Genova, 19 Agosto 2017 01.52





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

18
GIUGNO
2016
Articolo letto 399 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

And the winner is …….

LAVÈRE J.-F. (2016) L’enigma Valtorta, volume secondo, Isola del Liri, Centro Editoriale Valtortiano (trad. d. francese)

Siccome non siamo del tutto convinti, per ragioni che illustriamo qui di seguito, si tratta di un'Aquila dimezzata.

 Jean-Franois Lavre-2 copia

Segue una critica dell'opera a firma di Emilio Biagini:

    Questo secondo volume del Lavère sulla Valtorta, ricalcando la traccia dell’Aulagnier (Avec Jèsus au jour le jour, 1994). ricostruisce la cronologia dell’intera vita di Gesù sulla base dei dati implicitamente introdotti dalla veggente descrivendo le condizioni astronomiche e climatiche.

Il Lavère afferma di aver verificato l’esattezza di più di 5.000 indizi cronologici nell’Evangelo, per lo più indipendenti l’uno dall’altro. La probabilità che si tratti di un caso sarebbe di 1/1084. Si tratta di un deprecabile errore di stampa (p. 101 nota). Avrebbe dovuto essere 1084 (dieci elevato alla ottantaquattresima, ossia 1 seguìto da 84 zeri). Per comprendere che significhi una cifra del genere, si tenga presente che 1070 (1 seguìto da 70 zeri) corrisponde al numero degli atomi che formano l’universo, mentre 1020 (1 seguìto da 20 zeri) è già superiore al numero di secondi intercorsi dal big bang in poi. Altissime probabilità contrarie ad un determinato evento (in questo caso il verificarsi casuale di un immenso numero di improbabili coincidenze) hanno dato luogo al concetto di inflazione statistica, che il Lavère però non cita.

Inoltre l’intero discorso dell’autore viene inficiato dal fatto che egli si basa, ai fini dell’analisi cronologico-astronomica, sul calendario gregoriano piuttosto che su quello giuliano in vigore all’epoca di Gesù, mentre la ricostruzione del De Caro, fondata sul calendario giuliano, ottiene risultati in miglior accordo con le date liturgiche basate sulla millenaria tradizione della Chiesa, ciò che è sicuramente miglior garanzia della stessa inflazione statistica.

Il Lavére sorprendentemente dà credito alla spiegazione laicista della traslazione della Santa Casa (p. 79), che sarebbe stata trasportata dalla Palestina dalla potente famiglia De Angeli, contraddetta dal fatto che la casa ha ancora le pietre unite da una malta particolare mescolata a cenere, del tipo usato in Palestina e mai in Italia. Un trasporto previo smontaggio avrebbe richiesto una ricostruzione una volta arrivate le pietre a destinazione, e naturalmente sarebbe stata impiegata malta locale. Il fatto che il Chartulariun culisanense, datato 1294, figuri la menzione di “Sanctas petras ex Domo Dominae Nostrae Deiparae Virginis ablatas” (foglio 181), che Niceforo De Angeli lasciò in eredità alla figlia, non significa affatto che si trattasse di tutte le pietre; è anzi piuttosto problematico immaginare che un pellegrino in Terrasanta andasse in giro con un simile carico; più probabilmente si trattava di qualche sassetto prelevato come reliquia.

Come quasi tutti gli studiosi della Valtorta, il Lavère si ferma all’analisi dell’Opera maggiore e non considera le opere minori che illuminano l’opposizione clericale alla Valtorta in modo assai più esauriente. In particolare andrebbero meditati a fondo l’epistolario (con Madre Teresa Maria, con Monsignor Carinci e con Padre Migliorini), il Libro di Azaria, i Quaderni e i Quadernetti, che raccolgono appunti e fogli sparsi della veggente. Preziose sono pure le testimonianze indipendenti della compagna della Valtorta Marta Diciotti e di altre donne che la conobbero, le cui testimonianze sono state raccolte dal Prof. Albo Centoni. Un’antologia dei principali testi in cui il Divino Maestro rivolge aspri rimproveri alla gerarchia, sia per il suo comportamento in generale sia per come veniva trattata la veggente, malata e bisognosa di assistenza materiale e morale, si trova nell’antologia curata dal CEV Santi e non santi. In essa si nota che i “santi” erano un astratto ideale, mentre “non santi” erano proprio i preti, in special modo quelli che erano a contatto con la Valtorta. Nonostante l’indegno comportamento clericale, la veggente non diede mai segno di ribellione e non cessò mai di essere una fedele obbediente e rispettosa. Solo, piangeva supplicando Gesù di attenuare i dettati di condanna ai chierici per evitare che la perseguitassero anche più.

Gli scritti citati documentano il trattamento privo di carità riservato a Maria Valtorta dalla gerarchia: un trattamento che è del resto perfettamente in linea con altri episodi di persecuzione contro chi riceveva rivelazione private. Basti come esempio quello della piccola veggente Adelaide Roncalli, di sette anni: la bambina, alla quale la Madonna era apparsa più volte, alle Ghiaie di Bonate, nel 1944, intimidita, terrorizzata, derisa e sballottata qua e là da Don Cortesi all’insaputa dei genitori, fu costretta a ritrattare e cacciata dalle Sacramentine, dove avrebbe dovuto entrare per ordine della Vergine. Dopo che la piccola fu moralmente seviziata a sufficienza e costretta a ritrattare la verità, il 30 aprile 1948, il vescovo di Bergamo monsignor Bernareggi emise il solito decreto di “non constat de supernaturalitate”. Solo grazie ai decreti sulla libertà d’informazione del Concilio Vaticano II, Adelaide Roncalli ha potuto riaffermare l’autenticità delle apparizioni.

Va riconosciuto senz’altro al Lavère il merito di essere stato il pioniere degli studi scientifici sistematici sulla Valtorta. Grazie alle sue ricerche è stato possibile dimostrare l’impossibilità che l’Opera valtortiana possa considerarsi un semplice romanzo. Studi specialistici più approfonditi, come quelli del De Caro e di altri valenti studiosi, potranno senza dubbio permettere una sempre migliore comprensione dell’“enigma Valtorta”.

Sotto il profilo strettamente editoriale va notato che, contro le buone norme, questo secondo volume è di formato del tutto difforme dal primo.

EMILIO BIAGINI


21
MAGGIO
2016
Articolo letto 764 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Una raccolta di conferenze di grande importanza e significato:

l'invito al risveglio dell'Europa cristiana da parte di uno dei più qualificati storici italiani.

ROBERTO DE MATTEI (2015) Europa Cristiana risvegliati, Roma, Quaderni della Fondazione Lepanto

Questo pregevole Quaderno della Fondazione Lepanto raccoglie tre autorevoli conferenze dell’insigne storico controcorrente Roberto De Mattei, noto per la sua fondamentale storia del Concilio Vaticano II, che oggi occorrerebbe rileggere e meditare, anche in considerazione dell’estrema attualità delle gravi implicazioni della parte ancora non ufficialmente rivelata del terzo segreto di Fatima finalmente portate all’attenzione dell’opinione pubblica dall’inquietante dichiarazione di Monsignor Ingo Döllinger.

Le tre conferenze riproposte in questo libretto sono state tenute rispettivamente nel Palazzo della Cancelleria a Roma, il 10 ottobre 2001 (a brevissima distanza di tempo dall’attentato alle Torri Gemelle), a Palazzo Pallavicini a Roma il 22 novembre 1986, e a Saint-Raphael il 1° ottobre 2011. Nell’insieme esse ripercorrono le tappe della difesa della Civiltà Cristiana dalla battaglia di Lepanto del 1571 fino alle imprese del grande principe Eugenio di Savoia, prestando particolare attenzione all’opera dei Papi nel tessere alleanze tra i principi cristiani per arrestare l’aggressione islamica.

A tali alleanze si sottrasse costantemente la Francia, di fatto alleata coi turchi, nel vano perseguimento di una supremazia europea che venne felicemente frustrata da una serie di sconfitte inflittele proprio dal principe Eugenio di Savoia. Il Re Sole aveva rifiutato al giovane principe un comando nell’esercito francese e dovette amaramente rimpiangere questo suo errore. Ancor più grave fu l’altro errore: l’aver rifiutato di consacrare la Francia al Sacro Cuore, come, per lume divino, lo esortava a fare Santa Margherita Maria Alacoque: un atto di disprezzo verso una grande rivelazione privata che fa il paio con la reticenza vaticana riguardo sia al terzo segreto di Fatima sia ad altri ammonimenti celesti per il bene della Chiesa, come quelli trasmessi dalla Beata Anna Caterina Emmerick e dalla perseguitata Maria Valtorta.

Ma nelle tre conferenze del Professor De Mattei vi è ben più. Vi troviamo sviluppato il concetto di guerra giusta che tende per sua natura alla pace, consistente nel ristabilimento dell’ordine cristiano. Giustamente l’autore individua come principale nemico quello interno: il disastroso relativismo, che rifiuta la distinzione tra bene e male, e si traduce in una tanatofila resa di fronte a nemici crudeli e determinati: lupi che certo non diventano agnelli quando si cerca vilmente di blandirli, siano essi assassini comunisti o terroristi musulmani. Un relativismo assurdo che pretende di far convivere tutto e il contrario di tutto: laicismo, femminismo, omosessualismo, islam, in un calderone di idee incompatibili che vengono imposte ai giovani dagli irresponsabili che controllano le istituzioni educative e i mezzi di comunicazione di massa. Un calderone che, in un futuro nemmeno troppo remoto, può soltanto esplodere con conseguenze disastrose.

Ho dei forti dubbi che il sacrosanto invito di Roberto De Mattei all’Europa a risvegliarsi verrà raccolto da un numero di persone sufficiente a fermare la corsa verso l’abisso, ma possiamo confidare nei miracoli, nella preghiera dei pochi che pregano e nell’intercessione della Vergine Santissima che già ha operato la prodigiosa conversione della Russia.


27
APRILE
2016
Articolo letto 377 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questo importantissimo saggio del coraggioso giornalista e scrittore MARIO GIORDANO:

MARIO GIORDANO, Profugopoli, Milano, Mondadori, 2016, € 18,50.

Questo interessante e documentatissimo libro si potrebbe pure intitolare “Gli apprendisti stregoni”, perché dipinge una realtà di degrado nazionale della quale dovremo pagare le amare conseguenze. È uno studio sull’immane scandalo dell’immigrazione selvaggia, un affare sul quale in Italia si sono buttati i personaggi più strani e inquietanti: operatori improvvisati allo sbaraglio, affaristi, colossi dell’“accoglienza” ai cosiddetti “profughi”, albergatori con poca voglia di lavorare, multinazionali, opportunisti, crimine organizzato, farabutti e sfruttatori vari, preti col vizietto che abusano di minori. In gran parte si tratta di figuri provenienti dalla sinistra laica o sedicente cattolica, ma tutte le tendenze politiche sono rappresentate. I profughi rendono più della droga e possono pure essere usati come manodopera gratuita, togliendo lavoro agli italiani.

Perché tanta gente si è buttata a pesce sull’affare dei “profughi”? Per lucrare sui finanziamenti statali, cioè sul denaro che il regime ci succhia con le tasse. Invece di darsi da fare per produrre reddito autentico, è meglio evidentemente attaccarsi alle mammelle statali. Società che faticavano a tirare avanti sono riuscite, grazie alle poppate da Mamma Stato, a raddoppiare, triplicare, decuplicare il fatturato; in molti casi sono diventate veri e propri colossi economici. I “profughi” sono oggetto di gare d’appalto, oppure assegnati “in trattativa privata” da prefetture o comuni.

E i poveretti sono contenti? Come no? Spesso e volentieri stipati all’inverosimile in strutture inadatte e fatiscenti, in condizioni indescrivibili di puzza e sudiciume, dove corrono coltellate e droga, e da cui talvolta partono incursioni criminali in case vicine e lontane. Non di rado i “profughi” vengono alloggiati in località turistiche di grande valore artistico, culturale e paesaggistico. Non mancano le proteste e i blocchi stradali, ogni tanto ci scappa la rissa e i feriti. I turisti scappano, i residenti si spaventano per l’invasione. Se qualcuno protesta, si fa presto: lo si taccia di “populismo” o “razzismo” (l’epiteto “fascista” è in declino e ha perso molto del suo potere deterrente).

Poi, perché questi “profughi” sono quasi tutti maschi giovani? In caso di guerra, non sarebbe più opportuno mettere al sicuro piuttosto le donne e i bambini? E “profughi” da che cosa? Se si va a vedere, quasi tutti vengono da paesi che non sono affatto in guerra. Non a caso, scarseggiando le giustificazioni valide, si comincia a parlare di “profughi climatici”, come se i (presunti) cambiamenti del clima fossero colpa del bieco capitalismo che deve porvi rimedio. Nel libro non si accenna a questo aspetto, ma può essere un buon spunto per una seconda edizione.

Il problema più grave, poi, è l’infiltrazione di terroristi islamici, di fronte alla quale il regime volta coscientemente la testa (o quanto ne rimane) dall’altra parte. Cosa devono ancora fare gli islamici per persuaderci che mirano apertamente a conquistarci? L’hanno affermato apertamente più di una volta che conquisteranno l’Occidente grazie ai ventri delle loro donne (mentre noi facciamo sempre meno figli), hanno proclamato che si impadroniranno di Roma e faranno di San Pietro una moschea, hanno perpetrato sanguinosi attentati, e i beoti che ci malgovernano si affrettano a chiudere gli occhi, così come li chiudevano di fronte al terrorismo comunista (sempre “sedicente”).

Pretendiamo di far convivere sullo stesso territorio tutto e il contrario di tutto: femminismo, omosessualismo, laicità estrema e islam, tutto insieme. Gli islamici ci disprezzano due volte: perché siamo cristiani e perché non lo siamo neppure più, e per loro l’uomo senza Dio è al di sotto del maiale (del resto, come dare loro torto?).

Frattanto andiamo perdendo il controllo del suddetto territorio: nel Centro-Nord d’Europa, a Londra, a Bruxelles, a Parigi, a Francoforte, già interi quartieri sono governati con la sharìa e la polizia dei vari regimi laicisti non vi entra; fra poco accadrà anche da noi. I poteri forti si affannano a distruggere la famiglia e le nostre radici cristiane, e così non abbiamo altro da opporre all’islam che una cultura tanatofila, una cultura della morte, una cultura del niente, pronta a disintegrarsi al primo urto perché già praticamente disintegrata.

Come ben sottolinea l’autore, questo aiutare gli altri a distruggerci è proprio delle civiltà giunte all’estrema decadenza. E non ci si venga a dire che è un’esagerazione. Non ci si venga a dire che è un discorso degno di Cassandra. Se i troiani avessero ascoltato la loro profetessa “verace sempre e non creduta mai”, Troia non sarebbe caduta.

EMILIO BIAGINI


21
FEBBRAIO
2016
Articolo letto 679 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a:

VITTORIO MESSORI, Patì sotto Ponzio Pilato, SEI, Torino, 1992.

VITTORIO MESSORI, Dicono che è risorto, SEI, Torino, 2000.

Segue un commento di Emilio Biagini.

MESSORI V. (1992) Patì sotto Ponzio Pilato? Un’indagine sulla Passione e morte di Gesù, Torino, SEI

MESSORI V. (2000) Dicono che è risorto. Un’indagine sul sepolcro vuoto, Torino, SEI

 

Per recensire libri come questi non è mai troppo tardi. Sono sempre di attualità. Due volumi che formano un tutto unico e rispondono con precisione, rigore e profonda erudizione ai molteplici attacchi contro la Verità rivelata, attacchi che, non provengono solo da nemici dichiarati ma, dolorosamente, proprio dall’interno del campo “cattolico”.

Alla critica biblica, con intenti distruttivi, dà la stura l’Illuminismo, ed è emblematica a questo proposito la figura di Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), un professore di Amburgo che sferra un pedante e sistematico attacco, tipicamente tedesco, contro ogni idea di soprannaturale, cominciando con quello testimoniato dalla Sacra Scrittura. Gesù sarebbe stato un semplice agitatore politico antiromano, crocifisso dopo il fallimento della rivolta.

 

 


 

 

Nata in ambiente incredulo, la critica biblica dilaga prima fra i protestanti e, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, anche tra gli studiosi che si dicono “cattolici”. Gli ipercritici delle varie confessioni esibiscono una ridicola idolatria della scienza, che, essi, bontà loro, sostengono, sarebbe “oggettiva” e “uguale per tutti”. I primi a negare una sciocchezza del genere sono proprio gli scienziati delle scienze più “dure” ed “esatte”. Sono invece gli “scienziati” delle discipline umanistiche a immaginare la scienza come qualcosa di superiore, capace di produrre certezze piramidali, che si imporrebbe come unica fonte di conoscenza. Così non fanno che trasformare la scienza in una forma di superstizione, che si chiama scientismo ed è la negazione della scienza autentica.

La figura di Gesù, d’altronde, è tale che dinanzi a Lui non si può restare neutrali, e anche questo contribuisce a smascherare le assurdità della cosiddetta critica “oggettiva” nata dal protestantesimo. È un caso classico di eterogenesi dei fini: i protestanti proclamavano di voler mettere la Sacra Scrittura in mano a tutti e hanno finito per farne un libro chiuso, riservato agli specialisti. Questi specialisti, con tanto di stipendio statale, sono obbligati, come tutti i tromboni accademici, a pubblicare studi e ricerche, originali quanto più possibile. I risultati sono spesso devastanti perfino in settori di ricerca secolari come la biologia e la medicina. Nel campo della teologia, dove ogni sforzo dovrebbe essere volto a conservare il Depositum Fidei, l’effetto non può che essere catastrofico. Ricordo che il mio venerato Maestro don Pietro Scotti usava citare il detto: “Theologus erat, fidem quidem habebat; o res miranda populo!”.

Dietro la frenesia ipercritica protestante sta l’ossessione dei tedeschi di liberarsi del Popolo eletto per mettersi al suo posto. Già Lutero si distingueva per un violentissimo antisemitismo, e fu Federico il Grande a far incidere “Gott mit uns” sulle cinture dei soldati. Con quella convinzione la Germania sfidò il mondo in due spaventose guerre mondiali, uscendone distrutta ma pronta a risorgere e ricominciare con la guerra, questa volta economica, e senza aver rinunciato all’ipercritica razionalista (vulgo demolizione) del Vangelo.

Ed ecco Rudolf Bultmann (1884-1976), “principe dei demitizzatori, che rifiutò di andare in Palestina perché “dell’ebreo Gesù nulla sappiamo e nulla ci deve importare di sapere”. Bultmann non fu molestato in alcun modo durante il periodo nazista e fu dipendente, quanto ad approccio filosofico, da Martin Heidegger, notorio amico e collaboratore dei nazisti. La Germania è infatti terra di filosofie e ideologie che segnano in modo disastroso la modernità. Marx e Freud erano ebrei ma profondamente tedeschi. Nietsche era “ariano” (per usare il termine allora in voga) e fu antesignano del nazismo, tanto che Hitler ne volle pubblicata l’Opera omnia e nel 1944 la morente RSI fece apporre una targa sulla casa di Torino dove Nietsche aveva abitato. Il Vangelo è stato dunque ridotto a ideologia, soprattutto ad opera dei tedeschi, con la loro enorme e minuziosa opera di “scavo”, ridotto a costruzione intellettuale secondo preordinate metodologie filosofiche e ideologiche.

Severi sono a questo proposito gli ammonimenti della Sacra Scrittura. Scrive Giovanni: “Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’Anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito…” (2a Lettera, 7 segg.). Un altro terribile monito viene da San Paolo: “Ed ecco, per la tua scienza va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!” (1a Corinzi 8, 11).

Con ragionamento serrato e solido, Messori esamina sotto ogni aspetto la Passione e la morte di Nostro Signore, dal tradimento di Giuda, alla figura di Barabba, ai due ladroni, all’intervento della moglie di Pilato in favore di Gesù, al carattere e al comportamento dello stesso Pilato, ad Erode Antipa, a Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, ad Anna e Caifa, a Simone Cireneo, alla cacciata dei mercanti dal Tempio, allo svolgimento della Passione, alla negazione di Pietro, alle ultime parole di Gesù sulla croce, alla scritta che sovrastava la croce di Gesù, al cataclisma seguito alla morte del Salvatore.

Messori sottolinea moltissimi casi di ciò che egli chiama “elementi di discontinuità”, ossia casi in cui, visto l’ambiente sociale in cui i fatti si svolsero, sarebbe stato logico attendersi un certo comportamento, mentre se ne riscontra un altro, inaspettato e “scandaloso”, ma che le Scritture della giovane comunità cristiana non potevano tacere neppure volendo, perché erano fatti universalmente noti e sarebbe stato facile verificare e smentire eventuali menzogne. Uno di questi casi, di enorme importanza, è il fatto che in tutti i Vangeli è raccontata la fuga generale degli Apostoli, con l’unica eccezione del più giovane, mentre le donne rimasero coraggiosamente al loro posto al fianco della Vittima. Nei Vangeli tutte le pessime figure toccano ai maschi, mentre le donne, con la sola eccezione di Erodiade (che però non ebbe nulla a che fare con la Passione di Cristo, ma piuttosto con quella di Giovanni Battista), dimostrarono sempre pietà, amore, coraggio. Questo in una società ferocemente maschilista come quella ebraica. Del resto gli ambienti ellenistici e romani non erano meno maschilisti. Le donne non potevano testimoniare nei processi, perché la loro testimonianza era giudicata senza valore, ma esse furono le prime a vedere il Risorto, e naturalmente gli uomini (che erano fuggiti) non credettero loro.

Da questo e simili esempi appare quanto false siano le prospettive razionaliste della Formgeschichte (Storia delle forme [letterarie]) e della Redaktionsgeschichte (Storia della redazione [dei Vangeli]), basate sull’idea che i Vangeli sarebbero stati elaborati tardi da un’anonima comunità cristiana: nessuna comunità scriverebbe dei resoconti storici dai quali appare evidente che le colonne portanti della comunità stessa si erano comportati in modo così vile, mentre lo stesso capo, la Pietra su cui doveva costruirsi la Chiesa, aveva rinnegato il Maestro ben tre volte, e non sotto pressione di tribunale o minaccia di tortura, ma semplicemente a causa delle chiacchiere di alcuni servitori. Lo stesso dicasi delle piccole divergenze dei diversi racconti evangelici, che non sarebbe stato affatto difficile far scomparire se questi fossero stati il risultato di un’elaborazione pianificata da parte della comunità cristiana primitiva. Non è così che si inventa, osserva il Messori.

Significative conferme all’analisi dei Messori vengono anche dalla già citata Valtorta: ad esempio a proposito del carattere debole e stupido di Ponzio Pilato, dell’identità del buon ladrone, del messaggio a Pilato da parte della moglie che secondo la Valtorta era effettivamente seguace di Gesù, e sulla questione di chi porti la maggior responsabilità per la tragedia della Passione.

Il Messori dimostra con argomentazioni cogenti l’errore dei razionalisti che vorrebbero dimostrare una volontà degli evangelisti di far gravare la responsabilità della condanna di Cristo sugli ebrei, mentre avrebbero cercato di sollevarne i romani per ingraziarseli. Non solo l’intero Nuovo Testamento è uno dei testi dell’antichità più ostili a Roma, ma la confessione ufficiale di fede cristiana, il Credo, di tutti i personaggi coinvolti ne cita solo uno: il Procuratore romano, mentre non parla né del Sinedrio né di Anna né di Caifa. Anche qui la Valtorta viene in aiuto spiegando che gli evangelisti non avevano alcun interesse a insistere sulle colpe degli ebrei più del minimo indispensabile, perché screditare l’ebraismo di fronte ai neofiti di origine pagana sarebbe stato controproducente, visto che la radice del cristianesimo era pur sempre l’ebraismo, che andava protetto in ogni modo, anche se persecutore (vedi il martirio di Stefano e quello di Giacomo, in cui i romani non ebbero alcuna parte).

Gli stessi antichi testi ebrei vanificano il tentativo attuale di lettura filo-ebraica che vorrebbe caricare l’intera colpa sui romani. Infatti un notissimo testo del Talmud babilonese recita: “Si appese Jeshu alla vigilia di Pasqua. E quaranta giorni prima l’araldo uscì (e gridò): ‘Egli esce per essere lapidato per magia e per aver traviato e allettato Israele. Chiunque possegga elementi a sua discolpa, venga e ce li illustri’. Ma non si trovarono elementi a sua discolpa. E alla vigilia di Pasqua lo appesero.” A sua volta, la biografia di parte giudaica Sefer Toledot Yeshu(ספרתולדותישו, The Book of the Generations/History/Life of Jesus) (X sec. ma probabilmente risalente a tradizioni del sec. VII) lo tratta come falso Messia legittimamente ucciso alla vigilia di Pasqua, dalle autorità ebraiche, senza alcuna menzione di intervento romano o di altri non ebrei. Il particolare del bando a Gesù pronunciato quaranta giorni prima della Passione è confermato dalla Valtorta, la quale aggiunge che questo bando venne redatto anche in forma scritta ed esposto in ciascuna delle oltre cinquecento sinagoghe di Gerusalemme e dintorni.

Vi è poi il problema morale della caduta, del tradimento e della sorte di Giuda. Forse che Gesù tendeva trappole ai suoi discepoli per farli cadere, o era così poco preveggente da non immaginare che quel discepolo era infido e pericoloso? A questo proposito, osserva il Messori (Patì ecc., p. 51): “anche il mistico ha forse qualcosa da dire”. A S. Caterina da Genova, a proposito dell’illimitata compassione divina, Cristo avrebbe detto: “Se tu sapessi quel che io ho fatto di Giuda…”. Ed ecco quello che si sentì dire l’altra S. Caterina, quella da Siena, dall’Eterno Padre, a proposito del maggior peccato dell’Iscariota, la disperazione: “Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia; perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro” (S. Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, c. 37).

Ma c’è di più: il bando pubblico attestato dal Talmud e dalle visioni valtortiane poneva le condizioni per l’arresto del Salvatore su istigazione di chiunque fosse disposto a fare la spia per conto del Sinedrio, spinto da odio o da bramosìa di ricompensa. Giuda, al contrario, avrebbe potuto anche non andare a Gerusalemme al tempo della Passione, potendo essere esentato dalla celebrazione per malattia (nel suo comportamento si riscontravano disturbi, dovuti a malattia mentale o possessione diabolica, o ad entrambe), come lo invitava a fare Gesù, nel racconto valtortiano. Ma il traditore, ormai deciso al mostruoso gesto, rifiutò quell’estremo tentativo di salvarlo.

Ecco una plausibile risposta a quei deragliati teologi che favoleggiano della “necessità” dell’Iscariota nel piano della redenzione e della finale salvezza del traditore, fra i quali si segnala Don Angelo Gramaglia nel suo sgangherato libello contro la veggente Maria Valtorta: una chiassata vergognosa dalla quale appare come il Gramaglia consideri l’Iscariota il più calunniato e il più simpatico degli Apostoli. In realtà la stessa Valtorta, nella sua preziosa rivelazione privata, pubblicata dapprima come Il Poema dell’Uomo-Dio, e successivamente col titolo (non proprio felice) L’evangelo come mi è stato rivelato, ha ben spiegato il ruolo della tragica figura di Giuda: un esempio per i futuri direttori di anime onde esortarli a sopportare anche i peggiori soggetti e a non lasciare nulla di intentato per salvarli. L’Iscariota, infatti, come appare dalla narrazione valtortiana, era non solo traditore fin da principio (tradì anche Simone di Endor e Sintica, costringendoli a separarsi dolorosamente dal Maestro e a rifugiarsi ad Antiochia), ma anche ladro e dedito a pratiche spiritiche, ossia sataniche, lussurioso e, perfino nel comportamento spicciolo di tutti i giorni, perfettamente insopportabile, tanto da mettere a dura prova tutti quelli con cui aveva a che fare; né riuscì mai a pentirsi.

Un altro serio problema è lo “scandalo” per l’invocazione di Gesù: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Parole che non si inseriscono in alcuna dogmatica cristiana. Esse vennero riportate solo perché erano state realmente pronunciate davanti a testimoni indipendenti e non era possibile negarle. Come spiegarle? Una spiegazione convincente è offerta dalla Valtorta: il Padre aveva veramente abbandonato il Figlio, perché si era caricato di tutti i peccati del mondo per redimere l’umanità, era perciò divenuto “abietto” agli occhi del Padre. In pratica il Figlio si era frapposto tra noi e la giustizia, accettando di esserne colpito al posto nostro: in tal modo era divenuto anima vittima per espiare i peccati dell’umanità. Questo già si vede nell’agonia del Getsemani, dove l’Uomo-Dio era rimasto solo a lottare contro Satana che lo tentava dicendogli che il suo sacrificio era inutile, che lasciarsi arrestare e torturare a morte sarebbe stato un’offesa alla sua Divinità e una mancanza grave verso sua Madre, obbligata a soffrire con Lui; secondo il tentatore, Cristo avrebbe dovuto difendersi, ricacciando coloro che venivano ad arrestarlo. Il Redentore vinse la tentazione con uno sforzo tale da sudare sangue, e la vinse con la sua parte umana, iniziando così la redenzione, poi perfezionata nel seguito della Passione. Così narra la Valtorta, che ha avuto dell’agonia del Getsemani diverse visioni, poiché il Divino Maestro non ha voluto mostrarle tutto in una volta, in modo che vi si abituasse a poco per volta, tanto atroce era l’insieme.

Un solo punto nella complessa e ottimamente argomentata analisi del Messori appare, a mio avviso, meno soddisfacente: la Madonna – scrive l’autore – non avrebbe toccato il cadavere del Figlio per non contaminarsi. Anche Giuseppe di Arimatea e Nicodemo non avrebbero toccato il cadavere per la medesima ragione. Ma dopo una simile tragedia, chi davvero amava Gesù avrebbe fatto caso a simili cose? Era un nuovo mondo, ormai, e nulla poteva più essere come prima. Alla morte di Lui perfino gli elementi sembravano essersi ribellati, i giudei che Lo avevano insultato fuggivano battendosi il petto, perfino i soldati romani avevano riconosciuto che era il Figlio di Dio. La Valtorta riporta che Nicodemo disse: “Il sabato è morto.” Il vecchio ebraismo non aveva più presa su chi più era stato vicino alla Vittima e l’aveva amata.

Un altro punto su cui si potrebbe discutere è la modalità della Via Crucis: secondo l’opinione pressoché generale i condannati portavano solo il patibulum, il braccio orizzontale della croce. La Valtorta vide invece una croce intera, e descrisse dettagliatamente le modalità della crocifissione: i condannati venivano inchiodati (o legati) con la croce distesa a terra; questa poi veniva innalzata e inserita in una delle apposite fosse scavate in cima al monte Calvario; tali fosse erano normalmente riempite di sassi, e venivano svuotate per l’inserzione delle croci quando necessario.

Altro punto degno di attenzione è l’anno della crocifissione. Messori dà per scontato che l’anno più probabile sia il 30 d.C., seguendo comprensibilmente l’ipotesi più accreditata. Ma è recentissima notizia che l’analisi dei dati astronomici introdotti nella sua narrazione dalla Valtorta come semplici descrizioni del cielo, senza che la veggente si rendesse conto del loro valore scientifico, hanno permesso al fisico Liberato De Caro di accertare, mediante sofisticati programmi di calcolo astronomico basati sulle effemeridi, che l’unico anno di crocifissione compatibile con la ricostruzione computerizzata delle posizioni degli astri all’epoca di Gesù è il 34. La complessa analisi, pubblicata nel 2015, dal titolo I cieli raccontano, vol. 2° (Isola del Liri, CEV); è di immenso interesse anche perché ha rivalutato tutte le date liturgiche, dall’Immacolata Concezione in poi, tramandate da tempo immemorabile dalla Chiesa e spesso ritenute, dagli ipercritici, artificiose e false.

Questi dettagli e aggiornamenti in base alle ricerche più recenti, non inficiano la validità della monumentale opera del Messori, estremamente persuasiva, e che dimostra una profonda erudizione e un’alta capacità logica. Significativi i suoi rilievi su diversi infelici passaggi nella traduzione CEI: ad esempio, Luca dice che alla morte di Gesù toù elíou eklipóntos, dove il verbo ekléipo in senso intransitivo significa “mancare, venir meno, cessare” e non “entrare in eclissi”. Invece la CEI traduce “il sole si eclissò”, mentre la traduzione esatta sarebbe invece “il sole venne meno”. Anche la Valtorta (o meglio il Divino Maestro che le dettava) rileva come in duemila anni la gerarchia ecclesiastica non ha saputo produrre traduzioni tali da eliminare equivoci pericolosi per la Fede, come ad esempio l’accenno ai “fratelli” di Gesù.

Il saggio successivo, Dicono che è risorto, magnifico e molto ben documentato, fa corpo col precedente, formando con esso un unico blocco, così come il “Mistero pasquale” stesso forma un blocco solo, costituito dai tre eventi chiave: Passione, Morte e Risurrezione. Questa unità, spesso sottovalutata, è oggi fortunatamente riscoperta, grazie anche ai movimenti carismatici.

Continuano ad essere protagoniste le donne: è a loro che appare il Risorto, anzitutto la Santissima Vergine. Eroicamente Ella fu l’unica conservare la Fede nella risurrezione. Non a caso, un’antichissima tradizione lega a Maria il giorno del sabato quando, tentata alla disperazione dal demonio che le insinuava che Gesù non sarebbe risorto, sola fra tutti e straziata dal dolore, conservò la fede, mentre tutti gli altri, a cominciare dagli apostoli, erano disanimati. La terribile prova da lei sostenuta è magnificamente descritta da Maria Valtorta. Questo completamento della Passione fa di Maria Santissima la grande Corredentrice.

L’autore riafferma, come nel volume precedente, l’importantissimo fatto che le donne non potevano testimoniare in alcuna causa perché “stolte, rissose, lunatiche”, come dice il libro dei Proverbi, e perché, come afferma l’Ecclesiaste, “è preferibile un uomo malefico a una donna benefica”. Nella Passione, Morte e Risurrezione, invece, esse sono testimoni di tutto. Paolo rincara la dose: “Nelle assemblee le donne tacciano”. Nella Prima ai Corinti, composta intorno al 50, Paolo dice che il Risorto “apparve a Cefa e quindi ai Dodici, in seguito apparve a più di cinquecento fratelli (…) quindi a Giacomo (…)”. Nessuna traccia di sorelle.

Secondo una certa critica sarebbe Paolo e non Cristo l’inventore del cristianesimo, e gli ebrei, mentre hanno attenuato la polemica contro Gesù, che forse poteva essere Messia ma non Dio, sono implacabili contro il “traditore” San Paolo che ha osato proclamarlo Dio, annunciandone la risurrezione, ancor prima che fossero redatti i Vangeli. A parte l’eccezione dei sadducei materialisti, gli ebrei credevano nella risurrezione, ma a quella generale, alla fine dei tempi, mentre non concepivano che il Messia dovesse risorgere singolarmente. Lo conferma anche la Valtorta: gli apostoli stessi non credevano affatto che Gesù dovesse morire e risorgere. Perfino dopo la risurrezione pensavano alla ricostituzione del regno di Israele.

Convincente è la spiegazione del Messori delle differenze tra i diversi Vangeli, in gran parte dovute ad esigenze apologetiche. Ad esempio, Matteo scrive per i giudeo-cristiani e, onde evitare il rischio che non sappiano staccarsi dalla vecchia legge, sottolinea che Gesù si mostrò nella sua gloria non in Giudea, ma nella disprezzata Galilea. Luca, al contrario, non ha alcuna difficoltà a parlare della glorificazione di Gesù in Giudea, poiché scrive per gli ellenisti che occorreva convincere che la salvezza viene dai giudei. Costoro disprezzavano tutti i non ebrei, e non ne facevano mistero, venendo inevitabilmente ricambiati della stessa moneta. Ciò è ben illustrato, del resto, da molti episodi dell’opera valtortiana, in cui emerge spesso la profonda antipatia che contrassegnava tutte le civiltà antiche e di certo non è affatto nata col cristianesimo.

Ai pregiudizi confessionali degli ipercritici si aggiunge la persuasione che l’uomo “moderno” non potrebbe accettare il miracolo, in quanto “adulto” e “critico”. A ben guardare, questo non è che un mito, comodo per tutelare le posizioni dei teologi, fra cui purtroppo anche quelli cattolici, che hanno costruito intere carriere accademiche spaccando razionalisticamente il capello in quattro. Il mitico “uomo moderno”, in realtà, se non crede più alle verità di Fede, Risurrezione e miracoli inclusi, non diventa certo più razionale; al contrario crede a tutto. L’abbandono della fede non ha portato le masse ad affinare il ragionamento, ma all’idolatria. E infatti si giunge all’ambientalismo, all’animalismo, al veganesimo, vere forme di idolatria della terra e degli animali.

L’esplosione di fede incrollabile, fino al martirio, degli apostoli e dei discepoli, un momento prima confusi e atterriti, si spiega solo con la risurrezione, con l’aver visto (e toccato) Cristo risorto. Di fronte a questo fatto si infrangono tutti i tentativi di fare credere che tutto fosse opera di “allucinazioni”, di “rumori nella notte”, di “improvvisi entusiasmi”, come Renan e tanti altri dopo di lui hanno voluto far credere.

Un punto non secondario è che per la guardia al sepolcro vennero impiegati gendarmi ebraici, e non dall’inizio, ma dopo un certo tempo. La delegazione ebraica presentatasi a Pilato affermò: “Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: ‘Dopo tre giorni risorgerò’…” (Matteo 27, 63). Perché quel “ci siamo ricordati”? Perché contromisure ad evitare il furto del cadavere non furono adottate immediatamente? Con argomentazione serrata e convincente, l’autore evidenzia come i farisei che spesso avevano disputato con Gesù, dovettero informare i sadducei, che non credevano alla risurrezione finale. Erano un piccolo ma potentissimo gruppo che poco si occupava del “profeta” galileo e poteva non essere informato quanto i farisei su tutto ciò che Cristo aveva detto. Il Sinedrio dovette decidersi a chiedere che il sepolcro venisse sorvegliato solo dopo che farisei e sadducei si furono consultati.

Di particolare significato è la rivisitazione dei versetti del Vangelo di San Giovanni che trattano della tomba vuota (Giovanni 20, 5-7). Secondo la traduzione ufficiale della CEI, l’evangelista, chinatosi, vide “le bende per terra”, mentre secondo don Antonio Persili, che ha dedicato l’intera vita allo studio del testo, l’originale keímena tà othónia dovrebbe tradursi come “le fasce distese”. Le fasce sarebbero dunque distese, intatte, non manomesse, non sciolte. Era assolutamente impossibile che un corpo uscisse dalle fasce senza scioglierle e scomporle, semplicemente rianimato o asportato che fosse. Inoltre le othónia keímena vengono nominate tre volte e i geometri dell’antica Grecia usavano quel termine nel senso di “figura in piano, orizzontale”. A contrario la sindón era in posizione rialzata: allà chorís entetligménon, un’espressione che viene tradotta dalla Cei con “ma piegato a parte”, e invece dovrebbe essere “ma al contrario avvolto”. Ossia il sudario si trovava in posizione diversa da quella delle fasce, non in un luogo diverso, a parte. Infatti eis éna tópon, che la Cei traduce “in un luogo a parte” andrebbe tradotto “in una posizione a parte”. Dunque, fasce distese sulla pietra sepolcrale, e sudario pure disteso sulla medesima pietra, ma sollevato come se avvolgesse ancora qualcosa, mentre non avvolgeva più nulla. Fasce sparse a terra e un sudario piegato a parte avrebbero anche potuto essere lasciate da intrusi che avessero portato via il corpo, e non avrebbero assolutamente avuto ugual potere probante: mai avrebbero spinto Giovanni a scrivere che “vide e credette”.

Doveva quindi essere accaduto qualcosa di straordinario, una smaterializzazione: infatti il Risorto entrava a porte chiuse, attraversando i muri. La smaterializzazione pare sia avvenuta con un lampo di energia, le cui tracce sono state effettivamente riscontrate sulla Sindone; le fasce che avevano avvolto il corpo, più pesanti, si afflosciarono, mentre il sudario, più leggero e “inamidato” dall’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò sollevato, apparendo così a Pietro e Giovanni “in una posizione unica”, che modellava la forma del corpo che vi era stato avvolto. Il lampo di luce venne visto e descritto dalla Valtorta come una sfera di fuoco che precipitò dall’alto ed entrò nel sepolcro.

L’episodio di Emmaus pone uno spinoso problema alla ricerca geografico-storica. L’autore espone le contrastanti identificazioni con Nicopolis, distante quasi 30 km da Gerusalemme, e con el-Qubeibeh, che ne dista 13 km. Sembra che scavi compiuti nel 2001 confermino l’identificazione valtortiana di Emmaus con Ammous, a 6 km da Gerusalemme, una distanza percorribile a piedi in un’ora, e la meglio compatibile con gli spostamenti dei discepoli in quel pomeriggio. La più accreditata identificazione precedente era con l’antica Nicopolis (Imwas), ma difficilmente i discepoli di Emmaus avrebbero potuto percorrere, nel breve tempo di un pomeriggio, la distanza fra Gerusalemme e Nicopolis e ritorno.

Con serrato ragionamento l’autore demolisce i miti dei Vangeli apocrifi e soprattutto l’assurda teoria di un Gesù “sepolto nel Kashmir”, propagandata dal movimento islamico settario degli Ahmadis. La risurrezione di Gesù sarebbe stata in realtà un rianimazione, dopo di che il redivivo si sarebbe spostato in Asia orientale: si tratta di un mito nato con l’illuminismo che cercava società non cristiane che permettessero di dimostrare “la miseria, il fanatismo, l’oscurantismo della Bibbia giudeo-cristiana”. A somiglianza di Lutero, Voltaire nutriva un viscerale odio antisemita, ed era pure un feroce razzista che sosteneva che l’origine dei negri fosse dovuta ad accoppiamenti fra donne e scimmie.

Correttamente Messori sottolinea che non è compito delle scienze storiche dare la fede, ma esse possono investigare i presupposti storici della fede, come la tomba vuota e le apparizioni del Risorto in carne e ossa. Il tema dell’Ascensione è invece “secondario” nella Tradizione. Viene descritta solo da Luca, mentre gli altri evangelisti la danno per scontata. La materialità visibile, infatti, aveva un’importanza relativa, data la certezza sua presenza invisibile del Redentore e la sua protezione dal Cielo, secondo la chiusa di Matteo: “Ed ecco io sono con voi fino alla fine del mondo”.

La forte evidenza a favore della storicità dei Vangeli non disarma purtroppo i distruttori, e quel che è peggio è che questi sono ben annidati proprio all’interno della Chiesa. Ne sono esempio le mostruosità insegnate da Uta Franke-Heinemann, figlia del presidente della Repubblica Federale di Germania dal 1969 al 1974, convertita dal protestantesimo al cattolicesimo, la prima donna abilitata all’insegnamento universitario della teologia e costantemente sostenuta da un episcopato tedesco evidentemente deragliato. Autrice di libri spaventosi come Eunuchi per il regno dei cieli e Così non sia, in quest’ultimo afferma che “i cristiani non sono che crudeli nemici della vita, veneratori della croce, smarriti in un crampo penitenziale, uccisori nemici del mondo, fanatici, uomini che hanno urgentemente bisogno di una redenzione: e, cioè, di una religione dell’uomo.” E altrove, nel medesimo libro: “attraverso la sua religione da sacrificio umano, il cristianesimo ha sostituito la parola di Gesù con una teologia da boia e arriva addirittura a una blasfema affermazione da assassino, quando sostiene che Dio voleva redimere l’umanità attraverso questa morte in croce”; e arriva a definire i Vangeli “quel complesso di favole neanche originali e con un finale dell’orrore.”

Teologi di questo genere, intenti solo a demolire, non mancano purtroppo neppure in Italia. ne è esempio il già citato don Pier Angelo Gramaglia, cultore di parapsicologia e feroce valtortofobo, ossia nemico e odiatore assoluto della Valtorta, ma in realtà ostile alla Sindone, a Padre Pio, e a qualunque cosa sappia di cristianesimo, e vero e proprio diffamatore della benemerita opera di Vittorio Messori che abbiamo illustrato.

Cristianità, 237-238 (1995) riporta infatti la seguente nota: “Contro l’opera di Vittorio Messori viene diffuso uno scritto diffamatorio di don Pier Angelo Gramaglia, docente di patrologia presso il Seminario di Torino, dal titolo Vittorio Messori: il cristotologo [sic] narcisista, inserito nel suo Gesù Cristo nella cultura laica, 2 voll., presso l’Autore, Torino 1993, vol. II, pp. 486-495. In tale scritto don Pier Angelo Gramaglia si scaglia con espressioni di inaudita volgarità e violenza contro Vittorio Messori e contro il volume Patì sotto Ponzio Pilato? Un’indagine sulla Passione e morte di Gesù, definendola ripetutamente “idiota” e coniando perfino i neologismi “idiotissima” e “straidiota” (op. cit., p. 494). Altri sostantivi e aggettivi utilizzati da don Pier Angelo Gramaglia per qualificare il volume o le tesi di Vittorio Messori sono “fanfaronate” (ibid., p. 486), “romanzetto a fumetti” (ibidem), “buffonaggine” (ibid., p. 488), “stupidità” (ibid., p. 489), “trovate demagogiche” (ibidem), “bravate” (ibid., p. 490), “prodezze da saltimbanco” (ibidem), “indecente” (ibid., p. 492), “capolavoro di stupidità demagogica” (ibid., p.493), “limite massimo delle idiozie filologiche” (ibidem), “sceneggiata” (ibid., p. 494). Quanto all’autore, Vittorio Messori viene qualificato come “intellettuale cattolico denutrito” (ibid., p. 489) o, più semplicemente, “un pazzo” (ibid., p. 494). Dopo avere osservato che “[...] Vittorio Messori non è tuttavia ingenuo [...]” e coltiva “[...] un subdolo secondo fine [...]”, che è quello di diffondere il “concordismo” a proposito dei Vangeli (ibid., p. 491) o, peggio ancora, l’”apologetica” (ibid., p. 493), don Pier Angelo Gramaglia conclude che “[...] sarebbe d’altronde eccessivo pretendere che egli [Vittorio Messori] riesca a svolgere con correttezza professionale anche solo una attività di informazione, quale esigerebbe il suo cosiddetto mestiere di giornalista” (ibid., p. 494).”

La nota prosegue: “Cristianità e Alleanza Cattolica — oggetto a loro volta in passato degli strali di don Pier Angelo Gramaglia, impegnato a difendere le tesi di un progressismo e di un dissenso cattolico che si credevano scomparsi da anni — hanno già avuto occasione di denunciare le polemiche deliranti condotte dal sacerdote torinese contro bersagli cattolici e non cattolici, non risparmiando neppure il Pontefice Giovanni Paolo II, accusato di “demagogia” (Idem, G. I. Gurdjieff e la quarta via, Tipografia Saviglianese, Savigliano [Cuneo] 1989, p. 6), e perfino la Santissima Vergine, a proposito della quale, esprimendo il suo scetticismo sulle apparizioni mariane, scriveva nel 1985: “Per principio, non ho difficoltà a credere alle apparizioni della Madonna; mi riservo solo di misurare il quoziente intellettuale dei suoi vari interventi, per vedere di volta in volta se progredisce” (Idem, Verso un “rilancio” mariano? Voci d’oltreterra, Claudiana, Torino 1985, p. 60). Cristianità ha pure denunciato i difetti di stile e di sostanza di don Pier Angelo Gramaglia nelle sue opere in tema di nuovi movimenti religiosi, che hanno indotto in gravi errori quanti le hanno incautamente seguite e citate (cfr. Massimo Introvigne, “La Civiltà Cattolica” e i Mormoni, in Cristianità, anno XXII, n. 234, ottobre 1994, pp. 17-27, in particolare pp. 24-25 e nota 42, a proposito di opere di don Pier Angelo Gramaglia).

“Di fronte agli insulti gratuiti che colpiscono ora anche un autore tanto benemerito per la cultura cattolica come Vittorio Messori, Alleanza Cattolica rileva che le opere di don Pier Angelo Gramaglia hanno ormai oltrepassato la soglia del mero cattivo gusto per trasformarsi in sequele di villanie gratuite, affabulazioni ripetitive e fantastiche dove si coltiva l’insulto per l’insulto come c’è un’arte per l’arte.

“La ripetizione ossessiva e maniacale degli stessi epiteti, mentre solleva seri dubbi sulle condizioni mentali dell’autore, non può tuttavia non indurre a chiedersi se — dopo oltre un decennio di offese e di villanie da parte di don Pier Angelo Gramaglia nei confronti dei più diversi soggetti — non sia opportuno un intervento dell’autorità ecclesiastica, per evitare che la pubblica esibizione di scurrilità — per tacere delle tesi soggiacenti — da parte di un sacerdote e di un professore di seminario nuoccia all’onore della Chiesa che a ogni fedele cattolico è anzitutto caro.”

Non si può che concordare in tutto e per tutto con questa sacrosanta protesta a sostegno di uno dei più validi scrittori cattolici italiani, che tanto ha fatto per indagare la storicità dei Vangeli e difendere la Fede contro i distruttori.

EMILIO BIAGINI


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