Genova, 10 Dicembre 2016 22.12





 
26
SETTEMBRE
2016
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ORO O O LATTA: QUESTO È IL PROBLEMA

Abbiamo deciso di premiare con opportuni segni del nostro apprezzamento le opere letterarie e cinematografiche che hanno attratto il nostro interesse. Questa rubrica viene aggiornata quando ci pare e il nostro giudizio è inappellabile.

I TRIGOTTI

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And the winner is …….

Ecco il vincitore di una DOPPIA AQUILA D'ORO:

ETTORE GOTTI TEDESCHI, con:

UN ECCEZIONALE CONDENSATO DI SAGGEZZA: 

GOTTI TEDESCHI E. (2015) Un mestiere del diavolo. Paolo Gambi intervista Ettore Gotti Tedeschi, Prefazione di Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, Editrice Giubilei Regnani, Cesena

 

Segue un commento di Emilio Biagini, con ampie citazioni dall'originale.

 

Questo libro-intervista al grande economista Ettore Gotti Tedeschi tocca numerosi punti di fondamentale importanza, non solo economica, in quanto pone l’economia nella sua giusta prospettiva di semplice strumento, e quindi destinata a porsi al servizio di fini moralmente sani, quali solo la dottrina cattolica è in grado di offrire. Se ciò non avviene, se l’economia è presa come valore a sé, il disastro sia morale sia economico è alle porte, e ciò lo si vede ogni giorno. Il mondo e il suo principe, il diavolo, non tollerano che all’economia venga dato un indirizzo moralmente sano, così come non tollerano che una grande banca venga diretta da un autentico cristiano, e questo spiega l’ignobile persecuzione contro Ettore Gotti Tedeschi.

Il diavolo, argomenta con arguzia Gotti Tedeschi, è “in pensione” perché il suo lavoro lo fanno altri, anche cattolici. La mentalità cattolica ha ceduto alla mentalità diabolica. Il Cardinale Joseph Ratzinger, in Introduzione al Cristianesimo, scrisse che “la Chiesa è diventata per molti ostacolo alla fede”. Ma Gotti Tedeschi si dice certo che solo la Chiesa potrà salvare l’uomo (p. 24). Osserva Paolo Gambi: “Colpisce la sua fiducia nella Chiesa, il suo amore così spesso dichiarato, nonostante tutto il male che da dentro le è stato inflitto, che è stato permesso e per il quale nessuno si è sognato neppure di scusarsi. Anzi, non mi risulta che qualcuno si sia impegnato a indagare ciò che è successo, nonostante le sue denunce. Per non parlare del fatto che hanno persino disobbedito alla volontà ultima di Papa Benedetto di riabilitarla ufficialmente.” (p. 176).

Tenuto conto anche di ciò, il quadro politico, economico, morale appare, a dir poco, allucinante. È in corso, con successo, il tentativo di distruggere le radici cristiane. L’immigrazione forzata ha come vero obiettivo il “ridimensionamento” (o meglio la distruzione) delle radici cristiane dell’Europa e in particolare dell’Italia, grazie a una classe politica che probabilmente non sa neppure cosa siano tali radici. “È troppo tardi ormai: troppi gnostici, persino inconsapevoli, soggetti al potere e alle proprie debolezze, guidano il mondo. Troppe persone che non sanno dare senso alle proprie azioni, perché mancano del senso della vita, governano le architetture della società. Troppe persone che hanno capacità, visione, senso della vita sono invece rassegnate, impotenti.” (pp. 38-39).

Di conseguenza, inevitabilmente, siamo in una profonda crisi morale che “provoca confusione tra fini e mezzi, la perdita del senso della vita e delle azioni. Fa scindere, separare, fede e opere, idee e comportamenti e, infine, genera un effetto che io definirei ‘cessazione dell’alimentazione integrale dell’uomo’. Quest’ultimo è fatto di corpo, intelletto e anima; per vivere in modo equilibrato deve quindi nutrire il corpo, l’intelletto e l’anima. Se gli viene tolto il nutrimento corporale muore di fame. Se gli viene tolto il nutrimento intellettuale non capisce ciò che fa. Se gli viene tolto il nutrimento spirituale, nella migliore delle ipotesi diventa un razionale consumista materialista. Come è stato negli ultimi tempi.” (pp. 40-41).

L’unico rimedio a tanto male sarebbe la morale cattolica, ma chi la difende si sente tacciare di oscurantista, retrogrado, medievale. Ma la morale cattolica non può sussistere senza la fede, la quale però, di fronte all’arrogante avanzata del laicismo, ha perduto tutte le battaglie, anzitutto quella filosofica, soccombendo al relativismo imposto dalla modernità.

Eppure, mi permetto di notare, il relativismo è segno di sconfitta del “pensiero” anticristiano. Il fallimento delle ricette laiciste e materialiste è palese, per il crollo dell’ateismo di Stato, il dilagare di droga e suicidi tanto maggiore quanto più avanzata è la secolarizzazione della società. È proprio perché non possono dimostrare la superiorità delle loro elucubrazioni, che gli illuministi al lumicino hanno inventato il relativismo. Vogliono persuaderci che se non sono riusciti loro a trovare la verità e a creare il paradiso in terra, vuol dire che nessuno può riuscirvi. Vogliono coinvolgerci nel loro fallimento. E ci riescono per il controllo arrogante dei mezzi di comunicazione e per la timidezza della gerarchia che cerca di andar d’accordo col mondo e trascura gli avvertimenti celesti (Fatima, Tre Fontane, Valtorta, Medjugorje).

Ne consegue la disfatta in tutte le altre battaglie: antropologica (con l’uomo ridotto frutto di evoluzione da un bacillo), scientifica (col cristianesimo sotto accusa solo perché chiede alle scienze di avere un fine), economica (con l’assurda pretesa che i vizi dell’uomo, come avidità, egoismo e indifferenza, siano conseguenze della povertà e non invece le cause della povertà stessa); sociale (col dilagare del neomalthusianesimo ambientalista persino all’interno del pensiero cattolico), sessuale (col vizio contro natura praticamente santificato).

Non trovando oppositori decisi, la filosofia anticristiana si propone di “correggere” i presunti “errori” della creazione. In realtà la natura è “creazione di Dio, perfetta in quanto opera Sua. Ma la natura è un mezzo a disposizione di un’altra creazione di Dio, l’uomo: ecco ciò che gli ambientalistici gnostici non tollerano, che la natura sia sottomessa all’uomo!” (p. 67). È la sfida satanica della gnosi che, “con visione naturalista e panteista, considera l’uomo il cancro della natura, quello che la danneggia con i suoi consumi smodati e la sua indifferenza all’inquinamento prodotto da lui stesso, soprattutto se si sposa (con una donna) e fa figli. E più figli fa più produce danno ambientale. Questa cultura ambientalista è ben accoppiata con la cultura neomalthusiana che negli anni ’75-80 produsse quel sentimento di antinatalità le cui conseguenze oggi sopportiamo.” (pp. 64-65), col risultato che “per non inquinare facendo figli, si è maggiormente inquinato aumentando i consumi per compensare il crollo della natalità.” (p. 65). In tal modo “l’accelerazione del problema ambientale è assimilabile all’accelerazione del problema finanziario, entrambi dovuti alle scellerate scelte neomalthusiane degli anni ’75-80, che hanno fatto crollare la crescita equilibrata della popolazione, bilanciandola con la crescita dei consumi individuali.” (pp. 74-75).

Ma crescita, sviluppo, benessere sociale e ricchezza economica si hanno solo grazie alla famiglia. “Il Pil cresce stabilmente solo se cresce la popolazione, senza questa crescita si può pensare di aumentare le esportazioni, la produttività, ma queste sono illusioni, per molti motivi, che nel mondo globale privilegiano altre aree economiche. Altrimenti il Pil aumenta solo accrescendo i consumi individuali, e ciò a scapito del risparmio trasformato in consumo, attraverso la delocalizzazione produttiva in altri Paesi, al fine di abbassare i prezzi e far crescere il potere di acquisto (per consumare di più). Ma se la popolazione non aumenta, se resta stabile o persino diminuisce, essa invecchia, comportando la crescita dei costi fissi della vecchiaia (pensioni e sanità), che vengono coperti dall’incremento delle tasse. Ed ecco che qui nasce la tentazione dell’eutanasia come presunta liberazione da una vita considerata indegna di esser vissuta (per mancanza di cure e attenzioni). Così si risanerebbero anche i bilanci degli Stati...” (p. 76, corsivo nel testo).

L’eutanasia, prospettata come necessaria dato l’“eccessivo invecchiamento della popolazione, costoso e insostenibile per i bilanci degli Stati”, è un vero capolavoro satanico. Tutto ciò sarà ovviamente presentato in un’aura di buonismo: “Verranno proposte politiche per rendere la vecchiaia meno sopportabile, molto costosa e piena di preoccupazioni per l’anziano, tanto da fargli considerare la vita indegna di esser vissuta; ricorrerà quindi all’eutanasia, cioè al suicidio, e gli inferi dovranno espandersi enormemente”. (p. 114). Ossia, prima il demonio e i suoi lacché annidati a Wall Street e a Washington, hanno promosso la compressione e l’invecchiamento della popolazione, ed ora vogliono assassinare i vecchi.

L’altra tentazione è quella del capitalismo di Stato. Il fallimento delle economie pianificate dei Paesi comunisti non ha insegnato nulla, anche perché l’invidia è un vizio estremamente diffuso, che rende ciechi di fronte alla realtà, per cui “quasi all’unanimità si accusa il capitalismo di aver provocato con i suoi eccessi egoistici la crisi in corso, il degrado ambientale e così via, mentre il capitalismo di Stato viene proposto come alternativa per risolvere i problemi creati dal primo. È facile capire il perché: facendo il capitalista, lo Stato può dettare le regole del mercato, regolando la libertà dell’individuo sempre in modo ingiusto, nella distribuzione della solidarietà forzata. Ma nell’affrontare una crisi come quella attuale – crisi le cui origini non sono affatto capitalistiche, bensì morali e politiche – forse si comincia ad intuire che quando il capitalismo viene deformato dalle scelte istituzionali nasce un qualcosa che non è più né capitalismo né dirigismo, bensì un mostro con più volti, corpi e anime non definibili. Come è facile immaginare, chi è destinato a sopravvivere, cioè lo Stato, attribuirà sempre ad altri la responsabilità degli errori commessi. La colpa normalmente ricade sul privato arido ed egoista, mentre il burocrate-tecnocrate è altruista, disinteressato, e al massimo guadagna troppo...” (pp. 80-81).

La diagnosi di Ettore Gotti Tedeschi è puntuale, perfettamente documentata e argomentata: “A livello globale quello che succede è questo: per venticinque anni (dal 1975 al 2000) ci si è rifiutati di riflettere sulla insostenibilità di una crescita economica consumistica (e sempre più a debito), con crescita della natalità pari a zero, delocalizzazione produttiva, crescita dei costi fissi di invecchiamento della popolazione, assorbiti dalla crescita delle tasse... Dopo il 2001 ci si è rifiutati di pensare che il debito subprime, prodotto per far crescere l’economia Usa al fine di fronteggiare l’aumento delle spese di difesa per contrastare il terrorismo (post 11 settembre) fosse insostenibile.” (p. 84).

A questo punto è bene precisare, per i profani (come il sottoscritto) che prime significa “ottimo, eccellente, della miglior qualità”, così che subprime vuol dire “al di sotto dell’ottimo, subottimale”. Per le banche il prestito subprime è un prestito concesso a un tasso di interesse più alto di quelli stabiliti dal mercato, a un soggetto che, a causa del basso reddito o di insolvenze pregresse, non offre sufficienti garanzie di restituzione del capitale. Insomma, anche un profano si rende conto che si tratta di strozzinaggio e di un pericolosissimo equilibrismo finanziario. E infatti…

Ecco come Ettore Gotti Tedeschi illustra le gravi conseguenze che ne sono derivate: “Quando è scoppiata la bolla finanziaria del debito, a fine 2007, ci si è rifiutati di accettare che bisognava sgonfiarla mettendo intorno ad un tavolo i grandi, cioè i responsabili delle nazioni coinvolte. Sgonfiare un debito così imponente, accumulato in decine di anni per compensare la mancata crescita della popolazione in Occidente con stratagemmi sempre peggiorativi, significava scegliere fra cinque opzioni:

- fare default e non pagare il debito (quel che di fatto fa la Grecia);

- fare inflazione (impossibile, è crollata la domanda);

- fare nuove bolle speculative (per cercare di rivalutare i valori immobiliari e azionari);

- fare austerità (si è tentato con risultati disastrosi);

- fare sviluppo economico (piuttosto difficile nel nostro Paese, in questa Europa).” (pp. 85-86).

Chi prende le decisioni? “(...) le decisioni le prendono alcune persone illuminate che stanno tra New York e Washington – e qualcuna a Berlino. A Bruxelles mandano le conclusioni con su scritto ‘to do’ (compito da fare). A Roma non c’è nessuno.” (p. 89). Ossia, in pratica l’Italia si trova in mano di burattini che prendono gli ordini dal burattinaio di Bruxelles, il quale è a sua volta un burattino di pochi personaggi gnostici e decisamente anticristici. Ad esempio (Sauron)-Soros (di recente smascherato dagli hackers che hanno portato alla luce ben 2500 sue direttive segrete a favore dell’immigrazione forzata e simili attentati all’identità cristiana) e Rockefeller (che proclama la sua ribellione a Dio e al bene esibendo la statua del satanico ribelle Prometeo proprio davanti al Rockefeller Center; e se Nomen Omen, non è forse un caso che Rockefeller significhi “colui che abbatte la Roccia”; ma quella è una Roccia sulla quale si sono sempre infranti e sempre si infrangeranno i nemici).

Nella loro frenesia anticristica, gli illuminati gnostici riescono purtroppo a controllare una gran parte dell’umanità. Infatti non è difficile controllare l’uomo: “basta allontanarlo da Dio, magari confondendolo su cosa gli è necessario per essere felice, soddisfatto – nello specifico facendogli scegliere solo soddisfazioni materiali, confondendo e gestendo quelle intellettuali e privandolo di quelle spirituali. Per controllare l’uomo è sufficiente fargli credere che la sua libertà viene prima di ogni verità di riferimento, soprattutto se questa verità gli viene imposta dalla Chiesa quale autorità morale” (p. 195).

Infatti non è certo difficile diventare seguaci della diabolica gnosi, “quando l’uomo si limita a consumare, comprare, mangiare, guardare la TV, magari anche andare in chiesa, ma per fare due chiacchiere anziché pregare. Questo tipo d’uomo perde il senso soprannaturale della vita e vive ‘animalescamente’ (...), magari pensando soprattutto a farsi un lifting, un tatuaggio, un abbronzante, un abbonamento in palestra, a preparare le vacanze... L’uomo che dice ‘in fondo si vive una volta sola’ è già preda della gnosi, senza saperlo.” (p. 115). Un uomo siffatto non pensa più al Creatore e non lo riconosce: l’interesse della sua vita si materializza, spostando su ciò che è materiale, pragmatico, tangibile, privo di fini. “Ma – ammonisce Gotti Tedeschi – non si creda che questo non abbia conseguenze gravissime sulla stessa vita umana: mi pare che stiamo vedendone i risultati proprio in questi ultimi tempi in cui il relativismo ha trionfato in tutti i campi, convertendosi persino in nichilismo assoluto. Quasi una nuova fede, una fede in nulla, per cui si lavora per nulla, ci si accoppia per nulla, si vive per nulla, si muore per nulla...” (pp. 125-126).

Il lavorio del nemico all’interno della Chiesa mira a far credere che le dubbie innovazioni nella prassi, come ad esempio la spinta alla collegialità (che ha un effetto disgregante), servano a “modernizzare” la Chiesa. Ma in tal modo si riesce “soltanto a relativizzare il comportamento, distaccandolo dai principi cui deve ispirarsi e arrivando pertanto a modificare tali principi dottrinali (...). Questa strategia ‘illuminata’ ha portato non solo alla tiepidezza nella fede individuale, ma anche alla disgregazione dell’unità politica cristiana in Europa, alla confusione sulla credibilità dell’autorità morale della Chiesa, e soprattutto alla convinzione sempre più forte che la Chiesa consenziente debba sottostare alle nuove costituzioni degli Stati sempre più laici, adattando la morale alle loro leggi. È evidente che se tutto è convenzione umana, nessun principio avrà più valore assoluto; anzi, i principi contro le convenzioni umane saranno persino illeciti e punibili. La decisione della Chiesa di secolarizzarsi e proporsi sempre più come esperta di miseria materiale piuttosto che di miseria morale porterà all’umanizzazione del cattolicesimo, all’umanizzazione del divino, alla relativizzazione del soprannaturale, alla fine del naturale (...) o la natura umana è originata dal caos – e quindi tutto è giustificato –, oppure è creata e frutto della volontà del Creatore, in questo secondo caso, se si distacca dal disegno del Creatore muore, in tutti i sensi. Dicono i Papi che è compito primario della Chiesa sostenere questo principio, ma ho perplessità che tutti siano d’accordo a fare ciò. Una della cause di questa mia perplessità è il modo in cui si è tollerato il cambiamento nel sacrificio della santa Messa. Questa è il termometro della fede della Chiesa. Spiega San Paolo che chi mangia il pane eucaristico in modo indegno pecca e si danna.” (pp. 238-239).

Come molti credenti, Ettore Gotti Tedeschi non sembra ritenere che il Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II, mirante a ottenere maggior partecipazione dei fedeli alla Santa Messa, abbia aumentato la devozione, ma dichiara pure: “non sono sicuro che prima la devozione dei sacerdoti fosse così superiore: forse erano solo obbligati a formule rituali (…), così come oggi la celebrazione della Messa, anche senza il rito tridentino, continua ad essere confidata alla santità del sacerdote – che certo non è cambiata con il Concilio, se c’era realmente.” (p. 240).

Il dubbio è lecito di fronte allo scarso zelo di molti consacrati nel combattere le insidie laiciste, una della quali è la bioetica, “definita da Stanley Jaki, benedettino, un’espressione confondente: ci si domanda infatti come possa essere non etico ciò che si riferisce alla vita (bios). Si tratta di un’espressione forzata, quindi, e il perché potrebbe trovarsi nel fatto che l’etica in questione consiste nel manipolare la vita con soddisfazione per l’uomo. Bioetica significa allora soddisfare i bisogni dell’uomo di essere biologicamente diverso, separando chi ha creato da chi ha modificato, e supponendo che chi vuole modificare sia migliore e più capace di chi ha creato? Pazzesco.” (p. 236). (...) se Dio non c’è, non c’è stata creazione, non c’è creatura sacra, ci sono solo cavie di laboratorio per la gnosi; e la cavia preferita è la creatura umana, che deve essere rimodellata e perfezionata.” (p. 237). Se l’uomo è una semplice cavia in mano agli autonominatisi, sedicenti “illuminati”, l’idea di peccato diviene una nozione fuori moda.

Nel suo tentativo di distruggere l’idea di peccato, il demonio ha percorso una lunga strada, prima con le eresie medievali, poi con la funesta “riforma” protestante. “Mentre l’eresia valdese è stata una ribellione anarchica alla Chiesa, quella albigese è stata ben più grave e significativa: potremmo considerarla un’eresia protomalthusiana, con tutti i suoi effetti anche economici sulla crescita. Si è trattato di una dottrina che pretendeva di estinguere l’uomo (la santità vera stava nel suicidio, ma anche lasciarsi morir di fame era apprezzabile), la famiglia e il matrimonio: per riuscirci non ci si doveva accoppiare. (...) queste idee non sono poi così estinte: aborto ed eutanasia, attacco alla famiglia e al matrimonio fra uomo e donna mi dicono qualcosa ancora oggi.” (p. 248).

Ed ecco entrare in scena Martin Lutero. Il peccato per lui “era qualcosa di utile per potersi pentire e rafforzare la fede, confidando in Dio. Il male allora, paradossalmente, diventa bene. In realtà il peccato è ciò che il ‘grande pensionato’ riesce a far amare a chi cerca di corrompere.” (p. 104).

“La Riforma, di fatto, promuove il comportamento affrettato, slegato da considerazioni di carattere morale, per prendere decisioni, fare e decidere, tanto l’uomo è affetto dal peccato originale e la salvezza mediante le opere è (per Lutero) impossibile. In più l’uomo, essendo predestinato, arriva a concepire la ricchezza come un dono di Dio (per Calvino). Weber, in un colpo di genio, ha riconosciuto in questi due elementi la base del capitalismo tedesco, che non si pone problemi morali, lascia peccare e pentirsi: così Dio aiuta il tedesco a diventare ricco. Ora, Weber non aveva sufficiente conoscenza né di economia né di storia, e non immaginava che il capitalismo fosse già nato secoli prima in casa cattolica, né sapeva che le stessi leggi di economia moderna vi erano già state formulate tempo addietro. Ma con Weber si è riusciti a scrivere nella storia che il cattolicesimo non sa combinare nulla, e che per promuovere il progresso c’è voluta la Riforma protestante. È invece vero che il capitalismo egoistico che separa capitale e lavoro (quello che Marx ha condannato) nasce in quel momento, e cambia lo scenario di potere in Europa; ma questo non perché i protestanti fossero più geniali, bensì solo perché avevano deciso di peccare più che potevano, e pentirsi poi.” (pp. 249-250).

“Il modello protestante esportato poi negli Stati Uniti, e tradottosi in mille sette che competevano fra loro, ha concorso a esasperare il pensiero morale-economico americano, liberale, soggettivista, deista. Forse è da questo pensiero che deriva l’attitudine a sganciar bombe e missili, per poi pentirsi istituendo fondazioni dedicate a orfani e vedove. Probabilmente per tale motivo a Wall Street, da un po’ di tempo, si pensa che insider trading, speculazione, bolle, ecc. siano frutto di un cattivo modo di agire legato all’educazione protestante made in Usa. Le sette protestanti americane sono molto varie: i quaccheri sono “ragione e ispirazione” (Dio parla all’anima e l’uomo presta fede); i mormoni sono neorivelazionisti corretti; i metodisti traducono la religione in sentimentalismo naturalistico. Ecco dove nasce il filantropismo americano, quello delle fondazioni per vedove e orfani.” (p. 255).

All’altro estremo del protestantesimo (ma gli estremi si toccano) vi è la teoria eretica che nega l’esistenza del peccato e in particolare di quello originale. La natura umana sarebbe di per sé buona, secondo le farneticazioni di Jean-Jacques Rousseau. “Alcune eresie anticipano (...) vere e proprie rivoluzioni di pensiero e di fede; mal interpretando la Bibbia e scoprendo che Dio è ovunque, si diffonde il panteismo che a poco a poco porta l’uomo a idrolatrare l’ambiente in cui vive.” (p. 247). Peggio, se l’uomo è intrinsecamente buono, il male deriva dall’oppressione di qualcun altro: la porta è così spalancata all’odio di classe. Non per nulla Rousseau con la sua melensa idea di bontà universale ha aperto la strada al livido odio marxista.

Così il demonio, in molti modi e con attacchi da più lati, ha avuto un successo straordinario nel corrompere l’umanità, anzitutto con la superbia e poi con tutti gli altri vizi capitali. “È riuscito persino a convincere gli ambientalisti gnostici di essersi incarnato nella madre terra, sacralizzandola... È stato talmente bravo che ora si è messo persino in pensione, tanto che gli esorcisti non ci sono praticamente più, visto che l’inferno probabilmente non c’è (almeno nella prassi) e il demonio neppure (sempre nella prassi). E poiché l’uomo relativista vive di prassi e non di Dottrina, il “grande pensionato” è disoccupato: non c’è quasi più nessuno da corrompere. Anzi, pare che lo stesso “disoccupato” se ne stia lontano da taluni perché ne è invidioso, teme che gli portino via il posto e la pensione, tanto sono diventati bravi...” (p. 105). Come si vede, Ettore Gotti Tedeschi sa presentare anche i fatti più gravi con levità ironica che rendono così accattivanti e persuasivi i suoi libri.

Tuttavia, che la “disoccupazione” del grande nemico non sia una semplice battuta, lo dimostra l’Apocalisse e l’importante rivelazione privata alla grande veggente Maria Valtorta: il Giuda dei tempi ultimi aprirà il pozzo d’abisso (Apocalisse 9, 1-12). L’Anticristo sarà un astro di una sfera soprannaturale, il quale, cedendo alla lusinga del Nemico, conoscerà la superbia dopo l’umiltà, l’ateismo dopo la fede, la lussuria dopo la castità, la fame dell’oro dopo l’evangelica povertà, la sete degli onori dopo il nascondimento. Sarà “un astro” dell’esercito di Dio: un’espressione che sembra indicare un altissimo prelato della Chiesa.

“A premio della sua abiura, che scrollerà i cieli sotto un brivido di orrore e farà tremare le colonne della mia Chiesa – sono le parole dettate alla Valtorta dal Divino Maestro – nello sgomento che susciterà il suo precipitare, otterrà l’aiuto completo di Satana, il quale darà ad esso le chiavi del pozzo dell’abisso perché lo apra”. Ed ecco come il nemico si ritira “in pensione”.

Anche in questa sua esternazione, Ettore Gotti Tedeschi si rivela non è solo un uomo di vastissima cultura ma un vero sapiente, capace di illuminare le menti e le coscienze sui più cruciali problemi che assillano l’umanità. Tutte le sue opere andrebbero studiate non solo nelle università ma specialmente nei seminari, onde formare meglio i futuri pastori.

EMILIO BIAGINI

13
APRILE
2013
Articolo letto 2778 volte

INVITO AL GIALLO

 

IL ROMANZO COMPLETO

"IL MICIO CHE SAPEVA TROPPO"

E' SCARICABILE DA SMASHWORDS

 

(COME PURE DIVERSE ALTRE OPERE DELLA DINAMICA COPPIA)

 

 

Il micio che sape troppo. Copertina 

 

……

 

2

“Andiamo in macchina o col treno?” disse lui.

“Tu cosa preferisci?” rispose lei.

“Quello che preferisci tu.”

Era il solito dialogo. Ognuno dei due voleva fare solo quello che compiaceva l’altro.

Infine, visto che non avevano in programma visite a campi di battaglia in Scozia o ad altre destinazioni campestri, ma solo di passare alquanto tempo a Edimburgo, scavando negli archivi, decisero per il treno, più rilassante e, fatta buona provvista di acqua, gallette e omogeneizzati per Wat, partirono.

Con la linea del Nord-Est da Kings Cross raggiunsero dapprima Durham per andare a far visita agli amici Russell, che da tempo li avevano invitati. Jack Russell era ispettore di polizia della contea di Durham. Sarebbe stata un’ottima occasione per presentare loro il cucciolo Wat, il quale avrebbe potuto, fra l’altro, sfogarsi a correre per i prati dell’Inghilterra settentrionale.

Dalla stazione di Durham, con un tassì, raggiunsero il villaggio di Sea Coal, dove abitavano i Russell, in una modesta villetta in Main Street, o “via principale” che dir si voglia, in un ameno villaggio, ameno cioè per quanto può esserlo un povero villaggio di minatori, fatto di monotone casette di pietra, allineate, ed ora ristrutturato in chiave residenziale non particolarmente distinta. Infatti, la contea di Durham era stata in passato grande produttrice di carbone e, nelle brughiere delle vallate interne, di galena, il minerale di piombo.

“Come mai non sono venuti a prenderci alla stazione?” si domandò Caterina, davanti alla porta chiusa.

“Dev’essere successo qualcosa”, dedusse, con fine acume, il criminologo Tommaso.

“Yelp, yelp”, argomentò Wat, scrollandosi di dosso le prime gocce di pioggia che avevano cominciato a cadere nella mite aria serotina, promettitrice di lievi reumatismi.

In quel momento squillò il cellulare di Tommaso, e continuò a squillare per un pezzo, mentre il chiamato cercava affannosamente l’apparecchio in tutte le tasche. Finalmente lo sfuggente congegno saltò fuori.

La voce di Jack Russell era esitante e preoccupata:

“Senti, Tommaso, sono desolato, ma siamo a Durham, bloccati tutti e due. Poi ti racconterò. Riuscite a sistemarvi? La chiave della casa è sotto lo stuoino.”

“Sì, sì, non ti preoccupare.”

Clic.

“Senti, ha detto di accomodarsi in casa sua”, disse Tommaso.

“Ho capito, ma la cosa non mi piace mica tanto.”

“E credi che a me piaccia?”

La chiave c’era davvero, ma la casa appariva buia, fredda e poco invitante. Wat uggiolò con scarso entusiasmo. Tommaso richiuse la porta e rimise a posto la chiave, mentre Caterina si attaccava al telefonino e, in perfetto inglese con lieve accento scozzese, richiamava il tassì che avevano appena congedato, e che fu sul posto in pochi minuti. Nel frattempo la pioggia stava infittendosi, senza dubbio per dimostrare agli stanchi viandanti che intendeva fare sul serio.

“Conosce un albergo dei dintorni che accetti anche i cani?” domandò al tassista il capo di casa Schiappacasse, in eccellente inglese con marcato accento neozelandese, risultato di lunghe ricerche criminologiche compiute in passato ad Auckland.

“Celto, qui noi applezziamo moltissimo cani” rispose senza esitare il tassista, con accento cinese. Infatti era un immigrato, che sui cani aveva le sue idee, che tenne tuttavia per sé.

Infine gli Schiappacasse si sistemarono in un bell’albergo alla periferia di Durham, dove restarono due giorni a rimirare i vetri bagnati dalla pioggia e ad asciugare Wat, quando tornava dalle sue corse per il prato, prima che il cucciolo si buscasse qualche malanno. Il tempo fu ugualmente impiegato in modo utile, limando sul minicomputer portatile alcuni capitoli del romanzo sulla Scozia, quelli dalla preistoria all’età romana. Quando smise di piovere, o pressappoco, Caterina, Tommaso e Wat noleggiarono un’auto e se ne andarono a visitare il Vallo di Adriano per tutta la sua lunghezza. Wat si divertì molto correndo su e giù per i prati e annusando le pietre del forte di Housesteads una ad una, forse alla ricerca di remote tracce di qualche cagnetta romana. Caterina, la fotografa ufficiale della famiglia, scattò diverse foto digitali nei punti più significativi del Vallo. Era molto importante conoscerlo bene, perché quella linea fortificata all’estremo nord dell’Inghilterra aveva avuto un ruolo fondamentale per la Scozia antica, e ogni aspetto del romanzo storico andava ben documentato.

Di ritorno all’albergo dopo l’escursione, gli Schiappacasse trovarono Jack ad attenderli, desideroso di scusarsi.

“Come hai fatto a trovarci?” domandò Tommaso.

“Ragionamento scientifico. Avendovi piantato in asso, non trovandovi a casa, e conoscendovi, ho pensato che non potevate essere che nel più costoso albergo dei dintorni. Elementare, Watson.”

Il cucciolo, sentendo il proprio nome, sebbene non familiarmente abbreviato, si mise ad abbaiare soddisfatto e annusò con interesse le scarpe di Jack, cercando anche di assaggiarne una.

“Marta si scusa di non aver potuto venire, ma è ancora impegnata con lo scheletro”, riprese l’amico, che era ispettore di polizia a Durham e, come spiegò subito dopo, era immerso fino al collo in un difficile caso, insieme alla moglie Marta, anatomo-patologa e medico legale della contea.

“Conosci il Burnhope Burn?” domandò Jack a Tommaso, mentre tutti e quattro (Watson incluso) aspettavano l’arrivo del tè e dei relativi dolcetti.

“No”, rispose con decisione Tommaso.

“Bene, è proprio lì che l’hanno trovato”.

“Ma cosa?” domandò Caterina, lievemente preoccupata per la piega non proprio perspicua presa dalla conversazione.

“Lo scheletro. Era sepolto nella torba della brughiera. È già strano il fatto di non aver trovato tracce di vestiti, di oggetti o di parti molli del morto, perché la torba conserva tutto, ma c’è di peggio.”

“Com’è stato scoperto?”

“Stavano mettendo a dimora una di quelle piantagioni di abete di Sitka e hanno visto spuntare un piede. Come sapete, il bacino del Burnhope è pieno di questi abeti che vengono dall’Alaska. Crescono velocissimi, con ramificazioni densissime fin dal livello del suolo, e producono ottimo legno.”

“Lo so. Siamo stati in Alaska, anche a Sitka. Ma dove cavolo è questo Burnhope Burn?”

“Ma è un ramo sorgentifero del Wear”, disse Jack, stupito dell’ignoranza geografica dell’amico.

“Ah, chiarissimo”, disse Tommaso.

“Bau, bau”, esclamava frattanto Wat, con entusiasmo, vedendo arrivare, non tanto il tè, quanto i relativi dolcetti.

Mentre i quattro si strafogavano, Jack continuava a spiegare.

“Ma non è finita con le stranezze. Abbiamo fatto ricorso alla scienza, naturalmente, e mandato campioni di osso a Oxford per la datazione al radiocarbonio. Sai, il famoso laboratorio che ha datato anche la Sindone.”

“Cos’ha fatto?!?” gridarono all’unisono Caterina e Tommaso.

“Non avete seguito quell’eccitante vicenda della scienza? Un vero trionfo.”

“Ah sì, sì, hai ragione,” concesse Caterina, tirando un calcio sotto il tavolo a Tommaso che stava per esplodere in colorite espressione in una mezza dozzina di lingue “e sullo scheletro cos’hanno trovato?”

“Una cosa stranissima: i femori erano contemporanei, il cranio è stato datato nel futuro, intorno al 2300.”

“Quindi non esiste ancora,” osservò Tommaso senza riuscire a trattenere una risata “e i carbonisti di Oxford sono certi di esistere?”

“Saranno ossa di due persone diverse”, osservò Caterina.

“Una delle quali un extraterrestre”, celiò Tommaso.

“Non sembra,” rispose l’ispettore di Durham, senza scomporsi “lo scheletro è assolutamente completo: ogni osso s’incastra perfettamente.”

“E l’esame delle ossa cos’ha detto?” volle sapere Tommaso.

“Individuo di genere maschile...”

“Cosa? Adesso anche gli scheletri hanno un genere?” s’impennò Tommaso.

“Così impongono le regole, se si vuol pubblicare su una rivista scientifica,” annunciò solenne Jack “e la scienza deve andare avanti. Oggi si deve parlare di genere, il sesso è obsoleto.”

“Angels and ministers of heaven, defend us!” esclamò Tommaso, con opportuna citazione shakespeariana.

“Va be’, andiamo avanti noi, intanto”, intervenne conciliante Caterina.

“... genere maschile...” riprese lo scientifico ispettore.

“... terza declinazione, caso accusativo...” mormorò tra i denti l’incorreggibile Tommaso.

“... età sui cinquant’anni, tracce di ernia del disco e di artrite reumatoide; due molari mancanti, tre premolari otturati.”

“Riscontri con persone scomparse?” domandò Caterina.

“Stiamo cercando, ma per il momento non sembra essere nessuno di qui.”

“Ci sono centrali nucleari, qui vicino?” domandò Tommaso, con apparente incongruenza.

“Non nella contea, ma a Windscale sì, per esempio.”

“Ti dirò qualcosa che potrebbe esservi utile,” disse Tommaso, tornando serio “sempre che le datazioni al radio carbonio siano attendibili. Primo, non si tratta di assassinio ma solo di occultamento di cadavere, perché la morte dev’essere stata accidentale; secondo, la vittima è stata esposta a radiazioni nucleari da una fonte piccola, probabilmente una testata nucleare che aveva aperto per una verifica senza le necessarie precauzioni, il capo è stato investito dalle radiazioni e arricchita di radiocarbonio; terzo, non era un esperto, perché un agente addestrato avrebbe saputo come individuare, ed eventualmente manipolare, la carica nucleare senza farsi contaminare; quarto, dev’essersi sentito male subito e i possessori dell’ordigno l’hanno trovato, spogliato di tutto per rendere difficile il riconoscimento, e tenuto nascosto per un bel po’; quinto, il covo dei delinquenti è con ogni probabilità in un edificio isolato nei dintorni, forse tra le rovine degli impianti desueti di estrazione del piombo; sesto, la banda non disponeva di una vasca e di acido solforico, altrimenti avrebbero sciolto anche lo scheletro; settimo, la banda è formata da stranieri, quasi certamente provenienti da terre molto aride e ignoranti dell’ecologia locale, altrimenti non si sarebbero disfatti dello scheletro in quel modo così ingenuo, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le proprietà conservative della torba; ottavo, indagate sulle rovine di impianti industriali abbandonati nelle alte vallate del Tyne, del Wear e del Tees, chiedete se hanno visto aggirarsi nella zona dei tipi mediorientali sospetti; nono, informatevi se vi sono stati furti di testate nucleari o materiale radioattivo atto a produrle; decimo, non fatevi illusioni di beccarli, perché a quest’ora chissà dove sono i delinquenti. Devono essere pericolosissimi, e c’è da aspettarsi, prima o poi, qualche attentato termonucleare.”

“Ma sei sicuro di quello che dici?” disse stupito Jack.

“Sono sicuro che queste sono le ipotesi meno improbabili, dopo aver scartato quelle impossibili;” rispose Tommaso “e attento: sentiremo di nuovo parlare di questa storia”.

“Grazie per i suggerimenti,” disse Jack pensieroso “certo, senza il tuo aiuto non avremmo mai risolto il caso del cinese zoppo e quello di Lord Beckham.”

“Già, c’è voluta tutta la mia perspicacia per capire che l’assassino era il maggiordomo”, rispose Tommaso, senza ombra di ironia nella voce, cosa che dovette costargli non poco sforzo.

“Vogliamo andare, adesso,” propose Jack “visto che i dolcetti sono finiti.”

“Yap, yap”, approvò Wat.

La comitiva si trasferì sulla decrepita Volvo dei Russell, sulla quale Caterina e Tommaso caricarono i loro bagagli e Wat. Infine la macchina partì per la poco appetitosa destinazione rappresentata dalla casa dei Russell.

I Russell ne andavano molto orgogliosi, ma era una casa fredda, male arredata e poco accogliente.

Dopo cena, accanto al fuoco del camino, Tommaso e Jack ripresero la discussione sul radiocarbonio, della quale, per non tediare i nostri quindici lettori, diremo per sommi capi solo che Jack, da tempo dichiaratosi “ateo”, sosteneva a spada tratta l’attendibilità “entro i prescritti intervalli di significatività statistica”, mentre Tommaso ribatteva citando alcuni imbarazzanti fatti: a un corno da bere vichingo era stata attribuita una data di un millennio più giovane, collocandolo addirittura agli inizi del ventunesimo secolo, mentre una chiocciola appena morta era stata ritenuta antica di cinquemila anni, e che dopo questi mirabili successi il radiocarbonio potevano infilarselo... e il Museo della Scienza di South Kensington poteva vergognarsi di aver esposto la datazione taroccata della Sindone, come esempio del metodo: malafede laicista.

Marta, la moglie cattolica di Jack, taceva per non contraddire apertamente il marito, ma era evidentemente dalla parte di Tommaso, perché scuoteva il capo ad ogni esternazione scientista del suo marito e signore.

Quasi a sfidare l’opposizione degli altri verso la sua sconfinata fede nella scienza del radiocarbonio, Jack propose a Tommaso una partita a scacchi.

Jack giocava scientificamente, Tommaso con l’intuizione. Le due signore, per un po’, seguirono il gioco, poi si misero a chiacchierare. Marta raccontò molti casi di cui si era occupata, ma dopo un po’ Caterina cominciò a trovare la conversazione piuttosto sgradevole. Dettagli di cadaveri, di prove tossicologiche, di scavi in residui organici possono appassionare i medici legali, ma Caterina era più interessata alla letteratura e alla storia. Era Tommaso il criminologo di famiglia, che intanto stava battagliando con l’ultimo cavallo rimasto per rompere lo scientifico cerchio difensivo di Jack intorno al re. Infine la scientifica strategia di Jack non impedì una piccola distrazione, della quale Tommaso approfittò subito dando scacco matto. Jack analizzò subito scientificamente la partita e dichiarò che avrebbe potuto vincere. Intanto però aveva perso.

Fece la sua apparizione il micio dei Russell, grosso e arruffato. Wat, da cucciolo inesperto, cercò di fare amicizia, ma dal delinquente rimediò soltanto un graffio.

Tommaso si trattenne dal prendere a sberle il gattaccio colpevole perché era in casa d’altri, ma si ripropose di andarsene prima possibile.

Il cucciolo corse a farsi consolare da Caterina, che lo mise a letto nel suo giaciglio, lo fasciò per bene in una copertina perché non prendesse freddo, e lo carezzò a lungo per calmarlo, dato che era rimasto un po’ scosso. Ed anche confuso per la novità dell’ambiente.

Il giorno dopo gli Schiappacasse si congedarono dai Russell e dalla loro casa fredda e malabitata da un gattaccio unghiuto e maleducato, si fecero portare da Jack con la Volvo a Durham e di lì partirono in treno per Edimburgo.

Vi trascorsero una settimana per approfondire le ricerche sul Settecento scozzese, che era l’epoca che stavano per affrontare nel loro romanzo storico “Alba”. Con gli scozzesi si trovavano sempre molto bene: in genere erano assai più cordiali e simpatici degli inglesi. Durante quella settimana fecero fare lunghe passeggiate a Wat lungo i sentieri attorno all’Arthur’s Seat, il grande e antichissimo rilievo vulcanico di Edimburgo, e il cucciolo era impegnatissimo ad annusare i profumi di quella campagna insolita per lui.

Al ritorno, il Flying Scotsman passò per le Midlands, in vista delle grandi torri di raffreddamento delle centrali elettriche. Wat, in grembo a Caterina, guardava la campagna inglese che scorreva davanti al finestrino. Tommaso gli spiegò le torri di raffreddamento e la loro funzione.

“Gli parli come a un bambino”, celiò Caterina.

“È un bambino.”

“Ti prenderanno per scemo.”

“E chi ti ha detto che sbaglino?”

Wat gradì moltissimo le spiegazioni e le attenzioni, mentre il treno scivolava tranquillo verso il sud.

Infine giunsero a casa.

Era una fredda giornata di novembre. Nel crepuscolo, i tre Schiappacasse furono colpiti dalle luci spettrali provenienti da tre dei quattro edifici che circondavano il prato del Bishops Close, e che sapevano essere disabitati.

“Cosa faranno di quei tre palazzi?” si chiese Caterina.

“Sembrano vuoti”, disse Tommaso.

“Ma sono vuoti,” confermò Caterina “sappiamo che lo sono”.

“E quelle luci? Forse c’è dentro un guardiano?”

Il tutto dava un senso di precarietà, quasi di minaccia. C’era forse un pericolo incombente? Ma cosa?

Il prato al centro di Bishops Close sembrava un lago di tenebre, la penombra avanzava sulla facciata degli edifici. Il vecchio lampione vicino all’ingresso della casa mandava una fievole luce, come il lumino di un cimitero.

“Guarda”, esclamò d’improvviso, senza fiato, Tommaso, mentre stavano per entrare nel portone, indicando il tetto. Una grande forma nera si stagliava contro il cielo plumbeo, con le ali semiaperte.

“Cos’è quello?” domandò Caterina con una certa apprensione.

“Un uccello, mi pare”.

Wat, improvvisamente, uggiolò e si appiattì al suolo.

“Sembra un avvoltoio, con quelle ali spalancate”, osservò Caterina.

In quel momento l’animale balzò giù dal tetto, spalancò le ali e volò via pigramente.

“Ma no, era solo un grosso corvo, come quelli della Torre”, concluse Tommaso.

Wat guaì pietosamente e s’impuntò. Non voleva entrare nel portone, come se avvertisse una minaccia, un orco che divora i bambini e i cuccioli. Caterina dovette prenderlo in braccio, proprio come un bambino, e portarlo dentro.

 

12
SETTEMBRE
2010
Articolo letto 8164 volte

EMILIO BIAGINI

AMBIENTE, CONFLITTO E SVILUPPO:

LE ISOLE BRITANNICHE NEL CONTESTO GLOBALE

GENOVA, 2a ed., 2007

 

RECENSIONE DI GIAN CAMILLO CORTEMIGLIA

 

Questa opera di Biagini riguardante le Isole Britanniche, già al solo primo impatto si potrebbe accreditare con l’aggettivazione di monumentale, non tanto per la mole dimensionale delle 1600 pagine che compongono i tre volumi, ma soprattutto per l’imponente massa di informazioni di tematica geografica, che, fornite con specifico e dettagliato indirizzo critico, rivelano l’apporto di una vasta cultura maturata nell’arco di una vita di ricerca e di studio.
Se si volesse documentare in maniera formale l’importanza di questo contributo sulla geografia delle Isole Britanniche basterebbe allora citare la circostanza che ne è stata pubblicata, cosa piuttosto rara per i geografi italiani, un’edizione inglese nel 2006, oppure sottolineare l’imponente bibliografia consultata e citata, ma così non renderemmo merito alla magistrale trattazione contenuta nell’opera.

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12
DICEMBRE
2008
Articolo letto 7343 volte

La poesia barocca è permeata di questi due concetti, che non si perdono neppure dopo il tramonto di quella stagione artistica, dato che si tratta di idee fondamentali per chiunque rifletta non troppo superficialmente sull’esistenza.

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