Genova, 29 Agosto 2016 05.06





 
25
GIUGNO
2016

ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA
Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

-Figura_aquila


And the winner is …….

Ecco il vincitore della prossima Aquila d’oro:

Un saggio controcorrente di eccezionale profondità filosofica e scientifica:

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2016) Negli affari vince Caino, Società Europea di Edizioni Il Giornale, Fuori del coro

Recens.Ettore Gotti Tedeschi-Negli affari vince Caino

 

ETTORE GOTTI TEDESCHI (2016) Negli affari vince Caino, Società Europea di Edizioni Il Giornale, Fuori del coro

 Il Prof. Gotti Tedeschi offre con questo saggio una nuova lucida analisi della gloriosa società dalle “magnifiche sorti e progressive” che ci affligge e che ha il suo più brillante successo nella creazione di ingiustizia e di oppressione dei più deboli, gravati da crescenti tasse, meno opportunità di scelta, fallimenti di aziende, perdita di posti di lavoro, disoccupazione, disorientamento sociale con droga e simili, e non ultima la catastrofe previdenziale. Il tutto è immediata conseguenza di disonestà e burocrazia divoratrice ideologizzata. Un semplice esempio ben noto a livello microeconomico: i “vincoli eterni” di urbanizzazione che stanno assassinando il settore edile, accompagnati naturalmente dal sinistro sbavare contro la mitica “rapallizzazione”.

Dove mancano idee forti (e intelligenti) il comportamento (egoistico e sgangherato) influenza il pensiero (che diventa egoistico e sgangherato a sua volta). Ed ecco fanno la loro comparsa le idee che fanno comodo ai Caino: il relativismo morale e il nichilismo. Idee diaboliche entrate in concorrenza con le idee forti del Cristianesimo, dimostrando l’efficacia della legge di Gresham: la cattiva moneta scaccia la buona, anche nel campo delle idee. I falsi profeti si riconoscono dalle conseguenze che provocano, e quali conseguenze provoca il materialismo evoluzionista che fa da inevitabile sostegno al relativismo morale e al nichilismo?

Sia permessa una piccola diversione per afferrare il reale significato e le perverse implicazioni della superstizione materialista evoluzionistica che l’autore cita solo brevemente. Va subito detto che nessuno ha mai visto la nascita di una nuova specie, né in natura né in laboratorio. Gli unici esperimenti per creare nuove specie sono falliti: i miserabili tentativi di Miller con i moscerini dell’aceto, compiuti settant’anni fa e presentati tuttora come “successo” dell’evoluzionismo. L’unico, perché nessuno ha più osato tentare alcunché di simile. Quegli esperimenti, aggredendo i poveri moscerini con radiazioni ionizzanti e sostanze alchilanti per forzarne le mutazioni geniche sono riusciti soltanto a produrre moscerini rovinati e nessuna nuova specie.

Come insegna l’insigne storico Roberto De Mattei, l’evoluzionismo è un’ideologia che si fonda su (mal interpretata) scienza, e scienza che a sua volta si basa sull’ideologia: un perfetto circolo vizioso sostenuto da sconfinata arroganza accademica e vigliaccheria arrivistica. I cordoni della borsa che alimenta scuole e università sono in mano a finanzieri Caino, burocrati Caino, politicanti Caino (spesso non eletti da nessuno o eletti grazie a raffinatissimi e democraticissimi brogli). Chi dissente non fa carriera, e gli onnipresenti scandali (regolarmente soffocati) nei concorsi a cattedre dimostrano quale affidamento si può fare sulle auliche sciocchezze che discendono dall’Olimpo accademico, dove i bonzi tengono le loro danze tribali, incensandosi a vicenda, citandosi a vicenda e recensendosi a vicenda, con una regolarità da far invidia alle più collaudate cosche mafiose.

Ecco perché l’evoluzionismo funziona: grazie ad una ben oliata macchina di propaganda, la cui prima menzogna è che il vile Cattolicesimo reazionario sarebbe l’ostacolo oscurantista all’affermazione della luminosa scienza evoluzionista, Nulla di più falso: Darwin non è mai stato messo all’Indice. In linea di principio non vi sarebbe niente di eretico nell’idea che la creazione abbia proceduto per successivi stadi evolutivi. Le obiezioni all’evoluzionismo sono sempre state solo ed esclusivamente scientifiche. Se l’evoluzionismo è scientificamente un disastro non è certo per colpa dei cristiani.

Tuttavia la sgangherata teoria (o piuttosto ipotesi non dimostrata) funziona, non per motivi scientifici ma politici, e funziona strettamente accoppiata al malthusianesimo (da cui Charles Darwin era letteralmente stregato): e l’osceno accoppiamento ha generato il mostriciattolo dell’ambientalismo. Ma attenzione, non tutto l’evoluzionismo è “buono” per Caino, come dimostra la tormentata storia di un’ipotesi costantemente in lite con la realtà. L’evoluzionismo darwiniano, basato sulla competizione che “genererebbe nuove specie”, subì una prima durissima sconfitta con l’affermarsi della genetica, fondata dal geniale abate agostiniano Gregor Mendel, e riscoperta decenni dopo la morte di Mendel, cui nessuno prestò inizialmente attenzione perché era “soltanto un povero frate”. La genetica, una scienza solidamente fondata, dimostrava la stabilità delle specie.

I Caino cercarono di correre ai ripari imbarcando le genetica nel barcone evoluzionista che faceva acqua da tutte le parti, e inventarono così il neodarwinismo, in cui “mutazioni casuali” formerebbero nuove varietà sempre più diversificate sulle quali agirebbero la “competizione” e la “selezione naturale” dell’ambiente fino a formare varietà così diverse da non essere più capaci di incrociarsi riproduttivamente, ed ecco le nuove specie: teoria irreparabilmente contraddetta dal fatto che tutte le specie sono ben individuate; non vi sono le innumerevoli forme di transizione che sarebbe lecito aspettarsi, non vi sono “anelli di congiunzione”. Fra parentesi, il famoso Archaeopteryx non congiunge affatto rettili e uccelli: come ha dimostrato il fisico Fred Hoyle, l’ Archaeopteryx è un patetico falso, probabilmente fabbricato da Ernst Haeckel, noto autore di parecchi altri falsi che gli fruttarono molto denaro, col quale riusciva perfino a mantenere un’amante. Haeckel è pure l’inventore della stessa parola Ökologie, “ecologia”.

Peggio ancora: numerosissime specie hanno continuato ad esistere senza subire modifiche per decine o centinaia di milioni di anni durante i quali sono avvenuti drastici cambiamenti ambientali. Per tappare questi enormi buchi nella credibilità dell’evoluzionismo alcuni biologi hanno inventato l’evoluzione “per equilibri punteggiati”, ossia a salti: idea assurda perché sarebbe come dire che d’improvviso una coppia di anfibi potrebbe produrre un rettile e da una coppia di rettili potrebbe nascere un uccello, ma che per lo meno supera la difficoltà della mancanza di “anelli di congiunzione”. I biologi promotori di questa idea erano solidamente atei e politicamente corretti, cercavano solo di raddrizzare un evoluzionismo in crisi nera, e non erano certo vilissimi integralisti cattolici, ma ciononostante vennero ferocemente perseguitati dai colleghi Caino come se fossero stati biechi agenti del Vaticano, e infine costretti all’abiura, pena la perdita della cattedra e della pensione. Perché?

Il motivo è che la loro teoria dell’evoluzionismo “a salti”, per quanto solidamente atea, elimina la competizione darwiniana, la quale è l’unico puntello ideologico che offra ai Caino politici ed economici una parvenza di giustificazione della loro esistenza e dell’oppressione che esercitano sul mondo.

L’ideologia di Darwin servì fin all’inizio a giustificare l’oppressione colonialista e imperialista britannica (irlandesi, neolatini cattolici, indiani, cinesi, negri e altre “razze inferiori” dovevano essere grate all’Herrenvolk britannico che si prendeva cura di loro), mentre l’ideologia di Malthus giustificava l’oppressione domestica dei poveri che affollavano gli “slums” creati dalla rivoluzione industriale (colpa loro se erano poveri, erano troppi). Poi venne adottata da altri Caino: nazisti, comunisti, poteri forti, finanza usuraia globale.

L’ambientalismo serve poi a montare accuse contro la Chiesa, “colpevole” di aver sostenuto che l’uomo deve dominare la terra (che va invece idolatrata), serve a sabotare innovazioni e sviluppo, serve ad espropriare territori sempre più vasti, i cosiddetti “parchi naturali”, sottratti all’uso della gente ad arbitrio degli “illuminati” Caino per promuovere l’oscena idolatria della natura.

I Caino trionfano con l’aiuto delle eresie che fanno dilagare la corruzione morale: (1) ribellione di Lucifero, (2) eresia pelagiana che negava il peccato originale, (3) panteismo che portò a idolatrare l’ambiente (vedi il neoplatonismo eretico introdotto dai greci fuggiti a Firenze nel Quattrocento davanti all’avanzata ottomana), (4) riforma protestante con effetti devastanti sul matrimonio (degradato da Sacramento a mero contratto) e sull’etica economica (ricchezza come segno dell’“elezione” divina nel calvinismo, più ancora che come dono di Dio) e crollo delle dinastie cattoliche a vantaggio di quelle protestanti (e perché i banchieri fiorentini furono rovinati e quelli genovesi no? perché i fiorentini per loro disgrazia dovettero trattare coi filibustieri inglesi che li derubarono, mentre i genovesi ebbero la fortuna di trattare con i gentiluomini spagnoli), (5) marxismo, (6) eresia naturalista di Rousseau che fece inaspettatamente diventare “buona” la natura, (7) ulteriore eresia naturalista che generò i Robespierre, (8) americanismo che propose come nuova virtù la capacità di creare ricchezza e dichiarò superate obbedienza, umiltà, mortificazione, povertà scelta (virtù “medievali”), (9) eresia modernista con il suo agnosticismo che liquidava la religione come orpello irrazionale da cancellare.

Questa classificazione degli orrori rivoluzionari è più ampia e comprensiva di quella di Plinio Corrěa de Oliveira che prevede quattro stadi: (1) riforma protestante, (2) rivoluzione francese, (3) marxismo, e (4) il funesto Sessantotto che portò all’anarchia morale, alla disgregazione della famiglia e alla grottesca pagliacciata del gender. La classificazione del Gotti Tedeschi, oltre ad un maggior dettaglio, ha il merito di individuare esplicitamente le radici teologiche del disastro, partendo dalla ribellione originaria di Lucifero, fonte di ogni male, che nella teorizzazione di Corrěa de Oliveira rimane implicita.

Comodissimo questo capitalismo malthusian-darwiniano: la povertà non si risolve promuovendo l’iniziativa e lo sviluppo con opportune innovazioni sociali e tecnologiche, ma con lo sterminio malthusiano; i ricchi sono ricchi perché sanno competere meglio, non è colpa loro se sono più bravi. Oggi il capitalismo malthusian-darwiniano promana soprattutto dagli Stati Uniti e dai loro satelliti, specie Gran Bretagna e Germania, e ha decretato tabù la dottrina cattolica, che si sforza di relativizzare.

Dai frutti si riconoscono i falsi profeti. E infatti, intorno agli anni Ottanta, la finanza prende il sopravvento sull’economia reale mentre si riduce l’attitudine delle famiglie al risparmio. Crollano le nascite e il risparmio viene incanalato nell’accrescimento dei consumi individuali perché i Caino non vogliono rinunciare alla loro naturale vocazione di ingrassare senza limiti. Meno risparmio affluisce alle banche, vi è meno credito disponibile, meno ricavi e utili, così il sistema bancario inventa i “derivati”.

Per ricostruire un capitalismo fondato sull’economia reale occorrerebbe riscoprire la dottrina sociale della Chiesa. Le leggi naturali in economia non sono state inventate dal Cristianesimo ma Dio le ha stabilite in natura per il bene dell’uomo, come insegna Benedetto XVI in Caritas in Veritate. Cristo stesso non disdegnava affatto i ricchi. La “Chiesa povera” va interpretata: dev’esserlo nel senso di mantenersi distaccata dalle ricchezze, ma per evangelizzare ha bisogno di una forte base economica.

Sarebbe stolto incolpare il capitalismo e la proprietà privata per la crisi: ciò non farebbe che agitare i vecchi fantasmi del totalitarismo comunista o dei “livellatori” inglesi del Seicento, che precorsero gli orrori del ventesimo secolo. Non è la proprietà privata a generare i vizi, ma sono i vizi che deturpano l’uso della proprietà. Il ciclo perverso è stato provocato dalla decisione immorale di bloccare le nascite, realizzata soprattutto con il diabolico aborto libero: l’associazione tra l’abbassarsi della curva di natalità in corrispondenza dell’anno di adozione delle leggi abortiste salta agli occhi nelle statistiche demografiche di qualsiasi paese. Le “strutture architettoniche” della società globalizzata sono gnostiche, negatrici della morale cattolica, alla quale si vuole togliere il diritto di proporsi perché pericolosa ai Caino. Andrà vietata nelle scuole, in famiglia (la disgregazione della famiglia è prioritaria nell’offensiva dei Caino), sotto l’accusa di essere portatrice di pericolose superstizioni.

La gnosi trionfa purtroppo in tutti i campi: (1) in filosofia col relativismo e il nichilismo, (2) in antropologia col ridurre l’uomo a un prodotto dell’evoluzione derivato da “un bacillo”, (3) in sociologia col malthusianesimo anti-natalità, (4) nelle scienze che hanno fatto passare l’idea di un cattolicesimo nemico della scienza, (5) in natura col negare la distinzione maschio-femmina, (6) in religione imponendo l’ambientalismo gnostico come credo universale e l’animalismo come nuovo dogma (e ormai siamo anche alla “liberazione delle piante”, attendiamo con ansia la “liberazione dei minerali”), (7) in economia proclamando l’autonomia morale degli strumenti economici.

La gnosi contraddice la Genesi, la creazione uomo-donna, la missione di moltiplicarsi, utilizzare la terra e assoggettare ogni altro essere vivente. La gnosi sconfessa il mistero dell’unità e trinità con la promessa panteistica che l’uomo sarà come Dio, assurdità demenziale e contraddittoria, sbandierata nel momento stesso che la superstizione evoluzionista riduce l’uomo a un animale. E queste sono le basi del mondo moderno: un delirio di ululanti menzogne al servizio di Caino senza scrupoli. Ogni tentativo della Chiesa di “adattarsi” al mondo moderno è destinato al fallimento perché non ci si limita ad adattare la forma con cui presentare la dottrina, ma si pretende di rendere malleabile la dottrina stessa, partendo dalla grottesca illusione del “papa buono”: “La Chiesa non ha più nemici”.

“Non essendoci più tempo, si dice, per riconvertire il mondo dovendo pertanto accettare la realtà, la realtà forzerà la dottrina, che accetterà di adattare la morale e permetterà all’etica di ‘non imporre gravosi sacrifici o persino torture all’uomo’ e diverrà un’etica opportunistica, non etica, incompatibile con la verità, persino incompatibile con la vera libertà responsabile di fare il bene. Così si riuscirà a trasformare il cattolicesimo in una mera etica sociale utile, una onlus che si occupa di poveri e migranti senza evangelizzare, una caricatura della religione che produrrà una brutta caricatura anche dell’uomo.” (p. 28).

Ma riscuoterà gli applausi dei Caino e dei loro volonterosi lacché: politici, burocrati, giornalisti politicamente corretti, teppaglia dei centri sociali. I Caino hanno bisogno di farla finita col peccato perché il senso del peccato crea una fede integralista e pericolosa per i conflitti che può scatenare nel mondo globale. La deriva della Chiesa favorisce tutto questo. Infatti guai a citare la sacrosanta condanna di San Paolo alla sodomia, non si parla più dei Quattro Novissimi. Giuda si sarebbe “salvato”, come si sarebbe “salvato” l’altro ladrone, al quale al quale Gesù crocifisso non ha rivolto la parola, e da qui la beota idea secondo cui il silenzio di Dio potrebbe indicare che non vi fu condanna, quando invece è proprio quel terribile silenzio ad annunciare che quell’anima è morta ed è inutile parlarle. L’unica virtù apprezzabile, l’unica opera di misericordia è l’accoglienza dei migranti e la tutela dell’ambiente (notare che una parte dei migranti è costituita da disgraziati che stavano a casa loro e che sono stati espulsi per deliri ambientalisti come “conservazione dell’ambiente e della biodiversità” e “abbattimento dell’anidride carbonica”; sono i cosiddetti “profughi climatici”), mentre la famiglia, che è centro di tutto, viene ignorata, anzi si fa di tutto per distruggerla.

Ecco gli obiettivi dei Caino: omogeneizzazione delle culture, relativizzazione delle religioni dogmatiche, freno immediato della natalità, creazione progressiva di stati più globali opposti a quelli nazionali, orientamento accelerato al mercato globale. Organismi privilegiati per questo distruttivo progetto sono l’Onu, la Fao, il Wto, l’Unesco, la Banca Mondiale, il Fmi. Essi sono affiancati da operazioni di diplomazia parallela (banche d’affari, crollo del Muro di Berlino, Tangentopoli che servì a liquidare i politici non di sinistra dato che gli strumenti migliori per i Caino sono appunto i sinistri). Come modelli di convincimento ufficiali operano think tank, fondazioni e media, e le ben pubblicizzate conferenze internazionali. Il tutto naturalmente a spese dei contribuenti. Il famigerato rapporto Kissinger del 1974, desecretato negli anni Novanta, fornì la traccia per il criminale piano di abbattimento delle nascite con le relative catastrofiche conseguenze.

Ed ecco i grandi risultati: (1) crollo delle nascite in Occidente; (2) crollo economico compensato da consumismo, delocalizzazione produttiva, invecchiamento della popolazione, crescita delle tasse e del debito delle famiglie; (3) rottura del mondo in due aree: Occidente consumatore e non più produttore, Oriente produttore e non ancora consumatore; (4) crisi economica e squilibri geopolitici.

Come rimediare? È molto difficile, perché si continua a negare l’evidenza e si pretende di curare gli effetti, mentre sarebbe indispensabile agire sulle cause. Tre son i problemi principali: (1) degrado ambientale (“risolto” mediante un’esaltazione acritica dell’ambientalismo neomalthusiano e gnostico), (2) nascite (un problema che ha la stessa origine del precedente e la stessa soluzione sbagliata e incoerente, propagandata con l’idea beota della “decrescita felice”), (3) famiglia (il diabolico piano dei Caino mira precisamente a distruggerla, ed ecco perché questo problema non viene neppure discusso). La Chiesa stessa non sembra capace di offrire una guida coraggiosa e sicura: il Sinodo sulla famiglia propone infatti “una forma confusa e confondente di accoglienza dei divorziati ai sacramenti” (p. 42), e in questo modo i sacramenti medesimi vengono relativizzati, insieme alla dottrina.

Ma il centro dell’uomo è Dio, e perfino l’arte lo testimonia: perduto Dio, l’arte perde il suo centro e degenera, come ben notò Karl Schefold, e non solo l’arte ma tutto l’uomo perde il centro e gira a vuoto. La miseria morale andrebbe invece sconfitta con i sacramenti, la preghiera e il magistero della Chiesa. È il cielo che dà senso alla terra, non viceversa. Ma la terra, mediante l’azione dello stato, pretende di imporsi al cielo. Infatti lo stato scoraggia la vita spirituale, gestisce (male) quella intellettuale e impone, col consumismo, quella materiale. L’adozione del dualismo metafisico e la separazione di Dio da Cesare, subordinando Dio a Cesare porta alla disumanizzazione dell’uomo.

Così vediamo realizzarsi la profezia apocalittica della caduta di Babilonia, che è poi tutta la terra, sulla quale “i mercanti piangeranno e faranno lutto per causa sua, perché non ci sarà più nessuno che comprerà le loro merci” (Apocalisse 18, 11). Alla fine i Caino e la turba sterminata dei loro lacché pagheranno il trionfo di un’ora con un’eternità di orrore, insieme ai preti viziosi e mentecatti che non parlano più dei comandamenti, del giudizio e dell’inferno, insieme ai prelati vigliacchi che tremano al primo squittire della lobby “ghei” e non davanti a Dio.

Questo prezioso pamphlet di Gotti Tedeschi, nella sua ultraconcentrata piccolezza di sole 48 paginette, rappresenta un formidabile pugno nello stomaco alle falsità vili e interessate che stanno portando il mondo alla rovina. Solo l’adozione del rimedio cattolico proposto in quest’opera potrebbe impedire al diavolo di realizzare la sua grande aspirazione. Quella di poter dire a Cristo, al momento del grande Giudizio: “Guarda per che razza di idioti ti sei fatto crocifiggere.”

EMILIO BIAGINI

13
APRILE
2013

INVITO AL GIALLO

 

IL ROMANZO COMPLETO

"IL MICIO CHE SAPEVA TROPPO"

E' SCARICABILE DA SMASHWORDS

 

(COME PURE DIVERSE ALTRE OPERE DELLA DINAMICA COPPIA)

 

 

Il micio che sape troppo. Copertina 

 

……

 

2

“Andiamo in macchina o col treno?” disse lui.

“Tu cosa preferisci?” rispose lei.

“Quello che preferisci tu.”

Era il solito dialogo. Ognuno dei due voleva fare solo quello che compiaceva l’altro.

Infine, visto che non avevano in programma visite a campi di battaglia in Scozia o ad altre destinazioni campestri, ma solo di passare alquanto tempo a Edimburgo, scavando negli archivi, decisero per il treno, più rilassante e, fatta buona provvista di acqua, gallette e omogeneizzati per Wat, partirono.

Con la linea del Nord-Est da Kings Cross raggiunsero dapprima Durham per andare a far visita agli amici Russell, che da tempo li avevano invitati. Jack Russell era ispettore di polizia della contea di Durham. Sarebbe stata un’ottima occasione per presentare loro il cucciolo Wat, il quale avrebbe potuto, fra l’altro, sfogarsi a correre per i prati dell’Inghilterra settentrionale.

Dalla stazione di Durham, con un tassì, raggiunsero il villaggio di Sea Coal, dove abitavano i Russell, in una modesta villetta in Main Street, o “via principale” che dir si voglia, in un ameno villaggio, ameno cioè per quanto può esserlo un povero villaggio di minatori, fatto di monotone casette di pietra, allineate, ed ora ristrutturato in chiave residenziale non particolarmente distinta. Infatti, la contea di Durham era stata in passato grande produttrice di carbone e, nelle brughiere delle vallate interne, di galena, il minerale di piombo.

“Come mai non sono venuti a prenderci alla stazione?” si domandò Caterina, davanti alla porta chiusa.

“Dev’essere successo qualcosa”, dedusse, con fine acume, il criminologo Tommaso.

“Yelp, yelp”, argomentò Wat, scrollandosi di dosso le prime gocce di pioggia che avevano cominciato a cadere nella mite aria serotina, promettitrice di lievi reumatismi.

In quel momento squillò il cellulare di Tommaso, e continuò a squillare per un pezzo, mentre il chiamato cercava affannosamente l’apparecchio in tutte le tasche. Finalmente lo sfuggente congegno saltò fuori.

La voce di Jack Russell era esitante e preoccupata:

“Senti, Tommaso, sono desolato, ma siamo a Durham, bloccati tutti e due. Poi ti racconterò. Riuscite a sistemarvi? La chiave della casa è sotto lo stuoino.”

“Sì, sì, non ti preoccupare.”

Clic.

“Senti, ha detto di accomodarsi in casa sua”, disse Tommaso.

“Ho capito, ma la cosa non mi piace mica tanto.”

“E credi che a me piaccia?”

La chiave c’era davvero, ma la casa appariva buia, fredda e poco invitante. Wat uggiolò con scarso entusiasmo. Tommaso richiuse la porta e rimise a posto la chiave, mentre Caterina si attaccava al telefonino e, in perfetto inglese con lieve accento scozzese, richiamava il tassì che avevano appena congedato, e che fu sul posto in pochi minuti. Nel frattempo la pioggia stava infittendosi, senza dubbio per dimostrare agli stanchi viandanti che intendeva fare sul serio.

“Conosce un albergo dei dintorni che accetti anche i cani?” domandò al tassista il capo di casa Schiappacasse, in eccellente inglese con marcato accento neozelandese, risultato di lunghe ricerche criminologiche compiute in passato ad Auckland.

“Celto, qui noi applezziamo moltissimo cani” rispose senza esitare il tassista, con accento cinese. Infatti era un immigrato, che sui cani aveva le sue idee, che tenne tuttavia per sé.

Infine gli Schiappacasse si sistemarono in un bell’albergo alla periferia di Durham, dove restarono due giorni a rimirare i vetri bagnati dalla pioggia e ad asciugare Wat, quando tornava dalle sue corse per il prato, prima che il cucciolo si buscasse qualche malanno. Il tempo fu ugualmente impiegato in modo utile, limando sul minicomputer portatile alcuni capitoli del romanzo sulla Scozia, quelli dalla preistoria all’età romana. Quando smise di piovere, o pressappoco, Caterina, Tommaso e Wat noleggiarono un’auto e se ne andarono a visitare il Vallo di Adriano per tutta la sua lunghezza. Wat si divertì molto correndo su e giù per i prati e annusando le pietre del forte di Housesteads una ad una, forse alla ricerca di remote tracce di qualche cagnetta romana. Caterina, la fotografa ufficiale della famiglia, scattò diverse foto digitali nei punti più significativi del Vallo. Era molto importante conoscerlo bene, perché quella linea fortificata all’estremo nord dell’Inghilterra aveva avuto un ruolo fondamentale per la Scozia antica, e ogni aspetto del romanzo storico andava ben documentato.

Di ritorno all’albergo dopo l’escursione, gli Schiappacasse trovarono Jack ad attenderli, desideroso di scusarsi.

“Come hai fatto a trovarci?” domandò Tommaso.

“Ragionamento scientifico. Avendovi piantato in asso, non trovandovi a casa, e conoscendovi, ho pensato che non potevate essere che nel più costoso albergo dei dintorni. Elementare, Watson.”

Il cucciolo, sentendo il proprio nome, sebbene non familiarmente abbreviato, si mise ad abbaiare soddisfatto e annusò con interesse le scarpe di Jack, cercando anche di assaggiarne una.

“Marta si scusa di non aver potuto venire, ma è ancora impegnata con lo scheletro”, riprese l’amico, che era ispettore di polizia a Durham e, come spiegò subito dopo, era immerso fino al collo in un difficile caso, insieme alla moglie Marta, anatomo-patologa e medico legale della contea.

“Conosci il Burnhope Burn?” domandò Jack a Tommaso, mentre tutti e quattro (Watson incluso) aspettavano l’arrivo del tè e dei relativi dolcetti.

“No”, rispose con decisione Tommaso.

“Bene, è proprio lì che l’hanno trovato”.

“Ma cosa?” domandò Caterina, lievemente preoccupata per la piega non proprio perspicua presa dalla conversazione.

“Lo scheletro. Era sepolto nella torba della brughiera. È già strano il fatto di non aver trovato tracce di vestiti, di oggetti o di parti molli del morto, perché la torba conserva tutto, ma c’è di peggio.”

“Com’è stato scoperto?”

“Stavano mettendo a dimora una di quelle piantagioni di abete di Sitka e hanno visto spuntare un piede. Come sapete, il bacino del Burnhope è pieno di questi abeti che vengono dall’Alaska. Crescono velocissimi, con ramificazioni densissime fin dal livello del suolo, e producono ottimo legno.”

“Lo so. Siamo stati in Alaska, anche a Sitka. Ma dove cavolo è questo Burnhope Burn?”

“Ma è un ramo sorgentifero del Wear”, disse Jack, stupito dell’ignoranza geografica dell’amico.

“Ah, chiarissimo”, disse Tommaso.

“Bau, bau”, esclamava frattanto Wat, con entusiasmo, vedendo arrivare, non tanto il tè, quanto i relativi dolcetti.

Mentre i quattro si strafogavano, Jack continuava a spiegare.

“Ma non è finita con le stranezze. Abbiamo fatto ricorso alla scienza, naturalmente, e mandato campioni di osso a Oxford per la datazione al radiocarbonio. Sai, il famoso laboratorio che ha datato anche la Sindone.”

“Cos’ha fatto?!?” gridarono all’unisono Caterina e Tommaso.

“Non avete seguito quell’eccitante vicenda della scienza? Un vero trionfo.”

“Ah sì, sì, hai ragione,” concesse Caterina, tirando un calcio sotto il tavolo a Tommaso che stava per esplodere in colorite espressione in una mezza dozzina di lingue “e sullo scheletro cos’hanno trovato?”

“Una cosa stranissima: i femori erano contemporanei, il cranio è stato datato nel futuro, intorno al 2300.”

“Quindi non esiste ancora,” osservò Tommaso senza riuscire a trattenere una risata “e i carbonisti di Oxford sono certi di esistere?”

“Saranno ossa di due persone diverse”, osservò Caterina.

“Una delle quali un extraterrestre”, celiò Tommaso.

“Non sembra,” rispose l’ispettore di Durham, senza scomporsi “lo scheletro è assolutamente completo: ogni osso s’incastra perfettamente.”

“E l’esame delle ossa cos’ha detto?” volle sapere Tommaso.

“Individuo di genere maschile...”

“Cosa? Adesso anche gli scheletri hanno un genere?” s’impennò Tommaso.

“Così impongono le regole, se si vuol pubblicare su una rivista scientifica,” annunciò solenne Jack “e la scienza deve andare avanti. Oggi si deve parlare di genere, il sesso è obsoleto.”

“Angels and ministers of heaven, defend us!” esclamò Tommaso, con opportuna citazione shakespeariana.

“Va be’, andiamo avanti noi, intanto”, intervenne conciliante Caterina.

“... genere maschile...” riprese lo scientifico ispettore.

“... terza declinazione, caso accusativo...” mormorò tra i denti l’incorreggibile Tommaso.

“... età sui cinquant’anni, tracce di ernia del disco e di artrite reumatoide; due molari mancanti, tre premolari otturati.”

“Riscontri con persone scomparse?” domandò Caterina.

“Stiamo cercando, ma per il momento non sembra essere nessuno di qui.”

“Ci sono centrali nucleari, qui vicino?” domandò Tommaso, con apparente incongruenza.

“Non nella contea, ma a Windscale sì, per esempio.”

“Ti dirò qualcosa che potrebbe esservi utile,” disse Tommaso, tornando serio “sempre che le datazioni al radio carbonio siano attendibili. Primo, non si tratta di assassinio ma solo di occultamento di cadavere, perché la morte dev’essere stata accidentale; secondo, la vittima è stata esposta a radiazioni nucleari da una fonte piccola, probabilmente una testata nucleare che aveva aperto per una verifica senza le necessarie precauzioni, il capo è stato investito dalle radiazioni e arricchita di radiocarbonio; terzo, non era un esperto, perché un agente addestrato avrebbe saputo come individuare, ed eventualmente manipolare, la carica nucleare senza farsi contaminare; quarto, dev’essersi sentito male subito e i possessori dell’ordigno l’hanno trovato, spogliato di tutto per rendere difficile il riconoscimento, e tenuto nascosto per un bel po’; quinto, il covo dei delinquenti è con ogni probabilità in un edificio isolato nei dintorni, forse tra le rovine degli impianti desueti di estrazione del piombo; sesto, la banda non disponeva di una vasca e di acido solforico, altrimenti avrebbero sciolto anche lo scheletro; settimo, la banda è formata da stranieri, quasi certamente provenienti da terre molto aride e ignoranti dell’ecologia locale, altrimenti non si sarebbero disfatti dello scheletro in quel modo così ingenuo, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le proprietà conservative della torba; ottavo, indagate sulle rovine di impianti industriali abbandonati nelle alte vallate del Tyne, del Wear e del Tees, chiedete se hanno visto aggirarsi nella zona dei tipi mediorientali sospetti; nono, informatevi se vi sono stati furti di testate nucleari o materiale radioattivo atto a produrle; decimo, non fatevi illusioni di beccarli, perché a quest’ora chissà dove sono i delinquenti. Devono essere pericolosissimi, e c’è da aspettarsi, prima o poi, qualche attentato termonucleare.”

“Ma sei sicuro di quello che dici?” disse stupito Jack.

“Sono sicuro che queste sono le ipotesi meno improbabili, dopo aver scartato quelle impossibili;” rispose Tommaso “e attento: sentiremo di nuovo parlare di questa storia”.

“Grazie per i suggerimenti,” disse Jack pensieroso “certo, senza il tuo aiuto non avremmo mai risolto il caso del cinese zoppo e quello di Lord Beckham.”

“Già, c’è voluta tutta la mia perspicacia per capire che l’assassino era il maggiordomo”, rispose Tommaso, senza ombra di ironia nella voce, cosa che dovette costargli non poco sforzo.

“Vogliamo andare, adesso,” propose Jack “visto che i dolcetti sono finiti.”

“Yap, yap”, approvò Wat.

La comitiva si trasferì sulla decrepita Volvo dei Russell, sulla quale Caterina e Tommaso caricarono i loro bagagli e Wat. Infine la macchina partì per la poco appetitosa destinazione rappresentata dalla casa dei Russell.

I Russell ne andavano molto orgogliosi, ma era una casa fredda, male arredata e poco accogliente.

Dopo cena, accanto al fuoco del camino, Tommaso e Jack ripresero la discussione sul radiocarbonio, della quale, per non tediare i nostri quindici lettori, diremo per sommi capi solo che Jack, da tempo dichiaratosi “ateo”, sosteneva a spada tratta l’attendibilità “entro i prescritti intervalli di significatività statistica”, mentre Tommaso ribatteva citando alcuni imbarazzanti fatti: a un corno da bere vichingo era stata attribuita una data di un millennio più giovane, collocandolo addirittura agli inizi del ventunesimo secolo, mentre una chiocciola appena morta era stata ritenuta antica di cinquemila anni, e che dopo questi mirabili successi il radiocarbonio potevano infilarselo... e il Museo della Scienza di South Kensington poteva vergognarsi di aver esposto la datazione taroccata della Sindone, come esempio del metodo: malafede laicista.

Marta, la moglie cattolica di Jack, taceva per non contraddire apertamente il marito, ma era evidentemente dalla parte di Tommaso, perché scuoteva il capo ad ogni esternazione scientista del suo marito e signore.

Quasi a sfidare l’opposizione degli altri verso la sua sconfinata fede nella scienza del radiocarbonio, Jack propose a Tommaso una partita a scacchi.

Jack giocava scientificamente, Tommaso con l’intuizione. Le due signore, per un po’, seguirono il gioco, poi si misero a chiacchierare. Marta raccontò molti casi di cui si era occupata, ma dopo un po’ Caterina cominciò a trovare la conversazione piuttosto sgradevole. Dettagli di cadaveri, di prove tossicologiche, di scavi in residui organici possono appassionare i medici legali, ma Caterina era più interessata alla letteratura e alla storia. Era Tommaso il criminologo di famiglia, che intanto stava battagliando con l’ultimo cavallo rimasto per rompere lo scientifico cerchio difensivo di Jack intorno al re. Infine la scientifica strategia di Jack non impedì una piccola distrazione, della quale Tommaso approfittò subito dando scacco matto. Jack analizzò subito scientificamente la partita e dichiarò che avrebbe potuto vincere. Intanto però aveva perso.

Fece la sua apparizione il micio dei Russell, grosso e arruffato. Wat, da cucciolo inesperto, cercò di fare amicizia, ma dal delinquente rimediò soltanto un graffio.

Tommaso si trattenne dal prendere a sberle il gattaccio colpevole perché era in casa d’altri, ma si ripropose di andarsene prima possibile.

Il cucciolo corse a farsi consolare da Caterina, che lo mise a letto nel suo giaciglio, lo fasciò per bene in una copertina perché non prendesse freddo, e lo carezzò a lungo per calmarlo, dato che era rimasto un po’ scosso. Ed anche confuso per la novità dell’ambiente.

Il giorno dopo gli Schiappacasse si congedarono dai Russell e dalla loro casa fredda e malabitata da un gattaccio unghiuto e maleducato, si fecero portare da Jack con la Volvo a Durham e di lì partirono in treno per Edimburgo.

Vi trascorsero una settimana per approfondire le ricerche sul Settecento scozzese, che era l’epoca che stavano per affrontare nel loro romanzo storico “Alba”. Con gli scozzesi si trovavano sempre molto bene: in genere erano assai più cordiali e simpatici degli inglesi. Durante quella settimana fecero fare lunghe passeggiate a Wat lungo i sentieri attorno all’Arthur’s Seat, il grande e antichissimo rilievo vulcanico di Edimburgo, e il cucciolo era impegnatissimo ad annusare i profumi di quella campagna insolita per lui.

Al ritorno, il Flying Scotsman passò per le Midlands, in vista delle grandi torri di raffreddamento delle centrali elettriche. Wat, in grembo a Caterina, guardava la campagna inglese che scorreva davanti al finestrino. Tommaso gli spiegò le torri di raffreddamento e la loro funzione.

“Gli parli come a un bambino”, celiò Caterina.

“È un bambino.”

“Ti prenderanno per scemo.”

“E chi ti ha detto che sbaglino?”

Wat gradì moltissimo le spiegazioni e le attenzioni, mentre il treno scivolava tranquillo verso il sud.

Infine giunsero a casa.

Era una fredda giornata di novembre. Nel crepuscolo, i tre Schiappacasse furono colpiti dalle luci spettrali provenienti da tre dei quattro edifici che circondavano il prato del Bishops Close, e che sapevano essere disabitati.

“Cosa faranno di quei tre palazzi?” si chiese Caterina.

“Sembrano vuoti”, disse Tommaso.

“Ma sono vuoti,” confermò Caterina “sappiamo che lo sono”.

“E quelle luci? Forse c’è dentro un guardiano?”

Il tutto dava un senso di precarietà, quasi di minaccia. C’era forse un pericolo incombente? Ma cosa?

Il prato al centro di Bishops Close sembrava un lago di tenebre, la penombra avanzava sulla facciata degli edifici. Il vecchio lampione vicino all’ingresso della casa mandava una fievole luce, come il lumino di un cimitero.

“Guarda”, esclamò d’improvviso, senza fiato, Tommaso, mentre stavano per entrare nel portone, indicando il tetto. Una grande forma nera si stagliava contro il cielo plumbeo, con le ali semiaperte.

“Cos’è quello?” domandò Caterina con una certa apprensione.

“Un uccello, mi pare”.

Wat, improvvisamente, uggiolò e si appiattì al suolo.

“Sembra un avvoltoio, con quelle ali spalancate”, osservò Caterina.

In quel momento l’animale balzò giù dal tetto, spalancò le ali e volò via pigramente.

“Ma no, era solo un grosso corvo, come quelli della Torre”, concluse Tommaso.

Wat guaì pietosamente e s’impuntò. Non voleva entrare nel portone, come se avvertisse una minaccia, un orco che divora i bambini e i cuccioli. Caterina dovette prenderlo in braccio, proprio come un bambino, e portarlo dentro.

 

12
SETTEMBRE
2010

EMILIO BIAGINI

AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO:

LE ISOLE BRITANNICHE NEL CONTESTO GLOBALE

GENOVA, 2a ed., 2007

 

RECENSIONE DI GIAN CAMILLO CORTEMIGLIA

 

Questa opera di Biagini riguardante le Isole Britanniche, già al solo primo impatto si potrebbe accreditare con l’aggettivazione di monumentale, non tanto per la mole dimensionale delle 1600 pagine che compongono i tre volumi, ma soprattutto per l’imponente massa di informazioni di tematica geografica, che, fornite con specifico e dettagliato indirizzo critico, rivelano l’apporto di una vasta cultura maturata nell’arco di una vita di ricerca e di studio.
Se si volesse documentare in maniera formale l’importanza di questo contributo sulla geografia delle Isole Britanniche basterebbe allora citare la circostanza che ne è stata pubblicata, cosa piuttosto rara per i geografi italiani, un’edizione inglese nel 2006, oppure sottolineare l’imponente bibliografia consultata e citata, ma così non renderemmo merito alla magistrale trattazione contenuta nell’opera.

Read more...

12
DICEMBRE
2008

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

Read more...

I TRIGOTTI

CHI SIAMO?
Ve lo diciamo in lingua matematica
t=b(1+1/2)=3m

E' necessaria una precisazione:
e sia ben chiaro noi non siamo bigotti.

 
RICERCA

Per effettuare una ricerca interna al sito:

 
ULTIMO ARTICOLO
  • BIBBIA IN GALANTINA

    galantina-di-pollo1 

    Com'è noto, la Galantina è una cosa molle da servire fredda in gelatina, assurta a grande prestigio e potere in un posto lastricato di buone intenzioni, situato nei pressi di una vecchia cupola romana. Reverenti ci inchiniamo alle pillole di saggezza biblica che promana dai cento piani di morbidezza che arricchiscono la Galantina.

     

    Leggi tutto...

 
 
 
© I TRIGOTTI
Tutti i diritti riservati - Informativa Cookies

Credits www.dpsonline.it