Genova, 28 Maggio 2017 01.01





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

25
MAGGIO
2017
Articolo letto 23 volte

 ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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 Abbiamo il piacere di insignire l’autore delle celebri opere sottoindicate del prestigioso riconoscimento della Quadrupla Vipera di latta:

GRAMAGLIA P.A. (1978) L’uomo della Sindone non è Gesù Cristo, Torino, Claudiana

GRAMAGLIA P.A. (1981) Le ultime “scoperte” sulla Sindone, Torino, Claudiana

GRAMAGLIA P.A. (1985a) Confronto con i mormoni, Casale Monferrato, Piemme

GRAMAGLIA P.A. (1985b) Maria Valtorta. Una moderna manipolazione dei Vangeli, Casale Monferrato, Piemme

GRAMAGLIA P.A. (1985c) Verso un “rilancio” mariano? Voci d’oltreterra, Torino, Claudiana

GRAMAGLIA P.A. (1991) Esoterismo, magia, cristianesimo, Casale Monferrato, Piemme

GRAMAGLIA P.A. (1996) Lo spiritismo, Casale Monferrato, Piemme

GRAMAGLIA P.A. (1997) Analisi critica del mito di Padre Pio, Torino, stampato in proprio

SEGUE UN BREVE COMMENTO, SCRITTO IN FRETTA E TRATTENENDO LA NAUSEA, DEL PROF. EMILIO BIAGINI:

Tutta l'opera e i "ragionamenti" (si fa per dire) del mefitico Don Gramaglia puntano ad un solo obiettivo: distruggere tutto ciò che sa di Grazia divina, di Cristianesimo, di misticismo, per esaltare solo ed esclusivamente se stesso e la sua presunta erudizione. Niente si salva, né la Sindone, né il Santo Padre Pio XII, né la grande e santa veggente Maria Valtorta, né la stessa Santissima Vergine, né San Padre Pio, che questo individuo continuò ad insultare e a calunniare fino alla vigilia della beatificazione. Gli insulti sono il pane quotidiano di questo essere, continui, monotoni, ossessivamente ripetuti, con una volgarità e una malvagità veramente rare.

Perfetto prodotto del progressismo postconciliare, questo individuo è l'odio fatto persona. Ma, attenzione: le idiozie con le quali costui imbratta le carte non sono poi lontanissime dagli isterismi contro il misticismo e contro le rivelazioni private esibiti da esimi rappresentanti della cosiddetta Tradizione, perché l'astio con tutto ciò che sa di misticismo, di profezia dei "piccoli" urta tutti i nuovi farisei, orgogliosi delle loro lauree in teologia, dei loro studi, dei loro libri, e lontanissimi dall'umiltà evangelica. Siano essi progressisti o tradizionalisti, tutti costoro erigono una ideale barriera trasversale su cui sta scritto: "Non constat de supernaturalitate, non constat, non constat, non constat, non constat...". Non constat mai, perché l'invidia li divora. "Perché è toccato a costui e non a me?"

Vecchi e nuovi farisei ugualmente si scandalizzano se un "piccolo" osa parlare. "Ma chi è questo falegname di Nazaret, che si permette di insegnare a noi del Tempio?" "Chi è questa povera semiparalitica di Viareggio che si permette di parlare di cose che competono a noi e a noi soli, e che non vuole nemmeno ammettere di essersi inventata tutto, così che non possiamo sfruttare commercialmente i suoi Scritti?" (perché oltre all'invidia c'è anche l'avidità, e fior di paludati monsignori della Curia romana si dichiaravano pronti ad approvare l'Opera valtortiana per la pubblicazione, in cambio di robuste mazzette).

Nausea fate, luridi farisei, che date scandalo e fate di tutto per condurre la Chiesa alla rovina, respingendo e insultando le voci celesti e chi cerca di difenderle. Voi che vi pascete e non pascete il gregge a voi affidato. Voi che maltrattate il gregge e fate moine ai lupi.

Alle persone sane, raccomando di leggere LA GRAMAGLIADE, pubblicata a puntate in questo stesso sito, dove le sconcezze gramagliesche vengono messe alla berlina e dove, in appendice, si parlerà anche, con nomi e cognomi, di altri farisei nemici della Valtorta e del suo Divino Maestro. Buon divertimento.


24
MAGGIO
2017
Articolo letto 9 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questa fondamentale opera di storia della scienza di Francesco Agnoli, del quale abbiamo già avuto occasione di apprezzare altre due sue importanti opere:

IL MISTICISMO DEI MATEMATICI

 

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AGNOLI F. (2012) Il misticismo dei matematici. Da Pitagora al computer, Siena, Cantagalli

Questa nuova opera di Francesco Agnoli si collega idealmente alle precedenti Scienziati dunque credenti e Le preghiere degli scienziati, nel dimostrare, prove storiche alla mano, che la scienza non solo è compatibile con la Fede, ma la conferma e la rafforza. I veri scienziati sono credenti, l’ateismo appartiene ai palloni gonfiati che dalle mal acquistate cattedre, nelle università normalizzate e inquadrate nei deliri del relativismo e del mefitico “gender”, esalano le loro malsane flatulenze nelle teste dei poveri studenti.

Di tutte le scienze la matematica sembra essere quella che più avvicina a Dio, quella che vivifica le altre scienze, e al tempo stesso quella che fa intendere la propria incapacità a spiegare tutto. Se da una parte, infatti, fa intuire l’infinito e l’ordine soggiacente al reale, dall’altra sembra dire: “Fin qui e non oltre”, lasciando intuire un mondo mistico, al di là del misurabile e del meccanizzabile. È metafora di un ordine superiore che fa intravedere il disegno di Dio e al tempo stesso fa capire che molto di più è quello che si sfugge.

 

La matematica non è una creazione umana, ma qualcosa che veniamo scoprendo, qualcosa di reale che esiste indipendentemente da noi e al tempo stesso non è materiale. I maggiori geni matematici, che l’autore passa brillantemente in rassegna, se ne sono tutti resi conto. Da Pitagora a Sant’Agostino, ai matematici medievali (Gerberto d’Aurillac divenuto papa col nome di Silvestro II, il monaco bizantino Massimo Planude, il vescovo Roberto Grossatesta, il vescovo Thomas Bradwardine, il monaco benedettino Riccardo di Wallingford, il frate francescano Luca Pacioli), per giungere all’età moderna con i gesuiti Cristoforo Clavio e Paolo Guldino, padre Marin Mersenne, il padre gesuato Bonaventura Cavalieri, padre Gerolamo Saccheri, don Bernhard Bolzano, per giungere a Gregor Mendel fondatore della genetica e a padre George Lemaître fondatore della teoria del Big Bang; tutti questi, che sono fra i maggiori geni matematici, erano credenti.

Né la lista è completa, in quanto l’autore presenta una galleria di brevi biografie di altri grandi matematici: Keplero, Cartesio, Pascal. Leibniz, Eulero, Ruffini, Gauss, Cauchy, Boole, Cantor, fino ai contemporanei, tutti immersi nel misticismo, giungendo alla fede nei miracoli. Coltivando le apparenti astrazioni della matematica, è stato possibile schiudere prospettive d’importanza fondamentale in tutte le altre discipline scientifiche. Senza la matematica nessun progresso sarebbe stato possibile nell’astronomia, nella fisica e nell’informatica, e ben poco nelle altre scienze, dalla chimica alla geologia e alla biologia, che sarebbero rimaste piattamente descrittive. Mentre le scienze così progredivano, la cultura si imbestiava: le cosiddette scienze umane e filosofiche (appunto quelle dei philosophes dell’Aufklärung) decretavano, senza alcuna base scientifica, che Dio non c’è. Dixit stultus in corde suo: Deus non est.

Un punto interessante viene sottolineato nella postfazione del matematico Claudio Fontanari: il Seicento è il secolo d’oro dell’agostinismo, in cui l’unione tra la matematica e il misticismo raggiunge l’apice: è il tempo della Controriforma che si erge senza paura contro il mondo. Nel Settecento invece il mondo prevale, nasce il mito della religione “retriva e ostile” al cosiddetto “progresso”, i philosophes illuministi inventano una “scienza” che avanzerebbe dissipando le tenebre dell’“oscurantismo” cristiano. La ricerca la si pretende monopolio della massoneria: “Sehen, wie dem starren Forscherauge die Natur ihr Anlitz nach und nach enthüllet…” (Vedete, come agli occhi sbarrati del ricercatore la natura rivela sempre più il suo volto…), come blatera il poetastro Petran nell’ode massonica “Die Maurerfreude” (La gioia massonica), resa purtroppo accattivante dalla musica di Mozart.

Se nel Seicento i francesi pensavano come Bossuet, nel Settecento si diedero a pensare come Voltaire. Niente di strano: oltre alla subdola penetrazione massonica, giocava anche la deriva anticristiana della politica francese. Già nel Cinquecento la Francia trescava coi turchi, riforniva nella propria base di Tolone le loro navi corsare turche intente a massacrare le coste italiane, aggrediva alle spalle il Sacro Romano Impero impegnato a difendere l’Europa dalle orde turche. In Francia nacque, in funzione antiromana, il gallicanesimo. Nel 1689 il Re Sole rifiutò di consacrare la Francia al Sacro Cuore, come Cristo aveva chiesto attraverso la grande veggente Marguerite Marie Alacoque. Tout se tient: politica anticristiana, massoneria, illuminismo, degrado della morale, menzogne deformatrici della scienza, per giungere al delirio odierno, alle farneticazioni del “filosofo” francese Michel Foucault che impestano la cultura e le università dell’intero Occidente.

Non resta che associarsi all’augurio di Claudio Fontanari: che queste pagine di Francesco Agnoli offrano al lettore “lo stimolo per riannodare nella propria vita spirituale un filo che nella mentalità corrente è stato spezzato trecento anni fa”.

EMILIO BIAGINI


13
MAGGIO
2017
Articolo letto 31 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questa fondamentale opera teologica di Don Nicola Bux:

CON I SACRAMENTI NON SI SCHERZA

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Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

BUX N. (2016) Con i sacramenti non si scherza, Siena, Cantagalli, Prefazione di Vittorio Messori

 

In questo volume, rigoroso e impregnato di una profonda fede e di un grande amore per la Chiesa e i sacramenti, colpisce anzitutto l’importante post scriptum all’ottima prefazione di Vittorio Messori, pieno di sacrosanta indignazione per l’ultima sconcezza del grande eresiarca Hans Küng, Morire felici? a sostegno dell’eutanasia. Il teologo svizzero, che pretende di essere chiamato cattolico, vorrebbe dimostrare che suicidio ed eutanasia sarebbero “biblici”, anzi “evangelici”, e Messori giustamente si chiede “che ce ne facciamo di preti così? Chi, accanto al suo letto di morte, vorrebbe un professore di teologia nella prestigiosa università di Tübingen e non lo scambierebbe volentieri col più oscuro e magari indotto dei preti, ancora consapevole, però, del valore tanto misterioso quanto efficace, nel senso vero, del sacramento?”

La risposta è ovvia, infatti “non è lecito che per un sacerdote demonio si perdano le anime dei fedeli. Non sarà mai lecito, per nascondere le piaghe nel corpo apostolico, permettere la sopravvivenza in esso di corpi incancreniti che col loro aspetto ripugnante allontanano e col loro fetore demoniaco avvelenano.” È con queste severe parole che Gesù ammonisce gli Apostoli ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (Cap. 265.6) della grande veggente Maria Valtorta. E cos’è un prete che raccomanda l’omicidio se non un sacerdote demonio?

La lettura del testo di Don Nicola Bux si rivela ricchissima di frutti spirituali. Se da una parte illustra con ammirevole rigore teologico il significato dei sacramenti, dall’altra pone in rilievo, con sommo dispiacere, le infelici deviazioni dalla sana pratica liturgica, e quindi dalla retta dottrina, poiché lex orandi, lex credendi. L’improvvida svolta postconciliare, esaltando l’uomo, ha portato la Chiesa a voltare le spalle al soprannaturale, ad “andare incontro al mondo” nel modo più facile, rinunciando a consacrarlo, ciò che sarebbe invece il compito primario del cristiano e soprattutto del sacerdote.

Si è invece protestanticamente esaltata la “parola” più del sacramento, dimenticando che anche la parola richiede una iniziazione. Solo il Verbo fatto carne che si può toccare nei sacramenti permette di comprendere soprannaturalmente la parola scritta, mentre lo studio della “parola”, presa a sé stante, non è che un arido esercizio accademico.

I sacramenti, infatti, non sono simboli, come vorrebbe il protestantesimo, ma realtà che contengono la potenza efficace della persona divino-umana di Gesù Cristo, presente in corpo, sangue, anima e divinità. Peggio, non solo ci si è illusi che l’efficacia della “parola” prescindesse dai sacramenti, ma si è data la priorità alle attività pastorali o sociali, catechistiche, caritative, ben visibili e tali da guadagnare la lode del mondo, lasciando poco tempo per la confessione.

Purtroppo manca oggi la fede nell’efficacia dei sacramenti, così che la catechesi è divenuta sterile, come una dottrina gnostica, adatta ai sapienti e agli intelligenti che restano nelle tenebre del loro orgoglio, e non ai piccoli, che sono gli unici in grado di capire. Nei sacramenti è Dio che agisce, ma se non si crede alla Sua Presenza non si crede neppure alla sua azione, che viene così annullata. Tutti i sacramenti dipendono dal grande sacramento dell’eucaristia, che è il sacramento della presenza.

Regna quindi la superficialità, si omette ciò che porterebbe a interrogarsi seriamente sulla vita, sulla responsabilità, sul peccato. Nel caso dei divorziati risposati non si cerca di capire perché il matrimonio precedente è fallito, e se vi sono colpe da espiare. È la via più comoda e demagogica: quella della deresponsabilizzazione. Ma gridare: “liberi tutti, liberi tutti”, compete ad irresponsabili bambini che giocano, non a pastori di anime.

Ma si va pure al di là di ciò. Si disobbedisce apertamente. Nelle intenzioni di Paolo VI, chiaramente espresse in una lettera dalla segretaria di stato al consiglio che doveva eseguire il testo conciliare, i messali dovevano essere bilingui: latino e lingua volgare. Successivamente lo stesso Pontefice insistette perché si procedesse con cautela, ma non fu ascoltato, né sull’impostazione bilingue né sulle traduzioni che snaturavano il significato originario.

Le “traduzioni” divennero interpretazioni incontrollate. La congregazione per la dottrina della fede cercò di intervenire nel 1974, stabilendo che “il significato da intendersi per esse [traduzioni] è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall’originale testo latino”. Invece di obbedire, i “traduttori” traditori fecero scomparire il testo latino, impedendo così a preti e studiosi di fare confronti e di capire l’autentico significato del testo tradotto. Non venne purtroppo adottata alcuna misura disciplinare e i “traduttori” restarono al loro posto a far danno.

Ad esempio, un’orazione del messale antico recita: Deus, qui nocentis mundi crimina per aquas abluens, regenerationis speciem in ipsa diluvii signasti (Dio, che astergendo con le acque i delitti di un mondo peccatore, nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita); nel messale attuale è deformata così: Deus, qui regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti (Dio, che nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita).

Niente più espressioni sul peccato, scomparsi i pericoli e le insidie del diavolo e del mondo. Il cristiano attuale va avvolto nella bambagia dell’ottimismo a oltranza propagandato da papa Roncalli. Del resto, non fu lo stesso “papa buono”, frettolosamente santificato per venire incontro al mondo, a disobbedire all’ordine espresso della Santa Vergine di divulgare il terzo segreto di Fatima, con la speciosa giustificazione che non riguardava gli anni del suo pontificato?

Come se il pastore universale, responsabile della Chiesa di tutte le epoche e di tutte le contrade, potesse preoccuparsi solo degli anni del suo pontificato. E poi? Aprés moi la deluge, come disse Luigi XV; e infatti il diluvio non mancò di arrivare, sia sotto il successore al trono di Francia Luigi XVI, sia sotto Paolo VI, che dovette tristemente riconoscere che il fumo di satana era entrato nel tempio. Un simile ottimismo dissennato non può che produrre cristiani altrettanto dissennati, non formati, incapaci di capire che il paradiso si conquista lottando, e che la via larga e facile non può che condurre nell’abisso.

L’autore passa poi ad esaminare i diversi sacramenti, rilevando il triste degrado che troppi cattivi preti e prelati hanno causato, travisandone le funzioni, mettendo in ombra il peccato, esaltando l’uomo. Si comincia col battesimo, del quale viene colpevolmente trascurata la funzione purificatrice perché si sorvola sul fatto che, fin dalla nascita, l’uomo porta il peso del peccato originale, ed è quindi sotto l’influsso di satana.

Il lavacro del battesimo serve anzitutto a purificare, distruggendo la sporcizia del maligno. L’acqua indica il sepolcro dal quale si risorge grazie a Gesù, il quale, quando immerse il suo corpo nel Giordano, santificò per sempre tutte le acque, trasferendo ad esse una forza spirituale, per cui le acque consacrate dallo Spirito lavano l’uomo da ogni peccato.

Per far comprendere il fatto fondamentale che col battesimo si entra a far parte della Chiesa e si esercita il sacerdozio battesimale grazie al sigillo indelebile che esso produce, dopo il Concilio Vaticano II, è stata incoraggiata la celebrazione comunitaria del battesimo, ma col tasso demografico vicino a zero, il rifiuto di taluni sacerdoti a celebrare battesimi singoli è ideologico e ingiustificato. Costringendo le famiglie ad aspettare, questi preti instillano l’idea che non sia necessario fare il battesimo.

Peggio, si è instaurato l’uso di compiere i riti battesimali fuori del battistero, preoccupati di far sedere comodamente la gente, piuttosto che far vedere la vasca di immersione, la quale rende l’idea del sepolcro di Cristo in cui scendiamo per poi risalire, risorti. Al contrario, il battesimo si dovrebbe fare nel battistero, un ambiente a sé stante, non essendo possibile, per chi è ancora soggetto al demonio, avvicinarsi dove si celebra l’eucaristia.

Riguardo alla cresima, l’autore si trattiene dall’entrare nel dibattito sull’istituzione diretta o indiretta di alcuni sacramenti, limitandosi a rilevare che la cresima “sarebbe tra questi ultimi”. Ma l’ipotesi dell’istituzione “indiretta” non convince: possibile che il Dio incarnato non avesse ben chiaro tutto ciò che era necessario alla Chiesa e dovesse aspettare la faticosa rielaborazione umana del Suo insegnamento? La preziosa rivelazione “privata” a Maria Valtorta dimostra che Gesù ammaestrava i discepoli su tutti i Sacramenti, insegnando espressamente che sarebbero stati sette (L’Evangelo come mi è stato rivelato, Cap. 259.6).

La confermazione va considerata in stretta unità col battesimo: sulla persona di Gesù Cristo, che risaliva dalle acque del Giordano dopo il battesimo di Giovanni, discese lo Spirito Santo per guidarlo nella missione pubblica. Anche qui, purtroppo, il modernismo postconciliare ha provocato disastri. L’autore si domanda infatti se ha ancora senso dire che la cresima fa diventare soldati di Cristo. Anche questo sacramento risente di una pastorale divorziata dalla dottrina, che, propugnando l’idea che la cresima sarebbe il “sacramento della maturità”, cerca di rinviarla ad età più adulta.Il fatto che la confermazione rafforzi il battezzato e lo renda maturo per la battaglia della fede ha fatto equivocare la maturità della fede con la maturità psichica. Anche qui considerazioni puramente umane prevalgono sulla fede nel segreto operare dello Spirito Santo sull’anima.

Venendo a parlare dell’eucaristia, l’autore riferisce un’illuminante esperienza: il racconto di un amico missionario in Uganda. “Un giorno una donna molto ammalata, passando dalla missione, chiese di poter essere battezzata. E così la battezzammo con il nome di Caterina. Dopo due anni mi chiamò: stava per morire. Non era mai venuta al catechismo, in questi anni, perciò ero perplesso. Le chiesi: ‘Cos’è l’eucaristia?’. Lei mi rispose: ‘Il cuore di Dio!’ Non avevo mai sentito tale definizione. Di ritorno alla missione, padre Bresciani mi chiese perché avevo dato la comunione a Caterina, che mai aveva frequentato il catechismo. Gli riferii la sua risposta. Padre Penso, dottore in teologia con tesi di laurea sul Sacro Cuore, esclamò: ‘Ma questa è la definizione dell’eucaristia di sant’Alberto Magno!’. Allora rivolgendomi a padre Bresciani esclamai: ‘E tu volevi che negassi la comunione a sant’Alberto Magno?’. Il cuore di Cristo è realmente la forma umana del cuore di Dio, di Dio che è amore”.

L’eucaristia rinnova il sacrificio di Cristo sulla croce, e Padre Pio vi si preparava scrupolosamente. Quando gli domandavano: “Perché soffrite tanto nella consacrazione?”, egli rispondeva: ‘Perché è proprio lì che avviene una nuova e ammirabile distruzione e creazione”. Ecco dunque il tremendo mistero della consacrazione che detiene le ultime ore di Cristo in croce. A chi gli chiedeva: “Come dobbiamo ascoltare la santa messa?”, il santo rispondeva: “Come vi assistettero la santissima Vergine e le pie donne. Come assistette san Giovanni al sacrificio eucaristico e a quello cruento sulla croce”. E ancora: “Che benefici riceviamo ascoltandola?”. “Non si possono enumerare. Li vedrete in paradiso”.

Nei canti, nelle preghiere e nei formulari per l’adorazione eucaristica si trova oggi questa espressione: “Gesù Cristo è presente nel pane consacrato”. È un’idea luterana. Ma Cristo non ha detto di essere presente nel pane e neppure “questo pane è il mio corpo”, ma ha detto: “questo è il mio corpo”, dove questo indica il passaggio dal pane che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato: la sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo. Sotto le apparenze del pane sta il corpo di Cristo. Non è più pane ma Cristo.

La liturgia odierna insiste sull’evento (umano, transitorio), a scapito della permanenza del sacro (divino, eterno), così che il rito avviene e non dura, e il segno massimo della permanenza del divino, il tabernacolo, è stato rimosso dall’altare, sebbene sant’Ambrogio affermi: “Che cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del corpo di Cristo?” La medesima tendenza ad abbassare il divino all’umano si riscontra nell’acritica mescolanza dell’intenzione del celebrante con quella della Chiesa, che finisce per diluire la mediazione sacerdotale ministeriale nell’intercessione dei fedeli, quasi che il sacerdozio fosse inutile.

Peggio ancora, osserva l’autore, “Si è assolutizzata la messa col popolo: ma, se popolo vuol dire una massa di persone, si salverebbero solo le messe domenicali, laddove fosse alta la frequenza. Col presupposto del popolo, la messa si dovrebbe celebrare raramente, visto che alle messe feriali vi sono poche persone. Non si salverebbero nemmeno le comunità monastiche. Ma poiché la Chiesa è un corpo mistico, essa vive anche in un solo fedele e in un solo sacerdote.”

Anche i gesti sono importanti: i diavoli godono del fatto che gli uomini d’oggi attribuiscano scarsa importanza alla posizione del corpo nella preghiera, scrive il grande autore cristiano C.S. Lewis nelle Screwtape letters (Lettere di Berlicche). E infatti ne risulta un gravissimo degrado. Nel rito romano antico, i fedeli si inginocchiano alla balaustra, dove è distesa una tovaglia che rappresenta la mensa, e attendono in raccoglimento di ricevere la comunione. Nel nuovo rito si arriva, in una chiesa, a togliere i banchi, vergognosamente sostituiti da tavoli, come in un ristorante, apparecchiati per quattro, a cui fare sedere i bambini per il “pasto” della prima comunione. Come potranno capire il significato spirituale dell’eucaristia?

Col decreto Quam Singulari del 10 agosto 1910, san Pio X stabilì l’ammissione alla prima comunione a sette anni, affinché, nel cuore puro dei piccoli, Gesù entrasse prima possibile. La decisione serviva anche a contrastare il modernismo: l’ideologia che confonde la maturità di fede con quella psichica e che oggi si ripropone procrastinando di anni le tappe dell’iniziazione cristiana, così che si espongono i ragazzi, più a lungo privati della grazia della confessione, al rischio del peccato, anche mortale, in un mondo ove le tentazioni abbondano.

Ma l’ottimismo verso il mondo, il cui esponente massimo fu Giovanni XXIII, col suo delirante assunto “la Chiesa non ha più nemici”, ha abbagliato i pastori, salvo dover poi fare i conti con la marea di adolescenti, che precocemente fanno esperienze sessuali spesso devianti e perverse, o soccombono alla droga. L’ottimismo verso il mondo è diametralmente opposto alla retta dottrina, che, a ragione, ha sempre identificato il mondo come il regno di satana, colui che è, appunto, “il principe di questo mondo”.

Non a tutti è permesso fare la comunione: chi non è battezzato, chi è catecumeno e si sta preparando all’iniziazione; chi ha peccato gravemente e non si è accostato alla confessione non può accostarsi all’eucaristia. I battezzati divorziati che siano conviventi o risposati continuano ad appartenere alla Chiesa, ma l’amore tra essa e Cristo non consente che si accostino all’eucaristia. Quanto ai pubblici peccatori, è scandaloso che vi siano preti e prelati disposti a dare la comunione a chi non ha alcuna intenzione di cambiar vita. Non è nel potere di un ministro sacro, fosse pure cardinale o papa, amministrare la comunione a un pubblico peccatore, specie se ha attaccato la Chiesa e la fede. È il caso della comunione impartita dal card. Angelo Bagnasco a Vladimir Luxuria, che sbandiera, anche nel nome che si è scelto, la sua devozione al peccato.

Secondo la tradizione condivisa d’oriente e d’occidente, l’eucaristia si riceve nella bocca, dopo un atto di riverenza, un inchino profondo o in ginocchio. Ma non di rado, i fedeli che vogliono riceverla così sono oggetto di bruschi dinieghi, anche scandalosi, da parte di sacerdoti noncuranti d’avere nelle mani le sacre specie. Eppure il modo di riceverla in piedi e sulla mano, è solo un indulto, ossia un permesso a tempo, concesso per “sanare” l’abuso commesso in alcune diocesi francesi e tedesche. Dopo di che la pessima pratica si diffuse ovunque, col rischio di dispersione di frammenti. Ma il Signore è presente nell’eucaristia non secondo il modo della quantità, ma secondo quello della sostanza: in una goccia di vino e in un frammento di ostia egli è presente, per cui non c’è differenza tra particole e frammenti.

Un altro abuso è il modo in cui, per malinteso pauperismo, la processione del Corpus Domini è spesso priva di ogni decoro, con un clero dal comportamento sciatto e indecoroso. Una processione senza adorazione tradisce la crisi della fede nella presenza reale. È forse il caso di aggiungere che nella messa anche il gesto di battersi il petto al Confiteor viene spesso banalizzato, sostituito dal sacerdote con un semplice e piuttosto lezioso appoggiare della mano aperta sul petto, come se avesse paura di farsi la bua, diluendo l’idea del peccato e del dolore che il cristiano deve provarne. Anche qui un piccolo segno di tradimento della lotta cristiana contro il male.

Gravissimo, poi è lo stato della confessione. Si è perduto il timor di Dio, ossia la corretta percezione di vivere sapendo costantemente di essere sotto lo sguardo di Dio, preoccupandosi perciò di piacere a lui piuttosto che agli uomini. Dio è giudice delle azioni dell’uomo, non per coglierlo in fallo, ma come un padre che desidera il bene del figlio. Il timor di Dio è l’atteggiamento del figlio che vuol corrispondere all’amore del padre. Di tutto ciò si è persa nozione. Si offende il Signore, con lo scarso timor di Dio, il falso pentimento, la carente confessione, e quindi la bestemmia contro lo Spirito Santo, che è il peccato commesso dall’uomo rivendicante il presunto “diritto” di perseverare nel male. In tutto ciò è primaria la responsabilità dei sacerdoti, ai quali compete guidare il gregge, non assecondarlo. E invece troppi consacrati preferiscono assecondare il gregge: è tanto più comodo, fino a giungere all’orrore supremo della omoeresia.

Ed ecco come il Divino Maestro della grande veggente Maria Valtorta ammonisce su tali comportamenti: “Vorreste solo parole di misericordia. Potete dire di meritarla? Non è misericordia anche la voce severa che vi parla di castigo incitandovi a pentirvi? E vi pentite forse? Questo desiderio di sentire solo promesse di bontà, questa smania di avere da Dio solo carezze è la deviazione della religione. Avete reso epicureismo anche questa sublime cosa che è la religione del Dio vero. Da essa volete godimento. Non volete dare ad essa sforzo. Volete adagiarvi in una comoda transazione fra il comandato e quello che a voi piace. E pretendereste che Dio venisse a questo adattamento. (…) La grande, la più grande misericordia di Dio non la capite più. E chiamate durezza, spavento, minaccia quello che è amore, consiglio, invito al ravvedimento per avere grazie. Volete parole di misericordia. (…) Ma voi rimarreste amari come tossico al labbro di Dio. Le parole di misericordia, le visioni tutto amore che da un anno vi sono elargite [ossia la rivelazione privata alla stessa Maria Valtorta], per ultima prova di elevazione delle vostre paganizzanti anime verso Dio, servono a che? A molti per diletto, ad alcuni per rovina, ad una minoranza di una esiguità spaventosa per santificazione. Continua il destino del Cristo: di essere segno di contraddizione per molti. (…) Ora, se non sapessi come vi ho creati, Io mi chiederei se avete un’anima. Perché le vostre opere sono da più di bruti. (…) Parla la Bontà e non capite. Parla la Giustizia e la trovate ingiusta. Avete paura e non vi correggete. Stolti o delinquenti? Folli o indemoniati? Ognuno si esamini. Ed è per questi che il Figlio del Padre fu mandato a morire?” (Maria Valtorta, Quaderni 1945-1950, 20 marzo 1945).

La penitenza cura lo spirito, l’unzione degli infermi si curva sull’infermità del corpo; ma bisogna curare anche l’anima. La tripartizione biblica: spirito-anima-corpo, è fatta propria da buona parte della patristica. È quanto insegna il Divino Maestro a Maria Valtorta nel Libro di Azaria, che contiene dettati alla veggente da parte del suo angelo custode: “L’uomo ha difficoltà a controllare il suo io che è una trinità di forze e sensazioni, che reagiscono diversamente a ciò che le colpisce. L’io superiore, quello spirituale, ha volontà continua di amore e perdono per imitare Cristo. L’io morale reagisce con più forza, giudica severamente e si indurisce. La parte materiale urla e vuole reagire con violenza. Nell’uomo sono nascosti un dio e una belva.”

Il Risorto consegna le chiavi agli apostoli e mediante lo Spirito Santo trasmette alla sua Chiesa il potere di perdonare i peccatori, attingendo al tesoro della misericordia aperto con la risurrezione. Quindi per un cristiano non ha senso dire, come i protestanti: mi confesso direttamente a Dio. Il Signore “ascolta le confessioni” attraverso i ministri della Chiesa. Interlocutore di Dio è il singolo uomo, perché il Figlio è diventato uomo con l’incarnazione. L’abolizione del confessionale è stato un grave danno: molti non si confessano, e non solo gli anziani, perché manca la grata e quindi non si sentono a loro agio.

L’unzione degli infermi era meglio chiamata in passato Estrema unzione. Anche qui il timore di spaventare la gente ha prevalso. Nelle citate Lettere di Berlicche di Lewis, il diavolo si vanta che parenti e medici siano stati indotti a mentire ai moribondi perché coltivino false speranze e giungano impreparati al passo estremo. Evidentemente anche i preti hanno accolto i suggerimenti diabolici, dimenticando che ignoranza, povertà, malattie, guerre, fame, vizi d’ogni genere sono il retaggio dell’infelice umanità in seguito al peccato originale che, per alcuni teologi (meglio sarebbe dire eresiarchi) è una favola.

Gesù è venuto, perché i malati hanno bisogno del medico; così, al sacramento della penitenza ha aggiunto l’altro sacramento di guarigione, che è l’unzione degli infermi: serve a rafforzare e confortare il malato nel corpo e a purificare l’anima, recuperando la lontananza da Dio, ben sapendo che l’essere umano non ha un corpo ma è anche un corpo. I sacramenti vanno visti anche nella loro interazione: il fatto che si amministrino insieme penitenza, unzione e comunione, significa che gli elementi del rito si integrano e completano. Non vanno considerati solo a sé stanti, ma come la forza divina di Gesù Cristo presente, che si prende cura dell’uomo, lo lava, lo nutre, lo guarisce, lo perdona: e cioè lo ama.

Riguardo all’ordine sacro, l’autore sottolinea il bisogno di opporre al relativismo liturgico il sacro, e al soggettivismo del capriccio l’oggettività dello ius divinum. L’ordine non significa che il ministro sia premunito da peccati, errori o debolezza. L’indefettibilità si ha solo nell’amministrazione dei sacramenti, perché il sacramento dell’ordine comunica una potestà sacra che è quella di Cristo, il cui sacrificio è quello del Verbo. Non offriamo animali o vittime umane, ma noi stessi fatti preghiera. Noi offriamo al Signore la parola fatta carne, che diventa preghiera eucaristica. Paradossalmente non ne vogliono sentir parlare proprio quelli che plaudono, in nome del dialogo, alle religioni che continuano a fare sacrifici animali, prefigurando in modo rudimentale quello che il cristianesimo ha perfezionato e che chiama, nel canone romano, “l’unico perfetto sacrificio”. dal quale consegue l’annuncio trasformatore del mondo che va sempre al di là del nostro operato.

 I protestanti, che non riconoscono l’istituzione divina dell’ordine, consacrano preti le donne e da poco lo fanno pure gli anglicani, ma simili ordinazioni sono invalide. Nell’alleanza, Dio è lo sposo del popolo suo, che è sempre donna, e la donna rappresenta la Chiesa. Quando il sacerdote celebra l’eucaristia, sacramento della nuova alleanza agisce nella persona di Cristo; Gesù stesso agisce attraverso di lui. Se al posto dello sposo c’è una donna, abbiamo un atto teologicamente contro natura. Non si tratta di un’abitudine che possa essere cambiata. È la stessa struttura ontologica della rivelazione cristiana e della Chiesa che verrebbe distrutta, la rivelazione della Genesi: “maschio e femmina Dio li creò”.

Presso i popoli antichi le donne partecipavano attivamente al culto. Solo Israele faceva eccezione. Nulla avrebbe impedito a Gesù, che ha così valorizzato le donne, di istituire sacerdotesse a somiglianza delle vestali romane. Inoltre, nessuno ha “diritto” di ricevere il sacramento dell’ordine. Gesù chiamò quelli che volle, non quelli che lo desideravano, perché solo lui scrutava le anime e sapeva chi era adatto al sacerdozio. Quanto al celibato, esso risale agli inizi stessi del cristianesimo. I padri, interpretando le Scritture, ritenevano che gli apostoli sposati fossero passati a praticare il celibato.

Il sacerdozio è segno della presenza del sacro nel mondo, anche attraverso l’abito. È grave che i sacerdoti abbiano abbandonato l’abito talare e, persino, il clergyman. Contribuiscono così all’eclissi di Dio dal mondo, che ne rimane impoverito. Il mandato sacerdotale è: “andate nel mondo e fate miei soggetti gli uomini”. E non certo: “andate nel mondo e fatevi voi stessi mondo; andate nel mondo e confermatelo nella sua profanità”.

I sacramenti esistono solo nell’ordine soprannaturale, con l’eccezione del matrimonio che è di diritto naturale e diventa sacramento della Nuova Legge se entrambi i coniugi sono stati battezzati. Il Figlio di Dio nasce da una donna, cresce in una famiglia e proclama il carattere religioso del matrimonio e la sua indissolubilità: è Dio stesso che unisce l’uomo e la donna e l’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito. La libera scelta degli sposi diventa, nel matrimonio, una consacrazione che li trascende. Gesù dà al matrimonio un fondamento e un significato nuovo: l’alleanza eterna nel suo sangue. Egli è lo sposo della Chiesa e gli sposi partecipano della potenza d’amore di lui.

Il diabolico relativismo si accanito contro il matrimonio, mirando alla dissoluzione dell’uomo, col dibattito sulle coppie di fatto, sulla fecondazione artificiale, sul “matrimonio” tra omosessuali con possibilità di adozione di bambini, e guai a chi osa affermare la sacrosanta verità che il bambino ha bisogno di un padre e di una madre.

Il relativismo porta a non percepire l’ordine naturale come fonte di razionalità, così che oggi la Chiesa è chiamata a difendere la ragione prima della fede; quindi il nesso tra la ragione e la fede, al fine di sanare la separazione mortale tra il pensiero e l’etica; come pure è chiamata a mettere in rilievo l’aspetto razionale della natura umana. Con grande tristezza si deve purtroppo riconoscere che questa battaglia non viene condotta con energia e costanza. Anzi, molti chierici remano contro, come dimostrano le grottesche “veglie contro l’omofobia” in certe parrocchie: tenute non per la difesa della famiglia minacciata, ma per difendere il vizio contro natura da inesistenti minacce “omofobe”.

Terminata la rassegna dei sacramenti, l’autore passa a trattare dei sacramentali, osservando anzitutto che la dedicazione dell’edificio chiesa, segno del santuario celeste, dovrebbe escludere qualsiasi altra utilizzazione. Anche qui si devono lamentare molte mancanze. La consacrazione della chiesa viene spesso vanificata, proprio ad opera dei sacerdoti, con manifestazioni non compatibili col luogo sacro, con atti non sacri (concerti rock, ad esempio) che comportano una profanazione. Si è smarrito il senso della chiesa come luogo offerto a Dio, per la dovuta adorazione. Grazie ai molti preti mondani, oggi pochi sanno cosa voglia dire sacro e santo.

Nel generale disastro postconciliare, si è giunti perfino a dubitare dell’esistenza del demonio, cosa che fa un piacere enorme a satanasso, che così lavora meglio. Quindi gli indemoniati, guariti da Gesù, sarebbero solo degli ammalati psichici. L’esorcismo prima del battesimo dei bambini, o esorcismo semplice, si è trasformato in una preghiera di liberazione; in quello degli adulti in una invocazione, che dovrebbe rafforzare la vita spirituale e, solo secondariamente, liberare dal demonio. Non ci si rivolge più direttamente allo spirito maligno per ordinargli di uscire, ma a Cristo o al Padre. Ma perché cambiare destinatario, se Gesù, per primo, si rivolgeva direttamente agli spiriti maligni, intimando: Taci ed esci da quest’uomo. Fatto sta che il nuovo rito, rispetto all’antico, è molto meno efficace, come attestano numerosi esorcisti.

La pietà popolare, che l’autore giustamente qualifica come un dono dello Spirito Santo, è guardata con sospetto da molti chierici, sia progressisti che tradizionalisti. Le sue espressioni sono varie: venerazione delle reliquie, visite ai santuari, pellegrinaggi, processioni, via crucis, Rosario, medaglie. Si tratta di espressioni del senso religioso del popolo cristiano, un prolungamento della vita liturgica della Chiesa. Alle origini del cristianesimo, liturgia e pietà popolare si identificavano e concorrevano armonicamente alla celebrazione dell’unico mistero di Cristo, unitariamente considerato, e al sostegno della vita soprannaturale ed etica dei discepoli del Signore.

Venuto meno tale scambio, la pietà popolare si è progressivamente staccata dalla liturgia della Chiesa e ha dovuto reagire da sola alla penetrazione delle ideologie ereticali nel culto. Questo dualismo ha accentuato il distacco tra la “religione dei dotti”, potenzialmente vicina alla liturgia, e la “religione dei semplici”, che risponde alla predilezione manifestata da Cristo nel ringraziare il Padre per aver nascosto le cose divine ai sapienti e agli intelligenti rivelandole invece ai “piccoli”.

La trasmissione, di generazione in generazione, dei gesti di pietà non è altro che lo svolgimento della traditio; anzi, in diversi casi, la fusione è talmente profonda che elementi propri della fede cristiana sono divenuti parte integrante dell’identità culturale di un popolo. Tanto è importante questa identità culturale che non solo ogni individuo, ma anche ogni popolo ha il proprio angelo custode, come rivelato, fra gli altri, anche a Maria Valtorta. Chi odia la tradizione culturale dei popoli cristiani è il demonio, che cerca di distruggerla attraverso la cosiddetta “accoglienza” indiscriminata, oggi gestita da Soros e dai suoi complici laici ed ecclesiastici.

Infine le esequie cristiane, che rischiano seriamente di scivolare nel neo-paganesimo. L’autore riferisce: “In una ‘Lettera al direttore’ di un giornale si legge: Al recente funerale di una nota attrice di teatro si è arrivati al punto che parenti e amici (tutta gente di sedicente cultura!) pretendevano di far commemorare dall’ambone iniziative della defunta in netto contrasto con la dottrina della Chiesa, e di protestare per il fatto che il sacerdote vi si è opposto.” Evidente il tentativo di trasformare il funerale in spettacolo, con l’applauso al passaggio del feretro e la celebrazione dei meriti veri o presunti del defunto al posto della preghiera di suffragio.

Nell’attuale isterismo ambientalista si impone il rispetto della natura per minerali, vegetali e animali, meno che per l’uomo, dal concepimento alla morte; così per il corpo del defunto si ammette l’atto violento della cremazione, per giungere al supremo oltraggio di trasformare i resti del defunto in un diamante, invece di accettare la naturale scomposizione degli elementi minerali di cui il corpo è fatto, per tornare alla madre terra. È vero che la Chiesa la consente, purché non si voglia esprimere ostilità verso di essa o escludere la fede nella risurrezione, ma ci si deve chiedere se tale fede esista ancora.

Il quadro di degrado e tradimento dei chierici che questo libro mette a nudo è dolorosamente conforme a quanto rivelato dal Divino Maestro alla veggente Maria Valtorta: “E in verità vi dico, con dolore di Fondatore eccelso, che all’ultima ora tre quarti della mia Chiesa mi rinnegheranno, e li dovrò recidere dal tronco come rami morti e corrotti da lebbra immonda.” (Maria Valtorta, Quaderni del 1943, 29 ottobre).

Questo libro di don Nicola Bux è una vera miniera di dottrina: andrebbe letto e meditato in ogni seminario, onde contrastare la grande apostasia in atto, che si manifesta in modo tragico anche nella trascuratezza con cui vengono amministrati i sacramenti. Pochi e lievi gli errori di stampa, che si segnalano per opportuna correzione nelle auspicabili edizioni successive: p. 34, prima riga: “concilio di Trento del 4 dicembre 1563” [non 1963]; p. 40, riga 9 dall’alto: ad exequendam constitutionem de sacra liturgia [non “del sacra”]; p. 155, riga 3 dall’alto: “I sacerdoti devono difendere” [non “deve difendere”]; 211, riga 5 dall’alto: “ricorda che la non considerazione” [non “ricorda che La non considerazione”].

EMILIO BIAGINI


27
APRILE
2017
Articolo letto 50 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

Abbiamo il piacere di conferire l’aquila d’oro a questa significativa biografia del Prof. Avv. Emilio Artiglieri:

EMILIO ARTIGLIERI, Pio XII. Il Papa della carità, Gorle (BG), Editrice Velar, pp. 48, € 3,50.

Segue una recensione di Maria Antonietta Novara:

L’avvocato Emilio Artiglieri riesce in questo agile volume a fornire un ritratto esauriente dell’augusta figura del Sommo e Santo Pontefice Pio XII, con un’accurata biografia arricchita da numerose foto tratte dagli archivi vaticani.

La figura di Eugenio Pacelli è delineata fin dalla nascita, avvenuta nel 1876 a Roma, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre, avvocato in Vaticano. Il piccolo Eugenio è un bimbo serio, studioso, di salute cagionevole, ma dotato di una forte volontà, che lo spinge ad compiere il suo dovere anche a costo della salute.

Proprio a causa dei problemi di salute, i suoi studi per diventare sacerdote si svolgono al di fuori del seminario presso istituti laici. Questo gli dà la possibilità di venire in contatto con persone di tutti gli ambienti e di diverse convinzioni, conferendogli un’apertura mentale non comune a quell’epoca.

Ordinato sacerdote, svolge all’inizio la funzione di cappellano in diversi istituti religiosi, fra cui quello dell’Assunzione. Ma il suo valore culturale e spirituale fa sì che il Papa lo mandi, nel 1917, come Nunzio a Monaco di Baviera, capitale allora del Regno di Baviera, e successivamente a Berlino come Nunzio per tutta la Germania.

Dopo la prima guerra mondiale, la storia del Nunzio Pacelli diventa grande storia. Pacelli si spende con viva carità per aiutare la popolazione tedesca travagliata da gravi difficoltà economiche. Chiamato a Roma come segretario di Stato nel 1930, svolge un ruolo decisivo nella formulazione dell’enciclica Mit brennender Sorge (Con bruciante ansietà) di Pio XI, nella quale viene condannata l’ideologia nazista, insieme alle persecuzioni inflitte da Hitler ai cattolici in spregio al concordato del 1933 con la Santa Sede.

Alla prima guerra mondiale segue la seconda, ancor più atroce della prima. Pacelli è stato appena eletto papa col nome di Pio XII, e vive con angoscia quegli avvenimenti. Lancia numerosi appelli per la pace e contro le persecuzioni nei confronti degli ebrei, ma quando viene a sapere che un appello al Reich in favore degli ebrei da parte dei vescovi olandesi ha causato l’assassinio di quarantamila ebrei, è costretto a cambiare strategia.

Mediante messaggi riservati dà ordine ai preti e a tutti gli ordini religiosi di accogliere e nascondere i perseguitati. È così che la Chiesa salverà più di ottocentomila ebrei, tra l’indifferenza degli Stati alleati che pur essendo a conoscenza dello sterminio, e avendo mezzi sterminati a disposizione, nulla fecero per impedirlo.

Nello stesso tempo Pio XII si occupa delle popolazioni civili, oppresse dalla fame e dai bombardamenti, assiste i prigionieri di guerra, instancabile nella sua opera di carità.

Tutto queste e molte altre notizie vengono illustrate con grande abilità nel libro dell’Avv. Artiglieri, che è anche Presidente del Comitato Papa Pacelli che si adopera per la causa di beatificazione.

È un fatto estremamente grave che, a quasi sessant’anni dalla morte di questo santo e grande Papa la causa di beatificazione non sia ancora giunta a conclusione. Ancora più grave è che a Gerusalemme, nello Yad Vashem, la Chiesa cattolica sia citata nella stessa stanza dei persecutori degli ebrei insieme al Reich di Hitler, e che una mendace scritta rimproveri a Pio XII presunti “silenzi” sulla persecuzione. Gli ebrei che subito dopo la guerra riconobbero e ringraziarono questo grande e santo Papa che ne aveva salvato centinaia di migliaia inspiegabilmente si sono trasformati nei suoi peggiori detrattori.

MARIA ANTONIETTA NOVARA


I TRIGOTTI

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  • LA GRAMAGLIADE

    ovvero

    EPOPEA DI UNO SPIRITISTA NEMICO DI MARIA VALTORTA

     

    CAPITOLO QUARTO

    BESTEMMIE SUL GESÙ STORICO

    Quattordicesima puntata

    O Gramaglia, ma ti piace proprio arrampicarti sugli specchi?

    Sarà per caso perché hai il cervello di una mosca?

     

    Ed ecco una vera perla di erudizione, davvero degna del grande tuttologo, che afferma trionfalmente che Gesù parla di Galeno citandone vere e proprie presunte frasi un secolo prima della nascita del celebre medico di Pergamo (ca. 130 d.C. - ca. 200), e il suo interlocutore, un romano, non esita a riconoscere la citazione.

    “Oh, che trionfo! Valtortiani di tutto il mondo, unitevi e andate a nascondervi. Abbiamo in mano la prova che vi svergogna definitivamente. L’Evangelo contiene un plateale anacronismo, quindi è tutta fabulazione fantastica uscita da un cervello malato. Uah! Uah! Uah! Uah! Uah!”

    L’inconfondibile cachinno del “signore delle mosche” corona la grande soddisfazione del PAG.

    E invece no. Ancora una volta costui ha perduto una magnifica occasione di tacere. Ecco la dimostrazione.

    Le frasi attribuite a Galeno si trovano nel libro De usu partium. Lo stile di quest’opera è totalmente diverso da quello di tutte le altre ritenute di Galeno: queste hanno tutte un approccio rigorosamente scientifico sperimentale, al punto che le dottrine di Galeno dominarono la medicina occidentale per oltre un millennio, e solo nel Cinquecento, e con grande cautela, si cominciò a metterle in discussione.

    Al contrario, De usu partium è impregnato di teologia morale, cospicuamente assente in tutte le altre opere galeniche. Non solo, ma si diffonde lungamente sulla peste di Atene del V sec. a.C., ma stranamente non fa parola di quella che colpì l’Impero romano sotto Marco Aurelio, di cui Galeno era medico personale. Infine, visto che circolavano sotto il suo nome opere non scritte da lui che gli venivano attribuite, sentì il bisogno di compilare un catalogo intitolato L’ordine dei miei libri, e in tale catalogo De usu partium non compare affatto.

    Tutto ciò ha permesso al Dott. Fernando La Greca, ricercatore in Storia romana, del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Salerno, di spiegare che De usu partium dev’essere opera di un omonimo di Galeno vissuto molto prima di lui.

    Sensibile è quindi la carenza di approfondimento e di serio studio che distingue le continue, ossessive, invettive e calunnie del PAG contro la Valtorta e il suo Divino Maestro: un atteggiamento che riceverà presto ulteriori sberle dalle ricerche del La Greca di prossima pubblicazione, che confermano in pieno la narrazione valtortiana.

    La ormai proverbiale superficialità gramagliesca impregna l’ennesima, lunga e noiosissima nota (pp. 162-163) in cui il PAG si accanisce contro le frasi in lingue antiche riportate nell’Evangelo e che la veggente non trascrive con sufficiente precisione da soddisfare il grande tuttologo PAG.

    Questa è bella! Questa è proprio bella! Ridi, popolo: hai mai provato a trascrivere parole pronunciate in una lingua straniera che non conosci? Cosa credi che ne venga fuori? Ma andiamo: proprio il fatto che le trascrizioni siano imprecise è una prova che la veggente si limitava a scrivere quello che sentiva nelle visioni.

    Tralasciamo altre amenità del PAG, ma non si può che ridere di un’affermazione come questa (p. 163): “A Gesù vengono anche attribuite falsamente [sic] alcune dottrine ecclesiastiche, come quella secondo cui, dopo l’avvento del Verbo e dello Spirito, il suicidio di disperazione non è più perdonato da Dio, oppure la dottrina cattolica del Purgatorio.”

    Ma quale può essere l’origine di tali dottrine se non la Tradizione? E da dove deriva la Tradizione se non dall’insegnamento di Gesù che non è stato tutto registrato nei Vangeli, ma tramandato oralmente per essere poi ripreso dai Padri della Chiesa e promulgato nei Concili? Ma per il PAG, visto che per l’ermeneutica ecc. ecc., Cristo non è Dio e le dottrine della Chiesa si sono formate per processo storico, magari il Salvatore non ne sapeva niente di come sarebbe stata la Chiesa futura.

    Nella stessa pagina, imperterrito il PAG continua la sua arrampicata sugli specchi (ibid.): “Giuda viene fatto rimproverare dal Maestro per una frase nei riguardi di Erode che invece Lc 13, 32 mette proprio in bocca a Gesù.” Il testo di Luca dice: “Rispose loro: ‘Andate a dire a quella volpe: Ecco, io caccio i demoni e opero delle guarigioni, oggi e domani; e il terzo giorno avrò terminato’.” Nell’Evangelo valtortiano la frase di Gesù suona così: “(…) andate a dire a quella vecchia volpe che Colui che egli cerca è a Gerusalemme. Infatti io vengo cacciando i demoni, operando guarigioni senza nascondermi. E lo faccio e lo farò oggi, domani e dopodomani, finché il mio tempo non sarà finito.” (Cap. 363.9). Giuda non dice nulla in questo caso, ma parla invece in altra occasione, con espressione molto forte: “La vecchia volpe malvagia e lussuriosa.” Lo dice a freddo, senza provocazione, perché non vi è nessuna minaccia, in quel momento, mentre nell’altro caso vi era minaccia, dato che alcuni farisei erano venuti ad avvertire Gesù che Erode intendeva ucciderlo, e Gesù ammonisce Giuda: “Non giudicate. Vi è Dio che giudica (…).” (Evangelo 72.6). Evidente il tono misurato di Gesù in confronto alla furiosa invettiva dell’Iscariota suscitata solo dal fatto di aver visto alcune case che erano di proprietà appunto di Erode. Nelle sue smanie valtortofobe, il PAG ha evidentemente confuso i due episodi.

    Ma che importa al PAG, visto che la dottrina cristiana non è per lui che un mito? Va infatti fabulando (pp. 163-164) che nell’Evangelo “è ripresa pure la spiegazione mitica del peccato originale della tradizione agostiniana: le singole anime sarebbero create da Dio senza peccato ma tale stato durerebbe solo un istante: un millesime di attimo, perché il peccato originale, contratto a contatto con la carne, le ucciderebbe immediatamente dopo il fulmineo istante creativo.” E si capisce: Sant’Agostino dava spiegazioni mitiche scaturite dal suo cervello, forse in stato di trance leggera. Una buffonata dopo l’altra. Come se dietro a Sant’Agostino non vi fosse la Tradizione, da lui interpretata col suo impareggiabile genio e la sua profonda fede. E chi è l’autore della Tradizione se non l’onnisciente Uomo-Dio?

    Macché onnisciente, si tratta di anacronismi, sentenzia il PAG, e ne sbrodola una lunga, penosa lista, corredata dalle solite, deliranti, lunghissime note a pie’ di pagina (pp. 164-168). Vediamone solo qualche esempio. Gesù insegna e pratica la Confessione cattolica auricolare [e chi doveva istituirla, se non Lui?]; parla della Trinità in termini niceno-constantinopolitani, definendosi il Verbo di Dio consustanziale al Padre [e come doveva definirsi?]; spiega la radice di verità presente in tutte le religioni come “ricordo” dell’atto fulmineo in cui l’anima venne creata [che c’è di strano?]; prende posizione contro il conferimento del sacerdozio ministeriale alle donne [le donne preti o addirittura vescovi dei protestanti sono invece un bel progresso, vero?]; rivela l’esistenza del Purgatorio e del Limbo [con evidente fastidio del PAG e dei protestanti]; offre una perfetta trattazione tridentina sui Sacramenti [e ciò non vuol forse dire che il Concilio di Trento, ispirato dallo Spirito Santo, ha seguito la sacrosanta Tradizione e aveva dunque ragione in tutto e per tutto?]; sviluppa la dottrina del Papato secondo i canoni del Concilio Vaticano Primo [vale quanto detto sul Concilio di Trento]; e quella del Corpo Mistico, secondo la nota enciclica di Pio XII [un grande Papa che sta sullo stomaco al PAG, così come, evidentemente, gli pesa la dottrina del Corpo Mistico].

    Ma l’odio più viscerale del PAG – quello che veramente rivela lo stato della sua fede e della sua anima – si scatena contro la Vergine Maria: Gesù, al quale, come abbiamo visto, l’illuminato tuttologo ha diagnosticato la schizofrenia e che ha gratificato di innumerevoli bestemmie, “si concede ad un madonnismo (sic!) di bassa lega, asserendo che il Paradiso sarebbe incompleto se Dio non vi potesse contemplare quel Giglio vivo che è Maria” (p. 166); proclama il dogma di Maria corredentrice (…) e dichiara sua madre la Madre dei redenti (…)” e via di questo passo.

    Si direbbe che tutte le verità sacrosante intorno alla Madonna, che consolano il credente, siano invece fuoco d’inferno per quest’anima di prete che non può sopportarle, e le riferisce con malcelato disgusto e col sottinteso che si tratti solo di sciocchezze.

    In una delle solite fluviali e deliranti note (pp. 167-168) il PAG insiste: “Il madonnismo di cattivo gusto cresce a partire dall’ottobre 1947”, e fra gli esempi di tale cattivo gusto il PAG annovera l’esortazione a dire il Rosario: hai proprio ragione, caro PAG, a detestare il Rosario: infatti è la preghiera più efficace contro i demoni. E quindi prosegue: “il 23 ottobre 1947 eccoti arrivare Gesù che, col suo solito infallibile fiuto pontificio (sic!), ordina di celebrare un Anno Santo con la definizione del dogma dell’Assunzione di Maria. Era proprio quello che Pio XII desiderava! [ecco un Papa sul quale il PAG non manca ad ogni occasione di riversare le sue frustrazioni] (…). E siccome tutti avevano preso la malattia (sic!) della devozione a Maria, la Valtorta il 30 ottobre 1947 crede di essere dotata di poteri straordinari per averlo intuito (…).”

    Al disprezzo per la devozione mariana, il PAG unisce evidentemente una profonda stizza nel constatare l’accordo degli Scritti valtortiani con il Magistero della Chiesa.

    Il blabla gramagliesco continua con la solita solfa (p. 168): “Affetta da narcisismo, oltre che da allucinazioni, il venerdì 3 marzo 1944 Maria Valtorta si fece dire da Gesù che i luoghi santi della Palestina, descritta nel romanzo da visionaria (…) erano veramente autentici, così come li vedevano i contemporanei dello stesso Gesù (…) perché gli ambienti della Terra Santa, dopo venti secoli di profanazioni, non erano più quelli che erano stati santificati dalla sua divina presenza (…)”.

    E con ciò? La Terra Santa è stata calpestata da innumerevoli eserciti, saccheggiata, rasa al suolo e il tutto ricostruito in sempre nuovi stili; e chi potrebbe aspettarsi di ritrovarla come la vedeva il Salvatore? Ma anche un fatto ovvio come questo urta i delicati nervi del PAG valtortofobo, che rincara la dose (ibid.): “Il 4 giugno 1945 Gesù le fece vedere come era la spiaggia del lago di Tiberiade presso Corozim, prima dell’interramento dovuto alle alluvioni bimillenarie; la rivelazione si concluse con un insulto ai biblisti e agli archeologi.” In realtà Gesù è sempre ben lontano dall’insultare alcuno: si limita a parlare, ben a proposito, di “dottori difficili”.

    Ecco il brano originale (Evangelo, Cap. 179.1): “Ora la città non sembra più sulle rive del lago, ma un poco in dentro nel retroterra. E ciò sconcerta gli studiosi. La spiegazione si deve cercare nell’interramento del lago da questa parte, dovuto a venti secoli di terriccio depositato dal fiume e ad alluvioni e frane scese dai colli di Betsaida. Allora la città era proprio all’imbocco del fiume nel lago, e anzi le barche più piccole, e nelle stagioni più ricche d’acque, risalivano per un buon tratto, fino a quasi l’altezza di Corozim, il fiume stesso, che serviva però sempre da porto e ricovero sulle sue rive alle barche di Betsaida nei giorni di burrasca del lago. Questo non per te, alla quale poco importa, ma per i dottori difficili.”

    Ecco di nuovo i delicatissimi nervi dell’erudito biblista sussultare al minimo urto che metta in forse l’infallibilità della sua “scienza”, che diguazza nel greco biblico e nell’ebraico ma è piuttosto a secco in fatto di geografia fisica e geomorfologia, discipline che confermano in pieno la plausibilità di quanto Gesù spiega nel brano riportato sopra.

     (continua)

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