Genova, 21 Novembre 2018 00.36





 
AQUILE E VIPERE » LIBRI

 

Libri

05
NOVEMBRE
2018
Articolo letto 23 volte

ORO O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA


Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_vipera

Il dubbio onore oggi tocca a:

ROBERTO PALUMBO, 1657. L'anno della peste, Lodi, Arpeggio Libero, 2017

Non senza dispiacere dobbiamo insignire l’autore di questa opera non dell'Aquila d'oro come avremmo voluto, ma del poco lusinghiero riconoscimento della Vipera di latta.
 
Segue un commento di Emilio Biagini:

PALUMBO R. (2018) 1657. L’anno della peste, Arpeggio Libero, Lodi

L’elemento più interessante in questo libro è il quadro della Genova secentesca, basato su dirette conoscenze della topografia e su ricerche di archivio. La parte saggistica, che illustra comunicazioni, marineria, tecnologia, medicina, abbigliamento, è valida, mentre l’impianto narrativo zoppica. Infatti il romanzo cade nell’errore, frequente nella narrativa storica, che consiste nel coniugare un’esatta ricostruzione degli aspetti puramente materiali di un’epoca con una falsa interpretazione dei valori e degli atteggiamenti propri dell’epoca stessa.

Gli esempi di ciò non mancano, a riprova di quanto sia difficile entrare nello spirito di epoche passate, mentre non ci vuole molto a documentarsi sulla tecnologia del tempo. In un pretenzioso giallo storico ambientato nel Settecento inglese (La morte e la piramide nera, di Deryn Lake), i protagonisti si comportano come disinibiti e disattenti personaggi del secolo XXI, tanto che non fanno alcun caso al colore della pelle, ciò che può essere normale per i liberal di oggi ma non certo per gente del Settecento, che detestava perfino la “tintarella”; i personaggi sono talmente ciechi alle differenze razziali da non accorgersi neppure che una persona è mulatta, ciò che avrebbe dato un indirizzo ben diverso alle indagini. Un altro esempio, più noto, è quello dei romanzi di ambiente medievale di Ken Follett, nei quali a una documentazione pignola sui dettagli tecnici riguardanti la costruzione di cattedrali e ponti fa riscontro una galleria di personaggi uno più fuori posto dell’altro, perché tutti atei o agnostici della nostra epoca, sballottati in pieno Medioevo, ma assolutamente incapaci di pensare e comportarsi da persone medievali.

Per contro, è indubbiamente molto più facile, per un romanziere contemporaneo, mettere in scena personaggi dell’antichità pagana, dato il clima di neopaganesimo in cui l’autore si trova immerso. Più difficile è descrivere personaggi dei tempi d’intensa fede, come l’età paleocristiana, il Medioevo e l’età della Controriforma. In tali epoche il timor di Dio, i Novissimi, il rispetto dei Comandamenti, la santità del matrimonio, l’amore per il Crocifisso e la Madonna, la distinzione tra bene e male, l’orrore del peccato, la paura dell’inferno erano d’importanza cruciale. Neppure allora, naturalmente, mancava chi violava i Comandamenti, ma ciò veniva sentito e stigmatizzato come peccato, e i peccatori erano travagliati dai rimorsi. Il Manzoni, nel suo capolavoro, ha colto perfettamente questa visione cattolica. Non vi è traccia di ciò nel romanzo di Palumbo: il cattolicesimo vi compare solo come elemento di sfondo. Si potrebbe obiettare che, a causa della peste, il sentire della gente era sconvolto, ma i personaggi di 1657 appaiono fuori posto fin dal principio, quando la peste appariva ancora un’eventualità remota.

Non si fa questione qui, se un certa visione della vita sia giusta o meno. È un problema serio che andrebbe approfondito, ma non è questa la sede opportuna. Il punto è che un romanzo storico dev’essere popolato di personaggi la cui scala di valori sia quella della loro epoca, o almeno non se ne discosti troppo. Ora, in una società tradizionale all’epoca della Controriforma la scala dei valori era profondamente cristiana, e sotto quella prospettiva occorre rappresentare i personaggi, se non si vuole che appaiano psicologicamente e storicamente anacronistici.

Il protagonista di questo romanzo, il medico Pietro Argentieri, è un agnostico per non dire ateo, ed è vittima esclusivamente della sua follia, ciò che non gli assicura certo la simpatia del lettore. È un donnaiolo impenitente abbastanza ridicolo per la notevole e recidiva propensione per le tardone (nel sec. XVII, a differenza di oggi, quando le donne erano sui quaranta erano già tardone).

L’Argentieri s’inguaia con la marchesa Malaspina, commette adulterio con lei e causa il tentativo di avvelenamento del legittimo marito che la svergognata damazza commette, con l’intento di liberarsi del consorte per godersi l’amante. Ciò provoca la comprensibile ira del figlio di lei, il quale, non volendo prendersela direttamente con la madre, cerca di rovinarne l’amante accusandolo del veneficio. Solo per un pelo il piano non riesce perché il protagonista, già condannato a dieci anni di remo sulle galere, viene liberato da una banda di malviventi. Certamente, fatti del genere potevano succedere, a quell’epoca come in qualunque altra, ma quello che non si accorda con la mentalità dell’epoca è il gelo spirituale dei personaggi. Ammettendo che l’Argentieri non abbia partecipato al tentato omicidio e non ne abbia saputo nulla all’epoca, il veneficio è stato tentato, ed egli ne era la causa, ma non mostra il minimo rimorso o scrupolo di coscienza, anzi si sente del tutto innocente ed ingiustamente perseguitato, e vuole cinicamente servirsi dell’amante, potenziale assassina, per cavarsi dai guai.

Inoltre l’Argentieri è spaventosamente imprudente, per cui si comporta come un vero cretino, e i protagonisti cretini non hanno molta probabilità di accattivarsi la simpatia dei lettori. Pur sapendosi in pericolo di cattura ed estradizione, infatti, lo sprovveduto libertino va in giro per la città in modo quanto mai temerario, si ubriaca in una bettola, va a puttane con una mammana, la quale poi lo tradisce consegnandolo al sicario che dovrebbe ricondurlo in Toscana. Lo sciagurato viene poi rocambolescamente salvato un’altra volta dagli agenti segreti della Repubblica di Genova.

Ma appare alquanto assurdo che la Serenissima Repubblica prenda tanto interesse a questo individuo, lo protegga e lo coinvolga in un intrigo per una questione di confini col Granducato di Toscana, inviandolo come agente segreto con un misterioso messaggio ai confini del Dominio, pur sapendo che la missiva poteva più facilmente venire intercettata dagli agenti avversari, i quali ricercavano ancora il galeotto evaso; sarebbe stato molto più ragionevole, invece, affidare la missione a qualcuno che fosse del tutto sconosciuto ai toscani. Infine, dopo averne passate di tutti i colori, fra peste, ubriachezza, botte da orbi e improbabili intrighi politici e di alcova, questo sbalestrato individuo affoga nel modo più banale durante un viaggio per mare verso la Riviera di Levante.

Alcune osservazioni su punti particolari, con indicazione delle relative pagine.

6 - Il genovese del sec. XVII era molto diverso da quello attuale: se ne possono avere esempi in Ra Çittara Zeneize, “La cetra genovese” del 1630, di Gian Giacomo Cavalli (1580-1657). Infatti era una lingua che faceva largo uso della “r”; come si vede sopra: l’articolo odierno “a” era infatti “ra”. Non si capisce quale funzione abbia l’introduzione di frasi in genovese contemporaneo. Del resto non sarebbe stato consigliabile mettere frasi nemmeno in genovese del Seicento. Bastava indicare che i personaggi parlavano in lingua genovese, evitando inutili complicazioni.

35 - Comunque la traduzione di “Mi devi dire” è sbagliata. Dovrebbe essere “Ti me devi dî …”, e non “Me devi dî…”

63 - Non si capisce cosa sia un “libero pensatore” del sec. XVII. Nel secolo successivo, con l’Illuminismo, sarebbe stato comprensibile, ma nel XVII no.

230 - Un errore di stampa: “Dal quel punto” (riga 3 dal basso) va corretto in “Da quel punto”.

232 - Gli adulteri, cioè il protagonista e la fedifraga avvelenatrice fallita si incontrano in chiesa fingendo una confessione, e lui addirittura svelle la grata per poter meglio carezzare la damazza più vecchia di lui. Poi si separano perché disturbati dagli uomini della scorta della sullodata damazza, i quali, insospettiti dalla inconsueta lunghezza della “confessione”, entrano in chiesa a cercarla. Ma i due amanti, hanno almeno risistemata in tutta fretta la grata? La circostanza non è di secondaria importanza: se qualcuno avesse visto la grata divelta avrebbe potuto cominciare a fare domande imbarazzanti. Fra l’altro, divellere e rimettere a posto una grata di confessionale sono operazioni di falegnameria tutt’altro che semplici e tali da causare non poco rumore e disturbo, per cui si tratta di un particolare assolutamente fuori posto.

251 – Le ultime 5 righe dovrebbero essere in corsivo, in accordo con il corsivo nella pagina seguente.

264 – Riga 17 dall’alto. Non si capisce perché il senso del pudore sarebbe “assurdo”. Forse si intende che, dato il generale crollo della moralità a causa della peste, il pudore poteva sembrare assurdo, ma l’affermazione sembra comunque generalizzata e apodittica.

282 – Riga 13, “dissoluzioni” al posto di “dissolutezze”. Forse è termine arcaico trovato in qualche documento, ma stona, data la generale modernità di linguaggio del romanzo.

299 e segg. - Frati della Francia meridionale del sec. XVII non avrebbero sicuramente parlato francese, e tanto meno francese moderno. Con ogni probabilità si sarebbero espressi in provenzale, reciprocamente comprensibile col genovese. Nella Francia dell’ancien régime i linguaggi regionali erano fortissimi e parlati da tutti; soltanto a partire dalla Rivoluzione francese, creatrice dello Stato centralizzato, il regime impose, e non senza grande fatica, il linguaggio dell’Île-de-France sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un difetto non da poco in un romanzo storico, in quanto applica acriticamente la situazione attuale di lingue nazionali codificate e ufficializzate anche nei territori provinciali e periferici, a un’epoca storica in cui la situazione linguistica era di gran lunga più fluida e diversificata, ciò che fa il paio con l’applicazione, vista sopra, del sentire laicistico e agnostico di oggi a personaggi che dovrebbero essere immersi in tutt’altra temperie religiosa e culturale.

320 - Una stranezza sotto il profilo medico: come mai il protagonista non accusa nessun disturbo di stomaco nel viaggio verso Genova come clandestino, al chiuso e col mare agitato, cioè nelle condizioni peggiori per uno che vada soggetto al mal di mare? E come mai ne soffre invece durante l’ultimo viaggio, all’aperto, dove è molto più difficile soffrirne?

Concludendo, al vizio di fondo, e cioè all’anacronismo dei personaggi, si aggiungono le varie “smagliature” del racconto indicate sopra. Sarebbe forse stato meglio limitarsi ad una monografia storica senza addentrarsi nel difficile cammino del romanzo.

EMILIO BIAGINI


06
LUGLIO
2018
Articolo letto 188 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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 And the winner is …….

Ecco il vincitore (anzi, la vincitrice) della prossima Aquila d’oro:

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

ADRIANA COMASCHI (2018) Delitto a Palazzo Grimaudi, Chieti, Solfanelli

La nota scrittrice ha prodotto un pregevole giallo storico ambientato nel Piemonte del 1832 e sorretto da una meticolosa ricerca. L’azione è vivace e i caratteri dei personaggi sono energicamente delineati. Notevole la forte figura della protagonista investigatrice, la badessa suor Benedetta, la quale, unica ad avere la testa sul collo, non approva gli intrighi “risorgimentali” e non vi si fa coinvolgere. Risponde a colui che le domanda di “aver fede” nel “radioso destino” della patria, quale si sperava di conseguire mediante la cospirazione massonica della Giovine Italia (p. 150): “Ho fede, Eugenio. Ma in Dio soltanto.”

Lo scioglimento del mistero tende ad una condanna della società aristocratica dell’epoca, prospettando un dorato futuro di “libertà”. Purtroppo la conclusione avvalla le bubbole della Giovine Italia (p. 145 e segg.) del massone Giuseppe Mazzini, uno dei padri del cosiddetto “risorgimento” che finì per trasformare una grande nazione di respiro universale, centro del mondo in quanto centro della Cristianità, in un mediocre staterello sabaudo.

Lo staterello non avrebbe tardato poi a farsi repubblicano, dopo che i Savoia, esattamente secondo una profezia medievale riferita da San Don Bosco (“chi ruba alla Chiesa non passerà la quarta generazione”), avevano malamente perduto, proprio alla quarta generazione, quanto avevano vergognosamente arraffato. Uno staterello nella morsa dell massoneria e servo dello straniero, soprattutto della patria dei “club del fuoco dell’inferno”, l’Inghilterra, ottimisticamente etichettata dalla conclusione (p. 180) “paese più libero” (sic). E purtroppo non si tratta del pregiudizio di un personaggio dalla testa calda, in bocca del quale una simile espressione sarebbe stata perfettamente in carattere con l’epoca, ma proprio del commento finale della stessa autrice.

Vi è una piccola incongruenza a p. 62, riga 22, quando quella che si suppone sia una matita emette improvvisamente “lo stridìo della penna”, e alcuni pochi errori di stampa: p. 108 riga 8 “La venti” invece di “Le venti”; p. 109 riga 23 “una viso” invece di “un viso”; p. 162 riga 7 “semplici lapide” invece di “semplici lapidi”.

All’opera è annessa un’appendice di ricette culinarie e di note storiche e biografiche. Queste ultime sono segnate da un forte preconcetto filorisorgimentale che tralascia alcuni fatti significativi, ad esempio la tattica del settario Giuseppe Mazzini di aizzare sicari assassini per nascondersi poi nell’ombra, proprio come Toni Negri. Parimenti viene passato sotto silenzio il fatto che Silvio Pellico venne perseguitato dai “patrioti” perché Le mie prigioni, lungi dal mostrare l’Austria come l’oppressore, ne sottolinea la clemenza. Per questo vennero fatte circolare, nelle antologie, solo poche pagine dell’opera scelte fuori contesto, mentre l’autore fu ostracizzato dai poteri forti di allora e sarebbe morto di fame se non fosse stato assunto come bibliotecario dalla marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo, di cui è in fase avanzata la causa di beatificazione. Per conoscere quello che Pellico disse veramente, occorre fare riferimento all’edizione curata da San Don Bosco.

In conclusione, nonostante l’inclinazione filorisorgimentale, si tratta di un libro interessante e di piacevole lettura.

EMILIO BIAGINI


04
LUGLIO
2018
Articolo letto 147 volte

 ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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Ecco il vincitore (anzi, la vincitrice) della prossima Aquila d’oro:

 

Segue una recensione di Emilio Biagini:

 

SOLFANELLI M.C. (2018) La figura e il ruolo di Maria nella Divina Commedia, Tabula Fati, Chieti

Pilastro vitale del cristianesimo, Maria Santissima non poteva mancare di ispirare l’ascesa di Dante alla redenzione e al conseguimento dei massimi vertici poetici. Uno studio sull’argomento è quindi particolarmente benvenuto. Dopo la brillante prova data dall’opera sugli animali nel Pascoli, l’autrice affronta ora questo tema chiave della critica dantesca.

Il libro si apre con una puntuale introduzione teologica, che compie un’approfondita analisi dell’importanza della Santa Vergine nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero della Chiesa. Maria è intimamente unita al Figlio e riflette in sé e le tre Persone divine: Vergine davanti al Padre, Madre del Verbo Incarnato, Sposa dello Spirito Santo. Piena conferma se ne ha negli Scritti di Maria Valtorta, dove si afferma che la Madonna contiene la Trinità e ne è contenuta. Maria non è solo Arca dell’Alleanza e Madre del Redentore, ma è pure Corredentrice. Lo testimonia il suo ruolo attivo nella lotta contro il male, il suo atto di schiacciare il capo al serpente, da cui si deduce pure che ella è il primo frutto della redenzione stessa.

Taluni aspetti si prestano alla discussione, come la tesi, riportata dall’autrice, espressa da Cettina Militello (p. 11), secondo cui la Madonna avrebbe inizialmente ignorato il terribile destino del Figlio. Al contrario, Maria sapeva fin da prima dell’Annunciazione che l’Eletta avrebbe conosciuto la Passione e la morte del Figlio, e cioè ancor prima di sapere che proprio Lei sarebbe stata l’Eletta. In Israele, infatti, erano ben note le profezie, e Lei, Vergine consacrata al Tempio, non poteva non conoscere il terribile destino che attendeva il Messia. Bastavano le parole di Isaia (53, 3-5): “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.” Una corretta prospettiva a questo proposito si trova, fra l’altro, in “Maria donna dei dolori”, di Lorenzo Cattaneo (https://lorenzocattaneo.files.wordpress.com) e nella citata rivelazione privata a Maria Valtorta ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (CEV, Isola del Liri, 2001, vol. 1).

Pure discutibile, e di sapore vagamente protestante, è il timore espresso da Ida Magli (p. 13), secondo cui la devozione popolare “esporrebbe il culto mariano all’imprudenza del sentimentalismo e ad un’astratta credulità”. Come la Solfanelli ricorda, l’amore per la Santissima Vergine Madre di Dio non è mai abbastanza: “De Maria numquam satis”, affermano i Padri dei primi secoli. Ne “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, il Divino Maestro rivela alla Valtorta che uno dei motivi della rivelazione privata è proprio quello di intensificare la devozione a Sua Madre, non abbastanza posta in rilievo nelle Scritture canoniche. Ad esempio gli Atti degli Apostoli non citano neppure la presenza della Santissima Vergine alla Pentecoste, mentre la Tradizione e le icone della Chiesa ortodossa la collocano al centro dell’evento. In quanto testimone della presenza divina, l’icona ha, nella tradizione orientale, valore pari a quello delle Sacre Scritture (vedi Leonid Uspenskij, La teologia dell’icona, Torino, San Paolo, 2005).

A completamento di questa rassegna di difetti marginali e facilmente correggibili in una seconda edizione dell’opera, va ricordata la trascrizione della forma greca dell’Ave Maria tradita, probabilmente in fase di impaginazione, dalla mancata inserzione di un opportuno font dell’alfabeto greco (p. 110, nota).

L’autrice ripercorre il cammino dantesco nelle cantiche del Poema. La Divina Commedia presenta fin dall’inizio una prospettiva profetica e salvifica, delineata a partire dalla visione delle tre fiere che impediscono a Dante l’ascesa al colle e rappresentano i tre peccati (lussuria, superbia, avarizia) o le tre disposizioni peccaminose (incontinenza, violenza, frode). Alle tre fiere si contrappongono le tre “donne benedette”: la Madonna (la grazia preveniente); Santa Lucia (la grazia illuminante), e Beatrice, immagine della verità filosofica e teologica, terrena e paradisiaca, morale e intellettuale, seducente e incontrovertibile. Visto l’impedimento delle tre fiere, la Vergine invia Santa Lucia da Beatrice, affinché l’amica di Dante soccorra colui che tanto l’aveva amata, e Beatrice, con l’approvazione di Maria, scende nel Limbo e induce Virgilio a farsi guida di Dante. La Madonna presiede dunque fin dall’inizio al progetto salvifico della Commedia: viaggio ultramondano di riconciliazione, che porta l’uomo dal peccato (Inferno), alla purificazione (Purgatorio), alla visione dell’Eterno (Paradiso).

La Vergine non può essere presente all’Inferno, dove non vi è luce di Dio. Il dannato porta con sé, per tutta l’eternità, il peso del peccato non perdonato, ed è punito, secondo la legge del contrappasso, ossia mediante quello con cui peccò: la classificazione infernale è quindi una classificazione di peccati. Quelli più lievi, perché dettati solo da incontinenza (lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira e accidia), sono puniti, in modo relativamente “leggero”, nella parte alta dell’abisso infernale, separata, per mezzo del fiume Stige, dalla città di Dite. In questa, con pene terribili, vengono puniti violenti, fraudolenti e traditori. Nella parte alta dell’Inferno, Dante incontra pochissimi diavoli e il suo peregrinare non viene fisicamente impedito. Al contrario, perché il Divino Poeta e la sua guida possano entrare nella città di Dite, è necessario l’intervento di un angelo mandato dal Cielo.

La ripartizione dell’Inferno descritta dall’Alighieri viene confermata, nelle sue linee principali, dalla visione di Santa Veronica Giuliani (1660-1727), avuta il 17 gennaio 1716: la santa descrive infatti un Inferno superiore, o “benigno”, che si spalancò davanti ai suoi occhi mostrando al suo interno abissi sempre più profondi e spaventosi, dove le anime subivano i più atroci supplizi.

Al contrario, l’anima del Purgatorio è stata perdonata, ma deve sradicare da sé l’inclinazione a peccare, che ha radice in comportamenti positivi o negativi connessi all’amore. Dante vede nella Madonna tutte le virtù contrarie ai sette vizi capitali e, di cornice in cornice, ella viene proposta come esempio alle anime purganti: in ogni balza il primo esempio di virtù è sempre ricavato dalla vita della Santa Vergine.

Dante si richiama a San Tommaso e, in pari misura, alla dottrina agostiniana della Trinità, che riconosce il ruolo di Maria nella sua veste di “Madre del Salvatore”. Va notato che sia Tommaso che Agostino propendevano per l’ipotesi “maculista”, secondo cui la Vergine sarebbe stata liberata dalla macchia del peccato originale solo dopo il concepimento, ma proprio al tempo di Dante grazie al Beato Duns Scoto, nato forse in quello stesso 1265 in cui vide la luce il Sommo Poeta, il “maculismo” fu abbandonato e venne finalmente riconosciuta la preservazione ab initio della Madonna dalla macchia che affligge tutta l’umanità.

Alla fine del Purgatorio, nel canto XXXIII, si concludono due attese escatologiche, che si sono dinamicamente intrecciate lungo l’intera cantica: l’auspicio di un rinnovamento morale, politico e civile della società e delle sue istituzioni, e la salvezza spirituale del poeta come individuo e dell’umanità.

La terza cantica si apre col presupposto dell’insufficienza dei mezzi espressivi della lingua umana di fronte allo splendore del Paradiso. Da una parte vi è l’idea esaltante di trovarsi davanti ai Santi, a Maria e all’inattingibile beatitudine della Trinità, dall’altra il Sommo Poeta è ben conscio della limitatezza della parola.

L’aspirazione di Dante alla salvezza trova ora il plauso nella conferma della solidità della propria fede (attraverso i discorsi di San Tommaso e di San Bonaventura), nella persuasione razionale dei principi teologici su cui poggia la sua stessa fede (nell’esame sostenuto davanti a San Pietro, a San Giacomo e a San Giovanni), nell’incontro mistico con Cristo e con Maria.

Con San Pier Damiano, Dante flagella la corruzione e la decadenza dei costumi della stessa Chiesa, i cui pastori, dimentichi della povertà di San Pietro e di San Paolo, per salire a cavallo devono farsi sorreggere da più braccia, tanto sono grassi e coperti da ampi mantelli, che coprono pure il destriero, “sicché due bestie van sott’una pelle”. Lo sdegno di San Pier Damiano fa prorompere i beati in un grido “di sì alto suono”, che lo stesso poeta ne rimane attonito. Con piena aderenza alla Fede e ai suoi altri principi morali, Dante univa alla sacrosanta venerazione per “le somme chiavi”, una chiara coscienza delle gravi insufficienze del clero, tanto che non esitò a porre all’Inferno papi, prelati e chierici.

Giunto ormai nell’Empireo, il Sommo Poeta sente crescere la proprie facoltà e vede un fiume di luce, segno della “grazia illuminante” che dal cielo scende sull’umanità. Poi il fiume si trasforma in un lago, l’insieme di angeli e beati diventa un colle verdeggiante e fiorito, e agli occhi di Dante appare una sorta di gradinata ristretta, con Dio alla sommità. È la “candida rosa” della “milizia santa”. Non è senza interesse notare che anche Maria Valtorta vide e descrisse la candida rosa, come se a questi due spiriti eletti fosse stata concessa un’analoga visione del Paradiso. Scrive infatti la grande veggente: “Se un’immensa sconfinata rosa, fatta di una luce rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce diamantina.(Quaderni, visione del 6 marzo 1944). Le due visioni si completano e confermano a vicenda. I cattedratici razionalisti (non diversamente da tanti preti spaventati dall’idea di essere scoperti a credere in qualche cosa) inevitabilmente negano la realtà di simili esperienze soprannaturali, ma non dimentichiamo che Dante annotò esplicitamente, alla fine della Vita Nuova, di aver avuto la visione mistica dalla quale doveva scaturire il Divino Poema.

Particolare interesse presenta il confronto fra il tema della Veronica in Dante e nel Petrarca. Scrive l’autrice (p. 100, nota): “Il tema della Veronica ripropone alla memoria il famoso sonetto ‘Movesi il vecchierel’, in cui pure è rappresentato il pellegrino che scende alla città di Pietro per contemplare la Veronica, ma i due contesti psicologici e religiosi sono assai diversi e per nulla paragonabili, perché nel sonetto l’immagine della Veronica è evocata per introdurre il volto di Laura a cui tutto il componimento sostanzialmente tende e in cui la fantasia creatrice si risolve; qui, invece il volto trasfigurato di San Bernardo prepara l’estasi mistica in cui sarà rapito il poeta stesso.” Questo permette di misurare l’abisso fra la profondità di pensiero e l’eterno significato di Dante in confronto al vuoto di idee e alla superficiale eleganza del Petrarca. Il padre Dante fu esule e perseguitato per gli intrighi di un papa politicante e addirittura condannato al rogo in contumacia. Al contrario il Petrarca venne incoronato poeta in Campidoglio: ecco la profonda ingiustizia di un mondo anche allora sprofondato nello squallore politicamente corretto. Eppure il penoso storicismo di certa manualistica pone il Petrarca su un alto piedistallo perché “apre una nuova era”, mentre Dante viene segnato come colui che “chiude l’epoca precedente”.

In conclusione, quest’opera mette a fuoco, in modo magistrale e attentamente documentato, gli aspetti essenziali del Divino Poema sotto il profilo della devozione mariana, cardine della Fede cattolica di Dante e nostra. Un’estesa bibliografia completa l’opera.

EMILIO BIAGINI


05
MARZO
2018
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco i vincitori di una DOPPIA AQUILA D'ORO:

LORENZO FONTANA & ETTORE GOTTI TEDESCHI, con:

Segue un commento di Emilio Biagini.

 

LORENZO FONTANA & ETTORE GOTTI TEDESCHI (2018) La culla vuota della civiltà. Alle origini della crisi, Prefazione di MATTEO SALVINI, Verona, Gondolin

 

L’Italia è un Paese condannato all’estinzione per il tragico crollo della natalità. La distruzione della famiglia, il divorzio, la contraccezione, l’aborto stanno assassinando l’Italia, derubandola del futuro. La sinistra, maestra di chiacchiere inconcludenti, ha finto di rendersi conto del problema ma ha saputo proporre solo penosi palliativi di sostegno alla “famiglia”. Ma quale famiglia? Se la famiglia non è chiaramente definita, secondo quanto detta la natura e la legge divina, come unità fondamentale della società e frutto di un matrimonio il cui fine è la procreazione, non si va da nessuna parte.

 

Non c’è solo il crollo della natalità, ma anche l’emigrazione di centinaia di migliaia di giovani italiani preparati e capaci, che non trovano un ambiente adatto ad esprimersi nel nostro regime paranoico e iper-ideologizzato, che altro non sa fare se non imporre ostacoli all’iniziativa e tasse demenzialmente alte. La popolazione italiana invecchia, accumulando pesi insostenibili sul sistema previdenziale e di assistenza medica, con la sinistra, succube e lacché di Soros, che non trova di meglio, per riparare al disastro da lei stessa provocato, che proporre l’assassinio di vecchi e malati e l’immigrazione selvaggia e incontrollata. Il tutto condito di osceni ululati di odio non appena qualcuno osa indicare i fatti incontrovertibili di questo assassinio morale e materiale dell’Italia.

 

La prefazione di Matteo Salvini già mette molto bene in chiaro questi gravi nodi del problema, che viene successivamente trattato in modo scientificamente ineccepibile dai due autori. Lorenzo Fontana, vicesindaco di Verona ed europarlamentare è uno dei pochissimi politici ad avere realmente a cuore la famiglia e le radici cristiane. Il Professor Ettore Gotti Tedeschi non ha bisogno di presentazione, essendo uno dei massimi economisti mondiali. E poiché l’Italia e il Vaticano non amano i loro figli migliori, egli è stato vergognosamente perseguitato senza ottenere sostegno né dallo Stato, né dalla comunità scientifica, né dalla Chiesa.

 

Agghiacciante è il quadro del Nuovo Ordine Mondiale. Assistiamo alla crescente povertà dell’Europa mentre emerge l’ex-Terzo Mondo (dopo che per decenni i soloni del delirio marxista ci avevano assordato con le loro lagne terzomondiste, dipingendoci come ricchi epuloni che succhiavano il sangue ai morenti di fame); conflitti ovunque; squilibri socio-economici mostruosi (l’1% della popolazione ha in mano metà della ricchezza mondiale); migrazioni di massa (perfino con la scusa dei “cambiamenti climatici”); dilagante terrorismo (che i mass media asserviti ai poteri forti chiamano “internazionale”, mentre gli autori non esitano a qualificarlo correttamente come islamico); crisi religiosa e morale coi modernisti ormai padroni della Chiesa.

 

Una società che non crede più in niente, che ha perso i criteri per definire le cose, non ha più radici ed è facilmente pilotabile, diventa dipendente dai consumi, dallo stato, dai vizi. I propugnatori delle “unioni” pseudo familiari agiscono per proprio interesse, spingendo verso una visione che chiamano “modernità”, mentre in realtà è ostile all’uomo. La superficialità con cui la sinistra ha affrontato il gravissimo problema della denatalità si osserva nelle conseguenze del Jobs Act: l’apporto dei governi Renzi e Gentiloni è stato di precarizzare il lavoro dei genitori. Il numero degli aborti in Europa cosiddetta “unita” equivale al deficit del tasso di natalità europeo. L’esempio della Francia dimostra tuttavia che è possibile invertire la tendenza; Parigi investe per le famiglie il 3,8% del PIL nazionale ed è riuscita a portare il tasso di fecondità a 2,01 figli per donna (sebbene resti il dubbio di quanto questo risultato sia dovuto alla più alta fertilità islamica: dubbio non risolvibile perché l’acido regime laicista francese vieta ogni determinazione censuaria della religione), contro l’1,35 italiano. Grazie ad una classe politica irresponsabile, l’Italia è invece fra i paesi europei a più grave rischio di estinzione. Tuttavia, un drastico cambiamento di rotta, con un governo responsabile, potrebbe ancora salvare la situazione, se unisse buone prassi politiche ad una sensibilizzazione culturale mirata.

 

Investire sulle nascite vuol dire investire sul capitale: i figli infatti sono risorse fondamentali. Il PIL non può crescere in modo sostenibile se non cresce la popolazione. In una società che non fa più figli l’unico modo per generare crescita economica è far leva sui consumi individuali, spingendo al massimo il modello consumistico, che però implica un maggior uso di risorse e pesanti danni ambientali. In un mondo globalizzato si decentrano le produzioni dove la manodopera costa meno, e i paesi ex-ricchi del mondo occidentale diventano sempre più semplici consumatori, mentre viene distrutto il lavoro locale e incrementata la manovalanza immigrata. A tutto ciò consegue un ribasso dei salari e delle tutele ai lavoratori. Dopo tanto agitarsi per la tutela dei lavoratori, ecco la sinistra sostenere la globalizzazione che, col tacito consenso degli imprenditori, impoverisce ed umilia i lavoratori.

 

Economicamente è diventato difficile formare una famiglia perché da trent’anni si è deciso di non fare figli. Non aver fatto figli prima rende difficile avere oggi la possibilità economica e il coraggio di farli. Non solo sono proprio i paesi ex poveri, come India, Cina, Brasile, che incrementando la popolazione sono diventati ricchi, mentre noi, ex ricchi, diminuendola, siamo diventati poveri. La deleteria ideologia malthusiana, fallita e smentita più e più volte, continua a far danno nell’Occidente che, perdute le radici cristiane alle quali doveva la sua grandezza, ha perduto anche il ben dell’intelletto, affogato nel relativismo dei cattivi maestri che infestano scuole e università. Il fallimento malthusiano si ricava anche da pubblicazioni come quelle dell’ONU, nonostante siano perfettamente allineate ai diktat dei poteri forti: nessun impoverimento legato all’aumento della popolazione. Infatti tra il 1900 e il 2000 la popolazione è quadruplicata, ma il PIL mondiale è cresciuto di quaranta volte.

 

Le radici del problema economico, come ha costantemente insegnato il Prof. Gotti Tedeschi, sono di carattere morale. La prima responsabilità va cercata nel pensiero gnostico: la gnosi ha corrotto l’intelligenza di tante persone facendo loro credere che il bene fosse male e che la scienza potesse risolvere tutti i problemi del mondo. I falsi profeti dello gnosi sono anzitutto i neo-malthusiani, responsabili per il crollo dell’economia, per la crisi attuale e per l’impoverimento del mondo occidentale. Negli ultimi decenni la capacità di pensare si è notevolmente affievolita, per l’eliminazione dei modelli di apprendimento fondati sulla conoscenza del “perché”. Infatti il modello introdotto in seguito, fondato sulla conoscenza del “come”, mentre risulta sicuramente più produttivo a breve termine, alla lunga produce schiavitù di pensiero e ritarda le capacità immaginative e reattive di progettazione del futuro adeguato alla nostra vocazione.

 

La gnosi ha fatto sognare una parte del mondo, convincendola che la difesa dell’ambiente fosse la priorità dell’uomo. Persino superiore alla difesa della dignità dell’uomo, persino contro l’uomo, definito “cancro della natura”. Il sogno recondito di molti è trasformare la cura dell’ambiente in una religione universale. Questa blasfema idolatria della natura è stata imposta da circoli tecnocratico-gnostici autonominatisi guida dell’umanità, ma la svolta teologico-progressista della Chiesa ha fatto la sua parte, accettando acriticamente il neo-malthusianesimo e l’umiliazione dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

 

Basti pensare alla ribellione contro l’Enciclica Humanae Vitae, che in un manifesto firmato da duecento teologi e pubblicato il 31 luglio 1968 sul “New York Times”, sparava a zero definendo l’enciclica “tragica e disastrosa, ripugnante intellettualmente ed emotivamente”, mentre famosi teologi iper-progressisti come Karl Rahner e Hans Küng (futuri catastrofici protagonisti del Vaticano II) incitavano alla disobbedienza al Papa. Ed ecco apparire il progetto di fondazione di una nuova religione atea apertamente contraria alla vita, che calpesta la Genesi in tutta la sua estensione, con le assurde e blasfeme teorie del gender, del malthusianesimo, dell’ambientalismo, dell’animalismo. Onu e Vaticano si incontrano ormai apertamente in questa strada tappezzata di miliardi di dollari, che conduce direttamente all’abisso.

 

Una gravissima responsabilità in questo disastro morale e materiale è quella dell’imperialismo americano, che giudica l’aumento demografico mondiale un’insidia per l’impero di Washington (Rapporto Kissinger 1974). Gli altri dovrebbero smettere di far figli affinché gli yankees regnino indisturbati. Ed ecco quindi una feroce propaganda malthusiana e la distribuzione di contraccettivi ai paesi del Terzo Mondo. L’industria dei contraccettivi è diventata un lucrosissimo affare, affiancandosi alle lobbies delle armi e del petrolio, onnipotenti negli USA e generatrici di continue tensioni e guerre “per portare la libertà” (sic).

 

La delocalizzazione produttiva ha portato vantaggi enormi per Cina e India che sono entrate nel ciclo economico globale, ma ha impoverito i Paesi trasferenti, producendo una potenziale dicotomia tra i Paesi produttori e non consumatori e i Paesi consumatori ma non produttori. Dicotomia insostenibile se i Paesi consumatori che hanno trasferito le produzioni non si sono dati una strategia alternativa di creazione di ricchezza e una politica di impiego adeguata. Invece per sostenere la crescita si è ricorsi al debito, così che l’indebitamento (pubblico, privato, imprese, banche) è cresciuto in modo pericoloso e insostenibile, provocando il collasso finanziario e dell’economia reale. La finanza senza regole è stata una conseguenza e un tentativo di compensazione di effetti provocati dai fattori “fondamentali”.

 

Per una vera economia si dovrebbe tornare a difendere anzitutto la vita, ma si tratta di un obiettivo difficile quando se ne disconosce la sacralità. Si vuole che l’essere umano, potendo scegliere fra le tre nutrizioni raccomandate dal magistero della Chiesa (corporale, intellettuale, spirituale) si contenti e si soddisfi solo di quella più “animalesca”. Si vuole inoltre che l’uomo, creatura del caos, confidi solo nella scienza. Si vuole ridurre le nascite per stare meglio, poi anche ridurre i vecchi che sono inutili e costosi, senza rendersi conto della contraddizione fra le due scelte. Un Papa che provasse a spiegare tecnicamente che a causa del disconoscimento del valore della vita umana si è scatenata la crisi economica, spiegando che tra morale, leggi naturali e leggi economiche c’è un legame totale e divulgando questo pensiero, costui si farebbe molti nemici, anzitutto fra gli intellettuali neo-malthusiani, inclusi gli ignoranti che di Malthus conoscono solo il nome ma sanno che per far carriera devono essere contro la crescita demografica.

 

Risultato per l’Italia: in trent’anni il peso delle tasse sul PIL è raddoppiato, la percentuale dei risparmi sul reddito delle famiglie è passata dal 25% al 5%, facendo mancare la base monetaria al sistema bancario. I giovani emigrano in massa perché non riescono a trovare lavoro in Italia, dopo che sono stati delocalizzati investimenti e produzioni in Asia per ridurre i prezzi e incrementare il potere d’acquisto da noi, consumatori e non più produttori.

 

L’uomo del XXI secolo, che esalta la ragione e l’immanentismo, sta manifestando, come non mai nella storia dell’umanità, irrazionalità, incoerenza e immaturità. Ha investito in tecnologia ma non in sapienza e intelletto, così che gli strumenti tecnologici gli sono sfuggiti di mano e hanno acquistato autonomia morale. Sempre più immaturo e nichilista, ha preso decisioni contro se stesso, con il controllo delle nascite, la legalizzazione dell’aborto, fino all’odio contro la famiglia, accusata di creare discriminazioni, disuguaglianze, ingiustizie, violenze. Ma se si umilia e si ostacola la famiglia per essere più ricchi e felici, oltre al risultato di essere più poveri e infelici, si innesta un processo di distruzione di civiltà. Il degrado economico e sociale è sempre conseguenza del degrado morale. Benché ciò sia dimostrato, viene rifiutato pregiudizialmente, perché è stato voluto. Lo stesso può dirsi della madre di tutte infamie: il darwinismo, utile da sempre ai piani egemonici dei poteri forti, senza il quale non si reggerebbero né il malthusianesimo, né l’ambientalismo, né l’omosessualismo.

 

I neomalthusiani, ambientalisti, omosessualisti dominano tutti i centri decisionali, le istituzioni internazionali, i mass media. La classe politica ha avuto responsabilità enormi nel permettere questo dissesto socioeconomico, culturale, morale, che sta stroncando la nostra civiltà. Non vi sarebbe nulla di strano se ad un certo punto la Corte Internazionale di Giustizia vietasse di celebrare riti “superstiziosi”, come la Santa Messa e i Sacramenti (ma non vieterebbe mai il culto islamico, perché quelli sparano), o vietasse di insegnare in famiglia “superstizioni” arcaiche come la dottrina cristiana. Malignità personale: che faranno allora i prelati e i preti che predicano l’accordo col mondo a tutti i costi, e che con la loro accidia e la loro vigliaccheria hanno tanto favorito il trionfo degli anticristi? Avranno forse un ritorno di fiamma e affronteranno il martirio? Ritengo più probabile che getterebbero la tonaca alle ortiche per unirsi ai nemici.

 

Nell’enciclica Laudato si’ si confondono le cause con gli effetti. È il neomalthusianesimo ambientalista che ha creato le condizioni della crisi e del degrado ambientale. Nell’Enciclica si richiamano invece temi di “sostenibilità” riaffermando le teorie ambientaliste del Club di Roma, dimenticando che è il peccato che genera iniquità, non il contrario. L’Enciclica lascia pensare che l’ambiente sia il problema chiave dell’umanità, permettendo in tal modo alla gnosi di proporre l’ambientalismo quale religione universale. L’ambientalismo è dottrina gnostica e anticattolica. Per l’ambientalismo la terra è una divinità dove si è incarnato l’angelo ribelle caduto. I nemici da sottomettere sono le religioni giudaico-cattoliche perché professano la moltiplicazione degli individui umani, sottomettono la terra all’uomo, separano maschio e femmina. L’ambientalismo pretende di riscrivere la storia sacra, di riproporre una sua versione (darwiniana) della creazione, di realizzare il paradiso in terra.

 

Riguardo alle migrazioni si vuole favorire gli arrivi invece di potenziare gli aiuti ai Paesi di provenienza. Queste scelte politiche sono viziate dalla decisione di lavorare sugli effetti dimenticando le cause del fenomeno migratorio, alimentato dagli interessi del grande capitale e sostenuto da una visione buonista della Chiesa che favorisce l’accoglienza indiscriminata senza tener conto di chi sia veramente in pericolo (i cristiani perseguitati del Medio Oriente, ad esempio) e di chi rappresenti invece un pericolo (facendo entrare senza alcun controllo terroristi e criminali). Una Costituzione europea che contenesse un chiaro riferimento alle radici cristiane dell’Europa sarebbe stata la più alta forma di sintesi per una pluralità di stati nazionali che si riconoscono in comuni valori. Solo che questi comuni valori non vengono più sostenuti da chi più dovrebbe averli a cuore: la Chiesa cattolica, la quale sembra invece preferire appiattirsi sui temi gnostici e privilegiare il “dialogo” con l’errore piuttosto che la difesa ad oltranza della Verità che da Cristo ha ricevuto in custodia.

 

Si pretende, da parte dei poteri forti, che menzionare le radici cristiane nel Trattato Costituzionale Europeo, avrebbero dato ad esso un carattere di esclusività, mentre l’Europa deve essere inclusiva, tollerante e rivolta al futuro. Ma quale futuro? Rinnegare le radici cristiane vuol dire rinnegamento di se stessi, radicamento nel nulla, sfacelo morale; vuol dire matrimonio sconciato, culle vuote, invecchiamento, morte. Altro che futuro! I politicanti cosiddetti “progressisti” non vogliono capire che una società non è “tollerante” e “inclusiva” perché rinnega se stessa. Diventa solo invertebrata e pronta ad essere calpestata da altre tradizioni che non fanno sconti, come l’islamismo.

 

Perduta la sovranità, gli Stati europei oggi redigono i propri bilanci come un compito in classe da presentare all’insegnante che sta a Bruxelles. Le élites europee hanno imposto regole talmente stringenti da arrestare la crescita. L’ideologia del libero mercato, nella sua frenesia di tener lontani gli Stati dall’intervento nell’economia ha prodotto due effetti distorsivi: ha ammanettato i governi, negando loro la possibilità (salvo in rare eccezioni) di intervenire anche in situazioni in cui la mano pubblica avrebbe prodotto effetti virtuosi per l’economia nazionale, e ha, di riflesso, allargato il campo proprio della concorrenza sleale, alimentando proprio l’effetto che intendeva contrastare. Infatti, se uno Stato è abbastanza importante da riuscire a persuadere le autorità comunitarie che imprese o attività nazionali siano “strategiche” per l’interesse comune, cioè per la UE nel suo insieme, allora gli aiuti arrivano subito. È chiaro che in questo modo vengono favoriti i potenti e prepotenti schiacciando i più deboli. È la fine della politica economica nazionale. La UE assume in maniera pressoché monopolistica e certamente discrezionale, il potere di contestare ai governi scelte economiche operate nell’interesse nazionale. Inoltre le “regole”, per la già citata “discrezionalità”, valgono per qualcuno più di altri. Quando la Francia ha deciso di nazionalizzare i cantieri navali STX di Saint-Nazaire in predicato di finire all’italiana Fincantieri, l’UE ha ritenuto l’intervento a gamba tesa del governo Macron del tutto legittimo.

 

Errore politico imperdonabile, recante il segno del sorriso vacuo di Prodi, è stato quello di svendere la lira lasciando che altri ne decidessero le condizioni. Un errore di cui si è compresa la portata con l’avvento della crisi dalla quale non siamo ancora usciti e che ha causato danni enormi, economici e sociali. Ci gingilliamo con una moneta garantita da Stati non più sovrani che si indeboliscono e non sanno quale sarà il futuro della moneta che usano. Mai prima dell’euro una moneta era nata senza uno Stato. Un’altra novità anomala è stata quella di mettere in comune una moneta senza condividere i debiti pubblici. La Germania ha imposto patti leonini agli altri membri della UE, prendendosi come complice la Francia e opprimendo tutti gli altri. È dunque tempo, per l’Italia, di cambiare radicalmente, riconquistando la sovranità nazionale e monetaria e riallacciandosi alle radici cristiane, senza le quali non c’è futuro.

 

EMILIO BIAGINI

 

 


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