Genova, 12 Dicembre 2017 04.26





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

09
DICEMBRE
2017
Articolo letto 8 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila

 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

ANTONIO SOCCI (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

 

Segue una recensione di Emilio Biagini

 

SOCCI A. (2017) Amor perduto, Milano, Piemme

Riscrivere in prosa l’Inferno dantesco per renderlo accessibile al lettore moderno, estraniato ormai dal grande Poema sia a causa di crassa ignoranza del cattolicesimo sia per le difficoltà linguistiche, è stata un’idea decisamente vincente di Antonio Socci, sviluppata con acume e accattivante semplicità di stile. Le note, mai eccessive né ingombranti, facilitano ulteriormente la comprensione.

Il libro si apre con una profonda introduzione che giustamente sottolinea la profonda venerazione del Sommo Poeta per la dignità papale e d’altro canto il fatto che i papi sono uomini e non vanno esenti, quando sbagliano, da critiche anche violente. Per questo l’Alighieri non esita a collocare all’Inferno papi e, a maggior ragione, vescovi e preti. In questo Dante ci è maestro di pensiero e di morale, ed ha molto da dire anche ai papolatri odierni, che non tollerano che si critichi il papa, da loro collocato su un piedistallo, come se non ci fossero stati papi delinquenti (come nel saeculum obscurum della “pornocrazia romana”, quello che generò la leggenda della “papessa Giovanna”, periodo in cui si susseguirono ben ventotto papi e tre antipapi, diversi dei quali furono scomunicati o morirono di morte violenta, tra nefandezze d’ogni genere, alle quali, spesso, i papi stessi furono tutt’altro che estranei), e perfino papi eretici (Onorio II e Giovanni XXII, ad esempio).

Socci pone l’accento su Dante come veggente, e quindi sull’autenticità della visione. E perché non dovremmo credere che la “mirabile visione”, di cui il poeta fa cenno nella Vita Nuova, e che fu all’origine della Divina Commedia, non fosse autentica? Non è forse effetto di una visione, ad esempio, il profondo misticismo nella descrizione dantesca della “candida rosa” (Paradiso, XXXI, 1-15)?

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la ‘nnamora

e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape che s’infiora

una fïata e una si ritorna

là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

là dove ‘l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva

e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

che nulla neve a quel termine arriva.

E non a caso, una descrizione simile troviamo nella mistica veggente Maria Valtorta (Quaderni, visione del 6 marzo 1944):

Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina.

 

Di certo gli italianisti saranno pronti a pontificare che si tratta di un topos letterario, e che la Valtorta (la quale, peraltro, dice "vedo e odo", ed era persona di assoluta sincerità) non ha fatto che imitare Dante, mentre tutto indica invece che questi due grandi spiriti descrissero la medesima visione da loro contemplata. Nella loro abissale ignoranza del Vangelo e del cristianesimo, non è strano che i paludati commentatori accademici non capiscano né il Sommo Poeta né la grande veggente, e si perdano in piatte esegesi che tutto relativizzano in termini di “autocoscienza dantesca” o simili espressioni vuote.

 

Come anche i cultori di molte altre discipline “umanistiche”, gli italianisti spesso lavano il cervello degli studenti con il loro storicismo, il loro relativismo, la loro erudizione che gira a vuoto. Un italianista di mia conoscenza, che si dichiara “studioso di linguaggio dei giovani” (tipo “Aho, a burino, passame ‘na canna”), ha inventato il concorso “Adotta una parola”, per il quale la gente dovrebbe impegnarsi ad usare sempre una parola per non farla cadere in disuso; il mio suggerimento di adottare “frocio”, termine ruspante minacciato dall’avanzare del politicamente corretto, gli ha provocato convulsioni.

 

Un’altra collega disse di preferire a Dante il Petrarca perché apriva una nuova epoca, mentre l’Alighieri non faceva che chiudere quella precedente: un discorso penoso che ignorava il trascurabile fatto che la poesia dantesca è eterna, come è eterno il Cristianesimo. Il Petrarca, abile versificatore politicamente corretto senza una sola idea propria, fu incoronato poeta dal papa in Campidoglio. Al contrario, il padre Dante, in seguito ad una condanna al rogo (al rogo!) per le mene imperialistiche di un altro papa politicante e criminale, morì esule dopo aver vagare per decenni a provare “sì come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scender e salir per l’altrui scale”.

Una virtù va comunque riconosciuta agli italianisti: sanno fare il loro interesse. Provocano la scissione delle facoltà di Lettere facendo nascere facoltà di Lingue straniere, in modo da poter moltiplicare le poltrone; così, quando si trovano quattro ordinari di italianistica dove ne basterebbe uno, qualcuno di questi gentiluomini si trova con l’impegno di sole trenta ore d’insegnamento l’anno, per uno stipendio annuo che può superare i sessantamila euro netti. Complimenti, illustri colleghi, e buon sonno.

C’è da piangere a leggere certi eruditi commenti del Sacro Poema, lunghissime trecce di lana caprina lontane anni luce dal cogliere il valore universale ed eterno della Divina Commedia. A simili tromboni che pretenderebbero di commentare il Divino Poeta ho dedicato una poesiola che mi permetto di citare, così che questa sarà probabilmente l’unica recensione al mondo a contenere un sonetto.

 

Crudo commento d’infinita noia

da mala gente sanza religione:

contro giustizia e senno fa tenzone

e carte imbratta con maligna foia.

E quel che fieramente più m’annoia

e che per simil chiacchiere bestione

tal gente allori, cattedre, pensione

miete, e prebende, e ingrassa come troia.

Dalla cattedra sugge odio e veleno

il misero studente frastornato,

che studiar deve questa spazzatura.

Ed intanto ogni speme a lui vien meno:

per sempre resterà disoccupato,

perché quel ch’ha studiato è un’impostura.

 

Libero dal politicamente corretto e da qualsiasi paludamento accademico, questo libro di Antonio Socci è il miglior commento all’Inferno dantesco che mi sia mai accaduto di leggere. Un commento che andrebbe adottato e letto in tutte le scuole e le università, dove invece Dante si insegna poco e male, ignorandone l’aspetto fondamentale: la sua profonda verità cristiana. C’è solo da augurarsi che a questo bellissimo libro ne seguano presto altri due, dedicati al Purgatorio e al Paradiso del Divino Poema.

EMILIO BIAGINI


05
DICEMBRE
2017
Articolo letto 38 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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 And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Uno studio di profonda erudizione, piacevolmente scorrevole, ed estremamente attuale e necessario, sulle molteplici e deleterie eresie di Karl Rahner, ad opera dell'insigne teologo Padre Giovanni Cavalcoli.

Segue una recensione di Emilio Biagini

 

CAVALCOLI G. (2017) Karl Rahner. Il Concilio tradito, Verona, Fede & Cultura

 

 

 Ecco un libro che spiega in modo scorrevole e accessibile anche ai profani il groviglio di assurdità e di eresie del pensiero di Karl Rahner, purtroppo oggi molto influente presso un gran numero di teologi, meno tra i fedeli illuminati dallo Spirito Santo. Con prudenza e carità, profonda erudizione e dottrina, Padre Cavalcoli mette a nudo le false premesse e le disastrose conclusioni di Rahner, avvelenato dall’idealismo hegeliano e heideggeriano che lo porta a scivolare nel panteismo e nel protestantesimo, intossicato dal naturalismo massonico e da un buonismo insensato che nega l’eternità della pena per i peccatori impenitenti. La conclusione inevitabile è che il Magistero ha il dovere di attaccare frontalmente simili follie, sia pure con prudente gradualità, in modo da contrastare con decisione la deriva rahneriana.

Rahner porta alla dissoluzione della Verità evangelica, distorcendo il Magistero e tradendo il Concilio Vaticano II. Questo è stato un concilio essenzialmente pastorale che, non avendo promulgato alcun dogma, ma prodotto soprattutto estesi documenti di ricapitolazione delle verità già definite, è privo del rigore definitorio degli altri concili, e quindi si presta a varie e contrastanti interpretazioni. Se fosse stata accolta la supplica rivolta a Roncalli all’inizio del Concilio da numerosi illustri prelati per la proclamazione dei dogmi della Madonna Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie, le cose sarebbero con ogni probabilità andate in modo diverso, perché si sarebbero posti immediatamente dei paletti inamovibili di sacrosanta devozione per Maria Santissima, nemica dell’errore e vittoriosa sul serpente.

Purtroppo il “papa buono”, nella sua bizzarra persuasione che “la Chiesa non ha più nemici”, preferì accantonare la proposta, evidentemente per non turbare il mirabile dialogo ecumenico coi protestanti, aprendo la strada ad ulteriori cedimenti. La meritoria opera di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, nell’interpretare il Concilio in chiave ermeneutica di continuità, ha subito un netto capovolgimento nel presente pontificato, che tende piuttosto ad accettare le dubbie e contraddittorie proposte rahneriane.

Il testo di Padre Cavalcoli è comunque atto a fornire la base concettuale per l’indispensabile confutazione delle pericolose idee di Rahner, e dovrebbe essere letto e meditato in ogni seminario. È un libro che provocherà inevitabili reazioni da parte degli infatuati rahneriani, che si crogiolano nell’approvazione del mondo: il mondo sviolinante estatico dalle pagine delle gazzette, deliziato dall’idea rahneriana della salvezza universale, senza rischi di ustioni all’inferno, senza fastidiose rinunce ai propri vizi, senza neppure più l’idea di peccato. Contro gli infatuati occorre costantemente aver presente l’esempio di Cristo, che non ha mai cercato compromessi col mondo, fino alla morte di croce.

EMILIO BIAGINI


22
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 45 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

 Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un pregevolissimo studio dell'incontro con Dio del grandissimo Santo di Pietrelcina, ricco di spunti preziosi per la crescita spirituale del lettore.

 

GNOCCHI A. & TOGNETTI S. (2017) Padre Pio Santo Eremita. L’incontro con Dio sulle orme dei Padri del deserto, Verona, Fede & Cultura

 

Recens.Gnocchi  Tognetti-Padre Pio copia 

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

Questo pregevole libretto offre una prospettiva originale e perfettamente calzante su Padre Pio, inquadrandolo nella tradizione dei Padri del deserto. La pratica cristiana è più vigorosa in un clima di ostilità, mentre tende a rilassarsi nella sicurezza. Ciò è in accordo con il carattere del Fondatore, Gesù Cristo, che ebbe da combattere per tutti i tre anni del Suo ministero pubblico e patì infine la Croce per redimere l’umanità. Quando le persecuzioni finirono, nel timore più che giustificato di un intiepidirsi della Fede e la prospettiva dell’afflusso di neoconvertiti opportunisti, fra il IV e il VI secolo si assistette al fiorire dei Padri del Deserto, eremiti che si ritiravano nelle plaghe più desolate dell’Egitto, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione. La gente percorreva lunghi e disagevoli viaggi a piedi solo per udire una singola parola da uno di loro.

La superficialità laicista tende a considerare simili manifestazioni eccessive e fuori moda, preferendo la carità spettacolo, la misericordia gratuita e la lode del mondo. Il mondo merita invece solo di essere respinto e combattuto, in nome della totale sottomissione a Dio. Il monachesimo non è mai passato di moda perché Dio non può passare di moda. Colui che prega e contempla è infinitamente più utile di chi si affanna nel mondo. Le braccia alzate di Mosé durante battaglia coi madianiti decisero l’esito dello scontro: quando egli abbassava le braccia Israele retrocedeva e perdeva.

Il monachesimo pose radici sia in Oriente che in Occidente, ma in Oriente rimase più vivo. In Russia gli asceti cercarono solitudine non nel deserto ma nella foresta, dove fiorirono santi eccezionali, come Teodosio di Pečersk, Sergio di Radonež, Paisij Veličkovskij, Serafino di Sarov, Macario Glocharev, Partenio di Kiev, Teofane il recluso. Questi santi sapevano in anticipo ciò che il fedele che veniva a visitarli avrebbe detto, e questi si sentiva irresistibilmente spinto alla conversione. La trasparenza al divino veniva conquistata da questi santi con decenni di solitudine nella foresta.

Padre Pio aveva tale trasparenza al divino in massimo grado. Fin da giovane si consacrò alla giustizia divina per espiazione vicaria e per la salvezza anime. Era un’anima vittima che portava il peso del peccato del mondo, ed ottenne conversioni straordinarie. Notissime le sue stigmate, portate per cinquant’anni, notissimo il fatto che durante la Messa riviveva la Passione di Cristo, notissime le vessazioni che dovette subire da parte del demonio, nonché le persecuzioni e le calunnie di ogni genere cui fu sottoposto da parte delle autorità ecclesiastiche, specie sotto il campione dell’incontro col mondo, il “papa buono”, che diceva “la Chiesa non ha più nemici”, disobbedì all’ordine espresso della Santa Vergine di pubblicare il terzo segreto di Fatima entro il 1960, acconsentì al collocamento di microfoni spia nel confessionale di Padre Pio e lasciò mettere all’Indice gli scritti valtortiani.

Irresistibile è la tentazione di confrontare Padre Pio a Maria Valtorta, ella pure un’anima vittima consacratasi alla giustizia divina per la salvezza delle anime. Anche la veggente di Viareggio era dotata di discernimento delle anime, sia pure in misura minore: infatti sentiva quando un’anima era turbata e, spingendola a confidarsi, riusciva a prestarle aiuto. Padre Pio conosceva invece con grande chiarezza cosa si nascondeva dentro le anime e sapeva immediatamente cosa dire per aiutarle. Anche la Valtorta soffrì attacchi e persecuzioni sia dal demonio che dalle autorità ecclesiastiche. Due fari, asseriscono giustamente gli autori, orientano il cammino al tempo presente: Fatima e Padre Pio. Sommessamente, aggiungerei anche Maria Valtorta, la cui opera si diffonde continuamente in tutto il mondo vendendo milioni di copie e avendo già avuto oltre una trentina di traduzioni.

Questi due grandi mistici chiesero entrambi a Dio di non dare loro segni visibili: Padre Pio non fu esaudito, anzi Cristo gli rispose severamente che avrebbe portato le stigmate per cinquant’anni. La Valtorta invece fu esaudita: provò le sofferenze della Passione senza essere visibilmente stigmatizzata. Era l’unica grazia da lei chiesta al Signore per se stessa.

I due mistici non si incontrarono mai, ma, misteriosamente, Padre Pio conosceva molto bene Maria Valtorta. Un fedele chiese a Padre Pio di pregare per la Valtorta. Il grande santo di Pietrelcina rispose di conoscere la situazione, ma soggiunse: “Se potrò fare qualcosa sarà per la sua anima. Niente invece potrò per il suo corpo.” Infatti lei stessa si era offerta di soffrire nel corpo, e se ne fosse stata liberata, avrebbe di nuovo richiesto le sue pene. Mentre si svolgeva questo colloquio, presso Maria si avvertì, alla stessa ora. che fu poi verificata, una straordinaria ondata di profumo celestiale. Come Padre Pio, anche Maria Valtorta aveva intorno a sé profumi celestiali, che secondo i teologi rappresentano “odori del Paradiso”, i profumi dell’anima santa. Anche per Padre Pio, come per Maria Valtorta, venne inventata la calunnia che tenessero nascosti profumi.

Impossibile riassumere tutte le perle di saggezza di Padre Pio. Peschiamo qua e là tra il florilegio che ne danno gli autori, e che trovano esatta corrispondenza in molti degli insegnamenti impartiti dal Divino Maestro a Maria Valtorta. “L’unica cosa che ci invidiano gli angeli è la sofferenza e l’offerta”, ossia l’impossibilità di soffrire per Dio. I demoni “sono tanti che, se potessero assumere un corpo piccolo quanto un granello di sabbia, oscurerebbero il sole”. In una visione dell’aprile 1913, Padre Pio vide Cristo contemplare lo spettacolo dei numerosissimi preti tiepidi, che, con immenso dolore e disgusto, bollò come “macellai”.

 Non approvava i cedimenti al mondo, i compromessi della diplomazia e l’apertura ai servi del demonio. “Causa l’ingiustizia e il dilagante abuso di potere, – disse – siamo giunti al compromesso col materialismo ateo, negatore dei diritti di Dio. Questo è il castigo preannunciato a Fatima. Tutti i sacerdoti che sostengono la possibilità di un dialogo con i negatori di Dio e con i poteri luciferini del mondo, sono ammattiti, hanno perduto la fede, non credono più nel Vangelo. Il gregge è disperso quando i pastori si allineano con i nemici della verità di Cristo.” Parole tanto più significative di fronte all’attuale sfacelo postmoderno e postcomunista, ma tutt’altro che anticomunista, che mira alla disintegrazione della famiglia e dell’uomo, sull’onda lunga della bestialità sessantottarda.

Disse: “Questa è l’epoca della distruzione di tutti i valori.” “Confusione di idee e predominio di ladri.” “I nostri figli non avranno lacrime per piangere le colpe dei loro padri.” Aveva ben chiaro il fatto che Dio castiga anche su questa terra, un’idea che è anatéma per i deboli cervelli di oggi; a proposito dell’alluvione di Firenze, disse: “Sono flagelli. Beato chi sa comprendere.” Ben lontano dagli sdolcinamenti odierni di gratuita “misericordia” e di inferno “inesistente” o “vuoto”, disse : “O Dio, se tutti conoscessero la vostra severità, al pari della vostra dolcezza, quale creatura sarebbe così stolta che oserebbe offendervi?”

Quando, nel 1966, si parlò di nuove Costituzioni dell’Ordine, sbottò: “Tante chiacchiere e rovine!” E, presente il Definitore Generale dell’Ordine, esclamò: “Ma che state facendo a Roma? Ma che state combinando? Questi vogliono toccare persino toccare la Regola di San Francesco!” Infatti c’era, da parte di alcuni candidati all’ingresso nell’Ordine, la richiesta di un codice invertebrato e gradito al mondo. Il Definitore azzardò: “Si fanno alcuni cambiamenti perché i giovani non vogliono più saperne di tonsura, di piedi scalzi e anche di abito”. “Cacciateli via! – disse il Santo – Che, sono loro che fanno un piacere a San Francesco a prendere l’abito e la forma di vita, o è San Francesco che fa un dono a loro?”

Diede innumerevoli consolanti insegnamenti, per noi, gente che prega ma non ha certo gli slanci mistici dei santi. Disse infatti: “Dobbiamo essere perseveranti nella preghiera, anche se non sentiamo nulla. È la volontà che è premiata da Dio, non il sentimento.” Quando un tale gli confidò che riteneva che San Giuseppe fosse in cielo in anima e corpo, il Santo confermò: “Puoi crederlo.”

Pochi giorni prima di morire raccomandò di amare la Madonna, di farla amare e di recitare sempre il Rosario: una raccomandazione da tener presente in modo particolare in questi tempi sinistri di luteranizzazione antimariana in nome di un delirante “ecumenismo”. Di lui disse il Cardinale Giuseppe Siri: “quando nella storia appare qualche crocifisso, vuol dire che il peccato degli uomini è grande e che per salvarli occorre qualcuno che vada sul Calvario, rimonti sulla croce e stia lì a soffrire per i suoi fratelli. Qui c’è tutto il fatto di Padre Pio.”

Gli autori meritano lode per aver prodotto una sintesi tanto efficace ed intelligente del carattere e dei detti memorabili di Padre Pio. È questo un libro che merita di essere letto e meditato dai fedeli e nelle famiglie.

EMILIO BIAGINI


12
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 26 volte

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un romanzo storico capolavoro che tratteggia con grande efficacia la caduta della grande civlità veneziana di antico regime:

 Recens.Sbuelz-Fragilit del leone copia

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ANTONELLA SBUELZ, La fragilità del leone, Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2016.

Questo romanzo rappresenta uno splendido affresco del crollo di una civiltà, condotto in modo elegante che dimostra le alte capacità narrative dell’autrice. Le descrizioni della natura, oltre a rivelare una profonda conoscenza della botanica, sono di delicata eleganza, a tratti quasi dannunziana.

La trama è condotta lungo due linee parallele, che alla fine si ricongiungono in un lieto fine che non ha nulla di forzato, ma scaturisce dalla naturale bontà dei due protagonisti, il pittore tedesco Thomas e l’adolescente Nastasia, poverissima e maltrattata dal mondo, che cerca di guadagnare qualcosa da mangiare per sé e per la famiglia facendo il pericoloso mestiere di contrabbandiera di tabacco.

Il grande e pienamente riuscito affresco storico è visto sia dal lato dei privilegiati dell’antico regime sia da quello dei poveri. I privilegiati non sono in grado di far fronte all’esistenza. Il senatore Alvise, corrotto ed effeminato, si sottrae alle sue responsabilità e ai debiti simulando il proprio suicidio e scomparendo. Sua moglie, dopo aver sedotto Thomas, parte per un lungo e irresponsabile viaggio senza ritorno, abbandonando la figlia.

A sopravvivere riescono invece i poveri. Tutti i più teneri episodi li vedono protagonisti: il disperato tentativo di Nastasia di imparare a leggere contrastato con brutale violenza ma che raggiunge comunque il suo limitato scopo, il cagnetto ferito che viene curato e adottato da Thomas e Nastasia, i primi commoventi tentativi di Nastasia di abituarsi a camminare con le sue prime scarpe esercitandosi in bilico su un tronco.

I nuovi tempi si annunciano, fra l’altro, col rifiuto dell’idea dell’inferno, quando il parroco di una chiesa di campagna, di cui il pittore Thomas andava restaurando gli affreschi, gli chiede di eliminare le immagini appunto dell’inferno, ritenute non più consone alle “magnifiche sorti e progressive”, come se cancellare un’immagine bastasse a sopprimere la realtà: ecco il principio del relativismo che fa capolino, e che sarà una delle piaghe dei tempi nuovi.

Il tramonto di una società aristocratica stratificata in ruoli ben precisi conduce verso l’ingannevole orizzonte di una maggior libertà individuale, secondo la demagogica triade giacobina liberté, egalité, fraternité. Il romanzo, ambientato com’è negli ultimi anni del sec. XVIII, mostra l’inizio di questo processo. Non mostra, ma non è suo compito, l’esito di questo rivolgimento sociale: con la disintegrazione della società organica e dei corpi intermedi, l’uomo si ritroverà isolato e come nudo di fronte allo Stato giacobino, nuovo feticcio succhiatore di tasse e portatore di sempre più rigidi controlli, impedimenti, lacci e lacciuoli.

Colpisce la miseria spaventosa del popolo di Terraferma sotto Venezia, quale nell’altra Serenissima, quella di Genova, pur ristretta fra mari e monti e con solo qualche fazzoletto di terra coltivabile, era invece impensabile. Il Genovesato conobbe una simile miseria solo dopo la brutale annessione al Regno di Sardegna: 1834, 1849, 1853, sono le date delle tre insurrezioni genovesi contro gli usurpatori sabaudi, insurrezioni sempre represse con la massima brutalità, poi ignorate e travisate dalla successiva storia scritta dai vincitori; le prime due miravano all’indipendenza, l’ultima fu provocata semplicemente dalla fame, fatto inaudito: nei sette secoli della Serenissima Repubblica di Genova mai si era verificato alcunché di simile. Anche da ciò si vede come i tempi nuovi dell’individualismo giacobino e dello Stato centralizzato erano molto peggio della società organica abbattuta dalla Rivoluzione.

Ma non tutto è perduto. La salvezza viene dalla Grazia, dalla confessione dei peccati, dal matrimonio, dalla fondazione di una nuova e solida famiglia. Anche se l’asprezza dell’esistenza ha fatto quasi dimenticare le preghiere, l’anima rimane naturaliter christiana e si salva grazie all’amore. Il punto di svolta è quando Nastasia va a confessarsi e può quindi, rigenerata dal Sacramento, andare incontro alla nuova vita che le si apre.

Proprio quello che manca invece nella corrotta aristocrazia, la quale sprofonda nel fallimento morale e materiale. La bambina di nascita aristocratica, ma afflitta da un labbro leporino, abbandonata dagli irresponsabili genitori, si salva solo perché adottata da Thomas e Nastasia.

Piccola svista: come fa un fucile fabbricato nel 1777, a risalire all’anno ottavo della rivoluzione che invece sarebbe scoppiata dodici anni dopo? Ma è un errore insignificante che si potrà facilmente risolvere in una successiva edizione, sopprimendo i superflui riferimenti cronologici. Non bastava dire che si trattava di un bel fucile, moderno per l’epoca?

EMILIO BIAGINI


I TRIGOTTI

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  • LE RAPALLIADI RELOADED

    Degni son di laudi e onori

    questi bei ‘ministratori

    dell’amena cittadina

    che somiglia a una vetrina,

    e che fa rima con sballo,

    e con callo e con cavallo,

    ma purtroppo, senza appello,

    non fa rima con cervello.

     

    Terza laude

     

    Cala il sole molto presto

    e d’inverno è buio pesto;

    nelle curve alquanto oscure

    non si vedon le fessure,

    nel sinistro marciapiede

    a tuo rischio metti il piede.

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 1 copia

    “Di lampion ce n’è abbastanza

    abbastanza e ce n’avanza”,

    dice l’amministratore

    con serafico candore,

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 2 copia

    “che la gente stia più attenta

    e mi paghi la rumenta,

    e tra vincoli e tributi

    siano i sudditi spremuti.”

    Rapalliadi-Marciapiedi oscuri 3 copia

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