcagno, il cui losco passato come vescovo di Savona non gli ha impedito di essere il responsabile del patrimonio della Chiesa. O il cardinale Baldisseri, abile manipolatore della “misericordia” nei Sinodi sulla Famiglia.

 

I cardinali in disgrazia sono quelli nei quali Benedetto XVI aveva posto la sua fiducia: Burke, Müller e Sarah. Anche Ouellet è stato messo in disparte perché troppo indipendente. Nell’estate del 2016, tre funzionari del cardinale Müller sono stati convocati da Bergoglio e licenziati con l’accusa di averlo criticato; il cardinale Müller ha provato a difenderli e, in un’udienza ottenuta dopo diversi mesi, si è lamentato che i tre erano tra i migliori del suo dicastero, ma Bergoglio ha respinto ogni protesta, concludendo: “Io sono il papa e non ha bisogno di dare spiegazioni per nessuna delle mie decisioni. Ho deciso che se ne devono andare e se ne devono andare.” Il cardinale Sarah è stato privato di tutti i suoi collaboratori alla Congregazione per il Culto Divino, sostituiti da ventisette nuovi membri, lasciando così il cardinale del tutto isolato. Questo modo di procedere rientra nel metodo di Bergoglio di dare assicurazioni prima di fare un brusco voltafaccia, attaccando quelli che ritiene suoi nemici per isolarli e lasciarli senza risorse. In questo trova sostegno nei suoi lacché, incaricati di minacciare scomuniche e privazioni della dignità cardinalizia.

 

La dittatura bergogliana non si basa soltanto sui lacché a sua disposizione in Vaticano, ma spazia per il mondo. Alcuni dei quarantacinque firmatari della lettera inviata il 29 giugno 2016 ai cardinali e ai patriarchi, nella quale si domandava loro di chiedere spiegazioni sulle proposizioni dubbie di Amoris laetitia, sono stati perseguitati, uno licenziato, un altro colpito da proibizione di parlare pubblicamente dell’esortazione “papale”, e così via; presumibilmente è stato risparmiato chi non era perseguitabile perché, in quanto laico, non era soggetto alla disciplina ecclesiastica. È da sottolineare che i firmatari chiedevano solo chiarimenti e non formulavano alcuna critica, ma sotto Bergoglio è vietato chiedere chiarimenti.

 

Alcuni zeloti papisti, evidentemente malati di papolatria, hanno costituito un Osservatorio per l’Attuazione della Riforma della Chiesa di Papa Francesco. Questo gruppo ha iniziato nel corrente anno accademico un controllo di tutte le pubblicazioni e lezioni del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, onde accertare se seguono le nuove direttive, prevedendo anche di interrogare gli studenti all’uscita dalle lezioni, con l’evidente intento di servirsene cone spie. In pratica non si deve proporre un “ideale astratto” di matrimonio, cioè il matrimonio cristiano, ma adattarsi alle “situazioni concrete”, cioè agli adulteri, ai divorzi, alle famiglie in pezzi, eccetera. È l’applicazione letterale della teologia della rivoluzione, che capovolge la teologia: non si parte dal dato e dal precetto rivelato per calarlo nella realtà e lottare contro il peccato, ma si parte dalla realtà piena di peccato per adattarvi la Rivelazione a comodo dei peccatori. Come già osservato, il diavolo vuole apparire più buono di Dio.

 

I risultati della mirabile “rivoluzione” bergogliana sono ben noti: estraniamento dei fedeli, crollo della frequenza alle funzioni religiose; e di certo il crollo sarebbe ancor più grave se tutti i vescovi e tutti i preti si comportassero in modo bergogliano, ma per fortuna ve ne sono ancora che tengono fede alla dottrina di sempre e sono seguiti dai fedeli. Le presenze alle udienze generali in Piazza San Pietro sono crollate da oltre cinquantamila nel 2013 a poche migliaia, e non vengono più fornite statistiche in materia dal 2016. Perfino in ambienti liberali si ammette il generale fallimento; gli stessi prelati che hanno spinto per l’elezione di Bergoglio sono ormai persuasi che si sia trattato di un tragico errore e pensano di farlo dimettere.

 

La scomparsa della Clinton dalla scena politica ha lasciato solo Bergoglio nel suo folle piano di coalizzare contro gli USA l’America Latina e l’Europa, a formare “la patria grande”. La Brexit ha lasciato soli Macron e la Merkel rannicchiati intorno al fantasma dell’ordine liberale e della cospirazione mondialista, senza contare che Africa e Islam vi sono assolutamente estranei ed ostili. Il governo statunitense ha probabilmente in mano le prove che l’Obolo di San Pietro è stato usato per sostenere la campagna elettorale della (abortista e filomosessualista) Clinton, e potrebbe decidersi ad usarle dopo il brutale allontanamento dal Vaticano di Libero Milone, personaggio vicino agli USA.

 

Ma Bergoglio è ancora fortissimo per il gran numero di sostenitori, e perché i nemici laici della Chiesa, che controllano i mass media, hanno investito molto su di lui, ed ora cercano di far passare la menzogna di un “papa” desideroso di riforme ma “impedito a metterle in opera” da una subdola opposizione interna. È chiaro invece che si tratta di un “papa” esclusivamente politico che sognava di diventare capo della sinistra mondiale. Non gli interessano né la dottrina né la liturgia, e non a caso non si inginocchia mai davanti al Santissimo. Si è formato in un Ordine come quello gesuita, squassato dal disastro del Sessantotto, e questo non l’ha certo formato in senso ortodosso e non gli ha ispirato riverenza di fronte al Mistero Divino. Dal modo come parla e agisce si direbbe che la sua formazione abbia molto risentito anche della sua già ricordata attività come buttafuori da locale notturno.

 

Tuttavia, se anche si riuscisse a deporre Bergoglio, o se la natura lo eliminasse, non si sa cosa potrebbe succedere, perché i cardinali da lui nominati sono una grave incognita e la mafia di San Gallo potrebbe far eleggere al suo posto Parolin, che sarebbe un’altra iattura. C’è solo da pregare che la nuova elezione si svolga sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, come dovrebbero essere tutte le elezioni papali, senza blasfemi accordi preventivi, contrastanti con la disciplina della Universi Dominici gregis.

 

Milita a favore dell’attendibilità di quanto rivelato dall’autore il fatto, già ricordato, che si tratta in gran parte di cose ben conosciute. Inoltre l’imponente apparato di note documenta passo per passo ogni affermazione.

 

A metà del volume, l’autore offre un’interessante galleria fotografica dei protagonisti e comprimari dell’edificante vicenda: la faccia di Bergoglio, sorridente da una parte e truce dall’altra come Giano bifronte, ed i suoi complici e lacché, i delinquenti pedofili da lui protetti, ed infine le sue vittime, cioè i pochi che cercano di difendere la Fede e la giustizia.

 

Questo libro andrebbe letto da ogni cattolico, ma soprattutto dai papolatri, quei sostenitori ad oltranza di Bergoglio che ritengono la figura del “papa” sempre moralmente inattaccabile, e accusano chi ne discute le mancanze come nemico della Fede. Costoro dovrebbero anzitutto informarsi sulla storia del papato, e rendersi conto che se da una parte vi sono stati Papi santi, ve ne sono stati altri che hanno causato immensi danni alla Chiesa: sul Soglio di Pietro si sono seduti fornicatori e assassini, nepotisti ed eretici. Il Papa è infallibile solo in rarissimi casi, codificati dal Concilio Vaticano I; in ogni altra occasione è un uomo fallibile come chiunque altro.

 

L’atteggiamento corretto da adottare è quello del Padre Dante, il quale univa alla venerazione per l’ufficio papale (“le somme chiavi”) ad un giusto giudizio sui papi negativi per la Chiesa, e infatti non esitò a metterne alcuni all’inferno, insieme a prelati e chierici. Proprio l’altezza della funzione sacerdotale e, a maggior ragione, di quella papale, fa sì che, se colui che la riveste cade, sprofondi peggio del comune peccatore. Ma in ogni caso, proprio il disastroso comportamento di molti consacrati è prova dell’origine divina della Chiesa: qualunque altra organizzazione, servita così male, sarebbe da tempo crollata, e invece resiste, e resisterà fino alla fine dei tempi ed oltre, come Chiesa trionfante. Questo insegna la teologia, e questo dice San Tommaso d’Aquino, rigorosamente seguito dal Padre Dante.

 

In conclusione, non è strano che un libro del genere sia stato pubblicato esclusivamente in forma elettronica. Qualunque editore che avesse osato stamparlo in forma cartacea, avrebbe sprecato il suo denaro perché le copie sarebbero state immediatamente sequestrate, senza contare possibili ulteriori spiacevoli conseguenze, visto il fatto che anche la polizia dello Stato italiano prende ordini da Bergoglio. E i soloni della sinistra laicista così pronti a latrare contro ogni interferenza vaticana, vera o presunta, davanti all’arroganza di Bergoglio, si comportano come le famose tre scimmiette: “Non parlare, non vedere, non udire”.

 

EMILIO BIAGINI


09
DICEMBRE
2017
Articolo letto 503 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

 

 

ANTONIO SOCCI (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

 

Segue una recensione di Emilio Biagini

 

SOCCI A. (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

Riscrivere in prosa l’Inferno dantesco per renderlo accessibile al lettore moderno, estraniato ormai dal grande Poema sia a causa di crassa ignoranza del cattolicesimo sia per le difficoltà linguistiche, è stata un’idea decisamente vincente di Antonio Socci, sviluppata con acume e accattivante semplicità di stile. Le note, mai eccessive né ingombranti, facilitano ulteriormente la comprensione.

Il libro si apre con una profonda introduzione che giustamente sottolinea la profonda venerazione del Sommo Poeta per la dignità papale e d’altro canto il fatto che i papi sono uomini e non vanno esenti, quando sbagliano, da critiche anche violente. Per questo l’Alighieri non esita a collocare all’Inferno papi e, a maggior ragione, vescovi e preti. In questo Dante ci è maestro di pensiero e di morale, ed ha molto da dire anche ai papolatri odierni, che non tollerano che si critichi il papa, da loro collocato su un piedistallo, come se non ci fossero stati papi delinquenti (come nel saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che generò la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei), e perfino papi eretici (Onorio II e Giovanni XXII, ad esempio).

Socci pone l’accento su Dante come veggente, e quindi sull’autenticità della visione. E perché non dovremmo credere che la “mirabile visione”, di cui il poeta fa cenno nella Vita Nuova, e che fu all’origine della Divina Commedia, non fosse autentica? Non è forse effetto di una visione, ad esempio, il profondo misticismo nella descrizione dantesca della “candida rosa” (Paradiso, XXXI, 1-15)?

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la ‘nnamora

e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape che s’infiora

una fïata e una si ritorna

là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

là dove ‘l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva

e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

che nulla neve a quel termine arriva.

E non a caso, una descrizione simile troviamo nella mistica veggente Maria Valtorta (Quaderni, visione del 6 marzo 1944):

Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina.

 

Di certo gli italianisti saranno pronti a pontificare che si tratta di un topos letterario, e che la Valtorta (la quale, peraltro, dice "vedo e odo", ed era persona di assoluta sincerità) non ha fatto che imitare Dante, mentre tutto indica invece che questi due grandi spiriti descrissero la medesima visione da loro contemplata. Nella loro abissale ignoranza del Vangelo e del cristianesimo, non è strano che i paludati commentatori accademici non capiscano né il Sommo Poeta né la grande veggente, e si perdano in piatte esegesi che tutto relativizzano in termini di “autocoscienza dantesca” o simili espressioni vuote.

 

Come anche i cultori di molte altre discipline “umanistiche”, gli italianisti spesso lavano il cervello degli studenti con il loro storicismo, il loro relativismo, la loro erudizione che gira a vuoto. Un italianista di mia conoscenza, che si dichiara “studioso di linguaggio dei giovani” (tipo “Aho, a burino, passame ‘na canna”), ha inventato il concorso “Adotta una parola”, per il quale la gente dovrebbe impegnarsi ad usare sempre una parola per non farla cadere in disuso; il mio suggerimento di adottare “frocio”, termine ruspante minacciato dall’avanzare del politicamente corretto, gli ha provocato convulsioni.

 

Un’altra collega disse di preferire a Dante il Petrarca perché apriva una nuova epoca, mentre l’Alighieri non faceva che chiudere quella precedente: un discorso penoso che ignorava il trascurabile fatto che la poesia dantesca è eterna, come è eterno il Cristianesimo. Il Petrarca, abile versificatore politicamente corretto senza una sola idea propria, fu incoronato poeta dal papa in Campidoglio. Al contrario, il padre Dante, in seguito ad una condanna al rogo (al rogo!) per le mene imperialistiche di un altro papa politicante e criminale, morì esule dopo aver vagare per decenni a provare “sì come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scender e salir per l’altrui scale”.

Una virtù va comunque riconosciuta agli italianisti: sanno fare il loro interesse. Provocano la scissione delle facoltà di Lettere facendo nascere facoltà di Lingue straniere, in modo da poter moltiplicare le poltrone; così, quando si trovano quattro ordinari di italianistica dove ne basterebbe uno, qualcuno di questi gentiluomini si trova con l’impegno di sole trenta ore d’insegnamento l’anno, per uno stipendio annuo che può superare i sessantamila euro netti. Complimenti, illustri colleghi, e buon sonno.

C’è da piangere a leggere certi eruditi commenti del Sacro Poema, lunghissime trecce di lana caprina lontane anni luce dal cogliere il valore universale ed eterno della Divina Commedia. A simili tromboni che pretenderebbero di commentare il Divino Poeta ho dedicato una poesiola che mi permetto di citare, così che questa sarà probabilmente l’unica recensione al mondo a contenere un sonetto.

 

Crudo commento d’infinita noia

da mala gente sanza religione:

contro giustizia e senno fa tenzone

e carte imbratta con maligna foia.

E quel che fieramente più m’annoia

e che per simil chiacchiere bestione

tal gente allori, cattedre, pensione

miete, e prebende, e ingrassa come troia.

Dalla cattedra sugge odio e veleno

il misero studente frastornato,

che studiar deve questa spazzatura.

Ed intanto ogni speme a lui vien meno:

per sempre resterà disoccupato,

perché quel ch’ha studiato è un’impostura.

 

Libero dal politicamente corretto e da qualsiasi paludamento accademico, questo libro di Antonio Socci è il miglior commento all’Inferno dantesco che mi sia mai accaduto di leggere. Un commento che andrebbe adottato e letto in tutte le scuole e le università, dove invece Dante si insegna poco e male, ignorandone l’aspetto fondamentale: la sua profonda verità cristiana. C’è solo da augurarsi che a questo bellissimo libro ne seguano presto altri due, dedicati al Purgatorio e al Paradiso del Divino Poema.

EMILIO BIAGINI


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Ve lo diciamo in lingua matematica
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e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
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