Genova, 18 Giugno 2018 19.32





 
05
MARZO
2018
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco i vincitori di una DOPPIA AQUILA D'ORO:

LORENZO FONTANA & ETTORE GOTTI TEDESCHI, con:

Segue un commento di Emilio Biagini.

 

LORENZO FONTANA & ETTORE GOTTI TEDESCHI (2018) La culla vuota della civiltà. Alle origini della crisi, Prefazione di MATTEO SALVINI, Verona, Gondolin

 

L’Italia è un Paese condannato all’estinzione per il tragico crollo della natalità. La distruzione della famiglia, il divorzio, la contraccezione, l’aborto stanno assassinando l’Italia, derubandola del futuro. La sinistra, maestra di chiacchiere inconcludenti, ha finto di rendersi conto del problema ma ha saputo proporre solo penosi palliativi di sostegno alla “famiglia”. Ma quale famiglia? Se la famiglia non è chiaramente definita, secondo quanto detta la natura e la legge divina, come unità fondamentale della società e frutto di un matrimonio il cui fine è la procreazione, non si va da nessuna parte.

 

Non c’è solo il crollo della natalità, ma anche l’emigrazione di centinaia di migliaia di giovani italiani preparati e capaci, che non trovano un ambiente adatto ad esprimersi nel nostro regime paranoico e iper-ideologizzato, che altro non sa fare se non imporre ostacoli all’iniziativa e tasse demenzialmente alte. La popolazione italiana invecchia, accumulando pesi insostenibili sul sistema previdenziale e di assistenza medica, con la sinistra, succube e lacché di Soros, che non trova di meglio, per riparare al disastro da lei stessa provocato, che proporre l’assassinio di vecchi e malati e l’immigrazione selvaggia e incontrollata. Il tutto condito di osceni ululati di odio non appena qualcuno osa indicare i fatti incontrovertibili di questo assassinio morale e materiale dell’Italia.

 

La prefazione di Matteo Salvini già mette molto bene in chiaro questi gravi nodi del problema, che viene successivamente trattato in modo scientificamente ineccepibile dai due autori. Lorenzo Fontana, vicesindaco di Verona ed europarlamentare è uno dei pochissimi politici ad avere realmente a cuore la famiglia e le radici cristiane. Il Professor Ettore Gotti Tedeschi non ha bisogno di presentazione, essendo uno dei massimi economisti mondiali. E poiché l’Italia e il Vaticano non amano i loro figli migliori, egli è stato vergognosamente perseguitato senza ottenere sostegno né dallo Stato, né dalla comunità scientifica, né dalla Chiesa.

 

Agghiacciante è il quadro del Nuovo Ordine Mondiale. Assistiamo alla crescente povertà dell’Europa mentre emerge l’ex-Terzo Mondo (dopo che per decenni i soloni del delirio marxista ci avevano assordato con le loro lagne terzomondiste, dipingendoci come ricchi epuloni che succhiavano il sangue ai morenti di fame); conflitti ovunque; squilibri socio-economici mostruosi (l’1% della popolazione ha in mano metà della ricchezza mondiale); migrazioni di massa (perfino con la scusa dei “cambiamenti climatici”); dilagante terrorismo (che i mass media asserviti ai poteri forti chiamano “internazionale”, mentre gli autori non esitano a qualificarlo correttamente come islamico); crisi religiosa e morale coi modernisti ormai padroni della Chiesa.

 

Una società che non crede più in niente, che ha perso i criteri per definire le cose, non ha più radici ed è facilmente pilotabile, diventa dipendente dai consumi, dallo stato, dai vizi. I propugnatori delle “unioni” pseudo familiari agiscono per proprio interesse, spingendo verso una visione che chiamano “modernità”, mentre in realtà è ostile all’uomo. La superficialità con cui la sinistra ha affrontato il gravissimo problema della denatalità si osserva nelle conseguenze del Jobs Act: l’apporto dei governi Renzi e Gentiloni è stato di precarizzare il lavoro dei genitori. Il numero degli aborti in Europa cosiddetta “unita” equivale al deficit del tasso di natalità europeo. L’esempio della Francia dimostra tuttavia che è possibile invertire la tendenza; Parigi investe per le famiglie il 3,8% del PIL nazionale ed è riuscita a portare il tasso di fecondità a 2,01 figli per donna (sebbene resti il dubbio di quanto questo risultato sia dovuto alla più alta fertilità islamica: dubbio non risolvibile perché l’acido regime laicista francese vieta ogni determinazione censuaria della religione), contro l’1,35 italiano. Grazie ad una classe politica irresponsabile, l’Italia è invece fra i paesi europei a più grave rischio di estinzione. Tuttavia, un drastico cambiamento di rotta, con un governo responsabile, potrebbe ancora salvare la situazione, se unisse buone prassi politiche ad una sensibilizzazione culturale mirata.

 

Investire sulle nascite vuol dire investire sul capitale: i figli infatti sono risorse fondamentali. Il PIL non può crescere in modo sostenibile se non cresce la popolazione. In una società che non fa più figli l’unico modo per generare crescita economica è far leva sui consumi individuali, spingendo al massimo il modello consumistico, che però implica un maggior uso di risorse e pesanti danni ambientali. In un mondo globalizzato si decentrano le produzioni dove la manodopera costa meno, e i paesi ex-ricchi del mondo occidentale diventano sempre più semplici consumatori, mentre viene distrutto il lavoro locale e incrementata la manovalanza immigrata. A tutto ciò consegue un ribasso dei salari e delle tutele ai lavoratori. Dopo tanto agitarsi per la tutela dei lavoratori, ecco la sinistra sostenere la globalizzazione che, col tacito consenso degli imprenditori, impoverisce ed umilia i lavoratori.

 

Economicamente è diventato difficile formare una famiglia perché da trent’anni si è deciso di non fare figli. Non aver fatto figli prima rende difficile avere oggi la possibilità economica e il coraggio di farli. Non solo sono proprio i paesi ex poveri, come India, Cina, Brasile, che incrementando la popolazione sono diventati ricchi, mentre noi, ex ricchi, diminuendola, siamo diventati poveri. La deleteria ideologia malthusiana, fallita e smentita più e più volte, continua a far danno nell’Occidente che, perdute le radici cristiane alle quali doveva la sua grandezza, ha perduto anche il ben dell’intelletto, affogato nel relativismo dei cattivi maestri che infestano scuole e università. Il fallimento malthusiano si ricava anche da pubblicazioni come quelle dell’ONU, nonostante siano perfettamente allineate ai diktat dei poteri forti: nessun impoverimento legato all’aumento della popolazione. Infatti tra il 1900 e il 2000 la popolazione è quadruplicata, ma il PIL mondiale è cresciuto di quaranta volte.

 

Le radici del problema economico, come ha costantemente insegnato il Prof. Gotti Tedeschi, sono di carattere morale. La prima responsabilità va cercata nel pensiero gnostico: la gnosi ha corrotto l’intelligenza di tante persone facendo loro credere che il bene fosse male e che la scienza potesse risolvere tutti i problemi del mondo. I falsi profeti dello gnosi sono anzitutto i neo-malthusiani, responsabili per il crollo dell’economia, per la crisi attuale e per l’impoverimento del mondo occidentale. Negli ultimi decenni la capacità di pensare si è notevolmente affievolita, per l’eliminazione dei modelli di apprendimento fondati sulla conoscenza del “perché”. Infatti il modello introdotto in seguito, fondato sulla conoscenza del “come”, mentre risulta sicuramente più produttivo a breve termine, alla lunga produce schiavitù di pensiero e ritarda le capacità immaginative e reattive di progettazione del futuro adeguato alla nostra vocazione.

 

La gnosi ha fatto sognare una parte del mondo, convincendola che la difesa dell’ambiente fosse la priorità dell’uomo. Persino superiore alla difesa della dignità dell’uomo, persino contro l’uomo, definito “cancro della natura”. Il sogno recondito di molti è trasformare la cura dell’ambiente in una religione universale. Questa blasfema idolatria della natura è stata imposta da circoli tecnocratico-gnostici autonominatisi guida dell’umanità, ma la svolta teologico-progressista della Chiesa ha fatto la sua parte, accettando acriticamente il neo-malthusianesimo e l’umiliazione dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

 

Basti pensare alla ribellione contro l’Enciclica Humanae Vitae, che in un manifesto firmato da duecento teologi e pubblicato il 31 luglio 1968 sul “New York Times”, sparava a zero definendo l’enciclica “tragica e disastrosa, ripugnante intellettualmente ed emotivamente”, mentre famosi teologi iper-progressisti come Karl Rahner e Hans Küng (futuri catastrofici protagonisti del Vaticano II) incitavano alla disobbedienza al Papa. Ed ecco apparire il progetto di fondazione di una nuova religione atea apertamente contraria alla vita, che calpesta la Genesi in tutta la sua estensione, con le assurde e blasfeme teorie del gender, del malthusianesimo, dell’ambientalismo, dell’animalismo. Onu e Vaticano si incontrano ormai apertamente in questa strada tappezzata di miliardi di dollari, che conduce direttamente all’abisso.

 

Una gravissima responsabilità in questo disastro morale e materiale è quella dell’imperialismo americano, che giudica l’aumento demografico mondiale un’insidia per l’impero di Washington (Rapporto Kissinger 1974). Gli altri dovrebbero smettere di far figli affinché gli yankees regnino indisturbati. Ed ecco quindi una feroce propaganda malthusiana e la distribuzione di contraccettivi ai paesi del Terzo Mondo. L’industria dei contraccettivi è diventata un lucrosissimo affare, affiancandosi alle lobbies delle armi e del petrolio, onnipotenti negli USA e generatrici di continue tensioni e guerre “per portare la libertà” (sic).

 

La delocalizzazione produttiva ha portato vantaggi enormi per Cina e India che sono entrate nel ciclo economico globale, ma ha impoverito i Paesi trasferenti, producendo una potenziale dicotomia tra i Paesi produttori e non consumatori e i Paesi consumatori ma non produttori. Dicotomia insostenibile se i Paesi consumatori che hanno trasferito le produzioni non si sono dati una strategia alternativa di creazione di ricchezza e una politica di impiego adeguata. Invece per sostenere la crescita si è ricorsi al debito, così che l’indebitamento (pubblico, privato, imprese, banche) è cresciuto in modo pericoloso e insostenibile, provocando il collasso finanziario e dell’economia reale. La finanza senza regole è stata una conseguenza e un tentativo di compensazione di effetti provocati dai fattori “fondamentali”.

 

Per una vera economia si dovrebbe tornare a difendere anzitutto la vita, ma si tratta di un obiettivo difficile quando se ne disconosce la sacralità. Si vuole che l’essere umano, potendo scegliere fra le tre nutrizioni raccomandate dal magistero della Chiesa (corporale, intellettuale, spirituale) si contenti e si soddisfi solo di quella più “animalesca”. Si vuole inoltre che l’uomo, creatura del caos, confidi solo nella scienza. Si vuole ridurre le nascite per stare meglio, poi anche ridurre i vecchi che sono inutili e costosi, senza rendersi conto della contraddizione fra le due scelte. Un Papa che provasse a spiegare tecnicamente che a causa del disconoscimento del valore della vita umana si è scatenata la crisi economica, spiegando che tra morale, leggi naturali e leggi economiche c’è un legame totale e divulgando questo pensiero, costui si farebbe molti nemici, anzitutto fra gli intellettuali neo-malthusiani, inclusi gli ignoranti che di Malthus conoscono solo il nome ma sanno che per far carriera devono essere contro la crescita demografica.

 

Risultato per l’Italia: in trent’anni il peso delle tasse sul PIL è raddoppiato, la percentuale dei risparmi sul reddito delle famiglie è passata dal 25% al 5%, facendo mancare la base monetaria al sistema bancario. I giovani emigrano in massa perché non riescono a trovare lavoro in Italia, dopo che sono stati delocalizzati investimenti e produzioni in Asia per ridurre i prezzi e incrementare il potere d’acquisto da noi, consumatori e non più produttori.

 

L’uomo del XXI secolo, che esalta la ragione e l’immanentismo, sta manifestando, come non mai nella storia dell’umanità, irrazionalità, incoerenza e immaturità. Ha investito in tecnologia ma non in sapienza e intelletto, così che gli strumenti tecnologici gli sono sfuggiti di mano e hanno acquistato autonomia morale. Sempre più immaturo e nichilista, ha preso decisioni contro se stesso, con il controllo delle nascite, la legalizzazione dell’aborto, fino all’odio contro la famiglia, accusata di creare discriminazioni, disuguaglianze, ingiustizie, violenze. Ma se si umilia e si ostacola la famiglia per essere più ricchi e felici, oltre al risultato di essere più poveri e infelici, si innesta un processo di distruzione di civiltà. Il degrado economico e sociale è sempre conseguenza del degrado morale. Benché ciò sia dimostrato, viene rifiutato pregiudizialmente, perché è stato voluto. Lo stesso può dirsi della madre di tutte infamie: il darwinismo, utile da sempre ai piani egemonici dei poteri forti, senza il quale non si reggerebbero né il malthusianesimo, né l’ambientalismo, né l’omosessualismo.

 

I neomalthusiani, ambientalisti, omosessualisti dominano tutti i centri decisionali, le istituzioni internazionali, i mass media. La classe politica ha avuto responsabilità enormi nel permettere questo dissesto socioeconomico, culturale, morale, che sta stroncando la nostra civiltà. Non vi sarebbe nulla di strano se ad un certo punto la Corte Internazionale di Giustizia vietasse di celebrare riti “superstiziosi”, come la Santa Messa e i Sacramenti (ma non vieterebbe mai il culto islamico, perché quelli sparano), o vietasse di insegnare in famiglia “superstizioni” arcaiche come la dottrina cristiana. Malignità personale: che faranno allora i prelati e i preti che predicano l’accordo col mondo a tutti i costi, e che con la loro accidia e la loro vigliaccheria hanno tanto favorito il trionfo degli anticristi? Avranno forse un ritorno di fiamma e affronteranno il martirio? Ritengo più probabile che getterebbero la tonaca alle ortiche per unirsi ai nemici.

 

Nell’enciclica Laudato si’ si confondono le cause con gli effetti. È il neomalthusianesimo ambientalista che ha creato le condizioni della crisi e del degrado ambientale. Nell’Enciclica si richiamano invece temi di “sostenibilità” riaffermando le teorie ambientaliste del Club di Roma, dimenticando che è il peccato che genera iniquità, non il contrario. L’Enciclica lascia pensare che l’ambiente sia il problema chiave dell’umanità, permettendo in tal modo alla gnosi di proporre l’ambientalismo quale religione universale. L’ambientalismo è dottrina gnostica e anticattolica. Per l’ambientalismo la terra è una divinità dove si è incarnato l’angelo ribelle caduto. I nemici da sottomettere sono le religioni giudaico-cattoliche perché professano la moltiplicazione degli individui umani, sottomettono la terra all’uomo, separano maschio e femmina. L’ambientalismo pretende di riscrivere la storia sacra, di riproporre una sua versione (darwiniana) della creazione, di realizzare il paradiso in terra.

 

Riguardo alle migrazioni si vuole favorire gli arrivi invece di potenziare gli aiuti ai Paesi di provenienza. Queste scelte politiche sono viziate dalla decisione di lavorare sugli effetti dimenticando le cause del fenomeno migratorio, alimentato dagli interessi del grande capitale e sostenuto da una visione buonista della Chiesa che favorisce l’accoglienza indiscriminata senza tener conto di chi sia veramente in pericolo (i cristiani perseguitati del Medio Oriente, ad esempio) e di chi rappresenti invece un pericolo (facendo entrare senza alcun controllo terroristi e criminali). Una Costituzione europea che contenesse un chiaro riferimento alle radici cristiane dell’Europa sarebbe stata la più alta forma di sintesi per una pluralità di stati nazionali che si riconoscono in comuni valori. Solo che questi comuni valori non vengono più sostenuti da chi più dovrebbe averli a cuore: la Chiesa cattolica, la quale sembra invece preferire appiattirsi sui temi gnostici e privilegiare il “dialogo” con l’errore piuttosto che la difesa ad oltranza della Verità che da Cristo ha ricevuto in custodia.

 

Si pretende, da parte dei poteri forti, che menzionare le radici cristiane nel Trattato Costituzionale Europeo, avrebbero dato ad esso un carattere di esclusività, mentre l’Europa deve essere inclusiva, tollerante e rivolta al futuro. Ma quale futuro? Rinnegare le radici cristiane vuol dire rinnegamento di se stessi, radicamento nel nulla, sfacelo morale; vuol dire matrimonio sconciato, culle vuote, invecchiamento, morte. Altro che futuro! I politicanti cosiddetti “progressisti” non vogliono capire che una società non è “tollerante” e “inclusiva” perché rinnega se stessa. Diventa solo invertebrata e pronta ad essere calpestata da altre tradizioni che non fanno sconti, come l’islamismo.

 

Perduta la sovranità, gli Stati europei oggi redigono i propri bilanci come un compito in classe da presentare all’insegnante che sta a Bruxelles. Le élites europee hanno imposto regole talmente stringenti da arrestare la crescita. L’ideologia del libero mercato, nella sua frenesia di tener lontani gli Stati dall’intervento nell’economia ha prodotto due effetti distorsivi: ha ammanettato i governi, negando loro la possibilità (salvo in rare eccezioni) di intervenire anche in situazioni in cui la mano pubblica avrebbe prodotto effetti virtuosi per l’economia nazionale, e ha, di riflesso, allargato il campo proprio della concorrenza sleale, alimentando proprio l’effetto che intendeva contrastare. Infatti, se uno Stato è abbastanza importante da riuscire a persuadere le autorità comunitarie che imprese o attività nazionali siano “strategiche” per l’interesse comune, cioè per la UE nel suo insieme, allora gli aiuti arrivano subito. È chiaro che in questo modo vengono favoriti i potenti e prepotenti schiacciando i più deboli. È la fine della politica economica nazionale. La UE assume in maniera pressoché monopolistica e certamente discrezionale, il potere di contestare ai governi scelte economiche operate nell’interesse nazionale. Inoltre le “regole”, per la già citata “discrezionalità”, valgono per qualcuno più di altri. Quando la Francia ha deciso di nazionalizzare i cantieri navali STX di Saint-Nazaire in predicato di finire all’italiana Fincantieri, l’UE ha ritenuto l’intervento a gamba tesa del governo Macron del tutto legittimo.

 

Errore politico imperdonabile, recante il segno del sorriso vacuo di Prodi, è stato quello di svendere la lira lasciando che altri ne decidessero le condizioni. Un errore di cui si è compresa la portata con l’avvento della crisi dalla quale non siamo ancora usciti e che ha causato danni enormi, economici e sociali. Ci gingilliamo con una moneta garantita da Stati non più sovrani che si indeboliscono e non sanno quale sarà il futuro della moneta che usano. Mai prima dell’euro una moneta era nata senza uno Stato. Un’altra novità anomala è stata quella di mettere in comune una moneta senza condividere i debiti pubblici. La Germania ha imposto patti leonini agli altri membri della UE, prendendosi come complice la Francia e opprimendo tutti gli altri. È dunque tempo, per l’Italia, di cambiare radicalmente, riconquistando la sovranità nazionale e monetaria e riallacciandosi alle radici cristiane, senza le quali non c’è futuro.

 

EMILIO BIAGINI

 

 

22
FEBBRAIO
2018
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UN'IMPRONTA UNICA?

 

Europa. Italia. Quinno (SV). Fiume Teiro

Letto fluviale a cellule circolari di clasti.

 

Nord America. USA. Oregon. Mac Cord Creek

Moto turbolento frattalico formante celle circolari di clasti.

 

Geometria frattale di autosimilarità di flusso in un liquido

Esperimento di immissione di liquido in un altro di colore diverso. Risultato: formazione di circonvoluzioni frattaliche. I frattali sono forme geometriche caratterizzate da autosimillarità, che ripetono a scale diverse la medesima forma e sottendono quindi una comune tendenza strutturale.

 

Europa. Galles. Spiaggia di Llandudno. cellule di clasti

Anche su una spiaggia sabbiosa cosparsa di piccoli ciottoli il flusso delle maree dispone i clasti in cerchi con ordinamento frattalico.

 

Modello della struttura cellulare dell'universo 

 Sorpresa: secondo i modelli elaborati dagli astrofisici, l'universo è ordinato in reti, dove al posto dei clasti troviamo le galassie.

QUESTA PROFONDA ANALOGIA IN TUTTE LE COSE, DAL PICCOLO AL GRANDISSIMO, NON VI FA PENSARE A QUALCOSA? A UNA MENTE ORDINATRICE MATEMATICA E DIVINAMENTE INTELLIGENTE? MEDITATE, GENTE, MEDITATE.

INITIUM SAPIENTIAE TIMOR DOMINI.

16
NOVEMBRE
2017
Articolo letto 1521 volte

Maria Antonietta Novara Biagini

Rimazzúu

 

Col tempo c’è chi diventa nostalgico e pensa che il passato fosse migliore solo perché egli stesso era più giovane e vedeva le cose con altri occhi. Ma che i tempi fossero più dolci in molti casi è innegabile, e i ricordi della mia infanzia a Riomaggiore mi dicono che quello è stato un tempo felice. Come tutti i tempi felici, ahimé, mi accorgo di quanto fosse bello solo ora che è passato.

Il paese era costruito lungo i fianchi di un’aspra valle perpendicolare al mare. Il torrente che vi scorreva era stato ricoperto nel corso degli anni, a partire dall’Ottocento, e costituiva la strada principale del paese. Quasi tutte le case lungo la salita erano attaccate le une alle altre e si differenziavano solo per il diverso colore degli intonaci e per le finestre sfalsate mano a mano che si saliva.

La casa delle nostre vacanze apparteneva da secoli alla famiglia del nonno materno. Era situata nel centro del paese. Di fronte ad essa un grande pergolato proteggeva i tavoli del bar più importante.

Il nostro appartamento era al terzo piano ma, poiché le case erano costruite sul fianco di una valle molto ripida, le cantine e gli appartamenti al primo piano avevano una parete in viva roccia. Oltre il secondo piano un portoncino si apriva su un vicolo che si chiamava “Tra u cantu”, che era parallelo alla strada di sotto. Da questo portoncino solo una rampa di scale portava alla nostra casa. Al piano di sopra abitava una famiglia di nostri cari amici di Riomaggiore, ma qui veniva il bello: dalla loro porta di casa partiva una scala con gradini di colpo molto più alti, che conducevano ad una serie di stanze costruite nel corso degli anni dai vari proprietari nel più bizzarro caos urbanistico. Noi avevamo una stanza dove erano accatastati mobili, bauli vecchi e mille altri oggetti misteriosi, e da questa stanza alquanto buia una ripida scala di legno appoggiata ad un’apertura nel soffitto portava ad un’altra camera che sembrava aprirsi sul cielo.

Questo avveniva per quasi tutte le case del paese, poiché, avendo tutti il diritto di sopraelevazione, nessuno vi aveva rinunciato, e sopra le case era stato tutto un fiorire di altre finestre, terrazzini, comignoli, tetti, trasformati poi in epoca recente in nuovi appartamenti, unendo le varie stanze in un “puzzle” straordinario.

A differenza delle facciate principali, dipinte come in tutta la Liguria a colori vivaci, il retro delle case era, a quei tempi, ancora grezzo, e rivelava le grosse pietre di roccia scura, quasi nera, con le quali le case stesse erano state costruite. Ora anche gli stretti vicoli paralleli sono intonacati e dipinti di bianco, e non si vede più l’aspra muratura caratteristica del paese.

Riomaggiore era come un’unica famiglia. Si stava con le porte di casa aperte. La vicina di sopra faceva il minestrone e lo portava a quella di sotto. O viceversa. Il sindaco del paese, già colonnello dei carabinieri, era una figura nobile, molto alto, e con incedere marziale girava per il paese col bastone da passeggio appeso al collo, salutato da tutti con deferenza.

La vendemmia era un momento d’oro. Ricordo i “ciò”: ragazzetti che si assoldavano per portare giù le “corbe” dell’uva dai “cian”, i terrazzi orlati e sostenuti dai muri a secco.

In tutto quei muri erano lunghi, nelle intere Cinque Terre, tremilaseicento chilometri, una lunghezza che in Cina corrisponde a diecimila “li”, ossia alla lunghezza della Grande Muraglia. Con la differenza che i nostri muri erano stati edificati senza usare lavoratori forzati, ed erano invece opera di uomini e donne liberi e pacifici.

C’era un’abbondanza di nomi strani e misteriosi, dovuti ai padri che davano ai figli il nome della nave in cui erano imbarcati al momento della nascita del pargolo, oppure dei venti che rendevano più propizia la navigazione: Persia, Esperia, Giuditta, Oriente, Modesta, Selene, Geremia, Martorina, Libero. Allora non mi sembravano strani perché li associavo a gente conosciuta.

“Nuova Yorche” ricorreva spesso nei discorsi degli uomini del paese. Molti erano stati imbarcati sulle navi quando il duro lavoro nei “cian” non bastava a sostentare la famiglia. Parecchi di loro abbandonavano la nave, una volta arrivati in America, e con il duro lavoro al quale erano abituati mettevano da parte una fortuna, che consentiva loro, una volta ritornati al paese, di sposare le ragazze più giovani e belle.

Nel 1956, mentre eravamo in vacanza in Trentino, vidi la mamma e la nonna piangere ascoltando la radio che annunciava l’affondamento dell’“Andrea Doria”, pensando ai molti uomini di Riomaggiore che su di essa lavoravano, persone conosciute da anni e delle quali avevamo incontrato le famiglie pochi giorni prima.

I giovani che nascevano erano belli. Le “fantele” con gli zoccoli venivano giù in lunghe file orizzontali, tenendosi a braccetto, e dietro di loro veniva la fila dei “fanti”, i ragazzotti bulletti, anche loro con gli zoccoli. Lo zoccolare era diverso: tic-tic facevano gli zoccoli delle fantele, toc-toc quelli dei fanti. Era tutta una sinfonia di odori e rumori.

La vecchia Rimazzúu aveva inventato il telegrafo senza fili. Di finestra in finestra le comari si comunicavano le novità. Arrivava il treno e il telegrafo senza fili si attivava:

— Scia Ina, scia Ina, u l’é arrivou sö maiu. —

Allora tutti noi uscivamo di casa per andargli incontro, ma il papà, per evitare la lunga galleria del treno, saliva per la strada lungo la valle della stazione, che era situata al fondo di una valle parallela a quella dove era costruito il paese, mentre noi percorrevamo di corsa la strada principale che scendeva serpeggiando verso la galleria, e allora il telegrafo senza fili, di finestra in finestra, avvertiva:

— Scia Ina, scia Ina, u l’ha piggiou a stradda du vallun. —

E anche a papà dicevano:

— Sciu Manliu, sciu Manliu, stan andandu pa-a galleria. —

Allora il papà cambiava strada per venirci incontro. Ma anche noi, allertati dalle vedette, avevamo cambiato strada.

Questo successe due o tre volte, finché papà ci ingiunse, attraverso “radio finestra”, di tornare a casa, in modo da poterci finalmente incontrare.

Ricordo la moglie del pescatore che veniva a suonare alla porta per vendere un’aragosta viva appena pescata. Risparmiamo ai lettori la descrizione truculenta di quello che succedeva alla povera aragosta. Noi bambini e la mamma andavamo a nasconderci per non assistere alla bollitura, mentre la nonna, assolutamente disinvolta, preparava il lauto pranzo. Un giorno incappammo in un’aragosta vendicativa. Una volta portata in tavola, mentre ci preparavamo a gustare la leccornia, un bicchiere scoppiò, senza apparente motivo. Minuti frammenti finirono dentro l’aragosta, recuperarli uno ad uno neanche a pensarci, e dovemmo gettar via la succulenta pietanza.

Tutti ci invitavano, e una volta, quando avevo circa dodici anni, ero andata con la nonna di famiglia in famiglia. Non andare da tutti quelli che invitavano sarebbe stata un’offesa e avrebbe suscitato rivalità e gelosie. Ci offrivano “ün guttin de sciacchetrà refursà, che u fa ben”. A forza di bicchierini così rinforzati, tornata a casa, non sapevo più come mi chiamavo.

Quando ero molto piccola e andavamo alla spiaggia della stazione (allora molto grande, oggi completamente scomparsa); tutta la famiglia e i loro amici mi stavano intorno e mi dicevano di scavare alla ricerca di tesori. Quando avevo scavato una bella buca, ci facevano cadere di nascosto un anello o un orologio. Io, tutta contenta, incameravo il ricco bottino e poi, quando mi dicevano di restituirlo, non capivo perché dovessi rinunciare al mio tesoro. Vatti a fidare dei parenti.

“Creola, dalla bruna aureola …….”. Attraverso le finestre aperte si udiva cantare, al bar sottostante, il primo juke-box arrivato in paese, con una ristrettissima scelta di canzoni già allora largamente datate e appartenenti ad un’altra epoca.

Nei primi anni della mia infanzia, la mia famiglia non possedeva l’automobile. né d’altra parte avremmo potuto usarla perché le nostre vacanze si svolgevano a Riomaggiore, la più orientale delle Cinque Terre, e a quell’epoca i cinque borghi erano raggiungibili solo in treno o a piedi lungo i sentieri che, durante la guerra, erano serviti alle donne rimaste per andare nei paesi dell’Appennino a procurarsi farina e generi alimentari non reperibili nei borghi lungo la costa, isolati da tutto.

Uno dei treni che facevano servizio fra Genova e le Cinque Terre era la mitica “Littorina”, dalle linee modernissime (i treni veloci della Germania ne sono la copia fedele), marrone con in basso una riga rossa. Un anno, al ritorno a Genova dalle vacanze passate a Riomaggiore, nella vettura dove stavamo con la nonna e la mamma, scoppiò un incendio. Eravamo sotto una galleria, ma vicino a una stazione. Io avevo circa cinque anni, la gente fuggiva e nessuno si curava delle due donne con i bambini. Per fortuna un signore di Riomaggiore, che era salito con noi sul treno, non vedendoci in salvo sul marciapiede, si fece largo nella calca e ci aiutò a metterci in salvo. Non ho un particolare ricordo drammatico della vicenda, rammento solo il buio e la folla, ma la nonna e la mamma, negli anni seguenti, raccontavano ancora con paura questo avvenimento. Oggi la “littorina” non esiste più: forse è stata epurata per via del nome.

Ricordo le donne vestite di nero e spesso scalze che percorrevano la strada principale del paese, dedite alle loro faccende; si fermavano in crocchi a chiacchierare tra loro. I richiami si rincorrevano da una finestra all’altra, per ricordare un acquisto, un messaggio per un’amica, per informarsi della salute di un parente, un avviso da parte di altre amiche. Poiché nelle case non vi era il telefono, quello era il modo per comunicare. Tutti sapevano i fatti di tutti, ma era anche la maniera per tenere unita e solidale la comunità.

Ricordo la processione della Madonna. A tutte le finestre venivano esposti tappeti damascati e alle persiane si appendevano i lumini di carta variopinta con dentro una candela accesa, detti “lumi veneziani”. Un anno il vento fece prendere fuoco al lume, le fiamme si propagarono alle persiane e se non ci fosse stato il tempestivo intervento della mamma e della nonna, le conseguenze avrebbero potuto farsi pericolose.

In paese non c’era il cinema. Ricordo come in un sogno la sera che, nella piazza della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, venne proiettato il film “Giovanna d’Arco” con Ingrid Bergman. Fu un evento memorabile. Un grande lenzuolo bianco venne appeso alla facciata della parrocchia; sedie di legno, forse le stesse della chiesa, disposte sulla piazza, accolsero i numerosi spettatori. Io ero molto piccola, ma ricordo ancora la gente e il luogo illuminati dalle fiamme del rogo della Santa provenienti dallo schermo improvvisato.

Un altro evento memorabile fu l’arrivo alla stazione, tramite ferrovia, di un grosso motocarro nero che doveva servire per agevolare il trasporto dell’uva e del vino da spedire ai vari clienti. I primi giorni in cui il fragoroso mezzo meccanico percorse la strada principale del paese era costantemente inseguito da un codazzo di ragazzini urlanti.

Ricordo il muggito triste dei vitelli legati fuori della macelleria, in attesa di essere trasformati in bistecche per il desco delle famiglie. Il momento era drammatico, per loro, ma non per me, perché non collegavo la loro presenza alle bistecche, e invece aumentavo le mie conoscenze zoologiche, essendo quelli i primi vitelli che vidi in vita mia.

La vendemmia era invece un periodo di festa. Per tutto il paese c’era un’atmosfera elettrizzata; l’odore dell’uva e del mosto era ovunque. Dappertutto venivano appesi alle porte delle cantine grappoli e foglie d’uva. Gli uomini scendevano a valle recando sulle spalle grosse gerle ricolme d’uva, soprattutto quella della qualità “Bosco”, dagli acini piccoli, quasi color del bronzo tanto il sole l’aveva maturata e così dolce da far bruciare la gola.

Tutte le famiglie producevano il loro vino. Noi andavamo ad assistere alla vendemmia nella cantina dei nostri amici su in un posto che si chiamava “Locca”. La moglie Elena, in un basso bacile, schiacciava l’uva con i piedi camminando in circolo. Natale, il marito, era immerso fino al petto in un grosso tino e faceva lo stesso lavoro con una maggior quantità di uva. Il vino che ne usciva era meraviglioso.

Sulle “ciazzee”, le terrazze, era invece stesa ad appassire l’uva che sarebbe servita per fare lo sciacchetrà, il mitico vino chiamato dai locali “refursà”. Una bottiglia di quel nettare era il regalo più prezioso che si potesse fare o ricevere.

Un ultimo ricordo è legato al suono delle campane che scandivano il passare delle ore e, dall’alto del paese, erano testimoni delle fede profonda di quelle popolazioni che in ognuna delle Cinque Terre — Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore — avevano voluto costruire sulle vette più alte e più suggestive un santuario dedicato alla Madonna, alla quale si rivolgevano fiduciose in tutti i momenti tristi e felici della loro esistenza.

Ed oggi? Cinquant’anni dopo, l’odore del vino che accoglieva i visitatori è quasi del tutto scomparso. Non si sentono più gli zoccoli né la dolce cadenza del dialetto del paese, ma voci straniere di branchi di marciatori armati di racchette da sci che arrancano senza posa, su e giù, su e giù, e se si fermassero bloccherebbero il movimento lungo gli stretti sentieri. Ma come si fa a non essere d’accordo con i cambiamenti avvenuti in nome della tutela dell’ambiente, del “progresso” e soprattutto del benessere?

Un’ultima considerazione. Oggi, avere una casa delle Cinque Terre è diventato uno “status symbol”. Ma la frequentazione di questo paradiso non dovrebbe essere solo fine a se stessa. Bisogna far conoscere a chi viene qui la storia e la vita di queste popolazioni che hanno strappato a una natura ostile di valli scoscese e torrenti impetuosi le terrazze ove coltivare la vigna e le case dove crescere le loro famiglie.

Oggi questi magnifici borghi non potrebbero più sorgere. Violentare la natura delle montagne per terrazzarle verrebbe considerato un delitto, ancor peggio ricoprire i torrenti, e tutte quelle case addossate le une alle altre, con sopraelevazioni, pareti in roccia, massa di pietra visibile fin da lontano dal mare, sarebbero considerate un enorme eco-mostro da far saltare con la dinamite. Fortunatamente gli ambientalisti sono arrivati troppo tardi.

MARIA ANTONIETTA NOVARA BIAGINI

12
DICEMBRE
2008
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La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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